Sanguinetti-Harrison, il futuro è… calvo! – Ubitennis

Interviste

Sanguinetti-Harrison, il futuro è… calvo!

Davide Sanguinetti ci parla del suo nuovo pupillo Ryan Harrison e di come la prima vittoria ATP dopo poche settimane di collaborazione lo abbia lasciato senza… capelli

Vanni Gibertini

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C’è un po’ d’Italia in una delle storie più positive del mese di febbraio nel nostro piccolo universo tennistico. Ryan Harrison, il teenager che si era affacciato prepotentemente sul circuito ATP all’inizio del millennio e che sembrava dovesse essere il Messia tanto atteso dal tennis statunitense, ha vinto il suo primo torneo ATP a Memphis ed è tornato nei primi 50 del mondo, dopo diversi anni trascorsi ad arrancare nelle retrovie. Un gioco che sembrava essersi tecnicamente involuto ed una serie di problemi fisici e mentali sembravano avergli fatto smarrire quella strada da predestinato che lui sentiva come sua, lasciandolo a combattere i suoi mille dubbi nell’antinferno del circuito Challenger.

Dopo aver considerato l’ipotesi di saltare tutta la seconda metà della stagione 2016 e di rivalutare tutte le sue priorità, Harrison ha iniziato la sua rinascita disputando una buona campagna estiva sul cemento americano (culminata con la vittoria a Flushing Meadows su Milos Raonic) e trovando un assetto stabile nella sua vita professionale. Di questo assetto fa parte anche l’italiano Davide Sanguinetti, toscano di Viareggio, ex Davisman azzurro con un career best di n. 42 ed ora apprezzato allenatore che ha lavorato, tra gli altri, con l’americano Vincent Spadea e con la russa Dinara Safina. “Lo scorso anno, qualche settimana prima di Wimbledon, Harrison è venuto da me perché voleva parlarmi – ci ha detto Sanguinetti quando lo abbiamo raggiunto nel ristorante dei giocatori di Indian Wells – ci conoscevamo già, mi ha chiesto se potevo andare a vedere qualche sua partita, ed io l’ho fatto. Lui ha avuto molto piacere di vedermi in tribuna e qualche mese dopo, durante il torneo di Shanghai, mi ha chiesto di seguirlo come suo allenatore per il 2017”.

Harrison è sempre stato seguito dalla federazione americana USTA, che gli ha di volta in volta affiancato vari tecnici, tra cui gli ex giocatori Jay Berger e Brad Gilbert. Tuttavia Ryan ha sempre avuto un legame molto forte con il padre Pat, che è stato il suo primo allenatore e con cui a volte è arrivato ai ferri corti durante i match: famoso l’episodio nel quale Ryan, durante un cambio di campo, gli disse chiaramente di andarsene dalla tribuna. La figura del padre ed il carattere non facilissimo di Ryan gli ha causato notevoli difficoltà nel corso degli anni a trovare un assetto stabile per il suo team di lavoro. Dall’inizio del 2017 invece sembra che sia arrivata la quadratura del cerchio con il “trinomio” (come l’ha definito lo stesso Sanguinetti) composto da Davide, Ryan ed il coach USTA Peter Lucassen. Peter tuttavia è anche il coach di Ernesto Escobedo – ha spiegato Sanguinetti – e siccome Ryan voleva qualcuno che lo seguisse in tutti i tornei, mi ha chiesto se ero disponibile. Inizialmente ero un po’ titubante, perché ho un contratto in essere con il giocatore cinese Wu Di, però non potevo farmi scappare l’occasione di allenare un giocatore di questo tipo, e fortunatamente Wu ha capito, così quando l’agente di Harrison mi ha chiamato in dicembre per iniziare la collaborazione durante gli Australian Open, sono stato lieto di accettare”.

 

Tra i giocatori seguiti da Sanguinetti c’è poi anche il giapponese Go Soeda: “Sono sei anni che lavoriamo insieme, mi ha chiesto di seguirlo solo per 10 tornei, non potevo dirgli di no”. E quando ci sediamo nell’ombra ventilata del patio antistante il ristorante, Davide è proprio reduce da quasi tre ore di match del nipponico, seguito sotto il sole potentissimo del deserto californiano: “Sono tutto rosso come un peperone, soprattutto ora che non ho più capelli…”. Togliendosi il cappellino Sanguinetti sfodera infatti una pettinatura… per così dire “minimalista”, frutto di una scommessa fatta con Harrison: “Ci eravamo detti che al primo torneo vinto ci saremmo rasati a zero. E così dopo la vittoria di Memphis ho dovuto farlo. La scommessa prevedeva che avesse dovuto farlo anche Ryan, tuttavia dal momento che a fine mese si sposa, la sua fidanzata Lauren ha chiesto di posporre il taglio a dopo la cerimonia, in modo da non rovinare le fotografie. Ma ho già la macchinetta pronta: appena viene un po’ più caldo, probabilmente a Montecarlo, provvederò personalmente a ‘riscuotere quanto dovuto’ “.

Harrison non ha la reputazione di essere un carattere facile, le sue esternazioni in campo sono ben note, e la girandola di allenatori che si è susseguita al suo angolo non depone certo in suo favore. “Ryan è un bravo ragazzo – ci dice però Sanguinetti – e questo è già un ottimo punto di partenza. Poi dal mio punto di vista ho sempre voluto allenare un giocatore con un gran servizio, perché comunque è più semplice giocare quando si ha a disposizione un’arma di quel tipo. Sono stato molto felice che mi abbia chiesto di allenarlo, perché vuol dire che crede in me, ed io credo in lui. Per me ha un grande potenziale, può arrivare nei primi 30 già entro quest’anno. Ha tanti margini di miglioramento, soprattutto nel rovescio, che è molto a corrente alternata, e bisogna incanalarlo nella direzione giusta. Il dritto può spingerlo molto di più, ed a volte gioca in maniera troppo difensiva, fidandosi delle sue notevoli dote atletiche”.

Durante la sua carriera ha avuto qualche problema sia mentale sia fisico – continua Sanguinetti – e quando non sta bene diventa più timoroso, ed anche il servizio ne risente. C’è un ristretto gruppo di persone che lui ascolta molto, a partire da Andy Roddick, che vive ad Austin come lui, ma anche suo padre, la fidanzata, ed in questo momento anche i due allenatori. Il fatto che abbiamo iniziato a vincere subito certamente ha aiutato, però al momento il nostro ‘trinomio’ funziona”.

È indubbio che una delle zavorre più ingombranti che Harrison ha dovuto portarsi dietro per tutta la prima parte della carriera è stato il peso delle grandi aspettative che il tennis americano ha riposto in lui, così come le grandi aspettative che lui stesso ha sempre riversato sulla sua carriera: i suoi obiettivi sono stati sempre quelli massimi, vincere Slam, arrivare al n.1 e vincere la Coppa Davis.Arrivare a n.1 e vincere Slam è anche una questione di fortuna – ci dice Davide – Non tutti riescono a vincere gli Slam, chi ne vince uno ha avuto anche tanta fortuna. Dire che la vittoria in uno Slam per lui è un obiettivo utopico non è giust, soprattutto mentre ci sono ancora in giro questi mostri sacri che comandano in quei tornei, ma si può comunque ambire a fare ottimi risultati”.

Come detto Ryan convolerà a giuste nozze con la sua fidanzata di quattro anni Lauren McHale, sorella della tennista Christina McHale, il prossimo 31 marzo, e nella storia recente ci sono stati alcuni tennisti che hanno trovato nella stabilità della vita famigliare una solida base su cui costruire i progressi della propria carriera. Sanguinetti non ha dubbi che il matrimonio aiuterà Ryan: “Secondo me sposarsi lo aiuterà molto, perché [Lauren] mi sembra la ragazza giusta, lo aiuta parecchio, lo tiene calmo, rilassato, scherzano molto tra loro. Solo il tempo potrà dire se la loro unione è destinata a durare, ma secondo me [Lauren] è la donna giusta per lui per accompagnarlo per il resto della vita”.

Ora che il ranking di Harrison è tornato nei primi 50, con pochi punti da difendere fino a Wimbledon, la programmazione si è orientata verso i tornei del circuito maggiore. “Faremo Miami, Montecarlo, Madrid, Roma, tutti i tornei grossi. Ryan odia giocare i Challenger, vuole confrontarsi sempre con i migliori, anche se deve fare le qualificazioni, è un vero animale da battaglia”. Sugli obiettivi futuri Davide non si sbilancia: “Quest’anno per me è di studio, perché per esempio sulla terra non l’ho mai visto giocare. Secondo me può adattarsi bene al ‘rosso’, anche perché con quel servizio è sempre più facile giocare. Però il primo anno devo imparare a conoscerlo”.

Per il momento imparerà a tagliargli i capelli, non appena il ‘problema fotografie di nozze’ sarà superato…

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Australian Open

Australian Open: Halep, lupa solitaria. Azarenka crolla, Genie sfida Serena

Così lontane, così vicine. Cosa hanno in comune Bouchard e Williams? La numero uno del mondo si vendica di Kanepi: “Non ho aspettative”. Vika Azarenka in lacrime: “Perché tutto questo?”

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Tra lacrime, vendette e felici ritorni si è chiusa la seconda giornata dell’Australia Open 2019, che ci consegna il quadro completo dei primi turni. Serena Williams dopo due anni ha rimesso piede su quella Rod Laver Arena in cui festeggiò il 23esimo Slam della sua carriera. Un ritorno a Melbourne sul velluto il suo. Solo due giochi concessi a Tatjana Maria, un’ottima prestazione per iniziare al meglio la rincorsa al record di 24 Slam ancora nelle mani di Margaret Court. Al secondo turno però gli occhi non saranno tutti puntati su di lei. Ciò non capita molto spesso, ma quando dall’altro lato della rete c’è Eugenie Bouchard è più che comprensibile. L’amatissima tennista canadese, tornata in top 100 da pochi mesi, ha battuto in meno di un’ora Shuai Peng in un match che sembrava ben indirizzato già dai primi punti.

Genie ha qualche chance di sorprendere Serena in un secondo turno Slam? Le speranze sono esigue, la fiducia non è al massimo, ma Bouchard ha – finalmente – buone sensazioni: “Ora sono felice. Mi diverto in campo e sento che negli ultimi mesi ho fatto dei miglioramenti importanti. Ho giocato in modo solido negli ultimi tornei, mi sono goduta le partite e anche gli allenamenti. Questo è molto importante, perché ho avuto molti momenti in cui non mi sono divertita tanto.” Se guardassimo solamente i due palmares, la sfida avrebbe pochissima risonanza mediatica, ma l’enorme seguito di tifosi che sperano di vedere una versione di Bouchard nuova – e soprattutto vincente – amplifica in modo anche eccessivo le voci sulla prossima partita. E i media cavalcano l’onda.

Le domande dei giornalisti hanno tuttavia evidenziato un tratto comune tra Serena e Genie, le quali apparentemente condividono davvero poche cose. “Sarà un gran match” ha detto Williams, “lei gioca molto bene. Apprezzo molto il fatto che non abbia mollato. La gente la dà per finita e lei non si lascia turbare da questo. Continua a lottare e a fare ciò che deve.” La voglia di rialzarsi sempre e di non mollare mai nonostante le mille voci in circolazione è un tratto caratteristico non solo della canadese anche della carriera di Serena, sebbene quest’ultima lo abbia fatto sempre a livelli straordinari. Bouchard ha elogiato così la sua prossima avversaria: “Ammiro la longevità della sua carriera e il suo dominio negli anni, ma ovviamente ammiro anche il fatto che sia ritornata forte così tante volte, dopo gli infortuni, dopo la gravidanza”.

 

Dopo aver deluso così tante aspettative (spesso troppo elevate) è complicato parlare di una Bouchard pronta al grande salto. Ma a volte proprio un match apparentemente impossibile da vincere può determinare la svolta. Chi può dire che sia troppo tardi?

Serena, come all’ultimo US Open, si trova nell’ottavo della prima testa di serie, Simona Halep. Anche a Flushing Meadows la rumena si era trovata di fronte l’estone Kaia Kanepi al primo turno e il match si era concluso piuttosto male per lei, così tanto da liquidare in questo modo le domande dei giornalisti su quell’incontro: “E’ passato. Quel torneo per me non esiste più.” I brutti ricordi di quel perentorio 6-2 6-4 e la striscia aperta di cinque sconfitte consecutive rendevano l’esordio di Simona all’Australian Open un’autentica trappola, dalla quale è dovuta uscire senza l’aiuto di Cahill. La finalista uscente affronterà questa prima parte di stagione senza un allenatore, dopo aver chiuso l’esperienza con il coach che l’ha fatta diventare grande: “Com’è venire in Australia senza Darren? Strano e difficile (sorride). Lui però è qui, mi dà qualche consiglio e gli sono grata per essermi così vicino. Siamo amici anche se non abbiamo più il rapporto coach-giocatore.

Ora spetta solo a lei ricercare il giusto approccio al match e in questo primo turno l’ha fatto nel modo giusto. Dopo essere stata bombardata per più di un’ora da Kanepi, Halep ha vendicato la sconfitta patita qualche mese fa rimontando un set e un break di ritardo e ha raggiunto il secondo turno: “Sì, non vincevo un match da Cincinnati, ma se penso a tutte queste cose prima di un match non potrei più giocare a tennis. Ho preso un rischio arrivando tardi in Australia, ma avevo bisogno di passare del tempo a casa. Mi sono detta di non avere aspettative venendo qui. Nessuna pressione. Solo dare il mio meglio e trovare il ritmo giusto. Ora ho fatto un passo in avanti, non mi sento a un alto livello, ma sono motivata.”

Non è stata una buona giornata invece per Victoria Azarenka, due volte campionessa a Melbourne nel 2012 e 2013. La bielorussa è stata eliminata da Laura Siegemund dopo aver vinto il primo, un brutto colpo per Vika, che si è presentata in conferenza stampa con il morale sotto i piedi. Non l’ha aiutata affatto la domanda di un giornalista, che le ha chiesto cosa le dà la forza di superare tutte le sfide che sta affrontando da quando è nato suo figlio. La tennista è scoppiata in lacrime:Ho dovuto affrontare molte brutte cose nella mia vita. Mi chiedo perché, penso che questo mi renda più forte. Almeno vorrei crederci. A volte ho solo bisogno di tempo, di pazienza e un po’ di supporto”.

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Australian Open

Shapovalov tra Twitter e court dopo l’esordio: “Sto giocando alla grande”

Espulso dalla nota rete social per presunte irregolarità nella comunicazione anagrafica, il canadese ha brillantemente superato il primo turno dell’Australian Open. E in conferenza ha chiacchierato parecchio

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Tutto sotto controllo per Denis Shapovalov, apparso fresco come un fiore di campo nella conferenza stampa seguita alla facile vittoria su Pablo Andujar nel giorno dell’esordio a Melbourne. Il (quasi) ventenne canadese è apparso in forma sfolgorante, con tanto di taglio di capelli rimodellato sul corto, dopo il passo falso commesso ad Auckland un paio di settimane fa, quando Denis ha dovuto ingoiare un’inopinata sconfitta contro Joao Sousa, non certo il principe delle superfici rapide. “Ma lui in Nuova Zelanda ha giocato bene, e io mi stavo ancora rodando”. In effetti, com’è arcinoto, Shapovalov si è sottoposto a una preparazione invernale molto severa, accompagnato nel raggiungimento dello scopo dal nuovo coach Rob Steckley: a quanto pare la collaborazione tra i due si è rivelata prodiga di frutti, dal momento che Steckley, ingaggiato ad interim lo scorso settembre, avrebbe dovuto “provare” solo fino al termine della passata stagione. “Ci stiamo trovando bene, abbiamo studiato varie soluzioni per portare il mio gioco a un livello successivo e più alto e forse proprio per questo motivo ho faticato sia contro Sousa ad Auckland, sia contro Sock al Kooyong Classic. Soprattutto in Nuova Zelanda avevo ben preciso in mente quello che dovevo fare, ma semplicemente non riuscivo a portare il lavoro a termine, soprattutto a causa di errori con il dritto. Quando si prova qualcosa di nuovo è normale che sia così: gli stessi dritti che con Sousa uscivano oggi sono entrati”.

Ha voglia di interloquire, Denis, forse perché detta possibilità gli è stata preclusa su Twitter: secondo quanto ha fatto sapere il giocatore, apparso scherzosamente (ma non troppo) preoccupato dalla faccenda, il noto social fondato a San Francisco gli avrebbe sospeso l’account per verifiche sui suoi dati anagrafici. “Hanno messo in piedi delle complicazioni assurde perché ritengono che io mi sia iscritto quando ero troppo giovane, quindi mi hanno chiesto di spedire una lettera con la certificazione di un genitore. Fa ridere vero? Se qualcuno di influente è in ascolto, mi aiuti a essere riammesso!”.

Di buon umore, e ci mancherebbe altro: dei sessantaquattro qualificati al secondo round, “Shapo” è parso tra i più brillanti, e il corridoio verso i sedicesimi con presumibile vista su Novak Djokovic pare essere piuttosto sgombro: “Ma Taro Daniel – il suo prossimo rivale – è pericoloso. Dovrò prestare molta attenzione, del resto lui a New York qualche anno fa è stato sopra di un set e un break contro Rafa Nadal”.

 

Dichiarazioni di circostanza in favore del terraiolo giapponese a parte, Denis può fare un buon torneo, ed entro la fine del 2019 in molti si attendono da lui il grande salto. In primis i vertici dell’ATP, sempre alla spasmodica ricerca di nuove star da affiancare alle veterane leggende over 30, che vedono nel canadese una delle vedette in grado di vendere, e vendere bene, il prodotto nel futuro prossimo. “Sono entusiasta di quello che sta avvenendo e avverrà nel circuito in termini di ricambio generazionale. Ci sono molti talenti, provenienti da molte nazioni diverse, che adottano stili parecchio differenti. Io, Tsitsipas, Tiafoe, De Minaur: naturalmente i primi della classe dominano ancora e saranno in giro per molto tempo, quindi dobbiamo salire di livello”.

Shapovalov promette di installarsi ai vertici di un circuito in fase di piena trasformazione, una trasformazione che lo aggrada, a quanto pare: “Dall’anno prossimo l’ATP Cup permetterà a tutti di preparare meglio l’Australian Open, e girerà a tutti i giocatori molti soldi utili a foraggiare l’attività professionistica. In generale il mondo delle competizioni a squadre si sta evolvendo in un modo che sono molto curioso di esplorare”. Il tutto sotto l’occhio vigile dei grandi rappresentanti dei giocatori in seno al fatidico Council: “Sono molto giovane, e anche se ho le mie idee non mi sento di entrare in una stanza e svelare il mio punto di vista con decisione. Ciò non vuol dire che non ragioni su moltissimi aspetti della vita nel Tour, ma non mi sento ancora arrivato a quella fase della carriera in cui posso pretendere di essere ascoltato con attenzione. Del resto oggigiorno mi sento tutelato da grandi uomini come Novak Djokovic, Kevin Anderson, Robin Haase e Vasek Pospisil, non potrei chiedere di meglio”.

Forse solo una cosa, giusto per essere onesti: “La settimana scorsa ho fatto una seduta d’allenamento con Roger e mi dicevo è impossibile, quello dall’altra parte della rete si chiama Roger Federer e ritiene che il mio livello sia sufficiente ad allenarlo, ero in stato di shock”. Pare che Roger abbia espresso pareri entusiastici sullo stile di gioco del canadese: “Lo ringrazio, ma mi ha distrutto”. Per superare i vecchietti ce ne vuole ancora un po’.

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Australian Open

Federer: “Sapere di Andy è stato uno shock”. Djokovic: “Sono stato male per lui”

MELBOURNE – Nelle dichiarazioni pre-torneo tutto il rammarico di Roger e Novak per il ritiro di Murray

Luca Baldissera

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Roger Federer nella conferenza stampa pre-torneo - Australian Open 2019 (foto @AustralianOpen Twitter)

da Melbourne, il nostro inviato

ROGER FEDERER

Cosa pensi del ritiro di Andy Murray? Quanto è stato difficile, secondo te, prendere questa decisione?
Beh, purtroppo credo che in questo caso sia stato il suo corpo a prendere la decisione per lui. Devono essere stati due anni duri per lui. Mi ricordo quando abbiamo giocato a Glasgow, sapevo quanto non stesse bene allora. Facevo fatica a credere che riuscisse a giocare, ma era per una buona causa, e sentiva di essere in grado di farlo. Credo che tutti possano capire, quando ti rendi conto che non potrai mai tornare al 100% è comprensibile arrivare a questa decisione. Ero triste, deluso, è stato uno shock sapere che lo avremmo perso, ma sappiamo che prima o poi una fine arriva per tutti.

 

Com’è andata la preparazione invernale? Hai cambiato qualcosa quest’anno?
Non ho fatto alcun cambiamento, ho potuto lavorare più intensamente di quanto mi aspettavo, ma non ho fatto variazioni in vista di un’eventuale stagione sulla terra rossa. Dopo mi sono sentito bene, il mio corpo mi ha consentito di allenarmi come programmato e anche di più.

Come sono cambiate le tue sensazioni fisiche, da atleta di oltre 37 anni? Rispetto a 10 anni fa cos’è cambiato?
Con l’età si impiega più tempo a recuperare dai piccoli traumi, dai doloretti. Probabilmente ogni giocatore ha un punto debole, per alcuni è l’anca, per altri il ginocchio, o la spalla, eccetera. E gli infortuni a quelle parti del corpo impiegano di più per guarire.

La Hopman Cup ti ha dato più convinzione?
Ha funzionato tutto molto bene, come nell’ultimo paio di anni. Sempre molto divertente giocare in squadra con Belinda, il pubblico a Perth è incredibile. E poi, logisticamente, venendo da Dubai è comodo, il fuso orario non è pesante da assorbire.

Lo scorso anno dicesti di non avere la sensazione che avresti vinto. Come ti senti quest’anno?
Sento di stare giocando bene, certo Denis (Istomin n.d.r.) è un avversario pericoloso, gioca bene sui campi veloci, me lo ricordo quando battè Novak qui due anni fa.

Ritornando al discorso riguardante la forma fisica, durante la loro carriera Rafa, Novak e Stan hanno avuto problemi più seri dei tuoi. Qual è il motivo della tuo essere così in forma alla tua età, secondo te?
C’è bisogno di un po’ di fortuna, magari qualche anno fa un piccolo intoppo l’ho avuto con l’incidente al ginocchio in bagno. Ma ormai conosco e capisco bene il mio corpo, so quando posso giocare, so quando devo fermarmi. In parte può anche essere il mio stile di gioco, ma anche se tutti mi dicono che sono fluido nei colpi, per ottenere questo ci vuole moltissimo lavoro.

NOVAK DJOKOVIC

Cosa si prova a giocare uno Slam che senti quasi come casa tua?
Lo chiamano lo Slam felice (Happy Slam) per un motivo! L’atmosfera è fantastica, anche in giro per la città ci sono un sacco di vibrazioni positive, e poi qui a Melbourne c’è una numerosa comunità serba, che mi sostiene tutti gli anni.

Domanda inevitabile su Andy Murray: vi siete allenati insieme l’altro ieri, ti sarai sicuramente accorto delle sue difficoltà, hai forse trattenuto un po’ il braccio?
No, ho spinto come al solito. Era ovvio che avesse dei problemi, Andy è stato per anni uno dei giocatori più in forma del circuito, uno di quelli che ti rimanda sempre una palla in più. Le nostre carriere sono state simili, fin dagli junior. Siamo nati a una settimana di distanza, abbiamo giocato insieme e contro per tutta la vita, anche tecnicamente il suo tennis è simile al mio. Sono stato male per lui a vederlo così in difficoltà. Andy è amatissimo e rispettato da tutti negli spogliatoi, è una leggenda del nostro sport, plurivincitore Slam, due ori Olimpici, la Coppa Davis.

Hai vinto qui la prima volta 10 anni fa. Cosa si prova a difendere un titolo Slam?
Nel 2008 ero un ragazzino che sgomitava per emergere, vincere qui è stato incredibile. La seconda volta è stata molto diversa, le prospettive cambiano. Ho dovuto aspettare diverso tempo per fare nuovamente un exploit simile.

Ieri il player’s council ha votato per la sostituzione del presidente ATP a fine anno. In qualità di presidente del council, credi che ci sia voglia di cambiamento da parte dei giocatori?
Non so come tu abbia avuto questa informazione, sono cose riservate, non posso commentare nulla al riguardo. Sul prize money, siamo soddisfatti dell’andamento generale. C’è una discussione in corso con gli Slam, lo scopo è ottenere più montepremi per i primi turni, e per le qualificazioni. Dovrebbero esserci più di un centinaio di giocatori che possono permettersi di viaggiare per il tour e vivere bene di tennis.

Andy era incredibilmente rispettato anche dalle giocatrici e dalla WTA. Cosa credi si possa fare per far sì che ci sia un’armonia maggiore tra ATP e WTA?
Credo che uomini e donne siano parte della stessa squadra, dovremmo tutti essere in armonia, rispettandoci a vicenda, e facendo del nostro meglio per far prosperare il tennis.

Come si inserisce in questo contesto il fatto che uno come Stakhovsky, noto per le sue posizioni negative e controverse, sia nel player’s council?
Hai puntualizzato le cose negative su Sergiy, ma ce ne sono anche molte di positive, come il suo contributo e il suo impegno nel migliorare le condizioni dei giocatori oltre la 50ma posizione. Riguardo a Justin Gimelstob, prima di esprimere delle valutazioni bisogna attendere che l’inchiesta che lo coinvolge si concluda. Lui è molto rispettato tra i giocatori, e ha fatto parecchie cose importanti. Non posso dire di più, il processo è ancora in corso.

Alla fine delle domande in inglese, mentre i giornalisti internazionali si allontanavano dalla stanza, Novak, sorridendo, ha detto in serbo: “Che razza di prima conferenza stampa, abbiamo parlato più di politica che di tennis!“.

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