Sinner! Jannik, la scalata è ripartita (Cocchi). Sinner da veterano. Sempre più in alto! (Semeraro). Sinner, prima vittoria contro un Top-10 (Barana)

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Sinner! Jannik, la scalata è ripartita (Cocchi). Sinner da veterano. Sempre più in alto! (Semeraro). Sinner, prima vittoria contro un Top-10 (Barana)

La rassegna stampa di venerdì 14 febbraio 2020

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Sinner! Jannik, la scalata è ripartita (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Gli avevano già dato del fuoco di paglia. Del talento sbocciato troppo presto e quindi già schiacciato dalla pressione. Jannik Sinner, pertò non se ne e mai curato troppo, continuando a lavorare con fiducia insieme al coach Riccardo Piatti, che lo cresce da quando aveva 13 anni. E ha fatto bene, perché ieri a Rotterdam Jannik si e mangiato David Goffin in un sol boccone, 7-6 7-5, centrando la prima vittoria contro un top 10 e conquistando per la prima volta i quarti di finale in un Atp 500. Con il successo di ieri si e arrampicato fino al numero 68 virtuale, con la possibilità di migliorare ancora oggi, se dovesse ripetersi con Pablo Carreno Busta e conquistare un posto in semifinale. Un match difficile ma non impossibile contro un avversario che non ha iniziato molto bene la stagione ma comunque esperto e pericoloso. Intanto Sinner si gode una vittoria speciale, di quelle che segnano la carriera di un giocatore e danno la misura di quanto un talento sia in crescita. Il primo successo contro un giocatore che sta tra i primi 10 al mondo e un po’ come il primo esame importante passato all’università. […] La prestazione del 18enne italiano ha lasciato a bocca aperta anche l’ex numero 1 Evgeny Kafelnikov, che ha twittato entusiasta: «Vedendo il gioco di Sinner, ho la ferma convinzione che finalmente dopo tanti anni potremo avere un 19enne che chiude l’anno tra i primi 10 al mondo». Jannik invece mantiene la calma, senza esaltarsi: «Non e stato facile per niente – ha detto dopo la partita —, David è molto forte, corre tantissimo, quando pensi di aver fatto un vincente lui arriva e te la manda indietro. Certo, la prima vittoria contro un top 10 e importante, ma cerco di considerarla come un match qualunque, senza montarmi la testa». La prestazione di Rotterdam e figlia del «metodo Piatti», quello delle sconfitte che aiutano a crescere. Dopo un inizio di stagione difficile, con gli stop di Canberra contro Ruusuvuori e l’uscita all’esordio di Auckland contro Paire, Sinner aveva chiesto al coach di tornare sui Challenger. Proposta respinta: «Jannik deve capire — spiega Piatti—, che il suo livello ormai è questo. In allenamento in Australia ha fatto un set pari con Federer, ha perso al tie break un set con Nadal. Ovvio che l’intensità è diversa, ma dobbiamo continuare a confrontarci con questi campioni, senza ripercorrere strade già conosciute».

Sinner da veterano. Sempre più in alto! (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Tre indizi fanno una prova? Allora eccoli. Primo: Jannik Sinner a Rotterdam ha battuto il primo top-10 della sua carriera, David Goffin, e lo ha fatto splendidamente (7-5 7-6), con il braccio e con la testa, da veterano, guadagnandosi anche il primo quarto di finale in un Masters 500 della sua carriera. E ha solo 18 anni e 5 mesi. Secondo: per vedere il posato, mite, educatissimo elfo belga Goffin urlare al pubblico e tirare una pallina in tribuna, beccandosi anche un warning, ce ne vuole. Significa che David proprio non sapeva a che santo tennistico votarsi. Si chiama frustrazione. Terzo, ascoltate il commento dell’ex numero 1 del mondo Evgheny Kafelnikov, diramato urbi et web via Twitter: «Dopo aver visto giocare Jannik Sinner oggi, credo fortemente che per la prima volta in trent’anni vedremo un diciannovenne finire l’anno fra i migliori dieci del mondo». Kafelnikov esagera un po’ – dimenticandosi a esempio di due tipetti precoci come Nadal e Hewitt – ma insomma ci siamo capiti. Chi aveva alzato il sopracciglio dopo la sconfitta di Jan il rosso a Melbourne contro Fucsovics e a Montpellier contro Ymer – e prima ancora contro Paire ad Auckland e Ruusuvuori nel Challenger di Bendigo, può tranquillizzarsi. Il ragazzo c’è, eccome. Tenere il ritmo del geometra Goffin da fondo, e spesso spaccare lo scambio con vincenti fulminanti – 27 in totale – non è da tutti, e neppure prendersi due set in volata, usando i nervi, oltre al rovescio, come arma vincente. «Mi sento alla grande – dice Sinner – perché giocare contro di lui non è semplice. E’ solidissimo, nel corso del match ti costringe a fare tante cose diverse, quindi per fare punto devi cambiare ritmo o provare a piazzare un vincente. Può sembrare una vittoria come le altre ma a volte giochi dei match meglio di altri. Alla fine è tutta questione di mettersi alla prova e capire a che punto sei». Il punto, provvisorio, parla del numero 68 nel ranking virtuale, e di un quarto da giocare contro Pablo Carreno Busta, 28 anni, altro ex top-10. «Non lo conosco, chiederò a Riccardo, mi darà lui consigli giusti su come affrontarlo,ma so che non sarà affatto facile. Qui ha battuto Roberto Batista Agut, mi aspetto una partita dura». […]

Sinner, prima vittoria contro un Top-10 (Francesco Barana, Corriere dell’Alto Adige)

Lo scalpo più bello. Jannik Sinner meraviglia l’Ahoy Arena di Rotterdam: elimina David Goffin e a soli 18 anni torna a collezionare precoci prime volte. Quella di ieri contro il belga, numero 10 del mondo, è la sua prima vittoria in carriera contro un Top ten, e per la prima volta Jannik accede a un quarto di finale di un Atp 500. Oggi se la vedrà con lo spagnolo Pablo Carreno Busta (30 Atp). Quello che è già nero su bianco è la nuova impresa del pusterese, che griffa un successo da copertina in due set (7-6, 7-5) e due ore di gioco di una bellissima (ed equilibrata) partita con tanti game ai vantaggi (soprattutto nella prima frazione), break di Goffin e immediati controbreak di Sinner in avvio dei due set e 11 palle break salvate (6 Sinner e 5 Goffin). La differenza l’hanno fatta i dettagli: Sinner, nel primo set, dopo aver salvato tre volte il suo servizio sul 3-3 e perso due opportunità di avanzare sul 5-3 nel game successivo, ha sprigionato colpi da cineteca al tie-break. Dal 2-2 del secondo set ha invece preso il comando — sostenuto anche da un 70% di prime di servizio (65% il dato complessivo) — e ha «finito» Goffin sul 5-5, piazzando l’allungo decisivo. Forse il più bel Sinner mai visto, anche superiore a quello che a ottobre schiantò Monfils (allora 13 del mondo) ad Anversa e il mese dopo il 16 Atp De Minaur alle Next Gen Finals di Milano. […]. Da 79 del mondo, in attesa del risultato odierno con Carreno Busta, è già certo di salire lunedì almeno alla 65^-68^ posizione. Sul cemento indoor della città olandese lo si è visto anche più sciolto fisicamente (segno che sta smaltendo i carichi invernali), di conseguenza più facilitato nell’esprimere il suo repertorio da fondo campo: palla pesante, anticipi e il solito rovescio bimane chirurgico. Con, in aggiunta, qualche variazione in più di slice e un gioco a rete in miglioramento. […]

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Pure Wimbledon sarà cancellato. Domani arriva l’ufficialità (Crivelli). Albania, per ringraziarti ospiterò i tuoi tennisti (Piatti). Il sogno di Andrea Pellegrino: “Portare il mio tennis agli Australian Open” (Caputi)

La rassegna stampa di martedì 31 marzo 2020

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Pure Wimbledon sarà cancellato. Domani arriva l’ufficialità (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Solo le due guerre mondiali avevano fermato Wimbledon, tra il 1915 e il 1918 e tra il 1940 e il 1945. Questa volta ci riuscirà il coronavirus. La rivelazione è di Dirk Hordorff, vicepresidente della Federtennis tedesca, che in alcune interviste ha anticipato quella che domani, al termine di una riunione del consiglio dell’Aeltc che organizza lo Slam londinese, sarà la decisione definitiva: il torneo 2020 (29 giugno-12 luglio) verrà cancellato. Ecco le parole del dirigente: «Le decisioni necessarie sono già state prese e Wimbledon sceglierà di annullare tutto. Non ci sono dubbi. Ciò è necessario nella situazione attuale, non è realistico immaginare il torneo con restrizioni di viaggio». Gli altri appuntamenti sull’erba, da Halle in poi, stanno solo aspettando l’ufficialità dei Championships per comunicare a loro volta la cancellazione, spostando molto più in là la data del 7 giugno fissata dall’Atp e dalla Wta per un’eventuale ripresa della stagione. La settimana scorsa gli organizzatori di Wimbledon avevano annunciato di monitorare la situazione, escludendo però la possibilità di giocare a porte chiuse. Anche un rinvio, evidentemente, è stato considerato irrealizzabile, per la particolarità della superficie: ad agosto, o addirittura più tardi, l’umidità sarebbe un nemico insormontabile per l’erba. Secondo Hordorff, la speranza è quella che si possa ricominciare a giocare a inizio settembre con qualche torneo di preparazione e con le priorità indicate da Andrea Gaudenzi, presidente Atp: precedenza agli Slam, poi ai Masters 1000 (c’è anche Roma) e poi tutto il resto […] mentre la decisione unilaterale del Roland Garros di disputarsi tra il 20 settembre e il 4 ottobre sta provocando la rivolta degli altri Major, dell’Atp e della Wta, lasciando isolata Parigi. Anzi, Hordorff è molto netto in merito. «Sicuramente il Roland Garros non si giocherà nei giorni scelti da loro: il modo di agire è stato inaccettabile. Wimbledon e lo Us Open si sono uniti all’Atp per fare un comunicato comune contro l’iniziativa presa dai francesi. Non c’è nulla contro Parigi, che è un torneo molto importante. Se c’è una possibilità che si possa giocare, saremo tutti contenti. Ma se tutti cominciano ad agire in questo modo, il tennis è morto». L’Atp è andata anche oltre, comunicando ufficialmente alla federazione francese che se darà seguito alla sua decisione, toglierà i punti al torneo di quest’anno e anche a quello dell’anno prossimo […]

L’intervento – Albania, per ringraziarti ospiterò i tuoi tennisti (Riccardo Piatti, Gazzetta dello Sport)

Anche io, come tanti, ho ascoltato con attenzione il discorso del primo ministro albanese Edi Rama. Parole importanti, piene di significato e di sincerità. Piene di riconoscenza, un sentimento sempre più raro nel mondo […] Ecco per questo ho pensato che appena tutto questo disastro, questa pandemia sarà finita, e il tennis potrà finalmente ripartire mi piacerebbe molto contattare la federazione albanese e invitare qualche ragazzo ad allenarsi da noi. Mi farebbe piacere, nel mio piccolo, ricambiare l’appoggio che il popolo albanese ci ha offerto. Perché ricordarsi il bene che qualcuno ti ha fatto è una cosa importante. L’Albania si è ricordata di noi e di quando abbiamo aiutato un popolo in difficoltà, e mi ha colpito perché noi italiani siamo sempre considerati meno di quello valiamo […] In questo momento, per tutti noi, è importante ritrovare il valore della fratellanza, della riconoscenza. Anche nello sport […] Proprio per la passione che mi anima ho pensato di aiutare qualche giovane tennista albanese alla Piatti Tennis Academy. Perché è quello che so fare e che posso fare. Era da qualche tempo che l’Italia si stava risollevando anche nel tennis, stavamo tornando grandi guadagnandoci il rispetto e l’attenzione che meritavamo, ma è arrivato questo virus a bloccare tutto. A imporci di fermarti e riflettere anche sui rapporti umani. E dare un aiuto a chi può avere bisogno penso sia una piccola, ma significativa goccia nell’oceano. Anche Jannik Sinner, che ha sentito questa mia idea è stato d’accordo. Lui è un ragazzo splendido, che ha un fratello adottivo e che quindi capisce molto bene il valore dell’accoglienza. Dobbiamo stare uniti, riscoprire la fratellanza e l’unità anche in questo periodo in cui siamo costretti a restare distanti. E noi italiani dobbiamo essere orgogliosi di quello che stiamo facendo per combattere la pandemia. Questo è un momento che ci ha colto impreparati, soprattutto a livello umano, dobbiamo avere fede e pian piano tutto si sistemerà.

Il sogno di Andrea Pellegrino: “Portare il mio tennis agli Australian Open” (Pasquale Caputi, Corriere del Mezzogiorno Puglia e Matera)

[…] Andrea Pellegrino, 23enne di Bisceglie e numero 341 del mondo, è un ragazzo che può far strada […] Andrea Pellegrino, poteva essere il periodo giusto per il salto in classifica. «In realtà non penso che la pausa condizioni il mio processo di crescita. Perderò mesi di tornei e partite, ma il mio percorso continua. Sto cercando di mantenermi in forma. Quando riprenderemo, sarò prontissimo». Riesce ad allenarsi a casa? «Cerco di fare il massimo per ciò che si può in casa. Hanno stoppato i tornei fino a giugno. Non c’è molta fretta e non possiamo fare che così». Come stava andando la stagione? «Si può dire che non fosse neanche partita. Avevo disputato sei o sette tornei e complessivamente credo potesse andare meglio. Ero convinto di far meglio nei mesi a seguire. Invece dovremo ricominciare». Si può fare un minimo di programmazione? «Credo sia impossibile. Hanno pensato di riprendere a giugno, ma secondo me sposteranno ancora più in là. Si parla addirittura di cancellazione dei tornei di luglio. Credo sarà necessario un mesetto di preparazione». Qual è il suo obiettivo? «Entro fine anno vorrei riuscire a raggiungere la posizione di classifica necessaria per prender parte agli Australian Open». Qual è stato finora il momento migliore della sua carriera? «Sicuramente quando ho vinto il primo torneo Future nel 2016 (a Casinalbo, ndr). E poi quando sono sceso in campo per le qualificazioni al Foro Italico. Indimenticabile anche la vittoria del primo torneo in doppio al challenger di Caltanissetta assieme a Gaio nel 2018». Pensa che il suo cammino stia rispettando le attese? «Forse sta andando un po’ più a rilento del previsto, ma sono convinto di ciò che faccio. Ognuno penso abbia il suo tempo per emergere. Non è una cosa che puoi controllare e che dipende solo da te». […] Milita nell’Angiulli Bari. Cosa rappresenta questa società per lei? «Lì ha avuto inizio la mia crescita, mi sono allenato, ho disputato la serie A e tutti sono sempre stati gentilissimi con me. Abbiamo trascorso grandi esperienze ed emozioni. Mi sono sempre divertito molto e, anche se ora mi alleno a Roma, con l’Angiulli continuo a divertirmi» […]

 

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Intervista a Raymond Moore: “Cancelliamo sei mesi per far ripartire il tennis” (Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 30 marzo 2020

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Raymond Moore: “Cancelliamo sei mesi per far ripartire il tennis” (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Raymond `Ray Moore’ da giocatore è stato numero 34 del mondo, ha vinto due tornei pro e nel 1974 anche la Coppa Davis con il Sud Africa. Quell’anno fra l’altro a Johannesburg superò Adriano Panatta nel match decisivo della semifinale. Appesa la racchetta al chiodo – e tagliata la chioma un po’ hippy che lo rendeva riconoscibile ovunque – è diventato un organizzatore di successo. E’ stato uno dei fondatori del Masters 1000 di Indian Wells, di cui per un decennio è stato direttore, fino a quando è stato costretto a fare un passo indietro per una frase infelice sul tennis femminile, rimanendo comunque l’uomo chiave del torneo.

Master Moore, ci racconta le ore della cancellazione? «Siamo stati i primi a decidere di farlo, e non è stato facile. Abbiamo dovuto prendere la decisione a meno di 24 ore dall’inizio. I biglietti erano già sold out, i tennisti erano tutti qui, ci aspettava un’edizione fantastica. Poi ho ricevuto una telefonata dalle autorità mediche che mi dicevano che c’erano stati dei casi di coronavirus in ospedale, a pochi chilometri dallo stadio, che ce ne sarebbero stati altri e che giocare era pericoloso. E’ stata una decisione che ci ha colpiti nei senti mend. Ma abbiamo capito, e ne siamo venuti fuori. Abbiamo rinegoziato tutti i contratti con le tv, gli hotel, gli sponsor e ci prepariamo a un torneo ancora più bello l’anno prossimo».

 

Come vede II futuro del circuito a breve termine? «Non penso che nessun torneo sarà giocato fino a Wimbledon, e che forse Wimbledon stesso sarà cancellato. (…)

Meglio cancellare tutto, o tentare dl riprogrammare? «E’ una situazione senza precedenti, e che cambia ogni settimana E’ molto, molto difficile riprogrammare tutti questi tornei. Per un tennista è dura cambiare continente e superficie settimana dopo settimana. Secondo me dovremmo dimenticarci dei primi sei mesi della stagione, giocare quello che resta così come è, e ricominciare dal primo gennaio 2021. (…)

Cosa pensa della scelta del Roland Garros di spostarsi a settembre senza avvertire? «Penso che sia folle. A fine settembre, una settimana dopo gli Us Open, non c’è nessun altro torneo su terra battuta. Fra l’altro in quel periodo sono previsti dei tornei in Asia, spostarsi senza consultarsi non è stato corretto. (…).

Anche Roma sta pensando dl spostarsi in ottobre, o addirittura più avanti e al coperto. «Per me non ha senso. Gli Internazionali d’Italia sono un torneo outdoor di grande tradizione, non puoi prenderli e traslocarli altrove, per giunta indoor. Esprimo una convinzione personale, ma per me la Federazione Italiana dovrebbe accettare la situazione, prendersi sei-otto mesi di tempo e pensare a organizzare un grande torneo l’anno prossimo».

Si parta di Wimbledon in agosto nelle date liberate dalle Olimpiadi. «E’ la stessa cosa. Pensare di giocare Wimbledon in agosto, come gli Us Open, e subito dopo il Roland Garros, per me è una follia». (…).

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Wimbledon viaggia verso la resa (Semeraro). I duelli di John McEnroe con Borg e con il mondo (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 29 marzo 2020

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Wimbledon viaggia verso la resa (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

La prossima settimana, molto probabilmente, Wimbledon deciderà di annullare i suoi Championships. Una scelta dolorosa, visto che dal 1877 in avanti il Torneo si è fermato solo in occasione delle due Guerre Mondiali. L’11 ottobre 1940 una squadriglia di bombardieri tedeschi sganciò anche cinque bombe sull’impianto, sfondando il tetto. Nessuno immaginava che il prossimo pericolo sarebbe stata una bomba batteriologica. Una riunione di emergenza del Committee più famoso del mondo è stata annunciata qualche giorno fa, le alternative alla cancellazione scarseggiano. A rischio, dopo la stagione sulla terra, in realtà è tutta quella sull’erba, con l’aggravante che mentre il rosso può sperare di recuperare in autunno (il Roland Garros ha già deciso di partire il 20 settembre), il verde ha una finestra molto stretta. «Al momento – hanno spiegato dall’All England Club – in base ai consigli che ci vengono dalle autorità sanitarie, la finestra molto limitata in cui potremmo organizzare The Championship a causa della natura della superficie suggerisce che un rinvio non sarebbe privo di difficoltà». Tradotto dal “wimbledonese”, una dichiarazione di resa quasi certa. «Non so di quanto potrebbero rinviarlo – ha spiegato Andy Murray, che quest’anno sognava di dare un addio in grande stile sul Centre Court – Ci sono le esigenze di altri tornei da considerare e molte altre cose, come le ore di luce disponibili, che calano ogni giorno». […]

I duelli di John McEnroe con Borg e con il mondo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Comprava Picasso e Renoir. Aveva solo ventun anni. E non era ancora John McEnroe. Entità suprema, già allora, negli anni Ottanta. Ed erano solo gli inizi. Una divinità magrolina e in costante trambusto con se stessa, ma con pretese artistiche rivolte a tutto il mondo. E investimenti mirati. Pierre-Auguste Renoir era il preferito. Soldi spesi bene, i primi vinti agli Us Open. E una visione dell’arte che coincideva con la sua. Applicabile al tennis. L’obiettivo tennistico di John era raffigurare qualcosa d’indescrivibile. Un’esperienza tennistica non ripetibile. Chiusa dentro di lui ed estinta con il suo ritiro. Molti anni dopo, nel 1992. Sempre che non fosse spuntato, da qualche parte, un suo uguale. Ma non è mai successo. […] «Oggi non si lascia niente al caso, tutto è computerizzato, studiato, dall’allenamento tecnico a quello fisico, dall’alimentazione agli schemi, alla programmazione dei punti e del rendimento», ebbe a dire anni dopo. «Ma non c’è più fantasia, non c’è personalità. E il tennis ne soffre. Anche quando arrivai io sembrava che tutti avessero il collo della camicia inamidato. Reagii tirando fuori la mia personalità. Chissà se fra un po’ arriverà qualcun altro, magari con idee diverse, ma in grado di fare altrettanto». Un campione senza eredi. Tanto più che qualcuno è arrivato, alla fine, a riempire il nostro sport della personalità che serviva, per quanto diversa da quella di McEnroe. Federer, poi Nadal. E John è stato uno dei cantori in diretta delle loro gesta, riconoscendone i meriti e i talenti infiniti. Lui che quella parola, talento, se l’era giocata come un dardo per trapassare la logica impenetrabile di Ivan Lendl, il nemico insopportabile della seconda metà del suo mandato agonistico. «Ho più talento io nel mignolo della mia mano, di quanto ne abbia Lendl in tutto il suo corpo». Sul campo vinceva Ivan, 21 a 15. In quel 1980 reso indimenticabile da un tie break di 34 punti uno più bello dell’altro, che avvicinò di molto McEnroe al concetto stesso di imbattibilità, rappresentato in quegli anni da Borg e dalle sue cinque vittorie filate ai Championships, in molti collocano l’avvio dell’Era McEnroe. […] L’immagine della perfezione era ancora lontana da quel tipetto esile e incazzoso che nel breve volgere di pochi secondi strappava applausi e faceva raggrinzire la pelle degli spettatori per le frasi che gli uscivano dalla bocca. Borg, se non altro, ne dava un’interpretazione più solida. Quella di una perfezione bionda e distaccata dagli umani affanni. Una perfezione svedese. Il 1980 quasi perfetto di Borg finì per trasmettere a McEnroe una sensazione d’incompiutezza che poco lo fece esultare per l’avvenuta conquista del numero uno. L’altro aveva ancora una marcia in più. Così sembrava… Era stato sconfitto per la prima volta in esibizione a Dusseldorf, Coppa delle Nazioni, ma per il primo k.o. nel circuito fu necessario attendere agosto, la Rogers Cup a Toronto. E per ritiro. Eppure, quella corsa a due, spalla a spalla, finì per consumare lo svedese, per primo. Aveva tanto più da perdere, Bjorn, ma fece fatica soprattutto a rendersi conto che un rivale lo avesse ormai appaiato. Fu come se in quel tie break nel quarto set a Wimbledon, che tutti pensavano cancellato dalla vittoria al quinto, Borg avesse inalato un virus potente, che prese a consumarlo da dentro. Prima lentamente, poi a morsi. Battuto sull’erba per l’ultima volta, McEnroe superò il ghiacciolo svedese al quinto nella finale degli Us Open, la seconda che vinceva. Infine lo cancello da quella del Masters. Borg mantenne per poche briciole la vetta della classifica a fine anno. Ma la perse a Wimbledon dell’anno dopo, insieme con il torneo. Era il 1981. E lì davvero tutti compresero che il tennis era passato nelle mani di Mac. […] In quel palcoscenico che era il campo da tennis, Mac e Bjorn finirono per assumere il molo di autentici innovatori. Uno cambio il gioco. L’altro lo rese teatro. Borg imprimeva ai colpi rotazioni allora fuori da qualsiasi schema. Lo faceva colpendo la palla nella parte superiore, da maestro del top spin. La sfera subiva un’accelerazione in avanti e un innalzamento della traiettoria, al contempo anticipava la ricaduta. Si disse, a ragione, che Borg aveva allargato il campo da tennis. McEnroe tocchettava, smistava, accelerava d’improvviso e piombava a rete per volleare con naturale eccentricità, tenendo la racchetta fra le dita come un cucchiaino da the. Le due finali a Wimbledon del 1980-81 furono al centro di una disputa finita nel mito. Borg vinse il primo confronto (e il suo quinto Championship) ma non riuscì a impedire a McEnroe di realizzare, anche nella sconfitta, l’impresa della giornata, vincendo al 34° punto il tie break del quarto set, forse il più avvincente mai giocato. Borg si vide cancellare, uno a uno, 5 match point. Ma vinse al quinto (1-6 7-5 6-3 6-7 8-6), perché, disse, «ero ancora convinto di essere il più forte». […] Ivan Lendl fu il secondo grande avversario di McEnroe. Da fantascienza le tre sole sconfitte subite da McEnroe nella stagione che gli consegno la sconfitta più devastante fra tutte. Tre sconfitte in 85 match. Una con Vijay Amritraj a Cincinnati. Un’altra con Henrik Sundstroem nella finale di Coppa Davis in Svezia. Ma la prima di tutte, contro di lui, Ivan Lendl. Anno 1984, finale del Roland Garros. «L’esperienza più dolorosa della mia vita nell’anno in cui sfiorai la perfezione». Di rado un match di tennis produsse effetti così sconquassanti nella vita di due giocatori: accadde una sorta di mutazione che lasciò stremato e incerto il tennista che fin lì aveva dominato, e l’altro invece rinvigorito, quasi avesse succhiato la linfa vitale dell’avversario. Nessuno accetterebbe di accusare Lendl di vampirismo, seppure il suo tennis abbia finito per prosciugare decine di avversari, ma da quell’incontro i due non furono più gli stessi. Mac vinse ancora, tantissimo. Tredici trofei. E tornò a battere Lendl nella finale degli Us Open e in quella del Masters. Ma subì l’affronto della sconfitta a Parigi come una malattia debilitante. E dalla fine del 1984 non seppe più conquistare uno Slam. Lendl invece, da grandissimo perdente (il pollo) divenne irresistibile, fino a instaurare una vera e propria dittatura In largo vantaggio (due set), McEnroe trovo il modo di distrarsi in una guerricciola da quattro soldi con un tecnico della tv. Dette in escandescenze, strappo gli auricolari al poveretto, inveì e dimentico Lendl. Quando tornò a occuparsene i magnifici congegni del suo gioco si erano inceppati, mentre l’avversario, per quei misteriosi meccanismi che fanno la storia segreta di tanti avvenimenti sportivi, era rinsavito e aveva trovato nel lob un formidabile alleato. Il match si rovescio (3-6 2-6 6-4 7-5 7-5) e Mac ancora oggi non se ne dà pace. «È stata la peggiore sconfitta della mia vita, una sconfitta devastante: a volte ancora mi tiene sveglio la notte. Persino adesso è dura per me parlare di quel Roland Garros. Mi fa star male ripensare a quella partita, a cosa ho gettato via e a come sarebbe stata diversa la mia vita se avessi vinto. E so che sarà un dolore che mi porterò dietro per sempre». «Avessi vinto», disse anni dopo a Panatta durante una cena, «lo avrei perfino incoraggiato. Una bella pacca sulla spalla e via. Gli avrei detto: non te la prendere Ivan, in fondo sei sempre il numero due». La replica gli giunse in anni ancor più vicini ai nostri, tagliente come solo la lingua di Ivan sapeva essere. La raccontò lo stesso McEnroe, masticando amaro. «Aveva organizzato un evento dalle sue parti, nel Connecticut, e m’invito a fare da voce fuori campo, in pratica da intrattenitore. Gli dissi volentieri di sì, fra l’altro la paga era buonissima. Quando arrivai, ci salutammo e per rompere il ghiaccio gli dissi: “Dì la verità, Ivan, non sai proprio fare a meno di me’: Mi guardo serio. “Non direi,’ mi rispose, “ma sono sempre stato convinto che prima o poi avresti lavorato per me».

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