The Queue, la leggenda di Wimbledon che inizia fuori dai cancelli

L'esperienza della coda più famosa del mondo, raccontata dall'interno. Tempo medio per una partita di Federer? 24 ore...

The Queue, la leggenda di Wimbledon che inizia fuori dai cancelli
The queue - Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Inspiegabile come l’istinto che porta le anguille nostrane a riprodursi nel mar dei Sargassi, ogni tennista italico, terraiolo nel DNA, ha sognato almeno una volta di recarsi in pellegrinaggio sui campi di Church Road per vedere il tennis giocato nella sua dimora: l’All England Lawn Tennis and Crocquet. Molti di quelli che esternano questo sogno ai veterani del proprio circolo però si sentono subito ribattere: “È impossibile!”. I biglietti acquistabili nei canali ufficiali per gli stadi meno importanti comportano infatti “esperienze” (in buona sostanza una colazione in un tendone prima dell’ingresso all’All England e un buono di valore variabile spendibile negli innumerevoli negozi del torneo) che costano poco meno di 400€, mentre nei canali un po’ più ufficiosi si possono acquistare i tagliandi d’accesso per i primi giorni del Centrale o del Campo 1 per cifre che partono dagli 800€. In realtà il modo più semplice di accedere ai biglietti di Wimbledon dovrebbe essere quello del sorteggio online, ma sembrerebbe ben più facile azzeccare un terno al lotto. L’unica via per andare a Wimbledon pagando un prezzo onesto, anzi onestissimo in realtà, dal momento che per i primi giorni si va dalle 25 sterline (meno di 30€) dei Grounds alle 60 sterline del Centrale, è quella di affrontare la famigerata coda di Wimbledon che i britannici chiamano The Queue.

 

Il primo passo, una volta presa la decisione di partire, è quello di trovare alcuni amici con cui dividere l’esperienza: è importante che siano persone pazienti e tolleranti perché la coda sarà lunga e si troveranno a contatto con un’umanità di ogni tipo. Serve poi un hotel a distanza accettabile dal quartiere di Wimbledon (che non dispone di molte strutture), possibilmente sulla linea verde della metropolitana, per cui è bene rimanere nella zona ovest del centro di Londra (Fulham, Chelsea o Earls Court andranno benissimo). Nei giorni precedenti alla data prescelta per la visita al Torneo è consigliabile contattare la biglietteria di Wimbledon che suggerirà gli orari a cui mettersi in fila per non essere sui campi oltre l’ora di inizio partite, che è fissata per le 11.30 su tutti i campi ad eccezione del Centrale e del N.1. Si viene così a scoprire che anche la coda dipende da Roger Federer: nei giorni in cui gioca è bene essere in fila già prima dell’arrivo della prima metropolitana del mattino (che alla stazione di Southfields passa alle 05.16) mentre quando il Re è assente anche un arrivo attorno alle 6 può garantire un accesso prima delle 11.30.

Fatto tesoro di queste informazioni decidiamo di partire dall’hotel alle 4.30 del mattino chiamando Uber. Passa a prenderci Anatopoulos, un bulgaro che non apre bocca per tutto il tragitto e ci fa scendere all’ingresso della coda a Wimbledon Park alle ore 4.52. Di passo veloce raggiungiamo un ragazzo che regge la bandiera “Q” posta al termine della queue, dopo pochi istanti ne arriva un altro e ci consegna il nostro numero: 2306. Il paesaggio attorno a noi è quello tipico dei parcheggi delle feste dell’unità: un campo con l’erba tagliata, alcuni stand che vendono caffè e panini e tende. Tante tende, quelle dei tifosi che si sono accampati già il sabato sera per garantirsi uno dei 500 tagliandi del campo centrale che equivalgono alla partita del Defending Champion Roger Federer. A questo punto ci si può mettere comodi, è possibile anche portarsi un telo da casa e coricarsi perché per noi improvvisare un picnic con birra, vino e panini come fanno i tifosi locali è piuttosto difficile. Alle 6 passano gli steward a svegliare e fare smontare le tende a coloro che hanno deciso di spendere la nottata nel parco ed è così che anche la coda dei bagni diventa importante.

Scambiamo qualche parola con le persone poco più avanti e poco più indietro di noi e scopriamo che tutti hanno già fatto “la coda” altre volte. Per loro anche la coda fa parte della festa, noi stentiamo un po’ a crederci perché siamo ancora fermi e nel frattempo ci sono già più di 4000 persone in fila. Passate le sette compaiono anche gli Honorary Steward: sono tutti personaggi over 60, alcuni col cappello simile a quello degli sceriffi, che iniziano a muovere la fila e a compattare le persone, in modo da fare spazio alla gente che inesorabilmente continua ad arrivare nella coda. Le manovre sembrano incomprensibili ma tutti obbediscono senza fiatare e, una volta giunti vicini alla zona nella quale sostavano le tende dei primi della fila, alle otto del mattino, scopriamo che i primi tifosi di Rafael Nadal (in programma sul Centrale il secondo giorno di torneo) già si stanno accampando. Finalmente la coda esce dal parco e girandoci per osservarlo adesso lo spettacolo è di quelli da concerto rock: ci sono più di diecimila persone ma tutte incredibilmente in silenzio ed in attesa di un evento che sarà altrove.

La Queue a questo punto passa ai bordi di un campo da golf e molto lentamente procede. Iniziano a comparire gli stand degli sponsor che offrono a tutti caffè e succhi di frutta; ad un certo punto c’è pure un campo in erba sintetica nel quale si può scambiare qualche colpo e un piccolo studio televisivo nel quale viene ripresa la diretta della coda. Il secondo giorno di fila, a due metri dai passanti e alle nove del mattino in questo studio appare addirittura Andre Agassi, da molti probabilmente non riconosciuto e creduto un miraggio a causa della stanchezza. Alle dieci e venti passate giungiamo finalmente al controllo di sicurezza, in tutto e per tutto simile a quello degli aeroporti, nel quale a molti tifosi increduli vengono ritirati anche i selfie-sticks. Finalmente, alle 10.50 giungiamo all’ultima tappa di questa via crucis: la cassa presso la quale per 25 pounds acquistiamo il nostro biglietto ed entriamo nel circolo felici come bambini in un parco giochi.

Il secondo giorno, senza Federer, la partenza è fissata per le 5 e arriviamo alla coda verso le 5.20: con oltre mezz’ora di ritardo rispetto al lunedì il nostro tagliando è il 2270, migliore di una trentina di posti rispetto a quello precedente. L’aspetto veramente migliorato però è che, tolta la ruggine dopo la partenza del giorno precedente, la coda viene gestita molto meglio e tutto sembra essere più veloce. I tempi fermi sono molto più brevi e si ha meno l’impressione di girare a caso. Sta già iniziando anche la coda del terzo giorno di torneo, un Federer day, e ci rendiamo conto coi nostri occhi che è almeno il doppio rispetto a quella del giorno prima. Ci concediamo due passi mentre la fila è ferma e rivediamo tante facce che avevamo avuto vicine il giorno precedente, scoprendo che non siamo gli unici a ripetere questa piccola follia e alle 10.15 siamo già fuori dai campi pronti a seguire un’altra giornata piena di tennis.

Ne è valsa la pena? Decisamente sì, l’impresa è dura ma non impossibile. Sui campi periferici nei primi due giorni di torneo oltre agli italiani si sono avvicendati giocatori come Del Potro, Kyrgios, Shapovalov e Azarenka. La coda, come il torneo, è organizzata in maniera impeccabile e le sei ore di attesa alla fine non sono sembrate così tante. Certo è che quest’anno il sole ha baciato l’Inghilterra più dell’Italia, se fosse piovuto probabilmente saremmo qui a raccontare tutta un’altra storia…

Francesco Monesi

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