Matteo, missione semifinale (Crivelli). Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Esposito). Sinner e Musetti... escono insieme. "Dateci tempo, siamo ragazzi" (Marchetti, Piccardi). Berrettini, l'età giusta per Roma. Sinner a scuola di back (Azzolini). Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Clerici)

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Matteo, missione semifinale (Crivelli). Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Esposito). Sinner e Musetti… escono insieme. “Dateci tempo, siamo ragazzi” (Marchetti, Piccardi). Berrettini, l’età giusta per Roma. Sinner a scuola di back (Azzolini). Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Clerici)

La rassegna stampa del 19
settembre

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Matteo, missione semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Un quarto di finale a Roma, la sua città. Contro il solido tronco di Norvegia Ruud, buonissimo ma non certo inavvicinabile. E perciò con la speranza vivida di una semifinale che all’Italia manca dal 2007, quando Volandri, negli ottavi giustiziere di Federer allora padrone Indiscusso della scena, si fermò contro «Mano de Pedra» Gonzalez. E se le congiunzioni astrali si allineeranno per entrambi, il passo successivo sarà una sfida a Djokovic, ancora mai affrontato: il completamento della personale trilogia dopo Roger a Wimbledon e Rafa agli Us Open. E con il prezioso sussidio dei mille spettatori che il ministro Spadafora ha concesso per le ultime due giornate. Derby complicato. Berrettini è dunque l’ultimo highlander tricolore. Ne è rimasto solo uno, perché gli ottavi non si rivelano un paese per giovani, interrompendo la fantastica avventura di Sinner e Musetti. Non si prospettava semplice la giornata del numero 8 del mondo, sia perché i derby sono sempre insidiosi sia perché Travaglia possiede il ritmo e il gioco di gambe per farlo muovere verso gli angoli e disinnescargli così la penetrazione dei colpi a rimbalzo. In una battaglia allo specchio, dove la diagonale di rovescio per tutti e due è un terreno pericoloso da sminare girando attorno alla palla e azionando il dritto anomalo, Matteo prende il vantaggio di un break tanto nel primo quanto nel secondo set, ma non lo difende (anzi pasticciando quando andrà a servire per il match sul 5-3) e perciò deve rifugiarsi nelle insidie di due tie break, giocati con la lucidità del più forte, per aggiustare una pratica il cui equilibrio è testimoniato dallo stesso numero di vincenti (17) e di gratuiti (28) dei contendenti: «Sapevo sarebbe stata una partita difficile – ammetterà il vincitore – lui è un lottatore. Sono stato bravo nei momenti chiave e sono contentissimo per il risultato, la mia prima volta nei quarti non era per nulla scontata». Ora, dopo íl fratello d’arte Federico Coria al secondo turno, gli capita il figlio d’arte Casper Ruud, che ha già ottenuto il primo obiettivo in carriera, cioè fare meglio di papà Christian in classifica (che fu al massimo 39, lui adesso è 34) e pur senza il colpo che spacca ti concede pochissimo ed è abilissimo in difesa: «Con il norvegese ho giocato due settimane fa a New York (vincendo in tre set, ndr) ma sulla terra mi ha battuto l’anno scorso a Parigi. Chi arriva ai quart’ è comunque in forma, sarà una partita difficile perché qui ogni match è una lotta. Devo dire però che sono molto soddisfatto della mia condizione fisica, a ogni step metto dentro qualcosa in più». E’ lui il il leader, il condottiero del movimento, ma la settimana romana lo avrà sicuramente fatto sentire ben accompagnato per il futuro: «Musetti e Sinner sono impressionanti per la loro precocità e la capacità di gestire i momenti chiave con avversari di spessore, alla loro età avevo molto meno tennis». Addio ai sogni. Peccato che la corsa della fenomenale baby-coppia italiana si arresti tra qualche rimpianto e piccole frustrazioni, assolutamente comprensibili nel cammino di crescita, confermando la maledizione degli Internazionali verso gli Under 20 azzurri, perché il primato di gioventù per un nostro giocatore tra i migliori otto resta di Andrea Gaudenzi, che aveva appunto 20 anni e 10 mesi nel 1994. Jannik gioca un primo set di grande spessore contro Dimitrov, poi si lascia abbindolare dal rovescio in back del bulgaro sul quale non può appoggiarsi pagando pure qualche momento di confusione tecnica. Però ha l’orgoglio e la tigna per recuperare il break di svantaggio nel terzo set e di annullare quattro match point sul 5-4 e servizio, prima di arrendersi a un clamoroso smash spedito in rete da un metro: «Non ho avuto problemi fisici, ma è andata un po’ giù la condizione generale. Io devo accettare che ci sono avversari fisicamente più forti di me e che a questo livello devo potenziarmi. Potrà succedere tra due settimane, un anno, dieci anni. Non mi metto fretta, gioco tranquillo. So cosa devo fare». È il medesimo refrain di Musetti, legittimamente stanco e scarico dopo le meraviglie dei giorni scorsi, con la spalla destra dolorante e incapace di opporsi alle palle alte e lavorate del mancino tedesco Koepfer, 97 Atp, che gli impediscono di prendere il controllo con lo schiaffo di rovescio: «Ma se mi avessero detto tre settimane fa che avrei fatto terzo turno a Roma non ci avrei creduto. Mi porterò tante emozioni, tante notti passate a cercare invano di dormite». Ben svegliato, Lollo.

Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

 

[…] Prendete Rafa. Alla fine del match contro Dusan Lajovic, vinto 6-16-3 in un’ora e mezzo esatta, passa due minuti ad andare ad indicare al suo coach Carlos Moya il punto preciso in cui è finita quella palla che gli hanno chiamato fuori e che invece “era dentro!”. Che cosa gli importa? Ha stravinto, è volato ai quarti (dove affronterà l’argentino Schwartzman, «uno dei più forti al mondo», dice), perché interessarsi ancora a quella palla? Perché ha ancora e sempre fame, perché è un perfezionista, perché non gli basta battere l’avversario, deve farlo nel miglior modo possibile, anche se manca dai campi da sei mesi. Per questo ha tenuto duro su ogni palla, non lasciando quasi nulla al serbo che pure ha provato davvero in tutti i modi a dargli fastidio. Nel secondo game del match, dopo che il maiorchino lo aveva lasciato a zero nel primo, Lajovic ha osato addirittura fargli un break. Reazione? Dodici minuti abbondanti di gioco nel terzo pur di riuscire a riequilibrare la situazione. Il resto è stato gestione, esperienza appunto. Ma Nadal è sincero: «L’inizio è stato durissimo, non gioco da tanto e si sente. Alla fine sono contento così, ma devo fare ancora tante partite e continuare a migliorare». Non bastano dunque il 6-1 6-1 contro Carreno Busta e questo 6-1 6-3, Rafa vuole di più. Eppure sembra chiaro a tutti che, pure non al top, sulla terra rossa è sempre lui l’uomo da battere. Nole, non è fortuna. Fame ed esperienza, dicevamo. Novak Djokovic ha mostrato entrambe nel suo match contro l’amico e connazionale Filip Krajinovic. Il suo primo set è stato faticoso, lo ha conquistato (dopo aver fallito due set point sul 5-4) soltanto al tie break dopo addirittura un’ora e 27 minuti. «Uno dei più lunghi della mia carriera. Filip era in gran forma e il primo set sarebbe potuto finire diversamente. Per fortuna mi è andata bene». Per fortuna? Ecco, in questo anche il modesto Nole sbaglia. Non è fortuna, è esperienza. E poi c’è la fame. Quella che lo sta spingendo a dare il massimo colpo dopo colpo, per tornare a vincere il torneo che tanto ama dopo cinque anni di astinenza. Domani gioca i quarti (contro il mattatore di Musetti Koepfer) per la quattordicesima volta consecutiva. E anche se questo è un anno strano, è convinto – come sempre – di poter tornare ad alzare il trofeo. Potrebbe farlo davanti a mille persone, quelle a cui dalle semifinali sarà concesso l’ingresso: «Beh, ne sarei ovviamente molto felice». E su questo Nadal non può che essere d’accordo: «È fantastico, meglio mille di niente!». Azarenka infermiera. Ma ieri il Foro Italico ha raccontato anche un’altra storia, che va oltre lo sport. Durante il tie break del match contro la Azarenka, la russa Daria Kasatkina si infortuna in uno scatto per recuperare una palla corta: la caviglia che si gira, le urla, il pianto. E qui “mamma” Azarenka mette da parte ogni rivalità e si lancia sulla 23enne scavalcando la rete, la accarezza, la accudisce. La gara non riprenderà, ma ogni tanto una dose di rara umanità è meglio di un rovescio perfetto.

Sinner e Musetti…escono insieme. “Dateci tempo, siamo ragazzi” (Christian Marchetti, Il Corriere dello Sport)

[…] Jannik Sinner, classe 2001: «Penso che fisicamente debba ancora crescere molto. II gioco sta migliorando e questo succede quando metti una partita dietro l’altra, ma devo migliorare su quell’aspetto per pareggiare i fattori». Lorenzo Musetti, classe 2002: «Ha pienamente ragione, siamo ancora ragazzi Guardate la mia partita contro Koepfer. Lui era al sesto match come me, ma era senz’altro più fresco». NIENTE SCUSE. Jannik lo dice dopo due ore e mezza a giocare allo stesso livello con Dimitrov, il quale alla fine la spunta esasperando il back e buttando tra una racchettata e l’altra tonnellate d’esperienza. Lorenzo ha invece una sacca del ghiaccio sulla spalla bollita e nella testa quei trionfi con Wawrinka, Nishikori e i veraci «Congratulezzioni» dei giornalisti stranieri collegati via Internet. I ragazzi piangono, ma lo fanno oggi per essere più forti domani. Al contempo c’è tanta maturità: gli elogi che i due si scambiano pubblicamente, la soddisfazione di vedere campioni seguire i loro match. «Ringrazio Nole Djokovic, ma mi dispiace che abbia dovuto assistere a questa partita», quasi arrossisce Musetti. Il più arrabbiato è Sinner. In conferenza stampa mangiucchia unghie come il demonio fa con le fiamme dell’inferno. «Perdere così fa male. Parlerò col team e vedremo». Contro Dimitrov la vittoria sembrava una formula matematica. Break sin dal primo gioco e nervi d’acciaio per arrivare al primo 6-4. Break e controbreak in apertura di secondo set con il bulgaro che prende le contromisure col rovescio in back «Ci devo lavorare su – dice Sinner – Lo so io, lo sa Riccardo» (coach Piatti, ndr)» e cresce in maniera esponenziale. Infine quel maledetto set decisivo: Jannik che risale da 5-2 a 5-4 e perde la partita sul suo servizio, al quinto match point, scagliando sul nastro uno smash non impossibile. CRESCERE. Poco da dire sulla partitaccia di Lorenzo. Nonostante il 6-4, il primo set scappa subito via. Il secondo è invece una punizione troppo severa, seppure sportivamente giusta. E quel dolore alla spalla. «Porterò con me tante emozioni, tante notti trascorse a cercare di dormire. Inutilmente, perché i pensieri in testa erano troppi. Nelle prossime settimane giocherò a Forlì con una wild card, poi stop, poi ancora Parma, infine Sardegna. Ho bisogno di giocare». Però non troverà un Nadal a dargli una pacca sulla spalla come accaduto al Foro. «Un gesto che mi ha colpito particolarmente per la sua umiltà». Bilancio anche per Sinner: «Da questo torneo ho capito tante cose e certo questa non era la fine che volevo. C’è quella parte fisica da migliorare e, per ora, devo solo accettare la situazione». I ragazzi piangono di rabbia e quella ha tutta l’aria di essere rabbia giusta.

Aggrappati a Berrettini. Sinner e Musetti si sciolgono, “Limiti fisici, cresceremo” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

[…] E invece, viaggiando a fari spenti sulla terra della sua città, Matteo Berrettini si prende di forza il primo quarto di finale a Roma (oggi a mezzogiorno contro il norvegese Ruud sul Pietrangeli, un campo di bellezza struggente che il mondo ci invidia), ha solo 24 anni ed è numero 8 del ranking eppure nell’euforia della nouvelle vague di questi Internazionali molto d’Italia l’avevamo considerato l’usato sicuro. Ora è l’ultimo baluardo. Si arrendono in rapida successione sia Jannik Sinner che Lorenzo Musetti, 37 anni in due, dimostrando limiti più di fisico che di testa e senza che evapori il profumo di campione che entrambi emanano forte, ciascuno a modo suo, Jan baciato dalla facilità con cui i colpi gli escono dalla racchetta e Lollo ricco sfondato di tennis nel braccio, tutti e due destinati a un futuro radioso. La giovane Italia, insomma, c’è, anche le sconfitte sono utili per migliorare: «Come non butta via una palla, Jannik non spreca i match, anche quelli persi — riflette coach Riccardo Piatti sbollita l’arrabbiatura per una partita tenuta in pugno con Dimitrov e decisa da pochi break —. Lui capisce tutto, usa tutto: la lezione gli servirà». Con il bulgaro ex n.3, Sinner ha un netto calo nel terzo, contro il mancinaccio tedesco Koepfer, Musetti accusa un dolore alla spalla, tiene nel primo set, crolla nel secondo, ma è chiaro che i ragazzi sono ancora teneri per gli urti del tennis di alto livello, va dato loro il tempo di crescere e assestarsi. «Andando avanti nella partita la condizione fisica scendeva e quella è la parte dove devo migliorare tanto. Ho perso partite che potevo vincere per questo motivo. Adesso c’è solo da imparare e cercare di capire cosa si può far meglio a partire dal Roland Garros. Non mi metto fretta, ho le idee chiare» spiega Sinner, killer di Tsitsipas, che già in Australia si era piegato senza spezzarsi (crampi e mal di schiena), cresciuto nei sei mesi di stop per la pandemia ben di 5 cm in altezza e 4 chili di muscoli. Musetti condivide l’analisi di Jannik: «I tanti match giocati qui e le quattro settimane di fila nei tornei si sono fatte sentire. Ma se mi avessero detto che a Roma avrei battuto Wawrinka e Nishikori, non ci avrei creduto. Dal Foro mi porterò dietro tantissime emozioni e notti insonni perché avevo tanti pensieri in testa» dice il carrarese, che ha ricevuto i complimenti di Nadal e Djokovic. […] Vitamina preziosa per Matteo Berrettini, nato a un paio di colli romani da qui: l’enfant du pays vorrebbe farsi largo nel torneo prenotato da Djokovic e Nadal e in previsione di una semifinale con il numero uno serbo qualche daje dalle tribune sarebbe prezioso. «Sono impressionato dai giovani azzurri, io a 18 anni non giocavo al loro livello» osserva il capitano aggrappato ai suoi sogni_ E noi, di rimando, a lui.

Berrettini sulle tracce di Djokovic (Massimo Griili, Il Corriere dello Sport)

[…]Ma così è andata, e allora non ci resta che tifare per il nostro numero uno, Matteo Berrettini, finalmente nei quarti di finale di Roma, due anni dopo Fognini. Ieri ha battuto, in un derby molto combattuto, il quarto azzurro ancora in gara, Stefano Travaglia, che l’ha tenuto in campo per due ore esatte arrendendosi solo dopo un doppio tie break. «Sapevo che mi aspettava una partita difficile – ha detto il vincitore – perché Stefano ha un tennis che mi dà fastidio e le nostre prime sfide sono state tutte battaglie. Ho vinto un bel braccio di ferro, per fortuna nei tie break (vinti per 7-5 e 7-1, ndr) sono riuscito ad alzare il livello del mio gioco». L’ equilibrio in campo è dimostrato dal numero dei vincenti (17) e degli errori non forzati (28), esattamente pari tra i due giocatori. In una partita giocato a specchio sulla diagonale di sinistra, Matteo – che aveva perso tre volte su tre contro contro il tennista ascolano, ma sempre a livello di tornei Futures, e l’ultima volta nel 2016 – non ha fatto cose strabilianti al servizio (solo 3 ace contro i 6 dell’avversario) alternando belle cose a qualche errore di troppo da fondo campo. «Ma partita dopo partita sento di Ruud: «Meno male che non sia 1 pe centro Matteo W.» migliorare – ha detto il romano in conferenza stampa – dalla ripresa dell’attività ho giocato poco (8 incontri, ndr), è normale che non possa essere al massimo della forma. Mi sono sentito un po’ scarico in alcuni momenti importanti, perd lo considero un ottimo match. Quello che conta poi è che fisicamente mi sento molto bene, meglio anche rispetto all’inizio della stagione (il riferimento è ai problemi avuti all’anca, ndr). Questo grazie al lavoro svolto durante il lockdown». VERSO NOLE. […] «Il ritorno del pubblico è una cosa molto positiva, ovvio che mi sarebbe piaciuto che ci fosse già dall’inizio del torneo. Mille persone non sono poche, le motivazioni e la spinta ci saranno. Io mi sto abituando a giocare senza tifosi al Centrale, ma fa male al cuore vedere questo stadio vuoto». E la possibile sfida con Nole? Lasciatemi pensare alla gara dei quarti… – si schermisce Berrettini, ieri assistito da papà e mamma in tribuna – Ruud è un ottimo giocatore, ho visto la sua partita di giovedl contro Sonego e mi ha impressionato, picchia duro». Due i confronti diretti con il figlio d’arte (papà Christian è stato 39 nella classifica dell’Arp, mentre lui, Caspar, è già 34) con una vittoria a testa: tre set a zero per il norvegese, ventidue anni il 22 dicembre, al Roland Garros del 2019 e tre set a zero per Berrettini due settimane fa sul cemento di Flushing Meadows. «So che mi aspetta un match molto duro – ha detto ieri Ruud – Matteo ha un gran servizio, un dritto potente, proverò ad aggredirlo io per primo. A New York ha vinto facilmente lui, ma sulla terra è un altro sport. E poi, sono contento che il pubblico non ci sia. Non posso immaginare come sarebbe giocare contro Berrettini davanti a diecimila spettatori…».

Berrettini, l’età giusta per Roma (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Non si tratta di porre inutili barriere psicologiche, e nemmeno di sottovalutare la gang dei tre colori, che coni 18 anni di Musetti e i 19 di Sinner ha lambito il traguardo, senza trovare l’ultimo appoggio per completare la scalata.[…] Una è questa: per gli ottavi, svolte, basta la spinta di una spregiudicata gioventù, ma i quarti pretendono un pizzico di maturità in più. Ce ne teniamo uno. Matteo Berrettini l’età giusta ce l’ha. È ancora giovane e fresco, ma ha già superato i primi esami cui il Tour inevitabilmente sottopone gli allievi più giovani e rampanti. Matteo ne ha da poco 24 e alla sua età vi sono riusciti in pochi. Tra questi non c’è il prossimo sposo Panatta, che vanta il numero più alto di sconfinamenti dagli ottavi. Adriano è giunto ai quarti in quattro occasioni, la prima per vincere il torneo. Ma aveva 25 anni, quasi 26. La lista non è lunga. Vi compaiono 15 nomi, per 23 tentativi riusciti. A ruota di Adriano, due volte Bertolucci e due Volandri, entrambi semifinalisti, due anche Camporese e due Gaudenti. Poi Zugarelli, Barazzutti, Odeppo, Cancellotti e Claudio Panatta insieme nel 1984. E ancora Claudio Mezzadri, Canè, Seppi e Fognini. Berrettini, appunto, è il quindicesimo, e l’impresa gli è costata un bel po’ di fatica mentale, oltre che fisica, in una giornata da 34 gradi. Era un derby, si dirà. Mentre Sinner incontrava Dimitrov e Musetti era alle prese con il più sconosciuto dei partecipanti, il tedesco Dominik Koepfer, 26 anni, di scuola americana. Numero 97 del mondo al suo arrivo a Roma. È vero, era un derby italiano, ma da giocare col fiatone. […] Matteo ha affrontato Stefano Travaglia sapendo che c’era un tempo in cui Steto lo batteva. Sono passati anni, e lui è da mesi piazzato comodo su una poltrona della Top Ten, ma niente è più disagevole nel tennis di un ricordo negativo che ti circola dentro. «Non è mancanza di fiducia nei propri mezzi – azzarda una spiegazione Matteo -, è che ci si conosce a fondo, e lui ha il tennis che mi dà più fastidio. Colpisce bene con il servizio e con il dritto, è resistente, corre e risponde bene. Nel primo set mi ha fatto il break in un game in cui ho servito quattro prime. Come se niente fosse». Ma anche lui gliel’ha fatto, e ha accelerato i ritmi del suo tennis martellante. «Ho corso il rischio di andare qualche volta fuori giri, ma era importante che fossi io ad avere l’iniziativa». Eccole le scelte mature che servono. Matteo e Steto hanno boxato alla pari, in definitiva, ma Berrettini ha avuto gli spunti migliori quando serviva. «Nel tie break .. Alla fine sono stati proprio loro a fare la differenza». C’è Ruud nei quarti. Matteo l’ha battuto di recente a New York, traumatizzandolo. Sul rosso sarà più difficile, e per il romano c’è il precedente negativo del Roland Garros di un anno fa. Il norvegese gioca dentro le righe, a un ritmo ossessivo. Servizi e dritti contundenti saranno indispensabili per disinnescarlo. Ci si chiede se Musetti avrebbe potuto approfittare meglio del tennis volitivo ma in qualche caso artigianale di Koepfer. Difiìcile dire. Tartarini, il coach, avverte che Lorenzo è giunto al match «troppo stanco». Ci sta. Sette partite di fila negli ultimi giorni, e due vittorie che possono far smarrire la retta via. Alla fine, va bene così. Musetti (frenato anche da un problema alla spalla) ha sostenuto il primo esame di tennis vero. Per il resto c’è tempo. 

Sinner a scuola del back (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Dei tre match giocati in questa seconda campagna romana che l’ha consegnato agli ottavi per poi sospingerlo fino all’orlo dei quarti, quello con Grigor Dimitrov è stato il match più vero, e gli servirà per capire e capirsi. Non la solita banalità sulle sconfitte che consentono di crescere più del le vittorie, piuttosto dell’insieme di stimoli e novità con cui il bulgaro l’ha invitato a confrontarsi nel breve volgere di tre set. Se conosciamo bene Riccardo Piatti, i compiti a casa glieli ha già affidati, al giovane Pel di Carota. Una tesina, di sicura Titolo: come opporsi a un avversario che impone continui cambiamenti al gioco. […] A conti fatti, Jannik Sinner ci ha pure provato, ma le sue buone intenzioni non si sono tramutate in quel tennis di continue percussioni che in altre occasioni gli abbiamo visto fare. Tenga conto, l’esaminando, che l’avversario in questione, un tempo aitante steward della stella siberiana Sharapova, oggi frustrato da un inizio di calvizie, è di quelli che si sottrae a tutto, e se non si sta attenti e pure capace di farlo lui, lo sgambetto infido.[…] Consiglieremmo a JS di focalizzare un intero capitolo su come reagire meglio agli improvvisi rallentamenti mossi dal rovescio in back di Grisha. La mobilità che occorre per recuperarli e la tattica utile a trasformarli in repliche vincenti, a costo di frequentare con assiduità le zone calde vicine alla rete. Semola se n ‘è reso conto. «Il back lungo non mi ha creato problemi, l’ho saputo gestire. Meno bene, invece, quando ha colpito in back per offrirmi palle senza forza. Sono colpi che Grigor sa rendere facili, e non sempre li ho intuiti con il giusto anticipo». Sinner ha condotto il primo set, senza strafare. Un break in avvio, e l’ha portato a casa. La battaglia ha preso fuoco nella seconda frazione, e ancora di più nel finale della terza. Grigor ha pareggiato il conto alla prima occasione, un set point offerto da Sinner nel frangente imbambolato dai repentini cambi di gioco di Dimitrov Nel terzo, il bulgaro ha preso il largo e servito per il match sul 5-3, qui Sinner ha mostrato di sapersi ribellare ai momenti di sconforto. Ha ottenuto il controbreak, ma non l’ha saputo sfruttare. Al quinto tentativo Dimitrov ha sfondato. E si misurerà con Shapovalov nei quarti. Semola ha a disposizione un università unica nel suo genere. Potrà rivedere il match nei dettagli. È un ragazzo fortunato. La sconfitta di ieri farà da prodromo a una vittoria domani. Basta crederci.

Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Gianni Clerici, La Repubblica)

Gardini ml battè nella finale del mio club, il tennis Como. Pietrangeli lo battei al Parioli ma capii che non lo avrei più battuto. Rosewall sconfisse al 1′ turno di Parigi Gardini, e il Fausto diede questo risultato come irripetibile. John McEnroe tira tutto più lungo di un metro, ml disse suo padre. Lo vedrà tirare più corto, gli risposi. Sampras e Chang giocavano in un campetto di periferia, e a Bud Collins dissi: “Entrambi vinceranno uno slam”: avevo ragione. Può Musetti aspirare a qualcosa di simile? Sinner sicuramente si, ne va della mia serietà di pronosticatore. Dopo aver visto Musetti penso che possa diventare almeno un nuovo Panatta. […] Dissi ad Ascenzio, il papà di Adriano: per un match di Davis se uno mi nomina Adriano va bene, il fratello minore Claudio, no. Non è certo l’occasione per giudicare Musetti inferiore o superiore a Sinner nel futuro, Rianna e Tartarini lo conoscono meglio di me: il primo dà la colpa a una spalla dolorante, il secondo perché dopo 8 partite precedenti non aveva dormito bene. Probabilmente hanno tutti e due ragione

Sinner e Musetti fuori, Berrettini vuole Nole (Paolo Rossi, La Repubblica)

ROMA – Ne restò uno soltanto, dei quattro moschettieri giovani e belli. Quello con il pedigree e con la classifica migliore di tutti. […] Ai quarti di finale degli Internazionali Bnl d’Italia accede Matteo Berrettini che ha la meglio su Stefano Travaglia (7-6, 7-6) ed escono dal tabellone Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i due terribili teenager che hanno allietato la settimana romana del tennis. Il più giovane, il diciottenne Lorenzo, s’è sciolto di pomeriggio (dopo le magie notturne dei turni precedenti) contro Dominik Koepfer, 26enne tedesco non proprio di primo pelo nei giorni di massima celebrità. Ma, come ha commentato un indigeno sugli spalti, “A Roma bisogna saper battere anche i parafangari, non solo i padri nobili del Foro”, con chiaro riferimento agli scalpi eccellenti dei giorni precedenti (Wawrinka e Nishikori) del carrarese. L’altro, Jannik, aveva invece iniziato lo spartito secondo i dettami di coach Piatti, e andava con il vento in poppa prima che arrivasse la bonaccia, tradito da stanchezza e, forse anche dall’assenza di un piano B, quello che amava scrivere Foster Wallace: «Non ci vuole solo la velocità meccanica: occorre intelligenza, intuitività, senso del campo, capacità di interpretare e manovrare gli avversari, fuorviare e dissimulare, usare fiuto tattico». Spenta la luce, al bulgaro Dimitrov non è parso vero di poter rientrare nel match, riequilibrarlo (4-6, 6-4) e addirittura involarsi verso un insperato successo fino al 5-2. Ma qui, e di questo non può che esserne felice Piatti, il suo pupillo ha mostrato la stoffa e si è ricordato di certe lezioni di strategia: «La fortuna aiuta chi si crea le occasioni, non arriva per colpi isolati» e dunque, cocciuto come solo un orgoglioso 19enne di montagna può esserlo, s’è rifiutato di perdere e ha attinto alle energie residue, gettando nell’angolo l’avversario, fino al 4-5. Ma Jannik ha esaurito la riserva del serbatoio, e l’ultima stilla s’è dispersa in uno smash di frustrazione. «Imparerà da questi momenti» ha sentenziato capitan Piatti, e tutti hanno volto il pensiero verso Musetti. Resta dunque Berrettini, atteso oggi al suo mezzogiorno di fuoco sul campo Pietrangeli con Casper Ruud per un nuovo remake: se il norvegese vinse al Roland Garros 2019, Matteo ha avuto la sua rivincita a New York, agii US Open 2020. In semifinale ad aspettare il vincitore ci sarà probabilmente Djokovic. L’ultimo azzurro ad arrivarci fu Volandri: era il 2007

Berrettini, quarti con vista sul sogno. Sinner-Musetti ko (Gianluca Cordella, Il Messaggero)

«Pijamose Roma». Ecco, Matteo Berrettini non sarà – per fortuna – minaccioso come il Libanese di “Romanzo criminale” ma ne condivide il piano. […] In questo progetto che è poco criminale ma che potrebbe diventare uno splendido romanzo di sport, ieri ha fatto un significativo passo avanti, battendo Stefano Travaglia nel derby tutto azzurro e qualificandosi per i quarti di finale. È la seconda volta che ci riesce in un Masters 1000, dopo Shanghai 2019. Non saranno purtroppo al suo fianco Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i nostri due talentuosissimi Next Gen, che, dopo aver sognato e fatto sognare, sono stati bruscamente riportati alla realtà da Grigor Dimitrov e Dominik Koepfer. I loro Internazionali sono comunque da applausi scroscianti. MATCH SPINOSO Dopo aver portato otto giocatori agli ottavi, il tennis italiano si ritrova con il solo Matteo a cullare ancora sogni di gloria. «Sapevo che in termini di ranking ero favorito con Travaglia ma sapevo che era una partita difficile perché lui per caratteristiche mi può dare molto fastidio». E infatti al di là delle differenze in classifica – Berrettini è numero 8 del mondo, Travaglia 84 (ma dopo Roma diventerà 72, suo best ranking) – pesavano sulla sfida che ha aperto il programma del Centrale i precedenti. Matteo e Stefano, che mai si erano sfidati prima di ieri nel circuito maggiore, a livello di Future avevano battagliato tre volte tra il 2015 e il 2016 e aveva sempre vinto il marchigiano. Un dato che in parte è do- vuto alla differenza d’età, all’epoca dei fatti Matteo avevo 19 anni e Stefano 23, differenza non da poco in quella fascia anagrafica.[…] Che anche ieri ha provato a togliere il ritmo al drittone di Matteo, servendo molto bene e spingendolo il più possibile sul lato del rovescio. Il romano ci ha messo un po’ a trovare le contromisure ma, ciò che più conta per lui, è riuscito a trovarle nei momenti clou, i due tie-break, chiusi a 5 punti e a 1, che hanno decretato il suo passaggio al turno successivo. Matteo diventa così il quinto italiano a qualificarsi per i quarti romani dal 2000 in poi, l’ultimo era stato Fabio Fognini nel 2018, fermato poi da Rafa Nadal. Oggi, a partire dalle 12, sul Pietrangeli ritroverà il norvegese Casper Ruud, numero 34 del mondo, battuto pochi giorni fa sul cemento di New York Ma quello agli Us Open non è l’unico precedente fra i due che si sono sfidati anche sulla terra rossa, un anno fa al Roland Garros, e quella volta ad imporsi fu il norvegese (che dopo aver eliminato Lorenzo Sonego, ieri ha battuto 6-2 7-6 Marin Cilic). Ma Matteo vuole prendersi Roma, o quantomeno arrivare a giocarsi la semifinale nel torneo di casa con un po’ di pubblico in tribuna. «Pecccato che non ci fosse dall’inizio…», la chiosa. DOPPIO STOP Se Matteo sorride, Jannik Sinner e Lorenzo Musetti hanno la faccia dei ragazzini messi in castigo che sanno di avere sbagliato. Lorenzo, complice un problema fisico, è stato travolto 6-4 6-0 dal qualificato tedesco Koepfer, altro livello rispetto ai già battuti Wawrinka e Nishikori, ma anche altra integrità fisica e pesantezza di palla. Jannik è partito benissimo contro Dimitrov, vincendo 6-4 il primo set, poi ha iniziato a sbagliare un po’ troppo e la maggior esperienza del bulgaro lo ha punito restituendogli, non uno, ma due 6-4. E i Fab Two? Novak Djokovic soffre un set contro Krajinovic poi vince 7-6 (7) 6-3. Rafa Nadal lascia le briciole a Lajovic: 6-1 6-3.

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Rassegna stampa

Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Flash

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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