Matteo, missione semifinale (Crivelli). Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Esposito). Sinner e Musetti... escono insieme. "Dateci tempo, siamo ragazzi" (Marchetti, Piccardi). Berrettini, l'età giusta per Roma. Sinner a scuola di back (Azzolini). Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Clerici)

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Matteo, missione semifinale (Crivelli). Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Esposito). Sinner e Musetti… escono insieme. “Dateci tempo, siamo ragazzi” (Marchetti, Piccardi). Berrettini, l’età giusta per Roma. Sinner a scuola di back (Azzolini). Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Clerici)

La rassegna stampa del 19
settembre

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Matteo, missione semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Un quarto di finale a Roma, la sua città. Contro il solido tronco di Norvegia Ruud, buonissimo ma non certo inavvicinabile. E perciò con la speranza vivida di una semifinale che all’Italia manca dal 2007, quando Volandri, negli ottavi giustiziere di Federer allora padrone Indiscusso della scena, si fermò contro «Mano de Pedra» Gonzalez. E se le congiunzioni astrali si allineeranno per entrambi, il passo successivo sarà una sfida a Djokovic, ancora mai affrontato: il completamento della personale trilogia dopo Roger a Wimbledon e Rafa agli Us Open. E con il prezioso sussidio dei mille spettatori che il ministro Spadafora ha concesso per le ultime due giornate. Derby complicato. Berrettini è dunque l’ultimo highlander tricolore. Ne è rimasto solo uno, perché gli ottavi non si rivelano un paese per giovani, interrompendo la fantastica avventura di Sinner e Musetti. Non si prospettava semplice la giornata del numero 8 del mondo, sia perché i derby sono sempre insidiosi sia perché Travaglia possiede il ritmo e il gioco di gambe per farlo muovere verso gli angoli e disinnescargli così la penetrazione dei colpi a rimbalzo. In una battaglia allo specchio, dove la diagonale di rovescio per tutti e due è un terreno pericoloso da sminare girando attorno alla palla e azionando il dritto anomalo, Matteo prende il vantaggio di un break tanto nel primo quanto nel secondo set, ma non lo difende (anzi pasticciando quando andrà a servire per il match sul 5-3) e perciò deve rifugiarsi nelle insidie di due tie break, giocati con la lucidità del più forte, per aggiustare una pratica il cui equilibrio è testimoniato dallo stesso numero di vincenti (17) e di gratuiti (28) dei contendenti: «Sapevo sarebbe stata una partita difficile – ammetterà il vincitore – lui è un lottatore. Sono stato bravo nei momenti chiave e sono contentissimo per il risultato, la mia prima volta nei quarti non era per nulla scontata». Ora, dopo íl fratello d’arte Federico Coria al secondo turno, gli capita il figlio d’arte Casper Ruud, che ha già ottenuto il primo obiettivo in carriera, cioè fare meglio di papà Christian in classifica (che fu al massimo 39, lui adesso è 34) e pur senza il colpo che spacca ti concede pochissimo ed è abilissimo in difesa: «Con il norvegese ho giocato due settimane fa a New York (vincendo in tre set, ndr) ma sulla terra mi ha battuto l’anno scorso a Parigi. Chi arriva ai quart’ è comunque in forma, sarà una partita difficile perché qui ogni match è una lotta. Devo dire però che sono molto soddisfatto della mia condizione fisica, a ogni step metto dentro qualcosa in più». E’ lui il il leader, il condottiero del movimento, ma la settimana romana lo avrà sicuramente fatto sentire ben accompagnato per il futuro: «Musetti e Sinner sono impressionanti per la loro precocità e la capacità di gestire i momenti chiave con avversari di spessore, alla loro età avevo molto meno tennis». Addio ai sogni. Peccato che la corsa della fenomenale baby-coppia italiana si arresti tra qualche rimpianto e piccole frustrazioni, assolutamente comprensibili nel cammino di crescita, confermando la maledizione degli Internazionali verso gli Under 20 azzurri, perché il primato di gioventù per un nostro giocatore tra i migliori otto resta di Andrea Gaudenzi, che aveva appunto 20 anni e 10 mesi nel 1994. Jannik gioca un primo set di grande spessore contro Dimitrov, poi si lascia abbindolare dal rovescio in back del bulgaro sul quale non può appoggiarsi pagando pure qualche momento di confusione tecnica. Però ha l’orgoglio e la tigna per recuperare il break di svantaggio nel terzo set e di annullare quattro match point sul 5-4 e servizio, prima di arrendersi a un clamoroso smash spedito in rete da un metro: «Non ho avuto problemi fisici, ma è andata un po’ giù la condizione generale. Io devo accettare che ci sono avversari fisicamente più forti di me e che a questo livello devo potenziarmi. Potrà succedere tra due settimane, un anno, dieci anni. Non mi metto fretta, gioco tranquillo. So cosa devo fare». È il medesimo refrain di Musetti, legittimamente stanco e scarico dopo le meraviglie dei giorni scorsi, con la spalla destra dolorante e incapace di opporsi alle palle alte e lavorate del mancino tedesco Koepfer, 97 Atp, che gli impediscono di prendere il controllo con lo schiaffo di rovescio: «Ma se mi avessero detto tre settimane fa che avrei fatto terzo turno a Roma non ci avrei creduto. Mi porterò tante emozioni, tante notti passate a cercare invano di dormite». Ben svegliato, Lollo.

Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

 

[…] Prendete Rafa. Alla fine del match contro Dusan Lajovic, vinto 6-16-3 in un’ora e mezzo esatta, passa due minuti ad andare ad indicare al suo coach Carlos Moya il punto preciso in cui è finita quella palla che gli hanno chiamato fuori e che invece “era dentro!”. Che cosa gli importa? Ha stravinto, è volato ai quarti (dove affronterà l’argentino Schwartzman, «uno dei più forti al mondo», dice), perché interessarsi ancora a quella palla? Perché ha ancora e sempre fame, perché è un perfezionista, perché non gli basta battere l’avversario, deve farlo nel miglior modo possibile, anche se manca dai campi da sei mesi. Per questo ha tenuto duro su ogni palla, non lasciando quasi nulla al serbo che pure ha provato davvero in tutti i modi a dargli fastidio. Nel secondo game del match, dopo che il maiorchino lo aveva lasciato a zero nel primo, Lajovic ha osato addirittura fargli un break. Reazione? Dodici minuti abbondanti di gioco nel terzo pur di riuscire a riequilibrare la situazione. Il resto è stato gestione, esperienza appunto. Ma Nadal è sincero: «L’inizio è stato durissimo, non gioco da tanto e si sente. Alla fine sono contento così, ma devo fare ancora tante partite e continuare a migliorare». Non bastano dunque il 6-1 6-1 contro Carreno Busta e questo 6-1 6-3, Rafa vuole di più. Eppure sembra chiaro a tutti che, pure non al top, sulla terra rossa è sempre lui l’uomo da battere. Nole, non è fortuna. Fame ed esperienza, dicevamo. Novak Djokovic ha mostrato entrambe nel suo match contro l’amico e connazionale Filip Krajinovic. Il suo primo set è stato faticoso, lo ha conquistato (dopo aver fallito due set point sul 5-4) soltanto al tie break dopo addirittura un’ora e 27 minuti. «Uno dei più lunghi della mia carriera. Filip era in gran forma e il primo set sarebbe potuto finire diversamente. Per fortuna mi è andata bene». Per fortuna? Ecco, in questo anche il modesto Nole sbaglia. Non è fortuna, è esperienza. E poi c’è la fame. Quella che lo sta spingendo a dare il massimo colpo dopo colpo, per tornare a vincere il torneo che tanto ama dopo cinque anni di astinenza. Domani gioca i quarti (contro il mattatore di Musetti Koepfer) per la quattordicesima volta consecutiva. E anche se questo è un anno strano, è convinto – come sempre – di poter tornare ad alzare il trofeo. Potrebbe farlo davanti a mille persone, quelle a cui dalle semifinali sarà concesso l’ingresso: «Beh, ne sarei ovviamente molto felice». E su questo Nadal non può che essere d’accordo: «È fantastico, meglio mille di niente!». Azarenka infermiera. Ma ieri il Foro Italico ha raccontato anche un’altra storia, che va oltre lo sport. Durante il tie break del match contro la Azarenka, la russa Daria Kasatkina si infortuna in uno scatto per recuperare una palla corta: la caviglia che si gira, le urla, il pianto. E qui “mamma” Azarenka mette da parte ogni rivalità e si lancia sulla 23enne scavalcando la rete, la accarezza, la accudisce. La gara non riprenderà, ma ogni tanto una dose di rara umanità è meglio di un rovescio perfetto.

Sinner e Musetti…escono insieme. “Dateci tempo, siamo ragazzi” (Christian Marchetti, Il Corriere dello Sport)

[…] Jannik Sinner, classe 2001: «Penso che fisicamente debba ancora crescere molto. II gioco sta migliorando e questo succede quando metti una partita dietro l’altra, ma devo migliorare su quell’aspetto per pareggiare i fattori». Lorenzo Musetti, classe 2002: «Ha pienamente ragione, siamo ancora ragazzi Guardate la mia partita contro Koepfer. Lui era al sesto match come me, ma era senz’altro più fresco». NIENTE SCUSE. Jannik lo dice dopo due ore e mezza a giocare allo stesso livello con Dimitrov, il quale alla fine la spunta esasperando il back e buttando tra una racchettata e l’altra tonnellate d’esperienza. Lorenzo ha invece una sacca del ghiaccio sulla spalla bollita e nella testa quei trionfi con Wawrinka, Nishikori e i veraci «Congratulezzioni» dei giornalisti stranieri collegati via Internet. I ragazzi piangono, ma lo fanno oggi per essere più forti domani. Al contempo c’è tanta maturità: gli elogi che i due si scambiano pubblicamente, la soddisfazione di vedere campioni seguire i loro match. «Ringrazio Nole Djokovic, ma mi dispiace che abbia dovuto assistere a questa partita», quasi arrossisce Musetti. Il più arrabbiato è Sinner. In conferenza stampa mangiucchia unghie come il demonio fa con le fiamme dell’inferno. «Perdere così fa male. Parlerò col team e vedremo». Contro Dimitrov la vittoria sembrava una formula matematica. Break sin dal primo gioco e nervi d’acciaio per arrivare al primo 6-4. Break e controbreak in apertura di secondo set con il bulgaro che prende le contromisure col rovescio in back «Ci devo lavorare su – dice Sinner – Lo so io, lo sa Riccardo» (coach Piatti, ndr)» e cresce in maniera esponenziale. Infine quel maledetto set decisivo: Jannik che risale da 5-2 a 5-4 e perde la partita sul suo servizio, al quinto match point, scagliando sul nastro uno smash non impossibile. CRESCERE. Poco da dire sulla partitaccia di Lorenzo. Nonostante il 6-4, il primo set scappa subito via. Il secondo è invece una punizione troppo severa, seppure sportivamente giusta. E quel dolore alla spalla. «Porterò con me tante emozioni, tante notti trascorse a cercare di dormire. Inutilmente, perché i pensieri in testa erano troppi. Nelle prossime settimane giocherò a Forlì con una wild card, poi stop, poi ancora Parma, infine Sardegna. Ho bisogno di giocare». Però non troverà un Nadal a dargli una pacca sulla spalla come accaduto al Foro. «Un gesto che mi ha colpito particolarmente per la sua umiltà». Bilancio anche per Sinner: «Da questo torneo ho capito tante cose e certo questa non era la fine che volevo. C’è quella parte fisica da migliorare e, per ora, devo solo accettare la situazione». I ragazzi piangono di rabbia e quella ha tutta l’aria di essere rabbia giusta.

Aggrappati a Berrettini. Sinner e Musetti si sciolgono, “Limiti fisici, cresceremo” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

[…] E invece, viaggiando a fari spenti sulla terra della sua città, Matteo Berrettini si prende di forza il primo quarto di finale a Roma (oggi a mezzogiorno contro il norvegese Ruud sul Pietrangeli, un campo di bellezza struggente che il mondo ci invidia), ha solo 24 anni ed è numero 8 del ranking eppure nell’euforia della nouvelle vague di questi Internazionali molto d’Italia l’avevamo considerato l’usato sicuro. Ora è l’ultimo baluardo. Si arrendono in rapida successione sia Jannik Sinner che Lorenzo Musetti, 37 anni in due, dimostrando limiti più di fisico che di testa e senza che evapori il profumo di campione che entrambi emanano forte, ciascuno a modo suo, Jan baciato dalla facilità con cui i colpi gli escono dalla racchetta e Lollo ricco sfondato di tennis nel braccio, tutti e due destinati a un futuro radioso. La giovane Italia, insomma, c’è, anche le sconfitte sono utili per migliorare: «Come non butta via una palla, Jannik non spreca i match, anche quelli persi — riflette coach Riccardo Piatti sbollita l’arrabbiatura per una partita tenuta in pugno con Dimitrov e decisa da pochi break —. Lui capisce tutto, usa tutto: la lezione gli servirà». Con il bulgaro ex n.3, Sinner ha un netto calo nel terzo, contro il mancinaccio tedesco Koepfer, Musetti accusa un dolore alla spalla, tiene nel primo set, crolla nel secondo, ma è chiaro che i ragazzi sono ancora teneri per gli urti del tennis di alto livello, va dato loro il tempo di crescere e assestarsi. «Andando avanti nella partita la condizione fisica scendeva e quella è la parte dove devo migliorare tanto. Ho perso partite che potevo vincere per questo motivo. Adesso c’è solo da imparare e cercare di capire cosa si può far meglio a partire dal Roland Garros. Non mi metto fretta, ho le idee chiare» spiega Sinner, killer di Tsitsipas, che già in Australia si era piegato senza spezzarsi (crampi e mal di schiena), cresciuto nei sei mesi di stop per la pandemia ben di 5 cm in altezza e 4 chili di muscoli. Musetti condivide l’analisi di Jannik: «I tanti match giocati qui e le quattro settimane di fila nei tornei si sono fatte sentire. Ma se mi avessero detto che a Roma avrei battuto Wawrinka e Nishikori, non ci avrei creduto. Dal Foro mi porterò dietro tantissime emozioni e notti insonni perché avevo tanti pensieri in testa» dice il carrarese, che ha ricevuto i complimenti di Nadal e Djokovic. […] Vitamina preziosa per Matteo Berrettini, nato a un paio di colli romani da qui: l’enfant du pays vorrebbe farsi largo nel torneo prenotato da Djokovic e Nadal e in previsione di una semifinale con il numero uno serbo qualche daje dalle tribune sarebbe prezioso. «Sono impressionato dai giovani azzurri, io a 18 anni non giocavo al loro livello» osserva il capitano aggrappato ai suoi sogni_ E noi, di rimando, a lui.

Berrettini sulle tracce di Djokovic (Massimo Griili, Il Corriere dello Sport)

[…]Ma così è andata, e allora non ci resta che tifare per il nostro numero uno, Matteo Berrettini, finalmente nei quarti di finale di Roma, due anni dopo Fognini. Ieri ha battuto, in un derby molto combattuto, il quarto azzurro ancora in gara, Stefano Travaglia, che l’ha tenuto in campo per due ore esatte arrendendosi solo dopo un doppio tie break. «Sapevo che mi aspettava una partita difficile – ha detto il vincitore – perché Stefano ha un tennis che mi dà fastidio e le nostre prime sfide sono state tutte battaglie. Ho vinto un bel braccio di ferro, per fortuna nei tie break (vinti per 7-5 e 7-1, ndr) sono riuscito ad alzare il livello del mio gioco». L’ equilibrio in campo è dimostrato dal numero dei vincenti (17) e degli errori non forzati (28), esattamente pari tra i due giocatori. In una partita giocato a specchio sulla diagonale di sinistra, Matteo – che aveva perso tre volte su tre contro contro il tennista ascolano, ma sempre a livello di tornei Futures, e l’ultima volta nel 2016 – non ha fatto cose strabilianti al servizio (solo 3 ace contro i 6 dell’avversario) alternando belle cose a qualche errore di troppo da fondo campo. «Ma partita dopo partita sento di Ruud: «Meno male che non sia 1 pe centro Matteo W.» migliorare – ha detto il romano in conferenza stampa – dalla ripresa dell’attività ho giocato poco (8 incontri, ndr), è normale che non possa essere al massimo della forma. Mi sono sentito un po’ scarico in alcuni momenti importanti, perd lo considero un ottimo match. Quello che conta poi è che fisicamente mi sento molto bene, meglio anche rispetto all’inizio della stagione (il riferimento è ai problemi avuti all’anca, ndr). Questo grazie al lavoro svolto durante il lockdown». VERSO NOLE. […] «Il ritorno del pubblico è una cosa molto positiva, ovvio che mi sarebbe piaciuto che ci fosse già dall’inizio del torneo. Mille persone non sono poche, le motivazioni e la spinta ci saranno. Io mi sto abituando a giocare senza tifosi al Centrale, ma fa male al cuore vedere questo stadio vuoto». E la possibile sfida con Nole? Lasciatemi pensare alla gara dei quarti… – si schermisce Berrettini, ieri assistito da papà e mamma in tribuna – Ruud è un ottimo giocatore, ho visto la sua partita di giovedl contro Sonego e mi ha impressionato, picchia duro». Due i confronti diretti con il figlio d’arte (papà Christian è stato 39 nella classifica dell’Arp, mentre lui, Caspar, è già 34) con una vittoria a testa: tre set a zero per il norvegese, ventidue anni il 22 dicembre, al Roland Garros del 2019 e tre set a zero per Berrettini due settimane fa sul cemento di Flushing Meadows. «So che mi aspetta un match molto duro – ha detto ieri Ruud – Matteo ha un gran servizio, un dritto potente, proverò ad aggredirlo io per primo. A New York ha vinto facilmente lui, ma sulla terra è un altro sport. E poi, sono contento che il pubblico non ci sia. Non posso immaginare come sarebbe giocare contro Berrettini davanti a diecimila spettatori…».

Berrettini, l’età giusta per Roma (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Non si tratta di porre inutili barriere psicologiche, e nemmeno di sottovalutare la gang dei tre colori, che coni 18 anni di Musetti e i 19 di Sinner ha lambito il traguardo, senza trovare l’ultimo appoggio per completare la scalata.[…] Una è questa: per gli ottavi, svolte, basta la spinta di una spregiudicata gioventù, ma i quarti pretendono un pizzico di maturità in più. Ce ne teniamo uno. Matteo Berrettini l’età giusta ce l’ha. È ancora giovane e fresco, ma ha già superato i primi esami cui il Tour inevitabilmente sottopone gli allievi più giovani e rampanti. Matteo ne ha da poco 24 e alla sua età vi sono riusciti in pochi. Tra questi non c’è il prossimo sposo Panatta, che vanta il numero più alto di sconfinamenti dagli ottavi. Adriano è giunto ai quarti in quattro occasioni, la prima per vincere il torneo. Ma aveva 25 anni, quasi 26. La lista non è lunga. Vi compaiono 15 nomi, per 23 tentativi riusciti. A ruota di Adriano, due volte Bertolucci e due Volandri, entrambi semifinalisti, due anche Camporese e due Gaudenti. Poi Zugarelli, Barazzutti, Odeppo, Cancellotti e Claudio Panatta insieme nel 1984. E ancora Claudio Mezzadri, Canè, Seppi e Fognini. Berrettini, appunto, è il quindicesimo, e l’impresa gli è costata un bel po’ di fatica mentale, oltre che fisica, in una giornata da 34 gradi. Era un derby, si dirà. Mentre Sinner incontrava Dimitrov e Musetti era alle prese con il più sconosciuto dei partecipanti, il tedesco Dominik Koepfer, 26 anni, di scuola americana. Numero 97 del mondo al suo arrivo a Roma. È vero, era un derby italiano, ma da giocare col fiatone. […] Matteo ha affrontato Stefano Travaglia sapendo che c’era un tempo in cui Steto lo batteva. Sono passati anni, e lui è da mesi piazzato comodo su una poltrona della Top Ten, ma niente è più disagevole nel tennis di un ricordo negativo che ti circola dentro. «Non è mancanza di fiducia nei propri mezzi – azzarda una spiegazione Matteo -, è che ci si conosce a fondo, e lui ha il tennis che mi dà più fastidio. Colpisce bene con il servizio e con il dritto, è resistente, corre e risponde bene. Nel primo set mi ha fatto il break in un game in cui ho servito quattro prime. Come se niente fosse». Ma anche lui gliel’ha fatto, e ha accelerato i ritmi del suo tennis martellante. «Ho corso il rischio di andare qualche volta fuori giri, ma era importante che fossi io ad avere l’iniziativa». Eccole le scelte mature che servono. Matteo e Steto hanno boxato alla pari, in definitiva, ma Berrettini ha avuto gli spunti migliori quando serviva. «Nel tie break .. Alla fine sono stati proprio loro a fare la differenza». C’è Ruud nei quarti. Matteo l’ha battuto di recente a New York, traumatizzandolo. Sul rosso sarà più difficile, e per il romano c’è il precedente negativo del Roland Garros di un anno fa. Il norvegese gioca dentro le righe, a un ritmo ossessivo. Servizi e dritti contundenti saranno indispensabili per disinnescarlo. Ci si chiede se Musetti avrebbe potuto approfittare meglio del tennis volitivo ma in qualche caso artigianale di Koepfer. Difiìcile dire. Tartarini, il coach, avverte che Lorenzo è giunto al match «troppo stanco». Ci sta. Sette partite di fila negli ultimi giorni, e due vittorie che possono far smarrire la retta via. Alla fine, va bene così. Musetti (frenato anche da un problema alla spalla) ha sostenuto il primo esame di tennis vero. Per il resto c’è tempo. 

Sinner a scuola del back (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Dei tre match giocati in questa seconda campagna romana che l’ha consegnato agli ottavi per poi sospingerlo fino all’orlo dei quarti, quello con Grigor Dimitrov è stato il match più vero, e gli servirà per capire e capirsi. Non la solita banalità sulle sconfitte che consentono di crescere più del le vittorie, piuttosto dell’insieme di stimoli e novità con cui il bulgaro l’ha invitato a confrontarsi nel breve volgere di tre set. Se conosciamo bene Riccardo Piatti, i compiti a casa glieli ha già affidati, al giovane Pel di Carota. Una tesina, di sicura Titolo: come opporsi a un avversario che impone continui cambiamenti al gioco. […] A conti fatti, Jannik Sinner ci ha pure provato, ma le sue buone intenzioni non si sono tramutate in quel tennis di continue percussioni che in altre occasioni gli abbiamo visto fare. Tenga conto, l’esaminando, che l’avversario in questione, un tempo aitante steward della stella siberiana Sharapova, oggi frustrato da un inizio di calvizie, è di quelli che si sottrae a tutto, e se non si sta attenti e pure capace di farlo lui, lo sgambetto infido.[…] Consiglieremmo a JS di focalizzare un intero capitolo su come reagire meglio agli improvvisi rallentamenti mossi dal rovescio in back di Grisha. La mobilità che occorre per recuperarli e la tattica utile a trasformarli in repliche vincenti, a costo di frequentare con assiduità le zone calde vicine alla rete. Semola se n ‘è reso conto. «Il back lungo non mi ha creato problemi, l’ho saputo gestire. Meno bene, invece, quando ha colpito in back per offrirmi palle senza forza. Sono colpi che Grigor sa rendere facili, e non sempre li ho intuiti con il giusto anticipo». Sinner ha condotto il primo set, senza strafare. Un break in avvio, e l’ha portato a casa. La battaglia ha preso fuoco nella seconda frazione, e ancora di più nel finale della terza. Grigor ha pareggiato il conto alla prima occasione, un set point offerto da Sinner nel frangente imbambolato dai repentini cambi di gioco di Dimitrov Nel terzo, il bulgaro ha preso il largo e servito per il match sul 5-3, qui Sinner ha mostrato di sapersi ribellare ai momenti di sconforto. Ha ottenuto il controbreak, ma non l’ha saputo sfruttare. Al quinto tentativo Dimitrov ha sfondato. E si misurerà con Shapovalov nei quarti. Semola ha a disposizione un università unica nel suo genere. Potrà rivedere il match nei dettagli. È un ragazzo fortunato. La sconfitta di ieri farà da prodromo a una vittoria domani. Basta crederci.

Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Gianni Clerici, La Repubblica)

Gardini ml battè nella finale del mio club, il tennis Como. Pietrangeli lo battei al Parioli ma capii che non lo avrei più battuto. Rosewall sconfisse al 1′ turno di Parigi Gardini, e il Fausto diede questo risultato come irripetibile. John McEnroe tira tutto più lungo di un metro, ml disse suo padre. Lo vedrà tirare più corto, gli risposi. Sampras e Chang giocavano in un campetto di periferia, e a Bud Collins dissi: “Entrambi vinceranno uno slam”: avevo ragione. Può Musetti aspirare a qualcosa di simile? Sinner sicuramente si, ne va della mia serietà di pronosticatore. Dopo aver visto Musetti penso che possa diventare almeno un nuovo Panatta. […] Dissi ad Ascenzio, il papà di Adriano: per un match di Davis se uno mi nomina Adriano va bene, il fratello minore Claudio, no. Non è certo l’occasione per giudicare Musetti inferiore o superiore a Sinner nel futuro, Rianna e Tartarini lo conoscono meglio di me: il primo dà la colpa a una spalla dolorante, il secondo perché dopo 8 partite precedenti non aveva dormito bene. Probabilmente hanno tutti e due ragione

Sinner e Musetti fuori, Berrettini vuole Nole (Paolo Rossi, La Repubblica)

ROMA – Ne restò uno soltanto, dei quattro moschettieri giovani e belli. Quello con il pedigree e con la classifica migliore di tutti. […] Ai quarti di finale degli Internazionali Bnl d’Italia accede Matteo Berrettini che ha la meglio su Stefano Travaglia (7-6, 7-6) ed escono dal tabellone Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i due terribili teenager che hanno allietato la settimana romana del tennis. Il più giovane, il diciottenne Lorenzo, s’è sciolto di pomeriggio (dopo le magie notturne dei turni precedenti) contro Dominik Koepfer, 26enne tedesco non proprio di primo pelo nei giorni di massima celebrità. Ma, come ha commentato un indigeno sugli spalti, “A Roma bisogna saper battere anche i parafangari, non solo i padri nobili del Foro”, con chiaro riferimento agli scalpi eccellenti dei giorni precedenti (Wawrinka e Nishikori) del carrarese. L’altro, Jannik, aveva invece iniziato lo spartito secondo i dettami di coach Piatti, e andava con il vento in poppa prima che arrivasse la bonaccia, tradito da stanchezza e, forse anche dall’assenza di un piano B, quello che amava scrivere Foster Wallace: «Non ci vuole solo la velocità meccanica: occorre intelligenza, intuitività, senso del campo, capacità di interpretare e manovrare gli avversari, fuorviare e dissimulare, usare fiuto tattico». Spenta la luce, al bulgaro Dimitrov non è parso vero di poter rientrare nel match, riequilibrarlo (4-6, 6-4) e addirittura involarsi verso un insperato successo fino al 5-2. Ma qui, e di questo non può che esserne felice Piatti, il suo pupillo ha mostrato la stoffa e si è ricordato di certe lezioni di strategia: «La fortuna aiuta chi si crea le occasioni, non arriva per colpi isolati» e dunque, cocciuto come solo un orgoglioso 19enne di montagna può esserlo, s’è rifiutato di perdere e ha attinto alle energie residue, gettando nell’angolo l’avversario, fino al 4-5. Ma Jannik ha esaurito la riserva del serbatoio, e l’ultima stilla s’è dispersa in uno smash di frustrazione. «Imparerà da questi momenti» ha sentenziato capitan Piatti, e tutti hanno volto il pensiero verso Musetti. Resta dunque Berrettini, atteso oggi al suo mezzogiorno di fuoco sul campo Pietrangeli con Casper Ruud per un nuovo remake: se il norvegese vinse al Roland Garros 2019, Matteo ha avuto la sua rivincita a New York, agii US Open 2020. In semifinale ad aspettare il vincitore ci sarà probabilmente Djokovic. L’ultimo azzurro ad arrivarci fu Volandri: era il 2007

Berrettini, quarti con vista sul sogno. Sinner-Musetti ko (Gianluca Cordella, Il Messaggero)

«Pijamose Roma». Ecco, Matteo Berrettini non sarà – per fortuna – minaccioso come il Libanese di “Romanzo criminale” ma ne condivide il piano. […] In questo progetto che è poco criminale ma che potrebbe diventare uno splendido romanzo di sport, ieri ha fatto un significativo passo avanti, battendo Stefano Travaglia nel derby tutto azzurro e qualificandosi per i quarti di finale. È la seconda volta che ci riesce in un Masters 1000, dopo Shanghai 2019. Non saranno purtroppo al suo fianco Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i nostri due talentuosissimi Next Gen, che, dopo aver sognato e fatto sognare, sono stati bruscamente riportati alla realtà da Grigor Dimitrov e Dominik Koepfer. I loro Internazionali sono comunque da applausi scroscianti. MATCH SPINOSO Dopo aver portato otto giocatori agli ottavi, il tennis italiano si ritrova con il solo Matteo a cullare ancora sogni di gloria. «Sapevo che in termini di ranking ero favorito con Travaglia ma sapevo che era una partita difficile perché lui per caratteristiche mi può dare molto fastidio». E infatti al di là delle differenze in classifica – Berrettini è numero 8 del mondo, Travaglia 84 (ma dopo Roma diventerà 72, suo best ranking) – pesavano sulla sfida che ha aperto il programma del Centrale i precedenti. Matteo e Stefano, che mai si erano sfidati prima di ieri nel circuito maggiore, a livello di Future avevano battagliato tre volte tra il 2015 e il 2016 e aveva sempre vinto il marchigiano. Un dato che in parte è do- vuto alla differenza d’età, all’epoca dei fatti Matteo avevo 19 anni e Stefano 23, differenza non da poco in quella fascia anagrafica.[…] Che anche ieri ha provato a togliere il ritmo al drittone di Matteo, servendo molto bene e spingendolo il più possibile sul lato del rovescio. Il romano ci ha messo un po’ a trovare le contromisure ma, ciò che più conta per lui, è riuscito a trovarle nei momenti clou, i due tie-break, chiusi a 5 punti e a 1, che hanno decretato il suo passaggio al turno successivo. Matteo diventa così il quinto italiano a qualificarsi per i quarti romani dal 2000 in poi, l’ultimo era stato Fabio Fognini nel 2018, fermato poi da Rafa Nadal. Oggi, a partire dalle 12, sul Pietrangeli ritroverà il norvegese Casper Ruud, numero 34 del mondo, battuto pochi giorni fa sul cemento di New York Ma quello agli Us Open non è l’unico precedente fra i due che si sono sfidati anche sulla terra rossa, un anno fa al Roland Garros, e quella volta ad imporsi fu il norvegese (che dopo aver eliminato Lorenzo Sonego, ieri ha battuto 6-2 7-6 Marin Cilic). Ma Matteo vuole prendersi Roma, o quantomeno arrivare a giocarsi la semifinale nel torneo di casa con un po’ di pubblico in tribuna. «Pecccato che non ci fosse dall’inizio…», la chiosa. DOPPIO STOP Se Matteo sorride, Jannik Sinner e Lorenzo Musetti hanno la faccia dei ragazzini messi in castigo che sanno di avere sbagliato. Lorenzo, complice un problema fisico, è stato travolto 6-4 6-0 dal qualificato tedesco Koepfer, altro livello rispetto ai già battuti Wawrinka e Nishikori, ma anche altra integrità fisica e pesantezza di palla. Jannik è partito benissimo contro Dimitrov, vincendo 6-4 il primo set, poi ha iniziato a sbagliare un po’ troppo e la maggior esperienza del bulgaro lo ha punito restituendogli, non uno, ma due 6-4. E i Fab Two? Novak Djokovic soffre un set contro Krajinovic poi vince 7-6 (7) 6-3. Rafa Nadal lascia le briciole a Lajovic: 6-1 6-3.

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Dolore a un piede, Sinner dà forfait (Barana). Sonego si regala un giro con Nole (Bertellino)

La rassegna stampa di venerdì 30 ottobre 2020

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Dolore a un piede, Sinner dà forfait (Francesco Barana, Corriere dell’Alto Adige)

Ritiro lampo. Jannik Sinner dà forfait dopo appena tre game a Vienna contro Andrej Rublev. Motivo: il dolore per una vescica al piede destro che pare portarsi dietro fin dalla settimana scorsa a Colonia e che ieri non gli ha dato tregua. Negli ottavi del torneo austriaco Rublev, otto del mondo, era in vantaggio 2-1 nel primo set, fresco di break. Sinner, si sa, non è tipo da arrendersi facilmente ma, riscorrendo le immagini del breve match, ci si accorge che il 19enne di Sesto Pusteria, prima di alzare bandiera bianca, non si muoveva con la consueta naturalezza ed elasticità. Nel terzo (e ultimo) game il nostro 43 del mondo ha perso malamente il servizio, quasi non ci credesse più e la testa fosse già negli spogliatoi. La sua partita si è spenta su un rovescio in corridoio: a quel punto anziché raggiungere la sua sedia per il cambio campo, Jannik ha fatto un cenno al suo angolo (dove c’erano il coach Riccardo Piatti e il preparatore Dalibor Sirola), si è tolto il polsino, ha raggiunto la metà campo di Rublev per salutarlo e si è avviato negli spogliatoi senza nemmeno chiamare il medical time. Un infortunio, sembrerebbe, nato a Colonia, di lieve entità ma comunque fastidioso, fisiologico per un ragazzo che dopo la forzata pausa per il lockdown, da agosto ha giocato tanto e a ritmi intensi. Certamente ora Sinner si prenderà qualche giorno di assoluto riposo per curarsi, per poi rientrare nel circus il 9 novembre a Sofia, 250 indoor, ultimo torneo della stagione prima delle Finals di Londra. Piatti, raggiunto al telefono, conferma la tabella di marcia: «Sì, Jannik sarà a Sofia. Peccato per oggi, in queste settimane stava giocando bene». Ancora in forse invece la partecipazione al Challenger di Ortisei, al via il 14 novembre, vinto l’anno scorso. Jannik sarebbe la stella, la speranza di rivederlo giocare vicino a casa c’è.

Sonego si regala un giro con Nole (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

Lorenzo Sonego si è “regalato” il match dei match, contro il n° 1 del mondo, Novak Djokovic. Lo ha fatto battendo 7-6 (6), 7-6 (2) ieri con la solita grinta il polacco Hubert Hurkacz, lungo e potente che con il servizio è in grado di far male a molti sulle superfici veloci come quella indoor di Vienna. Ma il torinese è andato oltre e con due tie-break il primo vinto in modo a dir poco rocambolesco, si è issato nei quarti di finale dell’ATP 500, affrontato in main draw da lucky loser. Il primo set lo ha visto andare a servire sul 5-4, grazie al break conquistato in precedenza, ma non gli è stato sufficiente. Nel tie-break si è trovato a rincorrere (0-4) ma non si è fatto sfuggire l’occasione quando Hurkacz ha perso l’ultimo minibreak di vantaggio sbagliando una voleè non impossibile di diritto. Dal 4-5 Sonego ha così chiuso 8-6. Nel secondo set il torinese, che lunedì prossimo entrerà per la prima volta in carriera tra i top 40 ATP, ha avuto il primo match point sul 5-4 servizio Hurkacz, annullato con un ace di gran livello dal polacco, ma nel tie-break ha dominato chiudendo 7-2. Sonego al termine era soddisfatto del match disputato e pronto al grande testa a testa con Djokovic: «Non ho mai perso la concentrazione contro Hurkacz e ho gestito con lucidità il difficile finale del primo set. Lui non ha mai mollato ed ha alzato il ritmo in quella fase di match. Sono orgoglioso di poter affrontare il n° 1 del mondo e farlo in un contesto così importante. Molto meglio che sfide del genere arrivino a livello di quarti di finale piuttosto che al 1° turno come accaduto lo scorso anno al Roland Garros con Federer. Dovrò servire al meglio e fare il mio gioco. Sarà in ogni caso un’esperienza che mi permetterà di crescere ancora». E’ durato invece una manciata di minuti, per l’esattezza otto, il confronto di ottavi di finale tra Jannik Sinner e Andrey Rublev. Il talento azzurro ha tenuto il servizio di apertura senza particolari difficoltà. Incassato il pareggio del russo nel game successivo, ha ceduto il game numero tre con un diritto uscito di poco, quindi si è diretto verso il giudice di sedia, dopo uno sguardo fugace verso il proprio angolo, annunciando il ritiro e lasciando al momento tutti di stucco, compreso il rivale di giornata. La causa, un problema fisico (vescica al piede destro già infiammata) riacutizzatosi nel corso dei pochi minuti di permanenza in campo. […]

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Rassegna stampa

Sinner: “Non credo di avere talento. La forza è nella mia testa” (Semeraro)

La rassegna stampa di mercoledì 28 ottobre 2020

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Sinner: “Non credo di avere talento. La forza è nella mia testa” (Stefano Semeraro, La Stampa)

Jannik Sinner è lo sportivo italiano del momento. Giovane, 19 anni, ma già capace di sfidare senza paura i grandi del tennis, è un modello di semplicità e determinazione. In due anni è passato da sconosciuto a top 50 che batte i migliori e sfida Nadal. Sinner, come è cambiato? «Sono sempre lo stesso. E non ho paura di giocare contro nessuno. Se una cosa in campo mi dà fastidio, lo dicevo prima e lo dico adesso. Ma è vero che oggi mi trattano in maniera diversa».

Con Zverev a Colonia vi siete beccati…

 

Ogni tanto capita. Poi in quel momento dovevo inventarmi qualcosa per cambiare la partita, magari lui si poteva innervosire. Le partite non si vincono stando in campo e basta, quello che conta in questo sport è la testa. Gli altri vedono i miei risultati, iniziano a conoscermi. E nessuno vuole più perdere contro di me.

Le aziende la corteggiano, il pubblico la ammira. Unico appunto: in campo è troppo freddo.

Ma la gente cosa sa di me? Mi osserva quando entro in campo, concentrato al massimo, e pensa: “questo è uno chiuso”. Invece chi mi conosce fuori dal campo sa che sono aperto, che parlo di tutto con tutti. In campo me ne sto zitto, ma le assicuro che so divertirmi un casino, perché ci vuole anche quello.

Us Open, Roma, Parigi: dove si è trovato meglio nella “bolla”?

L’Atp sta facendo il meglio che può. Vuole che giochiamo, ma anche che stiamo bene. Agli Us Open è stata dura. Ho perso al primo turno delle qualificazioni del torneo precedente e sono stato dieci giorni li, poi ho perso per crampi agli Us Open, e sono rimasto altri dieci giorni. Ma alla fine sono tutte cose che ti rendono più forte.

Abbastanza per sfidare Nadal sul rosso a viso aperto: a Parigi è stato lei a strappargli più game di tutti, persino di Djokovic.

Quella contro Rafa sulla terra battuta è stata una grande sfida, ho giocato bene nel primo e nel secondo set, nel terzo Rafa ha spinto di più. Ma mi sentivo pronto a giocare contro di lui. Sono andato in campo con l’atteggiamento giusto.

In che cosa deve migliorare ancora?

A volte ho troppa fretta di fare il punto. Dovrei migliorare la percentuale con il servizio e variare di più i colpi. Invece sono soddisfatto della testa. Quella sta funzionando bene.

Tutti si chiedono: quanto vale davvero Sinner?

Che dicano pure quello che pensano, tanto non ci bado. Per uno valgo i primi 10, per l’altro non arriverò mai. Non ascolto nessuno dei due. Guardi, la cosa migliore che ho non sono i colpi. Anzi, se parliamo di quelli, non credo di avere tanto talento. Il mio vero talento è un altro, e lo devo alla mia famiglia, che mi ha trasmesso il rispetto per il lavoro, e insegnato a dare sempre il massimo. Per questo ogni volta che vado in campo, non importa contro chi, penso sempre: “lo con questo ci vinco”. Non sciolgo mai, non lascio mai un punto. Con Simon a Colonia ho perso il secondo set 6-0, ma è durato comunque un’ora, e non ho regalato nulla. Così l’altro lo fai pensare, gli fai capire che ci sei, e che piuttosto di mollare sei disposto a morire in campo. […]

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Nole, che missione. Chiudere sei stagioni da numero uno come l’idolo Sampras (Cocchi)

La rassegna stampa di martedì 27 ottobre 2020

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Nole, che missione. Chiudere sei stagioni da numero uno come l’idolo Sampras (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

L’ultima volta a Vienna era un ragazzino. Era il 2007, e aveva appena 20 anni, ma sapeva già come vincere. A due settimane dalla batosta rimediata in finale al Roland Garros da Nadal, Novak Djokovic rimette piede nell’arena austriaca, e con una motivazione superiore. Non è fame, è piuttosto voglia di qualcosa di diverso: raggiungere il suo idolo di gioventù, Pete Sampras. Solo due vittorie, che dovrebbero arrivare questa settimana, lo separano da chiudere l’anno aritmeticamente al numero 1 del mondo per la sesta volta in carriera. Solo due vittorie lo separano dal record di Pistol Pete, l’unico fino ad ora a riuscirci e, consecutivamente, dal 1993 al 1998. Un obiettivo che il campione di 17 Slam definisce amazing, stupefacente. Per l’aspetto affettivo, ovvero raggiungere l’eroe di bambino, ma anche per quello ferocemente agonistico. Arrivare alla sesta stagione chiusa in vetta al ranking, avrebbe un sapore più dolce perché gli permetterebbe di staccare, almeno in questa speciale classifica, gli arcirivali Federer e Nadal. Nole ha chiuso l’anno sul trono finora cinque volte: 2011, 2012, 2014, 2015 e 2018. Lo stesso numero di Rafa e Roger, i primi della classe, quelli che sotto sotto non lo hanno mai davvero considerato “uno di loro”. E allora perché non dare un’accelerata e iniziare il sorpasso proprio questa settimana dalla capitale austriaca? Per il campione serbo sarà anche l’ultimo appuntamento della “regular season”. Nole infatti ha annunciato tempo fa che non parteciperà al Masters 1000 di Parigi Bercy, dove il palcoscenico sarà tutto di Nadal, uno che in città ha dimostrato di trovarsi bene. «Se dovessi raggiungere Sampras sarebbe straordinario, una specie di sogno di bambino che si realizza. Quando cresci ammirando un idolo e poi riesci ad avvicinarti così tanto a lui è bellissimo. Comunque il mio obiettivo è restare numero uno al mondo per il maggior tempo possibile». Messaggio a chiare lettere per i diretti concorrenti nella rincorsa al titolo di più grande di tutti i tempi. Soprattutto a Federer, e al suo primato di 310 settimane in cima al mondo. Un appuntamento con la storia che potrebbe andare in scena già a inizio del prossimo anno. Ieri Nole ha cominciato la sua 292a settimana totale da numero 1 e se la situazione rimanesse tale passerebbe lo svizzero a inizio marzo del 2021: «Con i tempi che corrono non me la sento di fare previsioni. Ma certamente se il calcolo dei punti rimarrà così, per me che ho vinto molto a inizio anno sarebbe un vantaggio. Però vi prego, non trascinatemi ancora nel discorso su chi sarà il più grande di sempre» […]

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