Flink: "Il miglior Sampras su erba era il più forte di tutti"

Interviste

Flink: “Il miglior Sampras su erba era il più forte di tutti”

Chiacchierata a ruota libera con il neo-Hall of Famer Steve Flink. I suoi inizi da tifoso e da reporter, le grandi sfide del passato, i Fab 4 e la “crisi” del tennis femminile. In arrivo una sua biografia di Pete Sampras

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Non capita spesso di poter parlare con chi viene ufficialmente riconosciuto come uno dei migliori di sempre nel proprio lavoro. Tuttavia l’amicizia di lunga data che lega Ubitennis (ed il suo direttore Ubaldo Scanagatta) ed il neo-Hall of Famer Steve Flink ci ha dato la possibilità di ottenere un’intervista esclusiva con il “Rino Tommasi d’America”, colui che tutto il mondo tennistico a stelle e strisce considera come l’enciclopedia vivente del nostro sport, al pari del compianto Bud Collins.

Il giorno prima della cerimonia di introduzione siamo riusciti a ritagliare mezz’ora del suo tempo tra tutte le incombenze che un evento di questo tipo richiede, tra video, cene ufficiali e la “prova costume” per assicurarsi che il famoso blazer della Brooks Brothers con il logo della Hall of Fame sia della misura giusta.

 

Per la prima volta da quando lo conosciamo, Steve Flink non indossa la cravatta: “mi sono un po’ pentito di non aver indossato la cravatta oggi – confessa quando glielo facciamo notare – Sapevo che sarebbe stata una giornata molto calda, però ho appena dovuto fare un’intervista in video, e sarebbe stato più opportuno avere la cravatta”. Una volta in 40 anni, ti perdoniamo Steve. Fa caldo, ed è venerdì, facciamo finta che sia il “casual Friday”.

Come ci si sente a leggere “Steve Flink, Hall Of Famer”. Ti sei abituato a questa realtà?
Mi ci sto abituando poco a poco. A partire da novembre quando me l’hanno comunicato, passando per la cerimonia in Australia, quando sono stato presentato sulla Rod Laver Arena insieme con gli altri e per la consegna dell’anello a Guga Kuerten a Parigi, quando sono stato chiamato in campo. Ora che mentre parliamo mancano meno di 24 ore e l’emozione sta prendendo il sopravvento – ma si tratta di emozioni positive – sono molto orgoglioso di aver ricevuto il voto della Hall of Fame. Per essere ammessi bisogna ottenere più del 75% dei voti, e sono contento di aver superato questo test.

Sappiamo che Roddick ha creato qualche grattacapo all’organizzazione perché ha chiesto di avere biglietti per più di 50 persone, e Stan Smith era un po’ preoccupato di non riuscire ad accomodare tutti quanti. Anche tu hai portato con te un contingente così numeroso?
No, non arrivo a quella cifra, ma anche noi siamo in più di 30. Il fatto è che siccome io vivo a New York, che è soltanto a 3 ore di auto da qui, molti miei amici abitano qua vicino. Se questa cerimonia si tenesse in California, molti di loro probabilmente non si sobbarcherebbero cinque ore di volo, ma dal momento che abito relativamente vicino, e ci sono persone che conosco da una vita, sono contento che siano potuto venire per condividere con me quest’occasione così speciale.

Cominciamo dall’inizio: perché ti sei appassionato al tennis? Sappiamo che sei un grande appassionato di baseball, dei New York Yankees, ed il baseball è uno sport ad elevata densità di statistiche, che si sarebbe ben sposato con la tua memoria fotografica. Cosa ti ha fatto dire che il tennis era il tuo sport, la tua strada?
Avevo visto qualche incontro di tennis a partire dai 6 anni, ma a quasi 13 anni, nel 1965, mio padre che avevo visto giocare a tennis a livello di club mi portò a Wimbledon. Ricordo una partita tra Rafael Osuna, che aveva vinto i Campionati degli Stati Uniti [non ancora Open] nel 1963 ed il tedesco Ingo Buding, sul campo n.3, in una giornata nuvolosa: la partita non fu straordinaria, ma qualcosa dell’atmosfera di quel match mi catturò, e da quel momento in poi ho iniziato a leggere tutti i risultati dei tornei, al punto tale che nell’estate del 1969, quando avevo 17 anni, durante una vacanza con la famiglia nelle isole greche, visitammo 15 diverse isole in 23 giorni. Appena sbarcavamo su un’isola, la prima cosa che facevo era cercare un luogo in cui poter comprare l’Herald Tribune per conoscere i risultati tennistici: non potevo sopportare di non conoscere cosa stesse succedendo nelle settimane precedenti Forest Hills. Tutto nacque da quella partita a Wimbledon: da quel momento in poi iniziai a seguire il tennis con un’assiduità quasi religiosa.

Hai giocato a tennis a livello agonistico?
Sì, ho giocato alle scuole superiori, sono stato il n. 1 a Stetson University in Florida durante i miei anni del college, ma la priorità è sempre stata quella di osservare i grandi campioni. Ricordo nel 1966, quando a Forest Hills si giocarono la finale Laver e Rosewall: c’erano i soci del club che giocavano le loro partite sui campi laterali mentre questi due supercampioni stavano dando spettacolo sul centrale, dove c’erano almeno 5.000 posti vuoti. Per me era incomprensibile come qualcuno potesse decidere di ignorare due maestri che si stavano dando battaglia pochi metri più in là per giocare una partitella sociale, che avrebbero potuto giocare in qualunque altro momento.

Il momento che hai scelto come più significativo della tua carriera è stato l’8 settembre 1984, il SuperSaturday durato oltre 11 ore con due straordinarie semifinali del singolare maschile in cinque set ed una finale tra Chris e Martina in 3 set.
La collezione di campioni di quella giornata, e la qualità di partite che si sono succedute: prima la semifinale tra Cash e Lendl, con Lendl che salvò il match point con un lob liftato di diritto lungolinea, poi la finale tra Chris e Martina, con Chris che sembrava poter avere il sopravvento ma che poi venne raggiunta e superata da Martina, e infine Connors e McEnroe con una delle loro epiche sfide. Cosa si può volere di più da una giornata di tennis?

Ti manca il SuperSaturday?
Sì, confesso che mi manca. Ora che la ESPN trasmette gli Open il programma è cambiato ed è tutto diviso. Però mi manca una così lunga giornata con così tanto buon tennis. Ne abbiamo avuti parecchi di straordinari, come per esempio quello del 1995, con Sampras e Courier in apertura, seguiti da Graf-Seles per la finale femminile, ed Agassi-Becker in chiusura.

Il tuo lavoro di storico e di custode dei numeri del tennis è iniziato quando i computer ancora non esistevano e nulla di ciò che è possibile oggi dal punto di vista della potenza di calcolo degli elaboratori era nemmeno lontanamente immaginabile. Come è cambiato il tuo lavoro nel corso di questi anni pieni di evoluzione tecnologica?
L’evoluzione principale è stata l’introduzione dei computer e il passaggio dai record cartacei, creati anno dopo anno attraverso lo studio dei tabelloni o di numeri di archivio delle riviste come World Tennis. All’inizio ero uno dei pochi, insieme con Rino Tommasi, Ubaldo Scanagatta ed un paio di altri colleghi, a raccogliere i miei dati e aggiornarli progressivamente. Oggi il sito dell’ATP consente di avere a portata di mano informazioni che prima avrebbero richiesto un grande sforzo di ricerca. Il tipo di lavoro oggi è sicuramente diverso e forse meno divertente: all’inizio della mia carriera avevo l’impressione che ci fosse un input maggiore da parte dello “statistico”, dovuto al metodo utilizzato per raccogliere i dati.

Ti è capitato di correggere i dati dell’ATP?
Sì, è capitato diverse volte. Qualche volta era l’ATP a venire da me per chiedere conferme, gli esperti della Virginia Slims, il circuito femminile, chiesero la mia opinione ed i miei dati quando decisero di creare il loro database.

Steve Flink durante il suo discorso alla cerimonia di introduzione alla Hall Of Fame (photo Ben Solomon/ITHF)

Spostiamoci ora ai giorni nostri, alle discussioni che si succedono senza sosta sullo stato attuale del tennis maschile. Pensi che stiamo vivendo la fine di un’era speciale, oppure si tratta solamente di un’altra fine di ciclo, con i “vecchi” campioni che stanno arrivando alla fine delle loro carriere ed i giovani a fatica cercano di farsi strada?
Credo che sia un’era molto speciale, perché non avremmo mai potuto prevedere che Roger Federer, 36 anni tra poco, avrebbe vinto quest’anno due titoli dello Slam e potrebbe tranquillamente finire la stagione al n.1 del ranking. Così come era difficile prevedere Nadal che risorge dopo due stagioni molto difficili per conquistare il suo decimo titolo al Roland Garros, tutto questo mentre Murray e Djokovic hanno continuato ad esprimersi a livelli di eccellenza, soprattutto Djokovic che ha dominato nelle ultime due stagioni. Siamo certamente in un momento speciale, anche perché le carriere si sono allungate: Edberg si è ritirato a 30 anni, Sampras riuscì a vincere l’ultimo US Open a 31 anni ma si fermò lì. Magari avrebbero potuto vincere di più se non si fossero fermati, ma probabilmente nella loro testa 30 anni era il limite per poter vincere ai massimi livelli. Lo stesso accadde per Becker, Laver a 31-32 anni non era più lo stesso giocatore. È davvero incredibile che questi grandi campioni riescano a vincere ben oltre i trent’anni quando nel tennis stiamo vedendo infortuni di ogni tipo minacciare la loro salute: dall’anca di Murray, al polso di Djokovic, alla schiena e al ginocchio di Federer. Il corpo viene sollecitato ad un tale livello che io definisco il tennis uno “sport di contatto”. Credo che quest’era nel tennis maschile sia certamente speciale, così come lo è stata quella degli anni ’90 con in grandi campioni americani Sampras, Agassi, Courier, Chang, che hanno avuto un grande impatto sullo sport, e come pure le prime stagioni del tennis Open, 1968-69, con Laver e Rosewall di ritorno dopo la parentesi professionistica.

Passiamo al tennis femminile: la situazione attuale vede il tennis maschile e femminile che si sono scambiati i ruoli, rispetto a quanto accadeva negli anni ’80-’90. A quel tempo c’erano alcune giocatrici che dominavano e che raramente perdevano nei primi turni degli Slam, mentre in campo maschile c’era molta più incertezza. Oggi invece è tutto capovolto: tra gli uomini c’è un ristretto gruppo di campioni che arriva sempre alla fine, mentre nel circuito femminile non ci sono dominatrici.
È certamente così. Il tennis femminile non aveva un numero sufficiente di atlete competitive, però in quegli anni regalava spesso grandi finali. Per esempio al Roland Garros ci furono le due magnifiche finali tra Chris e Martina nell’85 e nell’86, l’anno seguente ci fu Graf che sconfisse Martina. Nello stesso periodo le finali maschili vennero giocate per due volte da Lendl e Wilander, in un altro paio di occasioni abbiamo avuto finali dimenticabili. Ancora nel 1992 Courier sconfisse Korda in una brutta finale maschile, mentre tra le ragazze ci fu quella memorabile battaglia conclusa 10-8 al terzo set tra Seles e Graf. Quell’anno intervistai il direttore del torneo parigino che mi disse: “Ciò che importa al pubblico è la finale. Una grande finale rimane impressa nella memoria della gente molto a lungo”. Al momento la situazione nel tennis femminile è molto frustrante, perché non si sa chi riuscirà a confermare i propri successi uscendo dalla condizione di “vincitrice occasionale”. Jelena Ostapenko saprà diventare una campionessa vera? A Wimbledon ha giocato bene, dopo il successo a Parigi, ma è preoccupante vedere esempi come Kerber: due Slam nel 2016 e poi una totale crisi di fiducia quest’anno. Nel 2008, Jankovic arrivò al n.1 del mondo senza vincere uno Slam ma arrivando almeno nei quarti in 26 tornei consecutivi; nel 2009-10 Wozniacki compì un’impresa simile, arrivando in vetta con la costanza di risultati ma senza vincere Slam. È un peccato che ci siano questi problemi di continuità al vertice perché il livello globale del tennis femminile è molto più elevato rispetto ai decenni scorsi, ma ciò di cui il pubblico ha bisogno sono i grandi incontri nelle fasi decisive degli Slam, e questo manca da un po’. Mi auguro che la WTA trovi maggiore stabilità in vetta con alcune campionesse che possano dare seguito ai loro risultati, come Kerber ha saputo fare nel 2016.

L’ATP e la WTA non sono in grandi rapporti come organizzazioni. Secondo te questo può essere un problema nel lungo periodo oppure si tratta solo di sana competizione?
Sono un po’ preoccupato per la situazione attuale, perché si fatica a capire quali saranno gli sviluppi futuri. Se si vuole continuare ad avere tutti questi eventi combined, da Indian Wells a Miami per arrivare ovviamente a tutti gli Slam, sarebbe auspicabile una maggiore coesione da parte delle due organizzazioni. Spero che la situazione non degeneri più di quanto non sia già accaduto, ed alla fine dipenderà molto dalla leadership. Ci sono stati periodi in cui i due vertici erano più vicini di quanto non sono ora, molto più disposti a sedersi intorno ad un tavolo per aiutarsi reciprocamente; non vedo una cosa del genere accadere tanto presto al momento, ed è preoccupante.

Uno degli ultimi episodi di questa cosiddetta “faida” ha visto a Wimbledon una polemica montata dalla WTA a proposito della programmazione sui campi principali durante la prima settimana, che ha sempre visto due incontri maschili ed uno solo femminile disputarsi sui palcoscenici più importanti. Ritieni che questa sia una questione importante?
Credo si sia fatto parecchio rumore per nulla. Magari ci possono essere occasioni nelle quali è il circuito femminile ad avere due match e gli uomini solo uno, ma mi sembra che si sia montato un caso principalmente per motivi politici.

La programmazione, in fondo è dettata dallo “star power” dei protagonisti, e purtroppo per la WTA non ci sono molti sport che possano competere con l’ATP in quanto a “star power” al momento.
Assolutamente. Soprattutto se si considera che la WTA non può schierare le sue due punte di diamante da questo punto di vista, ovvero Serena Williams e Maria Sharapova.

Parliamo del tuo prossimo futuro: il tuo sito internet dice che stai lavorando ad un nuovo libro. Puoi darci qualche anticipazione?
Sarà una biografia di Pete Sampras, perché a mio parere è un personaggio troppo dimenticato tra i campioni di quest’epoca. Credo non sia giusto che un personaggio così importante scompaia nell’ombra di Federer, Nadal e Djokovic. Ho seguito la sua carriera molto da vicino come giornalista, mi sono immerso quasi totalmente in molte delle sue vittorie che credo di poter portare una nuova prospettiva. Sono profondamente convinto che l’uomo Pete Sampras sia molto più interessante di quanto non gli venga dato credito: molti lo credono una persona noiosa, ma se si riesce ad ottenere la sua fiducia, come penso di essere riuscito a fare nel corso degli anni, lo si può sentire esprimere le sue opinioni in maniera chiara ed articolata. Ha sempre avuto posizioni molto interessanti su vari argomenti, sapeva far valere le proprie idee, ma era spesso frenato dalla paura di essere danneggiato dalla stampa, di essere frainteso. Ancora oggi io sono convinto che Pete Sampras al meglio, su un campo in erba, sarebbe più forte di chiunque altro, compresi Federer, Nadal e Djokovic. Prima di tutto perché con il suo servizio potrebbe togliere il pallino dalle loro mani. Sarà un libro che scriverò con grande passione per la grande opinione che ho sempre avuto di lui. Anche perché ammiro come si sia sempre sottratto ai lustrini ed al glamour della vita dei tennisti di vertice: a lui interessava soltanto vincere, e secondo me avrebbe provato a vincere più Slam se avesse immaginato che Federer gli avrebbe soffiato il record di Slam e quello di titoli a Wimbledon. Sampras mi disse una volta che non si aspettava che Federer avrebbe vinto così tanto: penso che Roger arriverà sicuramente a 20 titoli, e se rimane in salute credo potrà superare quel numero di una o due unità. Non credo che il libro uscirà prima del 2019 o del 2020, ma è un progetto che sono pronto ad iniziare ed a cui sono sicuro lavorerò con grande piacere.

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Del Potro confessa: “Il ginocchio? Cerco una cura per vivere bene, non per giocare a tennis”

L’argentino ex numero 3 del mondo parla dei suoi problemi: “Mi serve tempo per trovare lucidità e consapevolezza”

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Jaun Martin Del Potro - Buenos Aires 2022 (foto Facebook @ATPTour)

La sua ultima apparizione era stata a febbraio scorso, a casa sua in Argentina, contro Federico Delbonis. Del Potro aveva perso 61 63 e salutato il pubblico con la forte sensazione che quella potesse essere l’ultima volta. Si era infatti ritirato dal tabellone del torneo Open di Rio la settimana dopo. Da quel momento Del Potro ha dovuto continuare a combattere contro il dolore fisico: “Sono andato in Svizzera recentemente a parlare con un altro dottore” ha dichiarato alla rivista argentina La Nacion, “un nuovo trattamento mi è stato consigliato da diversi dottori, non mi resta che sperare”. Soprannominato il gigante gentile, Del Potro ha affrontato una vita piena di infortuni fisici, tra cui un problema alla rotula e un problema al polso dovuto allo schiacciamento di un tendine. “Oggi posso solo camminare, non posso correre, non posso neanche guidare per troppe ore di fila senza dovermi fermare per fare stretching. È una realtà molto dura e triste con la quale devo convivere ogni giorno” ha detto l’argentino affranto. “Non ero preparato a tanta sofferenza, non so come fanno gli altri atleti a convivere con questo tipo di dolore” ha continuato l’ex numero 3 del mondo. Lui è stato uno dei primi grandi campioni a ritirarsi in questo 2022. Ma a differenza di altri, lui sta per compiere 34 anni e vorrebbe poter continuare anche se confessa: “Sto iniziando a perdere la fiducia che avevo all’inizio, quando provavo un trattamento nuovo speravo sempre che fosse la volta buona. Ma alla fine non funzionava mai”. 

Il gigante gentile ha parlato anche del triste momento che sta passando ma con la speranza di poter tornare un giorno a competere: “Non voglio chiudere con il tennis, voglio lasciare la porta aperta. Saranno la vita e il tempo a dirmi come andrà a finire”. Oltre a raccontare quello già molti sanno, questa volta l’argentino ha spiegato alla rivista Nacion di come lui ora sia alla ricerca di una cura per la vita e non più per il tennis. Alla domanda: “quand’è stata l’ultima che hai preso la racchetta in mano seriamente?”, lui ha risposto: “Al torneo di Buenos Aires, lo scorso febbraio. Ero arrivato reduce da tanti trattamenti, avevo preso un sacco di antidolorifici e mi sono detto: ora che faccio? Butto via tutta questa fatica o entro in campo per giocarmi quella che potrebbe essere la mia ultima partita? Alla fine sono contento di essere sceso in campo, perché se è vero che quella è stata l’ultima almeno ero a casa mia, con la mia gente e la mia famiglia. È stato comunque spettacolare”. E poi ammette: “Ma ora non sto cercando però l’ennesima cura per giocare a tennis, sto cercando una cura per continuare a vivere con serenità”. Alla domanda: “Come riempi le tue giornate ora che non c’è più il tennis a riempirle?”, Del Potro risponde sinceramente: “Non lo so, ogni giorno non sono preparato ad affrontare il giorno successivo e mi chiedo cosa sarà, cosa farò”.

A pochi giorni dall’addio di Roger Federer, l’argentino definisce così il re del tennis “lui ha aperto la strada per la perfezione nel mondo del tennis”. I due negli anni hanno costruito un’amicizia sincera e consolidata e Del Potro è rimasto molto sorpreso quand’è venuto a conoscenza che Roger si sarebbe ritirato dopo la Laver Cup e confessa: “in cuor mio ho creduto di vederlo giocare ancora una volta Wimbledon nel 2023, non mi aspettavo lasciasse adesso”.

 

Quando gli viene chiesto se ha immaginato di giocare contro talenti esordienti come Sinner e Alcaraz risponde: “Sì, mi sarebbe piaciuto, si stanno trasformando e stanno diventando davvero forti e potenti. Ho visto la partita che hanno giocato allo US Open, davvero intensa. Però a entrambi mancano ancora alcune variazioni. Stanno molto sulla riga di fondo e colpiscono forte ma sono sicuro che col tempo diventeranno sempre più completi”. Durante l’intervista gli è stato anche chiesto se riesce a pensare di essere un giorno allenatore e Del Potro ha risposto: “Ho parlato di questo proprio con Juan Carlos Ferrero, e gli ho chiesto come fa a viaggiare così tanto. Lui mi ha risposto che ora viaggia così tanto perché si tratta di Alcaraz. Però prima di quel momento è stato cinque anni a casa con la sua famiglia e si è preso il tempo necessario. Forse è proprio quello che a me serve ancora tanto: il tempo. Per trovare lucidità e consapevolezza di quello che succederà. Quello che però mi fa già stare bene è quando vedo che i giovani mi ascoltano e fanno tesoro dei consigli che gli do. Il problema di adesso è solo che io mi sento ancora uno di loro”.

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Djokovic: “Ho ancora fame e passione, il mio ritiro non dipenderà dal numero degli Slam”

Nel Media Day dell’ATP di Tel Aviv, Novak parla di ritiri, della sua formula per il successo e del ricambio generazionale, ma avverte, “io e Nadal non ci arrenderemo facilmente”

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Novak Djokovic – ATP Tel Aviv 2022 press conference (foto via Twitter @telavivopen)

Non gioca un torneo da Wimbledon, dove peraltro ha alzato il suo settimo trofeo, non partecipa a un evento del Tour che distribuisce punti dal Roland Garros e, soprattutto, da parecchi anni non cammina sul suolo israeliano. Da questa settimana, però, Novak Djokovic può finalmente coniugare questi verbi all’imperfetto. Reduce dall’esibizione ufficiale della Laver Cup dove ha dominato Frances Tiafoe – che avrebbe poi giocato insieme a Sock lo storico doppio contro Federer e Nadal con annesse polemiche nostrane – e perso da Auger-Aliassime lamentando un problema al polso, Nole è infatti già stato in campo all’International Convention Center per il suo primo allenamento in attesa di esordire giovedì al Tel Aviv Watergen Open contro il vincente fra Andujar e Monteiro. E ha anche avuto modo di parlare con i rappresentanti dei media della sua stagione “particolare”, del segreto del suo successo, del ritiro non solo di Roger e di altro ancora. Si parte naturalmente con la sua presenza in Israele.

“Sono contento di essere di nuovo in Israele dopo un bel po’ di anni. Credo fosse il 2006, per il tie di Coppa Davis tra Israele e Serbia [allora Serbia e Montenegro, ndr] al Canada Stadium di Ramat Hasharon, una delle atmosfere migliori e più rumorose mai vissute. Persone davvero appassionate e mi piace questa passione, questo amore della gente per lo sport. E’ la seconda volta ho visitato Gerusalemme, ma ormai ho dimenticato alcune cose che ho visto e quindi spero di trovare il tempo per tornare a vedere i luoghi improtanti. Ma questa settimana si tratta principalmente di giocare a tennis.”

La successiva domanda, scontata e quasi retorica, è cosa ci faccia all’ATP 250 di Tel Aviv il 21 volte campione Slam.

 

“Mi sono perso un paio di grossi tornei quest’anno per circostanze che… non mi permettevano di viaggiare, poi pensavo alla mia programmazione, quali tornei giocare. Avevo l’impegno della Laver Cup a Londra e poi volevo giocare due o tre settimane di fila, quindi Tel Aviv era perfetto da questo punto di vista. E, naturalmente, anche perché non venivo da tanto e allora avevo avuto un’esperienza fantastica. Ho anche collaborato per anni con persone israeliane, come il mio preparatore atletico, il mio manager.”

Djokovic è anche presente nel tabellone di doppio. Pochi giorni dopo aver assistito dalla panchina al match di addio di Roger Federer, Nole sarà invece in campo per accompagnare un altro addio al tennis professionistico, quello di Jonathan Erlich, israeliano, ex quinto giocatore del mondo di specialità e attualmente 317°, posizione tutt’altro che disprezzabile parlando di un classe 1977. Alla domanda sul perché abbia accettato di giocare con lui, Novak risponde partendo con una battuta che gli fa guadagnare simpatie e consensi:

“È il contrario, è lui che ha accettato di giocare con me! Sono onorato di essergli al fianco nel suo ultimo torneo, davanti ai suoi connazionali. Cercheremo di vincere più incontri possibile. Siamo entrambi agonisti, ci piace vincere… Sarà attraversato da tante emozioni diverse dentro e fuori dal campo. Non l’ho ancora visto qui, sono arrivato ieri. Avrò la possibilità di vederlo tra stasera e domani e ci alleneremo un po’ insieme”.

Gli viene poi domandato come si mantenga in forma dal punto di vista mentale e fisico non avendo potuto disputare diversi tornei.

“Non è una situazione comune. Gioco come professionista da vent’anni, sono stato fortunato per aver ottenuto alcuni grandi successi, perché la mia traiettoria verso il vertice è stata quasi sempre verso l’alto, nella giusta direzione, e per aver mantenuto quel livello nel tempo. Ma negli ultimi anni ho iniziato a dare la priorità anche al tempo con la famiglia, con i figli, cercando di trovare un equilibrio, quindi ho cercato di selezionare gli eventi a cui partecipare e dove giocare il mio miglior tennis. Purtroppo quest’anno non ho potuto partecipare a due tornei dello Slam. Non è tanto difficile mantenere il giusto stato fisico ed emotivo. Più complicato quello emotivo per via delle circostanze che non avevo mai affrontato in vita mia. Mi sono tenuto in forma fisicamente, ma il lato negativo è non giocare match ufficiali. Più ne giochi, più ti senti a tuo agio. Per questi non vedo l’ora di giocare qui, sperando di arrivare in fondo.”

Un giornalista gli cita una sua presunta dichiarazione (“finché gioca, Rafa è il mio principale avversario”). È autentica? E a Tel Aviv chi è l’antagonista per eccellenza?

“Chiunque sia in campo contro di me è un rivale e io voglio batterlo. Ma il mio più grande rivale è senza dubbio Nadal, tra noi ci sono stati più match che in qualsiasi altra rivalità nella storia del tennis. Spero che avremo l’opportunità di giocare tante altre volte perché è eccitante per noi ma anche per gli appassionati. Poi, certo, c’è Alcaraz, numero 1 del mondo, leader della giovane generazione – Medvedev, Zverev, Tsitsipas, Rublev, ragazzi che sono da un po’ stabilmente al vertice. È il ciclo naturale, le cose cambiano, altri giocatori hanno la responsabilità di sostenere il tennis. Ma io e Rafa non ci arrenderemo facilmente.”

Si va poi su argomenti diverse ma parimenti delicati: l’aver guardato da casa i due Slam a cui non ha potuto partecipare e la situazione del polso. Novak parte da quella facile:

“Oggi mi sono allenato per quasi due ore ed è andato tutto bene, sono felice di essermi lasciato alle spalle questo mini-infortunio”. Un sospiro e via con l’altra: “Non è mai facile guardare i match degli Slam sapendo di essere preparato e pronto per andare a giocare, ma è una situazione che devo accettare, perché ho preso una decisione e queste sono le conseguenze”.

Una giornalista vuole sapere le chiavi del successo di Djokovic nel corso degli anni – qui sono tanti quelli pronti a prendere appunti.

“Non c’è un unico segreto o una chiave che risolva ogni problemi. È una combinazione di fattori che fanno parte del tuo carattere, del tuo ambiente, del modo in cui cresci, chi sei, come ti alleni, qual è il tuo stile di vita, e che creano un’immagine completa del successo. È una formula che ha funzionato per me, ma cambio e innovo costantemente anche me stesso perché non credo nella stagnazione, si regredisce o si progredisce. Negli ultimi due anni con i giovani, soprattutto Alcaraz, pieni di adrenalina, motivati a comandare il gioco e vincere i grossi tornei, devi continuamente capire cosa migliorare e come portarti a un livello più alto in modo da sopportare la pressione che arriva da questi ragazzi.”

Il ritiro di Federer pochi giorni fa ha fatto pensare un po’ tutti alle circostanze del ritiro degli altri due terzi del Big 3 e non è azzardato supporre che i primi ad averci riflettuto siano proprio Rafa e Nole, sebbene quest’ultimo vanti ancora uno stato di forma eccellente. Il “quando” di Novak ha a che fare solo con il numero di Slam?

“Prima di tutto, parlo di Roger. Ho un grande rispetto per lui, per quanto ha contribuito al nostro sport dentro e fuori dal campo. Ha avuto una carriera epica di cui dev’essere fiero. Ha lasciato un’eredità e un un’impronta che rimarranno in eterno. Ha trasceso il tennis. Non avrebbe potuto pensare a uno scenario migliore per l’addio, con i rivali sul campo, gli amici, la famiglia, il suo team. Vedere lì i suoi figli, la sua famiglia, mi ha fatto emozionare e ammetto di aver pensato a come sarà per me. Anche a me in quel momento piacerebbe avere accanto la mia famiglia, le persone più care e i miei più grandi rivali perché aggiungono qualcosa di speciale. Sono stato fortunato per il successo e per essere rimasto in salute durante mia carriera, raggiungendo praticamente tutto quello che si può raggiungere nel tennis. Ma ho ancora fame, ancora passione per il gioco, mi piace sempre allenarmi. I tornei dello Slam e i principali eventi dell’ATP sono quelli che contano di più, anche giocare per il mio Paese mi realizza profondamente. Finché avrò questa predisposizione, questa motivazione, continuerò. Non ho in mente un numero di anni o di tornei, semplicemente andrò avanti.”

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Cosa Serena Williams ha lasciato al mondo

L’eredità di Serena Williams

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Serena Williams - US Open 2022 (foto Twitter @wta)

di Sean Gregory, Time, 29 agosto 2022

La miglior atleta donna di tutti i tempi – anzi, forse semplicemente l’atleta migliore di tutti i tempi – ha riflettuto a lungo sulle motivazioni del suo impegno ad appendere la racchetta al chiodo, una volta per tutte. 

“A Olympia non piace quando gioco a tennis”, racconta schiettamente Serena, parlando della figlia, Alexis Olympia Ohanian Jr. Quando Williams le ha detto che avrebbe lasciato la vita da tennista che ha ispirato milioni di persone, la reazione della figlia, che compirà cinque anni il 1° settembre, è stata la stessa della madre dopo una vittoria ad un torneo del Grande Slam: un “Siii!” accompagnato da un pugnetto stretto.

 

“In un certo senso mi rattrista”, spiega Williams, mentre si assesta sulla sua sedia nella biblioteca di un hotel Newyorkese, “e mi si stringe un po’ il cuore.” Ogni figlio fatica a comprendere le assenze dei genitori e Williams ha passato gli ultimi anni della sua ineguagliabile carriera a sentirsi tormentata da ciò a cui stava rinunciando per portarla avanti. “E’ difficile dedicarsi a pieno al lavoro”, racconta Williams, “quando il sangue del tuo sangue non ne è contento.”

Inoltre, Olympia vorrebbe diventare una sorella maggiore. Ad agosto, mentre giocavano con un soffione, Olympia le ha espresso il desiderio di avere una sorellina. “Queste sono le situazioni che mi trovo a gestire ogni giorno”, conclude Williams con un tono che conoscono bene i genitori di bambini ancora in tenera età. Eppure, non tutti i genitori super star devono ponderare così attentamente queste scelte: i padri non sono tenuti a farlo.

Tom Brady, tre figli, 44 anni, può decidere prima di ritirarsi e poi di riprendere a giocare; LeBron James, tre figli, a 37 anni può decidere di sottoscrivere un’estensione di contratto di due anni da 97.1 milioni di dollari. “Arriva un momento in cui la donna, se vuole una famiglia, deve prendere delle decisioni diverse dai colleghi uomini”, commenta Williams, che compirà 41 anni verso fine settembre. “O è bianco o è nero. O lo fai o non lo fai.”

La biologia potrebbe anche averle forzato la mano, ma Williams insiste che è serena rispetto alla decisione presa. “Non c’è rabbia”, dice. “Sono pronta per questa transizione.” Serena ha certamente pensato al suo futuro post-ritiro, ma fatica ad immaginare a pieno come si sentirà senza tennis. Williams sicuramente riverserà tutta la sua curiosità e la sua passione nella sua azienda di investimenti: Serena Ventures. Investirà nella sua spiritualità. Si evolverà come madre. “Penso di essere brava”, dice parlando di genitorialità. “Ma mi piacerebbe scoprire se posso essere fenomenale.”

L’eccellenza è qualcosa che Williams conosce molto bene. Nessun tennista, donna o uomo che sia, ha vinto più titoli di Serena Williams nei Major nell’Open Era (il periodo storico che ha avuto inizio nel 1968, quando gli Slam hanno permesso la partecipazione dei professionisti).

Tra l’altro, Williams si è guadagnata 10 dei suoi 23 titoli dopo i 30 anni, un’età in cui molti atleti si ritirano o perdono posizioni nel ranking. Ma nonostante tutti i traguardi raggiunti sul campo, sono le imprese fuori dal campo che l’hanno resa l’atleta più significativa del ventunesimo secolo. Serena e la sorella maggiore Venus hanno rivoluzionato uno sport da country-club: il cui DNA a quel tempo resisteva all’idea di questa coppia di sorelle afroamericane di Compton, California. Serena ha cambiato come vengono percepiti i comportamenti delle atlete donne, e delle donne in generale sul posto di lavoro, grazie alla potenza e alla passione che ha portato nel suo posto di lavoro, cioè sul campo da tennis. 

Ha riscritto le regole del body image. Agli “esperti”, ai razzisti e al numero non trascurabile di idioti che hanno denigrato il suo aspetto o che l’hanno definita “mascolina”, ha risposto con l’ennesimo servizio fotografico, mostrandosi fieramente,con tutta la sua muscolatura.

La sola esistenza di una figura come quella di Serena ha generato una moltitudine di conversazioni importanti. 

Nel 2018, la corsa di Williams al titolo di Wimbledon – iniziata a pochi mesi dalla nascita di Olympia e da un parto che ha portato Serena a rischiare la vita per un’embolia polmonare e un trombo, risolti solo dopo diversi interventi – ha ispirato milioni di mamme. Ma di questo argomento si è smesso rapidamente di parlare quando, in un pomeriggio di settembre, un giudice arbitro ha penalizzato Williams per uno sfogo verbale in un momento cruciale della finale degli US Open. Serena ha ribattuto che nel tennis maschile vengono perdonati comportamenti di gran lunga peggiori. Ha poi perso il match in questione con Naomi Osaka, scatenando il dibattito su decoro in campo, fair play, discriminazione di genere, discriminazione razziale, interpretazione letterale del regolamento rispetto al suo spirito e su eventuali pregiudizi inconsci. 

Se non fosse stato per Williams, Osaka, che da allora ha vinto altri tre titoli del Grande Slam, non avrebbe mai impugnato una racchetta. “Mi ricordo che guardavo i match di Serena, da bambina, completamente rapita, così felice di vedere una donna forte di colore sul mio schermo”, racconta Osaka al TIME. “Anche se si sta ritirando dal tennis, la sua eredità continuerà attraverso Coco [Gauff], Sloane [Stephens], Madison [Keys], e altre donne di colore che sono al picco della loro carriera. Serena è inequivocabilmente la miglior atleta di tutti i tempi. E non intendo la miglior atleta donna, no, semplicemente la migliore tra tutti gli atleti. Nessun altro ha cambiato il suo sport quanto lei, lottando contro ogni avversità.”

Quando informiamo Williams del commento di Osaka durante la nostra conversazione a New York, e cominciamo a discutere se lei sia la GOAT, la più grande di tutti i tempi, dice di non essere d’accordo. Ma poi sembra ricredersi.

“Non conosco altri atleti che abbiano vinto un Grande Slam o un Campionato NBA, o qualunque altro titolo sportivo, se è per questo, da incinta di nove settimane”, dice.

Ride, un’abitudine che ha quando vuole avvalorare quello che sta dicendo. “L’evento è durato due settimane. In quel torneo mi sono dovuta affidare al mio cervello. L’atleta non è identificato solo dalla prestazione fisica. Include tutto. La mente, il corpo, tutto. Significa dare il massimo per 20 anni. Darlo contro qualunque avversario che arrivi, ti sfidi e giochi il miglior tennis della sua vita. Darlo ogni singola volta. Puoi trarre le conclusioni che vuoi, dopo questo.”

Dietro la storia conosciuta delle sorelle Williams ci sono tanti aneddoti sulla loro competitività. “In loro c’era una rabbia, un desiderio ardente che non avevo mai visto in due ragazzine. Mai”, racconta Rick Macci, uno dei primi coach di Venus e Serena. “E ancora ad oggi, non l’ho più rivista.”

Il genio di Richard Williams risiede nel fatto che, diversamente da tanti altri “padri tennistici”, non ha mai soffocato le figlie, alimentava sì il loro talento ma intanto le incoraggiava a vivere a pieno la loro infanzia. Nei giorni di pioggia, al centro di training di Macci in Florida, le ragazze studiavano nel suo ufficio. Richard le ha tenute fuori dal circuito junior finché ha potuto, facendo di testa propria e ignorando i consigli di chiunque. 

Dopo essersi scontrate con le leggende della Hall of Fame Billie Jean King e Rosie Casals in un’esibizione di doppio, Macci ha sentito di sfuggita le due sorelle complimentarsi per le proprie performance. Voltandosi a guardarle si accorse che Venus, 11 anni, e Serena, 10 anni, stavano parlando con una bambola.

Mantenendo quella curiosità tipica dei bambini, le sorelle impararono diverse lingue e diversificarono i loro interessi. 

Serena si è cimentata nel mondo della finanza e della moda, nella recita e nella produzione dei film; è sulla strada giusta per diventare la prima atleta donna miliardaria. Serena veniva criticata proprio perché lavorava anche al di fuori del tennissin dalle prime fasi della sua carriera. L’hanno accusata di essere poco concentrata, distratta. Ma anche qui, Serena ha riscritto le regole del gioco. Estendere le sue attività ad altri ambiti l’ha protetta da quel burnout che ha invece afflitto tanti altri giocatori. Nessuna donna ha vinto più match importanti negli ultimi anni della sua carriera. 

Williams conquistò il suo primo titolo Slam, gli U.S. Open del 1999, a 17 anni. “Aveva davvero una mentalità tennistica differente”, afferma Chris Evert, che vanta 18 titoli Slam. “Prendile tutte. Quando sei sotto pressione, diventi più aggressiva.” 

In quegli anni, Serena e Venus in campo portavano le treccine con le perline. Anche questa piccola scelta stilistica portava con sé un grande significato. “Il mondo del tennis non era abituato a vedere delle ragazzine di colore presentarsi con uno stile che riflettesse la loro eredità culturale afroamericana, invece di indossare qualcosa che le omologasse al resto delle ragazze”, racconta Tera Hunter, professoressa di studi Afro Americani alla Princeton University.

Più o meno nello stesso periodo Williams incontrò Kelly Rowland, del gruppo pop Destiny’s Child, dopo un loro concerto. La invitò ad un suo match. “Vedrai, sarò bravissima”, promise Serena. “Mi colpì, con quella frase”, racconta Rowland. Si ricorda di essersi seduta nel box di Serena, durante la partita mentre era sotto di un set. “Percepisci uno spostamento di energia”, spiega Rowland. “Senti che sta per succedere qualcosa. La vedi turbata, come lo sarebbe qualunque essere umano per poi capire che si deve calmare. Era un po’ come se si fosse creata uno spazio personale di cui lei aveva il controllo. E poi dominava. Lo faceva senza remore, senza scusarsi. Non aveva bisogno di dire niente. Era come se pensasse: ‘sto per riprendermi quel che è mio.’ Mi è servito vederla. Mi ha nutrito l’anima.”

Le sorelle Williams non ispiravano solo le donne. Anche un giovane aspirante pilota di Formula 1, di nome Lewis Hamilton, si era sintonizzato sui match di Venus e Serena da un complesso di case popolari nel nord di Londra. “Erano le due figure sportive di maggiore ispirazione per me”, racconta Hamilton al TIME. “Specialmente crescendo in uno sport come il mio dove sono l’unico pilota di colore, vedere queste due figure di spicco, anche loro le sole persone di colore in quel contesto, mi ha davvero dato la fiducia che avrei potuto fare qualcosa di simile. Non è impossibile.” Anche Hamilton, vincitore di sette titoli di Formula Uno, è legato a Serena. Lei si porta un piccolo microfono nella borsa quando escono insieme, pronta per improvvisare un karaoke.

Dopo oltre un quarto di secolo nel tour, Williams ha avuto anche i suoi momenti di difficoltà. Ha sofferto infortuni al ginocchio, alla caviglia, alla spalla, al piede, ai tendini e al tendine di Achille. Dovette gestire la perdita della sorella maggiore, Yetunde Price, che venne uccisa in una sparatoria nel 2003 per uno scambio di identità. Venne messa alla gogna agli U.S. Open del 2009 per aver minacciato un giudice di linea per un fallo di piede. Williams poi si scusò. L’anno successivo vinse altri due titoli Slam.

Nel febbraio del 2011 Williams avrebbe dovuto prendere un volo per andare da Los Angeles a New York City, prima di ripartire nuovamente per Londra e partecipare a un evento di moda. Cancellò il viaggio all’ultimo, scegliendo invece di vedersi con Venus. Quella notte venne ricoverata con difficoltà respiratorie per un’embolia polmonare e dei coaguli di sangue nei polmoni. Williams crede che se fosse stata in volo, con ogni probabilità, non sarebbe sopravvissuta. Pensò di non poter mai più giocare a tennis, invece seguirono altre 10 vittorie negli Slam.

Quando Williams scoprì di essere incinta, proprio prima degli Australian Open del 2017, continuò a giocare, senza particolari esitazioni. “Gli atleti capiscono e conoscono il proprio corpo mille volte meglio di noi altri”, spiega il marito Alexis Ohanian, investitore di venture-capital e co-fondatore di Reddit, . “Anche se il medico le aveva detto: ‘Devi andarci piano, e poi con quel caldo…e bla, bla, bla’, Serena disse: ‘Ci penso io.’ E fintanto che lei era sicura di sè, io ero tranquillo.” Serena poi confessò di non aver mollato nemmeno un set nell’intero torneo, perché sapeva che era il modo migliore per ridurre la permanenza in campo, per il bene della sua bambina. Con quella vittoria superò il record di titoli Slam di Steffi Graf nell’Era Open.

Allyson Felix si trovava nel pubblico. La medaglia d’oro Olimpica scoprì di essere incinta l’anno dopo, nel 2018; continuò ad allenarsi e a competere. Come Williams, Felix rischiò la vita durante il parto, a causa della preeclampsia. Felix osservò Williams arrampicarsi di nuovo nella classifica, vincendo la finale di Wimbledon e degli U.S. Open, a solo un anno dalla nascita di Olympia. Felix mise in atto un piano simile. Alle Olimpiadi di Tokyo, a 35 anni, Felix vinse la medaglia di bronzo nei 400m e l’oro nella staffetta, diventando così l’atleta donna con più medaglie nella storia dell’atletica leggera. “Il suo ritorno in campo e la sua esperienza mi hanno davvero ispirata”, dice Felix. “Questa è la prova definitiva che è possibile farlo.”

Col passare degli anni, Williams sposò pubblicamente alcune cause che le erano care già da tempo nel privato. Nel 2015, tornò a giocare a Indian Wells, il famoso torneo della California del sud che Serena aveva deciso di boicottare dopo il 2001 a causa di un sottofondo di cori razzisti che aveva percepito durante il match. (I fan erano arrabbiati per il ritiro di Venus dalla semifinale contro Serena, annunciato per un infortunio; erano convinti che Richard avesse manovrato l’esito) Con il suo ritorno, Williams aiutò la raccolta fondi per l’Equal Justice Initiative, una non-profit contro la discriminazione razziale nell’ambito della giustizia e contro l’incarcerazione di massa. “Serena non incassa e basta, contrattacca”, spiega la co-fondatrice di Black Lives Matter, Alicia Garza. “Ci dimostra che è importante essere fedeli a sé stessi. In fondo è una regola di vita che sostengo anche io, e alla quale anche lei aderisce.” 

Rowland si emoziona quando le viene chiesto di descrivere l’influenza che la sua amica ha avuto sul mondo: “Per una giovane ragazza di colore, l’esser sopravvissuta ai luoghi in cui non era la benvenuta, decidere di tornarci, ed ergersi con orgoglio”, dice Rowland. “Lei ci ha rappresentato, quando noi non potevamo farlo. L’ha reso OK. Riprendersi il proprio spazio. Anche quando vieni chiamata con nomi a cui non risponderesti mai. Non vuoi sentirli, non vuoi ascoltarli. Sono certa che sia stato un luogo spaventoso in cui ripresentarsi. Ma lei l’ha fatto e l’ha fatto per prima, a modo suo, con la sua unicità, con stile e grazia e senza sminuire la sua grandezza”, dice Rowland cercando di frenare le lacrime. “Ci è voluto del … fot-issimo fegato.”

Williams ha percorso una strada troppo lunga per rifuggire da quello che ha realizzato. E’ suo. Se l’è meritato. Senza rimorsi. E’ radicato in quel che Serena sa di aver significato, assieme a sua sorella, per questo sport. Uno sport a cui le sorelle Williams hanno dato una forma diversa e da cui sono state, a loro volta, formate. “Abbiamo cambiato il gioco del tennis”, dice Williams. “Abbiamo cambiato il modo in cui le persone giocano, è così. Non si attaccava mai, non si giocava d’anticipo, non si serviva così. Nessuno aveva mai dovuto giocare in questo modo, per vincere contro due ragazzine di colore di Compton.”

Fuori dal campo, ha aiutato a cambiare i canoni della bellezza — a dispetto del becero giudizio e della retorica razzista. “Erano in molti a pensare che le Williams non fossero belle o carine abbastanza a causa del colore della loro pelle”, dice. Ma lei insiste di non essersi mai sentita così nonostante tutti i colpi subiti. “Penso che le persone avvertissero la mia fiducia in me stessa, perché a me è sempre stato ripetuto: ‘Stai benissimo. Sii nera e fiera’.” 

C’erano troppo pochi esempi di sportive prominenti di colore nello sport mainstream prima di Venus e Serena – e ancora meno che raccogliessero vittorie così frequenti ed eclatanti. “Nessuno aveva mai dato loro fiducia in se stesse e motivazione”, dice Williams. “Non puoi permettere al mondo di decidere cosa è bello. E il mio essere più formosa o altro, insomma, le curve ora vanno di moda. I sederi vanno di moda. E mentre io sto qua a cercare di ridurre il mio, magari la gente me lo invidia e lo vorrebbe come me.”

Comunicare un messaggio importante attraverso l’autoironia è una mossa tipica della Williams. Ma insistendo ancora un pochino riusciamo a farci spiegare cosa pensa di aver lasciato alle generazioni future. “La sicurezza e il credere in se stessi”, dice Williams. “E l’aver insegnato ad altri ragazzini di colore, alle ragazzine in particolare, che anche loro possono farlo.” Elenca le attuali tenniste di colore che sono nel circuito—come Osaka, Gauff e Stephens — e che rappresentano la generazione emergente. 

“Nessuno è mai stato in grado di raccontare una storia così autentica e di ispirazione”, dice. “Assistete e sopravvivete ai miei errori, ai miei momenti di alti e di bassi. Gli interventi chirurgici e i ritorni in campo. Ed è anche fondamentale che non sia qualcun altro a scrivere la tua storia. In tanti capiranno cosa intendo. Devi sempre essere te stessa, autentica. Valorizzarti e amarti. Questa storia è la storia del volersi bene.” 

Ride, ma nei suoi ultimi giorni da tennista professionista ha anche versato qualche lacrima. Ha pianto come una fontana, mentre lavorava al suo Vogue essay di Agosto, in cui annunciava l’imminente addio. Allontanarti dal gioco in cui ti seispecializzata per una vita è complicato. E non stiamo dicendo che non riprenderà mai più la racchetta in mano. 

Di sicuro non sembra intenzionata a prendersi particolari pause: Serena Ventures ha investito in più di una dozzina di aziende che ora valgono più di 1 miliardo di dollari, come Master-Class, Impossible Foods, e Tonal. 

Quasi l’80% delle aziende nel portfolio di Serena Ventures sono state fondate da donne o persone di colore. “Non è che io abbia perso la mia passione per il tennis”, spiega Williams “E’ solo che trovo più gioia e soddisfazione in quello che faccio nel mondo del venture capital.”

Far crescere la propria famiglia però è ancora più importante. “Non posso immaginare la mia vita senza le mie sorelle”, spiega. “Quando guardo Olympia sento che se non mi impegnassi per darle una sorella, non starei dando il mio massimo. Avere una famiglia numerosa ed essere in cinque: non c’è niente di meglio.”

Mentre Williams si preparava per questa edizione degli U.S. Open, cominciava finalmente a sentire che il suo gioco si stava di nuovo rafforzando, dopo così tanto tempo. Quando ha partecipato a Wimbledon, dove ha perso al primo round, Williams non giocava da un anno a causa di un infortunio al tendine posteriore del ginocchio. Il processo è agrodolce. “Vedo i miei miglioramenti e mi dico: ‘Wow, a gennaio sarò in forma’”, dice. Con l’arrivo degli Australian Open forse potrebbe fare ancora un viaggetto in quelle zone. “Già, ci penso…” dice Williams. Ma davvero ci andrebbe? “No, non lo farò”, insiste.

E allora eccoci qua. Un ultimo ballo a New York. Un ultimo messaggio per le folle. “Grazie, davvero”, dice. “Sono sopraffatta dall’emozione. E’ stato un viaggio incredibile, davvero incredibile e sono così contenta che voi l’abbiate vissuto con me.” Williams si ferma, annuisce, unisce le mani, nella posizione di chi si sente fortunato. “E vi voglio bene.”

Traduzione di Giulia Bosatra

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