Giorgi, il piacere di stupire (Bertellino). Pure la Osaka cede allo stress (Scognamiglio). Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Imarisio)

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Giorgi, il piacere di stupire (Bertellino). Pure la Osaka cede allo stress (Scognamiglio). Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Imarisio)

La rassegna stampa di mercoledì 28 luglio 2021

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Giorgi, il piacere di stupire (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Offrire il meglio del proprio repertorio alle Olimpiadi. Per molti atleti un sogno, per pochi la realtà. Tra questi eletti sta emergendo nelle giornate di Tokyo 2020 la 29enne maceratese Camila Giorgi, n°61 del mondo, capace di vincere tre match consecutivamente contro avversarie di grossa caratura senza perdere nemmeno un set. Sta colpendo la numero uno azzurra per quella continuità di rendimento che spesso le ha fatto difetto in carriera impedendole di raggiungere traguardi che il suo talento avrebbe invece meritato. L’ultima a cadere sotto i suoi colpi è stata la ceca Karolina Pliskova, recente finalista a Wimbledon e n° 7 WTA. A Camila sono stati sufficienti 75 minuti per avere la meglio 6-4 6-2 sull’ex n° 1 del mondo. Il primo set è stato il più equilibrato, con break e contro-break iniziali (2-2), nuovo break dell’azzurra tenuto fino al termine con grande autorevolezza. La seconda frazione è stata invece un assolo della marchigiana, avanti di due break e a segno al primo match point. Meno errori gratuiti della rivale, 4 palle break convertite su 4, grande efficacia con la risposta e costante capacità di spostare da una parte all’altra del terreno di gioco la nobile avversaria, condizione che da sempre poco predilige: «Molto bene oggi – ha detto in zona mista al termine – con tanto ordine. Qualche errore per alcune scelte sbagliate, ma nel complesso tutto positivo. Una sfida molto diversa dall’ultima, giocata e vinta poco più di un mese fa a Eastbourne sull’erba. Lì la palla rimbalzava poco, qui il cemento restituisce di più». II prossimo ostacolo sarà l’ucraina Elina Svitolina, testa di serie n° 4 e da poco signora Monfils.

Pure la Osaka cede allo stress (Ciro Scognamiglio, La Gazzetta dello Sport)

 

Rimbomba l’eco del dolore di un popolo. Fortissimo. E chissà per quanto tempo ancora si sentirà. Questa doveva essere (anche) l’Olimpiade di Naomi Osaka, scelta per accedere il tripode – a forma di Monte Fuji – nella cerimonia inaugurale di venerdì scorso. Un pugno di giorni dopo, il mondo si è capovolto ed è finito dalla parte sbagliata: negli ottavi del torneo di tennis due rapidi set (6-1 6-4 in 68′) sono bastati alla ceca Marketa Vondrousova – numero 42 del mondo, finalista al Roland Garros 2019 – per sbattere fuori la campionessa idolo del Giappone, numero 2 del mondo. Un altro lutto sportivo da elaborare per il paese organizzatore al pari di quello per l’eliminazione dell’idolo della ginnastica Kohei Uchimura. Poche parole tra le lacrime, prima della fuga. Osaka ha detto: «Da tempo dovrei essere abituata a questa pressione, ma allo stesso tempo qui era più grande, anche a causa della pausa che mi ero presa. Non ho retto. Per me ogni sconfitta è una delusione, ma oggi sento che questa fa schifo più delle altre. Almeno, sono contenta di non avere perso al primo turno». L’ultima frase, prima ancora che di circostanza, suona surreale. Il resto è un romanzo pieno di nervi e lacrime, crisi esistenziali e fantasmi depressivi, paure e responsabilità insopportabili per una fuoriclasse capace comunque di vincere quattro tornei del Grande Slam, 2 Australian Open e 2 Us Open. Non si vede il cielo dal campo centrale, perché la pioggia ha obbligato alla chiusura del tetto, e con il senno del poi sembra un presagio. Non c’è luce nel cuore di Naomi, solo il buio. E il tema non è tanto riavvolgere la trama agonistica di un match in cul la favorita non ha mai trovato una contromossa alle palle corte della rivale, firmando 32 errori gratuiti. Semmai ricordare le origini della relazione non sempre facile tra Osaka e il Giappone a causa delle sue radici (è cresciuta negli Usa, da mamma giapponese e papà haitiano, è sempre stata contro il razzismo e ogni discriminazione) prima che il riconoscimento del ruolo di eroina le venisse certificato dal ruolo di ultima tedofora. Ad appena 23 anni. II massimo, così neanche il migliore degli sceneggiatori avrebbe potuto immaginare questo drammatico seguito. O forse sì? La fine di maggio 2021, in fondo, è l’altro ieri. Quando Naomi decide di disertare le conferenze stampa del Roland Garros, poi il ritiro dal torneo e la rivelazione: «Da dopo l’Us Open 2018 (primo grande trionfo, n.d.r.) soffro di lunghi periodi di depressione». Si era chiamata fuori pure da Wimbledon, mentre aveva deciso di confermare la presenza all’Olimpiade. Voleva che fosse ricordata per sempre e lo sarà, ma non per il motivo che desiderava.

Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Marco Imarisio, Corriere della sera)

Quando Naomi Osaka si è avviata a testa bassa verso la rete, il capo della squadra di tennis giapponese ha cominciato a singhiozzare. All’inizio tenendosi la testa tra le mani e scuotendola, poi alzandosi e mostrando il viso rigato di lacrime, mentre si batteva sempre più forte con il pugno sulla bocca dello stomaco, quasi a simulare un seppuku, l’antica punizione che i samurai si infliggevano per espiare le proprie colpe. C’era un patto tanto implicito quanto crudele tra il Giappone e questa campionessa fragile cresciuta negli Stati Uniti, nipponica solo per parte di madre, che non parla la lingua del Paese che l’ha adottata. Tu avrai l’onore di accendere la torcia olimpica durante la cerimonia inaugurale, anche se non sei fino in fondo una di noi. Ma in cambio devi vincere, per diventare il volto di un Giappone moderno e cosmopolita. Soltanto che Naomi non sta bene. Al Roland Garros fu quasi obbligata dalla reazione violenta degli organizzatori dello Slam francese dopo il suo ritiro a rivelare l’esistenza di un disagio mentale che spesso sconfina nella depressione. All’esordio nel torneo olimpico, aveva rivelato di sapere dallo scorso marzo che sarebbe toccato a lei. E chissà se questa lunga attesa ha contribuito a scavarle dentro ancora di più. Ieri non è stata una partita di tennis, ma una agonia. Osaka non ha perso contro l’onesta Marketa Vondrousova, ma contro sé stessa, cedendo al peso che la opprime ormai da mesi. Stringeva il cuore, vederla mentre nella zona mista all’uscita dal campo tentava di trovare le parole. «Non sono stata capace di reggere questa pressione» è riuscita a dire. Gli occhi le si sono riempiti di lacrime. Non è riuscita a proseguire. Per lei il peggio deve ancora venire. C’erano due medaglie che per il Giappone dovevano contenere tutte le altre: Osaka e il ginnasta Kohei Uchimura, 7 medaglie olimpiche, campione a Londra 2012 e Rio 2016. Hanno fallito entrambi, ma solo per Osaka non ci sarà perdono. Mentre la aspettavano, i giornalisti locali già sostenevano in diretta che non essendo una vera giapponese, ignora cosa sia lo Shokunin, il termine che spiega la dedizione di questo popolo per il lavoro. La sua scelta era legata all’immagine di un Giappone più inclusivo e aperto. La sua sconfitta ha generato un’onda contraria non solo sui social. Molti commentatori hanno messo in dubbio la legittimità di una hafu, così vengono definiti i giapponesi di sangue misto, a rappresentare il Paese. All’improvviso, dopo una partita di tennis sbagliata, siamo tornati agli stereotipi, all’orgoglio nazionalista, con tanti saluti alla diversità. Dal finestrino della berlina nera che la portava via, sembrava quasi che Osaka stesse dando un’occhiata al Giappone che la giudicava. E intanto, continuava a piangere.

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Querusti)

La rassegna stampa di venerdì 17 settembre 2021

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Francesco Querusti, La Nazione)

Circolo Tennis Firenze in festa per la presenza di Camila Giorgi, numero 1 in Italia e al 36° posto nel ranking mondiale. Camila, nata a Macerata ma fiorentina d’adozione, ha portato freschezza, classe, simpatia, femminilità e moda nel tennis. Tra i suoi sogni quello di scalare posizioni nella classifica delle big, di insegnare ai giovani per trasmettere i suoi segreti e di non lasciare mai Firenze città che le ha preso il cuore. Camila, sui campi del Ct Firenze, è scesa in campo con gli allievi della scuola agonistica del circolo delle Cascine, in due ore divertenti, di grande fascino e colpi spettacolari. Oltre al tennis è stata protagonista la moda con sfilata sul bordo piscina con i capi dell’azienda Giomila disegnati dalla mamma di Camila. Poi si è raccontata, con accanto tutta la sua famiglia. «Sono più che soddisfatta – afferma Camila – ma non mi accontento mai. Adoro il tennis: ho detto che è il mio lavoro, ma lo amo. Una volta finito però ho altre cose a cui pensare, come la mia famiglia, e non ho rimpianti. Fra due settimane partirò per Chicago e poi parteciperò al torneo di Indian Wells. Mancano quattro tornei e poi è finita la stagione. Arrivare fra le prime 32 del ranking, per poter essere testa di serie negli Slam, è il mio obiettivo ma spero di fare ancora meglio». E in futuro quali obiettivi? «Mi piacerebbe insegnare alle bambine e ai bambini questo sport, che è incredibile, perché’ in parte è anche stile di vita. La scelta di seguire la passione di mia madre e di non scegliere altri brand è dettata dal fatto che mi ha insegnato tutto ed è una vera artista. Giomila è un progetto di moda che è diventato realtà e che seguirò con impegno». E il suo amore per Firenze e la Toscana. «Viviamo a Calenzano e quando sono a casa, insieme a mia madre e alla mia famiglia, andiamo in giro per la Toscana che è bellissima».

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Djokovic in lacrime perde il Grande Slam ma finalmente è amato (Crivelli). Berrettini ha ipotecato le Finals. Lo stop di Nadal fa sperare Sinner (Mastroluca). Medvedev, la rivoluzione non sarà solo russa (Mastroluca). Le lacrime di re Djokovic. Crolla nella caccia al record ma riscopre l’umanità (Piccardi). Se Djokovic nelle lacrime di una sconfitta nasconde la vera vittoria di una carriera (Lombardo)

La rassegna stampa di martedì 14 settembre 2021

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Djokovic in lacrime perde il Grande Slam ma finalmente è amato (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Anche gli extraterrestri possiedono un’anima. E dunque, come i comuni mortali, di fronte all’appuntamento che può definitivamente cambiarti la vita per renderla un fantastico viaggio nella leggenda, si scoprono nudi e impotenti, si fanno piccoli fino ad essere inghiottiti dalla tensione, arrendendosi alla maledizione della storia. Certo, che potesse accadere a Novak Djokovic, cioè al giocatore che più di ogni altro ha costruito sull’eccelsa solidità della mente uno straordinario percorso di successi, uscendo sempre rafforzato da ogni difficoltà incontrata, può suonare come una sorpresa, ma il Grande Slam e l’ombra di Rod Laver (che era in tribuna a New York) si sono rivelati un’impresa superiore anche alle sue energie. Va aggiunto, poi, che Daniil Medvedev si è dimostrato l’avversario peggiore, e non era scontato: non ha regalato nulla, ha usato la battuta come una clava dall’inizio alla fine e non ha mai ceduto una stilla di concentrazione, se non quando è andato a servire per il match per la prima volta sul 5-2 del terzo set, una debolezza durata appena qualche minuto fino all’apoteosi del triplo 6-4 della vittoria.

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Dopo anni e anni passati a tormentarsi sulla passione che il mondo riversava soltanto su Federer e Nadal, ha ascoltato il cuore della gente battere per lui e chissà se questa nuova connessione, scaturita senza dubbio dallo svelamento del suo lato umano davanti a un destino avverso, non possa fornirgli stimoli supplementari per il futuro, dopo che per più di un decennio ha tratto linfa dalla situazione contraria. Sicuramente questa nuova consapevolezza lo ha fatto lacrimare a dirotto addirittura già sul campo, negli ultimi punti del match: «Ho provato tante emozioni diverse. Certo, una parte di me è molto triste, è una sconfitta difficile da digerire, visto ciò che c’era in palio. D’altro canto, però, ho avvertito qualcosa che non avevo mai avvertito prima a New York, il pubblico mi ha fatto sentire davvero speciale, e la cosa mi ha piacevolmente sorpreso. Non mi aspettavo niente, ma il supporto e l’energia che ho ricevuto me li ricorderò per sempre.

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Si erano fatte tante illazioni sul futuro del Djoker qualora avesse realizzato il Grande Slam, addirittura fino a immaginare un ritiro in pompa magna per oggettiva mancanza di altri traguardi da raggiungere. Fallito il traguardo più alto, gli resta tuttavia l’obiettivo non banale degli Slam complessivi, che al momento condivide ancora a quota 20 con gli arcírivali Federer e Nadal. E, dalla sua, Djokovic ha l’età, la salute e la possibilità di essere al top su tutte le superfici

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Berrettini ha ipotecato le Finals. Lo stop di Nadal fa sperare Sinner (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Le buone notizie per l’Italia del tennis non vengono mai da sole. I quarti di finale allo US Open, terzi di fila in uno Slam, insieme all’assenza del campione in carica Dominic Thiem proiettano Matteo Berrettini al numero 7 della classifica ATP. Il romano, diventato due anni fa il quinto azzurro di sempre tra i primi dieci del mondo, è ufficialmente settimo questa settimana. Ha dunque eguagliato il best ranking di Corrado Barazzutti (1978), il terzo di sempre per un tennista italiano dopo Nicola Pietrangeli (numero 3 nel 1959 e nel 1960 nella classifica stilata dal giornalista Lance Tingay) e Adriano Panatta, numero 4 nel 1976, quando si era ormai entrati nell’era del computer. Le possibilità di salire ancora ci sono tutte, considerato che Matteo è a soli 642 punti da Rafa Nadal, che però non giocherà più per tutto 112021 e via via dovrà scartare i punti di tornei disputati più di un anno fa. Il risultato di Flushing Meadows avvicina il numero 1 azzurro alla qualificazione per la prima edizione italiana di sempre delle Nitto ATP Finals, in programma a Torino dal 14 a121 novembre. Otto i posti disponibili, per i migliori nella Race to iluin, la classifica che considera solo i piazzamenti nei tornei di questa stagione. In tre sono già sicuri di esserci: Novak Djokovic, Daniil Medvedev e Stefanos Tsitsipas. Berrettini al momento è sesto con 3955 punti, un migliaio in meno di Alexander Zverev, quarto e anche lui a un passo da Torino. SINNER PER IL BIS.

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È infatti in corsa anche Jannik Sinner, che è undicesimo, scavalcato questa settimana dá Felix Auger-Aliassime, fresco di prima semifinale Slam in carriera. Entrambi, però, hanno ancora davanti Nadal e dunque vanno virtualmente considerati nono e decimo. L’altoatesino dovrà presumibilmente giocarsi uno degli ultimi posti a Torino anche con il polacco Hubert Hurkacz e il norvegese Casper Ruud. Intanto, Sinner ha migliorato il best ranking, è 14° questa settimana nella classifica ATP. Laltoatesino dal 27 settembre andrà a difendere il titolo a Sofia: al momento è Il giocatore con la miglior classifica tra gli iscritti. I suoi rivali nella corsa alle Finals resteranno invece negli Stati Uniti prima di Indian Wells, Masters 1000 spostato al 7 ottobre a causa del Cbvid-19.

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Medvedev, la rivoluzione non sarà solo russa (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ha esultato come in un videogame, con la mossa del pesce morto tanto comune a FIFA. Ha fatto rumore, e non per nulla. Il trionfo di Daniil Medvedev allo US Open segna un punto di non ritorno. II russo è la versione tennistica di Gene Wilder che nella scena cult di Frankenstein Junior grida: «Si può fare!». Si, si può fare davvero. Si può vincere uno Slam battendo uno dei Fab 3, e nessuno dell’attuale generazione di giovani attesi campioni (quella Medvedev, Tsitsipas, Zverev, Rublev, Berrettini, Shapovalov, Auger-Aliassime) aveva ancora fatto. Dominic Thiem, che di anni ne ha 28, aveva per certi versi aperto la strada l’anno scorso, vincendo lo US Open ma in finale su Zverev.

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Medvedev, peraltro nel terzo anniversario del suo matrimonio, nel luogo dove due anni fa giocava la sua prima finale Slam, ha avvicinato il domani del gioco. «Le prime volte sono sempre speciali. Lo e stato vincere il mio primo torneo Juniores e il primo torneo da professionista. E stato speciale conquistare per la prima volta le Finals – ha detto – Ma ho sempre voluto di più. In quel momento, ho cominciato a pensare che avrei desiderato vincere uno Slam. È successo e sono felice».

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Paradossalmente, vista la differenza di risultati dell’anno scorso, Medvedev ha guadagnato meno di Djokovic in classifica rispetto a due settimane fa. Il divario nel ranking si è fatto leggermente più ampio. Non solo per questo, al momento, il russo non pensa alle chances di diventare numero 1 del mondo.

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Da oggi, avrà però l’obiettivo di tutti puntati addosso. Lo studieranno, cercheranno di imitarlo e di batterlo. Ha mostrato al mondo che si può fare, e la lotta per un angolo di cielo cambierà natura.

Le lacrime di re Djokovic. Crolla nella caccia al record ma riscopre l’umanità (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

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E lì, nel caldo torrido del , Giappone, dove si è spolmonato inutilmente volendo troppo e nulla stringendo tra le mani, che Novak Djokovic ha seppellito il sogno del Grande Slam 52 anni dopo Rod Laver (1969).

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Ma l’ambizione smodata dei due ori ai Giochi per superare il Golden Slam ’88 di Steffi Graf (i quattro Major più il titolo dell’Olimpiade di Seul) è il peccato di superbia che ha presentato al numero uno il conto nella finale di New York. Lì, sull’immenso centrale da 20 mila spettatori, dalle pagine della letteratura russa è uscito un moscovita allampanato e sghembo, ghiotto di croissant, appassionato di videogiochi (la buffa esultanza, quel tuffo da pesce lesso sul cemento, nasce così), capace di esaurire in tre set le ultime energie fisiche e nervose del campione esausto, prosciugato dal suo stesso folle inseguimento alla missione (im)possibile. Aveva perso spesso il primo set (con Nishikori, Brooksby, Berrettini e Zverev), il Djoker. Li avevamo considerati momenti di distrazione, segnali di una carburazione lenta da saldi di fine stagione, invece erano le spie della riserva. Quel Medvedev che batte Djokovic facendo Djokovic — servizio implacabile, dritto assassino, 50% di palle break convertite, un ritmo ansiogeno imposto al match per non invertirne mai l’inerzia — è la nemesi più spietata che l’esistenza potesse riservargli. L’Achille che Ettore ha trovato sulla sua strada a un passo dalla leggenda non è Medvedev. Achille era dentro Djokovic dall’inizio, quando è entrato in campo bianco come se avesse visto un fantasma, rassegnato al suo destino: il break al primo gioco che ha deciso il set. E nel momento in cui gli altri hanno dubitato, l’inizio del secondo set, il russo non ha tremato. Novak ha provato a tessere la sua ragnatela di palleggi, ma era piena di buchi. Non è vero che il Djoker è crollato proprio quando tutti tifavano per lui. II pubblico di New York, che sa essere generoso ma anche sguaiato, l’ha fischiato al primo turno contro il giovane danese Rune, poi l’ha sostenuto con il rispetto che si deve a un campione ossessionato dall’idea di grandezza, ma domenica ha soprattutto tifato per il prolungamento della finale, perché non finisse in tre set: era tifo egoista, per giustificare il costo del biglietto e il viaggio da Manhattan a Flushing. Eppure l’uomo che sussurra agli Slam, abituato ad esibirsi controcorrente (valga, per tutte, la finale di Wimbledon 2019 con Federer), l’ha scambiato per un gesto d’affetto totale: «Mi avete fatto sentire speciale, grazie». Speciale, piuttosto, è stata l’emozione del re del tennis nudo alla meta, scoppiato in lacrime sotto l’asciugamano all’ultimo cambio di campo e spogliato di quell’ambizione con cui in quasi 14 anni, dal nulla, è riuscito ad agganciare Federer e Nadal a quota 20 titoli Slam, essendo quegli altri due partiti a caccia ben prima di lui.

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Non ci serviva l’atroce k.o. di New York per scoprirlo sensibile. Però lo avvicina all’umanità degli altri due. E questa, forse, è la vera vittoria del Djoker.

Se Djokovic nelle lacrime di una sconfitta nasconde la vera vittoria di una carriera (Marco Lombardo, Il Giornale)

Nel momento in cui è sgorgata la prima lacrima, all’improvviso, senza controllo, Novak Djokovic è diventato un altro. Forse non sarà mai più il tennista imbattibile, però l’uomo che c’è in lui è finalmente tornato. E forse non sarà più l’eroe che voleva essere, «ma gli eroi mediocri sottomettono i loro nemici, quelli autentici conquistano se stessi». Lo diceva il poeta persiano Rumi, ed in effetti quel momento è stata pura poesia. Le lacrime, successive e implacabili, così come non si erano mai viste sul volto di Robonole, hanno cambiato perfino la sua espressione, probabilmente la sua anima. Anni di lavoro per annientare se stesso per un unico obbiettivo lo avevano trasfigurato: ma è stato proprio in quell’attimo che si è riaperta la sua finestra sulla vita

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Eppure, davvero, il pianto di Djokovic ha segnato un’era: quello che c’era prima infatti è stata solo la ricerca sfrenata del successo, quello che verrà dopo ha come simbolo il tifo scatenato del pubblico dell’Arthur Ashe Stadium, lo stesso che lo aveva maltrattato beceramente anni prima in una finale contro Federer (e che ha fatto lo stesso domenica con Medvedev). «Nole, Nole, Nole», un grido che è diventato un tornado, quando il grande campione a un passo dalla sconfitta ha ritrovato un po’ di speranza, recuperando uno dei due break al russo nel terzo set: «E in quel momento, proprio in quel momento – dirà Medvedev -, ho capito che se me ne avesse strappato un altro poi avrei perso la partita». Pensarlo due set e un break avanti (finirà poi con un triplo 6-4), vuole dire arrendersi all’inevitabile. E invece non è successo, ma del primo titolo Slam di Daniil non si ricorderà il tuffo a pesce sul campo quando Djokovic manda a rete l’ultima palla («lo capisce solo chi gioca a videogame, ho fatto il comando L2+sinistra»), ma quella faccia un po’ così di Novak, stravolta dal pianto, che accompagna il cambio di campo e l’inizio del game successivo.

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Novak Djokovic non ha fatto il Grande Slam, il sogno di onnipotenza probabilmente è spento per sempre: vincerà altri Slam, batterà altri record, ma il tutto non avrà lo stesso sapore di una volta. Ferito ma finalmente amato, ha perso la sua sfida. Eppure sa, lo sanno tutti, di avere vinto.

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La vittoria di Daniil Medvedev agli US Open (Crivelli, Mastroluca, Piccardi, Semeraro, Martucci, Franci)

La vittoria di Daniil Medvedev allo US Open

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Medvedev trionfa. Nole ko in tre set, ciao Grande Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Nole Djokovic, a un passo dalla meta che ti proietta direttamente nella dimensione del mito, si scioglie clamorosamente contro l’Orso russo Medvedev, divorato da una tensione che non riesce a maneggiare praticamente fin dal primo punto: niente Grande Slam, dopo il trionfo agli Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon. «The Rocket», perciò, resta l’ultimo eroe capace di annettersi uno dei più prestigiosi risultati dello sport, non solo del tennis, e con lui forse sorride anche l’anima di Don Budge, il primo che riuscì a compiere l’impresa. Il Djoker, scopertosi nudo e indifeso proprio nel giorno che contava di più, diventa suo malgrado il terzo uomo della storia a vincere i primi tre Major stagionali e a fermarsi nella finale degli US Open dopo Crawford (1933) e Hoad (1956), un record al contrario di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Soprattutto, non riesce ad allungare nella classifica degli Slam vinti, rimanendo appaiato a quota 20 a Federer e Nadal, una sorta di vincolo eterno che a questo punto potrebbe anche essere destinato a non sciogliersi mai più.

 

Onore dunque a Daniil Medvedev, l’uomo che interrompe il sogno del numero uno del mondo e si costruisce il suo dopo due sconfitte in finale, proprio a New York nel 2019 contro Nadal e in Australia quest’anno con il Djoker. Diventa così il terzo russo dopo Kafelnikov e Safin a trionfare in un Major e il 151° vincitore della storia dei quattro tornei più importanti. Lo aveva anticipato, del resto: «La sconfitta di Melbourne mi è servita per imparare, a me piace interpretare una partita di tennis come una sfida a scacchi. ma Djokovic trova sempre una soluzione. Stavolta spero di essere all’altezza». Detto e fatto: le mosse giuste sono le sue, fin dal primo game, in cui Nole si fa brekkare da 40-15 sopra e finisce subito in apnea. Anche perché, quando serve, l’Orso di Mosca non gli concede nulla: appena tre punti nel primo set. E poi è lui a tenere il ritmo più alto, a correre meglio, a provare variazioni con la palla corta, senza soffrire il rovescio in back di Novak che a Melbourne era stato devastante. Il numero uno, invece, tira corto, è nervoso, poco reattivo sulle gambe e per sottrarsi alla ragnatela dell’avversario non può che buttarsi con frequenza a rete, con alterne fortune.

L’unico momento di svolta per il Djoker potrebbe innescarsi nel secondo game del secondo set, quando si procura tre palle break consecutive ma non le sfrutta: Daniil gli strapperà il servizio nel quinto game, producendo l’allungo decisivo. Il break d’acchito nel terzo set, infatti, chiude la sfida, anche se il pubblico comincia a rumoreggiare maleducatamente a ogni turno di servizio del russo e Medvedev si incarta quando serve per la prima volta per il match sul 5-2, con due doppi falli e un drittaccio in rete. Ma sarà solo questione di minuti, il decimo game diventa quello dell’apoteosi: «Ho sconfitto il più grande di sempre, quello che Nole ha fatto quest’anno rimarrà per sempre nella storia. Ringrazio tutte le persone che mi sono state accanto e mi hanno accompagnato in questo viaggio, che è stato davvero lungo. E l’anniversario di matrimonio con Dasha (si sono sposati il 12 settembre 2018, ndr), spero che come regalo possa accontentarsi di questa vittoria». Djokovic, in lacrime praticamente dall’ultimo punto del match, gli ha già fatto i complimenti: «Se c’era qualcuno che meritava di vincere finalmente uno Slam, quello eri tu…

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Medvedev spietato. Nole, addio sogno (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Novak Djokovic si ferma a un passo dall’impresa da leggenda. A una vittoria dal terzo Grande Slam in singolare maschile, che sarebbe stato il primo ottenuto vincendo su tre superfici diverse. Il numero 1 del mondo perde la più importante delle 1176 partite giocate in carriera, la finale che avrebbe potuto incoronarlo più vincente di sempre nei major senza più ex-aequo con Roger Federer e Rafa Nadal. Il russo Daniil Medvedev, numero 2 del mondo, gli ha rovinato la festa. Ha giocato una partita tatticamente perfetta, ha vinto il duello mentale e tattico, come il punteggio dimoastra chiaramente, malgrado il tentativo di rimonta finale del campione serbo.

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Medvedev è impeccabile al servizio nel parziale, che completa con l’ottavo ace. Forza con la prima e la seconda, fatica come spesso gli capita contro Djokovic quando deve rispondere da destra. Colpisce infatti da troppo lontano, e il serbo può seguire il servizio a rete o aprirsi il campo con il colpo successivo. Djokovic non è in controllo, come raramente gli è successo quest’anno negli Slam. il traguardo distante una sola vittoria resta un desiderio che condiziona, lo vuole così tanto ma lo sente allontanarsi. Cerca di variare, di aggredire la rete con continuità, evita lo scambio lungo sulla diagonale sinistra, cambia con il diritto lungolinea anomalo. il pubblico si anima, Djokovic al contrario sbuffa e alla fine esplode all’inizio del secondo set. Le due palle break non sfruttate nel quarto game, su una delle quali il russo ha potuto servire due volte la prima perché dagli altoparlanti era partita la musica, lasciano una delusione da sfogare.

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Nole è uno dei sei giocatori ad aver rimontato due set di svantaggio in una finale Slam. A New York dovrebbe farlo di nuovo per centrare l’obiettivo che vale la storia. Ma gli mancano velocità di gambe e fluidità di braccio. La mano del numero 1 del mondo può essere ferro e può essere piuma. Per sua sfortuna, si verifica la prima opportunità e non gli è di nessun aiuto. Medvedev fa praticamente quel che vuole nel terzo set, che inizia con due break di vantaggio, arriva a servire sul 5-2 ma spreca il primo match point con un doppio fallo, subito bissato. Il numero 1 del mondo gli strappa per la prima volta il servizio, poi si porta sul 4-5. Con il pubblico tutto dalla sua parte cambia campo quasi in lacrime. Medvedev torna a servire, resiste agli ululati del pubblico e si riporta sul 40-15. Dopo un altro doppio fallo chiude la gara con l’ennesima sberla di servizio per poi crollare a terra sul cemento di Flushing Meadows.

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Djokovic inciampa sul traguardo, il re di New York è Medvedev (Gaia PIccardi, Corriere della Sera)

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In campo nella finale dell’US Open, infatti, contro un Daniil Medvedev mai così determinato a prendersi un pezzetto di storia altrui, entra un 34enne serbo teso e falloso, un numero uno del ranking spuntato nelle sue armi e rassegnato subito al peggio: è il break del primo game a decidere il set a favore del russo (6-4), che con una tattica impeccabile, tira e scappa, si renderà imprendibile. Sostenuto dal servizio (16 ace, 80% di punti vinti sulla prima) e dalla ferrea volontà di rendere essenziali gli scambi, Medvedev è chirurgico nel secondo (6-4 con break al quinto game) e freddo nel terzo, quando resiste al ritorno del Djoker per chiudere con un altro 6-4. «Oggi è il mio anniversario dl nozze, ci tenevo a fare un bel regalo a mia moglie Darla» scherza dopo aver vinto il primo Slam della carriera, mentre un Djokovic irriconoscibile, bianco in faccia come chi ha visto un fantasma, perde tutto: il 21esimo titolo Major con cui avrebbe superato gli eterni rivali Federer e Nadal e il Grande Slam nell’anno solare, l’impresa che gli avrebbe garantito l’immortalità sportiva. E così, accorsi a Flushing per assistere al match dell’anno, i vip americani del cinema (Brad Pitt, Bradley Cooper) e dello sport (Megan Rapinoe) si ritrovano ad applaudire un moscovita dal tennis sghembo e imprevedibile, che pare uscito dalle pagine della grande letteratura russa: un Oblomov meno accidioso, ma ugualmente flemmatico, bravo a mantenere la calma quando Il pubblico del centrale ha provato a innervosirlo, nella speranza di allungare la finale. Ride Medvedev sotto la barbetta elettrica, n.2 del mondo all’altezza della sua classifica, e piange Djokovic, mai così umano ed empatico con i tifosi come nell’ora della sconfitta più atroce: «Stanotte, anche se non ho vinto, sono un uomo felice perché mi avete fatto sentire speciale».

Ricorderemo a lungo l’Us Open 2021. Non solo per la sorpresa di Medvedev re ma anche perché a New York è nata una stella. Emma Raducanu è una supernova esplosa nella galassia di un tennis femminile già super frammentato e privo di una dominatrice (per la quinta stagione consecutiva i quattro Major hanno quattro regine diverse), partorita da una finale inedita e giovanissima (37 anni in due) che oltre al talento in fiamme di Emma Raducanu, 18 anni, consegna allo sport una seconda stella mancina e altrettanto brillante, la canadese Leylah Fernandez, 19 anni. Per Emma, per i numeri con cui ha marchiato a fuoco il secondo Slam della sua vita, si sprecano i superlativi: dieci match vinti di fila senza perdere un set né arrivare al tie break, lo Slam americano restituito alla Gran Bretagna 53 anni dopo l’antenata Virginia Wade. Emma ha tenuto in piedi fino a tardi Daniel Ricciardo, il pilota della McLaren che ieri ha conquistato il Gp di Monza, ha spinto la regina Elisabetta d’Inghilterra ai complimenti formali per iscritto («La tua performance ispirerà generazioni di tenniste», firmato Elizabeth R.) e ha distratto il premier Boris Johnson dalle questioni di governo («Fieri di te»). Mai nessuno, ne donna né uomo, si era annesso un titolo Slam partendo dalle qualificazioni. La neocampionessa ci è riuscita senza sforzo apparente, felice di aver ripagato, da figlia unica, papà loan, originario di Bucarest, e mamma Dong Mei, cinese di Shenyang, dei sacrifici affrontati in seguito al trasferimento da Toronto a Londra, quartiere di Bromley, quando il baby fenomeno aveva due anni.

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Il sogno si infrange. Djokovic ko e lcrime, US Open a Medvedev (Stefano Semeraro, La Stampa)

Come sbagliare il rigore decisivo, o dimenticarsi la risposta del quiz da un milione di euro. Novak Djokovic ha perso la finale degli US Open, l’ultima partita che gli restava per chiudere un impresa storica, il Grande Slam, sorpassare con 21 major Roger Federer e Rafa Nadal, e diventare – sotto gli occhi ottuagenari di Rod Laver, che il Grande Slam l’ha completato due volte, nel 1962 e nel `69 – ufficialmente il Più Grande di sempre. L’ha persa male, in tre set (6-4 6-4 6-4, con il brivido di un break recuperato alla fine) contro Daniil Medvedev, il russo n. 2 del mondo contro cui aveva passeggiato all’inizio dell’anno a Melbourne. L’ironia più grande, forse, è però che Nole ha perso la prima grande finale in cui aveva tutto il pubblico a favore

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E l’ha persa, va detto con tutto il rispetto per un campione immenso, perché ha avuto paura di vincerla. Cornprensibili, insomma, le lacrime con cui ha chiuso il match. La parte del Cattivo stavolta l’ha recitata Daniil, campione sulfureo, apparentemente sbilenco ma in realtà efficacissimo, che già due anni fa a New York era arrivato in fondo litigando ad ogni match con il pubblico e perdendo solo in cinque set contro Nadal. Ha vinto perché ha un servizio devastante come la sua (giustificata) presunzione, e perché è riuscito dove gli altri avversari del Djoker avevano fallito: reggere dopo il primo set.

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Medvedev ha trionfato alla Djokovic (e con il servizio in più). Djokovic si è smarrito negando se stesso, buttandosi a rete come mai aveva fatto in carriera. Dopo la sconfitta di Tokyo contro Zverev, il flop contro Medvedev – il primo vero Next Gen a prendersi uno Slam – in fondo ad una stagione che sarebbe enorme per chiunque – Nadal e Federer compresi – ma che per Djokovic si è trasformata in una beffa.

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Nole, il sogno slam sbatte su Medvedev (Vincenzo Martucci, Il Messaggero Sport)

La legge del Grande Slam colpisce anche Novak Djokovic. Come era già successo a Jack Crawford nel 1933 e a Lew Hoad nel 1956, anche il campione serbo si arena sul più bello: dopo aver conquistato i primi tre Majors della stagione, cede in finale nell’ultima tappa, a New York, contro un avversario che non è un fenomeno come Fred Perry o Ken Rosewall come allora, ma è un campione, è numero 2 del mondo e puntava legittimamente al primo trionfo Slam dopo aver fallito nel 2019 proprio a New York (contro Nadal) e a febbraio agli Australian Open (contro Djokovic). Il gigante russo dal tennis poco ortodosso ma efficace deve ringraziare Matteo Berrettini e Sascha Zverev che hanno sfiancato di testa e di fisico il 34enne serbo. Anche se i suoi meriti sono notevoli, così come evidenti sono i progressi tecnici e caratteriali.

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Pronti, via: e c’è il colpo di scena. Djokovic parte lento dai blocchi, subisce gli scambi lunghi e profondi di Medvedev e concede la battuta con tre errori consecutivi, due di dritto, il colpo che meglio gli ha funzionato nelle prime sei partite di questi US Open. Il campione di gomma ha le gambe dure per essere rimasto in campo 17 ore 26 minuti contro le 11 e 51 dell’avversario, che già è più giovane di nove anni, oppure anche il re di 20 Slam accusa la tensione davanti al traguardo più prestigioso? Di certo Daniil non l’aiuta:

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oncede appena 3 punti in 5 games di battuta, li suggella con 8 ace e il 100% di punti con la prima, e chiude il primo set per 6-4. Novak, che non riesce a trovare il ritmo da fondo e nemmeno le sue diagonali, si butta infatti a rete più spesso del solito. Dopo un’ora, sembra sciogliersi: anche se Medvedev resiste a un punto di 27 scambi, arriva alla prima palla-break, ma una musica che scatta all’improvviso costringe l’arbitro a chiamare un let e far giocare la prima di servizio al russo che si salva. E, quando annulla anche una seconda palla-break, Djokovic prima mima di smanacciare con violenza la palla e, quando il russo pizzica la riga, distrugge la racchetta subendo l’ammonizione e il 2-2. Con la testa non c’è più:

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Medvedev oh yes, Djokovic sogno infranto (Paolo Franci, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

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l’Us Open è di Daniil Medvedev, russo numero 2 al mondo che si prende il primo Major in carriera e frantuma il grande sogno del numero 1, ‘Nole’ appunto, di mettere in bacheca i trofei dei primi quattro tornei al mondo in una sola stagione. Medeved si vendica della finale persa a inizio anno in Australia, e vincendo per 6-4 6-4 6-4, a 25 anni trova la consacrazione. Perfetto il suo match fatto di grandi variazioni (quelle che lo avevano condannato a Melbourne contro il serbo) e di una solidità al servizio che ha frantumato la pur proverbiale scorza di Djokovic.

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Insolitamente impreciso, a tratti irriconoscibile (ma il merito non può che essere anche dell’avversario), ‘ Djoker’ forse aveva speso tutto nella semifinale vinta in 5 set con Zverev. E sfuma così anche la possibilità di superare Federer e Nadal, cui rimane invece appaiato con 20 Slam vinti. Quella di Medvedev è a suo modo una favola, costruita col suo tennis tremendamente efficace anche se poco aggraziato. Una favola come quella di Emma Raducanu, 18enne inglese presentatasi agli Us Open da numero 150 al mondo, con passaggio dalle qualificazioni, e arrivata al successo. E lei un assegno da 2 milioni e 440mila dollari di premio dopo aver battuto in finale Leylah Annie Fernandez in due set. Una finale tra teenager – 19 anni per la Fernandez e 18 la Raducanu – non si vedeva in uno Slam dall’Open degli Stati Uniti del 1999 quando la 17enne Serena Williams incrociò la racchetta con l’appena 18enne Martina Hingis. II curriculum della nuova stella del tennis mondiale è già pieno zeppo di record: è la prima tennista – uomini compresi – della storia a vincere uno Slam partendo dalle qualificazioni e riporta il titolo in Inghilterra che mancava dal 1968, quando fu Virginia Wade a trionfare battendo Billie Jean King e presente in tribuna all’Arthur Ashe per seguire il trionfo della sua erede.

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