Caruso, la vittoria del siciliano che non ti aspetti: "87000 euro? Li merito!"

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Caruso, la vittoria del siciliano che non ti aspetti: “87000 euro? Li merito!”

PARIGI – Viene da Avola il vincitore su Munar e prossimo avversario di Simon: per ‘Sabbo’ è la prima vittoria in un torneo dello Slam, ed è speciale

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Salvatore Caruso - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Parigi, il nostro inviato

[Q] S. Caruso b. J. Munar 7-5 4-6 6-3 6-3

Crolla a terra dopo il match point trasformato, Salvatore Caruso da Avola, terra di vino, mandorle e tennisti al secondo turno del Roland Garros. Quattro set per superare contro pronostico, da qualificato e 147 del mondo, Jaume Munar, n. 53. Stellina next gen spagnola, forgiata dalla tana delle tigri della Rafa Nadal Academy, ma progetto ancora da divenire.

 

In un campo quattro assolato, tra spagnoli reduci dalla facile vittoria di Nadal e italiani con negli occhi ancora la sconfitta di Cecchinato, Caruso è sceso in campo senza volerne cedere al suo avversario, cercando di aprirsi gli angoli col servizio e rispondendo dentro al campo contro la prima di Munar, l’unico colpo in cui lo spagnolo è sembrato averne decisamente di più dell’italiano. E il Munar dei primi giochi, quello che ancora guardava alla classifica, sembra apprezzare anche lui perché già al primo gioco dell’incontro gli parte un “bravo” a complimentarsi contro il dritto di Caruso: e non sarà l’ultimo.

Mentre i giudici di linea iniziano a prendere le misure dello spagnolo, che gli sbraccia affianco, talmente dietro nel campo da rischiare di colpirli,  la partita appare gradevole. Caruso ha sempre più iniziativa, in specie col dritto anomalo ad uscire. Munar, però, non fa una grinza e resta attaccato all’avversario, costringendolo spesso a giocare la famosa palla in più che costa il punto. Il siciliano ha anche il tempo di discutere con il il giudice di sedia per un time violation chiamato mentre la palla del suo servizio era già in volo, e si arriva sul 5 pari servizio Munar, senza che nessuno abbia concesso palle break.

 Lo spagnolo, in difficoltà nello scambio, stavolta neppure viene salvato dal proprio servizio. La battuta non lo tira via dalle secche di un gioco troppo poco propositivo ed alla prima palla break per Caruso, siamo avanti di un break e di lì a poco di un set.

Munar capisce che deve cambiare qualcosa e come quelli bravi, lo fa con il toilet break all’inizio del secondo set. Malgrado questo Caruso arriva due volte, nel primo e nel terzo game, a palla break senza però concretizzare. Si fa vedere persino Barazzutti a bordo campo, la Coppa Davis o quel che ne resta non è così lontana. In ogni caso il siciliano alterna qualche errore a punti giocati in maniera magistrale, spesso chiusi con delicate palle corte che colgono Munar ancora tra le braccia dei giudici di linea e lontano anni luce dai morbidi rimbalzi del siciliano.

Il match si addormenta un po’ mentre Munar però sale di livello e nel quarto  game, di tigna e con l’aiuto di Caruso, ottiene le prime palle break del match. Caruso le annulla mentre Munar inizia a darsi forza e coraggio, gridando sonori “vamos” alla Nadal, ma tutti cantati ad un’ottava inferiore. Caruso resta un po’ apatico in questa fase del match, mentre qualche sbaglio di troppo condito dalla sensazione di stare tirando un po’ il fiato, lo portano a concedere ancora palle break che sono anche set point. Non alla prima, ma alla seconda Munar non regala più.

Mentre Caruso inizia ad essere stanco e Munar ringalluzzito dalla vittoria del set, come volevasi dimostrare, è subito Caruso a strappare per due volte il servizio a Munar. Il nostro va a condurre tutto il set in testa e a chiudere 6-3, tra il pubblico spagnolo che fatica a credere a quel che vede ed il beniamino iberico a ciondolare per il campo a salmodiare tutte le linee prese dall’italiano e quelle che lui ha mancato.

Munar nel quarto set è solo nervi. Addirittura si ferma durante un punto convinto che la sua risposta sia terminata fuori. Se lo spagnolo avesse avuto un piano tattico nel corso del match, si potrebbe dire che è saltato, ma lo spagnolo sembra non averne mai avuto uno se non quello di correre e tirare. Caruso ricomincia invece da dove era partito, aprendosi gli angoli, variando col drop shot e chiudendo spesso e volentieri a rete. Il siciliano continua a rischiare grosso nel giocare molto avanti nel campo ma Munar non è in grado  di proporre un’alternativa al suo modo di giocare passivo. Qualche incrociato di rabbia dello spagnolo, ma nulla più. E arriva allora il break sul 4-3 per l’italiano, che da lì non si volterà più indietro. Sdraiato sul terreno, alla quarta vittoria parigina dopo le tre di qualificazione.

Ora affronterà Simon: forse si volterà indietro e si riterrà soddisfatto, anche degli 87.000 euro di premio per il secondo turno. Forse giocherà bene come oggi, contro un avversario che come Munar non ti aggredisce tanto. Di certo andrà contro pronostico. Come oggi, che porti bene.

Non ho mai pensato alla partita con Jaziri dello scorso anno (Australian Open 2018, Caruso perse da un vantaggio di due set a zero, ndr), anzi è stato molto positivo giocare quella partita perché mi ha dato tanti segnali importanti che oggi mi sono serviti. Mi sono reso conto che quando entravo nello scambio non avevo problemi, soprattutto quando riuscivo a rispondere”. Si è espresso così in conferenza stampa Salvatore Caruso, prevedibilmente raggiante. “Io sono siciliano, quindi parto da molto lontano!” ha raccontato sorridendo, tra il criptico e l’ironico. Parla delle sue origini, degli amici d’infanzia, uno dei quali era presente oggi in tribuna assieme al suo allenatore Paolo Cannova, che lo segue da ormai dieci anni e al quale ammette di volere ‘un bene dell’anima’.

Ho sempre detto di essere un giocatore molto versatile, non mi dispiace neanche l’erba. Sono cresciuto sulla terra, ma le mie caratteristiche, le mie impugnature sono più da veloce: è un mix che mi sta aiutando tanto“. Parla tanto ‘Sabbo’, del resto le occasioni di raccontarsi davanti a tanti giornalisti interessati non sono state così tante. Diverse in meno anche rispetto a Marco Cecchinato, che gli ha ‘scippato’ il primato di tennista siciliano più forte di tutti i tempi. Ma è un obiettivo che si può ancora raggiungere: “Certo, chiaramente adesso è più difficile. Tanto di cappello a Marco per quello che ha fatto, abbiamo anche un buonissimo rapporto. Veniamo da una regione molto particolare, alla quale mi sento molto legato“. Si diceva appunto di vini e mandorle, ma rispetto a questo Salvatore fa una confessione: “Il Nero d’Avola non lo bevo tantissimo, è molto forte. Ma il latte di mandorla… come lo fa mia madre non lo fa nessuno al mondo!“.

Una vittoria Slam significa tante cose, anche e soprattutto un bel po’ di soldi in più: nello specifico, da questa esperienza parigina Salvatore guadagnerà (almeno) 87000 euro. “I soldi fanno comodo, è chiaro, ma nella vita ci sono cose più importanti. Prima che me lo diceste non sapevo neanche quanti ne avevo guadagnati. Pensandoci però, ho giocato tre su cinque… beh me li merito, me li merito assolutamente!“.

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Area test

La prova della Lotto Raptor Hyperpulse 100

Recensione e test in campo della scarpa Lotto Raptor Hyperpulse 100: stabilità e leggerezza con l’innovativa suola Vibram®

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Da oltre 45 anni Lotto Sport risponde alle esigenze di atleti professionisti e amatori per offrire loro il meglio in termini di stile e funzionalità. Per questo la collezione Performance autunno inverno 2021 vede il ritorno di Raptor nella sua naturale evoluzione: la Raptor Hyperpulse 100. La nuova scarpa da uomo rispetta il passato per proiettarsi verso il futuro. Alle caratteristiche che l’hanno resa celebre – supporto e stabilità – si aggiungono leggerezza e confort fin dalla prima calzata.
Tante le innovazioni, a partire dalla tomaia in mesh ultra sottile in poliestere a doppio strato, che garantisce leggerezza e traspirabilità, alla trama in Kurim degli inserti posizionati nella parte alta della scarpa. Questi inserti rinforzano l’area dell’avampiede e, grazie al taglio aereodinamico consentono di fendere l’aria con meno attrito. Lo stesso materiale avvolge la punta della scarpa, l’area soggetta a maggior sfregamento con il terreno. L’altezza del tacco si assesta a circa 2,8 centimetri, è massiva ma, come vedremo in seguito, assicura un’ammortizzazione eccellente garantita dal sistema Hyperpulse. Questa innovativa tecnologia, realizzata in una combinazione di ETPU ed EVA, presenta uno speciale design lamellare che assorbe l’impatto e restituisce energia. A questo sistema di ammortizzazione, si aggiunge la soletta estraibile spessa 8 millimetri, circa il doppio delle solette delle scarpe concorrenti, e realizzata in materiale Ortholite per un ulteriore confort. L’intersuola garantisce maggiore leggerezza e, grazie alla sua struttura specifica, stabilità media e laterale. La tecnologia BFC, realizzata in materiale TPU e posizionata nell’area centrale del piede, determina un controllo perfetto in torsione e maggiore stabilità. Infine, va menzionata la suola della scarpa studiata da Vibram® in collaborazione con Lotto Sport, e realizzata in una speciale mescola, differenziata per superfici in terra e cemento, la quale assicura trazione e resistenza elevate.

TEST IN CAMPO

La scarpa non si calza con estrema facilità, ma, una volta indossata ed effettuato i primi movimenti in campo, sentirete subito una sensazione di naturale protezione. L’allacciatura è molto robusta e trattiene saldamente la linguetta. Si percepisce subito la stabilità, soprattutto nei movimenti laterali,
molto esplosivi. La scarpa pesa circa 360 grammi (in taglia 42) e quindi risulta abbastanza leggera; si sente quando si flette l’avampiede per la ricerca della massima velocità in avanti. Il pregio più grande della scarpa è però l’ammortizzazione, l’azione della soletta che, grazie al sistema Hyperpulse, assicura un buon assorbimento dell’impatto e ottimo confort quando il piede tocca terra, soprattutto sul cemento ma anche sulla terra battuta. L’abbiamo testata su entrambe le superfici e, nonostante la scarpa avesse la suola per cemento, il grip è risultato ottimo anche sulla terra battuta. Riservandoci di verificare col passare del tempo l’efficacia del lavoro sviluppato da Vibram® in termini di durabilità e resistenza, ci limitiamo a dire che la suola è molto robusta e che il grip sul terreno è eccellente. Dopo diverse ore di gioco emerge che la Raptor Hyperpulse 100 si può adattare benissimo a diversi tipi di giocatori: il peso contenuto piacerà ai tennisti che cercano velocità e reattività, mentre la robustezza della costruzione incontrerà le esigenze di coloro che necessitano stabilità e controllo.

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CONCLUSIONI

La Raptor Hyperpulse 100 è un modello che potrà soddisfare un’ampia gamma di giocatori, un ottimo compromesso per chi cerca in una scarpa velocità, reattività ma anche robustezza. Le competitor di questo prodotto sono tutte di fascia alta: Solecourt Boost di Adidas, Vapor di Nike e Eclipsion di Yonex. La Raptor è una scarpa solida, all-round, un altro ottimo prodotto che dimostra l’eccellenza italiana nella progettazione delle calzature tecniche e sportive.

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Coppa Davis

In difesa del tennis, sempre e comunque. Anche questa bistrattata Coppa Davis è tennis. E tennis vero

I giocatori si battono, si impegnano alla morte. A Torino, Innsbruck, Madrid. E non è solo questione di soldi. Vedi Kukushkin, Sinner, Djokovic. Tanti errori. Non avrei voluto cambiarla così. Ma è meglio che niente

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Sono più innamorato del tennis che dei nomi che si danno agli eventi. Sono cresciuto con la racchetta in mano e i miei sogni da bambino erano di poter un giorno giocare a Wimbledon e in Coppa Davis, non necessariamente in quell’ordine. Non ce l’ho fatta e il rimpianto è stato di non poter giocare le qualificazioni di Wimbledon nel ’73, quando avrei potuto farle perché avevo fatto dei buonissimi risultati nell’attività di college negli Stati Uniti, battendo fra gli altri il n.1 del Messico Loyo Mayo ma non solo, e per l’appunto per via del boicottaggio di 82 dei primi 100 tennisti del mondo (il numero andrebbe verificato, cito a memoria) a seguito del “caso Pilic” tante volte descritto, l’accesso ai Championships era assai più abbordabile.

Ma mio padre stava molto male, tornai precipitosamente dagli Stati Uniti e dovetti rinunciare a giocarle, con grande dispiacere… perché oltretutto sull’erba giocavo meglio che su altre superfici. Nelle Fiji avevo anche vinto un torneo di doppio organizzato da John Newcombe – lui che mi premiava è uno dei miei più bei ricordi – e me l’ero cavata benino anche in singolare raggiungendo i quarti. Non era uno Slam eh. E nemmeno un 250…

Tutta questa lunga premessa, che ai miei più incalliti denigratori parrà solo sfoggio autocelebrativo, in realtà l’ho fatta perché Davis e Wimbledon, Wimbledon e Davis, sono miei due grandi amori e mai li tradirei come ha fatto David Haggerty, l’attuale presidente della federazione internazionale, e anche tutte le federazioni che lo hanno fatto, inclusa la nostra. Quasi tutte, anche la nostra, lo hanno fatto per i soldi che la vecchia Davis non garantiva e che questa, con l’investimento monstre di Piqué e soci, invece li garantisce a federazioni e giocatori. 3 miliardi di dollari… per 25 anni se ho ben capito. Ma fossero anche meno… hanno consentito di tenerla in vita quando stava morendo perché 130 federazioni su 160 non ce la facevano a mantenersi e a mantenerla.

 

Ciò detto, e pur dichiarandomi io nostalgicamente innamorato anche dei match tre set su cinque, che secondo me garantiscono quasi sempre che a vincere sia il più forte – mentre così non è sulla distanza dei due set su tre; capisco il gusto della sorpresa e del poter dire “C’ero anch’io quando…” – e pur capendo che tutti quelli che hanno giocato la vecchia Coppa Davis inorridiscano nel seguire la nuova versione subentrata all’ultima vinta dalla Croazia nel 2018 e vorrebbero cambiarle il nome (Tennis World Cup?) per evitare, come dice Nicola Pietrangeli, che il suo ideatore Dwight Davis, si rivolti nella tomba, trovo però che sia sbagliato anche disprezzare tutto quello che si sta vedendo in questi giorni.

Sempre tennis è. Ed è vero tennis. Magari più triste perché non c’è sempre l’atmosfera che c’era una volta se una delle due squadre in campo giocava in casa e c’era sulle tribune un entusiasmo travolgente – e sono quindi certamente ancora più preoccupato di quanto potrà accadere negli Emirati Arabi l’anno prossimo… in attesa di scoprire domenica mattina ulteriori dettagli su come si pensa di organizzare l’evento – ma a me che gli si cambi il nome o non glielo si cambi, interessa il giusto. Mi piace vedere tennis e se vedo che si gioca con lo spirito giusto, e non quello delle per me insopportabili esibizioni, a me sta bene così. Preferirei vedere giocare tutti i campioni, certo – è scontato! – però se tanti di quelli dalle loro orecchie non ci sentono – e non ci sentivano neppure prima, almeno negli ultimi anni – pazienza, ce ne faremo una ragione.

Non si può scandalizzarci per i soldi messi in palio da Piqué e soci, o dagli arabi, se poi anche i tennisti più famosi snobbano – perché più facile fare soldi in altro modo – questo evento che come tutte le cose nuove commette errori di vario tipo, prima programmando incontri che finiscono all’alba (vedi 2019 alla Caja Magica), poi facendoli cominciare tardi (a Torino come a Madrid) e finire ad orari sempre assurdi, infine pensando di giocare parte degli incontri indoor per poi finire con la rassegna finale outdoor a tutt’altre temperature e superfici con pochi giorni di intervallo e viaggi aerei di 6 o 7 ore a dir poco… Così pare che potrebbe accadere a Abu Dhabi e da Hewitt a Djokovic a Kukushkin avete già sentito le sdegnate reazioni.

Non so come andrà, se si rivelerà un flop, o un obbrobrio come dice Pietrangeli, che certo dopo aver giocato 164 match in un certo modo non può davvero rassegnarsi a 87 anni a veder chiamare Coppa Davis un evento che non gli assomiglia salvo per il fatto di essere una competizione a squadre. Del resto anche i mondiali di calcio in Qatar non mi convincono. Però non sono d’accordo con chi dice: “Allora meglio nulla”. Io in queste due settimane, fra Torino e Madrid, sto vedendo dell’ottimo tennis. Anche se l’ho visto giocare a pochi top-ten. Ma Sinner è stato grande o no? Djokovic non vale la pena vederlo? Medvedev e Rublev preferireste stessero in Costa Azzurra? Berrettini non ci sarebbe stato se avesse potuto? Avremmo avuto metà dei top-ten… E i doppi erano brutti se giocati da Mektic/Pavic, Cabal/Farah, Sock/Ram?

Mi pare che si esageri in snobismo. E in catastrofismo. Io non sto dicendo che questa sia la soluzione migliore, ma tutti quella che la criticano sembrano incapaci di presentare una soluzione alternativa. Quella che è vissuta fino al 2018 veniva definita in crisi per la stessa primaria ragione che si ripresenta oggi. In primis l’assenza dei top-players una volta che essi (vedi Federer e Wawrinka, Nadal, del Potro… i primi che mi vengono a mente ) l’avevano già vinta e non volevano più sacrificare un minimo di 8 settimane del loro calendario e dei loro soldi (e di quelli dei loro gruppi manageriali, attenzione!) per giocare 4 long-weekend l’anno in tutti gli angoli del mondo e con cambi assolutamente improgrammabili ad inizio anno di superfici, palle, clima, fusi orari, continenti. Spesso travolgendo una più corretta e ordinata programmazione. Che è ciò che, legittimamente, sta più a cuore ai top-players che non possono mai deludere.

In questa criticatissima Coppa Davis – i cui promotori non avrebbero mai potuto pensare di investire tutti i soldi che stanno investendo e che chiedono ai loro sponsor giapponesi (Rakuten), arabi (sceicchi uniti…) italiani (Unicredit) e internazionali se gli avessero cambiato il nome, se l’avessero chiamata Coppa Rakuten invece che Coppa Davis – si è avvertito comunque fra i giocatori, con i loro capitani lo spirito di squadra. Gli abbracci, il sostegno reciproco, non è stato una recita collettiva. Era, è, roba vera. Perfino quel cafone di Opelka, che ha giocato come un cane, era incavolato nero per aver perso a quel modo. Mica recitava.

Le difficoltà organizzative ci sono state dappertutto e sarebbe ingiusto non tenerne conto. Nella vendita dei biglietti, nella ristorazione quasi ovunque inesistente, nella programmazione, negli aspetti logistici, in altri aspetti che ora non cito, ma quel che è successo a Innsbruck all’ultimo momento – la decisione di far giocare a porte chiuse – poteva accadere ovunque in questa disgraziatissima epoca Covid. Non si può non tenerne conto, avere le stesse pretese che si avevano per quegli eventi ante-Covid. Tante partite sono state avvincenti, non solo quelle degli italiani che abbiamo seguito più da vicino, come la rimonta di Jannik Sinner con Marin Cilic che ha servito per il match sul 5-4 nel secondo set. Si sono rivelati ottimi professionisti giocatori semisconosciuti ai più, i vari Gojo, Gomez junior, Mejia, Machac, Piros, Rodionov, che non avrebbero avuto altrimenti una chance di diventare eroi per caso, ma che è bello che lo siano diventati.

Mi diceva Giovanni di Natale che ha un ruolo importante nell’organizzazione media della FIT ed è un ex collaboratore di Ubitennis come tanti altri (Spalluto e Mastroluca fra gli altri, per breve tempo anche Angelo Mancuso, da anni capufficio stampa FIT…, chi più riconoscente, chi meno) che Supertennis ha avuto grandi ascolti durante la Davis, grazie al fatto di essere depositaria unica dei diritti tv. “Quasi da tv importante…”. E io a Torino, ma anche qui in Spagna – sebbene la Spagna sia stata eliminata come l’Italia – dove certo la gente avrà acquistato biglietti prima del k.o., ho visto tantissimi aficionados sulle tribune. E probabilmente tanta anche davanti alle tv di tutti quei Paesi che hanno acquistato i diritti. Tanti bambini entusiasti erano a Torino a gridare Jannik, Jannik! Bellissimo. Sono appassionati che ci resteranno in eredità, per sempre.

Vorremmo privarci di tutto questo? Io sinceramente non vedo perché. È sempre promozione per il tennis, anche se Sonego purtroppo si fa prendere dall’emozione e dalla pressione di dover vincere a tutti i costi e perde il doppio. Ma ci sta. Nello sport nulla deve essere scontato, sennò che gusto ci sarebbe? E mi immagino come se ne sarebbe parlato oggi se anche lui, quel bravissimo ragazzo di Lorenzo, avesse vinto, e ancor più se avessimo avuto qui un Berrettini in grado di farci lottare per la vittoria finale. Che magari arriverà a Abu Dhabi o altrove, chi può saperlo? Per il nostro sport sarà sempre uno spot positivo.

Una volta la Davis poteva essere vinta quasi da un solo giocatore, come accadde quando la vinse Bjorn Borg nel ’75 o più recentemente Andy Murray: due singolari vinti in partenza, un doppio raccattato in qualche modo e oplà, Davis conquistata. Oggi il doppio è diventato improvvisamente molto più importante, per il 33%. Siamo sicuri sia un male, un aspetto negativo? Non si sta rivitalizzando una specialità in agonia? Che fosse in agonia lo scriveva già trent’anni fa Rino Tommasi, quando i più forti tennisti smisero di giocarlo. Era post McEnroe. Ora potrebbe anche rinascere.

Si riuscisse a rigiocarla in casa (o in trasferta) almeno per un turno o due, magari creando degli aspettiti per le squadre che l’anno prima erano giunte in semifinale, potrebbe essere un progresso. Ma siamo ancora in fase sperimentale, e purtroppo ancora in fase Covid. Ci vuole pazienza. Come quella che io ho sempre avuto per i commenti che arrivano a Ubitennis. Molti dei miei collaboratori vorrebbero chiuderli. Li trovano inutili, frequentati sempre dagli stessi 500 lettori su 50.000 abituali e 100.000 o 150.000 più occasionali (nel senso che vengono a leggerci soltanto nelle grandi occasioni). Io trovo che invece si deve solo puntare a farli migliorare individuando un modo il più possibile oggettivo – difficilissimo! – per cassare quelli offensivi, iperpersonalizzati, inutili. Evidenziando invece quelli che contribuiscono a migliorare la qualità del sito, perché segnalano errori – mai prendersela con loro ma semmai ringraziare! Chi fa sbaglia ma non deve prendersela – perché danno suggerimenti utili, notizie, numeri, idee.

Ecco, in particolare per le discussioni relative a questa nuova Coppa Davis, sia i detrattori sia gli estimatori, hanno mantenuto un buon livello di discussione, salvo pochissime inevitabili eccezioni. Io vi invito a rileggere i commenti all’articolo di Vanni Gibertini “Coppa Davis, nuova formula, gironi in Europa, fase finale ad AbuDhabi. Sarebbe il colpo di grazia?”, perché molti – e voglio citare quelli di Alessio Francone, di Unforgiven 79, di Shapo, di Teus, di Cataflic (non li ricordo tutti e mi scuso con gli altri che meritavano citazione), di molte risposte dello stesso Vanni Gibertini – secondo me hanno tentato, riuscendoci, di dare contributi intelligenti alla discussione in atto. Dipende solo da voi lettori mantenere alto il livello dei commenti, evitando personalismi inutili. Per Ubitennis può essere un atout vincente. Sarebbe bello che anche nel corso dei nostri live, che a volte superano i 2.000 post, ci si limitasse a fare osservazioni utili per il maggior numero dei lettori. Ce la faremo?

Intanto dopo aver registrato l’ennesima maratona vincente di Kukushkin, annullando 4 matchpoint e trasformando il quinto nel corso di un infinito tiebreak e di un match di 3 ore e 18 minuti che ha avuto per vittima inconsolabile lo sfortunato (ma un tantino pavido) Kecmanovic, registro anche la vittoria in doppio di Djokovic con Cacic sullo stesso duo kazako Nedovyesov-Golubev (che parla italiano meglio di tanti, dopo la su alunga permanenza in Piemonte) che sei anni fa avevamo affrontato con l’Italia ad Astana. E devo dire “chapeau” a Djokovic perché quei tennisti che mettono in primo piano l’appartenenza al proprio Paese più che ai soldi, ai tornei più importanti, a me suscitano sempre grande ammirazione. Perché, come dicevo all’inizio anche per rispondere a tanti catastrofisti, per me la Coppa Davis e Wimbledon sono due passioni intramontabili. E chi li rispetta merita rispetto.

E se, di nuovo, questa coppa Davis non assomiglia a quella vecchia, pazienza. Finché non ce ne sarà una uguale o un’altra più simile, mi tengo questa senza “massacrarla”. Forse, in questo, a furia di star in mezzo ai ragazzi che collaborano al sito, che mi hanno insegnato a capire (se non sempre ad apprezzare…) i social, anche se fatico ad adeguarmi a Instagram, a Facebook, a Twitter, sono meno vecchio di coloro che vivono soltanto in mezzo ai loro vecchi coetanei. E che si danno ragione l’un l’altro senza confrontarsi con spiriti e anime diverse. Con questo non dico che gli uni o gli altri abbiano ragione di pensarla in un modo o nell’altro. Il mondo è bello perché è vario e non tutti i gusti sono alla vaniglia (ricordava sempre maestro Gianni Clerici). L’importante è che si giochi a tennis, si veda tennis, si legga di tennis, si parli di tennis.

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Coppa Davis

Coppa Davis, Germania-GB 2-1: Krawietz e Puetz trascinano i tedeschi in semifinale

Incredibile rimonta della Germania, che elimina la Gran Bretagna dopo il doppio decisivo e sabato sfiderà per un posto in finale la vincente del tie tra Federazione Russa e Svezia

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La squadra tedesca festeggia la semifinale - Finale Coppa Davis Innsbruck 2021 (Photo by Pedro Salado / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

GERMANIA – GRAN BRETAGNA 2-1
D. Evans b. P. Gojowczyk 6-2 6-1
J-L. Struff b. C. Norrie 7-6(6) 3-6 6-2
K. Krawietz/T. Puetz b. J. Salisbury/N. Skupski 7-6(10) 7-6(5)

Strabiliante rimonta tedesca, in parte favorita dal discreto suicidio britannico. Prima Dan Evans demolisce uno smarrito Peter Gojowczyk, poi, nettamente sfavorito, Jan-Lennart Struff batte al terzo Cameron Norrie preparando la strada al colpo della coppia formata da Kevin Krawietz e da un sublime Tim Puetz, che fermano in due tie break Joe Salisbury e Neal Skupski per regalare ai tedeschi la prima semifinale in Davis dal 2007. La Germania contenderà sabato a Madrid un posto nel duello per il titolo a chi emergerà vincente dalla sfida tra Federazione Russa e Svezia.

Piuttosto coraggiosa e incredibilmente sbagliata si rivela la scelta del Kapitän Michael Kohlmann di schierare Peter Gojowczyk, n. 86 ATP, come singolarista n. 2. Nel rubber di apertura, infatti, il trentaduenne di Monaco patisce l’emozione e non riesce mai a entrare nel match, con un piano di gioco che, qualunque fosse, non poteva essere messo in pratica tra doppi falli, unforced sparsi e tutto quello che deriva dalla tensione. Ha così vita fin troppo facile Daniel Evans nell’imporsi cedendo appena tre game in meno di un’ora: tanti rovesci tagliati, qualche accelerazione al momento giusto dopo i palleggi incrociati in sicurezza e la Gran Bretagna è sull’1-0.

 

A sorpresa, però, Jan-Lennard Struff sconfigge Cameron Norrie per 7-6(6) 3-6 6-2, salvando due set point nel tie-break del primo (Norrie aveva anche servito per il set sul 6-5) e dando ai suoi il pareggio. Come negli incontri con Serbia e Austria, quindi, la coppia Krawietz/Puetz cercherà di dare il punto della vittoria ai teutonici: i loro avversari saranno Salisbury e Skupski, che di doppio decisivo ne hanno vinto uno contro la Cechia. Ricordiamo che la vincente troverà o la Svezia o la squadra della federazione russa (RTF).

Qualificazione dunque demandata al doppio e infine colta dalla coppia tedesca, bravissima a superare in due set al termine un match ricco di delizie tecniche sebbene definito da pochi crocevia fondamentali il combo britannico. Decisivi due tie break, entrambi tirati anche se molto diversi tra loro: nel primo Krawietz e Puetz prevalgono al ventiduesimo punto dopo aver sprecato tre set point complessivi (due nel tie break stesso) e avendone cancellati quattro a Salisbury e Skupski; nel secondo i tedeschi appongono la fatidica ciliegina sulla torta mettendo incredibilmente a segno sette punti in fila dallo zero-cinque.

PRE-TIE – Si potrebbe dire che la Germania sia alla ricerca della rivincita perfetta, visto che l’ultimo precedente risale ai quarti dell’ultima edizione delle Finals, anche se quella sconfitta giunse a Madrid. Tuttavia, il capitano Kohlmann la vede diversamente: “Non si tratta di rivincita perché è una squadra diversa”, spiega. “L’ultima volta, non c’erano né Tim [Puetz] né Peter [Gojowczyk], mentre avevamo Philipp Kohlschreiber e Andreas Mies”. Il capitano della squadra nazionale che non ha chiaro il concetto di squadra nazionale? Poi, però, sembra contraddire quanto appena detto: “L’obiettivo è di prenderci la semifinale, ma è bello giocare due volte contro di loro nei quarti così possiamo capire se siamo migliorati o meno”.

L’importante è che abbia ben chiare sul tie che può portarli a Madrid. Ecco appunto la relativa sorpresa: colui che preferisce la terra battuta al duro, che ha perso tre volte su tre da Evans e ha sbagliato tutto contro Rodionov, in una parola Koepfer, viene sostituito da Gojowczyk, quello che da n. 119 e in preda ai crampi batté Tsonga 8-6 al quinto nell’edizione 2014 della Coppa Davis. Altri tempi. Struff confermato singolarista n. 1, mentre l’eventuale doppio decisivo sarà quasi certamente affidato agli specialisti Krawietz e Puetz.

PRIMO SINGOLARE – Parte contratto, Gojowczyk, che sbaglia in palleggio e al servizio. L’inglese è invece sembra già caldo, ma davvero il suo avversario quasi non gli dà modo di dimostrarlo: quattro doppi falli per lui e 3-0 pesante per la Gran Bretagna. Peter dà l’illusione di entrare in partita chiudendo un bello scambio con l’amato rovescio lungolinea, ma la prima di servizio di Evans ritarda l’iscrizione a referto del tedesco fino al quinto gioco. Portatore sano di un soprannome che non suona bene il giorno dopo l’eliminazione dell’Italia, Gojo potrebbe tentare come piano base di inchiodare l’altro sul lato del rovescio aspettando uno slice più comodo da attaccare, mentre Evo, che comunque può anche rimanere su quella diagonale a sbecchettare per ore contro quei colpi relativamente piatti, adotta diverse soluzioni per evitare di scambiare sul ritmo. L’illusione di avere una partita rimane finora tale e arriva il 6-2.

L’inizio del secondo parziale non è troppo dissimile da quanto visto mezz’ora prima e la seconda battuta tedesca ben sotto il nastro consegna subito il servizio. La fatica di Gojowczyk a trovare il tempo sui colpi di Evans continua evidente, con i piedi poco reattivi che danno il loro contributo in negativo, ma almeno riesce a salvare lo 0-3. Di fronte a un avversario in ambasce che sforna gratuiti a ripetizione e compie spesso scelte poco lucide, Evans gioca tranquillo, copre il campo con agilità quelle volte – poche, in verità – in cui è chiamato a farlo e, anche se sbaglia qualcosa di più rispetto al primo parziale, piazza un altro break con un delizioso passante slice che rientra cadendo sull’ultima piastrella disponibile. In vantaggio 5-1, Evans si permette di sfoderare anche un paio di ottimi rovesci coperti e alza le mani in segno di esultanza dopo 55 minuti sul settimo doppio fallo Gojowczyk.

SECONDO SINGOLARE – Scelta infelice quella di schierare Gojowczyk, probabilmente, e tie che pareva compromesso prima della sfida tra i due numeri uno. Nettamente favorito Cameron Norrie, per ranking e periodo storico: recente campione a Indian Wells e ripescato alle Finals, Norrie è uno dei giocatori più caldi dell’autunno tennistico. Eppure, anche nel clima lunare di un palazzetto, quello di Innsbruck, privato del pubblico per la nuova emergenza pandemica, la Davis del presente e del futuro continua a restare allergica ai pronostici scontati. E infatti Struff rovescia il tavolo a sorpresa vincendo 7-6(6) 3-6 6-2, e spinge il quarto tra Germania e Gran Bretagna al doppio decisivo.

E dire che, nonostante il precoce break incamerato in avvio, il buon Jan-Lennard a lungo non dà la sensazione di poter riuscire nel miracolo. Gioca colpi tonanti, questo sì, ma rimangono appunto colpi isolati, immersi in un canovaccio tattico perlopiù improvvisato. Il tennista da Warstein sa di essere inferiore nello scambio e allora tira tutto quello che vede, con risultati alterni. Oppure scende a rete, spesso e volentieri, venendo spesso e volentieri passato da un Norrie più calmo e dentro la partita dopo un avvio incerto. Dal 4-1 Germania, il mancino nato a Johannesburg piazza un parziale di cinque giochi a uno, e quando al termine dell’undicesimo game-fiume da quattordici punti piazza il break e si apposta a servire per il primo set, non solo il set medesimo, ma la contesa tutta pare avviata a una felice conclusione per i sudditi di Sua Maestà.

Il merito di Struff è quello di ribellarsi al destino segnato. Gioca un gran game in risposta e forza il tie-break; tie-break che non molla anche quando deve fronteggiare due set point: quattro punti in fila per il tedesco dal 4-6 e prima frazione Germania: sorprendente, considerata l’inerzia che pareva aver segnato il set. Inopinato, anche, l’andazzo preso dal match nel secondo parziale: Struff, che avremmo previsto rasserenato dal vantaggio, perde da subito certezze al servizio; annaspa ma galleggia fino al sesto gioco, quando Norrie gli scippa con merito la battuta e veleggia comodo verso il set decisivo.

Ma l’inerzia non è di casa, in questo palazzo vuoto e gelido. Rimessi a posto i cocci, il favorito non pareva più doversi guardare indietro. Sua la prima occasione di break nel primo gioco, poi il buio. Turbato e pallido via via sempre più, Norrie perde campo e convinzione, mentre in modo inversamente proporzionale Struff conquista metri e fiducia. Continua a tirare tutto, il tedesco, ma adesso la palla tende a stare più dentro che fuori. Dal due pari Jan-Lennard si prende gli ultimi quattro game, insieme all’insperato punto del pareggio per la Germania.

IL DOPPIO DECISIVO – Finisce con Michael Kohlmann impazzito nel mimare improbabili colpi pugilistici per festeggiare Kvin Kravwietz e Tim Puetz, che completano l’insperata rimonta della Germania sulla Gran Bretagna: sabato, a Madrid, a contendere un posto in finale alla vincente dell’incontro tra RTF e Svezia ci saranno i tedeschi. Il doppio dirimente sfocia in una partita di qualità sopraffina, prevedibile considerati percorsi e palmarès dei quattro protagonisti sul rettangolo di gioco. Esecuzioni ormai estinte nei pressi della rete, rispostoni di bellezza abbacinante, pathos a dosi massicce sebbene concentrato in pochi momenti spartiacque, alla faccia di chi vorrebbe – e in parte ha già voluto – ridurre la disciplina a una roulette russa umiliata dal killer point.

Poche le occasioni per i turnisti in risposta: la prima, al dodicesimo gioco del primo set, procurata da un pasticciaccio di Neal Skupski con lo smash in rete da fondocampo: prima palla break dell’incontro, coincidente con il set point a favore dei tedeschi, ma la risposta di Puetz è fuori. Decisone delegata a un tie break feroce per intensità ed equilibrio, risolto dai tedeschi al ventiduesimo punto e al quarto set point a favore dopo averne annullati altrettanti ai britannici, questi ultimi incapaci di trasformare l’unico capitato sulla racchetta della coppia al servizio: commettendo un esiziale doppio fallo sul quattro pari, Kravietz aveva concesso ai brits di chiudere in battuta, ma sul sei-quattro Skupsi aveva scialacquato mandando lunga una volée. Buon per i tedeschi, già crucciati per aver sprecato due volte (sul 2-0 e sul 4-2) un mini break di vantaggio.

Ancora più liscio il secondo set per i battitori, indisponibili a concedere una singola chance al poligono. Altro tie break, inevitabile, e qui va in scena l’incredibile, specie in un match a coppie: avanti per cinque a zero, con due mini break di vantaggio e ormai sicuri di aver portato la contesa al terzo, Skupski e Salisbury si fanno rimontare subendo sette punti consecutivi, vittime attonite di un Tim Puetz in completa trance agonistica. Non sarà una bella nottata per i britannici, mentre i rivali orfani di Sascha Zverev possono alzare i boccali: la semifinale di Davis, da quelle parti, mancava addirittura dal 2007.

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