Dalla Russia senza furore: il "nuovo" Medvedev non festeggia e punta il numero 1

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Dalla Russia senza furore: il “nuovo” Medvedev non festeggia e punta il numero 1

Il russo tiene un piede per terra e con l’altro prova a spiccare il volo: “È così che si diventa numeri uno, vincendo molte partite in serie come ho fatto io”

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Daniil Medvedev non sembra essersi accorto che l’estate è finita, oppure più semplicemente ormai ha trovato una nuova dimensione come giocatore. La finale vinta a Shanghai contro Zverev è stata la sesta giocata negli ultimi sei tornei e soprattutto gli ha regalato il secondo Masters 1000 (consecutivo peraltro) della carriera. Il russo è diventato il quinto giocatore a iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro del torneo cinese (Davydenko, Murray, Federer e Djokovic gli altri). “Anche questo è fantastico perché penso che Shanghai sia uno dei più prestigiosi Masters 1000 del Tour“, ha detto Medvedev. “Soprattutto perché negli ultimi dieci anni ci sono stati solo tre giocatori che sono riusciti a vincerlo (curiosamente non conta Davydenko che vinse la prima edizione nel 2009, ndr), quindi è davvero speciale avere la mia foto in corridoio nei prossimi anni.” Il successo gli permette anche di sorpassare Roger Federer al terzo posto della Race to London.

Alla base dei successi del russo sembra esserci soprattutto un nuovo assetto mentale, più sereno e consapevole, che sfocia addirittura nell’assenza di celebrazioni dopo ogni vittoria. Medvedev sa di essere qualcosa di diverso e soprattutto vuole esserlo.”Tutti parlano del fatto che c’è bisogno di nuovi ragazzi, di qualcosa di nuovo, quindi ho dato loro qualcosa di nuovo“, ha detto Medvedev. “Non festeggio le mie vittorie. Rimango calmo, faccio il mio lavoro. Boom, fatto“. Questo atteggiamento che potrebbe anche essere tacciato di affettazione, è invece probabilmente un tentativo estremo di arginare le intemperanze a cui si abbandonava nei primi anni di carriera (celeberrimo l’episodio delle monetine a Wimbledon e l’acceso diverbio con Tsitsipas a Miami). Daniil ha infatti sempre ammesso di essere molto calmo fuori dal campo, ma di tendere al nervosismo durante le partite. Ora finalmente le due metà del russo sembrano aver fatto pace e i risultati si vedono.

DANIL NUMERO 1: FOLLIA? FORSE NO – I risultati vedono a tal punto che, con il terzo posto in classifica di Federer virtualmente nel mirino – lo svizzero dista circa 1000 punti, ma ne difende 1260 di qui a fine stagione – non sembra assurdo proiettarlo ancora più in alto di così in classifica. Daniil prova a gettare acqua sul fuoco: “Questa settimana sono sembrato invincibile perché ho vinto, ma in alcune partite avrei potuto perdere un set e non sappiamo come sarebbe andata in quel caso. Non mi piace molto parlare del futuro perché non sai mai cosa può riservarti“. E se il futuro potesse riservargli addirittura un ruolo da numero uno del circuito? Il mio obiettivo principale è vincere ogni partita che gioco, ed è così che si diventa numeri uno, vincendo molte partite in serie come ho fatto io. Se devo essere onesto, dopo questa domanda ho pensato che non ho molti punti da difendere fino ai tornei negli USA del prossimo anno (330 fino a Indian Wells, 465 compresi i due tornei del Sunshine Double, ndr). Proverò a fare del mio meglio per ottenere grandi risultati come questo, e se qualcosa del genere dovesse succedere sarebbe un bel bonus“.

Dall’analisi della sua condizione di classifica – che trabocca di punti inutilizzati: sono addirittura 600 quelli che Daniil ha conquistato sul campo negli ultimi 12 mesi ma non può conteggiare per via dei regolamenti ATP – emerge come il russo sia estremamente consapevole delle sue potenzialità, proprio come sul campo negli ultimi due mesi. “Qualcosa ha fatto clic nel mio gioco negli Stati Uniti. Non so cosa, penso siano stati semplicemente i risultati del duro lavoro che ho fatto. Ho iniziato a comprendere meglio il mio gioco, il mio servizio, il mio gioco di volo, tutto”.

 

Sia quel che sia la motivazione primaria di questo cambiamento, il russo è un giocatore diverso rispetto a qualche mese fa e proprio le ultime due finali vinte a San Pietroburgo e Shanghai lo hanno dimostrato. In Cina ha battuto agevolmente per la prima volta Zverev con il quale aveva perso tutti e quattro i precedenti incontri, mentre in Russia ha superato sempre con facilità Borna Coric che lo aveva battuto quattro volte su cinque. “Penso di essere diventato un giocatore migliore rispetto quando lo avevo affrontato quattro volte prima. Ad esempio, è stato lo stesso contro Coric. Prima della finale di San Pietroburgo, ero piuttosto nervoso perché avevo già perso quattro volte e invece il punteggio è stato 6-3 6-1. Qui è stato 6-4 6-1 “, ha detto Medvedev. “Penso di essere diventato un giocatore migliore di quanto non fossi anche all’inizio dell’anno, ed è per questo che i miei risultati sono cambiati in questo modo“. Gli avversari sono avvisati. Anche quelli che prima di agosto sembravano fuori dalla sua portata.

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Editoriali del Direttore

Se Fabio Fognini ha perso l’occasione è perché ha perso di nuovo la testa

MELBOURNE – All’Australian Open Fabio non stringe la mano all’arbitro e dice: “Non ho nulla da recriminare”. Sbaglia. Opportunità sprecata. Ha regalato 15 punti di fila a Sandgren. Chi ha meritato il primo set? I cattivi consiglieri

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Fabio Fognini ancora una volta è stato il migliore dei nostri, alla tredicesima partecipazione a questo torneo è arrivato ancora una volta al quarto turno, ma non ce l’ha fatta neppure questa volta a qualificarsi per i quarti di finale di uno Slam. Ha detto a fine partita, dopo il 7-6, 6-4, 6-7, 6-4 con il quale ha perso da Tennys Sandgren di non aver nulla da recriminare, nulla da rimpiangere.

Davvero non è il caso di criticare chi in tutti questi anni è stato il tennista italiano più continuo ad alto livello, certamente il migliore dopo l’era Panatta, almeno fino a quando uno tra Berrettini e Sinner non riesca a fare meglio di lui. Arrivare in ottavi a uno Slam, e per la terza volta qui, la settima fra tutti gli Slam, è un exploit che molti pagherebbero per centrare.

Ciò detto, e reso onore al merito, io credo però che questa fosse una partita che lui avrebbe potuto vincere se avesse giocato al meglio delle proprie possibilità. Secondo me non lo ha fatto. Magari un pochino colpa anche delle Dunlop che quando non erano più fresche non riusciva a spingere come il suo più possente e muscoloso avversario, ma qualche palla corta in più quando riusciva a spingere contro la rete di fondo quel “pedalatore” del Tennessee, qualche discesa a rete in più quando l’avversario era in chiara difficoltà, secondo me Fabio avrebbe dovuto metterla in atto. Se non gli sia venuto in mente, se non gli sia stato suggerito…per evitare di fare a pallate da fondocampo, beh non lo so. So che lui ha più talento di Sandgren, ma vedendo la partita questo talento non è emerso che a sprazzi, troppo poco. E se perde la testa e regala 15 punti al suo avversario che è invece rimasto sempre calmo e concentrato…poi se la deve prendere solo con se stesso. Non è stato solo bravo Sandgren, anche se ha giocato meglio di quanto lui – e noi – ci aspettassimo.

 

Ma a questo arrivo dopo. Qui dico che lui poteva essere il quarto italiano a raggiungere i quarti a Melbourne e purtroppo non ce l’ha fatta. Auguriamogli che ci possa riuscire in avvenire, ma senza dimenticare che a maggio compierà 33 anni e… non tutti sono come Federer che gioca 4 ore e 3 minuti venerdì sera contro Millman e poi affronta Fucsovics come se nulla fosse, ci perde il primo set, dopo di che domina secondo, terzo e quarto contro chi aveva superato Shapovalov, Sinner e Paul (il giustiziere di Dimitrov).

Roger Federer – Australian Open 2020 (foto Twitter @AustralianOpen)

Ai quarti qui erano arrivati – fra i tanti azzurri cimentatisi Down Under – solo in tre. Per primo solo l’ambidestro che giocava due dritti, uno per lato, Giorgio De Stefani nel ’35: ma prese 6-0 6-0 6-0 da Fred Perry! Vero che l’inglese è tipo che vinse Wimbledon tre volte di fila proprio in quegli anni (1934-1935-1936) e che il Regno Unito dovette attendere 71 anni e Andy Murray per celebrare un altro proprio vincitore, ma credo che a livello di quarti di Slam quel triplo 6-0 sia uno score che non si sia mai più ripetuto. Il secondo italiano capace di arrivare allo stesso traguardo è stato Nicola Pietrangeli nel ’57. Nicola perse dall’australiano Mal Anderson 9-7 9-7 6-2 (com’erano più belli quei punteggi!).

A quei tempi l’Australia era…più lontana di oggi, nel senso che per arrivarci era dura, durissima. Nel ’35 ci volevano 12 giorni e mezzo, un lungo tratto in treno (tra Italia e Francia), 31 soste e tanta pazienza, ma anche ai tempi di Pietrangeli non era uno scherzo. Ora sulla rotta Londra-Perth bastano 17-18 ore. Tutte ad alta quota. Senza scalo. Nel 1935 l’unico tipo di intrattenimento era l’ascolto di It’s a Long Way to Tipperary in versione corale, canzone non proprio nuovissima, molto famosa tra i soldati della Prima guerra mondiale.

Fra Pietrangeli e Cristiano Caratti ci fu un gap di 34 anni. Nel ’91 Karate Kid, come fu ribattezzato, battè Richard Krajicek (l’olandese classe ’71 che avrebbe fatto semifinale qui nel ’92 e poi vinto Wimbledon nel ’96) in ottavi  per perdere poi nei quarti da Patrick McEnroe. Ricordo bene che Patrick, che continuava a essere presentato come “il fratello di John”, subito dopo la vittoria su Caratti fece quella dichiarazione che venne considerata fra le più simpatiche e spiritose dell’anno in corso: “Perché tutti sembrate così sorpresi? Qual è la novita? In semifinale ci sono i soliti quattro, Becker, Edberg, Lendl e… McEnroe!

Dati a Fabio Fognini i meriti che è giusto riceva, devo ricordare che questa era la settima volta che aveva la chance di agguantare i quarti in uno Slam – la terza qui a Melbourne – ma la sola nella quale è riuscito a trasformare un suo ottavo in un quarto di finale è stata quella del Roland Garros 2011, quando batté lo spagnolo Albert Montanes – guarda caso il più scarso di tutti i sette avversari incontrati in ottavi – al termine di un match a dir poco rocambolesco (a mia memoria davvero unico nel suo svolgimento finale). Leggete qui che cosa scrissi allora

Se siete stati pigri e non avete avuto voglia di aprire il link, beh, in sintesi quel match vide lo spagnolo mangiarsi 5 match point e Fabio vincere da zoppo, metà incrampato e metà stirato (via via che i minuti e i punti passavano il suo stato fisico andava peggiorando). Fabio vinse nonostante 9 falli di piede chiamatigli dai giudici di linea (di cui quattro sulla prima palla del match point per l’avversario e due sulla seconda sull’avant-matchpoint) negli ultimi tre turni di servizio. Alla fine vinse e avrebbe dovuto giocare nei quarti contro Novak Djokovic e invece non potè scendere in campo perché il crampo si era trasformato in uno stiramento. Se lo avesse fatto anche da zoppo sarebbe indirettamente entrato nella storia del tennis, anche perdendo da Djokovic nei quarti.

Infatti Nole, quell’anno, aveva vinto 41 partite consecutive. Una sola vittoria in più e il serbo avrebbe eguagliato il record di 42 vittorie consecutive stabilite da John McEnroe nel suo magico 1984, quando SuperMac perse la sua prima partita dell’anno nella memorabile finale del Roland Garros con Ivan Lendl. E tutti avrebbero ricordato che Djokovic aveva eguagliato McEnroe battendo Fabio Fognini. Ma quel match non si giocò, la vittoria di Djokovic per ritiro non contò per la striscia e Nole perse in semifinale contro Federer interrompendola. Qui potete trovare le strisce vittoriose più lunghe da quella di Vilas, 46 nel ’77 (interrotta da Nastase a Aix En provence che lo battè con la racchetta “Spaghetti” con doppia cordatura che fu poi decretata illegale…), a quella di McEnroe con 42, mentre Federer ne può vantare una di 41 successi di fila colti fra il 2006 e il 2007. Borg ne vinse 43 i fila nel ’78, Lendl 44 fra ‘1981 e 1982. Se ai 41 successi di Novak del 2011 aggiungiamo anche le due vittorie nei singolari di Davis del 2010 – il momento che lui ha sempre dichiarato essere quello della svolta – il conto sale a 43.

Ma torniamo a Fognini. Qualche lettore ha contestato l’assunto che questa fosse un’occasione, un’opportunità per Fognini, soltanto per il fatto che ci aveva perso già a Wimbledon – in quella famosa partita al termine della quale Fabio aveva auspicato che qualcuno bombardasse l’All England Club perché il suo match era stato programmato sul campo 14 anziché su uno show court – e anche che Sandgren, a dispetto del suo ranking ATP, n.100, a) aveva battuto Berrettini 7-5 al quinto (dopo aver annullato 3 palle break per il 5-3 nel quinto a Matteo) b) infine anche perché era già approdato qui ai quarti di finale nel 2018. A quei lettori rispondo: premesso che nel tennis so benissimo che match facili non esistono e che può capitare – come è capitato – che Sandgren giochi un’ottima partita, e altresì premesso che Sandgren è certamente un giocatore migliore del suo ranking – è stato più volte scritto e non solo dal sottoscritto – resta il fatto che a luglio l’americano del Tennesse compierà 29 anni e che il suo best ranking fino a oggi è stato n.41.

Tennys Sandgren – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Così come resta il fatto che Fabio pochi mesi fa era un top-ten e oggi è n.12 del mondo. Ciò non gli garantiva la vittoria a tavolino, ci mancherebbe!, – tant’è che ha perso in 4 set – però il favorito era lui, per tutti…E quindi questa era una sacrosanta opportunità. Più favorevole di quelle avute con gli altri sei tennisti decisamente più forti. Che poi Fabio dica che il primo set lo doveva vincere lui perchè lui ha avuto cinque palle break e Sandgren nessuna…beh, purtroppo non significa nulla. Nel tennis conta fare i punti importanti. E anche se al tie-break i due sono arrivati con Sandgren che aveva ceduto 14 punti nei propri sei turni di battuta e Fognini appena 5, una volta approdati al tie-break conta chi lo vince. Fabio, dopo quei soli 5 punti persi in 6 turni di battuta, ne ha però ceduti 3 nel tie-break: il secondo e il terzo punto (infatti è andato sotto 3-0 e poi 4-0) e poi sul 5 pari – quando l’arbitro gli ha inflitto un warning per time violation – ne ha perso un terzo subendo un attacco e una volée incrociata di Sandgren. Tre mini-break subiti in un tie-break spesso sono decisivi.

Di certo una chiamata di fallo di piede lo aveva vieppiù innervosito, ma si sa che Fabio ogni tanto si distrae e il fallo di piede lo fa. Non è che tutti i giudici di linea del mondo ce l’abbiano con lui. Sul primo setpoint per Sandgren c’è stato uno scambio e Fabio ha sbagliato per primo: un dritto out. Allora lì Fabio, furibondo, ha pensato che fosse il caso di discutere con l’arbitro francese Damien Dumusois.

Che cosa gli rimproverasse e anche che cosa gli abbia detto precisamente non sono in grado – né io né tutti i presenti alla sua conferenza stampa – di saperlo e dirvelo perché quando Fabio è venuto in sala stampa dapprima ai colleghi inglesi ha detto che non voleva parlare dell’episodio. Poi a noi italiani – anche quelli di Ubitennis, gioco forza muti nella piena indifferenza assolutoria del media manager dell’ATP Nicola Arzani il quale una volta tempo fa ha detto a Vanni Gibertini: “Ma perché non gli fate domande?” quasi che vivesse sulla luna dato che sa benissimo come alle nostre domande Fabio o non risponde, o la fa a monosillabi quando non replica dicendo “Questa è una domanda stupida, questa è una domanda del cavolo… – ha invece detto testualmente: “Non voglio fare la vittima, non lo sono. Purtroppo è successo quel che è successo. Oggi ho ragione al 110 per cento. Magari (l’altro giorno) con Bernardes ho usato parole che non avrei dovuto usare, ma oggi il giudice arbitro ha cagato fuori dal vaso! Non gli ho stretto la mano perché non merita rispetto, per quello che ha fatto e per come si è comportato. Per il resto sono tranquillo, ho dato tutto, abbiamo giocato intorno a 3 ore e mezzo, non ho nulla da recriminare. Meritavo il primo, potevo essere due set a uno sopra, ma con il senno di poi…non si va da nessuna parte. Ho perso quattro set molto molto molto combattuti, sono comunque contento della prestazione di questa settimana e nulla di più…Oggi ho preso di tutto, time violation, warning, penalty point…– si interrompe e aggiunge (lo ripeterà tre volte)- ma la multa che ho preso, che mi verrà data, la voglio dare agli australiani per solidarietà alle vittime degli incendi…Lui ha giocato in modo pazzesco, io non ho nulla da recriminare – ripete per l’ennesima volta – il primo set meritavo io, il secondo è andato a quel modo, il terzo l’ho vinto dominando il tie-break. Nel quarto avrò fatto due punti sui suoi servizi (5 in realtà…), ogni volta che batteva faceva 1 ace/barra due… che potevo fare di più ? Sull’ultimo game neanche se va a Lourdes e si mette nella vasca da bagno per una settimana rigioca così. Bisogna dirgli bravo, è quel che gli ho detto a fine partita. Non potevo fare di più, ci ho messo le mani, non è bastato”.

Ipse dixit. Quanto a me voglio ricordare i precedenti sei duelli persi da Fabio negli ottavi di Slam: due al Roland Garros con Cilic 2018 e Zverev 2019. Due anche all’Australian Open con Djokovic 2014 e Berdych 2018 prima di oggi con Sandgren. Una all’US Open con Feliciano Lopez dopo che aveva rimontato al terzo turno 2 set di handicap a Rafa Nadal. Ecco, quando si è parlato di grande occasione per Fabio, ci si è tutti riferiti a questi precedenti. Forse soltanto Feliciano Lopez era un giocatore battibile quasi quanto Sandgren, sulla carta. Ma il best ranking di Lopez è stato 12, non 41, è tennista che ha vinto 7 tornei in 18 finali. Ecco perché in questo caso era più che giusto parlare di occasione, di opportunità.

Nel confronto indiretto contro Sandgren – questo sì che conta poco perché nel tennis la proprietà transitiva non esiste – è uscito meglio Berrettini, che ha avuto 3 palle break per il 5-3 nel quinto, piuttosto che Fognini che ha perso in 4 set senza avere mai chance nel quarto di breakkarlo. Ma la verità è che Fabio ha perso 15 punti di fila, fra chiusura di primo set e fino a quasi il 4-0 al secondo, perché ha perso la testa. E questo ai veri campioni con…(appunto) la testa sulla spalle, non succede. Non si può regalare un set e mezzo per episodi del genere. Ok, l’arbitro ti ha dato un warning ingiusto? Ti calmi, ti metti lì, cerchi di dimenticare, ti concentri sul prossimo punto, eviti di metterti a discutere con l’arbitro. Anche se sei convinto che lui abbia sbagliato ad ammonirti. Anche se hai ragione.Hai 32 anni e mezzo, tanta esperienza alle spalle, che senso ha sbroccare? 

Invece ha perso talmente la testa che dopo quei due punti che hanno deciso negativamente il tie-break del primo set, che lui riteneva di aver meritato di vincere, ha perso in un batter d’occhio i quattro punti a fila del game di servizio che ha aperto il secondo set. E allora per la rabbia della presunta ingiustizia subita non ci ha visto più e si è strappato platealmente la maglietta (Chissà quanto sarà stato contento Giorgio Armani e il suo staff…). Riguardo all’ingiustizia di quel provvedimento prima o poi ne conosceremo i risvolti. Io ho sentito solo un discorso relativo a un asciugamano e a una raccattapalle… ma non ho capito se sia stata la tardiva consegna dell’asciugamano a fare prendere a Fognini la prima ammonizione per time violation. Se lui invece di quest’atteggiamento francamente sciocco parlasse e spiegasse – se non a Ubitennis almeno a qualcuno – che cosa è successo esattamente, non rischieremmo di essere imprecisi e di arrampicarci sugli specchi.

Ma anche sul fatto che il primo set avrebbe meritato di aggiudicarselo lui, beh sono d’accordo fino a un certo punto. Ricordo una volta che Edberg ebbe 14 palle break contro Chang e perse il set. Mi pare si accaduto a Parigi. Era stato bravo Chang. E magari meno bravo Edberg. Nessuno sentì dire a Edberg che era lui che avrebbe meritato di vincere il set. Nel tennis accadono situazioni analoghe quasi tutti i giorni. E chi annulla le pallebreak è quantomeno bravo come colui che se le procura. Sampras, con il servizio che aveva, ne annullava a caterve, idem Ivanisevic. E anche Sandgren serve bene. Ha i suoi meriti se riesce ad annullarle.

Qualcuno osserverà poi che in fondo Fognini era riuscito a recuperare da 0-4 a 4 pari nel secondo set. Fabio è addirittura passato a condurre, vinti 5 game di fila, per 5-4. Ma quasi sempre questi sforzi si pagano. Quante volte si assiste a grandi rimonte e poi, nel momento in cui il giocatore che rimonta riesce a raggiungere l’avversario, si ammoscia, vive un momento di appagamento, perde l’adrenalina che lo aveva spinto a rimontare e molla quel tanto che basta per vanificare la propria rimonta. L’ho visto accadere innumerevoli volte. Ed è successo anche a Fognini: sul 5 pari di quel secondo set miracolosamente rimesso in discussione Fabio ha perso il servizio a 15 e si è ritrovato sotto due set a zero. Pagava lo stress della rimonta per un set quasi perso. Uno dice a stesso: “Uffa ce l’ho fatta” e in quel momento è fregato.

Quel che ha poi detto e ribadito Fabio “avrei dovuto essere avanti due set a uno” è privo di fondamento. Non è che le cinque pallembreak del primo set le ha regalate lui (e anche se fosse…). Gliele ha annullate Sandgren. Quindi, ribadisco, è sbagliato dire che quel set l’americano non se l’era meritato solo perché Fabio aveva avuto 5 palle break e lui nessuna. Ci sta. Ma quando si arriva al tie-break chi lo vince ha meritato il set. Il resto sono chiacchiere.

Il punto è un altro. Cui Fabio dicendo “non ho nulla da recriminare” non accenna. A questi livelli, anche con l’avversario che è n.100 del mondo – e soprattutto se sul cemento vale assai di più – non ci si può permettere di regalare un set e mezzo (gli ultimi due punti del primo e i successivi 13) game dopo game senza giocare. Ai primissimi tennisti del mondo non succede. E se succedesse anche una sola volta se ne renderebbero conto e non gli succederebbe più. Personalmente sono convinto che se a Fabio, fin da piccolo, qualcuno in casa sua e fra i suoi primi tecnici, gli avesse fatto capire fin dall’inizio queste cose, questo tipo di comportamenti – mi dicono che con Roger Federer è stato necessario farlo e i risultati poi si sono visti- forse Fabio sarebbe cresciuto con una testa diversa.  Forse, manca la controprova, lo so.

Ma io penso che invece probabilmente gli hanno dato troppo spesso ragione – magari non sempre – probabilmente per non contraddirlo, o anche più semplicemente per il “vivi e lascia vivere”, quando non per interesse da parte di chi parzialmente dipendeva da lui. E questo atteggiamento compiacente che su un ragazzino poteva essere costruttivo ha prodotto danni irreparabili. Perché con il talento naturale che Fabio ha i suoi già eccellenti risultati avrebbero potuto essere assolutamente ancora più straordinari.

Ma voi pensate, in tutta onestà,  che un Barazzutti, un Binaghi, un Palmieri, un Milan, un Ricci Bitti – tutti federales – domani si sognino di dire a Fognini :“Guarda che sbagli qui, guarda che hai sbagliato qua, guarda che dovresti fare così? Guarda che – e questo è solo un piccolissimo esempio del tutto marginale eppur tuttavia significativo– il fatto che un atleta non parli con alcuni giornalisti che raccontano da 15 anni le tue partite, belle e meno belle da tutto il mondo, che pubblicano centinaia di tue foto in cui compaiono i loghi dei tuoi sponsor che finanziano la tua attività non dovrebbe esistere. Non danneggi loro, danneggi te stesso e la tua immagine. Anche se tu li avessi fortemente sulla scatole, caro Fabio sbagli?” Macchè, figurarsi se pensano a dirlo. Anzi lo inciteranno a continuare a farlo. Si congratuleranno con lui. E allora, attorniato da gente così, come potevate illudervi che un ragazzino potesse cambiare, crescere, maturare?

Fabio Fognini – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

P.S. Questo mio editoriale può apparire inopportuno nel momento in cui Fabio Fognini ha comunque raggiunto un ottimo risultato, con gli ottavi a Melbourne. E di cui tutti noi tifosi del tennis italiano dobbiamo essergli grati, così come per tutta la sua stupenda carriera. Ma la consapevolezza che accanto a lui non ci sia chi cerchi di dirgli che le cose non stanno come evidentemente le vede e le racconta lui, mi ha spinto a scrivere quel che ho scritto, pur sapendo benissimo che certo non verrà condiviso da molti, e non solo dai suoi fan. Ma poichè personalmente ne sono convinto non vedo perchè dovrei temere di esprimere una mia opinione.

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La seconda volta della ‘liceale’ Iga Swiatek, ancora agli ottavi di uno Slam

La giovanissima tennista polacca Iga Swiatek è tra le rivelazioni di questo Australian Open. Agli ottavi affronterà Kontaveit. I suoi segreti? La passione per il rock e una grande competitività

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La stellina polacca Iga Swiatek, classe 2001, è una delle promesse più interessanti del circuito WTA e lo sta confermando all’Australian Open dove ha appena raggiunto gli ottavi di finale. L’anno scorso aveva stupito raggiungendo gli ottavi del Roland Garros, poi persi contro Simona Halep. Le sue grandi potenzialità in relazione alla giovane età avevano già stimolato la curiosità degli addetti ai lavori, tra i quali il nostro Vanni Gibertini che da Parigi le ha dedicato un articolo.

Già al Roland Garros aveva stupito per la sua maturità, evidente nella decisione di farsi affiancare da uno psicologo a tempo pieno. “Noi donne siamo diverse dagli uomini, siamo molto più emotive e l’aspetto mentale è una parte fondamentale del gioco. Per questo ho iniziato a lavorare con lei perché è proprio lì che devo fare il salto di qualità”. Purtroppo il suo 2019 si era concluso in anticipo per via di una frattura da stress del piede sinistro, guarita solamente un mese e mezzo fa. L’infortunio non ha arrestato la sua ascesa. Qui a Melbourne ha bissato il quarto turno di Parigi battendo Babos, Suarez Navarro al passo d’addio e Vekic. Nel suo tennis c’è potenza e controllo. Il dritto fa già molto male, ma la cognizione del campo è completa e suggerisce l’idea di una giocatrice che potrà esprimersi con profitto su tutte le superfici.

Iga dunque è tutta da scoprire, e non è un caso che abbia indotto anche il collega Diego Barbiani di OkTennis a intervistarla dopo la vittoria al primo turno contro Babos (intervista reperibile integralmente qui). Iga ha parlato del suo tennis ma non solo, lasciando emergere il curioso contrasto tra la sua carriera professionistica e quella scolastica che deve ancora concludersi, poiché – lo ricordiamo – stiamo parlando di una ragazza di 18 anni. “Sono all’ultimo anno (di liceo ndr), finirò a maggio […] Sono però agli ultimi mesi, per cui penso che rimarrò a studiare per conto mio perché sono via per i tornei, e poi basta, finita“. Proprio per questo motivo, Iga salterà il torneo di Madrid per dedicarsi agli esami. “Ho sette esami da fare e dovrò farli durante Madrid, quindi lo salterò” ha detto in conferenza dopo l’ultima vittoria. “Andrò a Roma. Sarà una programmazione impegnativa ma l’ho gestita negli ultimi 12 anni e lo farò anche adesso“.

 

La differenza tra una tennista di talento e una tennista che il talento riesce a metterlo a frutto sta probabilmente nella capacità di comprendere, il prima possibile, che non bastano un paio di tornei per arrivare in alto né tantomeno per rimanerci. “È difficile essere sempre in fiducia, ma attualmente ho la sensazione che ne sto guadagnando settimana dopo settimana… Anche se è semplice pensare di essere super per una settimana quando invece devi rimanere a quel livello per lungo tempo“.  

La passione per il tennis è nata grazie alla sorella più grande, nata nel 1998 e aspirante tennista anche lei, come Iga ha raccontato a Courtney Nguyen di WTA Insider (sempre durante il Roland Garros). “Volevo essere come lei e batterla, sono sempre stata molto competitiva“. La carriera di Swiatek è appena all’inizio ma la tennista polacca non sembra soffrire la pressione derivante dai risultati, per quanto da questo punto di vista sia ancora da testare. “Ho visto che molte tenniste che hanno fatto benissimo da giovani sono poi andate male nel resto della carriera […] Io ho lavorato e sto lavorando tanto e questo sta pagando“. Se dovesse descrivere il suo schema tipico, un trademark, sarebbe questa sequenza: “Servizio potente, topspin e poi rovescio lungolinea“. Magari vincente.

Fuori dal campo, una delle passioni principali della giovane tennista polacca è la musica e in particolar modo la chitarra: “Vorrei provare a suonarla, ma è un po’ difficile per noi tennisti avendo sempre il polso piegato“. I gusti musicali? Non quelli che ci si attenderebbe da una ragazza nata nel 2001: Iga ama infatti il rock. “Ascolto spesso Pearl Jam, Red Hot Chilli Peppers, qualcosa di più hard rock come i Guns N’ Roses, spesso più e più volte assieme, CD su CD. Mi capita spesso di mixare le varie band, non riesco mai a focalizzarmi su una“. L’obiettivo di domenica, quando Swiatek affronterà Kontaveit per un posto nei quarti di finale, è uno e uno soltanto e non c’è pericolo di confondersi. Sarà una grande occasione per entrambe le giocatrici che non sono mai entrate tra le prime otto giocatrici di uno Slam. È però ragionevole credere che Iga, continuando su questa strada, di occasioni – dovesse fallire questa – ne avrà ancora parecchie.

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ATP

Australian Open: Federer rimonta in scioltezza, è nei quarti

Roger Federer inciampa nel primo set ma poi chiude senza problemi. Per lui 57° quarto di finale in un torneo dello Slam

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Roger Federer - Australian Open 2020 (foto Twitter @AustralianOpen)
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Dal nostro inviato a Melbourne

[3] R. Federer b. M. Fucsovics 4-6 6-1 6-2 6-2

Anche quando sono stanco, ho almeno due ore di buon tennis in me”. Questo aveva detto Roger Federer alla stampa tedesca dopo la sua maratona con John Millman.

 

Due giorni dopo contro Marton Fucsovics ha impiegato 2 ore e 11 minuti per vincere il suo incontro di ottavi di finale in una serata dalle condizioni particolarmente lente che ha visto le velocità di punta dei servizi arrivare a stento a 190 chilometri orari anche per prime piatte centrali. Una partita che poteva diventare complicata ma che Federer ha fatto diventare in discesa dopo poco più di un set, concludendola con dieci minuti di puro cabaret in mezzo al campo rispondendo alle domande di John McEnroe.

Con una inconsueta mise bianca, solitamente riservata alle sessioni diurne, Federer inizia il match dando l’impressione di essere un po’ più in palla di due sere prima: controlla bene gli scambi da fondo, cercando di mettere fuori posizione Fucsovics, che è sicuramente forte e potente, ma non è tremendamente veloce negli spostamenti. Federer invece sembra leggero come sempre nella sua danza intorno alla palla, e anche il suo tradizionale tallone d’Achille dello spostamento verso destra sembra non dargli particolari problemi.

Tutto sembra pronto per il solito copione nella sessione serale di Federer, ma a un tratto si spegne la luce: sul 3-3 due errori di diritto dello svizzero e una volée di diritto tragicamente messa in rete lo inguaiano sullo 0-40. Le prime due palle break vengono annullate, ma un altro gratuito di diritto fa piombare la Rod Laver Arena in zona sorpresa. Fucsovics non fa una piega, continua a servire in maniera impeccabile e porta a casa il primo set.

Lo svizzero non si scompone, ricomincia il suo gioco di sempre, anche se aggiunge un elemento per lui totalmente insolito: il grugnito. Ebbene sì, lui che ha vinto per una carriera (e mezzo quasi) senza emettere suono alcuno in questa era di urla belluine, inizia ad accompagnare i colpi con un cenno della voce, quasi a sottolineare lo sforzo compiuto.

Dopo l’emergenza incendi e le successive piogge torrenziali, il clima che ha accompagnato la prima settimana dell’Australian Open è stato insolitamente mite per l’estate australiana: anche in questa serata dell’Australia Day la temperatura è al di sotto dei 20 gradi, e questo rende le condizioni di gioco ancora più lente del solito. Appare incredibilmente complicato colpire colpi vincenti sulle traiettorie “diritte”, che sembrano essere quelle preferite da Federer per gli affondi: la combinazione dei campi in GreenSet più ruvidi, le palline che diventano “gatti arrotolati” dopo alcuni game e l’aria più fredda e densa della sera fanno sembrare la partita quasi un match sulla terra battuta bagnata.

Roger Federer – Australian Open 2020 (foto Twitter @AustralianOpen)

Nel secondo set lo svizzero fa un passo avanti, inizia a giocare dentro la linea di fondo (le statistiche mostreranno che colpirà circa due palle su tre dentro il campo, contro meno del 50% nel primo set) e la perdita del primo set si rivela subito per quello che è stata in realtà: un’incidente. Federer mette la freccia e infila un parziale di 10 game a 1, poi dopo un 6-1, 4-0 cede il servizio ma riparte subito al suo ritmo e allunga fino alla fine del match. A parte qualche altro grugnito, Roger regala anche alcuni dei suoi colpi geniali che valgono il prezzo del biglietto e chiude il match in quattro set raggiungendo il suo 15° quarto di finale all’Australian Open, turno nel quale è imbattuto.

Martedì prossimo Federer affronterà per la prima volta in carriera Tennys Sandgren, che ha battuto il nostro Fabio Fognini. “Ho giocato tanto tennis nella mia vita, ma non ho mai affrontato Tennys” scherza lo svizzero con John McEnroe parlando di un match nel quale il suo avversario avrà un bel po’ di “tasse” da pagare…

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