Laver Cup, lo show è vincente (Azzolini). E il re del tennis finì con la testa nella neve (Graf)

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Laver Cup, lo show è vincente (Azzolini). E il re del tennis finì con la testa nella neve (Graf)

La rassegna stampa di lunedì 23 settembre 2019

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Laver Cup, lo show è vincente (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] In tre giorni di show a Ginevra s’è visto Fognini in preda alla più forte delle emozioni per essere stato chiamato, poi incoraggiato e sostenuto dai consigli di Federer e Nadal («Quando due così ti dicono che fare, capisci subito che è meglio sentirli»); s’è visto Rafa dispiaciuto per il forfait nell’ultima giornata, causa un problema al polso avvertito al debutto; e Federer farsi in quattro per portare punti. La Laver Cup è il tennis di Coppa come lo vorrebbero i tennisti (a cominciare dagli ingaggi, faraonici). Stefanos Tsitsipas, alla prima convocazione, lo dice: «Mai imparato tanto in tre giorni. Un sogno essere a fianco di campioni così celebrati che ti consigliano che fare, la corretta posizione in campo, la giusta correzione tattica. Un’esperienza importante. Anche sul piano organizzativo tutto è perfetto ai massimi livelli. Ed è bello scoprire la grande simpatia e l’umanità di idoli come Federer e Nadal». È evidente che la Laver Cup rivesta ormai per chi abbia la fortuna di giocarla valore e significato particolari. Per Fognini è stato come ricevere una laurea. Vi è giunto per merito suo, e il fatto che a convocarlo siano stati altri giocatori, con i capitani l’ha riempito di orgoglio e tensioni. Queste le considerazioni hanno spinto l’Atp a inserire la Coppa dedicata all’uomo dei due Grand Slam nel calendario ufficiale. Quali saranno gli sviluppi futuri li scopriremo vivendo […] La terza e ultima giunta sul filo di lana grazie a Sascha Zverev, forse quello che ne aveva più bisogno, in una stagione piena di problemi personali (la malattia del padre, le questioni di cuore) che lo hanno spinto al punto di mettere in discussione la partecipazione alle Atp Finals, vinte nel 2018. Saltato Nadal, Federer si è incaricato di contrastare quasi da solo il Team World, senza però evitare la sconfitta in doppio con Tsitsipas, contro Sock-Isner, per l’11-7 avversario. Solo una doppia vittoria negli ultimi singolari (da 3 punti ciascuno) avrebbe evitato il primo successo di Team World. Roger è tornato subito in campo contro Isner, e ha giocato la sua miglior partita dei tre giorni, chiusa 6-3 7-6. Poi Zverev, contro Raonic. Match delicato per il tedesco, battuto da Isner nel secondo giorno. A risolverlo il super tie break finale, giocato con grande caparbietà dal tedesco. «Non avrei vinto se non ci fossero stati loro a sostenermi» la chiosa di Sascha. Prossimo appuntamento a Boston. La formula funziona e lo spettacolo vale il prezzo del biglietto.

E il re del tennis finì con la testa nella neve (Simon Graf, Il Giornale)

 

Il tennis è uno sport semplice. Tranne quando lo si gioca. Perché sul campo ci si espone a frustrazioni tremende. Per tutto il tempo occorre decidere e improvvisare nel giro di qualche frazione di secondo. C’è sempre qualcosa che va storto. E tra uno scambio e l’altro, tra un game e l’altro, il tempo basta e avanza per ruminare sulle cose che sarebbe stato meglio fare diversamente. Chi tende alla perfezione, come il giovane Roger Federer, si scontra in modo inevitabile con le proprie ambizioni. La rabbia si accumula e deve liberarsi in qualche modo. Per loro fortuna i tennisti, per l’appunto, hanno sempre una racchetta in pugno, ed è con quella che danno libero sfogo alla loro stizza. Addirittura leggendaria è la storia di Federer adolescente che all’Accamia tennistica nazionale di Bienne sforacchia il tendone, appena installato, che serviva a separare i campi. «Era talmente spesso che mi sono detto: “Sì, figuriamoci se riesco a bucarlo!”» racconta il reo nel documentario televisivo Replay, senza scomporsi più di tanto. «Eppure di lì a dieci minuti faccio partire la bomba: vedo la racchetta vorticare per aria come le pale di un elicottero e perforare la tenda, neanche fosse stata un coltello nel burro. Tutti gli altri smettono di giocare e mi guardano. E io mi dico: “No, non può essere!”». Federer raccatta le sue cose e se ne va – tanto lo avrebbero cacciato comunque. I giovani tennisti erano stati esplicitamente invitati a non danneggiare il nuovo tendone. Per punizione gli tocca alzarsi all’alba per una settimana e pulire i bagni, passare l’aspirapolvere negli uffici e preparare i campi dalle sei alle sette del mattino. (…) ROGER E IL PAPA (…) il giornalista René Stauffer, che conosce Federer fin dai suoi esordi, ricorda nella sua biografia Il genio del tennis l’impressione indimenticabile che il talentoso under 18 gli ha lasciato in occasione del loro primo incontro, alla World Youth Cup di Zurigo, quando Federer aveva solo quindici anni. Non solo il talento è subito evidente, ma colpiscono anche i modi scomposti e incontrollati che l’atleta si concede tra gli scambi: «Faceva ballonzolare la racchetta nella mano, correva in continuazione da un capo all’altro del terreno, parlottava tra sé e sé, senza tacere un solo istante, o per meglio dire si insultava da solo. “Duubel” ringhiava con il suo accento di Basilea quando una palla finiva fuori di qualche millimetro. A volte si criticava perfino dopo avere strappato un punto, magari perché si sentiva insoddisfatto del colpo. Sembrava non accorgersi neppure di quello che succedeva intorno a lui». I suoi genitori sono spesso in imbarazzo per lui (…) Nel 2016 Federer ha raccontato un episodio risalente a quell’epoca. Suo padre Robert, seccato per i suoi continui scoppi d’ira, ha piantato una partita a metà. «Mi ha detto: “Sono stufo di giocare con te”. Ha posato una moneta da cinque franchi sulla panchina e mi ha salutato con queste parole: “Io vado, ci vediamo a casa”. Non riuscivo a credere che mi avesse davvero piantato lì così, perché dal campo a casa nostra erano 45 minuti in autobus. Ho aspettato per un’ora intera che tornasse a prendermi. Non si è più visto. Sono uscito nel parcheggio e la nostra auto non c’era più. Allora ho capito che se n’era andato sul serio». In un’altra occasione, rincasando da un torneo giovanile, Robert ha fermato l’auto su un passo di montagna: Roger era talmente fuori di sé per come aveva giocato che suo padre, per raffreddarne i bollenti spiriti, lo ha trascinato fuori dall’auto e gli ha infilato la testa in un mucchio di neve. (…). ROGER E LEI Nella storia del tennis elvetico le Olimpiadi di Sydney del 2000 iniziano sotto una pessima stella. Campioni del calibro di Martina Hingis, Patty Schnyder e Marc Rosset hanno scelto di non gareggiare. La piccola delegazione svizzera, formata dal giovane Federer, da Mirka Vavrinec, da Emmanuelle Gagliardi e dal coach Peter Lundgren, condivide con un team di quattro lottatori una casetta a schiera nel villaggio olimpico. Nessuno sospetta che sotto il sole cocente dell’Australia stia sbocciando una storia d’amore. Neppure quando già nelle primissime fasi dei Giochi Vavrinec confida ad alcuni giornalisti svizzeri che Federer la fa ridere fino alle lacrime. Non è un tipo noioso, anzi, è divertentissimo, e questo le piace: alleggerisce l’atmosfera. Lei stessa non si accorge subito che Federer le fa la corte. «Era sempre lì che mi ronzava intorno, e io non riuscivo a capire che cosa volesse» avrebbe ricordato poi. Sul campo Federer si fa sfuggire due medaglie già a portata di mano, nella semifinale contro Tommy Haas e nella partita per il bronzo contro Arnaud Di Pasquale, ma fuori dal campo fa centro: l’ultimo giorno dei Giochi chiama a raccolta tutto il suo coraggio e bacia Mirka. L’esperienza le piace, ma lei lo prende in giro: «Sei ancora così giovane, sei un bambino». Federer ha compiuto da poco diciannove anni, lei ne ha già ventidue. «È un po’ più grande di me, e le donne maturano sempre prima. All’inizio della nostra storia è una cosa che mi ha molto aiutato» avrebbe ammesso a distanza di tempo. «Abbiamo iniziato quasi subito a fare molto sul serio» […]

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Fognini si rimette a nuovo (Semeraro). Fognini, caviglie nuove: «Torno presto» (Cocchi).

La rassegna stampa di domenica 31 maggio 2020

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Fognini si rimette a nuovo (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Il dolore che va e viene, un torneo no e due sì. La speranza di poter schivare il chirurgo e la preoccupazione che la faccenda peggiori. La voglia di risolvere la questione e la paura di non riuscire a risolvere del tutto. In tre anni e mezzo Fabio Fognini è andato avanti così, mettendosi in tasca nel 2019 la miglior stagione di sempre – vittoria al Masters 1000 di Montecarlo, ingresso fra i top 10, qualificazione sfiorata alle Atp Finals – ma stringendo anche tante volte i denti per quelle caviglie, prima la sinistra poi anche la destra, che dal 2017 non lo lasciavano in pace. Con l’inizio della Fase 2 Fabio era ritornato ad allenarsi in campo. Qualche giorno fa, dopo qualche palleggio con l’amico e compagno di doppio Simone Bolelli, la caviglia però ha ricominciato a pizzicare. Così stavolta, dopo tanti rinvii, si è deciso. Ieri mattina alla clinica Domus Nova di Ravenna l’operazione ad entrambe le caviglie eseguita dal dottor Francesco Lijoi, ortopedico specialista in artroscopia, che gli ha eliminato le calcificazioni dall’articolazione destra e ‘ripulito’ la sinistra. «Da circa tre anni e mezzo soffro di un problema alla caviglia sinistra – aveva spiegato ieri mattina sul suo profilo Instagram – E‘ un risentimento con cui ho convissuto e, tra alti e bassi, sono riuscito a gestirlo. Sfortunatamente negli ultimi due anni anche la caviglia destra ha iniziato a farmi tribolare. Dopo più di due mesi di stop ho ripreso ad allenarmi sul campo e i problemi che speravo si fossero risolti con il riposo, si sono ripresentati. Ho fatto l’ennesima vita specialistica e, dopo una attenta discussione con il mio team, ho deciso di sottopormi ad un intervento. Penso sia la cosa giusta da fare in questo momento di stop forzato del circuito». Fognini nel pomeriggio ha rassicurato tutti con un tweet dal letto di ospedale. «L’operazione è riuscita perfettamente – ha poi fatto sapere – E’ stato impressionante vedere i frammenti ossei che mi hanno tolto dai piedi Ho fatto cosa giusta e sono contento anche se sono un po’ provato dall’operazione». Già da oggi Fabio sarà di ritorno in Liguria, ad Arma di Taggia, dove insieme con il fisioterapista Giovanni Meoli dovrà affrontare sei settimane di riabilitazione per poi riprendere gradualmente ad allenarsi. Il tempo, va detto, non manca. […]

Fognini, caviglie nuove: «Torno presto» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

«Tutto bene ragà!». Fabio Fognini si mostra dal letto di ospedale, dove ieri ha subito un doppio intervento alle caviglie. Una ripulitura da alcune calcificazioni che da anni creavano problemi e infiammazioni all’azzurro e che sono tornate a dargli problemi dopo i primi allenamenti in campo al termine del lockdown. Dunque, approfittando del lungo stop del circuito, di concerto con il suo team e il tecnico Corrado Barazzutti, Fabio ha deciso di risolvere chirurgicamente il problema. L’annuncio ieri mattina, postato dallo stesso giocatore sui suoi profili social: «Da circa tre anni e mezzo – spiega il numero 11 al mondo – soffro di un problema alla caviglia sinistra. E’ un risentimento con cui ho convissuto e, tra alti e bassi, sono riuscito a gestirlo. Sfortunatamente negli ultimi due anni anche la caviglia destra ha iniziato a farmi tribolare. Dopo più di due mesi di stop per l’isolamento ho ripreso ad allenarmi sul campo e i problemi che speravo si fossero risolti con il riposo, si sono ripresentati». Da lì la decisione di rivolgersi al professor Francesco Lijoi, tra i massimi specialisti in questo tipo di intervento. È stato, infatti, il primo chirurgo italiano a cimentarsi nella chirurgia artroscopica della parte posteriore della caviglia e nel 2017 aveva operato anche Gianmarco Tamberi. «Dopo l’ultima visita specialistica e dopo un’attenta discussione con il mio team, ho deciso di sottopormi a un intervento. Penso sia la cosa giusta da fare in questo momento di stop forzato del circuito – conclude Fognini -. Non vedo l’ora di tornare a giocare! So che mi supporterete in questo percorso. Vi abbraccio». L’operazione, in una clinica di Ravenna, è iniziata intorno all’ora di pranzo. Riprese le forze e risvegliato dall’anestesia, Fognini ha tranquillizzato i suoi tifosi: «Sto bene. L’operazione è riuscita perfettamente. È stato impressionante vedere i frammenti ossei che mi hanno tolto dai piedi. Ho fatto la cosa giusta e sono contento anche se un po’ provato». La domanda che ora tutti si fanno è se Fabio tornerà o meno in campo per la fine della stagione. La previsione più ottimistica è che dopo circa sei settimane possa tornare in campo. […]

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Cocchi). “Internazionali con il pubblico” (Semeraro). Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Azzolini)

La rassegna stampa del 30 maggio 2020

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Internazionali di Roma a settembre, probabilmente il 14 o al più tardi il 20. […] Ma una certezza c’è, ovvero che il tennis in Italia ripartirà, e la conferma arriva dallo stesso presidente federale Binaghi: «In Italia il Politecnico di Torino ha sancito che il nostro oggi è lo sport più sicuro — ha raccontato Binaghi a SuperTennis —. Stiamo discutendo con il Governo per cercare di avviare la nostra Fase 3. Non appena daranno il via libera, abbiamo un intensissimo calendario di eventi individuali fra i quali il ritorno dei Campionati italiani Assoluti. Poi, c’è la grande novità di quest’anno: i campionati a squadre in estate». Ma il clou della stagione tennistica è rappresentato dal Masters 1000 di Roma, originariamente a maggio e in attesa di una collocazione precisa nel nuovo calendario: «Credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali Bnl d’Italia fra la metà e la fine di settembre — ha spiegato il presidente —. Mi dicono i romani che è un periodo straordinario, il migliore per il tennis. A breve avrò un colloquio col ministro dello Sport Spadafora». Tutto dipenderà dalla disputa o meno dello Us Open, dal 24 agosto al 13 settembre, e in bilico per la pandemia che sta ancora pesantemente affligendo New York. […]

“Internazionali con il pubblico” (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Gli Internazionali d’Italia si giocheranno a settembre, e non a porte chiuse. Questo è l’auspicio – fondato, ma ovviamente condizionato dall’evolversi della pandemia – del Presidente dall Fit Angelo Binaghi. «Stiamo discutendo con il Governo – ha spiegato Binaghi in una intervista a SuperTennis – per cercare di avviare quella che è la nostra Fase 3, l’avvio delle competizioni, anche se devo dire che eravamo molto più preoccupati per l’avvio della Fase 2 che era la più importante per i circoli e per gli insegnanti di tennis. Non appena ci daranno il via libera abbiamo pronto un calendario intensissimo». […] Io credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali d’Italia tra la metà e la fine di settembre. Mi dicono, soprattutto i romani, che è un periodo straordinario, sicuramente meglio di metà maggio, quella che sarebbe stata la data naturale senza l’emergenza coronavirus. A breve avrò anche un colloquio col Ministro dello Sport, per cercare di capire in che termini riusciremo a far godere questa grande edizione al. nostro pubblico». Anche Parigi sta pensando a una soluzione simile, con capienza ridotta (il centrale del Roland Garros potrebbe ospitare 5000 spettatori invece dei consueti 15 mila) e percorsi obbligati. La data definitiva dipende dagli Us Open: se a New York (o in Florida) si giocherà a inizio settembre, Roma dovrebbe partire il 14 settembre, per permettere il distanziamento sportivo tra lo Slam americano e il Roland Garros che probabilmente scivolerebbe al 27 (con la settimana del 20 dedicata alle qualificazioni). Se gli Us Open do- vessero saltare, ci sarebbe invece più spazio e potrebbe rientrare in gioco anche Madrid (che ha una opzione indoor a novembre-dicembre se a Madrid salteranno le finali di Coppa Davis), con Roma piazzata al 20. Buone notizie intanto anche per le Atp Finals del 2021 a Torino: »Ringrazio il ministro Spadafora – ha aggiunto Binaghi – il Governo e tutto il Parlamento perché la conversione in legge del decreto sulle Atp Finals (avvenuta lo scorso 6 maggio, ndr), per noi fondamentale, è stato approvata con la quasi unanimità».

Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Daniele Azzolini, Tuttosport)

I Cinquanta, al Parioli, furono gli anni del “tu” obbligatorio. Mai più il “voi” e neanche il “lei; solo il “tu” diretto, colloquiale e rispettoso finché si vuole, ma privo di steccati e separé. […] Cresciuto nella lingua del “voi; al giovane Nicola Pietrangeli sembrò di essere giunto in un paese di matti, ciò nonostante il circolo ricordava la bella casa lasciata a Tunisi, e ritenne fosse conveniente abituarsi rapidamente. Il Parioli era sorto in viale Tiziano, negli spazi lasciati liberi dallo Stadio Nazionale (poi Flaminio) e dal Campo della Rondinella, steso sulle vestigia romane tornate a far capolino con i lavori dell’Auditorium. Li Roma s’incunea in una larga ansa del Tevere, che in quegli anni segnava una zona di confine fra nuove costruzioni e stamberghe tirate su a calce e mattoni che si ammucchiavano fino alla riva del fiume. Una decina di ettari coltivati a campi sportivi in una zona che chiamavano “dei Giuochi Popolari”. Il tennis vi faceva da gradito ospite, ma per la popolarità avrebbe dovuto aspettare altri vent’anni. Non fu Nicola Pietrangeli a consegnare il tennis alle masse. Quello fu compito di Panatta. Nick ebbe il compito di mostrare al mondo che anche un italiano poteva vincere in quello sport dominato da americani e australiani. Il primo Slam della nostra storia giunse il 30 maggio 1959, a Parigi. E non fu il frutto del caso. Al Parioli Nicola Pietrangeli era il ragazzo di belle speranze. «Anvedi er Francia coma ggioca», lo attizzavano, lui che l’italiano ancora poco lo spiccicava. Ma quando nel suo bighellonare si spostava poco più in là, alla Rondinella, per indossare le scarpe bullonate da calciatore, le sue quotazioni salivano fino alla dimensione di campione. Avrebbe fatto strada quel giovanotto dalla pelle ambrata e il ciuffo a banana. Lo dicevano tutti. Ma nel calcio. Non nel tennis. Difensore dai piedi buonissimi, duro e creativo. In grado di trasformarsi in centrocampista. Uno Scirea sbocciato con venticinque anni di anticipo. L’amata Lazio lo prese a bordo, nelle giovanili. Il padre Giulio soffriva in silenzio. Anche con la racchetta in mano, Nicola era una bellezza. Rubava gli occhi, e sembrava in possesso di colpi e intuizioni proibiti agli altri del largo gruppo di ragazzetti (Giauna, Delli Colli, Stipa, Valerio) che di tanto in tanto veniva invitato dai più forti a misurarsi sul campo numero uno del circolo, il più vicino alla fontana che rinfrescava l’aria estiva ed era il posto preferito per le chiacchiere del pomeriggio e gli appuntamenti della sera. La scelta del tennis, alla fine, fu in linea con le speranze famigliari. Giulio Pietrangeli lo chiamavano “monsieur”. Fu promosso “monsieur Lacoste” quando prese l’incarico in via ufficiale di primo importatore italiano delle “chemises” a nido d’ape. Le piazzò a tutti i soci del circolo, continuò a venderle da casa, infine aprì un magazzino. Tremila lire, una Lacoste… Peggio di una sassata in quegli anni in cui la benzina costava 20 lire al litro. Ma di gran lunga le migliori. […] Nicola, nato a Tunisi, aveva cominciato a batti muro già da qualche anno. «La palla era nera», ricorda, «senza feltra solo gomma E la racchetta mi superava in altezza». Ci sapeva fare. Ci ha sempre saputo fare, Nick. Per vie naturali. Non aveva bisogno di allenarsi né di studiare tennis. Ken Rosewall, anni dopo, ammirato del talento più che del gioco a volte un po’ svogliato di Nick, inventò per lui questa breve parabola: «Se tutti i migliori tennisti si fossero ritrovati per tre mesi confinati su un’isola deserta, senza racchette né possibilità alcuna di allenarsi, e subito dopo li avessero obbligati a giocare tre tornei di fila, coi, a freddo, quei tre tornei li avrebbe vinti Pietrangeli. A mani basse». I colpi di Nicola sgorgavano spontanei, nascevano dalla straordinaria coordinazione del corpo, e le intuizioni erano il suo divertimento, facevano parte della ferma volontà di essere felice. Il sentimento che ha fatto da architrave alla sua vita. Anche il trofeo della prigione servì a strappare un sorriso. Un pettine bianco realizzato con la scheggia di una bomba. Alla mamma piacque, era il simbolo del riscatto. Per Nicola era un’altra storia da raccontare. Mostrava grandi doti di affabulatore, “Il Francia”; ma con la lingua sbagliata. L’italiano andava perfezionato in fretta. Il circolo gli venne in soccorso… LEZIONE DI STORIE […] Al Parioli Nick si cibò a lungo di questi racconti, ne apprese i tempi e i modi, i piccoli segreti, e li fece suoi. Raccontavano di uomini e tennisti mai visti, che lo affascinavano senza essere eroi. Vi riuscivano attraverso le loro ansie, le gaffe, le paure e le battute. Personaggi indimenticabili. Come Riccardo Sabbadini, fra i migliori tennisti degli anni Venti, azzurro e più volte campione italiano, che nel 1923, durante la finale degli Assoluti a Milano, inventò «la strategia del povero vecchio» per infinocchiare Cesare Colombo, milanese, e sfilargli una partita ormai persa. Erano 60 60 5-0, e al cambio di campo prima del game che tutti immaginavano conclusivo, Sabbadini si avvicinò all’avversario: «A Cesare», gli sussurrò, «e daje no? Famme fa’ almeno un gioco, nun me costringe a vergognamme, lo vedi che so vecchietto, so pure mezzo sciancato…». Colombo s’impietosì, gli regalò un game e Sabbadini si trasformò d’improvviso in un altro giocatore, fino a vincere al quinto set. Un altro era Roberto Wiss, buon doppista, che pretendeva lo chiamassero «Il Piave», perché quando si metteva a rete non passava nessuno. «Non passa lo straniero!», cantava a squarciagola. C’era Bepi Moro, portiere della Roma, che giocava le volée solo in tuffo. C’era Alberto Rabagliati, il cantante, che al circolo passava per lo struscio pomeridiano e s’inveleniva se nessuno gli chiedeva un autografo (i raccattapalle, a turno, furono istruiti alla bisogna). C’erano Brusati il regista, Colalucci il direttore del Tifone e una pletora di conti e marchesi abilissimi nel non tirare fuori un centesimo. Lo stesso accadeva negli altri circoli della capitale. Uno dei più in vista era il Tennis Roma, del quale era socio Mario Belardinelli. Nel 1946 fu trasferito dai due campi di viale del Policlinico a quelli dell’A.S.Asteria-Esperia vicino a Porta Metronia, in “zona Totti”. I due ragazzi più in vista erano i fratelli Marcello e Rolando Del Bello, ottimi giocatori e azzurri. Per abituarli a stare a rete, senza mai arretrare, il padre Oberdan, custode dei campi, si metteva sulla riga di fondo con una cinghia di cuoio pesante, che roteava incessantemente alle loro spalle. Chi avesse fatto un passo indietro avrebbe esposto schiena e glutei a spiacevoli rendez-vous con la cinghia. Storie bambine, quelle di Nicola. Le stesse che racconta Adriano. Non partono mai dalla fine, ma si rinnovano sempre, cambiano un po; aggungono zucchero, o benzina se serve, e ricominciano. Anche le più piccanti. Sfiorano, titillano, qualche volta si confondono, e nello svolgimento si ricoprono di risate, di piccoli tormentoni inseriti ad arte. Possono durare un’intera giornata, coprendosi di personaggi inauditi, di frequentazioni che lasciano a bocca aperta. Scusa Nick, ma Mastroianni chi? Mastroianni lui? Si, lui, ché quando non sapevano che fare si vedevano a via Veneto, per un caffè. E li spuntavano Virna Lisi e Walter Chiari, Anthony Quinn e Gassman, Tognazzi, Villaggio. Poi Verushka, ElizabethTaylor… E allora Nicola racconta della pasta De Cecco, quando in un gala organizzato a Los Angeles dalla Evert e da Barbara Sinatra per l’azienda italiana, Pietrangeli venne scambiato per il signor De Cecco e non se la senti di deludere nessuno. Trascorse l’intera serata a parlare di pasta e fece un figurone, con la Evert che lo conosceva benissimo e si vergognava come una pazza. Ci sono le foto a testimoniare dell’evento, lui e Frank Sinatra assieme, The Voice e mr. De Cecco nella didascalia. E Adriano gli ricorda di quella volta che andarono insieme in un night dove le ballerine si esibivano nella danza del ventre, «c’erano Quinn che mi aveva dato la sua Maserati Quattroporte e Ricardo Montalban. Anzi, Ricardo Gonzálo Pedro Montalbán Merino, attore messicano. Il mio idolo. “Gordon il Pirata Nero, “Il Grande Sentiero; “Fuga dal Pianeta delle Scimmie”. Era un locale famoso, bella gente, in tanti piazzavano mazzette di dollari nell’elastico degli slip delle danzatrici. Lo feci anch’ io. Attaccai il mio dollaro’ alla mutandina, e la ballerina mi guardò sconvolta, Nicola fece altrettanto, lo stesso gli altri che erano lì con noi. Mancava solo che s’interrompesse la musica e un faro di luce si posasse su di me. Un dollaro? Guardai la danzatrice e in perfetto romanesco le dissi… “Aho’, ‘n c’ho ‘na lira, sto’ in bianco”. Non so come, ma lei capi». QUALCOSA D’IMPORTANTE Vivere, senza malinconia. Ridere, delle follie del mondo. Perché la vita è bella, e la voglio vivere sempre più… Nicola Pietrangeli era un lasciapassare senza scadenza, un abbonamento per visitare il mondo, un invito ovunque. Conosciuto, sempre attesa desiderato. Ma l’apprendistato non mancò, anzi fu lungo, persino faticoso, anche per uno che aveva in dote l’arte di rendere facili le cose. Nel 1952, diciottenne, i primi Internazionali, due anni dopo il primo contatto con lo Slam. Nel 1954 prende forma il doppio con Sirola, durerà dieci anni. La prima vittoria nei Major arriva al Roland Garros, nel misto: è il 1958 e Nicola fa coppia con Shirley Bloomer, inglese di gambe robuste, decisamente atletica e vincitrice a Parigi l’anno prima in singolare. E siamo al 1959. Pietrangeli è a un passo dai 26 anni e sa che prima o poi toccherà a lui mettere mano su qualcosa d’importante. La stagione s’è fatta intensa, e la fuga dei giocatori più forti verso il professionismo sta cambiando i connotati al circuito. Anche Nick è sotto gli occhi dei promoter americani, presto sarà chiamato a decidere. Roma, intanto, prepara le Olimpiadi, vi sono grandi cambiamenti. Lo Stadio Nazionale è diventato Flaminio, aveva tre tribune e viene innalzata la curva mancante. I campi del Parioli devono spostarsi per fare posto al parcheggio dello stadio. Parte della Rondinella e l’ippodromo che lambiva Villa Glori fanno da base alle case del nuovo Villaggio Olimpico. Il circolo emigra sulla Salaria, sotto Monte Antenne, il mons Ante Amnes, un colle che domina l’incrocio fra l’Aniene e il Tevere. Emigra anche Nicola, già più monegasco che romano. A Monaco, Ranieri Terzo lo aspetta per le consuete partitelle. L’importante è trovare una vittoria. Pietrangeli sa su cosa puntare. A Parigi Nick viene da un primo turno nel 1954 (ma al quinto, e contro Budge Patty, un campione vero), un terzo turno nel 1955 (Kurt Nielsen), i quarti del 1956 (Lew Hoad, che poi vinse il torneo). Nel 1957 la crescita subisce un arresto. Fu un anno importante, Nick conquista i suoi primi Internazionali e debutta in Australia, subito battuto da Mal Anderson, un grande tennista. Al Roland è testa di serie numero sei, ma gli ricapita Anderson al quale si sono dimenticati di dare una testa di serie, forse perché non sanno chi sia. Nick è fuori al quarto set. Va meglio nel 1958: ottavi, battuto da Ayala. Il 1959 è introdotto dalle vittorie a Francoforte su Mario Llamas (al quinto, in rimonta da 0-2), al Cairo e Catania, entrambe su Beppe Merlo e nel Campionato Partenopeo di Napoli, contro Neale Fraser. Parigi accoglie Nick con un nuovo presidente, Charles de Gaulle, il primo eletto con la nuova Costituzione. Nelle vetrine dei negozi compaiono le prime Barbie e le edicole annunciano la prossima uscita, sulla rivista Pilote, delle storie a fumetti di Asterix, il piccolo gallo furbo, baffuto e focoso che grazie a una pozione magica si oppone (ora e sempre) all’invasore romano. Nicola è l’esatto opposto. Un po’ francese, un po’ russo e un bel po’ italiano, aveva mischiato i geni famigliari evitando ingredienti che potessero turbare quell’insieme di morbida eleganza e di scanzonata pigrizia che lo rappresentava e ne amplificava il fascino di giocatore dalle variazioni geniali. Testa di serie numero tre, era entrato in gioco al secondo turno contro il solito Mario Llamas (63 36 75 62), messicano. Aveva un buonissimo sorteggio, Nicola, di quelli in cui si corre il rischio di abbassare la guardia. Terzo turno con Juan Manuel Couder (63 62 62), spagnolo; ottavi opposto a Torben Ulrich, musicista e pittore di grandi doti, regista, scrittore, tipo eccentrico e padre di Lars Ulrich, batterista dei Metallica. E sì, anche tennista, ma più da terreni veloci, meno abile sulle lande rosse di Porte d’Auteuil. Nicola passò oltre… 75 63 64. Nei quarti, contro Knight, altra passeggiata (61 62 61), ma la semifinale si annuncia per cuori forti. Neale Fraser non è nato per la terra rossa, ma nel 1959 ha già conquistato un Career Grand Slam in doppio e due titoli nel misto. Anche lui, come Nicola, è in attesa che il suo tennis si traduca nei titoli più importanti. Ci riuscirà in quello stesso anno, agli Us Open, l’anno dopo conquisterà Wimbledon e ancora gli Us Open. Ma Parigi val bene un’attesa, e Neale accetta il verdetto: 75 63 75 a favore di Pietrangeli che giunge in finale con un solo set perduto in tutto il torneo. È il 30 maggio 1959, e un italiano ha la possibilità di vincere il primo Grand Slam della nostra storia. Ian Clyde Vermaak, 26 anni, sei mesi più di Nicola, è la quarta testa di serie del torneo. Per grazia ricevuta, dato che di risultati – fuori dal suo Paese, il Sud Africa – ne vanta davvero pochi. Un ragazzo di origini olandesi, nato nella comunità boera di Empangeni, che molto vinse fra i tornei giovanili, ma nel circuito adulto ottenne buoni risultati solo a Johannesburg. A parte quel 1959, che lo vide vincitore a Southampton e East London, finalista a Filadelfia e Amburgo, risultati che al termine della stagione, la penultima della sua breve carriera (si ritirò a fine 1960), gli garantirono il decimo posto della classifica del giornalista Lance Tingay. Nick lo conosceva e non lo sottovalutò. Aveva braccia lunghe, Ian, si muoveva bene, i colpi erano solidi. E a sorpresa l’avvio fu tutto per il sudafricano, con un primo set quasi dominato. Pietrangeli fece sfoggio di calma e sapienza tattica, s’impossessò del palleggio, rallentò e cercò angoli lontani. Pareggiato il conto, il match si avviò alla sua fine più ovvia e il quarto set (36 62 64 61) si trasformò addirittura in passerella. Il tempo di alzare la Coppa e subito il doppio. Lì Pietrangeli e Sirola erano in finale da favoriti, avevano sconfitto un giovane Rod Laver (in coppia con Bob Mark) in cinque set nella semifinale, ed erano attesi dalla coppia numero due, Roy Emerson e Neale Fraser. Ne sortì un match ruvido, che gli aussies giunsero a un passo dal prolungare. Ma sul rosso, in quegli anni, Nick e Orlando erano i migliori. Pietrangeli dettava gli schemi e Sirola irrompeva felice a rete con i suoi due metri. Vinsero 63 62 12-10 e il trionfo di Nick fu completo. La seconda parte della carriera di Nicola comincia qui e fu più che luminosa. Ancora un titolo a Parigi nel 1960 (contro Ayala), le finali perse con Santana nel 1961 e nel 1964, il secondo successo negli Internazionali del 1961 a Torino, per il centenario dell’unità d’Italia, su un Laver dominato in quattro set, ma ormai prossimo (1962) a conquistare il primo dei due Grand Slam. Furono 44 le vittorie, tre a Montecarlo, due a Buenos Aires, quattro al Cairo, tre agli Internazionali di Palermo. La rinuncia ai 5.000 dollari dell’ingaggio ricevuto da Jack Kramer per diventare professionista. L’invenzione del calcetto. Poi la Davis, due volte da finalista, due da capitano, le polemiche per il viaggio in Cile e la vittoria, il matrimonio con la modella Susanna Artero, tre figli, la lunga storia d’amore con Licia Colò. Ma questa è la parte più nota della sua carriera, noi abbiamo puntato sugli anni giovanili. Su una storia che poteva essere diversa da quella che è stata, nella quale Nicola seppe trovare il suo inconfondibile modo di stare al mondo. Con una sola protezione a dargli riparo, la sua indiscutibile eleganza.

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Rassegna stampa

Paolo Canè: «Insegno ai ragazzi a ritrovare il sorriso» (Cutò)

La rassegna stampa di venerdì 29 maggio 2020

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Paolo Canè: «Insegno ai ragazzi a ritrovare il sorriso» (Massimo Cutò, La Nazione)

«Abbiamo riaperto la scuola tennis lunedì. Quando sono arrivati i bambini mi sono messo a piangere: faticavo a riconoscerli. E anche ora, mentre ne parlo, tremo». Paolo Canè, bolognese, 55 anni, uno dei più puri talenti del tennis italiano, da sette anni insegna ai ragazzini la cosa che sa fare meglio. Vive a due passi dal centro sportivo di Gorle, nella Bergamasca, con la moglie Erika e due dei suoi tre figli: Achille, cinque anni, e Samuele di quattro. La famiglia Canè, come altre, si è trovata al centro dell’inferno: Gorle è nella zona in cui il Covid ha imperversato, seminando terrore e vittime. Com’è andata? «Ci siamo chiusi in casa, uscivo solo io una volta alla settimana a fare la spesa. Sentivamo di continuo la sirena del a ambulanze: ho visto le bare accatastate nelle chiese e trasportate dai camion militari. Adesso c’è il contraccolpo psicologico. L’ho capito dai miei figli, che pure sono stati fortunati: possono correre nel giardino di casa, sfogarsi, giocare tra loro. Eppure hanno sofferto senza gli amici, è mancato il confronto. II mio primo figlio di 15 anni, Lorenzo, vive a Torino con la madre e non lo vedo da gennaio. Un disastro. Ma fosse solo questo… La parte peggiore è vedere la paura negli occhi dei bambini e non riuscire a rimuoverla. I miei allievi vanno dai 5 ai 15 anni. Quelli che soro tornati al tennis hanno problemi evidenti: non parlano, non si aprono, hanno lo sguardo perso. Prima le lezioni erano una festa, si faceva casino, c’erano scherzi e risate. Ora mi trovo davanti degli automi: il dritto e il rovescio li aggiusti, ma con il sorriso come fai?».

Bisogna essere psicologi. Lei ci riesce?

 

Ci provo. Lo so, può sembrare un paradosso. Paolino Canè, soprannominato Neuro, lavora sulla testa dei bambini. Proveremo a farcela con un po’ di normalità, la cosa che manca. Qui nella Bergamasca la cappa è pesante, i contagi continuano, l’ansia ci perseguita.

Uno che ha sconfitto Connors, Edberg, Ivanisevic e Cash. Uno capace nel 1990 di emozionare l’Italia davanti alla tv in un match infinito contro il numero uno Wilander, battuto in Coppa Davis tra lacrime e adrenalina. Uno così non è sprecato per allenare i più piccoli?

Non ho rimpianti, sono felice così. L’esperienza di giocatore mi ha reso paziente, con gli allievi faccio un patto già il primo giorno. Gli spiego: io ti do il mio tempo, tu non farmi perdere tempo. In campo ci divertiamo. Ma sono un maestro tosto che tiene alle regole: rispetto e disciplina. Senza però mettere pressioni. Con i ragazzi serve il contagocce: verranno fuori quando è tempo. I genitori stanno alla larga, possono venire a vedere i figli sul campo una volta al mese. L’importante è crescere, non diventare campioni.

Lei era un campione matto, dicevano.

Ti appiccicano un’etichetta e non te la togli: la gente non poteva sapere quanto lavoro c’era dietro ogni partita. Quando ho tra le mani un ragazzino da plasmare, penso a quel Paolino che a 13 anni ha lasciato la famiglia per giocare a tennis. In giro per il mondo finché ha smesso perché il fisico non reggeva più. Altrimenti sarebbe ancora li, con la racchetta in mano e un rivale da battere. Il più difficile? Se giochi a tennis capisci che l’avversario più temibile, il vero nemico, sei tu. A volte rivedo le mie partite registrate, per spiegare ai ragazzi il gioco di una volta. Faccio fatica a guardare il giocatore che ero: la sofferenza, il dolore.

Chi era Canè?

Uno che aveva il fuoco dentro. E che ce l’ha ancora.

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