Se Fabio Fognini ha perso l'occasione è perché ha perso di nuovo la testa

Editoriali del Direttore

Se Fabio Fognini ha perso l’occasione è perché ha perso di nuovo la testa

MELBOURNE – All’Australian Open Fabio non stringe la mano all’arbitro e dice: “Non ho nulla da recriminare”. Sbaglia. Opportunità sprecata. Ha regalato 15 punti di fila a Sandgren. Chi ha meritato il primo set? I cattivi consiglieri

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Fabio Fognini ancora una volta è stato il migliore dei nostri, alla tredicesima partecipazione a questo torneo è arrivato ancora una volta al quarto turno, ma non ce l’ha fatta neppure questa volta a qualificarsi per i quarti di finale di uno Slam. Ha detto a fine partita, dopo il 7-6, 6-4, 6-7, 6-4 con il quale ha perso da Tennys Sandgren di non aver nulla da recriminare, nulla da rimpiangere.

Davvero non è il caso di criticare chi in tutti questi anni è stato il tennista italiano più continuo ad alto livello, certamente il migliore dopo l’era Panatta, almeno fino a quando uno tra Berrettini e Sinner non riesca a fare meglio di lui. Arrivare in ottavi a uno Slam, e per la terza volta qui, la settima fra tutti gli Slam, è un exploit che molti pagherebbero per centrare.

Ciò detto, e reso onore al merito, io credo però che questa fosse una partita che lui avrebbe potuto vincere se avesse giocato al meglio delle proprie possibilità. Secondo me non lo ha fatto. Magari un pochino colpa anche delle Dunlop che quando non erano più fresche non riusciva a spingere come il suo più possente e muscoloso avversario, ma qualche palla corta in più quando riusciva a spingere contro la rete di fondo quel “pedalatore” del Tennessee, qualche discesa a rete in più quando l’avversario era in chiara difficoltà, secondo me Fabio avrebbe dovuto metterla in atto. Se non gli sia venuto in mente, se non gli sia stato suggerito…per evitare di fare a pallate da fondocampo, beh non lo so. So che lui ha più talento di Sandgren, ma vedendo la partita questo talento non è emerso che a sprazzi, troppo poco. E se perde la testa e regala 15 punti al suo avversario che è invece rimasto sempre calmo e concentrato…poi se la deve prendere solo con se stesso. Non è stato solo bravo Sandgren, anche se ha giocato meglio di quanto lui – e noi – ci aspettassimo.

 

Ma a questo arrivo dopo. Qui dico che lui poteva essere il quarto italiano a raggiungere i quarti a Melbourne e purtroppo non ce l’ha fatta. Auguriamogli che ci possa riuscire in avvenire, ma senza dimenticare che a maggio compierà 33 anni e… non tutti sono come Federer che gioca 4 ore e 3 minuti venerdì sera contro Millman e poi affronta Fucsovics come se nulla fosse, ci perde il primo set, dopo di che domina secondo, terzo e quarto contro chi aveva superato Shapovalov, Sinner e Paul (il giustiziere di Dimitrov).

Roger Federer – Australian Open 2020 (foto Twitter @AustralianOpen)

Ai quarti qui erano arrivati – fra i tanti azzurri cimentatisi Down Under – solo in tre. Per primo solo l’ambidestro che giocava due dritti, uno per lato, Giorgio De Stefani nel ’35: ma prese 6-0 6-0 6-0 da Fred Perry! Vero che l’inglese è tipo che vinse Wimbledon tre volte di fila proprio in quegli anni (1934-1935-1936) e che il Regno Unito dovette attendere 71 anni e Andy Murray per celebrare un altro proprio vincitore, ma credo che a livello di quarti di Slam quel triplo 6-0 sia uno score che non si sia mai più ripetuto. Il secondo italiano capace di arrivare allo stesso traguardo è stato Nicola Pietrangeli nel ’57. Nicola perse dall’australiano Mal Anderson 9-7 9-7 6-2 (com’erano più belli quei punteggi!).

A quei tempi l’Australia era…più lontana di oggi, nel senso che per arrivarci era dura, durissima. Nel ’35 ci volevano 12 giorni e mezzo, un lungo tratto in treno (tra Italia e Francia), 31 soste e tanta pazienza, ma anche ai tempi di Pietrangeli non era uno scherzo. Ora sulla rotta Londra-Perth bastano 17-18 ore. Tutte ad alta quota. Senza scalo. Nel 1935 l’unico tipo di intrattenimento era l’ascolto di It’s a Long Way to Tipperary in versione corale, canzone non proprio nuovissima, molto famosa tra i soldati della Prima guerra mondiale.

Fra Pietrangeli e Cristiano Caratti ci fu un gap di 34 anni. Nel ’91 Karate Kid, come fu ribattezzato, battè Richard Krajicek (l’olandese classe ’71 che avrebbe fatto semifinale qui nel ’92 e poi vinto Wimbledon nel ’96) in ottavi  per perdere poi nei quarti da Patrick McEnroe. Ricordo bene che Patrick, che continuava a essere presentato come “il fratello di John”, subito dopo la vittoria su Caratti fece quella dichiarazione che venne considerata fra le più simpatiche e spiritose dell’anno in corso: “Perché tutti sembrate così sorpresi? Qual è la novita? In semifinale ci sono i soliti quattro, Becker, Edberg, Lendl e… McEnroe!

Dati a Fabio Fognini i meriti che è giusto riceva, devo ricordare che questa era la settima volta che aveva la chance di agguantare i quarti in uno Slam – la terza qui a Melbourne – ma la sola nella quale è riuscito a trasformare un suo ottavo in un quarto di finale è stata quella del Roland Garros 2011, quando batté lo spagnolo Albert Montanes – guarda caso il più scarso di tutti i sette avversari incontrati in ottavi – al termine di un match a dir poco rocambolesco (a mia memoria davvero unico nel suo svolgimento finale). Leggete qui che cosa scrissi allora

Se siete stati pigri e non avete avuto voglia di aprire il link, beh, in sintesi quel match vide lo spagnolo mangiarsi 5 match point e Fabio vincere da zoppo, metà incrampato e metà stirato (via via che i minuti e i punti passavano il suo stato fisico andava peggiorando). Fabio vinse nonostante 9 falli di piede chiamatigli dai giudici di linea (di cui quattro sulla prima palla del match point per l’avversario e due sulla seconda sull’avant-matchpoint) negli ultimi tre turni di servizio. Alla fine vinse e avrebbe dovuto giocare nei quarti contro Novak Djokovic e invece non potè scendere in campo perché il crampo si era trasformato in uno stiramento. Se lo avesse fatto anche da zoppo sarebbe indirettamente entrato nella storia del tennis, anche perdendo da Djokovic nei quarti.

Infatti Nole, quell’anno, aveva vinto 41 partite consecutive. Una sola vittoria in più e il serbo avrebbe eguagliato il record di 42 vittorie consecutive stabilite da John McEnroe nel suo magico 1984, quando SuperMac perse la sua prima partita dell’anno nella memorabile finale del Roland Garros con Ivan Lendl. E tutti avrebbero ricordato che Djokovic aveva eguagliato McEnroe battendo Fabio Fognini. Ma quel match non si giocò, la vittoria di Djokovic per ritiro non contò per la striscia e Nole perse in semifinale contro Federer interrompendola. Qui potete trovare le strisce vittoriose più lunghe da quella di Vilas, 46 nel ’77 (interrotta da Nastase a Aix En provence che lo battè con la racchetta “Spaghetti” con doppia cordatura che fu poi decretata illegale…), a quella di McEnroe con 42, mentre Federer ne può vantare una di 41 successi di fila colti fra il 2006 e il 2007. Borg ne vinse 43 i fila nel ’78, Lendl 44 fra ‘1981 e 1982. Se ai 41 successi di Novak del 2011 aggiungiamo anche le due vittorie nei singolari di Davis del 2010 – il momento che lui ha sempre dichiarato essere quello della svolta – il conto sale a 43.

Ma torniamo a Fognini. Qualche lettore ha contestato l’assunto che questa fosse un’occasione, un’opportunità per Fognini, soltanto per il fatto che ci aveva perso già a Wimbledon – in quella famosa partita al termine della quale Fabio aveva auspicato che qualcuno bombardasse l’All England Club perché il suo match era stato programmato sul campo 14 anziché su uno show court – e anche che Sandgren, a dispetto del suo ranking ATP, n.100, a) aveva battuto Berrettini 7-5 al quinto (dopo aver annullato 3 palle break per il 5-3 nel quinto a Matteo) b) infine anche perché era già approdato qui ai quarti di finale nel 2018. A quei lettori rispondo: premesso che nel tennis so benissimo che match facili non esistono e che può capitare – come è capitato – che Sandgren giochi un’ottima partita, e altresì premesso che Sandgren è certamente un giocatore migliore del suo ranking – è stato più volte scritto e non solo dal sottoscritto – resta il fatto che a luglio l’americano del Tennesse compierà 29 anni e che il suo best ranking fino a oggi è stato n.41.

Tennys Sandgren – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Così come resta il fatto che Fabio pochi mesi fa era un top-ten e oggi è n.12 del mondo. Ciò non gli garantiva la vittoria a tavolino, ci mancherebbe!, – tant’è che ha perso in 4 set – però il favorito era lui, per tutti…E quindi questa era una sacrosanta opportunità. Più favorevole di quelle avute con gli altri sei tennisti decisamente più forti. Che poi Fabio dica che il primo set lo doveva vincere lui perchè lui ha avuto cinque palle break e Sandgren nessuna…beh, purtroppo non significa nulla. Nel tennis conta fare i punti importanti. E anche se al tie-break i due sono arrivati con Sandgren che aveva ceduto 14 punti nei propri sei turni di battuta e Fognini appena 5, una volta approdati al tie-break conta chi lo vince. Fabio, dopo quei soli 5 punti persi in 6 turni di battuta, ne ha però ceduti 3 nel tie-break: il secondo e il terzo punto (infatti è andato sotto 3-0 e poi 4-0) e poi sul 5 pari – quando l’arbitro gli ha inflitto un warning per time violation – ne ha perso un terzo subendo un attacco e una volée incrociata di Sandgren. Tre mini-break subiti in un tie-break spesso sono decisivi.

Di certo una chiamata di fallo di piede lo aveva vieppiù innervosito, ma si sa che Fabio ogni tanto si distrae e il fallo di piede lo fa. Non è che tutti i giudici di linea del mondo ce l’abbiano con lui. Sul primo setpoint per Sandgren c’è stato uno scambio e Fabio ha sbagliato per primo: un dritto out. Allora lì Fabio, furibondo, ha pensato che fosse il caso di discutere con l’arbitro francese Damien Dumusois.

Che cosa gli rimproverasse e anche che cosa gli abbia detto precisamente non sono in grado – né io né tutti i presenti alla sua conferenza stampa – di saperlo e dirvelo perché quando Fabio è venuto in sala stampa dapprima ai colleghi inglesi ha detto che non voleva parlare dell’episodio. Poi a noi italiani – anche quelli di Ubitennis, gioco forza muti nella piena indifferenza assolutoria del media manager dell’ATP Nicola Arzani il quale una volta tempo fa ha detto a Vanni Gibertini: “Ma perché non gli fate domande?” quasi che vivesse sulla luna dato che sa benissimo come alle nostre domande Fabio o non risponde, o la fa a monosillabi quando non replica dicendo “Questa è una domanda stupida, questa è una domanda del cavolo… – ha invece detto testualmente: “Non voglio fare la vittima, non lo sono. Purtroppo è successo quel che è successo. Oggi ho ragione al 110 per cento. Magari (l’altro giorno) con Bernardes ho usato parole che non avrei dovuto usare, ma oggi il giudice arbitro ha cagato fuori dal vaso! Non gli ho stretto la mano perché non merita rispetto, per quello che ha fatto e per come si è comportato. Per il resto sono tranquillo, ho dato tutto, abbiamo giocato intorno a 3 ore e mezzo, non ho nulla da recriminare. Meritavo il primo, potevo essere due set a uno sopra, ma con il senno di poi…non si va da nessuna parte. Ho perso quattro set molto molto molto combattuti, sono comunque contento della prestazione di questa settimana e nulla di più…Oggi ho preso di tutto, time violation, warning, penalty point…– si interrompe e aggiunge (lo ripeterà tre volte)- ma la multa che ho preso, che mi verrà data, la voglio dare agli australiani per solidarietà alle vittime degli incendi…Lui ha giocato in modo pazzesco, io non ho nulla da recriminare – ripete per l’ennesima volta – il primo set meritavo io, il secondo è andato a quel modo, il terzo l’ho vinto dominando il tie-break. Nel quarto avrò fatto due punti sui suoi servizi (5 in realtà…), ogni volta che batteva faceva 1 ace/barra due… che potevo fare di più ? Sull’ultimo game neanche se va a Lourdes e si mette nella vasca da bagno per una settimana rigioca così. Bisogna dirgli bravo, è quel che gli ho detto a fine partita. Non potevo fare di più, ci ho messo le mani, non è bastato”.

Ipse dixit. Quanto a me voglio ricordare i precedenti sei duelli persi da Fabio negli ottavi di Slam: due al Roland Garros con Cilic 2018 e Zverev 2019. Due anche all’Australian Open con Djokovic 2014 e Berdych 2018 prima di oggi con Sandgren. Una all’US Open con Feliciano Lopez dopo che aveva rimontato al terzo turno 2 set di handicap a Rafa Nadal. Ecco, quando si è parlato di grande occasione per Fabio, ci si è tutti riferiti a questi precedenti. Forse soltanto Feliciano Lopez era un giocatore battibile quasi quanto Sandgren, sulla carta. Ma il best ranking di Lopez è stato 12, non 41, è tennista che ha vinto 7 tornei in 18 finali. Ecco perché in questo caso era più che giusto parlare di occasione, di opportunità.

Nel confronto indiretto contro Sandgren – questo sì che conta poco perché nel tennis la proprietà transitiva non esiste – è uscito meglio Berrettini, che ha avuto 3 palle break per il 5-3 nel quinto, piuttosto che Fognini che ha perso in 4 set senza avere mai chance nel quarto di breakkarlo. Ma la verità è che Fabio ha perso 15 punti di fila, fra chiusura di primo set e fino a quasi il 4-0 al secondo, perché ha perso la testa. E questo ai veri campioni con…(appunto) la testa sulla spalle, non succede. Non si può regalare un set e mezzo per episodi del genere. Ok, l’arbitro ti ha dato un warning ingiusto? Ti calmi, ti metti lì, cerchi di dimenticare, ti concentri sul prossimo punto, eviti di metterti a discutere con l’arbitro. Anche se sei convinto che lui abbia sbagliato ad ammonirti. Anche se hai ragione.Hai 32 anni e mezzo, tanta esperienza alle spalle, che senso ha sbroccare? 

Invece ha perso talmente la testa che dopo quei due punti che hanno deciso negativamente il tie-break del primo set, che lui riteneva di aver meritato di vincere, ha perso in un batter d’occhio i quattro punti a fila del game di servizio che ha aperto il secondo set. E allora per la rabbia della presunta ingiustizia subita non ci ha visto più e si è strappato platealmente la maglietta (Chissà quanto sarà stato contento Giorgio Armani e il suo staff…). Riguardo all’ingiustizia di quel provvedimento prima o poi ne conosceremo i risvolti. Io ho sentito solo un discorso relativo a un asciugamano e a una raccattapalle… ma non ho capito se sia stata la tardiva consegna dell’asciugamano a fare prendere a Fognini la prima ammonizione per time violation. Se lui invece di quest’atteggiamento francamente sciocco parlasse e spiegasse – se non a Ubitennis almeno a qualcuno – che cosa è successo esattamente, non rischieremmo di essere imprecisi e di arrampicarci sugli specchi.

Ma anche sul fatto che il primo set avrebbe meritato di aggiudicarselo lui, beh sono d’accordo fino a un certo punto. Ricordo una volta che Edberg ebbe 14 palle break contro Chang e perse il set. Mi pare si accaduto a Parigi. Era stato bravo Chang. E magari meno bravo Edberg. Nessuno sentì dire a Edberg che era lui che avrebbe meritato di vincere il set. Nel tennis accadono situazioni analoghe quasi tutti i giorni. E chi annulla le pallebreak è quantomeno bravo come colui che se le procura. Sampras, con il servizio che aveva, ne annullava a caterve, idem Ivanisevic. E anche Sandgren serve bene. Ha i suoi meriti se riesce ad annullarle.

Qualcuno osserverà poi che in fondo Fognini era riuscito a recuperare da 0-4 a 4 pari nel secondo set. Fabio è addirittura passato a condurre, vinti 5 game di fila, per 5-4. Ma quasi sempre questi sforzi si pagano. Quante volte si assiste a grandi rimonte e poi, nel momento in cui il giocatore che rimonta riesce a raggiungere l’avversario, si ammoscia, vive un momento di appagamento, perde l’adrenalina che lo aveva spinto a rimontare e molla quel tanto che basta per vanificare la propria rimonta. L’ho visto accadere innumerevoli volte. Ed è successo anche a Fognini: sul 5 pari di quel secondo set miracolosamente rimesso in discussione Fabio ha perso il servizio a 15 e si è ritrovato sotto due set a zero. Pagava lo stress della rimonta per un set quasi perso. Uno dice a stesso: “Uffa ce l’ho fatta” e in quel momento è fregato.

Quel che ha poi detto e ribadito Fabio “avrei dovuto essere avanti due set a uno” è privo di fondamento. Non è che le cinque pallembreak del primo set le ha regalate lui (e anche se fosse…). Gliele ha annullate Sandgren. Quindi, ribadisco, è sbagliato dire che quel set l’americano non se l’era meritato solo perché Fabio aveva avuto 5 palle break e lui nessuna. Ci sta. Ma quando si arriva al tie-break chi lo vince ha meritato il set. Il resto sono chiacchiere.

Il punto è un altro. Cui Fabio dicendo “non ho nulla da recriminare” non accenna. A questi livelli, anche con l’avversario che è n.100 del mondo – e soprattutto se sul cemento vale assai di più – non ci si può permettere di regalare un set e mezzo (gli ultimi due punti del primo e i successivi 13) game dopo game senza giocare. Ai primissimi tennisti del mondo non succede. E se succedesse anche una sola volta se ne renderebbero conto e non gli succederebbe più. Personalmente sono convinto che se a Fabio, fin da piccolo, qualcuno in casa sua e fra i suoi primi tecnici, gli avesse fatto capire fin dall’inizio queste cose, questo tipo di comportamenti – mi dicono che con Roger Federer è stato necessario farlo e i risultati poi si sono visti- forse Fabio sarebbe cresciuto con una testa diversa.  Forse, manca la controprova, lo so.

Ma io penso che invece probabilmente gli hanno dato troppo spesso ragione – magari non sempre – probabilmente per non contraddirlo, o anche più semplicemente per il “vivi e lascia vivere”, quando non per interesse da parte di chi parzialmente dipendeva da lui. E questo atteggiamento compiacente che su un ragazzino poteva essere costruttivo ha prodotto danni irreparabili. Perché con il talento naturale che Fabio ha i suoi già eccellenti risultati avrebbero potuto essere assolutamente ancora più straordinari.

Ma voi pensate, in tutta onestà,  che un Barazzutti, un Binaghi, un Palmieri, un Milan, un Ricci Bitti – tutti federales – domani si sognino di dire a Fognini :“Guarda che sbagli qui, guarda che hai sbagliato qua, guarda che dovresti fare così? Guarda che – e questo è solo un piccolissimo esempio del tutto marginale eppur tuttavia significativo– il fatto che un atleta non parli con alcuni giornalisti che raccontano da 15 anni le tue partite, belle e meno belle da tutto il mondo, che pubblicano centinaia di tue foto in cui compaiono i loghi dei tuoi sponsor che finanziano la tua attività non dovrebbe esistere. Non danneggi loro, danneggi te stesso e la tua immagine. Anche se tu li avessi fortemente sulla scatole, caro Fabio sbagli?” Macchè, figurarsi se pensano a dirlo. Anzi lo inciteranno a continuare a farlo. Si congratuleranno con lui. E allora, attorniato da gente così, come potevate illudervi che un ragazzino potesse cambiare, crescere, maturare?

Fabio Fognini – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

P.S. Questo mio editoriale può apparire inopportuno nel momento in cui Fabio Fognini ha comunque raggiunto un ottimo risultato, con gli ottavi a Melbourne. E di cui tutti noi tifosi del tennis italiano dobbiamo essergli grati, così come per tutta la sua stupenda carriera. Ma la consapevolezza che accanto a lui non ci sia chi cerchi di dirgli che le cose non stanno come evidentemente le vede e le racconta lui, mi ha spinto a scrivere quel che ho scritto, pur sapendo benissimo che certo non verrà condiviso da molti, e non solo dai suoi fan. Ma poichè personalmente ne sono convinto non vedo perchè dovrei temere di esprimere una mia opinione.

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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