Australian Open 2018: "Tutti i big e montepremi più ricco"

Focus

Australian Open 2018: “Tutti i big e montepremi più ricco”

Il direttore Craig Tiley annuncia un parterre di prim’ordine e diversi cambiamenti per l’edizione del 2018. A partire da un notevole incremento nel montepremi

Pubblicato

il

“Sono lieto di annunciare la presenza di tutti i top 100 maschili e femminili all’Australian Open 2018”Se a pronunciare queste parole non è l’ultimo arrivato, ma Craig Tiley, il tournament director del major di Melbourne, c’è da credergli e farsi già prendere dall’hype. Soprattutto in considerazione di quante defezioni sta registrando il secondo semestre del 2017, con Murray, Djokovic, Wawrinka e Serena Williams – fra gli altri – fermi ai box. E poco importa se l’assolutezza di questa affermazione viene parzialmente smentita dalle voci che riguardano lo stato di salute di alcuni protagonisti, su tutti Nishikori. Il quale potrebbe rientrare dopo l’evento australiano, in occasione dell’incontro di Coppa Davis contro l’Italia.

Resta comunque la sostanza e un probabile campo di partecipazione notevolissimo. A quasi un anno di distanza da quello che è stato lo Slam più bello del 2017, impreziosito dall’esaltante comeback di Roger Federer. Vincitore contro il maggior specialista in ritorni, Rafael Nadal. Finita un’edizione, si ricomincia, consapevoli che la concorrenza è agguerrita. Perciò, gli organizzatori annunciano una serie di iniziative che ne consolidino lo status raggiunto da alcuni anni. Prima fra tutte, l’immancabile corsa al rialzo del montepremi, che toccherà i 55 milioni di dollari australiani, impennandosi del 10% rispetto a quest’anno. Conseguentemente, i vincitori dei tornei di singolare, in rigoroso regime di par condicio, intascheranno 4 milioni (2.600.000 € e rotti, al cambio attuale). Non una novità, il fenomeno del “chi offre di più”, che sta ampliando notevolmente il monetary divide fra tornei grandi e piccoli, argomento di cui Ubitennis ha ampiamente trattato nel podcast che trovate qui.

 

Fra le altre novità, una player hub sempre più confortevole e tecnologica. E una copertura televisiva totale dei 16 campi di gioco dell’impianto, “la più ampia fra gli Slam”, assicurano gli organizzatori, per un totale di più di 840 match trasmessi. L’occhio della telecamera si estenderà anche ai practice court e ai “dietro le quinte”“Murray, Djokovic e Wawrinka proveranno a scalare nuovamente le classifiche, magari ispirandosi a quanto hanno fatto quest’anno Federer e Nadal. Ed è incredibile pensare che il loro ritorno sia iniziato proprio qui”, è la considerazione di Tiley. In campo femminile, occhi puntati sul ritorno di Serena Williams che, ricordiamo, era già incinta quando ha vinto gli Australian Open quest’anno. “Lei, come Venus, rappresenta un modello e una fonte di ispirazione”, chiosa il tournament director.

Nell’anno in cui si festeggia il trentennale della venue di Melbourne Park (allora Flinders Park), sembra passata un’eternità dai tempi in cui l’Australian Open veniva considerata la “gamba zoppa” degli Slam. Erano gli anni ’70, epoca in cui il torneo veniva disputato a dicembre e i big preferivano andare in vacanza o dedicarsi alla preparazione atletica in vista della stagione successiva. Il prodromo della rinascita ha luogo nel 1983, edizione vinta da Wilander, con McEnroe e Lendl fra gli iscritti. Poi, nel 1987, lo spostamento del torneo a gennaio rappresenta il turning point. I top player hanno di nuovo un motivo per partecipare. E finalmente si perpetua la speranza di avere un successore di Rod Laver e Margaret Court, gli ultimi due campionissimi ad aver conquistato il Grand Slam (allora, perché nel 1988 Steffi Graf farà altrettanto).

Il secondo passo, il più doloroso considerando l’attitudine erbivora degli aussie, fu il cambio di sede e superficie, da Kooyong a Flinders Park. Cemento al posto dell’erba. Meno fascino, ma molto più appeal agli occhi dei primi della classifica. Fra le innovazioni meno drastiche, ma sempre nel solco dell’anticipazione, la decisione di dotare il centrale di un tetto retrattile, precedendo di parecchi anni Wimbledon e lo US Open. Non tanto per proteggersi la pioggia, ma per poter consentire continuità al gioco anche nelle giornate più calde dell’estate australiana. Ad oggi, anche la Hisense e la Margaret Court Arena posso trasformarsi in stadi indoor. Nulla resta immutabile e questo vale anche per le gerarchie. “Per il 2018, ci aspettiamo che si riduca il gap fra i top player e i Next Gen”, prevede Tiley. Possibile, ma la stagione che sta per concludersi induce a una maggiore cautela nei pronostici. Sia come sia, è chiaro che l’Australian Open è già pronto.

Continua a leggere
Advertisement
Commenti

Focus

Il ranking 2018 per superfici

Analizziamo come si sono comportati i tennisti sulle varie superfici nel 2018. Djokovic, Nadal, Federer, Del Potro, Zverev… ma anche qualche sorpresa (e un po’ d’Italia)

Pubblicato

il

Novak Djokovic - US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Con la conclusione delle ATP Finals di Londra, il computer ha potuto stilare una versione del ranking destinata a non subire stravolgimenti fino alla prima settimana del 2019. La lista ordinata di tutti i professionisti della racchetta è facilmente reperibile e consultabile ed è il frutto di tutti i risultati ottenuti nel 2018 dai vari giocatori. Ma cosa succede se si scompongono i punti a seconda delle superfici sui quali sono stati ottenuti? Quali scenari si verrebbero a creare? Proviamo a scoprire insieme quali sarebbero le ipotetiche top 10.

Cemento outdoor  punti

 

1) Novak Djokovic                             4290
2) Juan Martin del Potro                 4040
3) Roger Federer                               3750
4) Marin Cilic                                     2335
5) Rafael Nadal                                  2080
6) Alexander Zverev                         2065
7) John Isner                                     1750
8) Kevin Anderson                           1630
9) Borna Coric                                   1555
10) Hyeon Chung                             1505

Il numero uno sui campi duri (outdoor) è lo stesso giocatore che ha chiuso l’annata tennistica al primo posto della classifica generale, ovvero Novak Djokovic. E dire che l’inizio di stagione del serbo non lasciava certo presagire un risultato del genere: 3 vittorie (tutte ottenute agli Australian Open) e 3 sconfitte, che includono le figuracce contro Taro Daniel e Benoit Paire a Indian Wells e Miami. Nel secondo semestre ecco che però arriva la svolta con i titoli a Cincinnati, New York e Shanghai (ben 4000 punti), che lo fanno balzare in testa alla classifica. Dietro di lui, staccato di 250 punti, c’è Juan Martin del Potro che nel 2018 vanta due trofei sul cemento all’aperto (Indian Wells e Acapulco) e altre quattro finali (US Open, Pechino, Auckland, Los Cabos).

Completa il podio Roger Federer, forte del successo a Melbourne e della finale di Indian Wells, persa al fotofinish proprio con del Potro. Sorprende (ma non troppo) vedere Rafael Nadal al quinto posto, visto e considerato quanto poco abbia giocato su questo tipo di superficie. In soli tre tornei però il maiorchino è riuscito a racimolare 2,080 punti (titolo a Toronto, quarti in Australia e semifinale a Flushing Meadows) più di altri che invece hanno frequentato il cemento con più continuità nel corso dell’anno.

Terra battuta  punti

1) Rafael Nadal                  4680
2) Dominic Thiem             2760
3) Alexander Zverev          2570
4) Marco Cecchinato         1531
5) Fabio Fognini                 1185
6) Diego Schwartzman      1175
7) Kei Nishikori                   970
8) Marin Cilic                      945
9) Juan Martin del Potro  900
10) Novak Djokovic            855

C’è poco da dire: sul mattone tritato domina sempre Rafael Nadal. Come ormai siamo abituati a vedere da quasi quindici anni a questa parte, quando c’è da sporcarsi i calzini è sempre lui a fare la voce grossa. Il tabellino del maiorchino riporta un impressionante saldo vittorie/sconfitte di 26-1 (unico inciampo contro Dominic Thiem a Madrid) e un bottino di 4680 punti frutto dei trionfi a Montecarlo, Barcellona, Roma e Parigi. Al secondo posto, a quasi 2000 punti di distanza, si attesta proprio Dominic Thiem, ormai erede designato del regno rosso di Nadal. L’austriaco è stato l’unico tennista in grado di sconfiggere Rafa sulla sua superficie prediletta negli ultimi due anni e quest’anno al Roland Garros ha raggiunto la sua prima finale Slam. Tuttavia ancora manca un titolo di alto livello.

A Madrid, tolto di mezzo Nadal, Thiem ha infatti finito per cedere in finale contro Alexander Zverev, il terzo miglior giocatore su terra del 2018. Il tedesco, oltre al già citato successo madrileno, conta anche una finale a Roma persa contro Nadal con il rimpianto di quella sospensione per pioggia che ha interrotto il suo momentum. Una lezione che sicuramente gli sarà utile per meglio gestire situazioni del genere in futuro. C’è anche tanta Italia in questa classifica. In quarta e quinta posizione troviamo infatti Marco Cecchinato (1531) e Fabio Fognini (1185). Il palermitano si è fatto conoscere al grande pubblico con la splendida cavalcata al Roland Garros cui si aggiungono i titoli di Budapest e Umago, mentre il ligure si è guadagnato la sua posizione grazie ai successi di San Paolo e Bastad.

Erba – punti

1) Novak Djokovic       2300
2) Kevin Anderson      1200
3) Roger Federer          910
4) Rafael Nadal             720
5) John Isner                 720
6) Milos Raonic            555
7) Marin Cilic                545
8) Borna Coric              510
9) Adrian Mannarino  465
10) Jeremy Chardy      450

Ancora Djokovic in testa a tutti. Proprio sui prati è cominciata la risalita del serbo, prima con la finale al Queen’s (persa contro Cilic) e poi con il quarto successo a Wimbledon. La cortissima parentesi verde del tour ATP risente più delle altre superfici del peso dello Slam di riferimento (ovviamente Wimbledon in questo caso). Per cui troviamo in posizioni molto alte tennisti che hanno giocato solo a Church Road, ottenendo però un risultato importante. È il caso di Kevin Anderson (secondo in virtù dei 1200 punti della finale) o di Nadal e Isner (ex aequo al quarto posto con 720 punti derivanti dalla semifinale). Roger Federer si classifica terzo tra i giardinieri con 910 punti (titolo a Stoccarda, finale ad Halle e quarti a Wimbledon).

Scorrendo poi con gli occhi la top 10 non sorprendono i nomi di Raonic e Cilic, mentre un po’ più di stupore lo destano Borna Coric, Adrian Mannarino e Jeremy Chardy. Il croato ha costruito il suo bottino quasi esclusivamente sulla prestigiosa vittoria ad Halle, in finale su Federer, mentre i due francesi sommano molti buoni risultati in vari tornei.

Indoor  punti

1) Roger Federer             1760
2) Alexander Zverev       1705
3) Novak Djokovic          1600
4) Karen Khachanov      1590
5) Kevin Anderson          1330
6) Kei Nishikori               1260
7) Daniil Medvedev          990
8) Dominic Thiem           900
9) Gilles Simon                 476
10) Marius Copil              470

La palma di miglior giocatore sul rapido indoor va a Roger Federer. Lo svizzero fa valere i titoli ottenuti a Rotterdam e nella natia Basilea, oltre alla splendida semifinale persa contro Djokovic a Bercy. Segue a soli 55 punti di distanza il campione delle Finals di Londra Alexander Zverev, mentre sul gradino più basso del podio invece troviamo Novak Djokovic forte delle finali di Bercy e Londra. Menzione d’onore per Karen Khachanov che sotto i tetti di Parigi si è guadagnato il primo Masters 1000 della carriera e il quarto posto di questa speciale classifica. Nota di merito anche per Marius Copil, che in autunno ha messo in mostra un tennis classico e potente di grande qualità.

Continua a leggere

Focus

Quando un punto ti cambia la vita: i maestri della risposta sotto pressione

È così che si vincono le partite, i tornei, i titoli più importanti. È così che si diventa grandi: superando i momenti di massimo stress

Pubblicato

il

Rafa Nadal - Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

INTRO SULLE METRICHE – A partire da maggio 2016 sul sito dell’ATP è disponibile l’ATP Stats Leaderboards ratings, un insieme di metriche relative a servizio (Service Leaderboard), risposta (Return Leaderboard) e gestione dei momenti chiave del match (Under Pressure Leaderboard). Andiamo allora a vedere di cosa si tratta, come funzionano e cosa ci possono raccontare rispetto a quanto accaduto nel 2018. Il Service Leaderboard valuta i giocatori sommando le loro prestazioni in quattro parametri chiave del servizio e il loro numero medio di ace per partita, sottraendo il numero medio di doppi falli per match. Il Return Leaderboard è determinato aggiungendo la percentuale di successo di un giocatore nelle quattro categorie di risposta al servizio. L’Under Pressure Leaderboard viene calcolato sommando la percentuale di break point convertiti e salvati, la percentuale di tie-break vinti e la percentuale di set decisivi vinti. Sulla base di queste metriche il risultato per il 2018 è il seguente:

 

Di primo acchito sono risultati che possono avere un loro significato, in quanto Isner ha senz’altro avuto una grande stagione, ben supportato dalla prima di servizio, mentre gli altri giocatori presenti in questa speciale classifica sono tutti “cultori della materia”. Rispetto al tema dei leader in risposta abbiamo tre giocatori che fanno dei risultati sul rosso la base delle loro fortune (Nadal, Schwartzman e Fognini), superficie che notoriamente concede un po’ più di agio a chi risponde, oltre a un Djokovic che tirando fuori una seconda metà di anno strepitosa ha (ri)messo in chiaro di essere uno specialista assoluto del genere. Sorprende forse un po’ Goffin, che però fa del gioco di incontro il piatto forte della casa. Infine negli under pressure leader troviamo nella top 5 due underdog come Taro Daniel e Martin Klizan. Andiamo adesso ad esaminare nel dettaglio le varie metriche.

PERFORMANCE AL SERVIZIO

Il Service Leaderboard è dato da:

  • + % di prime di servizio
  • + % di punti vinti sulla prima di servizio
  • + % di punti vinti sulla seconda di servizio
  • + % di game vinti al servizio
  • + numero medio di aces per match
  • – numero medio di doppi falli per match

Nel caso di Isner, ad esempio, che è il primo in classifica nel 2018 il dato è il seguente:

69,5+80,9+56,8+93,6+22,5-2,4 = 320.9

La prima ovvia osservazione è che la composizione di questo indicatore è dato dalla somma di dati percentuali e di dati in valore assoluto. Inoltre gli stessi dati percentuali sono fra loro poco coerenti, in quanto si sommano percentuali di prime, con percentuali di punti vinti, con percentuali di game vinti. Come direbbero gli inglesi, in questo modo si ha un flavour, ma probabilmente un buono statistico avrebbe qualche dubbio sulla robustezza del dato. Per cui passiamo all’approccio contrario, ovvero analizzando alcuni indicatori in maniera separata, al fine di non mischiare appunto mele con pere. Visto che l’obbiettivo è misurare le performance in tre categorie distinte, come il servizio, la risposta, e la capacità di gestire le palle break, cerchiamo di individuare tre indicatori rappresentativi di queste tre dimensioni in grado di dare una visione più puntuale e precisa dei tre fenomeni.

EFFICACIA PURA DEL SERVIZIO  1st serve % * 1st serve point won = percentuali di punti vinti al servizio nei quali la prima era stata messa in campo. Indicatore di efficienza della battuta nella sua forma più pura, la prima di servizio.

In effetti in questa speciale classifica emergono i bombardieri puri e i re dello schema servizio-dritto per le prime sei posizioni, ovvero quei giocatori per cui fatto 100 il totale dei punti giocati al servizio in un match, oltre 50 sono vinti grazie alla prima di servizio. A seguire abbiamo due cluster di prime server all-round, che possiamo definire Prime A e Prime B, e poi via via tutti gli altri. Rispetto a questa ripartizione la principale anomalia è data da Muller, un bombardiere puro decaduto, che mostra che effetto possa fare la perdita anche solo di un 2-3% in questi casi. Il lussemburghese è infatti passato ad un win-loss ratio positivo del 2017 di 32-18, ad uno negativo di 10-19 nel 2018.

PERFORMANCE IN RISPOSTA

Passando ad esaminare la fase di risposta, il return Leaderboard dell’ATP è dato dalla somma di:

  • % punti vinti in risposta alla prima di servizio
  • % punti vinti in risposta alla seconda di servizio
  • % game vinti in risposta
  • % break point convertiti

35,7+56,6+36,5+45,6 = 174,4

Anche in questo caso l’indicatore appare un tentativo di concentrare in un indicatore sintetico varie misurazioni, al fine di dare un colpo d’occhio immediato. Questa degli indicatori sintetici è una tendenza che si riscontra anche nel caso delle “Keys to the match” che IBM rende disponibili in occasione dei tornei del Grande Slam, ovvero di un approccio che vorrebbe essere predittivo, ma che a differenza di quanto riportato non è un’applicazione di metodologie big data (si tratta di dati strutturati e su volumi comparativamente ridotti… di questi tempi i big data sono ormai una buzzword di moda purtroppo). Ma torniamo alla metrica ATP. Funziona? Sì, abbastanza, anche se in questo tentativo di sintesi perde di precisione rispetto alle singole dimensioni di analisi. Anche in questo caso conviene concentrarsi sulla performance in risposta pura.

Se l’obiettivo è misurare la performance pura in risposta allora la metrica più interessante è la performance sulla prima di risposta su campi in cemento/sintetico, l’hard court per intenderci. Per quale motivo ha senso concentrarsi sull’hard court? Perché nei campi in terra battuta l’azione del servizio è meno incisiva e consente a chi risponde di cominciare lo scambio con maggiore facilità, basta mettersi ad una sufficiente distanza di sicurezza e colpire la palla con molto top per poter poi rientrare nel punto, cosa in cui Nadal è ovviamente maestro. Simmetricamente, nel caso dei campi in erba, data l’irregolarità del rimbalzo della palla, il premium per chi serve è potenziato.

In questa sede l’interesse è cercare di isolare la performance in risposta come variabile a sé stante, ovvero idealmente la performance in risposta di chi dovendo mantenere una postura mediamente aggressiva, in un contesto in cui il risultato dello scambio non sia eccessivamente influenzato dalla lentezza o dalla velocità della superficie. L’idea quindi è misurare il talento in risposta, perché siamo in una situazione di chiaro svantaggio per chi risponde visto che l’avversario ha appena messo un bel servizio, e riuscire a produrre una bella risposta al servizio è prima di tutto istinto e talento. Vediamo quindi nel 2018 chi sono quelli che si sono meglio espressi in risposta alla prima di servizio sui campi veloci.

PERFORMANCE PUNTI IMPORTANTI

Passando ad esaminare la fase di gestione dei punti importanti, l’under pressure Leaderboard dell’ATP è dato dalla somma di:

  • + % break Point convertiti
  • + % break Point salvati
  • + % tie break vinti
  • + % set decisivi vinti

42,6+62,8+77,3+70,6 = 253,3

In questo caso la metrica convince in quanto per lo meno sono considerati quattro valori percentuali e che hanno caratteristiche di omogeneità: mentre nel caso del service leaderboard il dato era “sporcato” da ace e doppi falli che erano valori assoluti medi (e che per inciso spiegano anche il gap endemico di John&Ivo sul resto del mondo), nel caso della risposta i dati sommati, pur percentuali, risentono di un indicatore – la percentuale dei break point convertiti – che pur rientrando nel campo della risposta è un dato molto meno “liquido” rispetto agli altri. La proporzione fra break point e punti in risposta giocati può tranquillamente stare in un rapporto di 1:10 in certi casi.

Nel caso dell’indicatore relativo alla gestione dei punti importanti, la metrica ATP risulta quindi convincente. Andando a vedere nel dettaglio le performance, saltano all’occhio alcuni dettagli.

1. La percentuale di palle break convertite è quella che desta maggiore sorpresa, in quanto il podio è di quelli abbastanza improbabili, con il solo Goffin a dare un senso di normalità, con Klizan a dominare per distacco e con Monfils buon secondo, con ottimi argomenti per rigettare le accuse di chi lo considera il solito clown.

2. La percentuale di palle break salvate invece presenta ovviamente una notevole correlazione con i big server, con il solo Nadal bravo a non mollare l’osso con la solita garra che lo contraddistingue.

3. La leadership di Nishikori trova giustificazione in una performance equilibrata nei vari indicatori, con un’ottima percentuale di vittoria nei tie-break (77,3%) che lo pone al terzo posto in questa speciale classifica.

4. Infine, anche nella classifica dei set decisivi vinti, emerge di nuovo Klizan, che sorprende con il suo 80%. Troviamo inoltre con grande piacere Cecchinato sul terzo gradino del podio, che con le sue cavalcate a Budapest e Parigi ha sicuramente elevato questa statistica.

Rimanendo nel campo della gestione dei punti importanti, un ulteriore elemento che sarebbe utile comparisse in questa metrica è la percentuale di prime palle messe in campo sui break point, e che relazione esiste rispetto alla percentuale media di prime di servizio messe in campo dal giocatore dato. Come elaborazione puntuale tale statistica è stata elaborata dall’ATP a firma del solito Craig O’Shannessy, che come sappiamo ha dato nel corso del tempo dritte statistiche a Djokovic per migliorare alcuni aspetti tattici del proprio gioco.

L’evoluzione di tale indicatore sarebbe l’arricchimento dello stesso con dati hawk-eye relativi alla velocità, agli spin, e all’altezza del passaggio sopra la rete, per valutare se chi come Nadal e Cilic trova percentuali migliori sia dovuto alla classica prima a tre-quarti, oppure a una migliore capacità di concentrazione al servizio. In conclusione, raggruppando le evidenze esaminate questo è il quadro complessivo:

La correlazione con la classifica ATP delle varie performance mostra come i primi cinque posti della classifica siano caratterizzati da livelli di eccellenza assoluta in tutti i comparti, mentre scorrendo la classifica di quest’anno troviamo sia specialisti del servizio che specialisti della risposta che si sono ben difesi.

Federico Bertelli

Continua a leggere

Racconti

Grand Slam, parte seconda: Roland Garros

Seconda puntata del racconto più intrigante e coinvolgente che mai troverete in off season. E non solo

Davide Orioli

Pubblicato

il

Grand Slam, parte prima: Australian Open

Court Suzanne Lenglen, Parigi, Francia – Mercoledì 25 maggio, ore 17:12

 

Erwin Siles pareva volare da una parte all’altra del campo con rapidità impressionante e una precisione dei colpi millimetrica. Era indubbiamente in stato di grazia, ed era interessante vedere un’altra sorpresa uscire alla ribalta in questa stagione dopo lo sfortunato episodio di Kiraly. Siles aveva iniziato la stagione poco fuori dalla top 100, in linea con la media della sua carriera. A 25 anni il tennista boliviano poteva vantare un paio di Challenger di media importanza, un terzo turno sulla sua amata terra rossa a Parigi due anni fa e una finale nel 250 di Pune, sempre a 23 anni. Grazie a quei punti era riuscito a entrare in top100 per la prima volta. Ma una volta scaduti, Siles era ripiombato nello stagno dei Challenger, delle qualificazioni da giocare per gli Slam, per i Masters 1000, persino per i tornei minori. La dura vita di chi bazzica intorno alla 150.

In mezzo a milioni di appassionati che brandiscono una racchetta cercando di farsi largo ad alti livelli fra spin, slice, volée e recuperi, Erwin Siles era un’eccellenza: poteva vantare, su 7 miliardi di persone, soltanto un centinaio abbondante capace di usare quello strumento meglio di lui. Purtroppo, erano quei 150 che contavano. Cui pensava tutto il tempo. “Los 150 hijos de puta” li chiamava scherzando con il suo allenatore, citando un vecchio film spaghetti western con Terence Hill ed Henry Fonda. Terminare la stagione nei 100 era il suo obiettivo plausibile. Vincere un torneo, quello stratosferico. Tutto ciò fino all’inizio della stagione sulla terra. Dopo un avvio di annata in linea con le aspettative, da aprile Erwin aveva messo il turbo: quarti di finale a Marrakesh, finale, partendo dalle qualificazioni, a Budapest, vittoria all’Estoril. Un trittico che lo aveva portato a giocarsi le qualificazioni a Madrid: qualificazioni stravinte come anche i primi match fino ai quarti, dove un piccolo problema medico non specificato lo aveva fermato.

Risultati da vero terraiolo che gli avevano fatto guadagnare una meritata wild card per Roma. “Il miracolo di Roma”, lo ribattezzarono. Vittoria in un mille, con un solo set concesso per strada, in semifinale a Foley, che ormai si era scocciato di battere i suoi colleghi top10 e poi perdere dai fenomeni del momento. Con questo preludio, Erwin Siles era giunto a Parigi se non da favorito assoluto, poco ci manca. E favorito lo era diventato sul campo per come il suo livello di gioco e di confidenza sembrassero ogni giorno più stratosferici. Il boliviano poneva l’asticella dove nessun altro sembrava in grado di arrivare in quel momento. Almeno su quella superficie.

Il quarto di finale con Bartlett, il vincitore ufficiale dell’Australian Open (anche se nessuno lo riteneva davvero tale, e per fortuna Kiraly non c’era rimasto secco, altrimenti il premio molto probabilmente non sarebbe stato assegnato) doveva essere un test serio. Ma il punteggio recitava 6-3 6-3 5-3 Siles. Una regolarità disarmante, come quella mostrata in tutto il torneo. Bartlett era scoraggiato. Talmente tanto da far doppio fallo sul matchpoint. Game, Set and Match Siles.

Tennis Integrity Unit Headquarter, Roehampton – Martedì 1 febbraio

“Sir, abbiamo il report sui flussi di scommesse”. “Sono tutto orecchi”. “Non figura nulla di anormale. Né sulle puntate su Kiraly all’inizio del torneo, quando la media delle quote era fra 1000 e 5000, né prima del matchpoint quando la sua sconfitta era data fra 200 e 400”. “Grazie Malcolm”. “Questi sono i dati riguardanti i movimenti nel complesso. Praticamente ogni bookmaker si è detto disponibile a fare un’analisi più approfondita per vedere le singole operazioni di ogni utente, per puntate che superano i 100 dollari. Devo chiedergli di procedere?” “Se hanno del tempo da perdere…”. “Grazie Sir”.

Connor Veyveris riprese a dondolare sulla sedia per rilassarsi. Negli uffici della Tennis Integrity Union era noto come una persona capace di saper essere sarcastico, amichevole e simpatico quando la situazione lo permetteva. Ma anche incredibilmente serio, dedito e professionale quando contava. Ma in questo caso, Connor non aveva ancora ben chiaro quanto contasse. Il suo lavoro era principalmente collaborare con le polizie di vari paesi e coordinare indagini per capire se e quali sotterfugi si nascondessero sotto una sconfitta inusuale, un ritiro in condizioni anomale, una prestazione inconsueta. Tutta roba che resta nella nicchia del tennis. Questo ragazzo che sul Championship Point stramazza al suolo colto da attacco cardiaco a 18 anni era un altro paio di maniche. Perché le immagini e la notizia erano rimbalzate sui media di tutto il mondo, anche quello cui del tennis normalmente non frega nulla. E che si investigava: Sandor Kiraly è semplicemente un tennista sfortunato, sgambettato dalla sorte a un passo da un sogno? O c’è qualcosa di più strano dietro?

Connor Veyveris sapeva anche che il 99% delle volte la gente vede complotti che non esistono. Le cose sono esattamente quello che sembrano. Ma è quell’1% che è alla base del suo lavoro, che fa notizia, che diventa la trama di libri e film, e di cui la gente alla fine è affamata. Ed è per questo che l’un per cento viene percepito dalla massa come il 99, e viceversa. Insomma, per Connor, l’incidente di Kiraly è stato quello: un incidente. Una sfortunata coincidenza. E i dati sul flusso di scommesse erano un altro tassello a conferma di questa opzione. L’opzione più banale, ma statisticamente più corretta.

Complesso Roland Garros, Parc d’Autueil, Parigi, Francia – Venerdì 27 maggio, ore 18:15

Erwin Siles entrò nella sala piena di luci e come ormai era abituato a fare da un mese e mezzo a questa parte, si sedette davanti al microfono. Arraffò una delle bottigliette d’acqua alla sua destra, buttò giù un paio di sorsi e la riposizionò assicurandosi che l’etichetta con il nome dello sponsor fosse a favore di cronisti e telecamera. “Signori, grazie per essere qui, ricordo il protocollo: una domanda a testa, possibilmente concisi. Iniziamo in inglese”. Il capo addetto stampa indicò uno dei tanti con la mano alzata. “Juste Leblanc, L’Equipe. Complimenti per la tua vittoria Erwin. Prima finale slam in carriera. Come ti senti? Lo avresti mai predetto due mesi fa?” “Certamente no! Voglio dire, a inizio aprile ero numero 133 del mondo, e a fine maggio sono in finale al Roland Garros. Dopo aver vinto Roma. Mi pare un sogno. Mi pare impossibile”. “Michael Musgrave, London Times. La seconda semifinale sta per cominciare. Chi preferiresti affrontare fra Freidrich e Maslevic?” “Friedrich è mio coetaneo, l’ho incontrato spesso nel tour junior, e già mi batteva facilmente. Infatti poi ha avuto tutt’altra carriera rispetto a me, finora. Sarebbe bello giocarci una rivincita. Maslevic è numero 3 del mondo, la classifica parla per lui. Ma non l’ho mai affrontato, potrei sfruttare l’effetto sorpresa, e viceversa”. “Edoardo Livii, La Gazzetta dello Sport. In Bolivia la tv nazionale ha acquisito i diritti per il Roland Garros solo per mostrare la tua cavalcata. Sei una star ormai…”. “Più dei calciatori!” Risate divertite di Siles e di tutti i cronisti. Il capo ufficio stampa dopo aver ripreso la parola puntò a una giovane giornalista bionda.

“Ultima domanda”. “Kaisa Ristomaatti, Melbourne Observer…”.

“Joder! Di nuovo questa rompiballe! Ad ogni conferenza stampa con le sue domande insulse, e le danno ancora la parola. Devo chiarire con il press office che deve essere ignorata d’ora in poi. Non capisco perché un giornale generalista la abbia mandata fin qua da Melbourne fregandosene del tennis solo alla ricerca di uno scoop…”.

“… Mi unisco alle congratulazioni per il risultato straordinario. In molti hanno notato una similarità fra il tuo percorso e quello di Sandor Kiraly: entrambi tennisti fuori dai 100, anche se Kiraly era una giovane promessa. Entrambi esplosi improvvisamente, ed entrambi sotto sponsor con una realtà emergente nel tennis, l’inglese Smash…”. La giornalista fece una pausa teatrale. “Quindi? Quale sarebbe la domanda?” “Vede anche lei correlazioni fra le due storie?”

“A te piacerebbe vederle? Magari aggiungendone un’altra: un bel flirt con il campione emergente. Come con quel poveraccio di Sandor che ti sei portata a letto ogni sera durante gli Australian Open per poi mollarlo subito dopo l’incidente… Puta!”

“Sicuramente qualche curiosa coincidenza c’è, ma è il bello dello sport, che ci siano storie così. Certo, per Kiraly c’è stato questo incidente di percorso; ma a quanto pare tornerà presto ad allenarsi e sono sicuro che, con le dovute precauzioni, tornerà più forte di prima e a fine stagione, o inizio della prossima, sarà un osso duro per tutti. Quanto al fatto che entrambi siamo sotto contratto con la Smash, cosa posso dire: staranno facendo i salti di gioia!” Altre risate. “Grazie Erwin e buona fortuna per domenica”. Sipario.

SEGUE A PAGINA 2

Continua a leggere