Federer-Nadal: la rivalità vista come mai prima d'ora

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Federer-Nadal: la rivalità vista come mai prima d’ora

Vincere un torneo significa battere tutti gli altri. Direttamente o indirettamente. Roger e Rafa hanno conquistato 177 titoli in due. Ma quante volte erano in tabellone entrambi?

Luca Baldissera

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Lunedì, 18 giugno 2018, la classifica ATP ha registrato come numero uno del mondo Roger Federer, e come numero 2 Rafael Nadal. La prima volta che il ranking aveva visto lo svizzero e lo spagnolo in quelle rispettive posizioni era stata il 25 luglio del 2005. Roger era già in vetta da un anno e mezzo, conquistata il 2 febbraio 2004 dopo la vittoria agli Australian Open. Rafa, nell’estate successiva, scavalcò Lleyton Hewitt, al termine di una gran prima parte di stagione, con le vittorie a San Paolo, Acapulco, Montecarlo, Barcellona, Roma, Roland Garros, Bastad e Stoccarda, arrivando così alle spalle di Federer. Da quel giorno sono passati 13 anni. Lunedì scorso, Nadal è ritornato in cima, e Federer al numero due. La prima volta che accadde fu il 18 agosto del 2008, dieci anni fa. È incredibile solo pensarci, ma tant’è, i migliori di tutti sono ancora loro.

Durante questa enormità di tempo, si sono sprecate le discussioni, le analisi e le valutazioni sulle carriere dei due fuoriclasse che hanno stravolto la storia del tennis. Per ora, i numeri dicono in modo chiaro che il migliore è Federer, che ha vinto nettamente di più. Ma dicono anche, con altrettanta chiarezza, che Nadal lo ha sempre fatto soffrire moltissimo quando si sono incontrati, il famigerato computo dei cosiddetti head-to-head vede infatti Rafa in vantaggio per 23 a 15. Fin qui, nulla di nuovo. C’è un calcolo, però, che per quanto ne sappiamo non era ancora stato fatto da nessuno, e che a mio avviso non solo è assolutamente degno di attenzione, ma arriva a ribaltare, o quantomeno mettere in prospettiva diversa, proprio il dato che maggiormente favorisce Nadal, quello dei confronti diretti.

 

Premessa: come qualsiasi giocatore sa benissimo, e la cosa vale dalla quarta categoria fino all’ATP, chi si iscrive e partecipa a un torneo, lo fa per vincerlo. Che sia facile o terribilmente difficile, non cambia. E per vincere un torneo, bisogna battere – direttamente o indirettamente – tutti gli altri tennisti presenti nel tabellone. Chi alla fine alza la coppa, per esempio in uno Slam, ha superato gli altri 127 giocatori in competizione, si è dimostrato nei fatti più forte di tutti loro, sia di quelli che ha affrontato e sconfitto, sia degli altri. Di chiunque altro, per il banale motivo che qualsiasi avversario o lo ha battuto sul campo, o ha battuto chi lo aveva eliminato nel turno prima, o chi lo aveva a sua volta fatto fuori nei turni precedenti. Non si scappa, è un dato di fatto. Ovviamente, ci possono essere casi limite, molto rari, in cui per esempio un tennista fa la partita della vita contro Nadal, e poi si infortuna e non è in grado di difendere le sue possibilità contro Federer, o viceversa. Stesso discorso per quanto riguarda il cosiddetto “match-up” tecnico, può succedere che un giocatore abbia caratteristiche tecnico-tattiche tali da essere in grado di mettere in difficoltà Nadal, battendolo, ma non Federer. Però, visti i numeri relativamente grandi che andremo a prendere in esame, non sono eventualità da ritenere determinanti proprio perché come detto molto rare, e soprattutto perché in così tanti anni e tornei succedono a volte a uno, a volte all’altro, rimanendo in ogni caso marginali.

I numeri di cui si parla sono, banalmente, i titoli vinti da Roger e Rafa. Per ora, sono 98 per Federer, 79 per Nadal. Ebbene, in quanti di questi tornei conquistati era presente in tabellone anche l’altro? Non è stata una ricerca semplice, ma ne è valsa la pena, perché il risultato è interessante:

  • dei 98 tornei conquistati Roger, in 49 ha giocato anche Rafa
  • dei 79 tornei conquistati da Rafa, in 39 ha giocato anche Roger.

La percentuale è praticamente identica, il 50%, ma il valore assoluto è decisamente diverso: Federer ha vinto, con Nadal in tabellone, ben 10 tornei più di quanti ne abbia vinti Nadal con in tabellone Federer.

Di seguito il dettaglio:

Roger  Wimbledon 2003, AO 2004, Dubai 2004, Indian Wells 2004, Toronto 2004, USO 2004, Doha 2005, Miami 2005, Halle 2005, Wimbledon 2005, Cincinnati 2005, USO 2005, Indian Wells 2006, Miami 2006, Wimbledon 2006, Toronto 2006, USO 2006, Madrid 2006, Masters 2006, AO 2007, Dubai 2007, Amburgo 2007, Wimbledon 2007, Cincinnati 2007, USO 2007, Masters 2007, USO 2008, Madrid 2009, Roland Garros 2009, Cincinnati 2009, AO 2010, Cincinnati 2010, Masters 2010, Doha 2011, Masters 2011, Indian Wells 2012, Madrid 2012, Wimbledon 2012, Halle 2014, Shanghai 2014, Basilea 2014, Cincinnati 2015, Basilea 2015, AO 2017, Indian Wells 2017, Miami 2017, Wimbledon 2017, Shanghai 2017, AO 2018. (37 duro, 8 erba, 4 terra battuta).

Rafa  Montecarlo 2005, Roma 2005, Roland Garros 2005, Dubai 2006, Montecarlo 2006, Roma 2006, Roland Garros 2006, Indian Wells 2007, Montecarlo 2007, Roma 2007, Roland Garros 2007, Montecarlo 2008, Amburgo 2008, Roland Garros 2008, Wimbledon 2008, Toronto 2008, Olimpiadi 2008, AO 2009, Indian Wells 2009, Montecarlo 2009, Roma 2009, Roma 2010, Madrid 2010, Roland Garros 2010, Wimbledon 2010, USO 2010, Montecarlo 2011, Roland Garros 2011, Roma 2012, Roland Garros 2012, Indian Wells 2013, Madrid 2013, Roma 2013, Roland Garros 2013, Cincinnati 2013, USO 2013, Roland Garros 2014, Montecarlo 2016, USO 2017. (26 terra battuta, 11 duro, 2 erba).

Attenzione, qui prendiamo in esame, per andare sul sicuro e non imbarcarci in calcoli potenzialmente infiniti, solo ed esclusivamente i tornei vinti da uno o dall’altro, non i migliori piazzamenti o cose del genere, ribadendo il concetto assoluto, base dello sport, che chi alla fine si porta a casa la coppa è indiscutibilmente stato, in quella competizione, il migliore tra coloro che hanno partecipato. Come potremmo chiamarli, confronti “estesi”? Head-to-head “assoluti”, ovvero sia diretti che indiretti? Non lo so, ma rimane un dato che non era ancora mai stato preso in considerazione: nella sua carriera, Federer ha battuto direttamente o indirettamente Nadal 49 volte (vincendo un torneo a cui partecipava anche Rafa), Nadal lo ha fatto 39 volte.

Roger Federer e Rafa Nadal – Laver Cup 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

Delle 38 volte in cui Roger e Rafa si sono effettivamente incontrati sul campo, solo in sei occasioni nessuno dei due ha poi vinto il torneo (Miami 2004, Nadal b. Federer al terzo turno, titolo a Andy Roddick, Miami e Madrid 2011, titoli a Novak Djokovic, Australian Open 2012 e ATP Finals 2013, titoli sempre a Djokovic, Australian open 2014, titolo a Stan Wawrinka). Volendo inquadrare quindi nell’ottica dei “confronti assoluti” anche gli head-to-head diretti, nell’84% dei casi chi ha vinto sul campo ha poi conquistato il torneo. A riprova che parlando di fuoriclasse di tale livello e con tanto margine sulla concorrenza (177 trofei di cui 37 Slam in due, spaventoso) la vittoria di un titolo è abbastanza vicina, come dato statistico, alla vittoria in un confronto diretto sul campo: se vincere il confronto diretto significa nella grande maggioranza dei casi vincere il torneo, allora è vero anche il contrario, ovvero che se si vince il torneo molto probabilmente si sarebbe vinto lo scontro diretto anche nei casi in cui l’incontro non ha avuto luogo perché uno dei due è stato eliminato prima. In altre parole, Federer e Nadal sono sempre stati talmente forti e continui in carriera, che se uno dei due perdeva da un terzo giocatore poi battuto dall’altro, voleva dire che non era in un momento di grande forma, ed è estremamente probabile che dall’altro avrebbe perso anche giocandoci contro direttamente, perché contro Roger e Rafa o sei al massimo o perdi, anche se sei Roger o Rafa stesso.

Il prossimo capitolo della storia verrà scritto a Wimbledon tra pochi giorni. Federer e Nadal, ovviamente, saranno le prime due teste di serie, e un’eventuale partita tra loro potrebbe avvenire solo in finale. Ma se anche uno dei due vincesse il titolo, con l’altro eliminato prima dell’atto conclusivo, il valore di tale successo – dal punto di vista sportivo, se non numerico in senso stretto– diventerebbe inevitabilmente molto, molto simile, al prevalere in un confronto diretto. Sarebbe davvero difficile non pensarlo, sia per i tifosi, che per i giocatori.

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La rivoluzione è adesso: entra in vigore il “Transition Tour”

La riforma del mondo Futures sarà presto realtà: l’ITF si disferà dei “professionisti a metà” e promuoverà la crescita degli juniores

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La stagione 2019 sarà un importante momento di svolta per il tennis mondiale, dal momento che verranno introdotti sostanziali cambiamenti all’interno delle principali organizzazioni. Se alla riforma della Coppa Davis è stato dato ampio spazio negli ultimi mesi, lo stesso non si può dire dell’introduzione del “Transition Tour” da parte dell’ITF. Il provvedimento è stato preso in febbraio con un obiettivo ben preciso: ridurre il numero di giocatori “pro” e aiutare i giovani a entrare gradualmente nel circuito maggiore. Tutto è partito da un’analisi delle due classifiche, ATP e WTA in cui sono risultati professionisti (quindi inseriti nelle classifiche per l’acquisizione di almeno un punto valido) quasi 2000 uomini e circa 1400 donne. All’interno di questo gruppo però, la maggior parte dei tennisti non possono dirsi a tutti gli effetti “professionisti”, dal momento che -secondo l’analisi della Federazione- solo dai giocatori attorno alla 350esima posizione per gli uomini e 250esima per le donne in su si può parlare di professionismo.

Il circuito di transizione, denominato ufficialmente ITF World Tennis Tour, da inizio 2019 dimezzerà il numero di giocatori presenti in classifica secondo i provvedimenti adottati. L’obiettivo è avere circa 750 professionisti per il Tour maggiore, sia in quello maschile che femminile. Verrà creato un nuovo ranking, che terrà conto dei punti dei tornei ITF da 25.000$ e 15.000$ di montepremi e nelle qualificazioni per i tornei Challenger. Se fino alla stagione 2018 i risultati ottenuti nelle categorie davano dei punti validi per le classifiche ATP e WTA, dal 2019 offriranno “ITF Entry Points”. Nel dettaglio:

 
  • i tornei da 15.000$ di montepremi non offriranno più punti ATP o WTA, ma esclusivamente “ITF Entry Points”;
  •  i tornei da 25.000$ distribuiranno punti in entrambe le classifiche per gli uomini solo per semifinali e finali: nei 25k + Hospitality la vittoria del torneo frutterà 5 punti ATP, la finale 3 e la semifinale 1 ;nei 25k ordinari, la vittoria del torneo frutterà 3 punti e la finale 1; i risultati dai quarti di finale in giù daranno “ITF Entry Points”
    tra le donne continueranno a offrire unicamente punti WTA;
  • verranno denominati ITF Wolrd Tennis Tour 25s e ITF Wolrd Tennis Tour 15s.

A breve l’ITF opererà una selezione. Secondo il prospetto indicato sopra, all’inizio della nuova stagione verranno sottratti al ranking ATP o WTA di un giocatore/giocatrice i punti conquistati dal momento in cui il sistema è stato introdotto e dal 2019 saranno invece validi solo per il “Transition Tour”. Sarà comune perciò per un tennista avere due ranking paralleli, uno del Tour maggiore e l’ITF World Tennis Ranking. Il caso più rilevante è quello di Ugo Humbert, attualmente 84esimo nella classifica ATP. Il giocatore francese entrava a pieni titoli nell’entry list dell’Australian Open 2019, ma gli verranno sottratti 88 punti (dei 97 conquistati) ottenuti in un Futures 25k, scivolando così fuori dalla lista, ma primo tra gli “alternates”.

Nella nuova composizione dei tornei Futures 15k ci sarà un occhio di riguardo per i giovani, ai quali la riforma è in gran parte destinata. Nel tabellone -a 32 partecipanti-, saranno garantiti cinque posti per gli juniores presenti tra i primi cento giocatori del ranking ITF. Si tratta di un chiaro tentativo di consegnare al Tour professionistico dei giocatori con maggiore esperienza internazionale e consentire loro un graduale ingresso tra i “pro”, ma non solo. Ciò che spesso non consente ai migliori giovani prospetti di affermarsi sin da subito sono gli ostacoli economici. Con la riforma del “Transition Tour” l’ITF ha garantito una maggiore omogeneità nella distribuzione dei Futures in calendario. In questo modo anche i giovani potranno prendere parte ai tornei senza dover andare in rosso per le spese del trasferimento.

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Il clown nel tennis

Artisti, prima ancora che professionisti nel mondo della racchetta. E chissà come sarebbe se non ci fossero loro

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Dustin Brown - Wimbledon 2015 (foto @Gianni Ciaccia)

“Sono un clown e faccio collezione di attimi!” (H. Boll)

Attimi non consecutivi, attimi in contraddizione. L’attimo e quello ad esso contrario. Principio di identità e contraddizione. Estemporaneità. Un clown non vuole intrattenere né essere causa di riso o malinconico pianto. Questo è il ruolo che gli è stato assegnato. Un clown non vuole mostrarsi necessariamente bizzarro. Un clown è uno che dà una diversa interpretazione alle cose. Due punti possono essere uniti da una spirale, una linea retta è più breve, ma non necessario. Un clown da un senso a cose che apparentemente non ne hanno ed è quello il suo senso. Spesso le smonta, mutandone il senso ed è anche quello il suo senso. Un clown gioca con l’apparente non senso ed è questo il suo senso.

 

Il tennis non esiste, esiste un’altra cosa di cui il tennis è un mezzo. Dustin Brown non gioca a tennis, fa un’altra cosa. Non ci sono punti, non ci sono games né set, non contano analisi tecniche o tattiche. Nulla di questo è importante, Dustin è un jazzista, un free styler, un improvvisatore. Brown fa rima con clown e l’insieme delle sue improvvisazioni ne attesta l’esistenza. Palle spedite in rete, nei corridoi, nei teloni, nascoste all’avversario, palle che si afflosciano al suolo come goccia o lo bucano come bombe, palle scagliate da una testa di una racchetta che spunta da dietro la schiena, da sotto le gambe o dalla mano nascosta tra lunghi dreads di un uomo volante. Brown non si giudica dai risultati ma dalla collezione di attimi che regala. L’unica vittoria che conta è aver esplicato se stesso, attestato unico di esistenza in quell’opera d’arte che porta il proprio nome.

Il diavolo fa le pentole e prima che riesca a risolvere il problema coperchi arriva Benoit Paire e le distrugge. La palla rimbalza lontano, l’avversario è a rete. Serve passare con un recupero di diritto, Benoit ci arriva, saltello da etoile del balletto classico e via di tweener. Gli viene meglio così. La banalità stressa ed annoia, non è divertente, l’amore e la fantasia si nutrono d’altro. Benoit Paire e la perenne ricerca della fuga dal banale e dalla noia, un match di tennis l’occasione. La palla corta che torna indietro o muore senza rimbalzare, una volée alta di rovescio giocata da terra, tweener seriale, gratuito di diritto seriale, doppio fallo seriale. La serialità della apparente follia il filo logico portante. Mai fidarsi di un barbuto hipster con racchetta, solo gustarsi il piacere di lasciarsi sorprendere.

Gael Monfils – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

A tennis gioca Gael Monfils, di indole clown e di professione tennista. Qualche misterioso desiderio masochistico o espiatorio, lo porta a svolgere il proprio lavoro da stoico manovale della racchetta. Corre, sbuffa e rema Gael, ogni tanto se ne dimentica dando sfogo alla sua vera natura e vengono fuori cose meravigliose. Tra prodezze fisiche, recuperi impossibili, spaccate, colpi in elevazione o con sforbiciata, tweener, tocchi irridenti, sguardi, atteggiamenti, scenette ed espressioni da attore consumato, simulazioni di malesseri e di abbandono dello scambio, Monfils porta avanti il suo show a sprazzi con il rimpianto che un tennis più propositivo lo avrebbe reso un tennista ed un clown migliore.

Nick Kyrgios fa il clown per non soffrire. Se quel che potrebbe essere devasta, prima che accada lo si può boicottare. Un clown colleziona attimi, lui lo fa per evitare lo stress di collegarli e dare titolo ad una storia. Nell’altrui attesa di divenir Federer, Grigor Dimitrov gioca a Stoccolma e serve il suo game di battuta. Sock che è uno che in un campo da tennis sa divertirsi, risponde forte sui piedi e Grigor chiude il punto giocando un colpo da dietro la schiena. Punto successivo, Sock risponde ancora più forte ed ancora tra i piedi e Dimitrov avendo ancora meno tempo, colpisce da sotto le gambe e fa ancora punto. Tanta fantasia imbrigliata in cambio di niente non gli basterà, qualcuno ha visto arrivare Godot?

Nick Kyrgios – US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Nastase, Navratilova, McEnroe, Mandlikova, Noah, Mecir, Leconte, Ivanisevic, Rios, Agassi, Sampras, Henin, Federer, Radwanska, dei clown hanno la visionarietà, l’interpretazione dell’attimo, ma mai scollegato dalla visione d’insieme ed infatti chi più, chi molto, chi meno, son stati campioni. Il loro nome lo si può trovare negli albi dei grandi eventi dove ci sarà sicuramente qualcuno qui omesso per fretta e dimenticanza. Di alcuni gli albi e le cronache nemmeno ne portano traccia poiché tennisti dai risultati modesti o dall’attimo singolo che non fa collezione.

Fabrice Santoro lo chiamavano Le Magicienne e non aveva fisico da tennista così come modo di impugnare la racchetta. Ha fatto finire dallo psichiatra molti tennisti con le sue magie per poi passare a divenire una star del senior tour lasciando il suo trono, senza erede. Per dei brevi momenti sembrava dover essere Dolgopolov, ma lo hanno visto scivolare mentre tentava di arrampicarcisi.

Anno del Signore 1988. Boris Becker, il più giovane vincitore della storia di Wimbledon al pieno della sua carriera, incontra sulla terra rossa di Amburgo un tipo strano dagli enormi baffoni e dagli enormi quadricipiti femorali contestualizzati in un fisico da impiegato. Strana è anche la provenienza per un tennista, l’Iran, infatti il tipo vive in Francia da una vita. Mansour Baharami è il suo nome ed è sconosciuto ai più. Si fa notare sin dai primi punti per avere un senso del tennis tutto personale. Colpi bislacchi tirati alla carlona, repertorio di assolute scempiaggini, nessun rudimentale rigore tattico, l’idea di non applicarcisi nemmeno. La gente però si diverte e Becker capisce che quel tipo strano gli porterà via la scena.

Ma cosa può un tennista contro uno show man puro, per la conquista dell’applauso? Becker è uno dei tennisti più presuntuosi e pieni di se mai apparsi e questa cosa lo manda in bestia, ma cosa può fare se non vincere il match a colpi di randellate? Becker sa che l’applauso oggi non sarà per lui. Becker può giocare volée sublimi, drittoni pesantissimi, rovesci da manuale, servire bazookate, ma cosa può contro uno che sulla risposta mima il passo del giaguaro per arrivare a rispondere sulla linea del servizio con una palla corta e vincere il punto? Cosa può un tennista pur superdotato di talento contro uno che ti fa uno scambio di cui due colpi sono tweener o che lobba al volo in controtempo e usa il dropshot come un colpo base? Può giocare a tennis al meglio che può senza lasciarsi condizionare dall’applausometro e da cosa combina l’altro. E questo accade.

Becker si scioglie, si rassegna a lasciare per un giorno la platea all’avversario e i ruoli sembrano essersi pacificamente definiti: uno deve vincere il match, l’altro fare lo show. Il match si chiude con Bahrami che serve non colpendo la palla sopra la testa, ma fa il movimento a vuoto per poi colpirla da sotto, prima che essa caschi a terra. Gioco, partita, incontro Becker, ma quel giorno probabilmente nasce la leggenda di Mansour Bahrami, il clown definitivo del tennis. Bahrami racchetta campo e pallina ha dovuto conquistarseli, l’Iran della Rivoluzione Islamica non vedeva di buon occhio i trastulli degli occidentali, quindi prese la borsa dei giochi e dei trucchi e trasferì i suoi baffoni in Francia. Una volta tennista giullare tendenzialmente doppista, ha deciso di ringraziare il mondo della racchetta donandogli intrattenimento, gioia, divertimento e spensieratezza, specie nel post carriera dove è divenuto star richiestissima per esibizioni, spesso accompagnato dai protagonisti del Senior Tour ed altre ex star del tennis che di volta in volta si prestano a fargli da spalla.

Mansour Bahrami – Australian Open Legends 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Non prendersi troppo sul serio è una delle miglior vie per vivere seriamente la propria esistenza. “La musica non esiste, esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata e infatti io non suono faccio tutta un’altra cosa” (A. Bonomo). Per un clown le cose esistono, ma sono un’altra cosa. Un clown non è nato per scatenare il riso o un malinconico pianto, è solo uno che da una diversa interpretazione alle cose.

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Piccoli passi verso la rivoluzione: i ‘1000’ avranno lo shot clock

Introdotto la scorsa estate, confermato agli US Open. Dal 2019 lo shot clock arriva sarà implementato nei tornei più importanti. E non è l’unico step verso una nuova versione del mondo ATP

Carlo Carnevale

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In principio era il rigore. La compostezza dei gesti in campo e sugli spalti, il silenzio durante il gioco, la seraficità di giocatori, arbitri e spettatori. Il tempo, però, insieme con la non trascurabile rilevanza del denaro che sempre più ha iniziato a pesare con il passare degli anni, ha imposto nuove necessità e nuove regole, che da non scritte si sono e si stanno trasformando in codice vero e proprio. Il tennis cresce e matura, paradossalmente rincorrendo sempre nuove giovinezze dimenandosi con orgoglio tra le spire di una tradizione a tratti vetusta, e lo fa ritagliandosi nuovi abiti (meglio dire accessori forse) per piacere ai nuovi adepti e ai nuovi sponsor. Le richieste televisive hanno alla fine divelto il chiavistello dei long set negli Slam, arrivando a una grottesca frammentazione in quattro soluzioni differenti; e anche i tempi di gioco, ormai, sono destinati alla rivoluzione sulla scia di quanto visto nell’ambiente giovane per antonomasia, le Next Gen Finals.

Il nuovo logo è stato in realtà un minimo ritocco facciale. L’ATP Tour si è rifatto il trucco nel profondo, andando a scardinare gli ancoraggi più arrugginiti, e dal prossimo (veramente prossimo) anno si vedranno i cambiamenti maggiori. Non del tutto nuovi, comunque: si tratta dello shot clock, i 25 secondi di cronometro che separeranno un punto dall’altro in tutti i Masters 1000, dopo l’esordio Major del 2018 agli US Open (era già stato introdotto a Toronto e Cincinnati). Sarà una misura obbligatoria per tutti gli ex Super 9, su tutti i campi e qualificazioni comprese. Le opinioni dei big sull’argomento sono cosa nota, ciascuno munito di secchio per tirare acqua al proprio mulino; sta di fatto che, numeri alla mano, lo shot clock non pare aver invertito alcun ordine di valori in campo o fatto pendere i bracci della bilancia in modo anomalo. Sarà raccomandato e proposto ai tornei di ogni ordine e grado, ma per le categorie minori rimarrà facoltativo fino al 2020, quando invece diventerà parte dei requisiti obbligatori per gli eventi ATP.

 

Si respira dunque l’aria di un cambiamento volto forse più all’ottenimento di maggiore audience che di maggior qualità del prodotto, sebbene l’una potrebbe fare da traino all’altra (come spesso accade viceversa). E il treno delle novità coinvolgerà anche il doppio, disciplina nobile andata negli anni accontentandosi di un ruolo da comprimaria, a essere fortunati. Forti di un lavoro pseudosindacale che va avanti da una decina d’anni ormai, i doppisti hanno finalmente ottenuto concessioni importanti per poter divulgare la variante del tennis in coppia, a partire dal campo di partecipazione ai tornei. Dal 2019, infatti, tutti i Masters 1000 allargheranno il numero di team partecipanti dalle usuali 24 a 32, come già visto nelle ultime stagioni a Indian Wells e Miami, con tre wild card concesse rispetto alle due del passato. Uno sforzo significativo per riportare in auge un lato della racchetta andato oscurandosi, a causa soprattutto delle scelte dei top players che raramente vi si dedicano se non in occasioni particolari (vedasi le Olimpiadi, che nel 2008 e 2016, in doppio, hanno visto iridati prima Federer poi Nadal).

Questione di visibilità, per la quale gli stessi doppisti saranno tenuti a impegnarsi ancora di più rispetto a quanto non abbiano fatto finora (e saranno probabilmente contenti di farlo). Sono state infatti istituite numerose iniziative pubblicitarie per le quali i giocatori dovranno mostrarsi disponibili proprio allo scopo di promuovere i tornei, come appuntamenti sponsor o eventi Pro-Am, molto in voga negli Stati Uniti, in cui professionisti e dilettanti calcano gli stessi campi. A proposito, i campi. Tra le proposte più interessanti, anche se non ancora definitive, c’è quella di un Doubles Only Courtovvero la possibilità di marchiare il campo di una partita di doppio in maniera autonoma e differente rispetto al singolo. Come se fosse un prodotto a sé stante quindi, garantendo maggiore visibilità e introiti pubblicitari separati. E per non farsi mancare nulla, il movimento sulle tribune durante gli incontri di doppio sarà libero.

È il successo dei test introdotti durante le ultime US Open Series, e un passo tutt’altro che piccolo verso una vera e propria rivoluzione, come già si vede da due anni a Milano con le Next Gen Finals. C’è sicuramente parecchia strada da fare prima che la finale di Wimbledon inizi con il warm up accelerato e venga decisa da un servizio deviato dal nastro grazia alla no-let rule, magari sul 40-40 e con il killer point. Ma mai dire mai.

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