Sanguinetti-Harrison, il futuro è... calvo!

Interviste

Sanguinetti-Harrison, il futuro è… calvo!

Davide Sanguinetti ci parla del suo nuovo pupillo Ryan Harrison e di come la prima vittoria ATP dopo poche settimane di collaborazione lo abbia lasciato senza… capelli

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C’è un po’ d’Italia in una delle storie più positive del mese di febbraio nel nostro piccolo universo tennistico. Ryan Harrison, il teenager che si era affacciato prepotentemente sul circuito ATP all’inizio del millennio e che sembrava dovesse essere il Messia tanto atteso dal tennis statunitense, ha vinto il suo primo torneo ATP a Memphis ed è tornato nei primi 50 del mondo, dopo diversi anni trascorsi ad arrancare nelle retrovie. Un gioco che sembrava essersi tecnicamente involuto ed una serie di problemi fisici e mentali sembravano avergli fatto smarrire quella strada da predestinato che lui sentiva come sua, lasciandolo a combattere i suoi mille dubbi nell’antinferno del circuito Challenger.

Dopo aver considerato l’ipotesi di saltare tutta la seconda metà della stagione 2016 e di rivalutare tutte le sue priorità, Harrison ha iniziato la sua rinascita disputando una buona campagna estiva sul cemento americano (culminata con la vittoria a Flushing Meadows su Milos Raonic) e trovando un assetto stabile nella sua vita professionale. Di questo assetto fa parte anche l’italiano Davide Sanguinetti, toscano di Viareggio, ex Davisman azzurro con un career best di n. 42 ed ora apprezzato allenatore che ha lavorato, tra gli altri, con l’americano Vincent Spadea e con la russa Dinara Safina. “Lo scorso anno, qualche settimana prima di Wimbledon, Harrison è venuto da me perché voleva parlarmi – ci ha detto Sanguinetti quando lo abbiamo raggiunto nel ristorante dei giocatori di Indian Wells – ci conoscevamo già, mi ha chiesto se potevo andare a vedere qualche sua partita, ed io l’ho fatto. Lui ha avuto molto piacere di vedermi in tribuna e qualche mese dopo, durante il torneo di Shanghai, mi ha chiesto di seguirlo come suo allenatore per il 2017”.

Harrison è sempre stato seguito dalla federazione americana USTA, che gli ha di volta in volta affiancato vari tecnici, tra cui gli ex giocatori Jay Berger e Brad Gilbert. Tuttavia Ryan ha sempre avuto un legame molto forte con il padre Pat, che è stato il suo primo allenatore e con cui a volte è arrivato ai ferri corti durante i match: famoso l’episodio nel quale Ryan, durante un cambio di campo, gli disse chiaramente di andarsene dalla tribuna. La figura del padre ed il carattere non facilissimo di Ryan gli ha causato notevoli difficoltà nel corso degli anni a trovare un assetto stabile per il suo team di lavoro. Dall’inizio del 2017 invece sembra che sia arrivata la quadratura del cerchio con il “trinomio” (come l’ha definito lo stesso Sanguinetti) composto da Davide, Ryan ed il coach USTA Peter Lucassen. Peter tuttavia è anche il coach di Ernesto Escobedo – ha spiegato Sanguinetti – e siccome Ryan voleva qualcuno che lo seguisse in tutti i tornei, mi ha chiesto se ero disponibile. Inizialmente ero un po’ titubante, perché ho un contratto in essere con il giocatore cinese Wu Di, però non potevo farmi scappare l’occasione di allenare un giocatore di questo tipo, e fortunatamente Wu ha capito, così quando l’agente di Harrison mi ha chiamato in dicembre per iniziare la collaborazione durante gli Australian Open, sono stato lieto di accettare”.

 

Tra i giocatori seguiti da Sanguinetti c’è poi anche il giapponese Go Soeda: “Sono sei anni che lavoriamo insieme, mi ha chiesto di seguirlo solo per 10 tornei, non potevo dirgli di no”. E quando ci sediamo nell’ombra ventilata del patio antistante il ristorante, Davide è proprio reduce da quasi tre ore di match del nipponico, seguito sotto il sole potentissimo del deserto californiano: “Sono tutto rosso come un peperone, soprattutto ora che non ho più capelli…”. Togliendosi il cappellino Sanguinetti sfodera infatti una pettinatura… per così dire “minimalista”, frutto di una scommessa fatta con Harrison: “Ci eravamo detti che al primo torneo vinto ci saremmo rasati a zero. E così dopo la vittoria di Memphis ho dovuto farlo. La scommessa prevedeva che avesse dovuto farlo anche Ryan, tuttavia dal momento che a fine mese si sposa, la sua fidanzata Lauren ha chiesto di posporre il taglio a dopo la cerimonia, in modo da non rovinare le fotografie. Ma ho già la macchinetta pronta: appena viene un po’ più caldo, probabilmente a Montecarlo, provvederò personalmente a ‘riscuotere quanto dovuto’ “.

Harrison non ha la reputazione di essere un carattere facile, le sue esternazioni in campo sono ben note, e la girandola di allenatori che si è susseguita al suo angolo non depone certo in suo favore. “Ryan è un bravo ragazzo – ci dice però Sanguinetti – e questo è già un ottimo punto di partenza. Poi dal mio punto di vista ho sempre voluto allenare un giocatore con un gran servizio, perché comunque è più semplice giocare quando si ha a disposizione un’arma di quel tipo. Sono stato molto felice che mi abbia chiesto di allenarlo, perché vuol dire che crede in me, ed io credo in lui. Per me ha un grande potenziale, può arrivare nei primi 30 già entro quest’anno. Ha tanti margini di miglioramento, soprattutto nel rovescio, che è molto a corrente alternata, e bisogna incanalarlo nella direzione giusta. Il dritto può spingerlo molto di più, ed a volte gioca in maniera troppo difensiva, fidandosi delle sue notevoli dote atletiche”.

Durante la sua carriera ha avuto qualche problema sia mentale sia fisico – continua Sanguinetti – e quando non sta bene diventa più timoroso, ed anche il servizio ne risente. C’è un ristretto gruppo di persone che lui ascolta molto, a partire da Andy Roddick, che vive ad Austin come lui, ma anche suo padre, la fidanzata, ed in questo momento anche i due allenatori. Il fatto che abbiamo iniziato a vincere subito certamente ha aiutato, però al momento il nostro ‘trinomio’ funziona”.

È indubbio che una delle zavorre più ingombranti che Harrison ha dovuto portarsi dietro per tutta la prima parte della carriera è stato il peso delle grandi aspettative che il tennis americano ha riposto in lui, così come le grandi aspettative che lui stesso ha sempre riversato sulla sua carriera: i suoi obiettivi sono stati sempre quelli massimi, vincere Slam, arrivare al n.1 e vincere la Coppa Davis.Arrivare a n.1 e vincere Slam è anche una questione di fortuna – ci dice Davide – Non tutti riescono a vincere gli Slam, chi ne vince uno ha avuto anche tanta fortuna. Dire che la vittoria in uno Slam per lui è un obiettivo utopico non è giust, soprattutto mentre ci sono ancora in giro questi mostri sacri che comandano in quei tornei, ma si può comunque ambire a fare ottimi risultati”.

Come detto Ryan convolerà a giuste nozze con la sua fidanzata di quattro anni Lauren McHale, sorella della tennista Christina McHale, il prossimo 31 marzo, e nella storia recente ci sono stati alcuni tennisti che hanno trovato nella stabilità della vita famigliare una solida base su cui costruire i progressi della propria carriera. Sanguinetti non ha dubbi che il matrimonio aiuterà Ryan: “Secondo me sposarsi lo aiuterà molto, perché [Lauren] mi sembra la ragazza giusta, lo aiuta parecchio, lo tiene calmo, rilassato, scherzano molto tra loro. Solo il tempo potrà dire se la loro unione è destinata a durare, ma secondo me [Lauren] è la donna giusta per lui per accompagnarlo per il resto della vita”.

Ora che il ranking di Harrison è tornato nei primi 50, con pochi punti da difendere fino a Wimbledon, la programmazione si è orientata verso i tornei del circuito maggiore. “Faremo Miami, Montecarlo, Madrid, Roma, tutti i tornei grossi. Ryan odia giocare i Challenger, vuole confrontarsi sempre con i migliori, anche se deve fare le qualificazioni, è un vero animale da battaglia”. Sugli obiettivi futuri Davide non si sbilancia: “Quest’anno per me è di studio, perché per esempio sulla terra non l’ho mai visto giocare. Secondo me può adattarsi bene al ‘rosso’, anche perché con quel servizio è sempre più facile giocare. Però il primo anno devo imparare a conoscerlo”.

Per il momento imparerà a tagliargli i capelli, non appena il ‘problema fotografie di nozze’ sarà superato…

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Nick Kyrgios: “So di essere fantastico per lo sport”. Ma non vuole essere trattato come Federer o Cilic

Da Washington, la versione di Kyrgios: “Non voglio scalare la classifica. Onestamente non me ne frega un c***o, vado in giro, gioco qualche torneo. E mi diverto. Invece di crocifiggere una personalità, potreste capire che sono diverso”

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L’ATP 500 di Washington in programma questa settimana è il quinto torneo a cui Nick Kyrgios parteciperà in questa stagione. E anche il quinto dall’inizio dall’inizio della pandemia. Tanto basterebbe a ricordare non solo il conflittuale rapporto del ventiseienne di Canberra con il tennis, bensì anche come “bolle” e restrizioni varie – in primis, riduzione del numero degli spettatori, quando non spalti completamente vuoti – abbiano avuto un forte impatto sulla sua attività professionistica.

Dopo l’infortunio agli addominali e il conseguente ritiro contro Auger-Aliassime al terzo turno di Wimbledon (il suo primo torneo fuori dall’Australia in un anno e mezzo), Kyrgios è rientrato ad Atlanta, sconfitto al secondo incontro da Norrie. Ora, dicevamo, si prepara a dare battaglia al Citi Open, dopo aver arricchito il media day con alcune dichiarazioni, al solito non banali, in cui ha tra l’altro ripreso e ampliato i temi citati in apertura, a partire dal rapporto con il pubblico che, nel suo caso, diventa spesso un interagire diretto. Lo ricordiamo proprio a Washington due anni fa, infatti, chiedere a una fan dove servire sul match point contro Gombos, scenetta che hai poi replicato con lo stesso successo contro Tsitsipas e in finale contro Medvedev.

Nick inizia allora spiegando che nell’evento della capitale Usa si sente quasi come se giocasse in Australia e aggiunge: “È che amo i fan. Puoi sentire l’energia attorno ai campi”. Perché il torneo, cancellato nel 2020, quest’anno si svolge a piena capacità per quanto riguarda il pubblico.

L’entusiasmo australiano pare tuttavia subire un repentino arresto parlando del suo ritorno a tempo pieno nel Tour: “Accidenti, non mentirò. Non è che mi manchi più così tanto. Cioè, ovviamente è bello essere rientrato, specialmente in questi tornei dove sono estremamente a mio agio e c’è tanto pubblico. È un abbastanza folle, non so. Quando vengo qui a giocare, sento delle vibrazioni. Ogni volta che sono a un torneo, sento che potrebbe essere la mia ultima volta che vengo a giocare. Mi sentivo allo stesso modo ad Atlanta. Non sono sicuro della mia attuale situazione. Mi sento strano riguardo alla carriera in questo momento. Ma ovviamente adoro essere tornato, vedere i miei amici nel Tour, farne parte. Amo interagire con i fan in questi giorni. So che con il Covid è rischioso. L’ho fatto per 45 minuti fuori dal torneo ad Atlanta. Penso che sia fantastico, è la parte migliore. Viaggiare non mi mancava per nulla, ma va bene lo stesso”.

Visto che, dopotutto, si tratta di competizioni per professionisti dove si contano i punti e i risultati, diventa pressoché obbligatorio domandargli se abbia ancora obiettivi da raggiungere nel circuito o se sia a posto così. Kyrgios : “Mi sento come se non giocassi più solo per me stesso ma per tante persone che possono identificarsi con me. Come quando ero giovane, non puntavo davvero a vincere Slam o cose del genere. Voglio dire, non amavo il tennis. Certo, immagino di essere diventato abbastanza bravo. Poi ho battuto tutti i top player e vinto qualche titolo. Ho la sensazione di essere piuttosto emblematico nello sport, nel senso di fare le cose a modo mio. Ora mi piace giocare per divertirmi. Essere semplicemente con i fan, dare loro qualche speranza è la parte che preferisco della mia carriera“.

Non sogno di avere l’occasione di giocare contro un top player, di mettere più topspin nel dritto, di diventare più forte domani” prosegue Kyrgios. “Non ho desideri del genere, anche se è impossibile da credere per gli appassionati. Non sto dicendo che vincere uno Slam non sarebbe fantastico, ma non è ciò a cui do valore. Di sicuro, mi piacerebbe affrontare Novak Djokovic allo US Open, è probabilmente il più grande di tutti i tempi. Però non ripenserò alla mia carriera dicendo, oh, no, non ho vinto quel match. Un incontro di tennis non vale quanto una sana relazione con la mia ragazza o con il mio migliore amico, che significano davvero qualcosa per me”.

Kyrgios, che poco sorprendentemente si definisce “un giocatore part-time, al momento” e non dà più per scontato alcun incontro o torneo, non ha mai smesso di tenere d’occhio quello che accade nel circuito, come dimostrano i suoi tweet, l’ultimo quello con cui ha preso di mira Casper Ruud per i suoi successi troppo facili. Ma la realtà che Nick ci offre è lontana dalle occasionali schermaglie sui social con qualche collega a tempo pieno. “Vado al mio ritmo” spiega. Non ho voglia di competere davvero, di tentare di scalare la classifica o vincere tornei. Posso mettere in scena uno spettacolo durante l’allenamento nel mio giorno di riposo, rendere felici i fan coinvolgendoli. Mi sento come a inizio carriera, senza preoccupazioni, ma allora ovviamente c’erano i coach, gente che mi diceva cosa fare, i punti da guadagnare. Ora, onestamente non me frega un c…, vado in giro, gioco qualche torneo. Così mi diverto.

Nick Kyrgios a Wimbledon 2021 (Credit: AELTC/Jon Super)

Se qualcuno si chiede se andarsene in giro tranquillo e rilassato sia una cosa realmente possibile per un tennista professionista, la risposta del nostro toglie qualsiasi dubbio: “Lo faccio ormai da sette anni…”. E riprende la questione Ruud, stavolta con un’analisi più seria, per dimostrare che i giocatori sono diversi tra loro e ciò che funziona per qualcuno può essere deleterio per altri. “Guarda Casper. Vincere tre tornei di fila non è affatto facile. È un grande giocatore con una disciplina eccezionale. Se quello è ciò che funziona meglio per la sua carriera, è fantastico. Altri giocatori preferiscono il divertimento. Credo che l’importante sia averli entrambi, un equilibrio che il mondo del tennis ha faticato ad accettare in passato. Ora però i tornei capiscono l’importanza di giocatori come me, altrimenti non mi userebbero tanto per la promozione. Si prendono cura di me perché sanno che io faccio tutto quello che posso per loro. Credo di essere una sorta di esempio che dimostra come il tennis abbia bisogno di includere anche certe personalità e far sentire tutti benvenuti. Ne avrà solo da guadagnare”.

Si può naturalmente obiettare che, con cinque tornei disputati da febbraio 2019 a oggi, non è che Kyrgios sia stato granché disponibile per quell’inclusione da lui auspicata. Ci deve essere un modo per aumentare le sue presenze sui campi. Kyrgios dribbla quella che potrebbe essere una domanda trabocchetto per chi va fiero del suo part time, spiegando il ruolo che hanno avuto la pandemia, i suoi rischi e i suoi effetti nel tenerlo lontano dal Tour. Ma, ribadita la necessità di avere certe ‘personalità’, arriva a parlare di salute mentale. “Nel profondo, so di essere fantastico per lo sport. E so di essere forte dal punto di vista mentale. La quantità di odio. di razzismo e di stronzate che mi sono preso dal Tour, dai fan, da tutto, avrei potuto… Sono stato venti volte peggio – opinione personale – rispetto a persone come Naomi Osaka che adesso parlano di disagio mentale”.

Qui Kyrgios pare scivolare nell’impossibile confronto “il tuo mal di testa è nulla confronto al mio”, errore peraltro non dissimile rispetto a coloro che si approcciano all’argomento salute mentale con scetticismo per via della sua “invisibilità”: se la radiografia non mostra nulla di rotto, non sei rotto. In ogni caso, prosegue: “Tutto quello che ricevono è stampa positiva, non messaggi pieni di odio. Non ricevono multe ridicolmente memorabili per aver tirato palle fuori dallo stadio e per violazioni del codice. Invece di emarginare e quasi crocifiggere una personalità, potreste dire, va bene, questo ragazzo è diverso, comportiamoci in un certo modo e non trattiamolo come un Roger Federer o un Marin Cilic. Dico solo che lo sport avrebbe potuto trascinarmi in un luogo buio e ci sono anche stato per un po’. Quanto è difficile mentalmente per un diciottenne essere uno dei tennisti più famosi in Australia, venire totalmente martellati dai media. Adesso sono cresciuto abbastanza da capire che sono tutte cazzate.

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Nadal da Washington: “Se avessi avuto scelta non avrei mai saltato Wimbledon e Olimpiadi”

Pronto a tornare in campo a Washington, Nadal ha parlato anche del potenziale Grande Slam di Djokovic: “Non sarà facile, ma sarà sicuramente il grande favorito dello US Open”

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Rafael Nadal - ATP Washington 2021 (via Twitter, @CitiOpen)

C’è tanta curiosità per il ritorno in campo di Rafa Nadal all’ATP 500 di Washington: l’ultimo match del maiorchino risale infatti alla semifinale del Roland Garros persa contro Djokovic al termine di un quarto set giocato in precarie condizioni fisiche. Nelle settimane successive, il 20 volte campione Slam ha rinunciato sia a Wimbledon che alle Olimpiadi, decidendo di tornare solo per lo swing nord-americano, ma durante la conferenza stampa pre-torneo ha voluto tranquillizzare sulle proprie condizioni: “Mi sento bene. Ho avuto qualche piccolo problema dopo il Roland Garros e quindi ho dovuto saltare due eventi a cui tengo molto, Wimbledon e le Olimpiadi, ma ora eccoci qua“.

LA CONVALESCENZA E IL RITORNO IN CAMPO

La decisione di saltare quei due tornei è stata estremamente sofferta, ma necessaria, come ha spiegato Rafa raccontando i postumi della stagione sul rosso: “Il mio corpo ha preso la decisione. Se avessi potuto scegliere non avrei mai saltato né Wimbledon né le Olimpiadi, ma purtroppo non ero in grado di competere dopo la stagione su terra. Ho avuto qualche problema al piede e non ho toccato la racchetta per 20 giorni. Poi ho iniziato ad allenarmi in maniera leggera, mezz’oretta alla volta, e ho continuato ad aumentare il carico. Il mio obiettivo era di essere pronto per questo torneo. Giocare qui allungherà la mia stagione sul cemento americano di una settimana, ma dopo aver saltato Wimbledon credo che fosse la cosa giusta da fare“.

Nadal difende 1000 punti in Canada (anche se è sicuro di tenerne almeno la metà in virtù delle modifiche al ranking) e 2000 allo US Open (stavolta senza paracadute, visto che lo Slam newyorchese si è disputato anche nel 2020), e quindi sa di dover essere al meglio: “Ovviamente mi sono preparato bene a casa, ma mi servono degli allenamenti più competitivi. Nei prossimi due giorni continuerò ad allenarmi con i giocatori presenti qui, giocare dei set con dei professionisti è ciò di cui ho bisogno in questo momento. Non so quanto mi ci vorrà per tornare al 100 percento, ma posso garantirvi che darò sempre il meglio, in ogni momento, e spero che questi ultimi giorni mi preparino al meglio per l’esordio. […] Spero di raggiungere il livello di cui ho bisogno questa settimana, o al massimo entro la fine della prossima“.

 

Uno dei suoi sparring d’eccellenza è stato Sebastian Korda, sul quale ha speso delle belle parole (e meno male, visto che è il giocatore preferito del Next Gen): “Seb è giovane, ha un bel fisico, serve bene e ha due buoni fondamentali da fondo; è un gran bravo ragazzo e un giocatore completo. Credo che nei prossimi anni farà grandi cose per il nostro sport, ho sempre pensato che avesse le carte in regola per diventare uno dei migliori al mondo. Vedremo cosa succederà, non è facile continuare a migliorare, ma penso che diventerà un top player“.

L’ESORDIO A WASHINGTON

L’altro grande motivo di interesse legato al comeback di Nadal è che abbia scelto un torneo dove non aveva mai giocato in carriera, a suo dire uno stimolo in più: “Sono elettrizzato all’idea di giocare il torneo di Washington per la prima volta, è un evento con tanta storia. […] Non gioco in America da oltre un anno [quasi due in realtà, nel 2020 ha giocato solo il torneo messicano di Acapulco, ndr], sono felice di poterlo fare in uno stadio pieno, non siamo più abituati a farlo. […] L’organizzazione del torneo è fantastica, non potrò mai ringraziare abbastanza il proprietario dell’evento perché ha sempre mostrato grande interesse nel vedermi giocare qui a Washington“.

A quanto pare, però, Rafa non è rimasto impressionato solo dal torneo in sé: “Giocare un torneo per la prima volta è sempre bello, questo lavoro mi dà la possibilità di visitare le città più importanti del mondo. Washington è davvero una bellissima città, ho avuto modo di visitarla un pochino negli ultimi due giorni e sono davvero impressionato, spero di poter continuare a vederla nel prosieguo della settimana, è molto più verde e con molti meno grattacieli rispetto alle altre grandi città americane“.

IL GRANDE SLAM DI DJOKOVIC

Non poteva infine mancare una domanda sul tema che ha dominato il 2021 dell’ATP Tour: riuscirà Novak Djokovic a fare il Grande Slam (e al contempo a superare Federer e Nadal conquistando lo Slam N.21)? Nadal sembra dargli grandi possibilità, e sarebbe strano il contrario: “Beh, ne ha già vinti tre, quindi chiaramente ne può vincere quattro! Giocherà sulla sua superficie preferita, quindi perché non dovrebbe farcela? Certamente non sarà facile, saranno in tanti a volersi aggiudicare l’ultimo Slam della stagione, ma di sicuro sarà uno dei grandi favoriti, anzi, probabilmente il favorito principale. Ciò che ha fatto quest’anno è straordinario, e credo possa riuscire a fare il Grande Slam“.

Qui il tabellone aggiornato di Washington

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Cosa c’è nella vittoria di Danielle Collins a Palermo

PALERMO – “Non so se avrei potuto continuare a giocare senza l’operazione”. Danielle Collins ha rischiato di perdere il tennis a causa dell’endometriosi. Ora l’ha ritrovato, anche grazie alla Sicilia

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Danielle Collins con il trofeo - WTA Palermo 2021 (foto Pasquale Ponente)

Non serviva la vittoria del Ladies Open di Palermo, la prima nel circuito maggiore, per scoprire quanta personalità abbia Danielle Collins. È però servita per indagarla da una prospettiva differente, certamente più intima ma non per questo meno debordante.

La sua cifra sportiva e caratteriale è affrontare avversarie e giornalisti con fare aspro, quell’asprezza concepita in una notte d’amore da mamma esuberanza e papà spirito agonistico. La sua personalità un po’ ‘bitchy’, come l’avevamo definita un annetto fa in occasione del raggiungimento dei quarti al Roland Garros autunnale quando aveva sforacchiato l’avventatezza di un giornalista troppo interessato alle bolle e poco al suo tennis, è stata ammorbidita dall’influsso materno della Sicilia. E dai mesi difficili attraverso cui è dovuta transitare: l’operazione di marzo per risolvere l’endometriosi, lei che già deve convivere con l’artrite reumatoide, la solitudine tipica del tennista (in questo caso anche senza coach), il timore di non poter più tornare a certi livelli.

Quello che ho passato negli ultimi due anni è qualcosa che nessuno vorrebbe affrontareci ha detto Danielle.Ma credo che queste sfide mi abbiano motivato ancora di più, perché molte persone mi hanno detto che non sarebbe stato possibile tornare al massimo, specialmente per via dell’operazione; soffrivo di mal di schiena continui, tutti i giorni, ormai mi ero abituata e l’operazione mi ha dato grande sollievo”. 

 

L’endometriosi non è un disturbo banale; cellule appartenenti alla cavità interna dell’utero, quelle che si sfaldano provocando il sanguinamento tipico del ciclo mestruale, finiscono in zone diverse del corpo e possono provocare molti disturbi, tra cui il dolore cronico con cui la tennista statunitense è stata costretta a convivere per molti anni. Nel corso dell’intervista che abbiamo svolto su Zoom poco dopo la cerimonia di premiazione del torneo, Danielle ha scherzato sull’operazione, dimostrando quella brillantezza di pensiero che già le riconoscevamo – lei che per diletto scrive sceneggiature teatrali, giusto per mettere le cose in prospettiva.

I chirurghi hanno fatto una serie di ‘cose’ (le hanno anche rimosso una cisti ovarica grande come una palla da tennis, ndr) degli aggiustamenti nell’area della vescica, dell’intestino, e hanno riportato l’utero… nel posto in cui doveva stare! (qui si è fermata per sorridere, ndr). Mi ha fatto sentire molto meglio e mi ha consentito di giocare match più lunghi, di allenarmi tutti i giorni senza provare quella sensazione di agonia fisica di inizio anno e un po’ di tutta la vita. Non so se avrei potuto continuare a giocare senza l’operazione”.

Danielle Collins – WTA Palermo 2021 (foto Pasquale Ponente)

Il successo di Palermo, netto al punto che Collins ha vinto tutti e dieci i set disputati, è figlio anche della volontà di disputare un torneo un po’ penalizzato dalla sovrapposizione con il torneo olimpico. “La Sicilia era nella mia ‘bucket list’ da due anni, assieme a Budapest; volevo andarci a fine 2020 ma non ci sono riuscita. Quando ho visto i due tornei in calendario non ci ho pensato un attimo e ho deciso di andarci; sono state due settimane molto divertenti per me”. E infatti sono arrivati una semifinale e un titolo. 

Daniele però invita anche chi non ha bisogno del potere taumaturgico della Sicilia per vincere un torneo di tennis a visitarla: “Sono posti in cui un americano non viaggia spesso, perché sono molto lontani. L’hotel, la vista del mare, le barche, i ristoranti, il cibo italiano: tutte queste cose mi hanno colpito appena sono arrivata. Una delle cose che ammiro di più dell’Italia è come riesca a preservare la storia senza sforzi. Vedere tutti questi edifici antichi è affascinante; dove vivo io non c’è niente di simile e alla costruzione di un palazzo ne segue semplicemente un’altra. Amo la storia e ogni cosa qui; i colori, l’architettura. Spero di poter andare anche in Sardegna il prossimo anno”. 

Al termine dell’intervista, l’addetto stampa del torneo Antonio Cefalù – che ringraziamo assieme a tutta l’organizzazione del torneo per l’ospitalità – ci svelerà anche l’ultima richiesta di Danielle prima di lasciare l’isola: uno shooting fotografico a Mondello, che ospita la spiaggia più famosa di Palermo a poco meno di un paio di chilometri dal Country Club, per farsi immortalare con il nuovo abito Gucci e il nuovissimo trofeo. “Però prima trovatemi un parrucchiere”, avrebbe aggiunto. A rispondere alle nostre domande si era presentata con i capelli ancora umidicci, gli occhi stanchi e felici della vittoria, esondante in risposta a ogni domanda. Non sorprende: chi è felice vuol parlarne, mica tenersela per sé.

Danielle Collins a Mondello (dal suo profilo Instagram)

Soprattutto se non ha neanche un allenatore con cui condividere viaggi e allenamenti, successi e insuccessi. “Vincere questo torneo in questo modo, da sola, è ancora più speciale. Da un paio di anni era un mio obiettivo” racconta Danielle. Che poi approfondisce il suo rapporto conflittuale con gli allenatori, figure raramente stabili nel suo box. Nel 2019 ad Acapulco aveva conosciuto Thomas Couch, giocatore di football australiano e fitness trainer (ha lavorato anche con de Minaur), iniziando poi in ottobre a lavorare con lui per la parte atletica, trasformandolo in una sorta di coach-accompagnatore e poi iniziando anche a frequentarlo fuori dal campo. In una delle partite più importanti della sua carriera, i quarti del Roland Garros 2020 contro Sofia Kenin, con lei c’erano Nicolas Almagro (!) all’esordio di una collaborazione che poi non è germogliata e lo stesso Tom Couch, addirittura invitato da Danielle ad abbandonare il box durante la partita perché, a sua dire, la stava distraendo.

Si è spesso parlato di Zverev e Kyrgios, definiti rispettivamente difficile e impossibile da allenare, ma anche Danielle non scherza da questo punto di vista. Per me è sempre stato difficile trovare un coach fisso, sin da quando sono diventata professionista. Al college (dove ha vinto due titoli NCAA, nel 2014 e nel 2016, ndr) avevo due coach full time con cui ho lavorato per tre anni e conosco i progressi che si possono fare lavorando per così tanto tempo con una persona. Poi, però, spesso iniziavo con un coach e dopo qualche settimana dovevo già cambiare, saltellavo qui e là. Questo non mi dava la serenità necessaria a guidare il mio gioco nella direzione migliore. Quindi finché non trovo la situazione giusta, devo fare delle cose da sola”.

E così, da sola, Danielle si è presa la rivincita su Elena Gabriela Ruse che l’aveva sconfitta ad Amburgo sulla strada che avrebbe condotta la rumena verso il suo primo trofeo. Nonostante l’esito opposto, i due match hanno avuto un tratto comune: il medical time out chiesto da Ruse. In Germania ha ‘aiutato’ Ruse a vincere la partita, a Palermo Collins non si è lasciata distrarre quando la sua avversaria, nel quinto game del secondo set, si è accasciata per terra palesando un generico malessere. Che la reputasse una sceneggiata è parso evidente sin da subito, poiché è rimasta nella sua metà di campo e poi ha addirittura chiesto di parlare con il supervisor per lamentarsene.

Danielle Collins ed Elena Gabriela Ruse – WTA Palermo 2021 (foto Pasquale Ponente)

Ad Amburgo ero avanti nel punteggio nel terzo set dopo aver vinto il secondo, ero al servizio, e lei ha chiamato MTO. Poi è tornata e il trucco… ha funzionato, ha giocato un gran tennis e ha vinto la partita. A Palermo è successa la stessa cosa: chiaro, è permesso dalle regole, ma come ho detto al supervisor è qualcosa a cui il tour dovrebbe prestare attenzione. In ogni caso, mi auguro che per lei sia tutto ok”.

Via il sassolino dalla scarpa. Poi qualche pensiero sull’urlo acutissimo che ha accompagnato il match point palermitano; cosa conteneva, oltre alla gioia spicciola di vincere un torneo?Avessi vinto o perso la finale, ce l’avrei fatta comunque. Sono tornata dov’ero prima dell’operazione di quattro mesi fa. Il terzo turno a Parigi e il secondo a Wimbledon mi hanno incoraggiato, mi sono resa conto che la mia resistenza stava aumentando. Ho amato ogni minuto trascorso sul campo a Palermo perché non abbiamo avuto i tifosi per molto tempo e qui invece c’erano; portano sempre una grande energia. Anche se a volte tifano per te a volte no“. Qui sorride. Il riferimento è alla claque reclutata da Ruse per le strade del centro di Palermo, dove la tennista rumena ha conosciuto dei ragazzi italiani e ha deciso di offrire loro un posto in tribuna per tutta la settimana, ricevendone in cambio incitamenti costanti. Una claque in piena regola, come dicevamo.

A Danielle, in finale, ha fatto gioco pure questo. “Il sostegno del pubblico è una cosa che tutti gli atleti vogliono avere quando competono. Probabilmente è stato il mio miglior match dalla pandemia“. Da Palermo, Danielle Collins porta a casa una consapevolezza preziosa come gli intarsi della Cappella Palatina del Palazzo dei Normanni. Una consapevolezza che ha tanti sapori, tante influenze. Proprio come la città in cui è germogliata.

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