La sconfitta (indolore) di Sinner (Clerici, Crivelli, Scurati). Berrettini: "Io, Djokovic e Federer, che spettacolo" (Semeraro). Sharapova sceglie Piatti (Cocchi)

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La sconfitta (indolore) di Sinner (Clerici, Crivelli, Scurati). Berrettini: “Io, Djokovic e Federer, che spettacolo” (Semeraro). Sharapova sceglie Piatti (Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 8 novembre 2019

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Il predestinato Sinner: mai visto un italiano così forte (Gianni Clerici, La Repubblica)

Per diverse ragioni mi è accaduto di seguire gli inizi di carriera di quattro grandi tennisti, tra i quail non annovero Jannik Sinner, Rosewall, Laver, McEnroe e Lenglen. Suzanne Lenglen non la vidi nemmeno, ma su di lei svolsi settantatré interviste a persone che l’avevano conosciuta. Con Rosewall giocai quando sbarcò a Rapallo per un Next Generation dei tempi e poi – quando incontrò Gardini al Roland Garros – Fausto mi disse dopo la vittoria: «Questo qui non lo batto più, la prossima volta». Il padre di Mac, avvocato, disse a me e a Rino Tommasi: «Keep an eye on my son please, when he’ll be in Europe» (date un occhio a mio figlio, per favore…), e il fenomeno usci dalle qualificazioni per inoltrarsi a Wimbledon. Sinner lo guardo ogni sera in televisione, anche perché mi hanno proposto di rifare un libro chiamato Il tennis facile, con foto sue al posto delle mie. Finora Sinner ci ha mostrato il suo grande talento nel battere due grandi atleti come Tiafoe, americano, e Ymer, svedese. Lo aveva segnalato a Riccardo Piatti il suo fraterno collaboratore Massimo Sartori: «L’avevo visto piccino vincere il torneo di Ortisei. Mi era parso promettente per la sua facilità di imparare. La prima volta che l’ho visto sull’erba pareva nato lì, per la sua facilità di apprendimento». La prima sera del torneo milanese Jannik è parso addirittura superiore sul diritto a Tiafoe, per non parlare del rovescio a due mani che accelerava ad ogni accelerazione dello statunitense. La seconda ha trattato Ymer come uno sparring partner e, dopo l’infinluente sconfitta di ieri con Humbert – 4-3 (5) 3-4 (3) 4-2 4-2 – stasera in semifinale sfiderà Kecmanovic. I suoi colpi sembrano esistere dai tempi dell’asilo. Forse potrebbe andare di più a rete, ma lo farà seguendo i suggerimenti di Piatti che, non dimentichiamolo, ha tenuto a battesimo Djokovic fino al giorno in cui i parenti del serbo non gli chiesero in dono 12 biglietti del Roland Garros. Non si è mai visto, insomma, un tennista italiano più dotato, e lo posso affermare proprio io che ho incontrato su un campo del vecchio Parioli Nicola Pietrangeli sedicenne.

Sinner, sconfitta indolore. Ora serve una notte magica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Il weekend del duello rusticano tra Italia e Serbia, prima di sublimarsi domenica nel terribile debutto alle Finals di Berrettini contro Djokovic, offrirà stasera il gustoso assaggio milanese dell’altro Masters, quello degli Under 21: dopo la sconfitta indolore con Humbert di ieri, Sinner cerca un posto al sole della finale affrontando Kecmanovic. Jannik ci ha messo davvero poco a conquistare il cuore del Palalido. […] La grandezza di Jannik è che in campo e fuori fa sembrare naturale una scalata prodigiosa partita da lontano e approdata alla top 100 (ora è 95) da più giovane del 2019, a diciotto anni e due mesi. Anche se la saggezza è da giocatore consumato: «Io sono solo l’ottavo qui, non sono il favorito. La pressione è addosso agli altri, soprattutto a De Minaur, che ha avuto una grande stagione». Ma a questo punto, tra i magnifici quattro del torneo, Sinner non può precludersi alcun obiettivo, neppure contro il serbo numero 60 del mondo. In fondo, anche quella di Kecmanovic è la storia di un’ascesa repentina, scaturita tuttavia da uno dei momenti peggiori della carriera. A marzo, dopo la mancata qualificazione a Indian Wells, Miomir è piombato in depressione, meditando addirittura il ritiro, perché da ex numero uno del mondo juniores gli sembrava che le prospettive al piano superiore non fossero adeguate alle aspettative. Poi è accaduto che in due abbandonassero il tabellone e lui è subentrato da lucky loser, diventando il primo della storia a raggiungere i quarti in un Masters 1000 da ripescato. Il ragazzo di Belgrado emigrato in Florida alla IMG Academy a 13 anni senza genitori ma con una zia che doveva fargli sentire il meno possibile la nostalgia di casa, lo scorso inverno ha fatto le cose come si deve, allenandosi alle Canarie con Thiem, Goffin e Struff. Ha cominciato la stagione al numero 113, si era posto l’obiettivo minimale dell’ingresso in top 100 e si è ritrovato anche 47 (a inizio settembre), così adesso può ampliare gli orizzonti: «Per il 2020 punto alla top 30. Il match con Sinner? Sarà difficile, sta esprimendosi sempre meglio, avrà il tifo a favore. Dovrò essere aggressivo e stare tranquillo». Dall’altra parte, semifinale da pronostico tra De Minaur e Tiafoe.

Attento Sinner: «Io posso batterti grazie a Djokovic» (Alessia Scurati, Tuttosport)

Tra Jannik Sinner e la finale di domani delle Next Gen finals c’è il serbo Miomir Kecmanovic, avversario questa sera dell’italiano. Un tennista che sulla carta promette di essere un osso duro per Sinner ieri sconfitto (ma già qualificato) dal francese Humbert. Intanto perché Kecmanovic arriva alla partita forte di un ranking migliore, ma anche perché il suo mentore è Novak Djokovic. «Sì, capita di allenarci assieme e mi ha dato un sacco di consigli che ho usato nelle ultime settimane. Alcuni mi sono stati più d’aiuto rispetto ad altri. Comunque è bellissimo imparare da lui e ricevere parole di incoraggiamento». I consigli di Nole sono stati utili a Kecmanovic per battere ieri in 3 set Alejandro Davidovich Fokina e qualificarsi alle semifinali. «Sono contento di esserci arrivato e per come sono stato in campo». Di certo, questa sera per lui si alzerà il livello di difficoltà, anche perché di fronte ha la grande sorpresa del torneo e cambierà anche la situazione ambientale. […] «Ho visto Sinner, si vede che gioca libero da pensieri, senza pressione. Sta offrendo il meglio. Sarà sicuramente un match difficile per me, con il tifo contro. Però io mi sento bene e confido in una bella prestazione. Tutti saranno qui per Jannik, però non è neanche la prima volta che mi capita di avere il pubblico a sfavore, l’ho provato, non penso che ne soffrirò. Sarò concentrato su di me».[…] Prima di vedere in scena Sinner e Kecmanovic, sarà il turno alle 19 di de Minaur contro Tiafoe. […] L’antipasto ideale per il pubblico prima di gustare l’ennesima prova di Sinner che riempirà l’Allianz Cloud cercando un’altra impresa.

Berrettini: «Io, Djokovic e Federer, che spettacolo» (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

L’avversario per il debutto nel salotto più esclusivo del tennis, le Atp Finals di Londra, Matteo Berrettini se lo era scelto anche prima del sorteggio di martedì scorso. «Contro chi vorrei giocare dei Grandi? Be’, se potessi, contro nessuno… Ma se proprio devo sceglierne allora dico Djokovic, anche se tecnicamente per me è difficile visto che è fortissimo di rovescio, anche con la risposta. Contro Federer ho già giocato, contro Nadal anche, e a Pechino ho incontrato Murray. Nole è l’ultimo che mi manca dei Fab Four. Se poi mi ritoccasse Federer spero in una figura migliore di quella che ho fatto a Wimbledon». E’ stato accontentato: domenica aprirà le Finals giocando contro Djokovic, e nel suo girone ci sono anche Federer e Thiem.

Berrettini, a Londra sarete in quattro sotto i 24 anni: lei, Medvedev, Tsitsipas e Zverev. E’ giunta l’ora di pensionare i patriarchi?

Finché continuano a vincere gli Slam o ad arrivare in finale, non è facile. Medvedev per ora fra i giovani è il più lanciato, e poi il tempo passa per tutti, quindi prima o poi accadrà. Per ora hanno ancora un passo in più.

In sei mesi da numero 57 del mondo alle Finals: che effetto fa?

Ma che ne so (ride). Già mi faceva strano essere fra i primi 50, figuriamoci fra i primi 8. Non ho ancora realizzato bene, e non lo dico tanto per dire. Io mi sento lo stesso di sempre, poi guardo la classifica…possiamo riparlarne fra un po’?. Queste Finals sono un sogno, una cosa bella. Ci andrò a testa alta. Nei precedenti sono sotto con tutti, ma posso anche giocarmela con tutti.

Adriano Panatta ha avuto belle parole per lei.

Sì, e lo ringrazio. Ci conosciamo da molto tempo. Quando avevo 16 anni fu il primo a dirmi che avrei servito ai 220 all’ora. `Ma sei sicuro?’ gli chiesi ‘Fidati, fidati…’. Adriano mi ha sempre dato buoni consigli. Una volta abbiamo giocato un doppio insieme, io ho servito per primo ma non sono sceso a rete. Adriano si è voltato e mi ha detto: ‘il doppio si gioca serve & volley”. Da allora ho attaccato su tutti i punti. […]

Che tipo è Berrettini?

Razionale, ma emotivo. Umile, ma orgoglioso. Con Stefano (Massari, ndr) lavoriamo molto sullo stato d’animo in campo. Mi piace sentirmi carico, affamato di vincere ma sereno: perché so che comunque ci sarà un altra chance.. A Montecarlo, dopo essere uscito al primo turno sia in singolare sia in doppio, ho sentito un fastidio dentro. Ho chiamato il mio coach Vincenzo Santopadre e il mio mental coach Stefano Massari e ho detto loro: questo stato d’animo mi aiuterà. Subito dopo sono arrivate la vittoria a Budapest e la finale a Monaco.

Ma è vero che la vittoria di Shapovalov su Monfils a Parigi-Bercy, che le ha ‘regalato’ le Finals, non l’ha neppure guardata in tv?

E neanche quella prima di Monfils contro Albot. Non l’ho seguita neanche sul live-score. Ero a cena con un amico a Montecarlo: quando ho sentito il cellulare che iniziava a squillare ho capito che era andata bene.

Shapovalov dice che si aspetta come minimo una bottiglia di vino…

L’avrà: champagne, rosso, bianco, devo scegliere. Ma secondo me, da numero 15 del mondo e con la prima finale in un Masters 1000, festeggia bene anche senza il mio vino. […]

La Sharapova sceglie coach Piatti per risorgere (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Ama l’Italia a tal punto da sceglierla come nuovo punto di riferimento tecnico. Maria Sharapova, che dall’estate ha iniziato ad allenarsi con Riccardo Piatti, sarà seguita dal coach italiano anche per tutta la prossima stagione. E cosi Jannik Sinner avrà una sorella maggiore tennistica con cui dividere il tecnico a Bordighera e in giro per i tornei. Jannik e Masha hanno già un bel rapporto, tanto che l’altoatesino qualche volta si è anche allenato con la campionessa di cinque Slam: «Una volta le ho chiesto se da giovane aspettava l’errore dell’avversario o andava a prendersi il punto – ha detto Sinner – e lei mi ha detto che è sempre stata una che andava all’attacco». Consigli sempre utili anche se Jannik sembra un attaccante nato e la sua presenza può anche far bene alla rinascita della campionessa russa, mai davvero rifiorita dopo i due anni di squalifica per doping anche a causa di innumerevoli problemi fisici. Ma ora tutto sembra superato; tanto lavoro soprattutto sul servizio, limitato dai problemi a una spalla. «La prossima stagione accompagnerò sia Maria sia Sinner nei tornei – spiega Riccardo Piatti -, abbiamo lavorato molto negli ultimi mesi e adesso anche il suo infortunio è recuperato. Sta bene e ha messo tantissimo impegno per tornare competitiva». Il primo contatto tra la tennista russa e il tecnico è stato l’estate scorsa quando l’entourage di Maria ha contattato Piatti per qualche allenamento. «Ci siamo concentrati molto sulla tecnica e sui colpi – continua – per cercare di mettere ordine al suo gioco, anche con l’aiuto della video-analisi». E in più il rapporto umano tra Sharapova e il gruppo è stato ottimo: «Da fuori sembra una persona fredda e poco amichevole, invece è una ragazza gentile. Si applica moltissimo e le piace imparare. Io non ho mai allenato donne, ma con lei ho fatto un’eccezione, sarà una bella sfida». Intanto Maria si è presa una settimana di ferie, col permesso del coach italiano: «Sì, però le abbiamo dato i compiti delle vacanze e mi manda i video degli esercizi che sta facendo. È molto diligente». Dopo le vacanze un altro mese di preparazione intensiva a Bordighera. L’obiettivo è ritrovare il tennis migliore.

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La sconfitta di Berrettini alle Finals sulla stampa italiana (Crivelli, Canevazzi, Marcotti, Rossi, Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 13 novembre 2019

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Altra lezione di Federer, ma Berrettini sta imparando (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La belva ferita non perde ranima e ruggisce quando il duello con il giovane leone si fa più minaccioso. No, questo non è il Centrale di Wimbledon, dove Berrettini si sciolse di fronte a Federer prima ancora di incrociarlo: stavolta Matteo combatte, trascina il mito nei meandri di una sfida brutta, sporca e in equilibrio, fino a un tie break che indirizza il primo set e la partita. È in quei momenti di tensione che un Roger fin lì appena ordinario alza la voce, cominciando con un ace e mettendo sempre la prima, mentre l’avversario lo omaggia di un dritto lungo e un doppio fallo. Stille di classe del Divino, quanto basta per scrostarsi la ruggine di un finale di stagione al solito ansimante e prendersi subito il break nel game iniziale del secondo set, perché l’eroe azzurro ha avvertito il colpo. E quando finalmente Berretto si procura tre palle break nell’ottavo game, le prime e uniche del match nonché le chiavi per riaprire la contesa, Federer si affida di nuovo al servizio, anche se un paio di risposte di dritto non impossibili andavano gestite meglio da Matteo. Il Maestro, che in carriera non ha mai perso il secondo match delle Finals, perciò sopravvive, e si giocherà le ultime chance con Djokovic, ritrovandolo dopo il trauma della finale di Wimbledon, mentre Berrettini, quando Thiem vince il secondo set contro Nole, non ha più speranze di qualificazione e contro l’austriaco metterà in palio solo l’onore. «Quando perdi – ammetterà Berrettini – non sei mai felice, ma non ho rimpianti. Ho avuto qualche chance, i tre break point, qualche suo game di servizio sul 30 pari, ma ha sempre servito bene e io ho mancato qualche risposta. Il tie break non è stato granché, ma lui non mi ha concesso nulla. Quando stai giocando non immagini la tua partita sugli errori o le condizioni dell’altro. Io sono entrato in campo convinto che avrei potuto batterlo pure se lui fosse stato in gran forma. Mi sono avvicinato, non è bastato, ma non sono deluso». […]

Berrettini lotta e perde. Federer passa al tie-break (Ruggero Canevazzi, La Nazione)

 

Allo scorso Wimbledon, subito dopo il 62 61 61 patito da Federer, Matteo Berrettini era andato a rete a stringere la mano al suo giustiziere, l’idolo di sempre, e con un sorriso mesto gli aveva sussurrato: «Grazie della lezione Roger!». Qui a Londra nessuno si era sentito di pretendere dal romano una vendetta per quella batosta. Gli si era chiesto invece di giocare meglio, di mostrare quella personalità che nella seconda metà della stagione gli ha consentito di cogliere scalpi e trofei importanti. E Matteo, pur perdendo nuovamente con il suo Maestro, 76 (2) 63 in 78 minuti, ha assolto più che dignitosamente il compito, lasciando intravedere ampi margini di progresso sia con il rovescio sia con la mobilità sulla quale dovrà ancora lavorare parecchio, anche se quando si è alti un metro e 96 cm non è un gioco da ragazzi. Nel primo set Matteo non ha mai perso il servizio, ha concesso un’unica pallabreak sul 5-6 – un setpoint – ma l’ha annullata con decisione e coraggio: gran servizio e smash al volo. Gli altri cinque turni di battuta aveva dominati, con una percentuale di “prime” superiori al 70%. Anche Federer, sei volte campione al Masters di fine stagione e alla sua diciassettesima partecipazione, non gli aveva lasciato che briciole in sei game di battuta: 5 punti in tutto. L’aver raggiunto il tiebreak contro Federer era però già un discreto traguardo. «Lì però mi hanno tradito proprio i miei colpi migliori: un dritto sull’1 pari e poi il doppio fallo sul 4-2». Questione di esperienza. Perso il tiebreak a quel modo Matteo ha subito il contraccolpo psicologico. Ha ceduto a 0 il primo game del secondo set e fino al 3-4 non ha avuto chance di recuperare. Lì però ecco tre palle break per il 4 pari. Purtroppo tutte servite da Roger sul dritto di Matteo che ha sbagliato 3 risposte su 3. «Mi ha cercato spesso il dritto sul mio lato destro, per impedirmi di giocare il mio dritto anomalo a sventaglio, ma poi ha spesso approfittato del mio rovescio che non è ancora all’altezza di questi livelli» spiegava Matteo. Aggiungendo orgoglioso: «Arriverò a battere questi campioni».

Matteo a testa alta: «Ora voglio di più» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Una resa con onore, dopo un’ora e 18′ di tennis giocato – per lunghi tratti – alla pari. Per adesso può bastare così, a Matteo Berrettini. Che insiste, anche dopo la sconfitta contro Roger Federer in quello che ormai è diventato il suo mantra personale. «Da ogni match si può imparare qualcosa. Quando giochi con i migliori impari ancora di più». Una lezione, dunque, ma diversa rispetto a quella subita meno di cinque mesi fa all’All England Club. Certo, resta il rammarico per la sconfitta, ma la crescita prosegue. Rispetto al precedente match contro Federer, ieri Matteo non solo è stato in partita fino alla fine, ma ha anche avuto diverse occasioni per indirizzare l’incontro dalla sua parte. A fare la differenza, la maggior freddezza e consuetudine di Federer nel giocare al meglio i punti decisivi. «Sono soddisfatto, per quanto lo si possa essere dopo una sconfitta – il commento dell’italiano – Ho avuto le mie chance». Due i possibili motivo di rammarico: il passaggio a vuoto nel tie-break e le tre palle-break non sfruttate nell’ottavo gioco del secondo set. Berrettini non si illude («Ha vinto il migliore»), ma sottolinea come queste occasioni, pur non sfruttate, certifichino il suo valore anche al cospetto dei migliori. «Quando sono rientrato negli spogliatoi la prima cosa che ho detto al mio team è che voglio riuscire a battere questi campioni. Oggi penso di aver dimostrato che posso giocarmela. Ma, con tutto il rispetto, voglio di più». […] Se la qualificazione alla semifinale di sabato è definitivamente sfumata, nulla toglie alla crescita di Matteo. «Rispetto a quando ho perso contro Federer a Wimbledon, oggi è stata un’altra partita. A Wimbledon ero in stato confusionale, non funzionava nulla, neppure il servizio». II futuro non può dunque che sorridere all’italiano, che negli ultimi dodici mesi ha scalato il ranking mondiale, passando dal numero 54, che aveva in gennaio, all’ingresso tra i Top 10. «Federer ha giocato questo torneo diciassette volte, immagino che anche lui in occasione della prima abbia accusato un po’ la pressione. Mi ha raccontato che gli giocavano sempre sul rovescio». […]

Federer promuove Berrettini: «Benvenuto, puoi solo migliorare» (Paolo Rossi, La Repubblica)

Gli è mancato l’attimo, il carpe diem. Matteo Berrettini che gioca quaranta minuti alla pari con Federer, cancellati in due minuti dal tie-break. E poi, il tempo di un time-out ed ecco il turno di servizio smarrito in apertura di secondo set e la sconfitta ipotecata. È andata così: 7-6 6-3 per lo svizzero. Il Masters è finito per l’azzurro, il match di domani con Thiem sarà per lui ininfluente. Però qualche sassolino se l’è tolto, dopo aver perso domenica da Djokovic. «Ho avuto delle chance, non ho grande rammarico. Non avrò giocato il mio miglior tie-break, ma Roger ha servito benissimo in quel momento. Sarà perché lui era al suo 17° Masters e io al primo. Non lo so, non posso essere deluso. Direi che rispetto a Wimbledon è stata un’altra partita. Ho giocato contro Novak, contro Roger, i ragazzi migliori, e ora li conosco meglio. E non sono mai stato a pensare se Federer fosse nella sua giornata migliore oppure no. Ho dato il meglio di me stesso». Diciamola tutta: c’era qualcuno che immaginava Matteo Berrettini con il trofeo dei Maestri? Cosa si chiedeva a un italiano finalmente seduto al tavolo dei primi otto del mondo? Che confermasse quel che di buono aveva mostrato fin qui, che mostrasse di avere le stimmate di un futuro campione e di non essere il frutto casuale di sei mesi di magia. La sua promozione al livello successivo gli viene conferita dal suo avversario. Sentite Federer: «Può solo migliorare, da qui in poi. Chi si sarebbe aspettato che Berrettini fosse qui, quando all’inizio dell’anno era fuori della top 50? Io non lo avrei mai predetto, ma sono felice di essere sorpreso perché è un ragazzo super e lo ha dimostrato». Roger dixit, e la proclamazione non finisce qui. «Matteo capirà meglio i giochi. Conoscerà meglio gli avversari. Naturalmente anche gli altri lo conosceranno meglio. Ecco, è una bella sfida». […]

C’è tempo per Matteo, a scuola dai Maestri (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sono in corso le misurazioni. Quanto fa Berrettini in centimetri? E quanto faceva a Wimbledon? Si sono avvicinati lui e Federer? È lavoro per agrimensori, più che per giornalisti, stabilire quanto e come i due abbiano accorciato le distanze, e se l’abbiano fatto davvero. Ma è un modo come un altro per dare una dimensione alla crescita di Matteo, che è stata perentoria, e in un modo che noi italiani non siamo abituati a prendere in considerazione, almeno per quanto riguarda il tennis. In fondo, tutto cominciò da lì, dal Centre Court e da una giornata di quelle infide. Matteo si era appena scoperto erbivoro (vittoria a Stoccarda, semifinale ad Halle, tre turni superati a Wimbledon) e, sebbene ora rivendichi che quella fu una delle svolte più incoraggianti della stagione, tale da spingerlo a considerazioni quanto mai benevole sui passi avanti fin lì compiuti, è difficile dimenticare come il nostro, allora, recitasse in un ruolo da attor giovane, a un passo dalla Top20. Erano gli ottavi di finale sull’erba dei Championships, la prima volta contro l’idolo Federer, la prima in un torneo del Grande Slam, la prima sul palcoscenico del Centre Court. Ci provò, Matteo, e Federer lo ridusse a un pizzico: cinque game in tre set, quanto basta per andarsi a nascondere sui monti. E invece, da quei fatti è nato il Matteo che conosciamo oggi, quello della vorticosa scalata alle posizioni di rilievo del ranking. Numero otto, figurarsi. E maestro fra i maestri a Londra. Alla faccia di chi non lo riteneva possibile. Stavolta le differenze sono sembrate decisamente ridotte. Qui troviamo un Matteo ormai sicuro di potersi misurare alla pari con i più forti. «Grandi rimpianti non ne ho», mette le carte in tavola Matteo. «Qualche punto, qui e là, avrei potuto giocarlo meglio, con più attenzione. Ma tirando le somme, ho disputato un buon match. Roger ha ritrovato tutto il suo tennis nel tie-break del primo set, insomma, quando il gioco si è fatto duro, subito gli sono spuntati gli artigli, ma nella seconda frazione, dopo aver perso il game d’avvio, sono stato io a procurarmi tre palle break. Le differenze con il match di Wimbledon? Bè, oggi ero più pronto, avevo una strategia di vittoria, sapevo che cosa fare. Sto giocando con i migliori tennisti del pianeta, li osservo da vicino, in continuazione. Mi sbaglierò, ma credo sia giusto sentirmi orgoglioso di quanto sto facendo». […]

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Profumo di Londra. Zverev boccia Nadal (Marcotti). Berrettini all’esame del mito Federer (Canevazzi). Matteo e il mito (Crivelli). Berrettini, c’è Roger (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 12 novembre 2019

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Profumo di Londra. Zverev boccia Nadal (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

La netta sconfitta subita ieri sera contro Alexander Zverev rischia di costare carissima a Rafa Nadal. Non solo complica, e non poco, la sua corsa al successo nelle ATP Finals, ma potrebbe anche pregiudicare il suo primo posto del ranking mondiale. A questo punto solo la vittoria – e sarebbe la prima volta in carriera a Londra – gli garantirebbe un Natale da festeggiare sul tetto del mondo. Viceversa sarà sorpasso, a tutto beneficio di Novak Djokovic, in campo questa sera contro Dominic Thiem. Alla nona presenza, il 33enne di Manacor ha confermato una volta di più il suo scarso feeling con il torneo dei Maestri. Troppi errori, corse in ritardo, colpi fuori misura: un campionario di insolite imprecisioni che il campione in carica delle Finals ha impietosamente messo in evidenza, aggiudicandosi il match con sorprendente autorevolezza. Certo non mancano i possibili alibi al maiorchino, a cominciare dalle precarie condizioni fisiche (infortunio ai muscoli addominali), che lo avevano costretto al forfait la settimana scorsa a Parigi-Bercy. Un infortunio che fino all’ultimo aveva reso incerta la sua presenza alla 02 Arena. Evidentemente al tedesco ha fatto bene l’aria del Tamigi, dove si è ritrovato d’incanto a capo di un’annata all’insegna dell’anonimato, mettendo a segno la seconda vittoria dell’anno contro un Top 5 dopo quella contro Roger Federer a Shanghai. E tornando a battere un numero 1 in carica un anno dopo il successo su Djokovic proprio nell’epilogo delle scorse Finals. Oggi, nel frattempo, tocca di nuovo a Berrettini. Metabolizzata la netta sconfitta all’esordio, lo attende Roger Federer. […]

Berrettini all’esame del mito Federer. Una doppia chance per la storia (Ruggero Canevazzi, La Nazione)

 

Matteo Berrettini, test numero 2 alle ATP Finals. Dopo il test numero 1 con Novak Djokovic, dove è stato respinto (62 61) con grande (ma non grave) insufficienza, quello odierno non è meno terribile: Roger Federer. Matteo è entrato fra gli Otto Maestri con pieno merito, ma per il rotto della cuffia, grazie a un finale d’annata strepitoso. Otto semifinali, inclusa quelle più prestigiose dell’US Open e del Masters 1000 di Shanghai, nonché due tornei vinti. Un balzo dal n.57 di sette mesi fa all’ottavo di novembre. La sua escalation è passata attraverso varie tappe, ma una delle più significative ha coinciso con gli ottavi di finale di Wimbledon, il torneo più leggendario fra tutti. Quel lunedi 8 luglio Matteo si trovò ad affrontare il suo idolo di sempre, Roger Federer, proprio come oggi. Ma di fronte al suo mito il Matteo più intimidito di sempre si rese irriconoscibile: 62 61 61 in 74 minuti, con appena 11 punti conquistati in 11 turni di servizio dello svizzero. «Quando due mesi dopo quella batosta Matteo affrontò Rafa Nadal in semifinale all’US Open, non ha più pensato come a Wimbledon chi avesse di fronte – ha spiegato il suo coach Vincenzo Santopadre – e spero che stavolta con Federer sarà un match diverso. Certo non ci voleva che Roger avesse perso da Thiem domenica. Oggi scenderà in campo con il coltello tra i denti per evitare un’eliminazione che per lui sarebbe clamorosa, mentre per Matteo sarebbe nell’ordine naturale delle cose». […]

Matteo e il mito: «Basta scoppole, Roger è sotto la mia pelle» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La leggerezza dei vent’anni, il cuore che batte forte, l’incontro con il mito della tua adolescenza. Solo che Berrettini, stavolta, all’idolo di una vita non chiederà l’autografo, ma dovrà provare a strappargli qualche lacrima di dolore e una complicata partita di tennis per continuare a restare aggrappato al sogno delle Finals. Già: dopo il tremendo debutto contro la miglior versione di Djokovic, Matteo sopravviverà a Londra soltanto con un successo su Federer oggi pomeriggio. Calma e sangue freddo, ragazzo. Del resto, l’hanno chiamato Masters perché è come l’università: ci trovi solo i migliori. Perciò i monumenti qui sono di casa: per Roger siamo alla partecipazione numero 17. Quando il Divino debutto, nel 2002, Berrettini aveva sei anni, faticava a tenere in mano una racchetta e il suo sport preferito era ancora il judo: «Ma non appena ho scelto il tennis, Federer mi è entrato sotto pelle». Logico dunque che al primo incrocio, quest’anno a Wimbledon, il ragazzo abbia assistito allo show di chi gli stava di fronte con l’adorazione paralizzante di una visione celestiale: e non ha toccato palla. Ma dopo quella storica ripassata, le parole del Maestro svizzero sono risuonate profetiche: «Ricordo quando persi da Agassi agli Us Open, fu davvero frustrante: ma in questi casi devi solo abbassare la testa, dimenticare in fretta, tornare a casa e lavorare ancora più duro». Detto fatto. Proprio da quel pomeriggio di tormenta, Matteo ha spiccato il volo per andarsi a prendere il premio più bello, l’elezione nel gotha dei fantastici otto: «In quella partita non ero mai stato me stesso in campo, questa volta sarà diverso e cercherò di presentarmi nella forma psicofisica migliore: vediamo cosa succede». […] Roger, nella sconfitta con Thiem, è apparso lento nel gioco di gambe e senza punch sulla palla, ma l’orgoglio di un fuoriclasse ferito e adesso condannato a vincere per forza rimane il peggior avversario da affrontare. «È come se fosse un torneo normale da qui in poi, non posso più permettermi di perdere. Esattamente come è successo per ogni settimana della mia vita per gli ultimi venti anni. Matteo, con il suo servizio e con quello che può fare, è un avversario molto ostico qui. Non ha giocato la miglior partita contro Novak, ma sarebbe stata dura per tutti. Io so che devo giocare meglio di quanto ho fatto nel primo match se vorrò avere chance di batterlo». […]

Berrettini, c’è Roger (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Chi voglia un Berrettini in formato Calippo si metta l’animo in pace. Non lo avrà mai. Non è nato di ghiaccio e non tende a trasformarsi in materia dura. «C’è dietro il tennis di Berrettini una filosofia antica, tratta da una città che dai propri eroi non ha preteso solo pane e sangue, ma divertimento. Molto divertimento». Chi l’ha scritto?Ah, si, Adriano Panatta. Non è il solo, Matteo, a costruire il tennis sulle emozioni, se la cosa può essergli di conforto dopo il brusco impatto con Djokovic, una sconfitta che a leggere alcune cronache dell’altro ieri è stata assimilata quasi a una colpa (ma si può?). Un carattere per certi versi simile al suo, lo ha mostrato in più occasioni lo stesso Federer, proprio l’avversario di oggi: l’istinto della vittoria, il piacere dello spettacolo, l’inquietudine del confronto ogni qual volta c’è da misurarsi con chi abbia avuto l’ardire di batterlo. Fra i due, Matteo e Roger, c’è il precedente di Wimbledon, quattro mesi fa. «Quanto ti devo per la lezione?»: la frase del Berretta, a chiusura del match, ormai ha fatto storia. Stefano Massari, mental coach e amico di Matteo, prese spunto da quella per sostenere la reazione «comunque positiva» alla disfatta appena subita. Era un passo avanti, che gli impone oggi di vedere “oltre” i soli tre game (con Roger furono cinque) incassati con Djokovic: «Non l’ho visto rinunciare a mettere in campo il suo tennis, anzi, ha fatto il possibile seppure in una condizione di grande disagio. Non mi è dispiaciuto il suo atteggiamento. Il ragazzo migliora…». Ma il lavoro continua «Matteo sta imparando a misurarsi con le difficoltà, più propriamente sta imparando ad accettarle. Agli inizi, quando ci siamo conosciuti, era insofferente nei confronti degli episodi negativi. Ora reagisce. Può farlo meglio? Certo, stiamo lavorando per questo, secondo il progetto voluto da coach Santopadre, che ha creato un team su misura per il giocatore». […] Oggi si gioca per restare in corsa. Chi vince ha ancora una chance, chi perde è fuori.

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Berrettini s’inchina al maestro Djokovic (Canevazzi). L’Italtennis ci ricorda il ’76 (Scanagatta). Thiem ancora bestia nera di Sua Maestà Federer (Marcotti). Djokovic spietato. Dura per Berrettini la vita alle Finals (Crivelli)

La rassegna stampa di lunedì 11 novembre 2019

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Berrettini s’inchina al maestro Djokovic (Ruggero Canevazzi, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

(…). L’esordio di Matteo Berrettini alle finali mondiali ATP, l’italiano dal grande servizio (più dritto) subito contro l’uomo con la risposta migliore del mondo, Novak Djokovic, non poteva essere più difficile. E cosi è stato. II campione serbo, oggi n.2 del mondo ma in corsa qui a Londra per vincere questo ATP Masters per la sesta volta e spodestare Rafa Nadal dal trono appena riconquistato, ha dominato Berrettini in 63 minuti, 62 61.

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L’ingresso in campo è stato un mezzo trauma per il ragazzo che 7 mesi fa era ancora n.57 del mondo e oggi è n.8. Batte Djokovic e sono quattro punti a zero. Serve Matteo ed è subito 0-30, dopo uno smash maldestramente affossato in rete. Poi c’è una discreta reazione, ma già sul 2 pari arrivano le prime 2 palle break per Djokovic e Matteo, che già aveva sbagliato 3 facile rovesci (aiutati da astuti cambi di ritmo dell’esperto serbo), sulla seconda caccia in rete un comodo dritto. Un rigore a porta vuota. E’ chiaro che è l’emozione a tradirlo. Da quel momento per Berrettini saranno cinque break consecutivi subiti e un solo game fatto, con la complicità di Novak che sul 4-0 si distrae e gli fa due regali sul 30 pari. «Credo di aver giocato meglio oggi che contro Federer a Wimbledon, ma lui risponde in modo incredibile e giocava davvero bene, muovendosi benissimo. Ho imparato giocando con Federer e con Nadal, sarà così anche dopo questo match», si schermisce timidamente Matteo. Ma il suo miglior avvocato è proprio Djokovic che ricorda il suo primo Masters a Shanghai 2007, da ventenne: «Ero teso. Ero felice d’essere lì, ma l’ambiente era nuovo. Persi tutti e tre i match, con Nadal, Ferrer e Gasquet». Domani Matteo affronterà Federer, sconfitto 75 75 da Thiem in quello che è già uno spareggio per non essere eliminati.

L’Italtennis ci ricorda il ’76 (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Dal 1976, l’anno dei trionfi di Adriano Panatta al Foro Italico e al Roland Garros, e con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli a Santiago per l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia, il nostro tennis non viveva un momento altrettanto magico. Già scritto, ma da ribadire, alla luce degli eventi più recenti. Così riassunti in cinque paragrafi.

1) Matteo Berrettini centra, dalla porta principale, l’ingresso fra i top 8 del mondo e ci sono tutti. Quando Adriano Panatta giocò il Masters del ’75, non c’era Connors, il n.1 per aver vinto i 3 Slam cui potè partecipare. Quando Barazzutti giocò quello del ’78, Borg aveva dato forfait (…)

2) Jannik Sinner vince le Next Gen ATP Finals under 21 pur avendo solo 18 anni e dominando in finale De Minaur n. 18 ATP assai più nettamente di quanto avesse fatto un anno prima Tsitsipas (oggi n.6 Atp) contro lo stesso avversario. Stefan Edberg aveva vinto a Milano il suo primo torneo nel 1984. Idem Roger Federer nel 2001. Edberg aveva 18 anni, Federer 20. Il paragone ci sta.

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Sinner, fresco top-100, ha battuto 4 top 100: Tiafoe 47 (ex 29), Kecmanovic 60 (era 47 il 9 settembre), Ymer 74, De Minaur 18. E’ un fenomeno.

3) Otto italiani nei top 100 a fine anno. Mai successo prima: Berrettini n.8, Fognini 12, Sonego 53, Cecchinato 72, Seppi 73, Travaglia 86, Sinner 95, Caruso 97.

4) Appena eletto (in carica dal 2020) il nuovo presidente dell’ATP, l’italiano Andrea Gaudenzi, 46 anni, ex n.18 ATP e manager di comprovata esperienza.

5) L’Italia ha ottenuto, previa garanzia governativa per 75 milioni di euro, l’organizzazione delle finali ATP a Torino per 5 anni (2021-2025).

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Thiem ancora bestia nera di Sua Maestà Federer (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Due set identici, smarriti sul finale, condannano Roger Federer (…) sorpreso da Dominic Thiem. Il 26enne austriaco si conferma così, una volta di più, la bestia nera del 38enne di Basilea, che ieri sera – (…) ha perso il quinto dei loro sette scontri diretti. Un match che si è risolto in poco più di un’ora e mezzo, giocato male da Federer (alla 17 partecipazione nel torneo dei Maestri) quanto bene da Thiem. Troppi gli errori non forzati, soprattutto di rovescio ma non solo, dell’elvetico, quasi mai in controllo del match, sempre troppo impreciso e incostante, anche col servizio. Già in difficoltà di apertura di match, quando ha subito smarrito il servizio. Il tempo di riscaldarsi, però, e Federer recupera il break, portandosi avanti nel punteggio. Fino all’undicesimo game, che Thiem gioca in maniera impeccabile, strappando il servizio per la seconda volta allo svizzero. Nel game successivo non gli trema la mano, e si aggiudica il parziale.

Nel game successivo non gli trema la mano, e si aggiudica il parziale. Identica l’inerzia dell’incontro nella seconda frazione, dominata dai servizi.

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Si arriva nuovamente in parità all’11° game, e un nuovo passaggio a vuoto è fatale a Federe. Nel gioco successivo il sei volte re delle Finals ha due occasioni per trascinare il match al tie-break ma non le trasforma. Arrendendosi infine all’ennesimo vincente di dritto di Thiem che vince “solo” la sua quarta partita (sei sconfitte) in quattro partecipazioni alle Finals.

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Djokovic spietato. Dura per Berrettini la vita alle Finals (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Lesson two. Con marcata pronuncia londinese. Povero Matteo, quando da queste parti gli capita di incrociare un gigante, finisce sempre bastonato. A Wimbledon a luglio prese una ripassata da Federer in 74 minuti e fece 5 game (in tre set), al debutto alle Finals assaggia i superpoteri di Djokovic e, in un’ora e tre minuti, di game ne racimola appena tre (in due). Ribaltato dalla risposta di Nole, dalle gambe del serbo, dalla sua concentrazione feroce (…). Deve almeno arrivare in finale per coltivare speranze, e dunque si è attrezzato perché le tappe intermedie non gli procurino troppi fastidi.

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Al debuttante non basta un dignitosissimo 71% di prime, perché l’altro gli rimanda indietro tutto e dunque comanda fin da subito lo scambio, peraltro senza regalare nulla (appena 3 gratuiti nel primo set), e quindi può aggredire Matteo, che va presto fuori giri anche con il dritto (18 errori non forzati) e dal 2-2 del primo set subisce 5 break consecutivi.

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Non era il giorno, insomma, per battere la maledizione tutta italiana dell’assenza di vittorie alle Finals (con ieri, siamo a 0 su 7), e dunque la lezione va archiviata in fretta per pensare all’incrocio con Federer, che diventa già un clamoroso dentro o fuori per entrambi (lo svizzero ha perso da Thiem) in una formula che consente comunque di resuscitare dopo il calvario. E Matteo ha già dimostrato che più lo mandi giù, più si tira su: «Nole Ha risposto al servizio come non ho mai visto fare in vita mia. Lo so, vi state chiedendo cosa ci facessi io in campo, ma il problema è che non mi sembra di aver giocato male. Solo che lui è incredibile. Sono sicuro, come è già successo contro Federer e contro Nadal, che imparerò molto da questa sconfitta. Resto ancora fiducioso, ero nervoso ma nel modo giusto: ora resetto e mi concentro sul secondo match».

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