Matteo, missione semifinale (Crivelli). Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Esposito). Sinner e Musetti... escono insieme. "Dateci tempo, siamo ragazzi" (Marchetti, Piccardi). Berrettini, l'età giusta per Roma. Sinner a scuola di back (Azzolini). Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Clerici)

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Matteo, missione semifinale (Crivelli). Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Esposito). Sinner e Musetti… escono insieme. “Dateci tempo, siamo ragazzi” (Marchetti, Piccardi). Berrettini, l’età giusta per Roma. Sinner a scuola di back (Azzolini). Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Clerici)

La rassegna stampa del 19
settembre

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Matteo, missione semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Un quarto di finale a Roma, la sua città. Contro il solido tronco di Norvegia Ruud, buonissimo ma non certo inavvicinabile. E perciò con la speranza vivida di una semifinale che all’Italia manca dal 2007, quando Volandri, negli ottavi giustiziere di Federer allora padrone Indiscusso della scena, si fermò contro «Mano de Pedra» Gonzalez. E se le congiunzioni astrali si allineeranno per entrambi, il passo successivo sarà una sfida a Djokovic, ancora mai affrontato: il completamento della personale trilogia dopo Roger a Wimbledon e Rafa agli Us Open. E con il prezioso sussidio dei mille spettatori che il ministro Spadafora ha concesso per le ultime due giornate. Derby complicato. Berrettini è dunque l’ultimo highlander tricolore. Ne è rimasto solo uno, perché gli ottavi non si rivelano un paese per giovani, interrompendo la fantastica avventura di Sinner e Musetti. Non si prospettava semplice la giornata del numero 8 del mondo, sia perché i derby sono sempre insidiosi sia perché Travaglia possiede il ritmo e il gioco di gambe per farlo muovere verso gli angoli e disinnescargli così la penetrazione dei colpi a rimbalzo. In una battaglia allo specchio, dove la diagonale di rovescio per tutti e due è un terreno pericoloso da sminare girando attorno alla palla e azionando il dritto anomalo, Matteo prende il vantaggio di un break tanto nel primo quanto nel secondo set, ma non lo difende (anzi pasticciando quando andrà a servire per il match sul 5-3) e perciò deve rifugiarsi nelle insidie di due tie break, giocati con la lucidità del più forte, per aggiustare una pratica il cui equilibrio è testimoniato dallo stesso numero di vincenti (17) e di gratuiti (28) dei contendenti: «Sapevo sarebbe stata una partita difficile – ammetterà il vincitore – lui è un lottatore. Sono stato bravo nei momenti chiave e sono contentissimo per il risultato, la mia prima volta nei quarti non era per nulla scontata». Ora, dopo íl fratello d’arte Federico Coria al secondo turno, gli capita il figlio d’arte Casper Ruud, che ha già ottenuto il primo obiettivo in carriera, cioè fare meglio di papà Christian in classifica (che fu al massimo 39, lui adesso è 34) e pur senza il colpo che spacca ti concede pochissimo ed è abilissimo in difesa: «Con il norvegese ho giocato due settimane fa a New York (vincendo in tre set, ndr) ma sulla terra mi ha battuto l’anno scorso a Parigi. Chi arriva ai quart’ è comunque in forma, sarà una partita difficile perché qui ogni match è una lotta. Devo dire però che sono molto soddisfatto della mia condizione fisica, a ogni step metto dentro qualcosa in più». E’ lui il il leader, il condottiero del movimento, ma la settimana romana lo avrà sicuramente fatto sentire ben accompagnato per il futuro: «Musetti e Sinner sono impressionanti per la loro precocità e la capacità di gestire i momenti chiave con avversari di spessore, alla loro età avevo molto meno tennis». Addio ai sogni. Peccato che la corsa della fenomenale baby-coppia italiana si arresti tra qualche rimpianto e piccole frustrazioni, assolutamente comprensibili nel cammino di crescita, confermando la maledizione degli Internazionali verso gli Under 20 azzurri, perché il primato di gioventù per un nostro giocatore tra i migliori otto resta di Andrea Gaudenzi, che aveva appunto 20 anni e 10 mesi nel 1994. Jannik gioca un primo set di grande spessore contro Dimitrov, poi si lascia abbindolare dal rovescio in back del bulgaro sul quale non può appoggiarsi pagando pure qualche momento di confusione tecnica. Però ha l’orgoglio e la tigna per recuperare il break di svantaggio nel terzo set e di annullare quattro match point sul 5-4 e servizio, prima di arrendersi a un clamoroso smash spedito in rete da un metro: «Non ho avuto problemi fisici, ma è andata un po’ giù la condizione generale. Io devo accettare che ci sono avversari fisicamente più forti di me e che a questo livello devo potenziarmi. Potrà succedere tra due settimane, un anno, dieci anni. Non mi metto fretta, gioco tranquillo. So cosa devo fare». È il medesimo refrain di Musetti, legittimamente stanco e scarico dopo le meraviglie dei giorni scorsi, con la spalla destra dolorante e incapace di opporsi alle palle alte e lavorate del mancino tedesco Koepfer, 97 Atp, che gli impediscono di prendere il controllo con lo schiaffo di rovescio: «Ma se mi avessero detto tre settimane fa che avrei fatto terzo turno a Roma non ci avrei creduto. Mi porterò tante emozioni, tante notti passate a cercare invano di dormite». Ben svegliato, Lollo.

Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

 

[…] Prendete Rafa. Alla fine del match contro Dusan Lajovic, vinto 6-16-3 in un’ora e mezzo esatta, passa due minuti ad andare ad indicare al suo coach Carlos Moya il punto preciso in cui è finita quella palla che gli hanno chiamato fuori e che invece “era dentro!”. Che cosa gli importa? Ha stravinto, è volato ai quarti (dove affronterà l’argentino Schwartzman, «uno dei più forti al mondo», dice), perché interessarsi ancora a quella palla? Perché ha ancora e sempre fame, perché è un perfezionista, perché non gli basta battere l’avversario, deve farlo nel miglior modo possibile, anche se manca dai campi da sei mesi. Per questo ha tenuto duro su ogni palla, non lasciando quasi nulla al serbo che pure ha provato davvero in tutti i modi a dargli fastidio. Nel secondo game del match, dopo che il maiorchino lo aveva lasciato a zero nel primo, Lajovic ha osato addirittura fargli un break. Reazione? Dodici minuti abbondanti di gioco nel terzo pur di riuscire a riequilibrare la situazione. Il resto è stato gestione, esperienza appunto. Ma Nadal è sincero: «L’inizio è stato durissimo, non gioco da tanto e si sente. Alla fine sono contento così, ma devo fare ancora tante partite e continuare a migliorare». Non bastano dunque il 6-1 6-1 contro Carreno Busta e questo 6-1 6-3, Rafa vuole di più. Eppure sembra chiaro a tutti che, pure non al top, sulla terra rossa è sempre lui l’uomo da battere. Nole, non è fortuna. Fame ed esperienza, dicevamo. Novak Djokovic ha mostrato entrambe nel suo match contro l’amico e connazionale Filip Krajinovic. Il suo primo set è stato faticoso, lo ha conquistato (dopo aver fallito due set point sul 5-4) soltanto al tie break dopo addirittura un’ora e 27 minuti. «Uno dei più lunghi della mia carriera. Filip era in gran forma e il primo set sarebbe potuto finire diversamente. Per fortuna mi è andata bene». Per fortuna? Ecco, in questo anche il modesto Nole sbaglia. Non è fortuna, è esperienza. E poi c’è la fame. Quella che lo sta spingendo a dare il massimo colpo dopo colpo, per tornare a vincere il torneo che tanto ama dopo cinque anni di astinenza. Domani gioca i quarti (contro il mattatore di Musetti Koepfer) per la quattordicesima volta consecutiva. E anche se questo è un anno strano, è convinto – come sempre – di poter tornare ad alzare il trofeo. Potrebbe farlo davanti a mille persone, quelle a cui dalle semifinali sarà concesso l’ingresso: «Beh, ne sarei ovviamente molto felice». E su questo Nadal non può che essere d’accordo: «È fantastico, meglio mille di niente!». Azarenka infermiera. Ma ieri il Foro Italico ha raccontato anche un’altra storia, che va oltre lo sport. Durante il tie break del match contro la Azarenka, la russa Daria Kasatkina si infortuna in uno scatto per recuperare una palla corta: la caviglia che si gira, le urla, il pianto. E qui “mamma” Azarenka mette da parte ogni rivalità e si lancia sulla 23enne scavalcando la rete, la accarezza, la accudisce. La gara non riprenderà, ma ogni tanto una dose di rara umanità è meglio di un rovescio perfetto.

Sinner e Musetti…escono insieme. “Dateci tempo, siamo ragazzi” (Christian Marchetti, Il Corriere dello Sport)

[…] Jannik Sinner, classe 2001: «Penso che fisicamente debba ancora crescere molto. II gioco sta migliorando e questo succede quando metti una partita dietro l’altra, ma devo migliorare su quell’aspetto per pareggiare i fattori». Lorenzo Musetti, classe 2002: «Ha pienamente ragione, siamo ancora ragazzi Guardate la mia partita contro Koepfer. Lui era al sesto match come me, ma era senz’altro più fresco». NIENTE SCUSE. Jannik lo dice dopo due ore e mezza a giocare allo stesso livello con Dimitrov, il quale alla fine la spunta esasperando il back e buttando tra una racchettata e l’altra tonnellate d’esperienza. Lorenzo ha invece una sacca del ghiaccio sulla spalla bollita e nella testa quei trionfi con Wawrinka, Nishikori e i veraci «Congratulezzioni» dei giornalisti stranieri collegati via Internet. I ragazzi piangono, ma lo fanno oggi per essere più forti domani. Al contempo c’è tanta maturità: gli elogi che i due si scambiano pubblicamente, la soddisfazione di vedere campioni seguire i loro match. «Ringrazio Nole Djokovic, ma mi dispiace che abbia dovuto assistere a questa partita», quasi arrossisce Musetti. Il più arrabbiato è Sinner. In conferenza stampa mangiucchia unghie come il demonio fa con le fiamme dell’inferno. «Perdere così fa male. Parlerò col team e vedremo». Contro Dimitrov la vittoria sembrava una formula matematica. Break sin dal primo gioco e nervi d’acciaio per arrivare al primo 6-4. Break e controbreak in apertura di secondo set con il bulgaro che prende le contromisure col rovescio in back «Ci devo lavorare su – dice Sinner – Lo so io, lo sa Riccardo» (coach Piatti, ndr)» e cresce in maniera esponenziale. Infine quel maledetto set decisivo: Jannik che risale da 5-2 a 5-4 e perde la partita sul suo servizio, al quinto match point, scagliando sul nastro uno smash non impossibile. CRESCERE. Poco da dire sulla partitaccia di Lorenzo. Nonostante il 6-4, il primo set scappa subito via. Il secondo è invece una punizione troppo severa, seppure sportivamente giusta. E quel dolore alla spalla. «Porterò con me tante emozioni, tante notti trascorse a cercare di dormire. Inutilmente, perché i pensieri in testa erano troppi. Nelle prossime settimane giocherò a Forlì con una wild card, poi stop, poi ancora Parma, infine Sardegna. Ho bisogno di giocare». Però non troverà un Nadal a dargli una pacca sulla spalla come accaduto al Foro. «Un gesto che mi ha colpito particolarmente per la sua umiltà». Bilancio anche per Sinner: «Da questo torneo ho capito tante cose e certo questa non era la fine che volevo. C’è quella parte fisica da migliorare e, per ora, devo solo accettare la situazione». I ragazzi piangono di rabbia e quella ha tutta l’aria di essere rabbia giusta.

Aggrappati a Berrettini. Sinner e Musetti si sciolgono, “Limiti fisici, cresceremo” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

[…] E invece, viaggiando a fari spenti sulla terra della sua città, Matteo Berrettini si prende di forza il primo quarto di finale a Roma (oggi a mezzogiorno contro il norvegese Ruud sul Pietrangeli, un campo di bellezza struggente che il mondo ci invidia), ha solo 24 anni ed è numero 8 del ranking eppure nell’euforia della nouvelle vague di questi Internazionali molto d’Italia l’avevamo considerato l’usato sicuro. Ora è l’ultimo baluardo. Si arrendono in rapida successione sia Jannik Sinner che Lorenzo Musetti, 37 anni in due, dimostrando limiti più di fisico che di testa e senza che evapori il profumo di campione che entrambi emanano forte, ciascuno a modo suo, Jan baciato dalla facilità con cui i colpi gli escono dalla racchetta e Lollo ricco sfondato di tennis nel braccio, tutti e due destinati a un futuro radioso. La giovane Italia, insomma, c’è, anche le sconfitte sono utili per migliorare: «Come non butta via una palla, Jannik non spreca i match, anche quelli persi — riflette coach Riccardo Piatti sbollita l’arrabbiatura per una partita tenuta in pugno con Dimitrov e decisa da pochi break —. Lui capisce tutto, usa tutto: la lezione gli servirà». Con il bulgaro ex n.3, Sinner ha un netto calo nel terzo, contro il mancinaccio tedesco Koepfer, Musetti accusa un dolore alla spalla, tiene nel primo set, crolla nel secondo, ma è chiaro che i ragazzi sono ancora teneri per gli urti del tennis di alto livello, va dato loro il tempo di crescere e assestarsi. «Andando avanti nella partita la condizione fisica scendeva e quella è la parte dove devo migliorare tanto. Ho perso partite che potevo vincere per questo motivo. Adesso c’è solo da imparare e cercare di capire cosa si può far meglio a partire dal Roland Garros. Non mi metto fretta, ho le idee chiare» spiega Sinner, killer di Tsitsipas, che già in Australia si era piegato senza spezzarsi (crampi e mal di schiena), cresciuto nei sei mesi di stop per la pandemia ben di 5 cm in altezza e 4 chili di muscoli. Musetti condivide l’analisi di Jannik: «I tanti match giocati qui e le quattro settimane di fila nei tornei si sono fatte sentire. Ma se mi avessero detto che a Roma avrei battuto Wawrinka e Nishikori, non ci avrei creduto. Dal Foro mi porterò dietro tantissime emozioni e notti insonni perché avevo tanti pensieri in testa» dice il carrarese, che ha ricevuto i complimenti di Nadal e Djokovic. […] Vitamina preziosa per Matteo Berrettini, nato a un paio di colli romani da qui: l’enfant du pays vorrebbe farsi largo nel torneo prenotato da Djokovic e Nadal e in previsione di una semifinale con il numero uno serbo qualche daje dalle tribune sarebbe prezioso. «Sono impressionato dai giovani azzurri, io a 18 anni non giocavo al loro livello» osserva il capitano aggrappato ai suoi sogni_ E noi, di rimando, a lui.

Berrettini sulle tracce di Djokovic (Massimo Griili, Il Corriere dello Sport)

[…]Ma così è andata, e allora non ci resta che tifare per il nostro numero uno, Matteo Berrettini, finalmente nei quarti di finale di Roma, due anni dopo Fognini. Ieri ha battuto, in un derby molto combattuto, il quarto azzurro ancora in gara, Stefano Travaglia, che l’ha tenuto in campo per due ore esatte arrendendosi solo dopo un doppio tie break. «Sapevo che mi aspettava una partita difficile – ha detto il vincitore – perché Stefano ha un tennis che mi dà fastidio e le nostre prime sfide sono state tutte battaglie. Ho vinto un bel braccio di ferro, per fortuna nei tie break (vinti per 7-5 e 7-1, ndr) sono riuscito ad alzare il livello del mio gioco». L’ equilibrio in campo è dimostrato dal numero dei vincenti (17) e degli errori non forzati (28), esattamente pari tra i due giocatori. In una partita giocato a specchio sulla diagonale di sinistra, Matteo – che aveva perso tre volte su tre contro contro il tennista ascolano, ma sempre a livello di tornei Futures, e l’ultima volta nel 2016 – non ha fatto cose strabilianti al servizio (solo 3 ace contro i 6 dell’avversario) alternando belle cose a qualche errore di troppo da fondo campo. «Ma partita dopo partita sento di Ruud: «Meno male che non sia 1 pe centro Matteo W.» migliorare – ha detto il romano in conferenza stampa – dalla ripresa dell’attività ho giocato poco (8 incontri, ndr), è normale che non possa essere al massimo della forma. Mi sono sentito un po’ scarico in alcuni momenti importanti, perd lo considero un ottimo match. Quello che conta poi è che fisicamente mi sento molto bene, meglio anche rispetto all’inizio della stagione (il riferimento è ai problemi avuti all’anca, ndr). Questo grazie al lavoro svolto durante il lockdown». VERSO NOLE. […] «Il ritorno del pubblico è una cosa molto positiva, ovvio che mi sarebbe piaciuto che ci fosse già dall’inizio del torneo. Mille persone non sono poche, le motivazioni e la spinta ci saranno. Io mi sto abituando a giocare senza tifosi al Centrale, ma fa male al cuore vedere questo stadio vuoto». E la possibile sfida con Nole? Lasciatemi pensare alla gara dei quarti… – si schermisce Berrettini, ieri assistito da papà e mamma in tribuna – Ruud è un ottimo giocatore, ho visto la sua partita di giovedl contro Sonego e mi ha impressionato, picchia duro». Due i confronti diretti con il figlio d’arte (papà Christian è stato 39 nella classifica dell’Arp, mentre lui, Caspar, è già 34) con una vittoria a testa: tre set a zero per il norvegese, ventidue anni il 22 dicembre, al Roland Garros del 2019 e tre set a zero per Berrettini due settimane fa sul cemento di Flushing Meadows. «So che mi aspetta un match molto duro – ha detto ieri Ruud – Matteo ha un gran servizio, un dritto potente, proverò ad aggredirlo io per primo. A New York ha vinto facilmente lui, ma sulla terra è un altro sport. E poi, sono contento che il pubblico non ci sia. Non posso immaginare come sarebbe giocare contro Berrettini davanti a diecimila spettatori…».

Berrettini, l’età giusta per Roma (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Non si tratta di porre inutili barriere psicologiche, e nemmeno di sottovalutare la gang dei tre colori, che coni 18 anni di Musetti e i 19 di Sinner ha lambito il traguardo, senza trovare l’ultimo appoggio per completare la scalata.[…] Una è questa: per gli ottavi, svolte, basta la spinta di una spregiudicata gioventù, ma i quarti pretendono un pizzico di maturità in più. Ce ne teniamo uno. Matteo Berrettini l’età giusta ce l’ha. È ancora giovane e fresco, ma ha già superato i primi esami cui il Tour inevitabilmente sottopone gli allievi più giovani e rampanti. Matteo ne ha da poco 24 e alla sua età vi sono riusciti in pochi. Tra questi non c’è il prossimo sposo Panatta, che vanta il numero più alto di sconfinamenti dagli ottavi. Adriano è giunto ai quarti in quattro occasioni, la prima per vincere il torneo. Ma aveva 25 anni, quasi 26. La lista non è lunga. Vi compaiono 15 nomi, per 23 tentativi riusciti. A ruota di Adriano, due volte Bertolucci e due Volandri, entrambi semifinalisti, due anche Camporese e due Gaudenti. Poi Zugarelli, Barazzutti, Odeppo, Cancellotti e Claudio Panatta insieme nel 1984. E ancora Claudio Mezzadri, Canè, Seppi e Fognini. Berrettini, appunto, è il quindicesimo, e l’impresa gli è costata un bel po’ di fatica mentale, oltre che fisica, in una giornata da 34 gradi. Era un derby, si dirà. Mentre Sinner incontrava Dimitrov e Musetti era alle prese con il più sconosciuto dei partecipanti, il tedesco Dominik Koepfer, 26 anni, di scuola americana. Numero 97 del mondo al suo arrivo a Roma. È vero, era un derby italiano, ma da giocare col fiatone. […] Matteo ha affrontato Stefano Travaglia sapendo che c’era un tempo in cui Steto lo batteva. Sono passati anni, e lui è da mesi piazzato comodo su una poltrona della Top Ten, ma niente è più disagevole nel tennis di un ricordo negativo che ti circola dentro. «Non è mancanza di fiducia nei propri mezzi – azzarda una spiegazione Matteo -, è che ci si conosce a fondo, e lui ha il tennis che mi dà più fastidio. Colpisce bene con il servizio e con il dritto, è resistente, corre e risponde bene. Nel primo set mi ha fatto il break in un game in cui ho servito quattro prime. Come se niente fosse». Ma anche lui gliel’ha fatto, e ha accelerato i ritmi del suo tennis martellante. «Ho corso il rischio di andare qualche volta fuori giri, ma era importante che fossi io ad avere l’iniziativa». Eccole le scelte mature che servono. Matteo e Steto hanno boxato alla pari, in definitiva, ma Berrettini ha avuto gli spunti migliori quando serviva. «Nel tie break .. Alla fine sono stati proprio loro a fare la differenza». C’è Ruud nei quarti. Matteo l’ha battuto di recente a New York, traumatizzandolo. Sul rosso sarà più difficile, e per il romano c’è il precedente negativo del Roland Garros di un anno fa. Il norvegese gioca dentro le righe, a un ritmo ossessivo. Servizi e dritti contundenti saranno indispensabili per disinnescarlo. Ci si chiede se Musetti avrebbe potuto approfittare meglio del tennis volitivo ma in qualche caso artigianale di Koepfer. Difiìcile dire. Tartarini, il coach, avverte che Lorenzo è giunto al match «troppo stanco». Ci sta. Sette partite di fila negli ultimi giorni, e due vittorie che possono far smarrire la retta via. Alla fine, va bene così. Musetti (frenato anche da un problema alla spalla) ha sostenuto il primo esame di tennis vero. Per il resto c’è tempo. 

Sinner a scuola del back (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Dei tre match giocati in questa seconda campagna romana che l’ha consegnato agli ottavi per poi sospingerlo fino all’orlo dei quarti, quello con Grigor Dimitrov è stato il match più vero, e gli servirà per capire e capirsi. Non la solita banalità sulle sconfitte che consentono di crescere più del le vittorie, piuttosto dell’insieme di stimoli e novità con cui il bulgaro l’ha invitato a confrontarsi nel breve volgere di tre set. Se conosciamo bene Riccardo Piatti, i compiti a casa glieli ha già affidati, al giovane Pel di Carota. Una tesina, di sicura Titolo: come opporsi a un avversario che impone continui cambiamenti al gioco. […] A conti fatti, Jannik Sinner ci ha pure provato, ma le sue buone intenzioni non si sono tramutate in quel tennis di continue percussioni che in altre occasioni gli abbiamo visto fare. Tenga conto, l’esaminando, che l’avversario in questione, un tempo aitante steward della stella siberiana Sharapova, oggi frustrato da un inizio di calvizie, è di quelli che si sottrae a tutto, e se non si sta attenti e pure capace di farlo lui, lo sgambetto infido.[…] Consiglieremmo a JS di focalizzare un intero capitolo su come reagire meglio agli improvvisi rallentamenti mossi dal rovescio in back di Grisha. La mobilità che occorre per recuperarli e la tattica utile a trasformarli in repliche vincenti, a costo di frequentare con assiduità le zone calde vicine alla rete. Semola se n ‘è reso conto. «Il back lungo non mi ha creato problemi, l’ho saputo gestire. Meno bene, invece, quando ha colpito in back per offrirmi palle senza forza. Sono colpi che Grigor sa rendere facili, e non sempre li ho intuiti con il giusto anticipo». Sinner ha condotto il primo set, senza strafare. Un break in avvio, e l’ha portato a casa. La battaglia ha preso fuoco nella seconda frazione, e ancora di più nel finale della terza. Grigor ha pareggiato il conto alla prima occasione, un set point offerto da Sinner nel frangente imbambolato dai repentini cambi di gioco di Dimitrov Nel terzo, il bulgaro ha preso il largo e servito per il match sul 5-3, qui Sinner ha mostrato di sapersi ribellare ai momenti di sconforto. Ha ottenuto il controbreak, ma non l’ha saputo sfruttare. Al quinto tentativo Dimitrov ha sfondato. E si misurerà con Shapovalov nei quarti. Semola ha a disposizione un università unica nel suo genere. Potrà rivedere il match nei dettagli. È un ragazzo fortunato. La sconfitta di ieri farà da prodromo a una vittoria domani. Basta crederci.

Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Gianni Clerici, La Repubblica)

Gardini ml battè nella finale del mio club, il tennis Como. Pietrangeli lo battei al Parioli ma capii che non lo avrei più battuto. Rosewall sconfisse al 1′ turno di Parigi Gardini, e il Fausto diede questo risultato come irripetibile. John McEnroe tira tutto più lungo di un metro, ml disse suo padre. Lo vedrà tirare più corto, gli risposi. Sampras e Chang giocavano in un campetto di periferia, e a Bud Collins dissi: “Entrambi vinceranno uno slam”: avevo ragione. Può Musetti aspirare a qualcosa di simile? Sinner sicuramente si, ne va della mia serietà di pronosticatore. Dopo aver visto Musetti penso che possa diventare almeno un nuovo Panatta. […] Dissi ad Ascenzio, il papà di Adriano: per un match di Davis se uno mi nomina Adriano va bene, il fratello minore Claudio, no. Non è certo l’occasione per giudicare Musetti inferiore o superiore a Sinner nel futuro, Rianna e Tartarini lo conoscono meglio di me: il primo dà la colpa a una spalla dolorante, il secondo perché dopo 8 partite precedenti non aveva dormito bene. Probabilmente hanno tutti e due ragione

Sinner e Musetti fuori, Berrettini vuole Nole (Paolo Rossi, La Repubblica)

ROMA – Ne restò uno soltanto, dei quattro moschettieri giovani e belli. Quello con il pedigree e con la classifica migliore di tutti. […] Ai quarti di finale degli Internazionali Bnl d’Italia accede Matteo Berrettini che ha la meglio su Stefano Travaglia (7-6, 7-6) ed escono dal tabellone Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i due terribili teenager che hanno allietato la settimana romana del tennis. Il più giovane, il diciottenne Lorenzo, s’è sciolto di pomeriggio (dopo le magie notturne dei turni precedenti) contro Dominik Koepfer, 26enne tedesco non proprio di primo pelo nei giorni di massima celebrità. Ma, come ha commentato un indigeno sugli spalti, “A Roma bisogna saper battere anche i parafangari, non solo i padri nobili del Foro”, con chiaro riferimento agli scalpi eccellenti dei giorni precedenti (Wawrinka e Nishikori) del carrarese. L’altro, Jannik, aveva invece iniziato lo spartito secondo i dettami di coach Piatti, e andava con il vento in poppa prima che arrivasse la bonaccia, tradito da stanchezza e, forse anche dall’assenza di un piano B, quello che amava scrivere Foster Wallace: «Non ci vuole solo la velocità meccanica: occorre intelligenza, intuitività, senso del campo, capacità di interpretare e manovrare gli avversari, fuorviare e dissimulare, usare fiuto tattico». Spenta la luce, al bulgaro Dimitrov non è parso vero di poter rientrare nel match, riequilibrarlo (4-6, 6-4) e addirittura involarsi verso un insperato successo fino al 5-2. Ma qui, e di questo non può che esserne felice Piatti, il suo pupillo ha mostrato la stoffa e si è ricordato di certe lezioni di strategia: «La fortuna aiuta chi si crea le occasioni, non arriva per colpi isolati» e dunque, cocciuto come solo un orgoglioso 19enne di montagna può esserlo, s’è rifiutato di perdere e ha attinto alle energie residue, gettando nell’angolo l’avversario, fino al 4-5. Ma Jannik ha esaurito la riserva del serbatoio, e l’ultima stilla s’è dispersa in uno smash di frustrazione. «Imparerà da questi momenti» ha sentenziato capitan Piatti, e tutti hanno volto il pensiero verso Musetti. Resta dunque Berrettini, atteso oggi al suo mezzogiorno di fuoco sul campo Pietrangeli con Casper Ruud per un nuovo remake: se il norvegese vinse al Roland Garros 2019, Matteo ha avuto la sua rivincita a New York, agii US Open 2020. In semifinale ad aspettare il vincitore ci sarà probabilmente Djokovic. L’ultimo azzurro ad arrivarci fu Volandri: era il 2007

Berrettini, quarti con vista sul sogno. Sinner-Musetti ko (Gianluca Cordella, Il Messaggero)

«Pijamose Roma». Ecco, Matteo Berrettini non sarà – per fortuna – minaccioso come il Libanese di “Romanzo criminale” ma ne condivide il piano. […] In questo progetto che è poco criminale ma che potrebbe diventare uno splendido romanzo di sport, ieri ha fatto un significativo passo avanti, battendo Stefano Travaglia nel derby tutto azzurro e qualificandosi per i quarti di finale. È la seconda volta che ci riesce in un Masters 1000, dopo Shanghai 2019. Non saranno purtroppo al suo fianco Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i nostri due talentuosissimi Next Gen, che, dopo aver sognato e fatto sognare, sono stati bruscamente riportati alla realtà da Grigor Dimitrov e Dominik Koepfer. I loro Internazionali sono comunque da applausi scroscianti. MATCH SPINOSO Dopo aver portato otto giocatori agli ottavi, il tennis italiano si ritrova con il solo Matteo a cullare ancora sogni di gloria. «Sapevo che in termini di ranking ero favorito con Travaglia ma sapevo che era una partita difficile perché lui per caratteristiche mi può dare molto fastidio». E infatti al di là delle differenze in classifica – Berrettini è numero 8 del mondo, Travaglia 84 (ma dopo Roma diventerà 72, suo best ranking) – pesavano sulla sfida che ha aperto il programma del Centrale i precedenti. Matteo e Stefano, che mai si erano sfidati prima di ieri nel circuito maggiore, a livello di Future avevano battagliato tre volte tra il 2015 e il 2016 e aveva sempre vinto il marchigiano. Un dato che in parte è do- vuto alla differenza d’età, all’epoca dei fatti Matteo avevo 19 anni e Stefano 23, differenza non da poco in quella fascia anagrafica.[…] Che anche ieri ha provato a togliere il ritmo al drittone di Matteo, servendo molto bene e spingendolo il più possibile sul lato del rovescio. Il romano ci ha messo un po’ a trovare le contromisure ma, ciò che più conta per lui, è riuscito a trovarle nei momenti clou, i due tie-break, chiusi a 5 punti e a 1, che hanno decretato il suo passaggio al turno successivo. Matteo diventa così il quinto italiano a qualificarsi per i quarti romani dal 2000 in poi, l’ultimo era stato Fabio Fognini nel 2018, fermato poi da Rafa Nadal. Oggi, a partire dalle 12, sul Pietrangeli ritroverà il norvegese Casper Ruud, numero 34 del mondo, battuto pochi giorni fa sul cemento di New York Ma quello agli Us Open non è l’unico precedente fra i due che si sono sfidati anche sulla terra rossa, un anno fa al Roland Garros, e quella volta ad imporsi fu il norvegese (che dopo aver eliminato Lorenzo Sonego, ieri ha battuto 6-2 7-6 Marin Cilic). Ma Matteo vuole prendersi Roma, o quantomeno arrivare a giocarsi la semifinale nel torneo di casa con un po’ di pubblico in tribuna. «Pecccato che non ci fosse dall’inizio…», la chiosa. DOPPIO STOP Se Matteo sorride, Jannik Sinner e Lorenzo Musetti hanno la faccia dei ragazzini messi in castigo che sanno di avere sbagliato. Lorenzo, complice un problema fisico, è stato travolto 6-4 6-0 dal qualificato tedesco Koepfer, altro livello rispetto ai già battuti Wawrinka e Nishikori, ma anche altra integrità fisica e pesantezza di palla. Jannik è partito benissimo contro Dimitrov, vincendo 6-4 il primo set, poi ha iniziato a sbagliare un po’ troppo e la maggior esperienza del bulgaro lo ha punito restituendogli, non uno, ma due 6-4. E i Fab Two? Novak Djokovic soffre un set contro Krajinovic poi vince 7-6 (7) 6-3. Rafa Nadal lascia le briciole a Lajovic: 6-1 6-3.

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Barazzutti, addio social: «Tanti auguri a Volandri» (Bertellino). Williams: «Che begli amici… rubano i trofei a casa mia» (Cocchi)

La rassegna stampa di mercoledì 27 gennaio 2021

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Barazzutti, addio social: «Tanti auguri a Volandri» (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Corrado Barazzutti saluta via facebook e “lascia’ a Filippo Volandri, nominato nuovo capitano di Coppa Davis, una squadra vincente. Questi alcuni passaggi di colui che la Davis l’ha vinta, nel 1976 in Cile: «Come voi, anche io sono venuto a conoscenza attraverso il comunicato della Fit che Volandri è il nuovo capitano di Davis. L’ho sentito telefonicamente, gli ho fatto le congratulazioni e un grande in bocca al lupo per il futuro. Ha una squadra nella quale si mischiano giovinezza ed esperienza. Una squadra capace di vincere la Davis. Probabilmente la più forte di sempre. Vi voglio ringraziare tutti. Vi vorrei, se potessi, abbracciare forte per l’affetto, il calore, la stima che mi avete dimostrato attraverso i vostri messaggi. Grazie con tutto il mio cuore. Voglio ringraziare anche i miei giocatori, i coach che mi hanno scritto cose stupende che mi hanno fatto emozionare e commuovere. Abbiamo passato momenti indimenticabili». In materia di avvicinamento agli Australian Open sono state ufficializzate le entry list dei tre tornei Wta che precederanno il primo Slam stagionale. Sono cinque le italiane aventi diritto, ovvero Camila Giorgi, Martina Trevisan, Jasmine Paolini, Sara Errani ed Elisabetta Cocciaretto. […]

Williams: «Che begli amici…rubano i trofei a casa mia» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

Un po’ come alle feste di compleanno dei bambini: quando vai a casa ti danno un regalino. Più o meno è quello che è successo a casa di Serena Williams, solo che il regalino se lo sarebbero fatti alcuni invitati. La ex numero 1 al mondo lo ha raccontato alla Cbs durante il Late Show with Stephen Colbert, in un collegamento da Adelaide: «Un paio d’anni fa ho fatto una festa a casa mia, e qualcuno credo che si sia trovato un po’ troppo a proprio agio, tanto da essersene andato con alcuni dei miei trofei. Fortunatamente non sono molto attaccata agli oggetti. I trofei li ho sparsi tra le mie case e quella del mio coach Mouratoglou. Comunque sì, se vieni a una mia festa puoi anche portarti a casa un trofeo dello Slam». Sulla rincorsa al titolo in Australia, che sarebbe l’agognato 24° Slam, ha fatto una battuta: «Il trofeo dell’Australian Open è molto grande, perfetto per metterci dentro le patatine!». Intanto la ex numero 1 al mondo sarà protagonista, nella notte tra domani e venerdì, di “A Day at the Drive” a Adelaide. Insieme a lei la numero 1 del tennis femminile Barty, poi Osaka e Halep. Partecipano anche i primi 3 al mondo insieme a Jannik Sinner. Sarà proprio l’altoatesino ad aprire le danze contro il numero 1 al mondo Novak Djokovic, poi seguirà il match tra Serena Williams e Naomi Osaka.

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Volandri: «Io, secchione da Davis» (Cocchi). Volandri: sogno la Davis. Sarò il capitano di tutti (Mastroluca). E l’Italtennis lo abbraccia: «L’uomo giusto per noi» (Cocchi)

La rassegna stampa di lunedì 25 gennaio 2021

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Volandri: «Io, secchione da Davis. La prima notte da c.t. al telefono coi giocatori» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Il Capitan Futuro del tennis è pronto alla sfida. Raccogliere 20 anni di solide realtà firmate Corrado Barazzutti e trasformarle in sogni di gloria in Davis. Filippo Volandri, fresco di nomina a capitano dell’Italia, è ben consapevole del compito che lo aspetta. Volandri, ha dormito bene nella prima notte da capitano azzurro? «A dire il vero ho dormito pochissimo, non solo per l’emozione ma soprattutto perché ho voluto parlare con tutti i giocatori. Uno per uno, dai più “piccoli” ai più esperti. Voglio improntare da subito un rapporto di grande unità e franchezza».

Lei è già stato dall’altra parte della barricata come giocatore, cosa si aspetta da questo cambio di ruolo?

 

È un compito così importante che a pensarci mi vengono i brividi. È vero che sono stato per tanti anni in Nazionale come giocatore, ma non è minimamente paragonabile a essere capitano. La responsabilità diventa enorme.

Dovrà attingere alla sua esperienza nel settore tecnico a Tirrenia.

Grazie alla federazione sono riuscito a costruirmi una squadra importante di professionisti che hanno già aiutato giocatori come Berrettini, Sonego, Musetti. Parlo, tra gli altri, del tecnico Umberto Rianna, del preparatore Stefano Barzacchi e di tutto il resto del mio staff, che comprende anche mental coach e psicologi. Io credo moltissimo nell’importanza dell’aspetto psicologico. Il tasso tecnico dei tennisti, in media, è altissimo, e quello che fa sempre di più la differenza è la tenuta mentale.

Dicono che sia un vero secchione sul lavoro. Conferma?

Assolutamente. Io studio moltissimo, approfondisco il più possibile. Mi affido molto ai numeri, alle statistiche. Collaboriamo anche con Craig O’Shannessy, lo statistico di Djokovic. Con i dati che ci ha consegnato siamo stati in grado di cambiare completamente il modo di allenare, di vedere il tennis, di preparare le partite. Insomma, una visione molto moderna di questo lavoro.

Non teme un po’ di diffidenza da parte dei giocatori più “anziani” che magari faticano a inquadrarla come c.t.?

No, perché dalle loro parole ho capito che ci sarà grande collaborazione: per me è l’ingrediente più importante in una squadra. Capisco che siano ancora legati a Barazzutti, anche io lo sono. È stato lui a farmi esordire e mi ha insegnato moltissimo. In più so bene cosa voglia dire una settimana di Davis: è come giocare quattro tornei di fila…

Che Italia sarà la sua?

Un’Italia unita. Mi piace che si discuta all’interno della squadra, che ci si confronti anche se alla fine le decisioni e le responsabilità le prendo io. Però, voglio che tutti si sentano protagonisti della Nazionale. Non solo i giocatori ma tutti, dai bambini di sei anni agli anziani di 90. L’Italia di tutti.

Volandri: sogno la Davis. Sarò il capitano di tutti (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

«Sarò il capitano di tutti». Filippo Volandri, erede di Corrado Barazzutti come guida della nazionale italiana di Coppa Davis, ci tiene allo spirito di squadra. In questa direzione ha orientato il lavoro di direttore tecnico nazionale. E sarà questa la linea guida della sua gestione di capitano dell’Italia. Per portare in alto un’Italia che può sognare un nuovo boom come quello degli Anni Settanta. Come si sente? «Molto emozionato, molto carico. L’altra notte non ho chiuso occhio, ne ho approfittato per chiamare tutti i ragazzi che sono in Australia: almeno da questo punto di vista è stata una serata produttiva. Mi è piaciuto molto quello che ci siamo detti. Ovviamente sono molto legali a Corrado, anche a me con un altro ruolo. Sta comunque passando tanto il concetto di squadra e per me è fondamentale».

Cosa l’ha stupita?

La grande disponibilità di Fabio Fognini, dopo essere stato tanto legato a Corrado che lo ha allenato nell’ultimo periodo. Mi sono piaciute molto anche le parole di Matteo Berrettini. Io vorrei che tutti, i giocatori, gli allenatori, i bambini e i signori di novant’anni che giocano una volta a settimana, si sentano parte della squadra.

Essere stato giocatore in una generazione più vicina a quella dei tennisti di oggi sarà di aiuto?

Penso di sì, anche dalle parole di Matteo. Per loro è importante, sanno che a tennis ho giocato tanto e posso capire le loro difficoltà. Anche se ho dovuto studiare per capire come vivono i giovani oggi. Ho dei consulenti importanti, preparatori mentali, psicologi, statistici, che ci hanno fatto cambiare metodo di allenamento e di lavoro con i team privati. Sono tutte risorse che porterò all’interno della squadra di Davis.

Corrado Barazzutti non ha nascosto di non essere particolarmente favorevole glia nuova Davis. Le piace il nuovo format?

Io credo che qualcosa si dovesse cambiare. A mio avviso però si è cambiato troppo e troppo in fretta. […]

Manterrà il ruolo di direttore tecnico?

Sì. Continua la collaborazione con i giocatori, non solo a Tirrenia. Andiamo a casa degli atleti. L’abbiamo fatto con Berrettini e Sonego, lo facciamo con Musetti e Zeppieri, con Gigante e Nardi. È un servizio che diamo a tutti, Tirrenia diventa una parte del lavoro più ampio del settore tecnico. […]

E l’Italtennis lo abbraccia: «L’uomo giusto per noi» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Il gruppo azzurro saluta il passato e dà il benvenuto al futuro. Gratitudine e affetto per Corrado Barazzutti, curiosità e entusiasmo per le prossime sfide col nuovo capitano, Filippo Volandri. Dall’Australia Fabio Fognini è quello che per primo ha voluto omaggiare “Barazza”, a cui è legato da un feeling speciale. Per lui è stato amico, mentore, tecnico nella passata stagione e guida per tutta carriera. Fabio quest’anno ha deciso di affidarsi all’argentino Alberto Mancini, ma ha salutato su Instagram l’ex capitano con una speranza, che suona come un messaggio a Volandri: «Con la speranza di avere ancora l’opportunità di difendere i colori più belli del mondo, auguro tutto il meglio a Corrado. Intanto, benvenuto al nuovo capitano». La carriera in azzurro di Matteo Berrettini, numero 1 italiano e 10 al mondo, è stata finora breve, ma intensa quanto basta per lasciare qualche parola dall’Australia: «Sono curioso di questo cambiamento: Filippo e esperto e abituato a questo tipo di sfide. Mi dispiace, però, per Corrado, un grandissimo capitano: devo a lui il mio esordio in azzurro». Lorenzo Sonego è entusiasta della nuova guida, anche perché il suo rapporto con Volandri arriva da lontano: «E’ stato un grande piacere lavorare con Corrado. Ma sono felice che venga sostituito da Filippo. Lo conosco da tempo, quando lui finiva la carriera e io iniziavo: mi dava consigli, mi aiutava. Sarà una bellissima occasione per imparare cose nuove. Lui sa fare gruppo e caricare i giocatori. Come era da tennista, anche ora riesce a trasmettere grinta. Spero proprio di poter giocare presto la Davis con lui, e magari nella mia Torino». Inutile negarlo, il più atteso in azzurro è Jannik Sinner. L’altoatesino non ha mai lavorato con Barazzutti e mai giocato in nazionale. Questo, però, potrebbe essere l’anno dell’esordio. Il 19enne ha saputo dell’avvicendamento sulla panchina azzurra dal consigliere Fit, Graziano Risi: «Le mie congratulazioni a Volandri. In attesa di conoscerci meglio gli faccio un grande in bocca al lupo per questo incarico», ha detto dall’Australia. Lorenzo Musetti è l’altro giovanissimo su cui l’Italia punta per il futuro: «E’ un grosso incarico e spero un giorno di poter condividere con lui la panchina azzurra – ha detto -. Sono sicuro che con la sua ambizione, perseveranza e preparazione, farà un ottimo lavoro». […]

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Rassegna stampa

Volandri nuovo capitano di Davis (Crivelli, Mastroluca, Bertellino)

La rassegna stampa di domenica 24 gennaio 2021

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La Davis Next Gen. Barazzutti saluta, ora c’è Volandri (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La notizia ufficiale arriva mentre il Milan che è nel suo cuore sta prendendo la scoppola dall’Atalanta: l’avrà accolta come un balsamo benefico. Dopo vent’anni, l’Italia cambia il condottiero della Coppa Davis: Corrado Barazzutti, uno degli eroi in campo dell’unica Insalatiera azzurra conquistata nel 1976, saluta la nazionale che guidava dal vent’anni e al suo posto in panchina subentra Filippo Volandri, che continuerà anche a ricoprire il ruolo di Direttore Tecnico al Centro Federale di Tirrenia. La notizia era nell’aria da qualche giorno. Il contratto di Barazzutti era scaduto il 31 dicembre e come afferma lo stesso Volandri, «il cambio è stato concertato con Corrado in assoluta serenità». Il c.t. uscente aveva debuttato come capitano degli uomini nel 2001, succedendo a Bertolucci dopo la retrocessione in serie B, la prima della nostra storia. Attraversando anche mari in tempesta, come un ulteriore tracollo in serie C, «Barazza» ci ha riportato in serie A nel 2011, ha raggiunto la semifinale nel 2014 persa contro la Svizzera e ha avuto sicuramente il merito di ricompattare un ambiente troppo spesso squassato da polemiche egoistiche, contribuendo pure alla ricostruzione di un movimento che adesso ci invidiano perfino paesi abituati a guardarci da sempre con gli occhi della superiorità. Ed è proprio l’esplosione della nuova generazione azzurra il motivo fondante della scelta federale: Volandri, dopo il ritiro nel 2014, è stato subito inserito nei quadri della Fit come responsabile del settore giovanile, e quindi ha seguito da vicino la crescita di Berrettini, Sonego, Sinner (anche se Jannik è passato poco da Tirrenia) e da ultimo di Musetti: accanto ai loro allenatori, insomma, è stato un mentore molto apprezzato. Filippo, detto Filo, avrà tra l’altro l’occasione di iniziare il percorso da capitano quasi sicuramente in casa il 25 novembre, visto che la Davis del nuovo formato ha deciso di spalmare i sei gironi da tre squadre del round robin in tre diverse città europee; e accanto a Madrid e Vienna dovrebbe proprio essercene una italiana, probabilmente Torino. Queste le parole del presidente federale Binaghi: «Abbiamo ritenuto che la recente fase di eccezionale sviluppo del nostro Settore Tecnico maschile fosse la più adatta per procedere a un nuovo cambiamento in ottica futura. A Barazzutti va il nostro grazie più sincero per i risultati che ha ottenuto e per l’esempio che ha saputo dare a giocatrici (ha vinto 4 Fed Cup da capitano delle azzurre, ndr) e giocatori per due decenni. A Filippo Volandri va l’augurio di proseguire sulla panchina l’ottimo lavoro che sta svolgendo già da qualche anno, assieme a tutto lo staff tecnico federale, per favorire e coordinare la crescita dei nuovi talenti tricolori». […]

Era Barazzutti finita. Volandri capitano (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Finisce dopo vent’anni l’era di Corrado Barazzutti da capitano azzurro di Coppa Davis. Lo sostituirà Filippo Volandri, direttore tecnico nazionale dal 2018, in un passaggio di consegne nel segno della continuità. Nel 2001, ha ricordato il livornese, «Corrado, appena nominato capitano, mi fece debuttare in Coppa Davis nonostante fossi ancora un ragazzo. Spero di riuscire a onorare quanto lui questo ruolo». Il nuovo capitano ha in mano una Ferrari. Barazzutti ha contribuito a costruirla, lui l’ha rifinita negli ultimi anni a Tirrenia. Quando ha accettato l’incarico di d.t, si era dato come obiettivo quello di ricreare le basi del movimento, di ingrandire il gruppo dei giocatori nei primi 100, 150, 200 del mondo, e di guidare la transizione dei più giovani verso il professionismo. E allora Matteo Berrettini o Lorenzo Sonego si stavano lanciando nei tornei Futures, il gradino più basso del tennis mondiale. Fondamentale il cambio di passo nel rapporto con i team privati, un’idea del fare squadra diversa rispetto al passato e decisiva anche in uno sport individuale. Lo spirito di collaborazione, con obiettivi chiari e metodi flessibili, ha funzionato. Come ha funzionato il supporto per Lorenzo Musetti, senza che questo sposti l’equilibrio nel suo rapporto con il coach storico Simone Tartarini. Il tennis italiano, ha dichiarato il presidente della Federazione, Angelo Binaghi, «sarà sempre grato a Barazzutti per lo straordinario contributo offerto al nostro movimento prima da giocatore e poi da tecnico». Nei vent’anni da capitano, Barazzutti ha riportato l’Italia nel World Group dopo lo spareggio del 2011 a Santiago del Cile. Tre anni dopo, nel 2014, Barazzutti ha guidato l’Italia alla prima semifinale dal 1998. Nell’arco della sua gestione, l’Italia ha ottenuto 25 vittorie e 19 sconfitte. Barazzutti lascia dopo aver vissuto la prima edizione delle Davis Cup Finals a Madrid nel 2019, senza nascondere di essere contrario al nuovo format della competizione. Dal 2002 al 2016, ha guidato anche la Nazionale di Fed Cup, negli anni di maggior successo per il tennis femminile azzurro: quattro trionfi storici (2006, 2009, 2010 e 2013) del quartetto d’oro composto da Flavia Pennetta, Francesca Schiavone, Sara Errani e Roberta Vinci.

Volandri nuovo capitano di Davis (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Cambio di capitano alla guida della Coppa Davis. A Corrado Barazzutti, da 20 anni in carica (condivisa dal 2002 al 2016 anche con quella di capitano di Fed Cup) succede Filippo Volandri, ex 25 ATP e dal 2018 Direttore Tecnico Nazionale. Una vera e propria svolta generazionale, come emerge dalle parole del presidente Fit, Angelo Binaghi: «Il tennis italiano sarà sempre grato a Corrado Barazzutti (per lui nuovo incarico in Federazione?) per lo straordinario contributo offerto al nostro movimento prima da giocatore e poi da tecnico. Così come facemmo grazie a lui nel 2001, voltando pagina per procedere al totale rinnovamento dirigenziale, tecnico ed etico della Federazione, abbiamo ritenuto che la recente fase di eccezionale sviluppo del nostro Settore Tecnico maschile fosse la più adatta per procedere a un nuovo cambiamento in ottica futura». «Ringrazio il Consiglio Federale per la fiducia riposta in me – ha detto il neocapitano Filippo Volandri – In questo momento così importante nella mia carriera di tecnico un grazie altrettanto sentito va poi a Corrado, che nel 2001, appena nominato capitano, mi fece debuttare in Coppa Davis nonostante fossi ancora un ragazzo. Spero di riuscire a onorare quanto lui questo ruolo».

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