Wimbledon: Camila, fai fare più di tre passi a Serena, e puoi sognare

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Wimbledon: Camila, fai fare più di tre passi a Serena, e puoi sognare

Focus tecnico, day 8. Il sogno Giorgi passa attraverso la capacità di muovere Williams. Grande equilibrio negli altri quarti di finale

Luca Baldissera

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dal nostro inviato a Londra

Non si scelgono più i match potenzialmente interessanti, siamo rimasti con otto giocatrici, ogni partita, ogni palla pesano una tonnellata. Praticamente impronosticabili i quarti di finale femminili in campo oggi. Potrebbe succedere di tutto, ma proviamo almeno a capire come. Con la speranza di una gioia azzurra che sarebbe storica.

 

Daria Kasatkina – Angelique Kerber (ore 14 italiane, centrale, precedenti 3-3)
Sarà una partita a scacchi, godibilissima dal punto di vista tattico. A Indian Wells, ammirandola far fuori in sequenza Stephens, Wozniacki, la sua avversaria di oggi Kerber (6-0 6-2!), e Venus Williams, avevo soprannominato “Scacchista” proprio Daria Kasatkina, in omaggio anche alle tradizioni russe. L’amica del cuore dell’altra Daria, Gavrilova, è una delle tenniste più intelligenti e capaci di varietà del circuito femminile, e ha le armi per disinnescare spesso e volentieri le gran bombardiere WTA con tagli, top-spin, slice, palle corte, lob, tutto. Il problema è che oggi si troverà di fronte una tipa altrettanto intelligente, Angelique Kerber, enormemente cresciuta rispetto alla brutta prestazione vista in California. A Easbourne, due settimane fa, si sono incontrate sull’erba, ed è stata una lotta terminata solo al tie-break del terzo set in favore di Angie. Possibilità di vittoria, assolutamente 50% a testa.
Consigliato a chi apprezza veder pensare prima di colpire la palla.

Serena Williams – Camila Giorgi (secondo match, centrale, precedenti 3-0 Wiliams)
Come da titolo, e non ci vuole un genio per capirlo, Williams va spostata. A tutti i costi, compresi gli errori gratuiti, l’importante è starci dentro con le percentuali. Adesso come adesso, sul primo passo Serena è Serena, ti tira la manata in faccia, dritto o rovescio fa lo stesso, e ciao. Sul secondo passo, è sempre competitiva, pericolosa, vede anche il lungolinea, ma la percentuale scende. Dal terzo passo in allungo in poi, Serena ora vale a stento una 50 WTA. Perfino sull’erba, che attutisce il rumore, le sue pedate pesanti e troppo lunghe come falcata contro Rodina si sentivano fino in tribuna. Ne uscivano pallate spesso lunghe, larghe, a volte steccate, praticamente mai incisive. Finora, la miglior avversaria affrontata dalla fuoriclasse statunitense, tutto sommato, è stata Kiki Mladenovic al terzo turno. La francese avrebbe potuto e dovuto metterla in difficoltà ben di più, e lo stesso, anche se ha perso in due set, la sensazione che la partita potesse girare in qualsiasi momento c’era sempre. Camila ha una velocità di braccio e una reattività di piedi che Kiki si sogna. Ed è per questo che, sebbene sia un’impresa difficile, possiamo sognare anche noi.
Consigliato, come al solito, a tutti. Non serve spiegare perché.

Dominika Cibulkova – Jelena Ostapenko (ore 14 italiane, campo 1, precedenti 2-0 Cibulkova)
Una scazzottata senza esclusione di colpi, sia dal punto di vista tecnico che da quello della cattiveria agonistica e della personalità. Questo sarà la partita, anzi la zuffa, tra l’inviperita Dominika (giustamente, il pasticcio della testa di serie negata è stata una porcheria) di questi Championships, e la mitica “belvetta” Jelena, la cui grinta feroce in campo non ha certo bisogno di presentazioni. Personalmente, non ci fosse Camila e la storia del tennis italiano femminile a Wimbledon in ballo, credo che il match del giorno sarebbe decisamente questo. Poca tattica, tante botte, “cipollina” e belvetta se le suoneranno di santa ragione, e chi ci guadagnerà in divertimento saranno gli spettatori del campo 1, tra cui ci sarò sicuramente anch’io, non vedo l’ora.
Consigliato a chi si esalta guardando le battaglie vere.

Kiki Bertens – Julia Goerges (secondo match, campo 1, precedenti 2-0 Bertens)
Partita inaspettata a questi livelli sull’erba, essendo entrambe le contendenti – almeno in teoria – tenniste più adatte alla terra battuta. Kiki, però, sa fare tutto, la cavalcata che l’ha portata fino alla finale di Madrid quest’anno è stata notevolissima. Una volta adattato all’erba il footwork, si vede che sul veloce non si trova affatto male, e sta servendo alla grande (terza nella classifica generale degli ace qui a Wimbledon, con 28 battute imprendibili). Si troverà di fronte, però, quella che la classifica degli ace la comanda: Julia ne ha piazzati ben 41, 9 in più di Serena Williams, per capirci, una prestazione clamorosa. Sono 10 a match. Vedremo quindi un bello scontro di gran servizi, probabilmente il più simile a un incontro maschile che si possa avere ora come ora sull’erba.
Consigliato, ma solo dopo che sarà finita la partita di Camila sul centrale, scherziamo?

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Tra il ricorso pendente e l’appuntamento in Fed: quando rivedremo Errani?

La squalifica per doping dell’azzurra scade l’8 febbraio, giusto in tempo per una possibile convocazione di Tathiana Garbin. Difficile immaginare un rientro anticipato, visto che la giustizia svizzera non si è ancora espressa

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Le storie su Instagram di Sara Errani raccontano di allenamenti quotidiani e tendenziale buon umore, nel rassicurante rifugio dell’academy di Pablo Lozano a Valencia. La faentina è squalificata fino al prossimo 8 febbraio per il caso letrozolo e – a oggi – non ha ottenuto sconti rispetto alla pena complessiva di dieci mesi stabilita nello scorso giugno dal TAS di Losanna, che è andato a quintuplicare l’iniziale condanna stabilita a luglio 2017 dal tribunale indipendente del Tennis Antidoping Programme. Sottolineiamo la provvisorietà della situazione in quanto c’è un ricorso pendente da parte dei legali di Errani al Tribunale Federale Svizzero (TFS), grado di giustizia ordinaria al quale ci si può appellare contro i verdetti del tribunale arbitrale dello sport.

Il ricorso era stato presentato d’urgenza, proprio nel mese di giugno, con l’obiettivo di ottenere una sospensiva del verdetto del TAS che consentisse all’attuale numero 107 del mondo di tornare in campo in attesa della sentenza definitiva. Alla resa dei conti però la sospensiva non è stata concessa, lasciando invariati gli effetti della squalifica, con il TFS che si è preso più tempo del previsto (si parlava di circa quattro mesi) per la decisione definitiva ancora non arrivata. Se anche adesso fosse questione di giorni, come pare, l’estrema vicinanza alla scadenza naturale della squalifica renderebbe il verdetto del giudice federale elvetico poco funzionale a un rientro anticipato di Errani nel gennaio australiano.

 

Allo stato attuale delle cose – quindi con la conferma dell’8 febbraio come fine pena – Errani farebbe giusto in tempo a rendersi convocabile da Tathiana Garbin per la sfida del World Group II di  Fed Cup in programma il 9 e 10 febbraio, guarda caso proprio in Svizzera. Il cerchio di un periodo da dimenticare si potrebbe così chiudere ritrovando la maglia azzurra e l’amata Fed, con la quale non si era lasciata nel migliore dei modi in occasione del ko contro il Belgio rimediato ad aprile a Genova. Con un’Italia giovanissima che trarrebbe sicuro beneficio dalla sua esperienza.

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A2 maschile e femminile: Paris riporta Brescia nella massima serie

Giocherà l’A1 femminile anche il Circolo Tennis Siena. Al maschile salgono Vomero, Torre del Greco, Siracusa e Bologna

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Alberto Paris con le ragazze della Bal Lumezzane, squadra promossa in Serie A1

Dal Tennis Forza e Costanza al Tennis Club Lumezzane, da Alberto Paris a… Alberto Paris. A quindici anni di distanza dal Forza e Costanza, che militò nel Campionato nazionale di Serie A1 nel 2004, un’altra squadra bresciana avrà l’onore di competere in mezzo alle big del tennis italiano. Un risultato storico conquistato dalla Bal Lumezzane nel play-off promozione contro lo Sporting Club Sassuolo, e che porta anche la firma di Paris, 53enne tecnico nazionale che di una realtà è direttore e responsabile tecnico, dell’altra è direttore sportivo e capitano del team, capace di due promozioni in due anni, dalla B alla A1. Domenica scorsa, quando Georgia Brescia ha regalato il punto della vittoria al suo team, in panchina c’era proprio lui, che peraltro la Serie A l’ha disputata anche da giocatore negli Anni ’80. E che più recentemente è stato il promotore della collaborazione instaurata da una manciata di anni tra Forza e Costanza e Tc Lumezzane, grazie alla volontà delle rispettive presidentesse, Annamaria Capuzzi Beltrami e Nerina Bugatti. In barba alle invidie che spesso inquinano i rapporti fra club diversi della stessa provincia, le due hanno unito le forze in una joint-venture che può fare scuola a livello nazionale, perché ha portato risultati di spessore. Da anni, vista l’importanza data dalla Federtennis alla presenza nelle squadre di alto livello di almeno un elemento del vivaio, tutte le ragazze più promettenti tra le giovani del Forza e Costanza vengono tesserate per il Tennis Club Lumezzane, proprio nell’ottica di una futura promozione nella formazione di A. Ragion per cui il Forza e Costanza, che col club “gemello” condivide pure una buona fetta degli insegnanti, può sentire come sua almeno una piccola parte di questo traguardo prestigioso.

“È stata una collaborazione studiata per far crescere una squadra che al tempo era in Serie B – racconta Paris –, e ora è arrivata fino alla A1. Già da qualche anno c’erano dei rapporti stretti fra le due società, che sono andati via via intensificandosi, fino a festeggiare insieme un risultato storico. Sia per il Tennis Club Lumezzane, che se paragonato a tanti altri club che frequentano la Serie A è una realtà piuttosto piccola, sia per Brescia in generale. A memoria non ricordo una squadra femminile bresciana in grado di arrivare fino alla Serie A1, e questo dev’essere un grande motivo d’orgoglio per tutta la città e anche per l’intera provincia. Non servirà soltanto come promozione al club, ma rappresenterà una vetrina in grado di dar lustro a tutta la Brescia del tennis. Un’opportunità che, oltre alle protagoniste in campo, ha numerosi altri artefici: il Forza e Costanza, Alberto Paris e la lungimiranza delle due presidentesse, alleate da tempo per puntare a un traguardo diventato realtà lo scorso weekend.

 

Ufficio Stampa Tennis Forza e Costanza Brescia


FEMMINILE, CHI SALE IN A1 E CHI RIMANE IN A2 – Insieme alla Bal Lumezzane, a salire in A1 sarà anche il Circolo Tennis Siena, grazie al successo nel doppio di spareggio sul team B del Tennis Beinasco (fresco campione d’Italia con la squadra A). Rimarranno invece in A2 la squadra B del Circolo della Stampa Sporting Torino e il Circolo Tennis Bologna.

A2 MASCHILE, PROMOSSI E SALVI – A giocare nella massima serie il prossimo anno saranno il Tennis Club Vomero, il New Tennis Torre del Greco, il Match Ball Siracusa e il Circolo Tennis Bologna. Si sono invece assicurati la permanenza in A2 il Tennis Club Siracusa, il Tennis Club Schio, il Circolo Tennis Trento e il Tennis Club Treviglio.

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Santopadre e il futuro di Berrettini: “Intanto la top 30. Poi vediamo”

Esclusiva con il coach del più giovane italiano in top 100. “Un anno oltre le aspettative. Giocare sul cemento ha pagato. L’importante è che Matteo continui a crescere”

Ilvio Vidovich

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Ad inizio novembre, a Milano, Vincenzo Santopadre è stato il principale relatore della prima giornata dell’International Tennis Symposium. Argomento: la sua esperienza come coach di Matteo Berrettini, tra racconti ed aneddoti, domande e risposte con i corsisti ed esercitazioni sul campo. Un intervento durante il quale è stato facile percepire tutta la passione per il tennis del 47enne allenatore romano e la professionalità, l’attenzione e l’entusiasmo con i quali affronta questa sua “seconda vita” tennistica dopo la lunga carriera agonistica che lo ha visto raggiungere il best ranking di n. 100 ATP. E proprio di cosa possiamo aspettarci dal miglior under 23 italiano – che ha concluso la stagione a ridosso dei top 50 (n. 54) e si è laureato campione d’Italia con il Circolo Canottieri Aniene – abbiamo parlato con Vincenzo al termine del suo intervento.

È arrivato il momento dei bilanci. Matteo in questa stagione è diventano un top 100 in pianta stabile, ha vinto a Gstaad il suo primo torneo ATP e dalla seconda metà dell’anno gioca stabilmente nel circuito maggiore. Qual è il tuo bilancio della stagione in qualità di suo allenatore?
Direi di partire da quelli che erano gli obiettivi, che erano quelli di giocare il maggior numero possibile di partite a livello ATP. All’inizio dell’anno non sapevamo quante ne avrebbe potute giocare: la sua classifica era attorno alla 130esima posizione all’inizio dello scorso anno, se ricordo bene (ricorda benissimo: era proprio n. 130 lunedì 8 gennaio, ndr). Quindi bisognava sempre passare per le qualificazioni, c’era da sperare che grazie ai progressi fatti sarebbe salito in classifica. E di conseguenza avrebbe avuto modo di confrontarsi con i più bravi. Devo dire che è andata bene. Ha superato subito le qualificazioni a Doha e quindi in tutto l’anno ha potuto giocare partite di livello alto. Considera che in tutto l’anno ha giocato solo tre Challenger, tra i quali quello di Irving che – giocandosi a cavallo tra i due Masters 1000 statunitensi – di fatto come livello può essere paragonato ad un ATP 250. Per cui, ecco, tra singolo e doppio ha fatto sessanta e passa partite (per la precisione, tra Circuito ATP e Challenger 64: di cui 52 in singolare, con 31 vittorie e 21 sconfitte, ndr) tutto di livello, secondo me, molto, molto alto. Che lo hanno aiutato in quel percorso di crescita a lungo termine a cui ho fatto riferimento oggi nel mio intervento al Simposio. Quindi il mio obiettivo quest’anno era quello di portare avanti questo percorso di crescita, sperando di fare questo tipo di esperienze. È andata bene: ne ha fatte tantissime e anche con ottimi risultati. È stato perciò un’annata molto soddisfacente. Anche perché ci sono state per lui tante nuove esperienze: la prima volta in Australia, la prima volta in un tabellone Slam, la prima volta in Coppa Davis, la prima vittoria in uno Slam, la vittoria di un torneo ATP 250, in singolo e anche in doppio. Insomma, ha dovuto affrontare e gestire tutte queste situazioni nuove, e credo lo abbia fatto anche molto bene. Ed è un qualcosa di cui beneficerà, a mio avviso, negli anni a venire. Perché quando affronti una situazione la prima volta devi adattarti, ti trovi un po’ a disagio. Ma poi la volta dopo l’affronti meglio, è qualcosa che già conosci. In quest’ottica, ad esempio, siamo andati a Shanghai quest’anno. Un po’ una forzatura, perché non era previsto. Ma è stato un investimento per il prossimo anno: così lui ha conosciuto il posto, l’ambiente, ci hai giocato. Sono tutte cose che ti aiutano nell’evoluzione e nella crescita.

 

Ecco, hai fatto riferimento poco fa a quel piano a lungo termine di cui hai parlato anche nel tuo intervento al Simposio. In cui hai fatto riferimento alla “costruzione” non solo del giocatore, ma anche della persona Matteo Berrettini. Se torniamo indietro all’inizio, possiamo dire che in questo momento sei nel punto in cui idealmente – magari ottimisticamente – pensavi saresti arrivato?
L’obiettivo era crescere, crescere, continuare a crescere. Senza pensare tanto a dove sono o non sono. Ovviamente siamo ad un ottimo punto. Negli ultimi due anni Matteo ha ottenuto miglioramenti incredibili, sotto tanti punti di vista. Perciò sì, se ci fossimo posti questo tipo obiettivo, sarebbe stato quello ideale. In realtà, noi abbiamo messo un mattoncino alla volta. Detto questo, ora c’è da insistere, da andare avanti. Questi risultati possono essere lo sprone per dire “ok, allora sto facendo un buon lavoro”, perché effettivamente se ne vedono i frutti.

Parlando proprio dell’andare avanti, qual è l’approccio nella definizione e gestione degli obiettivi in questo percorso con Matteo?
A me piacciono gli obiettivi raggiungibili, quelli ideali non molto. Certo, il sogno era quello che si è avverato, che Matteo diventasse un giocatore a tutti gli effetti. Ma devi rapportarti sempre con le realtà. E la realtà dice che devi impegnarti giorno dopo giorno, per cercare di raggiungere quel sogno, quell’obiettivo ideale. Ma senza star troppo a fantasticare. A me piace di più il lavoro quotidiano e non mi pongo limiti. Perché se poi mi pongo un obiettivo numerico diventa difficile. Quest’anno, ad esempio, c’eravamo dati un obiettivo numerico, pur – ripeto – non piacendomi come approccio: era quello di giocare una quindicina di partite di livello ATP. Lo abbiamo raggiunto, ma se non fosse accaduto? Metti caso un infortunio, o che avesse cominciato male la stagione… Di conseguenza tutto sarebbe stato più difficile e ci saremmo dovuti adeguare. Per questo io preferisco parlare di obiettivi in termini di crescita: della persona e del giocatore. Guardando sempre quello che sta succedendo in modo di cercare di capire cosa c’è da migliorare. Chiaro che il progetto a lungo termine era ambizioso. Facevamo determinate cose oggi per essere più forti domani. Quando a 19 anni ho programmato che giocasse i due terzi dei tornei sul duro era perché sviluppasse un atteggiamento diverso nei colpi di inizio gioco per il futuro. Matteo nasce giocatore da terra rossa, si trovava molto più a suo agio sulla terra. Lui ha capito ed ha accettato questa programmazione. Questo è stato fatto in previsione futura, perché se io avessi voluto raggiungere un obiettivo numerico di classifica avrei dovuto farlo giocare sulla terra. E invece abbiamo condiviso un programma ambizioso e scomodo: perché avrebbe potuto giocare i Challenger sulla terra in Italia e ad avere una classifica migliore.

Una scelta che ha pagato: Matteo Berrettini è ritenuto da tanti il primo tennista italiano con le caratteristiche del tennista “moderno”.
È andata bene, diciamo che è importante essere convinto e spiegare e condividere bene i motivi della scelta. Certo, ora tutti noi diciamo che ha pagato perché Matteo ha una buona classifica. Però secondo me era ed è comunque il modo giusto di agire se hai un progetto ambizioso. Senza star lì a fissarti troppo sull’obiettivo e darti troppa pressione, ma ragionando in termini di crescita. Poi chiaro che devi guardare quelle che fai. Vedi che sei migliorato nell’atteggiamento in campo, vedi che sei migliorato nella risposta, vedi che giocare sul cemento diventa quasi normale. Matteo è stato bravo a sposare questo progetto. Non è da tutti.

Quali sono gli ambiti di miglioramento di Matteo e su cosa state lavorando in funzione della prossima stagione?
Secondo me, stiamo parlando di un giocatore ormai praticamente formato. In lui si riconosce la determinazione e l’impegno e in questo senso può migliorare nel fatto che quando i risultati non sono proporzionali all’impegno, deve essere un po’ più benevolo con se stesso. L’essere volenteroso ed ambizioso, c’è da stare attenti che non diventi un boomerang… Qualche volta è capitato che lui sapesse cosa fare in campo, ma faticasse a metterlo in pratica. Ecco, in quei casi tende a prendersela con se stesso, con conseguente ulteriore calo della performance. Da questo punto di vista è già cresciuto ma può crescere ancora. Come anche nella gestione delle energie in campo, soprattutto mentali. Matteo è uno che pensa in campo e io gli chiedo di spendere energie in questo senso. Ma deve imparare a gestirle e ad essere talvolta anche più “leggero”. Ha una carriera lunga davanti, tanti anni in cui giochi da gennaio a novembre, e devi essere bravo a gestire questo aspetto. Come dicevo stamattina nel mio intervento al Simposio, lui è molto ricettivo e curioso, ha voglia di apprendere e sa ascoltare tanto. Si fida ma chiede, vuole capire. Tutto questo è la sua forza. Oltre a quanto abbiamo appena detto, dal punto di vista tattico un ambito di miglioramento è sicuramente quello di cercare di prender un po’ di più la rete, accentuare l’aggressività col dritto e lavorare in tal senso anche con la seconda palla di servizio. Ti anticipo quelli che sono gli obiettivi che ci siamo dati per le prossime sette settimane di allenamento, per la preparazione. Come anche migliorare l’imprevedibilità della prima di servizio, migliorare i tempi di reattività in risposta, migliorare l’anticipazione della rotazione del tronco sul rovescio, il gioco in verticale con lo schema dritto/volée.

Sempre parlando in previsione del 2019, ci hai detto che non ami gli obiettivi numerici, ma a ridosso della top 50 magari qualche pensierino in termini di classifica l’avete fatto.
Guarda, quando abbiamo fatto la riunione con tutto lo staff, manager compreso, per la pianificazione del 2019, abbiamo declinato gli obiettivi tecnico-tattici definiti insieme a Umberto Rianna. In questo momento non ci siamo dati obiettivi di classifica e risultati, li ritengo poco utili. Prima che inizino i tornei ci ritroveremo e, non so, se facendo il punto della situazione magari ci daremo anche degli obiettivi numerici. Io continuo ad essere reticente su questo.

Quindi, niente, non si è parlato di top 10, di top 20, di top 30…
Top 10 credo sia difficile. Matteo è un ragazzo eccezionale sotto tanti punti di vista. Ma per arrivare tra i primi dieci devi essere un fenomeno. Per cui è complicato. Poi, ti dico, magari strada facendo scopriremo che la top 10 è fattibile. C’è da dire che Matteo è un ragazzo che fa dei miglioramenti continui e costanti. Magari ci ritroviamo a fare questa stessa chiacchierata tra sei mesi e ti dirò: sai che c’è? Questo ragazzo vedo che continua a crescere, continua a migliorare… Quindi in questo momento non ti dico top 10, ma se parliamo di top 30 ti dico di sì. Poi, sia chiaro, ci vuole anche un po‘ di fortuna.

L’ultima domanda è su di te. Quando hai iniziato, smessi i panni del giocatore professionista, non eri certissimo di voler fare l’allenatore. Ti sei trovato in questa avventura, che è diventata bellissima. Ora? È questo quello che Vincenzo Santopadre vuole fare da grande?
Il mio lavoro in questi anni è cambiato. Ho avuto la fortuna di lavorare in un posto che mi ha permesso di fare questo lavoro e me lo ha reso semplice. Mi ha spronato ad andare avanti in quello che stavamo facendo. Non è da tutti: non so come sarebbe andata se mi fossi trovato in un contesto in cui invece mi sarei dovuto scontrare per portare avanti questo tipo di lavoro. Il mio obiettivo è sempre quello di mettere i ragazzi al centro del progetto, vedere le loro esigenze: l’allenatore deve essere un supporto. Detto questo, ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace moltissimo. A me basta che ci sia una palla ed una racchetta e son contento. E non ti nego che è uno stimolo, quando vedi che quello che fai con passione e con facilità ti dà ottimi risultati. Come per i ragazzi, è uno stimolo, a mio avviso, anche per l’allenatore: perché vuol dire che quello che stai facendo lo stai facendo bene. E di conseguenza diventa più semplice scegliere e decidere. Ad esempio, per me quest’anno è stato così. Poi in questi otto anni, in realtà, venendo incontro – come dicevo – alle sue esigenze, di fatto ho guardato anche a me stesso. Perché se non mi andava, di certo non lo avrei fatto. Ho trovato un ragazzo con cui mi va di farlo, mi riesce facile farlo e quindi mi rende più semplice anche fare dei sacrifici, delle rinunce, come può essere lo stare lontano dai figli. Sicuramente alla fine di questa stagione ho messo anche Vincenzo e questi aspetti sul piatto della bilancia. Cercando di trovare una soluzione. E l’ho trovata: a Doha, per la preparazione, mio figlio verrà con noi. Dico sempre a Matteo che lui deve essere egoista come giocatore e pensare ai suoi interessi, ed anch’io come coach lo devo essere. Devo essere, come dire, egoisticamente altruista. Perché se sono sereno, se so che ho del tempo per stare con mio figlio, io riesco a stare bene e riesco a dare il meglio per Matteo.

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