Tsitsipas: «Roger, Nole e Rafa generazione super, ma ora tocca a noi» (Crivelli). Jaume e Alex, crescono i cloni (Semeraro). Rublev e Munar per grazia ricevuta (Cocchi). Fognini pianifica il futuro. Nello staff anche Barazzutti (Sonzogni). “Torino ha una chance”. Parte il sogno Atp Finals (Semeraro) – Ubitennis

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Tsitsipas: «Roger, Nole e Rafa generazione super, ma ora tocca a noi» (Crivelli). Jaume e Alex, crescono i cloni (Semeraro). Rublev e Munar per grazia ricevuta (Cocchi). Fognini pianifica il futuro. Nello staff anche Barazzutti (Sonzogni). “Torino ha una chance”. Parte il sogno Atp Finals (Semeraro)

Alessia Gentile

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Tsitsipas: «Roger, Nole e Rafa generazione super, ma ora tocca a noi» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La corrispondenza di amorosi sensi trova il suo culmine all’ormai scomparso torneo di Atene, dove Apostolos Tsitsipas è giudice di linea e Julia Salnikova una delle giocatrici in tabellone. Scoppia la passione e dal matrimonio greco-russo nasceranno 4 figli. Il primogenito, Stefanos, prende in mano la racchetta a tre anni, palleggiando con il papà maestro. Sono passati 17 anni e il ragazzo ne ha fatta di strada: Tsitsipas non è solo la stella più brillante delle seconde Next Gen Finals, ma il ventenne più rampante del circuito.

 

Stefanos, come si passa da numero 91 a 15 Atp in dieci mesi?

Guadagnare 76 posizioni è impressionante. È stato un anno grande, le finali hanno aumentato la mia consapevolezza e ho imparato tante cose da portare con me nel 2019. Ho conosciuto meglio me stesso e anche i miei avversari. Ovviamente l’obiettivo è migliorare, crescere e maturare anche fisicamente. Ci vorrà tempo, realisticamente penso di poter puntare alla top ten. E poi ci sono i risultati del 2018 da difendere per non scendere in classifica, ottenere tante vittorie nei grandi appuntamenti dà una svolta decisiva alla carriera.

La Next Gen sembrava un’operazione di marketing, invece sta tenendo a battesimo un gruppo di giocatori fantastici.

È vero, e possiamo stimolarci a vicenda. Soprattutto ci rispettiamo molto, siamo consapevoli del valore di ciascuno.

II tentativo di scalzare Federer, Nadal e Djokovic, però, ha scottato molti giocatori…

Stiamo parlando di una generazione favolosa. Ma io credo che anche la mia abbia straordinarie qualità. Ognuno ha doti che lo rendono molto forte e competitivo. Sono amico di Tiafoe, è un ragazzo divertente, e poi mi piace molto vedere giocare Shapovalov, un talento unico. Ci conosciamo tutti molto bene, e mi sento di poter dire che siamo tutti ragazzi con la testa a posto. Ho imparato ad apprezzare Hurkacz, è molto umile e cordiale, e anche Rublev è un ragazzo con i piedi per terra.

Quanto ha contato per lei, come persona e come giocatore, respirare due culture: greca dal padre e russa dalla madre?

Mi ha reso quello che sono, e orgoglioso di esserlo. Mi dà la possibilità di confrontarmi ogni giorno con idee e modi di pensare diversi e mi arricchisce. Direi che sono russo con orientamento greco. Come modo di pensare mi sento più vicino alla mia natura russa, ma l’esteriorità è tutta greca.

Lei è allenato da suo padre, Apostolos: quanto è impegnativo tenere distinti i due ruoli?

Ammetto che a volte è difficile, vorresti parlare col tuo coach e ti ritrovi davanti tuo padre. Ma il segreto è che ci rispettiamo fuori e dentro il campo, consapevoli dei momenti in cui è necessario dare la prevalenza a un aspetto sull’altro.

Mai pensato di cambiare?

Non ne vedo la necessità: papà è il miglior allenatore del mondo ed è il coach perfetto per me. [segue]

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Jaume e Alex, crescono i cloni (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

A Milano per le Next Gen Finals ci sono Il Demone e il Bravo Ragazzo, due delle facce che vedremo in giro per il mondo nei prossimi due lustri di tennis, e a mandarli sono un paio di soggetti mica male: Lleyton Hewitt e Rafa Nadal. Hewitt, n.1 del mondo per 80 settimane, è l’uomo che da anni suggerisce i trucchi del mestiere ad Alex De Minaur, 19 anni, n.31 del mondo, nato a Sydney da papà uruguaiano e mamma spagnola; Nadal si sta invece allevando in casa, nella sua neonata Academy di famiglia a Manacor, il talento di Jaume Munar, 21 anni, n.76 del mondo nato a Santanyl, a sud-ovest di Maiorca: l’erede della porta accanto. Magari chiamarli cloni è eccessivo, ma sicuramente l’imprinting c’entra qualcosa. Jaume, ad esempio, da piccolo lo chiamavano Jimbo, il vecchio soprannome di Connors, perché sul campo mette il corazòn e “los uevos” (gli attributi), come dicono da quelle parti. Allenandosi con Nadal da quel punto di vista non poteva che migliorare. «Sì, con Rafa ho chattato tutta la settimana», ha raccontato ieri dopo aver vinto in tre set contro Tiafoe. «Che cosa mi ha detto? Beh, semplice: “Vinci!”… Dopo due sconfitte ho provato ad accontentarlo. Nei giorni scorsi avevo sbagliato parecchio, ne ho parlato con il mio coach, a caricarmi è stato anche sapere che tutti i ragazzi dell’Academy mi stanno guardando e tifano per me. Mi alleno ogni giorno con loro, cerco di essere un modello. In realtà lì guardano tutti Rafa, è lui il punto di riferimento, è un combattente; adesso sta passando un momento difficile ma si riprenderà». Munar ha iniziato a giocare a 8 anni, come Rafa si definisce «un tipo tranquillo, che sta bene in casa e con gli amici», e in comune con Pex-Niño ha la passione per il golf. L’australiano De Minaur dai 5 ai 13 anni è cresciuto ad Alicante, dove ancora si allena con il suo storico coach Adolfo Gutierrez. A inizio anno era n.208 del mondo, in undici mesi ha scalato 177 posizioni mulinando diritti e rovesci come faceva, con ancora più cattiveria, il suo mentore Hewitt. “Down Under” da tempo si aspettano il boom di Nick Kyrgios, ma grazie alle finale a Sydney e Washington il n.1 australiano ora è lui, The Demon, che con il suo tennis asfissiante si candida a incubo tennistico per i colleghi della prossima generazione. «Sono cresciuto ammirando Lleyton, la sua voglia di non mollare mai – dice – ed è stato lui a insegnarmi a credere in me stesso». E’ alto come Munar, 1.83, ma pesa sette chili in meno (69 contro 76), il resto proprio come nel caso di Jaume lo fa la tigna, anche se lui preferisce il cemento e lo spagnolo è più a suo agio sulla terra. Avrebbero anche potuto essere connazionali, viste le ascendenze di Alex, che però ha scelto l’Australia: «Non è facile diventare tennisti pro’, bisogna viaggiare tanto e spendere molti soldi. Se non sei ricco ti serve aiuto e quello me lo ha dato Tennis Australia. A Sydney ho trovato strutture e opportunità migliori». Nessuno dei due, per ora, ha dimostrato di soffrire per l’inevitabile paragone con il modello. «Certo, in Spagna abbiamo avuto tanti giocatori forti», dice Jaume, «Nadal, Ferrer, Bautista. Non mi spaventa Il confronto, perché sono convinto di poterlo diventare anch’io, a patto di migliorare in tutto, dal rovescio al diritto, al servizio». Per Alex il lato da migliorare è quello fisico: «Certo, sono molto rapido e leggero, ma nel tennis di oggi serve anche un po’ di potenza».

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Rublev e Munar per grazia ricevuta (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Andrey può sorridere, ha la chance di rifarsi dalla delusione dello scorso anno quando, alla prima edizione delle Next Gen Finals, era stato sconfitto in finale da Hyeon Chung. Le sue sorti dipendevano da Alex De Minaur, già qualificato, che ha svolto il compito richiesto da Andrey battendo Taylor Fritz in tre set. Un sferzata di energia per il russo, che non ha vissuto la stagione che sperava, fermato per quasi tre mesi da un problema alla schiena. È rimasto in attesa a vedere il match tra l’australiano e il giovane papà Usa: «In carriera non mi era mai successo che un mio passaggio del turno dipendesse dalla vittoria di un altro giocatore…» ha detto dopo il match vittorioso con il nostro Caruana: «Ho sentito molto la pressione, anche perché quando non dipende solo da te come nei tornei normali, è tutto molto diverso». Ieri mattina però è entrato in campo più deciso del solito. L’avversario era alla sua portata, ma dal Rublev di questi ultimi tempi ci si può aspettare di tutto: «Stavo bene – ha detto -, ho tenuto il miglior atteggiamento di questi tre giorni in campo, due o tre volte meglio rispetto agli altri match. Diciamo che mi ha salvato l’atteggiamento, perché tecnicamente ho giocato forse il peggior tennis degli ultimi tempi. Sono rimasto concentrato, non mi sono mai lamentato con me stesso e pensavo solo a vincere punto dopo punto. Se voglio vincere partite a questo livello devo essere sempre concentrato e non mettermi a parlare in campo e arrabbiarmi». Precetti da tenere bene in mente nella sfida di stasera con Tsitsipas. Di certo avrà ricevuto le congratulazioni del mentore Nadal, che lo ha accolto nella sua Accademia: Jaume Munar ha centrato la semifinale grazie al netto successo contro Frances Tiafoe. Le sue sorti dipendevano da Tsitsipas che doveva battere Hurkacz, suo diretto rivale. Oggi per il pupillo di Rafa c’è l’impegno difficile contro Alex De Minaur, il 19enne salito di 177 posizioni nel ranking quest’anno, e a sua volta guidato da un altro fenomeno come Hewitt. Con la terza sconfitta nel torneo, per mano di Rublev, Liam Caruana saluta Milano. Il ragazzo nato a Roma e cresciuto tra California e Texas ha avuto un assaggio di tennis ad alto livello. Un sapore che fa venire voglia di tornare a frequentare palcoscenici prestigiosi: «È stata un’esperienza bellissima per me — ha detto Liam —, sono stato a contatto con i sette migliori giovani al mondo». Dal confronto coi grandi porta a casa nuove convinzioni: «Ho capito che devo rinforzarmi soprattutto fisicamente. Con Rublev ho sofferto molto, lui picchia forte e non dà ritmo. Devo lavorare tanto sulla risposta, che al momento è il mio punto debole. Ma vado via col sorriso perché anche da queste sconfitte si imparano molte cose».

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Fognini pianifica il futuro. Nello staff anche Barazzutti (Cristian Sonzogni, La Gazzetta dello Sport)

Mentre alla 02 Arena di Londra i migliori otto al mondo (o quelli che restano al netto degli infortuni) cominciano ad allenarsi per l’ultimo titolo che conta, Fabio Fognini è a casa a godersi un meritato riposo. Fabio alle Atp Finals non ci andrà, nemmeno da riserva, perché Karen Khachanov e Borna Coric hanno sprintato meglio di lui. Ma di motivi per sorridere, il numero 1 d’Italia, ne ha. Per esempio, sapere che l’operazione alla caviglia destra, per il momento, è scongiurata. Non che sia tutto risolto, ma la situazione appare in via di miglioramento, e andare sotto i ferri non è un’opzione sul tavolo, anche perché comporterebbe un lungo stop, non preventivabile in termini di tempi di recupero. Ora lo aspettano gli allenamenti a Miami. Lo attende uno staff rodato che è un meccanismo perfetto e che ora ha un segreto in più. Si chiama Corrado Barazzutti, che già da qualche tempo si vedeva al suo angolo. È stato lo stesso Fognini a rendere noto che il capitano di Davis sarà parte del team durante la prossima stagione. Come c.t., Barazzutti si relaziona con Fabio da anni e lo segue ovviamente nei tornei più importanti. Il fulcro del progetto resta coach Davin, ma Corrado sarà al fianco del numero uno italiano in qualcuno degli appuntamenti in cui il coach argentino avrà impegni personali e darà anche consigli sulla programmazione. Con tre obiettivi neppur troppo nascosti: la top ten, un successo di grande prestigio, magari in uno Slam («Fabio se lo meriterebbe, sarebbe il coronamento della carriera», è da tempo il mantra del c.t.) e perché no la Coppa Davis, un pensiero stupendo con quattro giocatori italiani nei primi 60 del mondo (Fognini, Cecchinato, Seppi e Berrettini) e competitivi su ogni superficie, qualunque dovesse essere il format. Fabio sta dunque pianificando la ripresa degli allenamenti in vista di una stagione 2019 che partirà, come sempre, dalla trasferta in Australia. E da obiettivi nuovi e stimolanti. [segue]

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“Torino ha una chance”. Parte il sogno Atp Finals (Stefano Semeraro, La Stampa)

«Torino? Ha sicuramente una chance». Le parole di Chris Kermode, presidente e ceo dell’Atp, il sindacato dei giocatori che gestisce il circuito mondiale e nel prossimo marzo dovrà decidere quale sarà la sede futura delle Atp Finals, sono incoraggianti. Allargano il cuore di chi spera di vedere assegnata a Torino per cinque anni (2021-2025) il torneo di fine anno che riunisce i migliori otto tennisti del mondo. La gara per l’assegnazione non è però facile: 40 città sparse fra Medio ed Estremo Oriente, Europa e Americhe hanno inviato una lettera di interessamento; fra queste ce ne sono 10 che possono pareggiare ciò che offre al momento Londra. Fra il 15 dicembre e fine anno verrà resa nota una short-list di 3-5 candidate e la vincitrice sarà annunciata durante il torneo di Indian Wells, a inizio marzo. Entro la mezzanotte la Federtennis, il Comune e la Regione Piemonte dovranno consegnare il dossier sulla candidatura, che ha tutto il sostegno del Coni (e di Coni servizi) e del governo. Per entrare nella gara bisogna però coprire un minimo di 20 milioni di dollari (tassa di entrata + montepremi). Non una cifra banale da reperire. Vista la congiuntura facile immaginare che il grosso dell’impegno graverebbe sulla Fit, e non sulle casse di Comune e Regione. C’è chi è in grado di offrire molto di più, da Pechino a Doha, da Shenzen a Dubai, forte dell’appoggio di munifici fondi di investimento statali. Altre piazze (Berlino o Mosca) possono mettere sul piatto la presenza dei migliori tennisti del dopo-Federer. La candidatura più forte resta Londra, che ospita il «Masters» fin dal 2009, ma la Brexit rischia di sparigliare le carte, come conferma il boss dell’Atp. «Non se ne è ancora parlato, ma sarà un fattore quando dovremo decidere il futuro della manifestazione. Non si tratta solo di chi offre di più, e non ci possiamo legare al nome di un giocatore, serve un pacchetto completo. Dobbiamo essere sicuri di avere per altri cinque anni un grande evento, con stadi pieni». Un aspetto che porterebbe ad escludere il Medio Oriente, dove abbondano i capitali ma scarseggiano gli spettatori. [segue]

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Fognini e Giorgi out, l’Italia saluta l’Open (Baldissera). Giorgi vede la luce di una vita da top player (Clerici). È uno Slam da quota 100 (Semeraro). Simona balla da sola (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 20 gennaio 2019

Alessia Gentile

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Fognini e Giorgi out, l’Italia saluta l’Open (Luca Baldissera, La Nazione)

Non abbiamo più italiani in gara all’Open di Australia. Erano otto all’avvio, sette uomini e una donna, tre di quei sette più Camila sono arrivati al terzo turno, pero poi agli ottavi e alla seconda settimana non c’è arrivato nessuno. Hanno perso infatti tutti e due gli ultimi superstiti, i nostri numeri uno, Fabio Fognini e Camila Giorgi. Ma anche se Fabio ha perso per la sesta volta su sei dalla sua bestia nera, lo spagnolo Carreno Busta, e Camila per la quinta su sei dalla ceca Pliskova, le due sconfitte sono state nolto diverse. La prima è arrivata a seguito di una partita sconfortante, la seconda di una esaltante. Carreno Busta non ha fatto niente di straordinario per battere un Fognini spento, piatto, vivo soltanto nel terzo set e nella prima parte del quarto. Alla fine Fognini ha perso 62 64 26 64 in 2,30, giocando come sa soltanto per mezz’ora. Karolina Pliskova invece si è esibita all’altezza della sua miglior fama, da ex n.1 del mondo solo due anni fa. E Camila ha fatto match pari con lei giocando alla grande. Purtroppo, dopo aver perso il primo set che avrebbe potuto magari vincere e vinto il secondo che avrebbe potuto perdere, nel terzo ha perduto un game interminabile, 13 minuti, alla quarta pallabreak. E lì la Pliskova si è involata fino alla vittoria (64 36 62 in 2h e 11 il punteggio finale). «Sono molto contenta di esserne venuta fuori vincendo», ha detto la ceca. Per il resto la “old generation” ha fin qui retto benissimo il confronto con la “Next”. I vari Djokovic, Raonic e Nishikori sono giunti agli ottavi per sfidare rispettivamente Medvedev, Zverev e Carreno Busta, dopo che nella notte Nadal avrà giocato con Berdych, Tiafoe con Dimitrov, Cilic con Bautista Agut. Stamattina alle 9 italiane Federer affronta Tsitsipas, primo test serio per lo svizzero — sei volte vincitore in Australia — che incredibilmente ieri è stato bloccato da un addetto alla sicurezza della Rod Laver Arena perché non aveva il pass per accedere agli spogliatoi. Giocheranno invece 24 ore dopo  la n.1 del mondo Halep e Serena Williams. Un sorteggio maligno le ha messe di fronte già negli ottavi.


Camila Giorgi vede la luce di una vita da top player (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Hanno perso sia Camila Giorgi sia Fabio Fognini. Essendo lontano dall’Australia, mi chiedo quel che gli avrei domandato, perché Camila incontrava la Pliskova, oggi numero quattro ma già numero uno nel 2017, e Fognini giocava la sua sesta partita contro Carreno Busta, avendo perso le prime cinque. Questo Carreno Busta è uno spagnolo anomalo che pare trovarsi meglio sul cemento che sul rosso, dov’è nato. Possiede sicuramente armi che mettono più che in difficoltà Fabio, e quindi mi riservo di chiedere a Fognini – la prossima volta – che cosa non funziona contro di lui, essendone stato vittima 6-2, 6-4, 2-6, 6-4. Ho invece visto le difficoltà della Giorgi contro la Pliskova, difficoltà più che previste, tra una numero quattro e una numero ventotto, che però Camila stava, per due set e mezzo, eguagliando. Quando si crede di conoscere una persona, ci si domanda spesso se la nostra vita ha avuto modo di influire sulla sua. Non ho fatto il coach, salvo con Vitas Gerulaitis, perché eravamo i due che rientravano per ultimi all’hotel ma, insieme al mio concittadino Riccardo Piatti, abbiamo in qualche modo influito sulla vita di Camila il giorno che suo padre Sergio chiese al presidente di un club di Como se potesse sponsorizzare una bambina e la sua famiglia, permettendo così alla piccola di diventare una professionista del gioco del tennis. Vistala giocare, dicemmo di sì. E di lì la bambina finì per ritrovarsi, oggi, sulla Rod Laver Arena di Melbourne, contro Karolina Pliskova. Non vi sommergo di notizie sulla vita di Camila, estremamente congiunta con quella del padre, che ha avuto i suoi fastidi, dapprima con un tribunale di Miami, in seguito con la federazione, e che Camila chiama tuttora «il mio coach», sebbene di un vero coach immagino avrebbe bisogno per evitare rapporti familiari sul campo. Sia come sia, oggi Camila non è stata da meno di una top player mondiale, ribattendo vincente su vincente alla boema sino al quarto game del terzo set. Perduto il primo set e vinto il secondo – nel 4° game del terzo ha avuto 4 vantaggi per raggiungere il 2 pari – Camila si è poi lasciata sommergere per il definitivo score di 6-4, 3-6, 6-2. Penso che a 27 anni potrebbe iniziare una nuova vita, dopo averne passata una prima complessa sui campi e, forse, fuori.


La carica dei ventenni. Ora tocca a Tsitsipas contro Maestro Federer (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nell’antica Grecia la chiamavano Sofia: il possesso di conoscenze e la connessa abilità nel metterle in pratica. Basta traslarla nell’epoca moderna e applicarla al tennis di oggi per scovarne l’interprete più sublime: Roger Federer, non a caso detto il Maestro. Con leggerezza, modulando gli sforzi e il livello del gioco, il Divino è approdato per la 17^ volta (e senza perdere un set) alla seconda settimana dello Slam down under, la posizione ideale per il campione in carica che mira al terzo successo di fila e al settimo in assoluto a Melbourne, così da salutare Emerson e Djokovic nel club dei plurivincitori australi e rimanere un uomo solo al comando. Ormai i numeri e i traguardi di Federer non appartengono alla storia terrena: il 21° Slam, il 100° torneo in carriera, la possibilità di diventare il primo a conquistare 5 Major dopo i trent’anni rappresentano solo il corollario a un ventennio da fenomeno mai visto. Stamattina, alle nove italiane, Roger giocherà la sua partita 101 nella Rod Laver Arena. Praticamente casa sua. Davanti a lui, un ragazzo ateniese dotato senz’altro di sapienza tennistica, ma senza alcuna esperienza sul Centrale australiano. Sarà la sua prima volta. E infatti il vecchio saggio, che lo ha appena battuto a inizio anno nell’esibizione di lusso della Hopman Cup, dispensa esperienza: «Qui cambia tutto, la partita è tre su cinque, è un ottavo di uno Slam e ognuno reagisce in modo diverso al feeling con il campo. Ma sono felice che sia ancora nel torneo, sta giocando bene ormai da tempo, sarà una bella partita. Lui è molto bravo a variare, sa scendere anche a rete. Penso che vedremo un bel tennis d’attacco». […] Tsitsi, all’apparenza, non trema: «La partita in Hopman Cup è stata importante per provare a capire le sue armi, il suo dominio comincia dal servizio e perciò dovrò essere molto aggressivo alla risposta. Certo, sono consapevole di giocare contro una leggenda». Nell’empireo, però, non tutti conoscono la santità dello svizzero: ieri, quando è arrivato a Melbourne Park per allenarsi, Federer si è accorto di non avere il pass e un addetto della security, ligio al dovere, gli ha impedito di entrare negli spogliatoi. Senza fare polemiche Roger ha aspettato dieci minuti che lo raggiungesse coach Ljubicic con annesso accredito. Si chiama umiltà. Meditate, aspiranti campioni, meditate.


È uno Slam da quota 100 (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Stamattina ci proverà Stefanos Tsitsipas, il lato ellenico della Next Gen, e magari contro mastro Federer se la giocherà meglio degli altri suoi colleghi ragazzini di lusso. Ma per ora gli Australian Open sono il trionfo del vecchio che avanza, dell’usato sicuro che dopo la resa di Andy Murray – all’ortopedia, non certo alla concorrenza – è rappresentato sempre dai soliti tre: Roger Federer; anni 37, Rafa Nadal, 32, e Novak Djokovic, 31. Sommate e otterrete la quota 100 dell’eccellenza. Distantissima da ogni ipotesi di scivolo pensionistico. Al terzo turno Federer ha concesso una lezioncina a Taylor Fritz, 21 anni e tanti hamburger ancora da mangiare. Senza badge allo stadio non entra neppure lui – ieri un addetto lo ha bloccato – ma possiede il lasciapassare per l’eternità. Nadal lo ha imitato pasteggiando con la polpa tenera di Alex De Minaur, anni 19, Demone ancora troppo acerbo per spaventare lo spagnolo, e ieri Djokovic ha completato il tris contro Denis Shapovalov, 20 anni, il talento mancino che piace a tutti. «Se ripensiamo alle ultime due stagioni», ha detto a “Marca” Patrick Mouratoglou, pigmalione di Tsitsipas e storico coach di Serena Wlliams, «vediamo che la vecchia guardia è sempre forte. Se sono al meglio, non vedo chi possa batterli». Secondo il guru francese non dobbiamo aspettarci un exploit della linea verde nemmeno stavolta. «Per battere i più forti in uno Slam i più giovani dovrebbero prima riuscirci in uno dei tornei minori, ma non sta accadendo. Federer ha vinto gli ultimi due Australian Open, a Perth si è confermato ad alto livello, e non credo che l’età lo stia rallentando più di tanto, almeno a giudicare da come si muove in campo in questi giorni. Tsitsipas? Dobbiamo essere pazienti. L’anno scorso ha vinto il suo primo titolo a Stoccolma, è arrivato in finale a Barcellona e Toronto. Ha molti margini di miglioramento, ma la strada da fare è ancora tanta». Un segreto dell’eterna gioventù del trio Medusa, oltre che nel talento naturale sta nella loro capacità di adattarsi, mentalmente, tecnicamente e tatticamente, al tempo che cambia, alle sfide che si rinnovano. I giovani, certo, migliorano di giorno in giorno. Ma Roger, Rafa e Nole nel frattempo si sono spostati già un passo avanti. «Sono contento di giocare contro di loro», ha spiegato Federer ragionando proprio sul match con Tsitsipas. «I giovani non hanno nulla da perdere. Io non conosco bene i loro punti di forza, ma d’altra parte non lo sanno bene neppure loro, stanno ancora scoprendo il loro gioco». Roger l’ha detto usando i guanti bianchi, Nadal dopo di lui lo ha spiegato senza tanti giri di parole: «Volevo che che in campo Alex si sentisse a disagio, che non riuscisse ad avere il controllo dello scambio. Ci divertiamo ancora a giocare», aggiunge Rafa. «La nuova generazione sta crescendo, i match fra vecchi e giovani piacciono a tutti, e non si devono preoccupare: prima o poi toccherà a loro». Appunto, Rafa: prima o poi?


Attacchi e coraggio, le armi di Stefanos (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

La Next Gen, in questo Australian Open, ha provato ad alzare la voce per legittimare un cambio al vertice. Fino a questo momento, però, i tre fenomeni hanno retto con disinvoltura ai tentativi delle giovani leve di disarcionarli. Fritz, De Minaur e Shapovalov hanno raccolto le briciole contro Federer, Nadal e Djokovic e demandano a Stefanos Tsitsipas la possibilità di essere vendicati. Impresa ardua ma non impossibile per il ventenne greco. Per superare Roger Federer dovrà sciorinare un tennis impulsivo alla continua ricerca dell’affondo vincente. I tentativi di Stefanos poggiano su solide basi costituite da consistenti colpi di rimbalzo dove all’elegante rovescio si affianca una ficcante esecuzione del dritto a sventaglio. Per scardinare la concreta versione sin qui esibita da Roger dovrà mettere in campo una tattica impregnata di coraggio senza cadere nell’incoscienza. Sarà uno scontro generazionale da ammirare con gli occhi e da gustare con una lunga e appagante colazione.


Simona balla da sola (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Balla da sola, Simona Halep, senza il coach che l’ha condotta a credere un po’ di più in se stessa, senza una voce che le indichi la strada in un tennis che lei, piccolina contro le molte grandi, è sempre stata costretta a interpretare anima e corpo, gettandosi a capofitto nelle partite. Balla da sola, Simona, fra i tanti amici che la seguono, con il capitano rumeno della Fed Cup, Florin Segarceanu, che prova a farle da supporto, perché nessuno potrebbe sostituire Darren Cahill nel cuore della Halep. Ma Darren, ormai, è una voce al telefono. Ha lasciato la sua piccola creazione a fine anno,  obbligato a un ritorno in famiglia da problemi che non riusciva più a gestire in giro per il mondo. Si sentono, si parlano, e lui sa ancora cosa dirle, ma Simona in campo ci va da sola, perché questa è la sua nuova condizione mentale. E ora che la stagione nuova è cominciata, tutto sommato non le dispiace. «Farcela con le mie forze, scegliere la strada giusta tenendo conto di tutto ciò che ho imparato in questi anni, confrontarmi con Darren dopo che ho preso la mia decisione, mi rende felice». Numero uno di un tennis al femminile che non ha mai supposto possa esistere qualcuna migliore di Serena Williams, e dunque in grado di farne le veci. Anche lei, all’inizio. Ma ora meno: «Non mi sento più una numero uno al condizionale, con i “se” e con i “ma”. Serena è la più grande fra tutte noi, inarrivabile per le vittorie conquistate, e per quello che ha dato al movimento del tennis femminile. l’ammirazione nei suoi confronti è profonda. Ma ora che lei gioca meno di una volta, io ho i punti per stare là in cima. E non vedo perché non dovrei sentirmi numero uno a pieno titolo». In fondo, Simona è l’unica che abbia provato a spezzare quella condizione di eterna sottomissione all’aliena Serena. Non ha nemmeno le caratteristiche fisiche per interpretare un tennis “come quello della Williams”. Lei è la più piccola del gruppo, e lo è da sempre. È stata costretta a farsi largo dando di più: più anticipo, più corsa, più aggressività, più voglia di farcela. E’ da quattro anni fra le prime dieci, e numero uno a fine anno da due stagioni consecutive. Quattro anni che le hanno messo addosso quel po’ di sicurezza che andava cercando, lei nata piccola piccola e con il seno grosso grosso, del quale un po’ si vergognava, fino a decidere di farselo ridurre – da una sesta a una terza – per poter giocare a tennis più liberamente. E oggi finalmente disposta ad accettarsi per quello che è. Così, il prossimo confronto con Serena, assume contorni particolari e un valore di molto superiore a un qualsiasi match degli ottavi di finale. «Non mi intimidisce più battermi contro Serena. Sarà che ci ho perso così tante volte. Forse lei non è più quella di una volta, non saprei dirlo con sicurezza, certo gioca meno di prima e ha tante altre cose per la testa. È una mamma. Ma io la capisco, anche per me è stato importante uscire dal tennis come unico scopo della mia vita, fare altro, divertirmi di più. Mi ha alleggerito la vita, e mi ha dato una mano a combattere i problemi fisici che mi porto dietro, quelli alla schiena soprattutto che so che mi potrebbero bloccare da un momento all’altro. Non avessi compiuto questi passi, sarei rimasta da sola con i miei guai, e sarebbe stato peggio. Invece, mi concedo un po’ di più, vivo un po’ di più, esco con gli amici. E se perdo, so che posso cercare di fare meglio la volta successiva». Ieri Simona ha eliminato Venus, la sister trentanovenne (quasi), e Venus le ha fatto i complimenti. Più tardi, Serena ha preso a pallate la 18enne Dajana Yastremska, ucraina che prima o poi vedremo in Top Ten. Il problema, semmai, è proprio questo: Serena è tornata a prendere a pallate tutte quante, in tre partite ha lasciato appena nove game. Simona lo sa. Ma ha imparato a non preoccuparsene più.

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È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Semeraro). Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Bertolucci). Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero). La Zarina e l’erede (Crivelli)

La rassegna stampa di sabato 19 gennaio 2019

Stefano Tarantino

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Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero, La Gazzetta dello Sport)

Non è una sorpresa, ma una piacevole riscoperta. Tomas Berdych è tornato: la schiena non fa più male, il lungo stop è dimenticato. A Doha il ceco aveva mandato un messaggio (finale), a Melbourne ha chiarito il concetto. Riecco Tomas con quel suo tennis pulito e potente che in Australia ha lasciato pochi game a Edmund e Haase e un set, il primo, a Schwartzman, che poi è stato travolto. Adesso l’asticella si alza, sul percorso di Berdych c’è Rafa Nadal, che finora ha passeggiato. «Ma sarà una partita tosta — profetizza Simone Vagnozzi, coach di Cecchinato, battuto in semifinale a Doha dal ceco —. Tomas si era presentato in Qatar in buone condizioni fisiche, in Australia i campi sono più veloci e quindi si trova ancor più a suo agio». C’è anche un po’ di Italia nella rinascita di Berdych, che si è legato a Hydrogen e prima dell’inizio della stagione aveva partecipato a Milano alla presentazione del nuovo team del marchio veneto. Nell’occasione aveva pronunciato parole che oggi sembrano profetiche: «È stato inusuale stare fuori per infortunio così a lungo. Adesso voglio solo divertirmi. Non importa la classifica (dopo gli incontri di ieri è virtualmente n.79, n.d.r.), ma voglio sfidare i più forti e fare buoni risultati». Come tante volte in passato e soprattutto nel 2010: «Quell’edizione di Wimbledon resta nel mio cuore: sconfissi Federer nei quarti e Djokovic in semifinale, poi persi con Nadal in finale. Ho grande rispetto per loro tre: ammiro la determinazione che li ha fatti tornare al top dopo i guai fisici. Il loro segreto non è solo la testa, c’è una combinazione di fattori: esperienza, tecnica, voglia di vincere». Tutte qualità che, in misura minore, non mancano nemmeno a Berdych che tra tanti incontri ne ricorda uno «italiano»: «A Roma nel 2015 vinsi con Fognini sul Pietrangeli una partita fantastica. Fabio ha fatto il definitivo salto di qualità, è pronto per entrare nei top ten. E anche Cecchinato è un tennista che mi piace: è grintoso e preparato». Intanto Berdych a 33 anni si gode l’ottimo stato di forma del momento: «Sono felice e mi concentro sul mio tennis. Quando smetterò mi dedicherò completamente a mia moglie e allargheremo la famiglia. Ma per adesso mi diverto ancora moltissimo a giocare» […]


La Zarina e l’erede (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La Russia. La Florida. Il padre allenatore. La sfacciataggine della giovinezza sbattuta in faccia alle avversarie, unita a un’inestinguibile sete di vittoria coltivata fin dalla culla. Manco fossero uscite dalla stesso film. A dicembre, la zarina e l’erede si sono addirittura trovate sedute insieme al ricevimento per il matrimonio di Max Eisenbud, il potente agente di entrambe. Adesso, sono tutte e due al tavolo degli ottavi di finale degli Australian Open, ed è incredibile come le storie di Maria Sharapova e Amanda Anisimova siano sovrapponibili, in attesa che lo divengano anche i risultati in carriera. A dividerle, per il momento, ci sono solo i natali (Masha è siberiana e Amanda è nata in New Jersey e ha nazionalità americana) e l’età: 31 a 17. Ma il viaggio della speranza negli States dei genitori, la scelta di Miami e dintorni per assecondare le ambizioni delle figlie, l’iniziale coaching in famiglia e la forza mentale già sviluppata da teenager su un campo da tennis raccontano la medesima storia. A Melbourne, una risorge e l’altra sorge come un nuovo sole. Da quando è rientrata dopo il pasticciaccio del Meldonium, aprile 2017, la Sharapova non aveva mai fatto sua una partita così intensa e di qualità come la battaglia in tre set contro la Wozniacki, campionessa uscente dello Slam down under. Un trionfo condito da 37 vincenti e dal pepe di una rivalità ferocissima, ai limiti dell’insopportabilità: la danese, che da ottobre ha rivelato di giocare con l’artrite reumatoide, ha sempre sposato la linea dura verso i condannati per doping, criticando le wild card assegnate alla russa reintegrata; e poi è la miglior amica di Serena Williams. Certo, Masha come sempre non fa nulla per piacere alle colleghe, ma è la più amata dai tifosi con oltre 27 milioni di followers sui social e sembra ricandidarsi a contendente per il successo in un torneo vinto 11 anni fa e di cui è stata tre volte finalista: «È per match come questi che continuo ad allenarmi, è una ricompensa molto bella» […] Intanto la figlia di Kostantin, ex dirigente di banca inventatosi allenatore come ormai accade spesso, diventa la prima giocatrice nata dopo il 2000 (compirà 18 anni il 31 agosto) a raggiungere gli ottavi di un Major e la più giovane americana ad arrivare così lontano in Australia da Jennifer Capriati (1993) e Serena Williams (1998). Una discreta compagnia. La ragazzina (si fa per dire: è alta 1.80, tira comodini con tutti i fondamentali e conosce perfino l’arte ormai perduta del rovescio lungolinea) si prende il lusso di annichilire una delle possibili favorite, la valchiria bielorussa Sabalenka, 11 del mondo, che non trova mai le armi per opporsi all’intelligente bombardamento della numero 87 (è la top 100 più giovane), capace di fulminarla con 21 vincenti e con il colpo dell’anno, un passante in corsa praticamente in braccio alla prima fila dopo tre salvataggi miracolosi: «Ho sicuramente giocato qualche buon scambio, in questo momento ho un feeling eccezionale con il torneo». In tre partite, Amanda ha lasciato per strada appena 17 game mostrando la qualità principale dei campioni, la freddezza nei momenti caldi, senza lasciarsi impressionare dal blasone delle rivali. In carriera, del resto, ha vinto 7 partite su 11 quando l’avversaria era testa di serie del torneo, e anche se potrebbe giocare tra le juniores ancora nei 2019, ormai appartiene a un livello ben più alto […] Ma la sbarbatella ha le idee chiare: «Semplicemente, voglio vincere il torneo». L’ultima teenager a conquistare uno Slam fu la Sharapova a New York nei 2006. E poi dite che la storia non si ripete.


È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Nel 2009 Nadal ha vinto il suo (per ora) unico Australian Open: semifinale mancina e stracciamuscoli con l’amico Verdasco, finale strappalacrime – quelle di Federer, ricorderete… – contro l’avversario di sempre. All’hashtag #tenyearschallenge, che in questi giorni infuria sui social all’insegna del “come eravamo, come siamo” metteteci pure quella di un Rafa migliorato. Almeno nel servizio. In tre turni vinti a Melbourne per ora il Cannibale gentile si è divorato mezza Australia, e non solo quella minore: Duckworth, Ebden e ieri l’aspirante demone Alex De Minaur; derubricato a povero diavoletto in tre set facili facili. Grazie anche, ma non solo, all’aiutino di un nuovo movimento del servizio. «Il cambiamento lo abbiamo deciso dopo la sconfitta per ritiro agli US Open dello scorso anno contro Del Potro», ha spiegato il suo coach Charly Moya, finalista in Australia nel 1997. «Rafa voleva cambiare qualcosa, era convinto che il servizio fosse il suo lato debole. Il problema agli addominali e l’operazione alla caviglia destra hanno ritardato un po’ i tempi, dopo la riabilitazione ci siamo finalmente messi al lavoro e ora si trova bene con il nuovo movimento». Più fluido, più penetrante. Più adatto al Rafa 32enne di oggi, che non si può più permettere di ramazzare palline in ogni angolo del campo per cinque ore, come gli riusciva dieci anni fa, ma deve provare ad aggredire di più, e più in fretta, scambio e avversari. «Il nuovo servizio si basa tu tre pilastri fondamentali», ha spiegato Francisco Roig, l’ex pro’ spagnolo che lo segue da sempre, affiancato da Moya dopo l’addio di Zio Toni. «Il primo consiste nel liberare prima la mano durante il lancio di palla. Il secondo prevede che Rafa mantenga una posizione più composta, senza torcersi e piegarsi troppo nel caricamento, per usare tutta la sua altezza. Il terzo è focalizzato sul piede destro, che deve entrare in campo quando Rafa ricade sul terreno». Risultato: più spinta orizzontale, grazie ad un lancio di palla più spuntato in avanti, e la pallina che schizza più veloce dopo il rimbalzo. Anche con la seconda palla, più spesso tagliata esterna, in slice. «In questo modo gli avversari non possono limitarsi ad una rimessa in gioco, ma devono affrontare un rimbalzo sempre diverso». Un intervento che da fuori può sembrare minimo, ma che ha richiesto lunghi allenamenti […] Non è la prima volta che Nadal ritocca il suo meccanismo biomeccanico. In passato ha provato a ricalibrare (di poco) il diritto, aggiungendo anche qualche grammo di peso alla racchetta, intervenendo sul bilanciamento e variando il “drilling”, la spaziatura fra le corde, per ottenere più potenza. Ai tempi del suo primo successo a New York aveva poi già “irrobustito il servizio”, e da qualche tempo cerca di chiudere prima gli scambi, come del resto anche Federer: campione è chi campione sa rimanere, accettando di adeguarsi al tempo che passa. Nadal non sarà mai un Karlovic o un Isner sia contro Duckworth sia contro De Minaur ha picchiato sei ace; ma ieri ha servito il 75% di prime palle, vincendoci l’84% di punti. Un buon rendimento alla battuta gli servirà di sicuro negli ottavi contro un altro veterano “rigenerato”, Tomas Berdych […]


Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Puoi non conoscerne il nome ma il tennis lineare, semplice e stilisticamente corretto che esprime ti rimanda per forza di cose alla mitica scuola ceca. Karolina Pliskova, odierna avversaria nell’ultimo match di giornata della nostra Camila Giorgi, è dotata infatti di fisico longilineo e lunghe leve, che la ragazza è in grado di gestire con equilibrio. Per certi versi ricorda un’indossatrice più che una tennista e non rinuncia, anche sotto sforzo, all’elegante postura, ai passi leggeri e alla grazia negli appoggi. L’ampiezza dello swing, favorito dalle lunghe leve le consente di trovare migliori angoli nella battuta, un maggior allungo laterale e potenzialità di spinta sulla palla. Nonostante le gambe da fenicottero e i piedi poco reattivi, riesce a essere precisa e ordinata negli appoggi grazie al perfetto timing e alla ineccepibile tecnica esecutiva. La classifica e gli scontri diretti vedono la Giorgi sfavorita, ma non battuta in partenza. Il tennis ad alto rischio, ma rapido e veloce dell’italiana può contenerla, facendola muovere lateralmente e con poco tempo a disposizione per impattare la palla […]

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Rassegna stampa

L’urlo di Giorgi e Fognini: l’Italia sogna (Gibertini). Il servizio lento che protegge la salute di re Rafa (Clerici). Muguruza fa le 3 di mattina: “E adesso vado a colazione” (Cocchi). Australia, dal fair play agli stracci che volano (Semeraro)

La rassegna stampa di venerdì 18 gennaio 2019

Alessia Gentile

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L’urlo di Giorgi e Fognini: l’Italia sogna (Vanni Gibertini, La Nazione)

Poker. Dopo l’habitué Seppi e la rivelazione “ammazzagiganti” del brevilineo Fabbiano, anche Fabio Fognini e Camila Giorgi sono approdati al terzo turno dell’Australian Open. Entrambi hanno vinto senza perdere un set, contro la diciassettenne polacca che aveva vinto Wimbledon junior (e anche il torneo giovanile olimpico) Swiatek e con l’argentino Mayer contro il quale finora il bilancio era di 3-2 per Fabio, ma i cinque match si erano giocati tutti sulla terra. I “nostri” (soprattutto Camila che ha dominato in 59 minuti perdendo due game), non hanno mai dato la sensazione di essere a rischio. Un anno fa Fognini e Seppi giunsero insieme agli ottavi, prima volta in questo torneo. Persero entrambi, ma se stavolta ci approdassero in tre, sarebbe la prima volta in assoluto nella storia degli Slam dell’era Open (cioè dal ’68 in poi). Le cose sembrano essersi rovesciate. Prima l’onor patrio era salvato dalle donne, dalle quattro moschettiere Schiavone, Pennetta, Vinci ed Errani (quest’ultima, scontata la squalifica del “tortellino” tornerà in gara nel mese prossimo), ora ci difendono meglio gli uomini, anche se Fognini viaggia verso i 32 anni, Seppi verso i 35 e Fabbiano a maggio avrà 30 anni. Sono Cecchinato, 25 anni, e Berrettini, 22 ad aprile, ad avere ancora diversi anni davanti a loro e probabili progressi. Per qualche misteriosa ragione i tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi. Le stesse Schiavone, Pennetta e Vinci hanno colto i migliori exploit dopo i 30 anni. In campo femminile, meno male che abbiamo Camila Giorgi, capace di battere 9 top-ten in carriera ma ancora incapace di mostrarsi continua, tant’è che oggi vanta la sua miglior classifica,, n. 27 Wta, ma per salire ancora dovrebbe qui passare un altro turno e battere un’altra top-ten, l’ex n. 1 del mondo e testa di serie n. 7 Karolina Pliskova, che proprio sul cemento esprime il suo miglior tennis. Infatti la sola vittoria di Camila in cinque duelli precedenti è stata ottenuta sulla terra battuta, a Praga. Anche la Pliskova, che ha mezzi tecnici notevoli, è piuttosto discontinua. Quindi si può sperare. Ieri ha vinto agevolmente Djokovic su Tsonga, faticosamente al quinto set Zverev su Chardy e Nishikori su Karlovic, nonché Raonic in 4 set tutti al tiebreak su Wawrinka. Si è fatto male e ritirato Thiem n.7.


Il servizio lento che protegge la salute di re Rafa (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Nadal non vince in Australia dal 2009. Al suo esordio di quest’anno, seguito a vari accidenti muscolari che lo hanno costretto a rifarsi un ginocchio, a ripulirsi una caviglia, e a occuparsi clinicamente degli addominali per quattro mesi, gli spettatori che conoscono di più il tennis, hanno notato in lui qualcosa di nuovo. Rafa stava infatti servendo in modo simile al passato, ma con un atteggiamento lievemente dissimile. Era al suo esordio nel torneo contro un invitato australiano, James Duckworth, e quindi si poteva permettere una partita simile a un allenamento. Gli statistici avevano rilevato nella sua battuta 122 aces in 49 match del 2018, quindi il 66% di prime. Con la sua battuta di lunedì avrebbe migliorato sino al 67, inclusi 6 aces. Ma, al di là delle statistiche, si è notata nel maiorchino una partenza più lenta del braccio, prima della seconda fase, quella che giunge dopo l’incontro palla racchetta. Nadal ha detto in conferenza stampa che la dolcezza iniziale evita una eventuale ferita al braccio, e insieme al dorso. «La tecnica di un tennista si evolve tutta la carriera soprattutto per proteggersi» ha osservato. Dello stesso parere non potevano non essere i suoi due allenatori, Carlos Moya e Francisco Roig, subentrati a quel fenomeno dello zio Toni, che trasse fuori un tennista mancino da un bambino che teneva la penna con la destra. […]


Fognini e Giorgi, grinta e sicurezza al terzo turno (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Convince Fabio Fognini che vince il match del secondo turno contro Leo Mayer, un avversario che conosceva molto bene e che avrebbe potuto creargli qualche grattacapo in più: «Ho giocato molto bene — ha commentato dopo la partita — ho servito anche bene. Peccato per quella piccola distrazione nel terzo set, quando ero avanti di un break e ho rischiato di complicare il match. Quel set avrei potuto anche perderlo, invece al tie break ho chiuso la partita senza troppi rischi». Segnali positivi dunque in vista del prossimo appuntamento al terzo turno contro Carreno Busta: «Non guardo il tabellone — spiega — preferisco andare avanti giorno per giorno». Vola al terzo turno in meno di un’ora Camila Giorgi che ha piegato il due set la 17enne polacca Iga Swiatek, numero 177 del ranking mondiale e campionessa di Wimbledon Junior, promossa dalle qualificazioni e alla sua prima esperienza in questo Slam. La ragazza dal servizio potente ieri ha messo a segno 6 ace contro la numero uno azzurra, ma non sono bastati per impensierire Camila, che mette in campo un’altra prestazione convincente dopo quella di apertura contro la slovena Jakupovic. «È solo inizio stagione, ma probabilmente sto giocando il mio miglior tennis — ha commentato Camila dopo la vittoria — sono molto solida soprattutto sul servizio. È il risultato del lavoro fatto in allenamento e in preparazione, ci ho lavorato molto e continuo a farlo». Per la 27enne questa è la 7a partecipazione agli Australian Open, dove aveva raggiunto il terzo turno anche nel 2015, quando fu poi eliminata in tre set da Venus Williams. Questa volta, nella corsa alla seconda settimana del torneo, si trova contro un’avversaria ben più pericolosa delle due affrontate finora: contro la ex numero 1 Karolina Pliskova ci vorrà la Camila precisa e convincente vista in questi primi due turni a Melbourne.


Muguruza fa le 3 di mattina: “E adesso vado a colazione” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Straordinari notturni, o meglio mattutini, a Melbourne dove Garbine Muguruza e Johanna Konta hanno terminato alle 3.12 del mattino il loro match iniziato a mezzanotte e mezza. Ha prevalso la spagnola di origine venezuelana che ha piegato la britannica in tre set di fronte a qualche centinaio di spettatori nottambuli sulla Margaret Court Arena, uno stadio che ne contiene circa settemila. «Davvero, non posso credere che ci fosse gente disposta a seguirci fino a notte fonda» ha detto la vincitrice di Wimbledon 2017. Il protrarsi dei match della sessione diurna oltre l’orario previsto ha fatto sì che le due rivali scendessero in campo superata la mezzanotte. Lo stop per la pioggia ha fatto il resto. Il match che fino a ieri era iniziato più tardi nella storia del torneo era stato quello tra Mertens e Gavrilova un anno fa, quando si era partiti alle 23.59. Ma c’è un precedente di match terminato all’alba: le 4.34 dell’incontro tra Hewitt e Baghdatis nel 2008. La Muguruza, intervistata su cosa a avrebbe fatto dopo il match ha risposto col sorriso: «Beh, credo che andrò a fare colazione…». Si frega le mani Timea Bacsinszky, la svizzera che dovrà incontrare una Muguruza sicuramente meno fresca del previsto: «Cercherò di recuperare nel miglior modo possibile perché a parte l’orario — ha spiegato Garbine — è stato un match piuttosto stancante». […]


Australia, dal fair play agli stracci che volano (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

L’Australia del tennis è stata per decenni la patria del fair play, educata dal sergente di ferro Harry Hopman che ha tirato su tre generazioni di fenomeni gentili, oltre che vincenti, da Emerson a Laver, da Hoad a Newcombe. Altri tempi, decisamente passati, perchè oggi, la terra magica del tennis, è un reality greve e maleducato. Non in campo, dove la etnicamente molto composita nouvelle vague locale dei tre Alex – De Minaur (cresciuto ad Alicante da genitori latini), Popyrin (nato a Sydney ma di origini russe) e l’ossigenatissimo Bolt – si sta facendo valere. Ma fuori, dove infuria una polemica cattiva, velenosa, che ha al centro Lleyton Hewitt e Bernard Tomic. Bernie, il bad boy del tennis mondiale, tre giorni fa aveva sputato veleno contro l’ex numero 1 e capitano di Coppa Davis, accusandolo di pensare solo a se stesso e di gestire in maniera poco trasparente – tradotto: intascandosi dei soldi – le convocazioni e le wild card nei tornei australiani. «Si è ritirato, ma continua a giocare (in effetti anche agli Open ha appena perso in doppio; ndr), una volta odiava la federazione e ora ne paria solo bene, in più non fa giocare Kyrgios e Kokkinakis (e neppure lui, ovviamente; ndr). Come mai tutto questo? Ah, certo, lo stipendio, e i suoi interessi personali… Onestamente è tempo che se ne vada, perché nessuno più lo sopporta». Kyrgios, che è già uscito dal tabellone, si è tenuto lontano dalla polemica, Kolkkinakis ha reagito stizzito a chi gli chiedeva un commento, ma da un anno ormai non parla con il capitano. Hewitt, l’ex antipaticissimo trasformatosi con l’età in venerato maestro, ha risposto ad alzo zero. «Sono le cose che ti aspetti da Bernie: perde al primo turno di uno Slam e ne tira fuori una nuova. Mi dà fastidio, perché in campo i nostri ragazzi stanno vincendo e lui gli ruba spazio nelle notizie. La verità è che stiamo cercando di mantenere uno standard culturale per chi è chiamato a rappresentare l’Australia in Coppa Davis. E Bernie non ci si è neanche avvicinato». De Minaur ha un 109 tatuato sul petto, perché è stato il 109° australiano a giocare in Coppa, Kyrgios con la Davis ha un rapporto conflittuale ma sta lavorando con gli psicologi. Tomic, più famoso per i match buttati apposta e le frasi insopportabilmente arroganti («Che mi importa se perdo, con il tennis farò molti più soldi di voi e a trent’anni mi godrò la vita»), è un capitolo a parte. «Per un anno e mezzo ha minacciato me e la mia famiglia, cercando di ricattarmi, ora per fortuna non ha più il numero del mio cellulare – racconta Hewitt – La cosa che mi dispiace di più è che ho speso tanto tempo con lui, ho cercato di dargli ogni opportunità. Ma ora basta, non gli parlo più. Non so perché si comporta così, forse c’è qualcuno che lo sobilla…». Ovvero Ivica Tomic, detto John, iracondo padre-padrone-coach nato in Croazia, famoso per gli insulti rivolti ad arbitri, giornalisti e per il pugno con cui ha spaccato la faccia ad un ex sparring partner del figlio. Povera Australia.


La leggerezza di Giomila (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Il miglior tennis della mia vita…». In quanti possono dire una frase del genere? Sono espressioni che lo sport tende a tenere secretate, per motivi sin troppo comprensibili E molteplici. Su tutti trionfa la scaramanzia, che molti dei tennisti praticano nei modi più variopinti, accomunati però da da gesti che si vorrebbero segreti in realtà talmente ripetitivi da diventare parte del corredo tennistico di ognuno. Ivan Lendl non cambiava mai i polsini tergisudore, Borg lasciava che la barba crescesse incolta durante i tornei del Grand Slam, Panatta si affidava ad alcuni chiodi di ferro trovati chissà dove. […] A dire di non aver mai giocato così bene è la nostra Camila Giorgi, che per sua fortuna se ne infischia dei dettami della Legge di Murphy, forse perché è fra le poche iscritte al movimento di idee organizzato dalle sorelle Williams, quello secondo cui a tennis si è forti se si evita di farne l’unico scopo della propria vita. Camila, lo sapete, ha una sua griffe di abbigliamento sportivo con la mamma, e da quest’anno per la prima volta non si limita a indossare gli abitini che le vengono cuciti addossa ma funge da testimonial della sua fresca attività, sotto il marchio di Giomila. Cosi, appare più spensierata di altre quando parla di sé, delle sue intenzioni, dei suoi sogni, certo assai più di quando parla di tennis o descrive le sue avversarie. La prossima, battuta ieri la polacca diciassettenne Swiatek, è l’ex numero uno Karolina Pliskova, che nella descrizione rilasciata da Camila è «una tennista», «sì, brava», «una che tira colpi». E tanto basta. Ma lei si sente al meglio, «perché ho lavorato tanto sul servizio, e comincio a ricavare punti anche da quello», ed è pronta a fare il suo gioco, per provare a entrare fra le prime 25 del mondo. […]

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