Tsitsipas: «Roger, Nole e Rafa generazione super, ma ora tocca a noi» (Crivelli). Jaume e Alex, crescono i cloni (Semeraro). Rublev e Munar per grazia ricevuta (Cocchi). Fognini pianifica il futuro. Nello staff anche Barazzutti (Sonzogni). “Torino ha una chance”. Parte il sogno Atp Finals (Semeraro)

Tsitsipas: «Roger, Nole e Rafa generazione super, ma ora tocca a noi» (Crivelli). Jaume e Alex, crescono i cloni (Semeraro). Rublev e Munar per grazia ricevuta (Cocchi). Fognini pianifica il futuro. Nello staff anche Barazzutti (Sonzogni). “Torino ha una chance”. Parte il sogno Atp Finals (Semeraro)

Tsitsipas: «Roger, Nole e Rafa generazione super, ma ora tocca a noi» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La corrispondenza di amorosi sensi trova il suo culmine all’ormai scomparso torneo di Atene, dove Apostolos Tsitsipas è giudice di linea e Julia Salnikova una delle giocatrici in tabellone. Scoppia la passione e dal matrimonio greco-russo nasceranno 4 figli. Il primogenito, Stefanos, prende in mano la racchetta a tre anni, palleggiando con il papà maestro. Sono passati 17 anni e il ragazzo ne ha fatta di strada: Tsitsipas non è solo la stella più brillante delle seconde Next Gen Finals, ma il ventenne più rampante del circuito.

Stefanos, come si passa da numero 91 a 15 Atp in dieci mesi?

Guadagnare 76 posizioni è impressionante. È stato un anno grande, le finali hanno aumentato la mia consapevolezza e ho imparato tante cose da portare con me nel 2019. Ho conosciuto meglio me stesso e anche i miei avversari. Ovviamente l’obiettivo è migliorare, crescere e maturare anche fisicamente. Ci vorrà tempo, realisticamente penso di poter puntare alla top ten. E poi ci sono i risultati del 2018 da difendere per non scendere in classifica, ottenere tante vittorie nei grandi appuntamenti dà una svolta decisiva alla carriera.

La Next Gen sembrava un’operazione di marketing, invece sta tenendo a battesimo un gruppo di giocatori fantastici.

È vero, e possiamo stimolarci a vicenda. Soprattutto ci rispettiamo molto, siamo consapevoli del valore di ciascuno.

II tentativo di scalzare Federer, Nadal e Djokovic, però, ha scottato molti giocatori…

Stiamo parlando di una generazione favolosa. Ma io credo che anche la mia abbia straordinarie qualità. Ognuno ha doti che lo rendono molto forte e competitivo. Sono amico di Tiafoe, è un ragazzo divertente, e poi mi piace molto vedere giocare Shapovalov, un talento unico. Ci conosciamo tutti molto bene, e mi sento di poter dire che siamo tutti ragazzi con la testa a posto. Ho imparato ad apprezzare Hurkacz, è molto umile e cordiale, e anche Rublev è un ragazzo con i piedi per terra.

Quanto ha contato per lei, come persona e come giocatore, respirare due culture: greca dal padre e russa dalla madre?

Mi ha reso quello che sono, e orgoglioso di esserlo. Mi dà la possibilità di confrontarmi ogni giorno con idee e modi di pensare diversi e mi arricchisce. Direi che sono russo con orientamento greco. Come modo di pensare mi sento più vicino alla mia natura russa, ma l’esteriorità è tutta greca.

Lei è allenato da suo padre, Apostolos: quanto è impegnativo tenere distinti i due ruoli?

Ammetto che a volte è difficile, vorresti parlare col tuo coach e ti ritrovi davanti tuo padre. Ma il segreto è che ci rispettiamo fuori e dentro il campo, consapevoli dei momenti in cui è necessario dare la prevalenza a un aspetto sull’altro.

Mai pensato di cambiare?

Non ne vedo la necessità: papà è il miglior allenatore del mondo ed è il coach perfetto per me. [segue]

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Jaume e Alex, crescono i cloni (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

A Milano per le Next Gen Finals ci sono Il Demone e il Bravo Ragazzo, due delle facce che vedremo in giro per il mondo nei prossimi due lustri di tennis, e a mandarli sono un paio di soggetti mica male: Lleyton Hewitt e Rafa Nadal. Hewitt, n.1 del mondo per 80 settimane, è l’uomo che da anni suggerisce i trucchi del mestiere ad Alex De Minaur, 19 anni, n.31 del mondo, nato a Sydney da papà uruguaiano e mamma spagnola; Nadal si sta invece allevando in casa, nella sua neonata Academy di famiglia a Manacor, il talento di Jaume Munar, 21 anni, n.76 del mondo nato a Santanyl, a sud-ovest di Maiorca: l’erede della porta accanto. Magari chiamarli cloni è eccessivo, ma sicuramente l’imprinting c’entra qualcosa. Jaume, ad esempio, da piccolo lo chiamavano Jimbo, il vecchio soprannome di Connors, perché sul campo mette il corazòn e “los uevos” (gli attributi), come dicono da quelle parti. Allenandosi con Nadal da quel punto di vista non poteva che migliorare. «Sì, con Rafa ho chattato tutta la settimana», ha raccontato ieri dopo aver vinto in tre set contro Tiafoe. «Che cosa mi ha detto? Beh, semplice: “Vinci!”… Dopo due sconfitte ho provato ad accontentarlo. Nei giorni scorsi avevo sbagliato parecchio, ne ho parlato con il mio coach, a caricarmi è stato anche sapere che tutti i ragazzi dell’Academy mi stanno guardando e tifano per me. Mi alleno ogni giorno con loro, cerco di essere un modello. In realtà lì guardano tutti Rafa, è lui il punto di riferimento, è un combattente; adesso sta passando un momento difficile ma si riprenderà». Munar ha iniziato a giocare a 8 anni, come Rafa si definisce «un tipo tranquillo, che sta bene in casa e con gli amici», e in comune con Pex-Niño ha la passione per il golf. L’australiano De Minaur dai 5 ai 13 anni è cresciuto ad Alicante, dove ancora si allena con il suo storico coach Adolfo Gutierrez. A inizio anno era n.208 del mondo, in undici mesi ha scalato 177 posizioni mulinando diritti e rovesci come faceva, con ancora più cattiveria, il suo mentore Hewitt. “Down Under” da tempo si aspettano il boom di Nick Kyrgios, ma grazie alle finale a Sydney e Washington il n.1 australiano ora è lui, The Demon, che con il suo tennis asfissiante si candida a incubo tennistico per i colleghi della prossima generazione. «Sono cresciuto ammirando Lleyton, la sua voglia di non mollare mai – dice – ed è stato lui a insegnarmi a credere in me stesso». E’ alto come Munar, 1.83, ma pesa sette chili in meno (69 contro 76), il resto proprio come nel caso di Jaume lo fa la tigna, anche se lui preferisce il cemento e lo spagnolo è più a suo agio sulla terra. Avrebbero anche potuto essere connazionali, viste le ascendenze di Alex, che però ha scelto l’Australia: «Non è facile diventare tennisti pro’, bisogna viaggiare tanto e spendere molti soldi. Se non sei ricco ti serve aiuto e quello me lo ha dato Tennis Australia. A Sydney ho trovato strutture e opportunità migliori». Nessuno dei due, per ora, ha dimostrato di soffrire per l’inevitabile paragone con il modello. «Certo, in Spagna abbiamo avuto tanti giocatori forti», dice Jaume, «Nadal, Ferrer, Bautista. Non mi spaventa Il confronto, perché sono convinto di poterlo diventare anch’io, a patto di migliorare in tutto, dal rovescio al diritto, al servizio». Per Alex il lato da migliorare è quello fisico: «Certo, sono molto rapido e leggero, ma nel tennis di oggi serve anche un po’ di potenza».

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Rublev e Munar per grazia ricevuta (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Andrey può sorridere, ha la chance di rifarsi dalla delusione dello scorso anno quando, alla prima edizione delle Next Gen Finals, era stato sconfitto in finale da Hyeon Chung. Le sue sorti dipendevano da Alex De Minaur, già qualificato, che ha svolto il compito richiesto da Andrey battendo Taylor Fritz in tre set. Un sferzata di energia per il russo, che non ha vissuto la stagione che sperava, fermato per quasi tre mesi da un problema alla schiena. È rimasto in attesa a vedere il match tra l’australiano e il giovane papà Usa: «In carriera non mi era mai successo che un mio passaggio del turno dipendesse dalla vittoria di un altro giocatore…» ha detto dopo il match vittorioso con il nostro Caruana: «Ho sentito molto la pressione, anche perché quando non dipende solo da te come nei tornei normali, è tutto molto diverso». Ieri mattina però è entrato in campo più deciso del solito. L’avversario era alla sua portata, ma dal Rublev di questi ultimi tempi ci si può aspettare di tutto: «Stavo bene – ha detto -, ho tenuto il miglior atteggiamento di questi tre giorni in campo, due o tre volte meglio rispetto agli altri match. Diciamo che mi ha salvato l’atteggiamento, perché tecnicamente ho giocato forse il peggior tennis degli ultimi tempi. Sono rimasto concentrato, non mi sono mai lamentato con me stesso e pensavo solo a vincere punto dopo punto. Se voglio vincere partite a questo livello devo essere sempre concentrato e non mettermi a parlare in campo e arrabbiarmi». Precetti da tenere bene in mente nella sfida di stasera con Tsitsipas. Di certo avrà ricevuto le congratulazioni del mentore Nadal, che lo ha accolto nella sua Accademia: Jaume Munar ha centrato la semifinale grazie al netto successo contro Frances Tiafoe. Le sue sorti dipendevano da Tsitsipas che doveva battere Hurkacz, suo diretto rivale. Oggi per il pupillo di Rafa c’è l’impegno difficile contro Alex De Minaur, il 19enne salito di 177 posizioni nel ranking quest’anno, e a sua volta guidato da un altro fenomeno come Hewitt. Con la terza sconfitta nel torneo, per mano di Rublev, Liam Caruana saluta Milano. Il ragazzo nato a Roma e cresciuto tra California e Texas ha avuto un assaggio di tennis ad alto livello. Un sapore che fa venire voglia di tornare a frequentare palcoscenici prestigiosi: «È stata un’esperienza bellissima per me — ha detto Liam —, sono stato a contatto con i sette migliori giovani al mondo». Dal confronto coi grandi porta a casa nuove convinzioni: «Ho capito che devo rinforzarmi soprattutto fisicamente. Con Rublev ho sofferto molto, lui picchia forte e non dà ritmo. Devo lavorare tanto sulla risposta, che al momento è il mio punto debole. Ma vado via col sorriso perché anche da queste sconfitte si imparano molte cose».

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Fognini pianifica il futuro. Nello staff anche Barazzutti (Cristian Sonzogni, La Gazzetta dello Sport)

Mentre alla 02 Arena di Londra i migliori otto al mondo (o quelli che restano al netto degli infortuni) cominciano ad allenarsi per l’ultimo titolo che conta, Fabio Fognini è a casa a godersi un meritato riposo. Fabio alle Atp Finals non ci andrà, nemmeno da riserva, perché Karen Khachanov e Borna Coric hanno sprintato meglio di lui. Ma di motivi per sorridere, il numero 1 d’Italia, ne ha. Per esempio, sapere che l’operazione alla caviglia destra, per il momento, è scongiurata. Non che sia tutto risolto, ma la situazione appare in via di miglioramento, e andare sotto i ferri non è un’opzione sul tavolo, anche perché comporterebbe un lungo stop, non preventivabile in termini di tempi di recupero. Ora lo aspettano gli allenamenti a Miami. Lo attende uno staff rodato che è un meccanismo perfetto e che ora ha un segreto in più. Si chiama Corrado Barazzutti, che già da qualche tempo si vedeva al suo angolo. È stato lo stesso Fognini a rendere noto che il capitano di Davis sarà parte del team durante la prossima stagione. Come c.t., Barazzutti si relaziona con Fabio da anni e lo segue ovviamente nei tornei più importanti. Il fulcro del progetto resta coach Davin, ma Corrado sarà al fianco del numero uno italiano in qualcuno degli appuntamenti in cui il coach argentino avrà impegni personali e darà anche consigli sulla programmazione. Con tre obiettivi neppur troppo nascosti: la top ten, un successo di grande prestigio, magari in uno Slam («Fabio se lo meriterebbe, sarebbe il coronamento della carriera», è da tempo il mantra del c.t.) e perché no la Coppa Davis, un pensiero stupendo con quattro giocatori italiani nei primi 60 del mondo (Fognini, Cecchinato, Seppi e Berrettini) e competitivi su ogni superficie, qualunque dovesse essere il format. Fabio sta dunque pianificando la ripresa degli allenamenti in vista di una stagione 2019 che partirà, come sempre, dalla trasferta in Australia. E da obiettivi nuovi e stimolanti. [segue]

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“Torino ha una chance”. Parte il sogno Atp Finals (Stefano Semeraro, La Stampa)

«Torino? Ha sicuramente una chance». Le parole di Chris Kermode, presidente e ceo dell’Atp, il sindacato dei giocatori che gestisce il circuito mondiale e nel prossimo marzo dovrà decidere quale sarà la sede futura delle Atp Finals, sono incoraggianti. Allargano il cuore di chi spera di vedere assegnata a Torino per cinque anni (2021-2025) il torneo di fine anno che riunisce i migliori otto tennisti del mondo. La gara per l’assegnazione non è però facile: 40 città sparse fra Medio ed Estremo Oriente, Europa e Americhe hanno inviato una lettera di interessamento; fra queste ce ne sono 10 che possono pareggiare ciò che offre al momento Londra. Fra il 15 dicembre e fine anno verrà resa nota una short-list di 3-5 candidate e la vincitrice sarà annunciata durante il torneo di Indian Wells, a inizio marzo. Entro la mezzanotte la Federtennis, il Comune e la Regione Piemonte dovranno consegnare il dossier sulla candidatura, che ha tutto il sostegno del Coni (e di Coni servizi) e del governo. Per entrare nella gara bisogna però coprire un minimo di 20 milioni di dollari (tassa di entrata + montepremi). Non una cifra banale da reperire. Vista la congiuntura facile immaginare che il grosso dell’impegno graverebbe sulla Fit, e non sulle casse di Comune e Regione. C’è chi è in grado di offrire molto di più, da Pechino a Doha, da Shenzen a Dubai, forte dell’appoggio di munifici fondi di investimento statali. Altre piazze (Berlino o Mosca) possono mettere sul piatto la presenza dei migliori tennisti del dopo-Federer. La candidatura più forte resta Londra, che ospita il «Masters» fin dal 2009, ma la Brexit rischia di sparigliare le carte, come conferma il boss dell’Atp. «Non se ne è ancora parlato, ma sarà un fattore quando dovremo decidere il futuro della manifestazione. Non si tratta solo di chi offre di più, e non ci possiamo legare al nome di un giocatore, serve un pacchetto completo. Dobbiamo essere sicuri di avere per altri cinque anni un grande evento, con stadi pieni». Un aspetto che porterebbe ad escludere il Medio Oriente, dove abbondano i capitali ma scarseggiano gli spettatori. [segue]

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