L'ultima partita di Lucie Safarova?

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L’ultima partita di Lucie Safarova?

Il recente match disputato a Praga potrebbe essere stato quello di chiusura della carriera di Lucie Safarova. Il ricordo di una giocatrice molto stimata attraverso sei partite memorabili

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Lucie Safarova - Wimbledon 2016

La scorsa settimana durante l’International di Praga Lucie Safarova ha salutato il pubblico ceco scendendo in campo per l’ultima volta in un torneo di casa. Iscritta al doppio in coppia con Barbora Stefkova, è stata sconfitta al primo turno, in quella che potrebbe essere stata la sua ultima partita da professionista.

Non è ancora sicuro che sia stato l’ultimo impegno in assoluto, perché c’è ancora la possibilità di una partecipazione al Roland Garros (forse solo in doppio insieme alla storica compagna Bethanie Mattek Sands), ma la sostanza non cambia: Safarova ha ormai pronunciato la parola fine alla carriera.

A soli 32 anni, ha “appeso la racchetta al chiodo”, a causa di una condizione fisica non più all’altezza delle esigenze del tennis attuale. È un peccato che Lucie abbia dovuto prendere questa decisione, ma si è trattato di una scelta molto consapevole: di fatto il suo corpo non si era mai del tutto ripreso dalla infezione batterica che l’aveva colpita proprio all’apice della sua attività sportiva. È stato uno di quei paradossi determinato dai meccanismi del ranking: esattamente nel momento in cui era ricoverata in ospedale a Brno, gravemente debilitata, WTA certificava il suo best ranking, al numero 5 del mondo. Era il 15 settembre 2015, data fondamentale, dolce-amara, della sua carriera.

 

Chissà come sarebbero andate le cose senza quella malattia; Lucie veniva da due ottime stagioni in cui aveva raggiunto traguardi sempre più importanti: nel 2014 la semifinale a Wimbledon, nel 2015 il successo nel Premier di Doha e la finale al Roland Garros; risultati che le avevano permesso per la prima volta la partecipazione al Masters di Singapore. E nello stesso periodo la vittoria in doppio agli Australian Open e al Roland Garros 2015, in coppia con Bethanie Mattek Sands.

Insieme a Mattek avrebbe vinto altri tre Slam in doppio, ma in singolare i picchi di gioco di quel biennio sarebbero stati irripetibili. Dopo quella gravissima infezione, Safarova era diventata più fragile, e malanni di ogni genere uniti a piccoli infortuni le hanno reso impossibile ritrovare la continuità di gioco e di allenamento: requisiti indispensabili per misurarsi alla pari con le migliori al mondo in singolare.

Ripensando alla carriera di Safarova mi vengono in mente innanzitutto due aspetti, diversi ma in fondo anche collegati. Il primo è quanto fosse stimata da tutto l’ambiente del tennis. Stimata e da molti anche amata, per il suo modo di essere in campo e fuori. E questa è una qualità non tanto frequente, ancora di più oggi, in un periodo in cui la capillare diffusione di media e “social” favorisce la sottolineatura di qualsiasi atteggiamento non irreprensibile: basta pochissimo per dare il via a critiche e polemiche. Ma questo non è accaduto a Lucie, capace di essere protagonista per molti anni nel circuito rimanendo sempre immune da questi problemi. E che la stima non fosse solo di facciata lo confermano i fatti, visto che più volte è stata scelta dalle colleghe come una delle rappresentanti delle giocatrici nel board WTA.

Il secondo aspetto è la anomalia dei tempi della sua carriera, dalla maturazione più lenta del solito per gli standard centro-europei; una caratteristica forse più italiana che ceca. Nata nel febbraio 1987, Safarova ha dato il meglio dopo il 2014, quando si avvicinava ai trent’anni, e dopo più di dieci stagioni nel professionismo.

Dopo essersi fatta conoscere per il suo talento molto presto, ancora teenager, sono stati necessari parecchi anni perché raggiungesse la costanza ad alto livello. A diciannove anni sconfiggeva la allora numero 2 del mondo Justine Henin all’indoor di Parigi e arrivava nei quarti di finale agli Australian Open 2007 dopo aver battuto la campionessa in carica e numero 3 del mondo Amelie Mauresmo: a dimostrazione che le doti erano inequivocabili. Ma poi erano arrivate diverse stagioni con risultati al di sotto delle sue potenzialità. In parte per una certa fragilità fisica, ma in parte per mancanza di killer instinct.

E qui ci si ricollega a quanto detto prima: Safarova non è stata quel tipo di giocatrice capace di trasformarsi durante il match. No, lei ha portato in campo gli stessi tratti di carattere che aveva al di fuori; il problema è che sensibilità e rispetto per il prossimo non sono le doti ideali per vincere a tennis. Del resto se siamo abituati a considerare il killer instinct (di cui ho parlato qui sopra) come un aspetto positivo per un tennista, si capisce che può diventare un handicap la mancanza di “cattiveria” sportiva. Anche per questo Lucie ha faticato a trovare la strada per esprimersi al massimo.

Alla fine c’è riuscita in un modo del tutto personale: a dispetto del suo stile di gioco offensivo, sul piano della personalità il meglio lo ha dato quando in campo ha messo non l’aggressività, quanto piuttosto la serenità, e ha cominciato a vivere le partite con più divertimento e meno ansia. Lo racconta lei stessa in questa intervista del 2015, dove spiega che le è occorso del tempo non solo per trovare il giusto modo di allenarsi, ma anche per affrontare i match con meno nervosismo e più leggerezza.

Il circuito del tennis offre un torneo a settimana, quattro Slam all’anno, e all’inizio di ogni stagione comincia un nuovo ciclo. Ci sono quindi tante occasioni per rifarsi dalle sconfitte e per raccogliere buoni risultati, se si riesce ad affrontare le partite senza drammatizzarle troppo. Questa consapevolezza è arrivata con la maturità, e le ha tolto l’eccesso di responsabilità che nei primi anni spesso l’aveva portata a bloccarsi nei frangenti decisivi, a un passo da vittorie significative.

a pagina 2: Il tennis di Lucie Safarova

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L’eredità di Caroline Wozniacki

Uno Slam, un Masters e altri 28 titoli WTA. Ma al di là dei numeri, che segno ha lasciato Wozniacki dopo il ritiro?

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Caroline Wozniacki - Australian Open 2020 (via Twitter)

Questa settimana concludo i temi collegati all’Australian Open 2020 con una notizia annunciata: il ritiro di Caroline Wozniacki. Giocando per l’ultima volta nello Slam vinto nel 2018, Wozniacki ha messo fine a una carriera davvero importante, che ha caratterizzato tutti gli anni ’10 del circuito femminile (vedi QUI).

Ho deciso di affrontare il tema seguendo la traccia proposta da Fede, che in un post di due settimane fa aveva avanzato questa domanda: “Wozniacki si è ritirata, giocando nemmeno così male (ha eliminato Yastremska e contro Jabeur avrebbe anche potuto farcela). Qual è la sua eredità nel tennis?”. L’articolo è esattamente il tentativo di rispondere al quesito di Fede.

Wozniacki in campo
Qualche dato in sintesi. Wozniacki è nata l’11 luglio 1990 e ha avuto due picchi di carriera: il primo fra il 2009 e il 2011, il secondo (leggermente inferiore per continuità e forse anche per livello di gioco) nel biennio 2017-18.

Caroline è stata numero 1 del mondo al termine delle stagioni 2010 e 2011. Dunque ha raggiunto i vertici del ranking WTA quando aveva appena 20 e 21 anni. La critica che l’ha inseguita in quel periodo era che il suo primato fosse quasi usurpato, perché vinceva i tornei di livello medio-alto, ma “falliva” negli Slam. Affrontiamo subito la questione, così poi si può andare oltre, e fare un ragionamento più ampio sulle sue caratteristiche di giocatrice.

Innanzitutto né Wimbledon nè il Roland Garros erano adatti a lei. Wimbledon era troppo favorevole alle attaccanti, e infatti a Londra non è mai riuscita ad andare oltre il quarto turno. Mentre la terra le è sempre rimasta parzialmente indigesta, molto probabilmente perché lontana dal suo imprinting tecnico, che non è quello delle tenniste latine abituate fin da piccole a misurarsi con il rosso. Almeno, questa è la mia spiegazione, perché forse la terra avrebbe potuto anche esaltare le sue doti di resistenza e tenuta mentale, ma i risultati hanno dimostrato che il Roland Garros non faceva per lei (al massimo due quarti di finale).

Rimangono quindi i due Major sul cemento. Ma nel periodo migliore di Wozniacki c’erano alcune giocatrici in grado di offrire un tennis di qualità altissima sul duro: Serena Williams, Victoria Azarenka, Li Na e Kim Clijsters. E infatti a batterla a Melbourne e New York nei suoi anni di picco sono state proprio Williams, Clijsters e Li. Il maggior rimpianto potrebbe forse essere legato alla eliminazione nella semifinale degli US Open 2010 contro Vera Zvonareva, che era comunque nella migliore stagione della carriera (non per niente era reduce anche dalla finale di Wimbledon).

Naturalmente queste sono valutazioni che solo la distanza storica ci consente di stabilire con chiarezza: allora i valori non erano così evidenti e definiti, per cui le argomentazioni dei suoi accusatori suonavano più motivate di quanto non risultino oggi. Sia come sia, in quegli anni le tante critiche avevano inciso sulla considerazione di molti appassionati, e forse anche sul carattere e la psicologia di Caroline.

Come è noto, Wozniacki cancella lo zero alla casella degli Slam soltanto nel 2018, quando vince a Melbourne. Probabilmente la concorrenza in quel torneo era un po’ meno qualificata rispetto al 2009-2011, visto che si stava vivendo una fase di transizione generazionale. E non dico questo per sminuirla, quanto piuttosto per sottolineare che quando ha avuto una occasione concreta per vincere lo Slam, Caroline ha saputo coglierla, oltretutto battendo in finale la allora numero 1 Simona Halep.

In più Wozniacki vince il torneo da campionessa in carica del Masters (Singapore 2017), titolo che ha ulteriormente impreziosito il suo palmares. In sostanza le vittorie nel 2017-18 sono state inferiori di numero rispetto alla prima fase di carriera, ma più rilevanti come prestigio.

Wozniacki si toglie il rovello più grande affermandosi in Australia, ma di sicuro lo Slam in cui mediamente si è espressa meglio è quello americano. A New York vanta tre semifinali (2010, 2011, 2016) e due finali, battuta da Clijsters nel 2009 e da Serena nel 2014.

Tolto di mezzo l’argomento Slam, arriva il tema più interessante: la sua qualità di giocatrice. Sono convinto che il segno più profondo sul circuito Caroline lo abbia lasciato nel biennio 2010-2011, quello delle 67 settimane in cima al ranking. In quelle stagioni si impone grazie a un modo di stare in campo in cui emergono soprattutto queste doti: superiori qualità difensive, grande resistenza atletica, abilità nel leggere in anticipo le decisioni di gioco delle avversarie, e una eccezionale applicazione agonistica.

In quel periodo giocare contro di lei è davvero duro, sotto tutti gli aspetti: tecnici, tattici, fisici e mentali. L’unico modo per non soffrire è essere una grande attaccante in giornata di grazia, in grado di sfoderare vincenti a ripetizione. Altrimenti contro Caroline sono dolori. Ricordo molti suoi match in cui le avversarie dovevano dare tutto per fare partita pari, ma prima o poi sentivano la necessità di rifiatare, finendo per essere inesorabilmente sopraffatte da una Wozniacki che molto difficilmente andava incontro a cali di rendimento.

Nel suo momento d’oro, Caroline dà veramente la sensazione di essere una iron-woman, non solo perché con quel modo di giocare è durissima da battere, ma anche perché è in grado di sostenerlo per un eccezionale numero di partite stagionali. 80 match (59-21) nel 2008, addirittura 93 nel 2009 (68-25), 79 nel 2010 (62-17) e di nuovo 80 nel 2011 (63-17).

Ecco, a mio avviso la principale eredità strettamente tennistica che lascia Wozniacki al circuito femminile è legata al suo modo di stare in campo con impressionante continuità fisica. Sulla scorta dei risultati di Caroline, diventa sempre più evidente a un vasto numero di giocatrici che per esprimersi ad alto livello è indispensabile una estrema cura nella preparazione atletica. E sono convinto che molte sconfitte subite contro di lei si siano trasformate in uno stimolo per affrontare con più professionalità il lavoro sul fisico con i fitness trainer.

In sostanza penso che Wozniacki abbia davvero contribuito a far alzare la qualità atletica media di tutto il circuito WTA. Può piacere o meno, ma il tennis si è evoluto nel tempo da “gioco” a “sport”, e Caroline ha avuto un ruolo non marginale in questa evoluzione.

Insomma Wozniacki è stato un modello di riferimento, anche se probabilmente in poche potevano pensare di eguagliarla, perché lei partiva da qualità naturali superiori. Lo ha dimostrato quando ha affrontato la maratona di New York senza specifica esperienza sulle corse lunghe, e l’ha conclusa sotto le 3 ore e 30 minuti (3 ore, 26 minuti, 33 secondi).

a pagina 2: Wozniacki tra campo e fuori campo

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Australian Open 2020: delusioni e sorprese

Da Osaka a Jabeur, da Williams a Swiatek, protagoniste in positivo e in negativo dello Slam di gennaio. E per concludere una teoria sulle ultime vincitrici dei Major

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Coco Gauff e Naomi Osaka - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Dopo avere celebrato la scorsa settimana le imprese delle finaliste Kenin e Muguruza, per completare la riflessione sull’Australian Open 2020 è il momento di ragionare sulle giocatrici uscite da Melbourne deluse per aver ottenuto risultati al di sotto delle aspettative. Ma nella seconda parte dell’articolo ci sarà spazio anche per riflessioni di altro genere. Cominciamo con le due semifinaliste sconfitte.

1. Ashleigh Barty e Simona Halep
Simona Halep è stata la numero 1 WTA al termine delle stagioni 2017 e 2018; Ashleigh Barty l’ha sostituita concludendo al primo posto nel 2019. Non stiamo quindi parlando di giocatrici qualsiasi, ma di due tenniste che hanno dimostrato di possedere notevole consistenza, tanto da raggiungere il traguardo che più premia la continuità ad alti livelli.

In vista del torneo australiano, per i bookmaker erano appaiate come terze possibili vincitrici (quotate a 9), alle spalle di Williams e Osaka. Logico quindi che una volta arrivate in semifinale fossero considerate favorite contro Kenin e Muguruza. In realtà entrambe sono state sconfitte in due match terminati con un punteggio identico: 7-6, 7-5.

Barty era la leader della parte alta del tabellone, e nel torneo ha dovuto percorrere un cammino in cui non ha avuto sconti. Per Halep, testa di serie numero 3, sorteggiata nella parte bassa del draw, le cose sono state un po’ più semplici, almeno fino al match contro Muguruza.

Ashleigh Barty
Superati i due primi turni, Barty ha trovato nei match intermedi tutti i maggiori ostacoli possibili: la tds 29 Rybakina, la 19 Riske, la 7 Kvitova. Ed è riuscita a venirne a capo malgrado le insidie non fossero trascurabili.

Alison Riske l’aveva battuta nei precedenti scontri diretti, e anche nel match di Melbourne ha dimostrato di possedere le armi adatte a far soffrire Ashleigh. Innanzitutto una notevole qualità in risposta, e poi la capacità di gestire con abilità la differenza dei due colpi da fondo campo di Barty. Da una parte Alison sa appoggiarsi alla potenza del dritto della avversaria per ricavare un surplus di accelerazioni che di suo altrimenti non possiederebbe, visto che non è una giocatrice superpotente. Dall’altra contro i rimbalzi bassi dello slice di rovescio di Barty, Riske ha una volta di più dimostrato perché si trova così bene sull’erba: sa scendere alla perfezione con le gambe e gestire con sicurezza le parabole a rimbalzo sfuggente. Il 6-3, 1-6, 6-4 conclusivo restituisce l’equilibrio che ha regnato nei cento minuti del loro match.

Superato lo scoglio degli ottavi, Barty ha dovuto misurarsi con la finalista dello scorso anno Petra Kvitova, che nel torneo 2019 l’aveva eliminata proprio a livello di quarti di finale. Ma questa volta a prevalere è stata lei (7-6, 6-2), dimostrando che negli ultimi dodici mesi è sicuramente cresciuta nella maturità agonistica. Nel primo set, estremamente equilibrato, Kvitova non ha saputo convertire le tante occasioni di break (ne ha mancate 8 su 9) e nemmeno un set point raggiunto nel tie-break. Perso il primo set, Petra non ha avuto la forza, fisica e psicologica, di risalire in un match in cui fino a quel momento aveva speso tanto, raccogliendo nulla.

Oltre alla differente solidità mentale, rispetto allo scorso anno ha forse inciso anche la inferiore velocità delle condizioni di gioco. La relativa lentezza dei campi 2020 a mio avviso ha favorito il tennis di Barty: in un paio di punti importanti del primo set, ad Ashleigh sono riusciti dei fantastici recuperi difensivi che con i campi versione 2019 probabilmente non sarebbero stati possibili.

Dopo il successo contro la finalista uscente Kvitova, Barty sembrava la candidata più autorevole alla finale della parte alta di tabellone, a maggior ragione dopo le cadute premature nel secondo quarto di draw, quello di Osaka e Williams.

Invece, come sappiamo, Sofia Kenin ha sovvertito i pronostici della vigilia. Ho già parlato della semifinale nell’articolo della scorsa settimana. Qui sottolineo un paio di temi esclusivamente orientati su Ashleigh. Uno negativo e uno positivo. Negativo: si è avuta la conferma che il rovescio può rivelarsi un punto debole del suo gioco: nella partita contro Sofia la tensione non solo le ha fatto compiere tanti errori, ma anche quando non sbagliava la palla viaggiava troppo poco incisiva per creare seri problemi all’avversaria. Avevo notato quanto la tensione possa influire sulla qualità del suo slice in un match che avevo seguito dal vivo a Wimbledon due anni fa (contro Kasatkina, vedi QUI), e mi pare che a Melbourne la situazione si sia ripetuta.

Ma credo che questa sconfitta si presti anche a una chiave di lettura positiva. In semifinale Barty è scesa in campo quasi paralizzata dalla tensione, con un grave problema al rovescio e con il servizio che è calato in incisività (8 ace nel primo set, nessuno nel secondo). Eppure, malgrado tutti questi handicap, è arrivata ad avere due set point sia nel primo che nel secondo parziale. Per me significa che il suo tennis è davvero efficace. Così efficace da permetterle anche in una giornata ampiamente deficitaria di giocarsela contro la futura campionessa del torneo. Cosa sarebbe successo se fosse stata giusto un pochino più consistente?

Simona Halep
Rispetto a Barty, Halep si è confrontata contro giocatrici un po’ meno complicate soprattutto per questioni di “matchup”: vale a dire avversarie con caratteristiche meno insidiose per il suo tipo di tennis. Elise Mertens (sconfitta negli ottavi) propone un gioco simile a quello di Simona, ma con meno creatività geometrica e meno qualità negli spostamenti e nella copertura difensiva. Per questo, se entrambe sono in buone condizioni, penso che Simona sia destinata ad avere la meglio. E il 6-4, 6.4 lo ha confermato.

Anett Kontaveit (sconfitta nei quarti) ha un tennis più aggressivo rispetto a Mertens, ma non ha la potenza sufficiente per incidere davvero sulle difese di Halep. E visto che sul piano del puro palleggio non ha la solidità di Simona, nella partita di Melbourne è stata inevitabilmente obbligata a provare a spingere, il più delle volte finendo fuori giri. In pratica Anett si è ritrovata in una condizione di impotenza. Per questo non mi è sembrato così notevole il 6-1, 6-1 conclusivo, perché fra le attuali Top 30 Kontaveit è forse la migliore avversaria possibile per esaltare le qualità di Halep.

Ho già raccontato la scorsa settimana il match contro Muguruza: quanto vicine siano state le due giocatrici, e quanto ha pesato su alcuni punti cruciali la diversa attitudine all’avanzamento verso la rete. Chissà se anche nel team di Halep interpreteranno in questo modo le cause della sconfitta.

Se fosse così, questa semifinale potrebbe rivelarsi una occasione di crescita, per provare ad affrontare alcune situazioni di gioco in modo più verticale e incisivo. A 28 anni compiuti è difficile cambiare certi istinti, ma credo che per rimanere ad alti livelli uno dei segreti sia proprio quello di cercare di migliorarsi, sempre.

a pagina 2: Naomi Osaka e Serena Williams

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Kenin e Muguruza: sorprese, rinascite e incognite dell’ultimo Slam

Doveva essere l’Australian Open di Williams, Osaka o Barty e invece la finale di Melbourne ha proposto due protagoniste inattese

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Garbiñe Muguruza e Sofia Kenin - Australian Open 2020

E così anche il primo Slam del 2020 ha confermato la tendenza degli ultimi Major: ancora una volta a prevalere è stata una giocatrice giovane. Grazie al successo a Melbourne, ad appena 21 anni Sofia Kenin si aggiunge al gruppo di nuove vincitrici: Naomi Osaka, Ashleigh Barty e Bianca Andreescu. Dallo US Open 2018 solo Wimbledon 2019 (con Simona Halep), è sfuggito alla giovane generazione, che può vantare cinque vittorie negli ultimi sei Slam. In ordine cronologico: Osaka, Osaka, Barty, Halep, Andreescu, Kenin.

Non ho lo spazio per affrontare in un solo articolo tutti gli spunti che l’Australian Open ha proposto. Questa volta mi concentro sulle due finaliste, la prossima settimana allargherò lo sguardo verso altri temi offerti dal torneo.

1. La rinascita di Garbiñe Muguruza
Ecco cosa avevo scritto a proposito di Muguruza nell’articolo uscito lo scorso 7 gennaio (WTA, chi migliorerà nel 2020?): “Nel luglio 2019 ha lasciato dopo quattro anni lo storico coach Sam Sumyk ed è tornata con Conchita Martinez, che era al suo angolo in occasione del successo a Wimbledon 2017. Credo che Martinez avrà soprattutto due obiettivi: sistemare l’esecuzione del dritto, che con il passare del tempo si è involuto, e aiutare Garbiñe a recuperare fiducia in se stessa. Se raggiungerà questi due traguardi, sono ancora profondamente, testardamente, convinto che Muguruza possa tornare ai piani alti del ranking”.

Per me non è quindi una sorpresa ritrovare Garbiñe protagonista in un grande torneo. Semmai era il contrario: non riuscivo ad accettare come una giocatrice che aveva mostrato di cosa fosse capace nel triennio 2015-2017 (tre finali Slam, due vinte) potesse sembrare definitivamente persa a soli 26 anni. Dato che non aveva dovuto affrontare seri infortuni, prima o poi mi sembrava quasi inevitabile che tornasse a far sentire la sua presenza. A Melbourne dopo molti anni affrontava uno Slam senza essere testa di serie (non accadeva dal Roland Garros 2014), ma si è presa ugualmente uno spazio significativo.

Eppure le cose non erano cominciate bene: al primo turno Muguruza aveva “pescato” Shelby Rogers. Una qualificata, ma di quelle da non sottovalutare. Penso fossero due le qualificate più insidiose, che sarebbe stato meglio evitare: Greet Minnen e, appunto, Shelby Rogers. E infatti contro Rogers (ex Top 50, quarti di finale al Roland Garros 2016, poi a lungo ferma per problemi fisici) Garbiñe ha avuto un avvio choc: addirittura 0-6, poi però rimediato al terzo set (0-6, 6-1, 6-0).

Anche al secondo turno Garbiñe ha avuto bisogno di tre set per eliminare Tomljanovic. Ma quando sono arrivate le avversarie più qualificate ha invece viaggiato spedita: 6-1 6-2 alla testa di serie numero 5 Svitolina e 6-3 6-3 alla numero 9 Bertens. Due Top 10 superate nei primi quattro turni, così come due set le sono bastati per sconfiggere la (relativa) sorpresa Pavlyuchenkova (tds 30) nei quarti di finale.

Match dopo match abbiamo finalmente rivisto una Muguruza di alto livello, vicina a quella capace di vincere gli Slam: la giocatrice che spinge la palla con continuità, che ama condurre lo scambio e che ama avanzare, sottrarre spazio all’avversaria per concludere il punto soffocandola attraverso la contrazione dei tempi di gioco.

Prima di analizzare gli impegni contro Halep e Kenin, occorre chiarire in estrema sintesi alcuni aspetti del suo tennis; almeno per come li interpreto io. Garbiñe è potente, ma la sua palla non è di sicuro la più veloce del circuito: altre giocatrici (per esempio Keys, Ostapenko, Kvitova, Osaka) vantano velocità medie superiori nella conduzione del palleggio. Muguruza non possiede nemmeno quella speciale abilità tecnica che consente ad alcune giocatrici di “allargare” improvvisamente il campo durante lo scambio da fondo, eseguendo parabole con angoli particolarmente stretti, che aiutano a destabilizzare le difese avversarie.

Per chiudere il punto, nel gioco di Muguruza è invece fondamentale la naturale attitudine verso l’avanzamento. E fa niente se non è la miglior volleatrice del circuito: la capacità di pressare l’avversaria mettendo sempre più i piedi nel campo durante lo scambio, e la determinazione con cui aggredisce le palle meno profonde (al rimbalzo o di volo), la mettono spesso nella condizione di governare la partita, diventando la prima artefice dell’esito dei match.

Nelle passate stagioni di crisi abbiamo però anche imparato a conoscere i suoi punti deboli. Il primo è tecnico: l’insicurezza nel dritto, che aleggia latente sui suoi match, e si materializza quando Garbiñe perde sicurezza: l’indecisione si risolve in esecuzioni rattrappite, causate da un timing approssimativo che non le permette di imprimere la giusta energia alla palla.

Il secondo punto debole è tattico-mentale: in alcuni frangenti subentra il timore di sbagliare, e allora ecco la tendenza ad aspettare con passività le scelte dell’avversaria, confidando nelle proprie doti difensive. Doti difensive che sono sorprendenti per una giocatrice della sua stazza, ma non così straordinarie da poter diventare il cardine delle vittorie nei grandi match.

a pagina 2: Muguruza, semifinale e finale a Melbourne

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