Toni Nadal: “Ai bambini bisogna rendere le cose difficili per educarli bene”

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Toni Nadal: “Ai bambini bisogna rendere le cose difficili per educarli bene”

L’ex allenatore di Rafa spiega come sia importante educare i figli con l’esempio e come intende applicare gli stessi principi usati per crescere suo nipote per la sua Accademia

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Nel 1989 prese sotto la sua tutela un bimbo di tre anni e lo ha modellato fino a farlo diventare il miglior tennista spagnolo di tutti i tempi. Quasi tre decenni dopo si fa da parte per concentrarsi sull’educazione alla Rafa Nadal Academy. Anche se non ha alcun titolo accademico che lo accredita, esistono poche voci più autorevoli di quella di Toni Nadal.

Intervista originale di “El Mundo

Cos’è più difficile, allenare mente o corpo?
È più semplice allenare persone che vogliono migliorare, qualunque sia la loro condizione.

 

Migliorare è impossibile senza una generosa dose di sacrificio. Come si insegna ad un bambino la cultura della rinuncia?
È imprescindibile fargli capire l’impegno che dovrà assumere, anche se poi questo cambia da persona a persona. Con Rafa fu molto semplice perché fin dal principio questo concetto gli fu chiaro. Oltre alla sua condizione fisica, la sua forza mentale è enorme.

Secondo la sua esperienza, a che età un bambino sarà in grado di capire il concetto di responsabilità?
Dipende da come ti hanno preparato alla vita. Proteggere troppo i bambini è dannoso, perché li si abitua ad essere motivati solo per quello che piace loro. In Accademia vediamo molti casi come questo e ti rendi conto che l’età è un fattore poco importante. Puoi avere un bambino di 12 anni completamente impegnato ed un altro di 18 anni a cui costa tanto fare dei sacrifici.

Rafa è cresciuto con la diretta testimonianza dei successi di suo zio Miguel Angel e lui stesso da piccolo ha dimostrato delle grandi capacità anche nel calcio. Com’è arrivata la necessità di dedicarsi solo al tennis?
La verità è che a lui piaceva molto di più il calcio ma ciò che ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato che già da molto piccolo iniziava a vincere nel tennis.

Come si educa uno sportivo d’élite?
Con la stessa normalità con cui si educa un qualunque bambino, però adeguata all’obiettivo che ti poni. È ciò che succede quando non ottieni un buon voto. Se vuoi ottenere qualcosa nella vita devi sforzarti.

L’educazione di Rafa potrebbe essere applicata al sistema scolastico in generale?
Credo di sì. L’educazione insiste nel voler trasmettere dei concetti, ma io sono convinto che sia più importante formare il carattere. È ciò che davvero ti aiuta nel risolvere i problemi nella vita.

E come si forma il carattere?
Con le difficoltà. Se al bambino gli faciliti il lavoro allora è difficile che migliori. Bisogna prepararli a ciò che incontreranno nella vita e insegnarli a risolvere i problemi fin da piccoli.

Cosa manca quindi nel sistema educativo?
Io parto dal fatto che l’educazione è il pilastro principale. Se hai una società educata, avrai meno problemi in ogni ambito. È importante potenziare e valorizzare il lavoro degli educatori ed appoggiarsi a loro per migliorare il sistema. Commettiamo l’errore di permettere a dirigenti lontani dalle reali problematiche del settore di prendere le decisioni quando invece dovremmo prima ascoltare quelli che lavorano sul campo. L’educazione richiede un consenso che sia capace di stabilire  delle norme che non cambino con il colore del governo. Questo è fondamentale.

Avere successo nello sport può essere usato come scusa per abbattere le esigenze scolastiche?
Mai. Nella Grecia antica lo sport era inteso come complementare alla formazione della persona. Secondo me nell’educazione andrebbero potenziate materie come lo sport e l’arte perché l’esperienza mi porta a dire che chi li pratica ha di solito una maggiore etica.

Accetterebbe in Accademia qualcuno che dimostri grandi capacità ma che non è un bravo studente?
Noi imponiamo dei minimi standard e quelli che non li superano, per quanto siano bravi sul campo, non possono partecipare ai tornei. È fondamentale perché ci è chiaro che non tutti gli alunni dell’Accademia avranno la possibilità di essere dei tennisti professionisti e perché, come dicevo inizialmente, la nostra filosofia è insegnare a superare le difficoltà della vita, non rendere le cose facili.

Che differenza c’è nell’allenare Nadal a 15 anni, a 20 anni e a 30?
La mia linea di lavoro è sempre stata quella di esigere molto, ma anche di cercare di responsabilizzare. Al Nadal 15enne dico io cosa fare, perché credo di avere maggiore capacità di giudizio e devo anche dare degli insegnamenti, ma crescendo è stato poi sufficientemente maturo da sapere cosa fare da solo.

Come spiega che gli stessi tennisti dominano il circuito professionista da più di un decennio?
Sicuramente tennisti come Nadal, Murray, Federer, Djokovic e qualcun altro come David Ferrer sono stati molto coinvolti nel loro lavoro e con una enorme capacità di sacrificio. Per Federer, nonostante tutto quello che ha vinto e la sua età, il tennis continua ad essere la sua priorità. Lo stesso succede a Rafa, nonostante i tanti problemi fisici. Ci sono sempre stati grandi giocatori, ma forse questa generazione si è impegnata di più. Nadal, Federer e Djokovic hanno vinto 47 titoli del Grande Slam insieme. Se prendiamo la generazione di Connors, Borg e McEnroe, che è stata altrettanto brillante, i titoli sono solo 26.

Perché non è venuta fuori alcuna alternativa?
Perché la generazione che ne doveva seguire i passi non è stata altrettanto buona. Ed è stato così perché è il riflesso della società in cui viviamo, ultra protettrice con i bambini. Quando noi siamo arrivati nel circuito, i migliori avevano tra i 21 e i 23 anni. Adesso, a quell’età non sono ancora arrivati tra i professionisti. Perché? Perché i ragazzi sono più immaturi e gli costa crescere.

Per concludere, ci dia cinque consigli per educare un bambino alla disciplina e al rispetto…
Prima di tutto è fondamentale che i genitori facciano autocritica; secondo, rispettare i ruoli. Quando io ero piccolo era impensabile che il posto migliore a tavola fosse per i bambini, adesso è tutto al contrario ed è un errore perché devono guadagnarselo. Terzo, evitare di pensare che la priorità siano sempre i figli e quindi concedergli tutto ciò che chiedono; quarto, insegnarli a fare non solo quello che piace a loro, ma far si che gli piaccia ciò che fanno e quinto, tornare alla formula classica, educare con l’esempio. Bisogna che i bambini capiscano che devono sforzarsi per ottenere ciò che vogliono. È una cosa che andrebbe applicata a tutti i livelli della società.

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Video intervista all’oriundo che giocò da azzurro in Davis e scovò Bjorn Borg

Martin Mulligan, tre volte campione al Foro Italico, ebbe il match point con Laver l’anno del suo primo Grande Slam e lo racconta. Manager Fila (e prima Diadora) parla di Borg, McEnroe, Pietrangeli, Hopman. Propone cambi al calendario, tipo F1

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Almeno due storie sarebbero incomplete senza citare Martin Mulligan (o Martino, come all’epoca lo chiamava Gianni Clerici), australiano di nascita ma anche italiano di passaporto: la storia degli Internazionali d’Italia, vinti da Mulligan tre volte (ogni due anni) a partire dal 1963, e la storia del marchio Fila che Mulligan ‘scelse’ a scapito di Diadora nel 1973. Già ritiratosi dalle competizioni, lavorava per Diadora promuovendone le scarpe da tennis e per Fila promuovendone i completini. A un certo punto i due marchi iniziarono a produrre ciò che prima non producevano e Mulligan fu costretto a scegliere: come detto scelse Fila, per seguire il cui mercato statunitense si trasferì a San Francisco – dove vive tuttora, e ancora collabora con il marchio sportivo nato a Biella nel 1923.

Abbiamo detto ‘almeno’ due storie, perché l’ex tennista nato a Marrickville quasi ottant’anni fa (li compirà il 18 ottobre) occupa un posto di primo piano anche nel secondo Grande Slam della storia del tennis, realizzato in era pre-Open da Rod Laver (che avrebbe poi bissato nel 1969). Non solo Mulligan è stato uno dei quattro tennisti sconfitti dal suo connazionale in finale, a Wimbledon (con la regina Elisabetta per la prima volta sugli spalti!), ma nello Slam precedente era arrivato a un centimetro dal fermarne la corsa: sul 5-4 30-40 del quarto set, in risposta a una seconda di servizio molto coraggiosa di Laver, Martino scelse di passare lungolinea come aveva fatto per quasi tutto il match e si ritrovò a osservare una volée incrociata vincente. Mulligan avrebbe perso 10-8 quel set, senza poter giocare altri match point, e 6-2 quello decisivo: Ma che hai combinato su quel match point, Martin!gli dice scherzando Ubaldo. Il resto dello scambio lo potete scoprire nella video-intervista realizzata dal Direttore (prima della cancellazione di Wimbledon).

I nonni materni di Mulligan nacquero a Orsago, in provincia di Treviso, per poi trasferirsi in Australia all’inizio del secolo scorso. Nella patria d’origine dei nonni Martin sarebbe ritornato per allenarsi e per cercare un posto da Davisman, poiché in Australia nonostante gli ottimi risultati non era mai riuscito a ritagliarsi uno spazio nella selezione capitanata da Harry Hopman. Ci riuscì, disputando da protagonista l’edizione 1968 in cui l’Italia fu sconfitta dalla Spagna di Gisbert, Sanatna e Orantes nella finale zonale (3-2, i due punti italiani furono firmati entrambi da Mulligan: un singolare a risultato acquisito e un doppio con Pietrangeli, sconfitto invece in entrambi i singolari, da Santana e Gisbert che fu l’uomo del match perchè in prima giornata aveva sopreso anche Martin). L’unico grande oriundo del tennis italiano.

 

Nell’intervista sono poi riaffiorati i ricordi dei suoi inizi con Fila, quando con Bjorn Borg già ‘assoldato’ l’azienda tentò di assicurarsi anche le prestazioni del giovane McEnroe. Il piano era spedire una racchetta di prova a Mulligan, perché la controllasse e la passasse poi a John, fedele alla sua Wilson, ma ‘un ritardo in alcune consegne‘ – racconta Martin – ‘ci costrinse a spedirla direttamente a Mac senza passare da me a San Francisco‘. E quello fu il patatrac, perché sulla racchetta il cognome di John era scritto con una ‘a’ di troppo: non solo McEnroe non avrebbe mai firmato per Fila, ma secondo l’aneddoto raccontato da Ubaldo il tennista statunitense tuonò che ‘non c’è verso sappiano fare bene le racchette, se non sanno scrivere il mio nome!‘. Nel video, potete ascoltare la versione originale della frase… che è un po’ più colorita.

Martin Mulligan e Ubaldo Scanagatta

Qualche stoccata anche ai tennisti di oggi – fanno un ace e prendono l’asciugamano, ma non ce n’è bisogno! – e agli organi di governance: ‘ITF dovrebbe controllare il tennis ma purtroppo sono stati incapaci tanti anni fa e questo ha prodotto la crescita di ATP e WTA. Dovrebbe esserci al massimo un grande torneo al mese, e poi ci sono troppi tornei di seconda categoria‘. Nostalgia di tempi in cui i ritmi erano molto più compassati, ma gli spalti del centrale del Foro Italico erano comunque pienissimi per incitare il non ancora italiano Martin Mulligan, capace di battere niente meno che Manuel Santana in quattro set. Era il 1965.

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Gérard Tsobanian, CEO del Madrid Open: “Sulla terra prima di Parigi? Una possibilità anche per Roma”

Il presidente del torneo di Madrid lucido e prudente nell’intervista a L’Equipe: “Roma e Madrid stanno valutando nuove date ma è complicato. Il Roland Garros? Ha fatto la scelta giusta. Oltre un limite, annullare l’intera stagione”

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Madrid (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Gérard Tsobanian, presidente e organizzatore (insieme a Ion Tiriac) del Mutua Madrid Open, ha parlato della situazione in cui versa il tennis mondiale in piena crisi da Covid-19 in una intervista concessa a L’Equipe. Dopo la sospensione di tutti gli eventi ATP e WTA fino al 13 luglio e la cancellazione di Wimbledon – il Roland Garros, con decisione univoca, dovrebbe svolgersi dal 20 settembre – e il rinvio delle Olimpiadi all’estate 2021, alcuni Masters 1000 (Miami, Roma e Madrid) stanno ancora valutando la possibilità di ricollocarsi nella seconda parte della stagione… pandemia permettendo.

Sono preoccupato, ci sono tanti punti interrogativi” rivela Tsobanian al quotidiano francese. “I giocatori vengono da tutto il mondo e coloro che giungono da una zona che ha superato l’epidemia non vorranno venire in un’area ancora infetta. Se ci proiettiamo nell’avvenire, sappiamo che avremo paura di ritornare negli stadi di calcio della propria città, figuriamoci in un luogo pieno di gente proveniente da tante parti del mondo, dall’Asia, dagli Stati uniti, Sudamerica… Dobbiamo essere realisti. La real politik, netta e crudele, è che se non viene trovato un vaccino efficace che ci rassicuri, la situazione sarà molto molto complicata“.

Al punto che il circuito potrebbe essere definitivamente sospeso nel 2020?Purtroppo penso di sì. Si è parlato di tornei a porte chiuse, ma cosa significa? Il tennis è condivisione, i giocatori sono in campo, vogliono vivere le proprie emozioni con la folla, è una festa, non è solo un torneo. È come cucinare una buona pietanza senza l’ingrediente che le dia tutto il sapore. Gli eventi a porte chiuse sarebbero tristi e perderebbero tutto il fascino di quello che dovrebbe essere un bel momento per tutti. Ora come ora, non possiamo stabilire un calendario certo, ci sarebbe il rischio di cambiare di nuovo tra due o tre settimane perché la situazione non migliora“.

 

Ma che ne è allora della situazione attuale del calendario? “In quanto membro del gruppo dei direttori dei tornei europei dell’ATP e mondiali della WTA, sono in costante dialogo con i giocatori, con tutti i direttori dei tornei, i dirigenti dei due circuiti per considerare le idee, le misure che potrebbero essere adottate, il calendario, il clima… Ci sono così tante opzioni e variabili che è un po’ difficile farsi un’idea chiara ma, con il passare delle settimane, le varie possibilità vengono meno. Si pensava perfino di collocare in luglio un Masters 1000 americano, Miami, ma non penso si possa fare. E, inoltre, che dei tornei su terra rossa possano svolgersi la settimana che precede il Roland Garros. Sarebbe una possibilità per Madrid o Roma e per dei tornei ‘250’. Si stanno valutando queste opzioni in seno all’ATP e alla WTA per salvare il salvabile. Ma più passano le settimane, più sembra difficile e significherebbe solo un mantenersi a galla. Qualunque cosa accada, l’anno 2020 sarà molto danneggiato”.

Che cosa bisognerebbe fare allora?Penso sia necessario fissare una data limite oltre la quale l’ATP e la WTA decreteranno l’annullamento della stagione. La si cancella dal calendario e si ricomincia. Bisognerebbe fermare tutto al 31 dicembre 2019 per ricominciare il 1 gennaio 2021. Non c’è classifica che tenga, i punti… ‘back to the future to start the future'”.

Nel frattempo, stando alle parole di Tsobanian, sembra che Madrid resti candidata all’eventuale riprogrammazione: la cancellazione potrebbe non essere definitiva. “Sì, ma non possiamo decidere di corsa e dare una data come ha fatto il Roland Garros. Ritengo sia stato coraggioso da parte loro e forse un po’ ottimista. È la data più lontana per le condizioni climatiche, con l’idea di salvare l’evento per quest’anno. Penso che abbiano fatto la scelta giusta. Hanno tarpato le ali a Wimbledon che avrebbe potuto infilarsi in quella data. Ma attualmente non possiamo stabilire un calendario fisso. Per ora bisogna controllare come si evolve la pandemia in Europa e nel mondo. Inutile investire in nuove spese per poi annullare di nuovo. Non bisogna dimenticare che in ogni torneo ci sono essere umani che lavorano e bisogna prendere coscienza della situazione reale: una catastrofe sanitaria che niente e nessuno può impedire”

In chiusura sulla cancellazione dello Slam londinese: “Wimbledon è il tempio del tennis, intoccabile, saldo come una roccia che non può venire intaccato. Se un torneo così sacrosanto viene annullato, vuol dire che siamo tutti in pericolo. Siamo tutti vulnerabili, l’abbiamo appena visto, non hanno resistito neanche le Olimpiadi”.

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Fognini: “Il Roland Garros è troppo vicino allo US Open, non è salutare”

Fabio racconta la propria quarantena in un’intervista a La Stampa. “È una situazione surreale, da film. Federico vorrebbe correre per il mondo, provo a spiegargli che non si può”

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Come tutto il resto d’Italia anche Fabio Fognini è in quarantena forzata nella sua casa ad Arma di Taggia. L’azzurro ha la fortuna di poter condividere questo difficile periodo con la propria dolce metà, Flavia Pennetta, e con i due figli, Federico e Farah (tutti nomi rigorosamente con la “F”, come vuole la tradizione di casa Fognini). L’ultima nata ha poco più di tre mesi per cui, ovviamente, non si rende conto della situazione, mentre Federico che di anni ne ha quasi tre è pieno di energie e nonostante il giardino, a volte sente il peso della reclusione. Lo ammette candidamente Fabio che a Stefano Semeraro de ‘La Stampa’ ha raccontato le proprie tenere difficoltà di padre. “Ha tre anni, vorrebbe correre per il mondo. Provo a spiegargli che è un momento difficile, che non si può uscire. Non sempre ci riesco“.

Lui stesso in prima persona, come un po’ tutti, soffre questo difficile momento. Le giornate improvvisamente si dilatano e si presenta così l’occasione di rispolverare attività da tempo accantonate, non fosse altro che per dare un po’ tregua alla testa che viaggia a mille. “Di mio sono abbastanza ansioso, quando cala il sole mi incupisco un po’. È una situazione surreale, da film, quindi cerco di tenere impegnata la testa. In qualsiasi modo: ho carteggiato delle sedie e le ho passate con l’antiruggine, ho ridipinto un cancello. Cose che mi piace anche fare, ma per cui di solito non ho tempo“.

Spazio anche ad altro tipo di “dolenti note“, ovvero quelle professionali. Il mondo dello sport, enclave felice (il più delle volte) del “mondo vero”, è infatti anch’esso in stallo e i pochi che si muovono creano problemi. Il riferimento è ovviamente alla decisione, arbitraria e unilaterale, di spostare il Roland Garros a fine settembre, mossa che ha sorpreso e scontentato tutti dalle alte sfere dirigenziali ai giocatori. Fabio non fa eccezione e prende posizione in maniera piuttosto chiara. “Non sono d’accordo di giocare il Roland Garros solo una settimana dopo gli US Open. Capisco che serva per recuperare, ma è troppo vicino. Non parlo di me, ma per gente come Nadal e Djokovic, che arriva sempre in fondo, farsi quattro settimane di Slam in un mese non è salutare“.

 

L’eventualità che Nadal rinunci a New York per giocare a Parigi, non appare verosimile a Fabio. Diverso il caso di Roger invece, che si è sempre riservato molta libertà nel costruire la propria scaletta stagionale. “Non penso che Nadal lo farebbe. L’unico che può pensarlo è Federer, anche perché la Laver Cup è nello stesso periodo. Sono in contatto con l’ATP, so che stanno buttando giù idee per quando migliorerà. Ma non è semplice. Se continua così rischiamo di perdere tutto l’anno. Avevo già deciso che non sarei andato in Cina in ottobre, a prescindere dal contagio, non me la sentivo. Il calendario prevede gli USA, poi l’Oriente, poi di nuovo l’Europa, ma il problema è che la situazione è critica ovunque“.

Fognini è in contatto anche con molti giocatori e tutti sembrano essere dello stesso avviso: non si gioca a porte chiuse. “Ho sentito tanta gente quando l’ATP doveva decidere cosa fare. Feliciano Lopez, che è anche il direttore del torneo di Madrid, Stan Wawrinka, Grigor Dimitrov… Eravamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, nessuno voleva giocare. Neanche a porte chiuse. Perché gli sponsor contano molto, ma noi giochiamo per il pubblico e sono gli spettatori che tengono su i tornei. A spalti vuoti ho giocato la Davis a Cagliari: molto triste“.

Mentre il calcio sembra fortemente intenzionato a trovare un modo per finire il campionato, Fabio propone molta cautela. Meglio forse uno stop più lungo che una ripresa incerta e prematura, con l’aggravante del giocare senza pubblico. “Una cosa è finire il campionato, non metto becco. E capisco anche tutti i soldi che girano attorno al calcio. Ma quest’anno sarà tutta l’economia del nostro paese, non solo il calcio, che prenderà una bella botta. Io sono dell’idea che bisogna remare tutti dalla stessa parte. Le istituzioni decideranno, ma giocare a porte chiuse non è bello“.

Tra le tante difficoltà delle ultime settimane, l’azzurro si è risparmiato almeno l’inutile trasferta negli Stati Uniti, col rischio poi di rimanere bloccato nel limbo del “si gioca, non si gioca” come capitato a molti altri. “Sono l’unico che l’ha sfangata. Avevo deciso di prendermi un giorno di più, accompagnare la famiglia a Barcellona e partire da lì. Avevo il volo alle 5 di mattina. La sera prima Flavia stava stirando, io ero sul divano, le ho detto che andavo a riposare un po’ ma all’una e mezzo è suonato il cellulare: ‘Aspetta’. Poi è uscita la notizia che il torneo era stato cancellato. Ho avuto fortuna“.

A casa ora, Fabio, che per sua stessa ammissione non tocca racchetta dal 7 marzo (ovvero dal tie di Coppa Davis contro la Corea del Sud) si limita ad un’oretta al giorno di esercizi fisici. L’obiettivo è non superare gli 80 chili: per ora tutto okay. Le priorità comunque al momento non riguardano certo il tennis, non più. Il focus vero è un altro. “La salute: non solo mia, di tutta la mia famiglia. Il tennis mi ha fatto girare il mondo e guadagnare tanti soldi, ma ora l’ho messo in secondo piano“.

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