Djokovic in lacrime perde il Grande Slam ma finalmente è amato (Crivelli). Berrettini ha ipotecato le Finals. Lo stop di Nadal fa sperare Sinner (Mastroluca). Medvedev, la rivoluzione non sarà solo russa (Mastroluca). Le lacrime di re Djokovic. Crolla nella caccia al record ma riscopre l'umanità (Piccardi). Se Djokovic nelle lacrime di una sconfitta nasconde la vera vittoria di una carriera (Lombardo)

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Djokovic in lacrime perde il Grande Slam ma finalmente è amato (Crivelli). Berrettini ha ipotecato le Finals. Lo stop di Nadal fa sperare Sinner (Mastroluca). Medvedev, la rivoluzione non sarà solo russa (Mastroluca). Le lacrime di re Djokovic. Crolla nella caccia al record ma riscopre l’umanità (Piccardi). Se Djokovic nelle lacrime di una sconfitta nasconde la vera vittoria di una carriera (Lombardo)

La rassegna stampa di martedì 14 settembre 2021

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Djokovic in lacrime perde il Grande Slam ma finalmente è amato (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Anche gli extraterrestri possiedono un’anima. E dunque, come i comuni mortali, di fronte all’appuntamento che può definitivamente cambiarti la vita per renderla un fantastico viaggio nella leggenda, si scoprono nudi e impotenti, si fanno piccoli fino ad essere inghiottiti dalla tensione, arrendendosi alla maledizione della storia. Certo, che potesse accadere a Novak Djokovic, cioè al giocatore che più di ogni altro ha costruito sull’eccelsa solidità della mente uno straordinario percorso di successi, uscendo sempre rafforzato da ogni difficoltà incontrata, può suonare come una sorpresa, ma il Grande Slam e l’ombra di Rod Laver (che era in tribuna a New York) si sono rivelati un’impresa superiore anche alle sue energie. Va aggiunto, poi, che Daniil Medvedev si è dimostrato l’avversario peggiore, e non era scontato: non ha regalato nulla, ha usato la battuta come una clava dall’inizio alla fine e non ha mai ceduto una stilla di concentrazione, se non quando è andato a servire per il match per la prima volta sul 5-2 del terzo set, una debolezza durata appena qualche minuto fino all’apoteosi del triplo 6-4 della vittoria.

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Dopo anni e anni passati a tormentarsi sulla passione che il mondo riversava soltanto su Federer e Nadal, ha ascoltato il cuore della gente battere per lui e chissà se questa nuova connessione, scaturita senza dubbio dallo svelamento del suo lato umano davanti a un destino avverso, non possa fornirgli stimoli supplementari per il futuro, dopo che per più di un decennio ha tratto linfa dalla situazione contraria. Sicuramente questa nuova consapevolezza lo ha fatto lacrimare a dirotto addirittura già sul campo, negli ultimi punti del match: «Ho provato tante emozioni diverse. Certo, una parte di me è molto triste, è una sconfitta difficile da digerire, visto ciò che c’era in palio. D’altro canto, però, ho avvertito qualcosa che non avevo mai avvertito prima a New York, il pubblico mi ha fatto sentire davvero speciale, e la cosa mi ha piacevolmente sorpreso. Non mi aspettavo niente, ma il supporto e l’energia che ho ricevuto me li ricorderò per sempre.

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Si erano fatte tante illazioni sul futuro del Djoker qualora avesse realizzato il Grande Slam, addirittura fino a immaginare un ritiro in pompa magna per oggettiva mancanza di altri traguardi da raggiungere. Fallito il traguardo più alto, gli resta tuttavia l’obiettivo non banale degli Slam complessivi, che al momento condivide ancora a quota 20 con gli arcírivali Federer e Nadal. E, dalla sua, Djokovic ha l’età, la salute e la possibilità di essere al top su tutte le superfici

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Berrettini ha ipotecato le Finals. Lo stop di Nadal fa sperare Sinner (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Le buone notizie per l’Italia del tennis non vengono mai da sole. I quarti di finale allo US Open, terzi di fila in uno Slam, insieme all’assenza del campione in carica Dominic Thiem proiettano Matteo Berrettini al numero 7 della classifica ATP. Il romano, diventato due anni fa il quinto azzurro di sempre tra i primi dieci del mondo, è ufficialmente settimo questa settimana. Ha dunque eguagliato il best ranking di Corrado Barazzutti (1978), il terzo di sempre per un tennista italiano dopo Nicola Pietrangeli (numero 3 nel 1959 e nel 1960 nella classifica stilata dal giornalista Lance Tingay) e Adriano Panatta, numero 4 nel 1976, quando si era ormai entrati nell’era del computer. Le possibilità di salire ancora ci sono tutte, considerato che Matteo è a soli 642 punti da Rafa Nadal, che però non giocherà più per tutto 112021 e via via dovrà scartare i punti di tornei disputati più di un anno fa. Il risultato di Flushing Meadows avvicina il numero 1 azzurro alla qualificazione per la prima edizione italiana di sempre delle Nitto ATP Finals, in programma a Torino dal 14 a121 novembre. Otto i posti disponibili, per i migliori nella Race to iluin, la classifica che considera solo i piazzamenti nei tornei di questa stagione. In tre sono già sicuri di esserci: Novak Djokovic, Daniil Medvedev e Stefanos Tsitsipas. Berrettini al momento è sesto con 3955 punti, un migliaio in meno di Alexander Zverev, quarto e anche lui a un passo da Torino. SINNER PER IL BIS.

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È infatti in corsa anche Jannik Sinner, che è undicesimo, scavalcato questa settimana dá Felix Auger-Aliassime, fresco di prima semifinale Slam in carriera. Entrambi, però, hanno ancora davanti Nadal e dunque vanno virtualmente considerati nono e decimo. L’altoatesino dovrà presumibilmente giocarsi uno degli ultimi posti a Torino anche con il polacco Hubert Hurkacz e il norvegese Casper Ruud. Intanto, Sinner ha migliorato il best ranking, è 14° questa settimana nella classifica ATP. Laltoatesino dal 27 settembre andrà a difendere il titolo a Sofia: al momento è Il giocatore con la miglior classifica tra gli iscritti. I suoi rivali nella corsa alle Finals resteranno invece negli Stati Uniti prima di Indian Wells, Masters 1000 spostato al 7 ottobre a causa del Cbvid-19.

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Medvedev, la rivoluzione non sarà solo russa (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ha esultato come in un videogame, con la mossa del pesce morto tanto comune a FIFA. Ha fatto rumore, e non per nulla. Il trionfo di Daniil Medvedev allo US Open segna un punto di non ritorno. II russo è la versione tennistica di Gene Wilder che nella scena cult di Frankenstein Junior grida: «Si può fare!». Si, si può fare davvero. Si può vincere uno Slam battendo uno dei Fab 3, e nessuno dell’attuale generazione di giovani attesi campioni (quella Medvedev, Tsitsipas, Zverev, Rublev, Berrettini, Shapovalov, Auger-Aliassime) aveva ancora fatto. Dominic Thiem, che di anni ne ha 28, aveva per certi versi aperto la strada l’anno scorso, vincendo lo US Open ma in finale su Zverev.

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Medvedev, peraltro nel terzo anniversario del suo matrimonio, nel luogo dove due anni fa giocava la sua prima finale Slam, ha avvicinato il domani del gioco. «Le prime volte sono sempre speciali. Lo e stato vincere il mio primo torneo Juniores e il primo torneo da professionista. E stato speciale conquistare per la prima volta le Finals – ha detto – Ma ho sempre voluto di più. In quel momento, ho cominciato a pensare che avrei desiderato vincere uno Slam. È successo e sono felice».

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Paradossalmente, vista la differenza di risultati dell’anno scorso, Medvedev ha guadagnato meno di Djokovic in classifica rispetto a due settimane fa. Il divario nel ranking si è fatto leggermente più ampio. Non solo per questo, al momento, il russo non pensa alle chances di diventare numero 1 del mondo.

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Da oggi, avrà però l’obiettivo di tutti puntati addosso. Lo studieranno, cercheranno di imitarlo e di batterlo. Ha mostrato al mondo che si può fare, e la lotta per un angolo di cielo cambierà natura.

Le lacrime di re Djokovic. Crolla nella caccia al record ma riscopre l’umanità (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

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E lì, nel caldo torrido del , Giappone, dove si è spolmonato inutilmente volendo troppo e nulla stringendo tra le mani, che Novak Djokovic ha seppellito il sogno del Grande Slam 52 anni dopo Rod Laver (1969).

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Ma l’ambizione smodata dei due ori ai Giochi per superare il Golden Slam ’88 di Steffi Graf (i quattro Major più il titolo dell’Olimpiade di Seul) è il peccato di superbia che ha presentato al numero uno il conto nella finale di New York. Lì, sull’immenso centrale da 20 mila spettatori, dalle pagine della letteratura russa è uscito un moscovita allampanato e sghembo, ghiotto di croissant, appassionato di videogiochi (la buffa esultanza, quel tuffo da pesce lesso sul cemento, nasce così), capace di esaurire in tre set le ultime energie fisiche e nervose del campione esausto, prosciugato dal suo stesso folle inseguimento alla missione (im)possibile. Aveva perso spesso il primo set (con Nishikori, Brooksby, Berrettini e Zverev), il Djoker. Li avevamo considerati momenti di distrazione, segnali di una carburazione lenta da saldi di fine stagione, invece erano le spie della riserva. Quel Medvedev che batte Djokovic facendo Djokovic — servizio implacabile, dritto assassino, 50% di palle break convertite, un ritmo ansiogeno imposto al match per non invertirne mai l’inerzia — è la nemesi più spietata che l’esistenza potesse riservargli. L’Achille che Ettore ha trovato sulla sua strada a un passo dalla leggenda non è Medvedev. Achille era dentro Djokovic dall’inizio, quando è entrato in campo bianco come se avesse visto un fantasma, rassegnato al suo destino: il break al primo gioco che ha deciso il set. E nel momento in cui gli altri hanno dubitato, l’inizio del secondo set, il russo non ha tremato. Novak ha provato a tessere la sua ragnatela di palleggi, ma era piena di buchi. Non è vero che il Djoker è crollato proprio quando tutti tifavano per lui. II pubblico di New York, che sa essere generoso ma anche sguaiato, l’ha fischiato al primo turno contro il giovane danese Rune, poi l’ha sostenuto con il rispetto che si deve a un campione ossessionato dall’idea di grandezza, ma domenica ha soprattutto tifato per il prolungamento della finale, perché non finisse in tre set: era tifo egoista, per giustificare il costo del biglietto e il viaggio da Manhattan a Flushing. Eppure l’uomo che sussurra agli Slam, abituato ad esibirsi controcorrente (valga, per tutte, la finale di Wimbledon 2019 con Federer), l’ha scambiato per un gesto d’affetto totale: «Mi avete fatto sentire speciale, grazie». Speciale, piuttosto, è stata l’emozione del re del tennis nudo alla meta, scoppiato in lacrime sotto l’asciugamano all’ultimo cambio di campo e spogliato di quell’ambizione con cui in quasi 14 anni, dal nulla, è riuscito ad agganciare Federer e Nadal a quota 20 titoli Slam, essendo quegli altri due partiti a caccia ben prima di lui.

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Non ci serviva l’atroce k.o. di New York per scoprirlo sensibile. Però lo avvicina all’umanità degli altri due. E questa, forse, è la vera vittoria del Djoker.

Se Djokovic nelle lacrime di una sconfitta nasconde la vera vittoria di una carriera (Marco Lombardo, Il Giornale)

Nel momento in cui è sgorgata la prima lacrima, all’improvviso, senza controllo, Novak Djokovic è diventato un altro. Forse non sarà mai più il tennista imbattibile, però l’uomo che c’è in lui è finalmente tornato. E forse non sarà più l’eroe che voleva essere, «ma gli eroi mediocri sottomettono i loro nemici, quelli autentici conquistano se stessi». Lo diceva il poeta persiano Rumi, ed in effetti quel momento è stata pura poesia. Le lacrime, successive e implacabili, così come non si erano mai viste sul volto di Robonole, hanno cambiato perfino la sua espressione, probabilmente la sua anima. Anni di lavoro per annientare se stesso per un unico obbiettivo lo avevano trasfigurato: ma è stato proprio in quell’attimo che si è riaperta la sua finestra sulla vita

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Eppure, davvero, il pianto di Djokovic ha segnato un’era: quello che c’era prima infatti è stata solo la ricerca sfrenata del successo, quello che verrà dopo ha come simbolo il tifo scatenato del pubblico dell’Arthur Ashe Stadium, lo stesso che lo aveva maltrattato beceramente anni prima in una finale contro Federer (e che ha fatto lo stesso domenica con Medvedev). «Nole, Nole, Nole», un grido che è diventato un tornado, quando il grande campione a un passo dalla sconfitta ha ritrovato un po’ di speranza, recuperando uno dei due break al russo nel terzo set: «E in quel momento, proprio in quel momento – dirà Medvedev -, ho capito che se me ne avesse strappato un altro poi avrei perso la partita». Pensarlo due set e un break avanti (finirà poi con un triplo 6-4), vuole dire arrendersi all’inevitabile. E invece non è successo, ma del primo titolo Slam di Daniil non si ricorderà il tuffo a pesce sul campo quando Djokovic manda a rete l’ultima palla («lo capisce solo chi gioca a videogame, ho fatto il comando L2+sinistra»), ma quella faccia un po’ così di Novak, stravolta dal pianto, che accompagna il cambio di campo e l’inizio del game successivo.

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Novak Djokovic non ha fatto il Grande Slam, il sogno di onnipotenza probabilmente è spento per sempre: vincerà altri Slam, batterà altri record, ma il tutto non avrà lo stesso sapore di una volta. Ferito ma finalmente amato, ha perso la sua sfida. Eppure sa, lo sanno tutti, di avere vinto.

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Querusti)

La rassegna stampa di venerdì 17 settembre 2021

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Francesco Querusti, La Nazione)

Circolo Tennis Firenze in festa per la presenza di Camila Giorgi, numero 1 in Italia e al 36° posto nel ranking mondiale. Camila, nata a Macerata ma fiorentina d’adozione, ha portato freschezza, classe, simpatia, femminilità e moda nel tennis. Tra i suoi sogni quello di scalare posizioni nella classifica delle big, di insegnare ai giovani per trasmettere i suoi segreti e di non lasciare mai Firenze città che le ha preso il cuore. Camila, sui campi del Ct Firenze, è scesa in campo con gli allievi della scuola agonistica del circolo delle Cascine, in due ore divertenti, di grande fascino e colpi spettacolari. Oltre al tennis è stata protagonista la moda con sfilata sul bordo piscina con i capi dell’azienda Giomila disegnati dalla mamma di Camila. Poi si è raccontata, con accanto tutta la sua famiglia. «Sono più che soddisfatta – afferma Camila – ma non mi accontento mai. Adoro il tennis: ho detto che è il mio lavoro, ma lo amo. Una volta finito però ho altre cose a cui pensare, come la mia famiglia, e non ho rimpianti. Fra due settimane partirò per Chicago e poi parteciperò al torneo di Indian Wells. Mancano quattro tornei e poi è finita la stagione. Arrivare fra le prime 32 del ranking, per poter essere testa di serie negli Slam, è il mio obiettivo ma spero di fare ancora meglio». E in futuro quali obiettivi? «Mi piacerebbe insegnare alle bambine e ai bambini questo sport, che è incredibile, perché’ in parte è anche stile di vita. La scelta di seguire la passione di mia madre e di non scegliere altri brand è dettata dal fatto che mi ha insegnato tutto ed è una vera artista. Giomila è un progetto di moda che è diventato realtà e che seguirò con impegno». E il suo amore per Firenze e la Toscana. «Viviamo a Calenzano e quando sono a casa, insieme a mia madre e alla mia famiglia, andiamo in giro per la Toscana che è bellissima».

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La vittoria di Daniil Medvedev agli US Open (Crivelli, Mastroluca, Piccardi, Semeraro, Martucci, Franci)

La vittoria di Daniil Medvedev allo US Open

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Medvedev trionfa. Nole ko in tre set, ciao Grande Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Nole Djokovic, a un passo dalla meta che ti proietta direttamente nella dimensione del mito, si scioglie clamorosamente contro l’Orso russo Medvedev, divorato da una tensione che non riesce a maneggiare praticamente fin dal primo punto: niente Grande Slam, dopo il trionfo agli Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon. «The Rocket», perciò, resta l’ultimo eroe capace di annettersi uno dei più prestigiosi risultati dello sport, non solo del tennis, e con lui forse sorride anche l’anima di Don Budge, il primo che riuscì a compiere l’impresa. Il Djoker, scopertosi nudo e indifeso proprio nel giorno che contava di più, diventa suo malgrado il terzo uomo della storia a vincere i primi tre Major stagionali e a fermarsi nella finale degli US Open dopo Crawford (1933) e Hoad (1956), un record al contrario di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Soprattutto, non riesce ad allungare nella classifica degli Slam vinti, rimanendo appaiato a quota 20 a Federer e Nadal, una sorta di vincolo eterno che a questo punto potrebbe anche essere destinato a non sciogliersi mai più.

 

Onore dunque a Daniil Medvedev, l’uomo che interrompe il sogno del numero uno del mondo e si costruisce il suo dopo due sconfitte in finale, proprio a New York nel 2019 contro Nadal e in Australia quest’anno con il Djoker. Diventa così il terzo russo dopo Kafelnikov e Safin a trionfare in un Major e il 151° vincitore della storia dei quattro tornei più importanti. Lo aveva anticipato, del resto: «La sconfitta di Melbourne mi è servita per imparare, a me piace interpretare una partita di tennis come una sfida a scacchi. ma Djokovic trova sempre una soluzione. Stavolta spero di essere all’altezza». Detto e fatto: le mosse giuste sono le sue, fin dal primo game, in cui Nole si fa brekkare da 40-15 sopra e finisce subito in apnea. Anche perché, quando serve, l’Orso di Mosca non gli concede nulla: appena tre punti nel primo set. E poi è lui a tenere il ritmo più alto, a correre meglio, a provare variazioni con la palla corta, senza soffrire il rovescio in back di Novak che a Melbourne era stato devastante. Il numero uno, invece, tira corto, è nervoso, poco reattivo sulle gambe e per sottrarsi alla ragnatela dell’avversario non può che buttarsi con frequenza a rete, con alterne fortune.

L’unico momento di svolta per il Djoker potrebbe innescarsi nel secondo game del secondo set, quando si procura tre palle break consecutive ma non le sfrutta: Daniil gli strapperà il servizio nel quinto game, producendo l’allungo decisivo. Il break d’acchito nel terzo set, infatti, chiude la sfida, anche se il pubblico comincia a rumoreggiare maleducatamente a ogni turno di servizio del russo e Medvedev si incarta quando serve per la prima volta per il match sul 5-2, con due doppi falli e un drittaccio in rete. Ma sarà solo questione di minuti, il decimo game diventa quello dell’apoteosi: «Ho sconfitto il più grande di sempre, quello che Nole ha fatto quest’anno rimarrà per sempre nella storia. Ringrazio tutte le persone che mi sono state accanto e mi hanno accompagnato in questo viaggio, che è stato davvero lungo. E l’anniversario di matrimonio con Dasha (si sono sposati il 12 settembre 2018, ndr), spero che come regalo possa accontentarsi di questa vittoria». Djokovic, in lacrime praticamente dall’ultimo punto del match, gli ha già fatto i complimenti: «Se c’era qualcuno che meritava di vincere finalmente uno Slam, quello eri tu…

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Medvedev spietato. Nole, addio sogno (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Novak Djokovic si ferma a un passo dall’impresa da leggenda. A una vittoria dal terzo Grande Slam in singolare maschile, che sarebbe stato il primo ottenuto vincendo su tre superfici diverse. Il numero 1 del mondo perde la più importante delle 1176 partite giocate in carriera, la finale che avrebbe potuto incoronarlo più vincente di sempre nei major senza più ex-aequo con Roger Federer e Rafa Nadal. Il russo Daniil Medvedev, numero 2 del mondo, gli ha rovinato la festa. Ha giocato una partita tatticamente perfetta, ha vinto il duello mentale e tattico, come il punteggio dimoastra chiaramente, malgrado il tentativo di rimonta finale del campione serbo.

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Medvedev è impeccabile al servizio nel parziale, che completa con l’ottavo ace. Forza con la prima e la seconda, fatica come spesso gli capita contro Djokovic quando deve rispondere da destra. Colpisce infatti da troppo lontano, e il serbo può seguire il servizio a rete o aprirsi il campo con il colpo successivo. Djokovic non è in controllo, come raramente gli è successo quest’anno negli Slam. il traguardo distante una sola vittoria resta un desiderio che condiziona, lo vuole così tanto ma lo sente allontanarsi. Cerca di variare, di aggredire la rete con continuità, evita lo scambio lungo sulla diagonale sinistra, cambia con il diritto lungolinea anomalo. il pubblico si anima, Djokovic al contrario sbuffa e alla fine esplode all’inizio del secondo set. Le due palle break non sfruttate nel quarto game, su una delle quali il russo ha potuto servire due volte la prima perché dagli altoparlanti era partita la musica, lasciano una delusione da sfogare.

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Nole è uno dei sei giocatori ad aver rimontato due set di svantaggio in una finale Slam. A New York dovrebbe farlo di nuovo per centrare l’obiettivo che vale la storia. Ma gli mancano velocità di gambe e fluidità di braccio. La mano del numero 1 del mondo può essere ferro e può essere piuma. Per sua sfortuna, si verifica la prima opportunità e non gli è di nessun aiuto. Medvedev fa praticamente quel che vuole nel terzo set, che inizia con due break di vantaggio, arriva a servire sul 5-2 ma spreca il primo match point con un doppio fallo, subito bissato. Il numero 1 del mondo gli strappa per la prima volta il servizio, poi si porta sul 4-5. Con il pubblico tutto dalla sua parte cambia campo quasi in lacrime. Medvedev torna a servire, resiste agli ululati del pubblico e si riporta sul 40-15. Dopo un altro doppio fallo chiude la gara con l’ennesima sberla di servizio per poi crollare a terra sul cemento di Flushing Meadows.

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Djokovic inciampa sul traguardo, il re di New York è Medvedev (Gaia PIccardi, Corriere della Sera)

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In campo nella finale dell’US Open, infatti, contro un Daniil Medvedev mai così determinato a prendersi un pezzetto di storia altrui, entra un 34enne serbo teso e falloso, un numero uno del ranking spuntato nelle sue armi e rassegnato subito al peggio: è il break del primo game a decidere il set a favore del russo (6-4), che con una tattica impeccabile, tira e scappa, si renderà imprendibile. Sostenuto dal servizio (16 ace, 80% di punti vinti sulla prima) e dalla ferrea volontà di rendere essenziali gli scambi, Medvedev è chirurgico nel secondo (6-4 con break al quinto game) e freddo nel terzo, quando resiste al ritorno del Djoker per chiudere con un altro 6-4. «Oggi è il mio anniversario dl nozze, ci tenevo a fare un bel regalo a mia moglie Darla» scherza dopo aver vinto il primo Slam della carriera, mentre un Djokovic irriconoscibile, bianco in faccia come chi ha visto un fantasma, perde tutto: il 21esimo titolo Major con cui avrebbe superato gli eterni rivali Federer e Nadal e il Grande Slam nell’anno solare, l’impresa che gli avrebbe garantito l’immortalità sportiva. E così, accorsi a Flushing per assistere al match dell’anno, i vip americani del cinema (Brad Pitt, Bradley Cooper) e dello sport (Megan Rapinoe) si ritrovano ad applaudire un moscovita dal tennis sghembo e imprevedibile, che pare uscito dalle pagine della grande letteratura russa: un Oblomov meno accidioso, ma ugualmente flemmatico, bravo a mantenere la calma quando Il pubblico del centrale ha provato a innervosirlo, nella speranza di allungare la finale. Ride Medvedev sotto la barbetta elettrica, n.2 del mondo all’altezza della sua classifica, e piange Djokovic, mai così umano ed empatico con i tifosi come nell’ora della sconfitta più atroce: «Stanotte, anche se non ho vinto, sono un uomo felice perché mi avete fatto sentire speciale».

Ricorderemo a lungo l’Us Open 2021. Non solo per la sorpresa di Medvedev re ma anche perché a New York è nata una stella. Emma Raducanu è una supernova esplosa nella galassia di un tennis femminile già super frammentato e privo di una dominatrice (per la quinta stagione consecutiva i quattro Major hanno quattro regine diverse), partorita da una finale inedita e giovanissima (37 anni in due) che oltre al talento in fiamme di Emma Raducanu, 18 anni, consegna allo sport una seconda stella mancina e altrettanto brillante, la canadese Leylah Fernandez, 19 anni. Per Emma, per i numeri con cui ha marchiato a fuoco il secondo Slam della sua vita, si sprecano i superlativi: dieci match vinti di fila senza perdere un set né arrivare al tie break, lo Slam americano restituito alla Gran Bretagna 53 anni dopo l’antenata Virginia Wade. Emma ha tenuto in piedi fino a tardi Daniel Ricciardo, il pilota della McLaren che ieri ha conquistato il Gp di Monza, ha spinto la regina Elisabetta d’Inghilterra ai complimenti formali per iscritto («La tua performance ispirerà generazioni di tenniste», firmato Elizabeth R.) e ha distratto il premier Boris Johnson dalle questioni di governo («Fieri di te»). Mai nessuno, ne donna né uomo, si era annesso un titolo Slam partendo dalle qualificazioni. La neocampionessa ci è riuscita senza sforzo apparente, felice di aver ripagato, da figlia unica, papà loan, originario di Bucarest, e mamma Dong Mei, cinese di Shenyang, dei sacrifici affrontati in seguito al trasferimento da Toronto a Londra, quartiere di Bromley, quando il baby fenomeno aveva due anni.

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Il sogno si infrange. Djokovic ko e lcrime, US Open a Medvedev (Stefano Semeraro, La Stampa)

Come sbagliare il rigore decisivo, o dimenticarsi la risposta del quiz da un milione di euro. Novak Djokovic ha perso la finale degli US Open, l’ultima partita che gli restava per chiudere un impresa storica, il Grande Slam, sorpassare con 21 major Roger Federer e Rafa Nadal, e diventare – sotto gli occhi ottuagenari di Rod Laver, che il Grande Slam l’ha completato due volte, nel 1962 e nel `69 – ufficialmente il Più Grande di sempre. L’ha persa male, in tre set (6-4 6-4 6-4, con il brivido di un break recuperato alla fine) contro Daniil Medvedev, il russo n. 2 del mondo contro cui aveva passeggiato all’inizio dell’anno a Melbourne. L’ironia più grande, forse, è però che Nole ha perso la prima grande finale in cui aveva tutto il pubblico a favore

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E l’ha persa, va detto con tutto il rispetto per un campione immenso, perché ha avuto paura di vincerla. Cornprensibili, insomma, le lacrime con cui ha chiuso il match. La parte del Cattivo stavolta l’ha recitata Daniil, campione sulfureo, apparentemente sbilenco ma in realtà efficacissimo, che già due anni fa a New York era arrivato in fondo litigando ad ogni match con il pubblico e perdendo solo in cinque set contro Nadal. Ha vinto perché ha un servizio devastante come la sua (giustificata) presunzione, e perché è riuscito dove gli altri avversari del Djoker avevano fallito: reggere dopo il primo set.

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Medvedev ha trionfato alla Djokovic (e con il servizio in più). Djokovic si è smarrito negando se stesso, buttandosi a rete come mai aveva fatto in carriera. Dopo la sconfitta di Tokyo contro Zverev, il flop contro Medvedev – il primo vero Next Gen a prendersi uno Slam – in fondo ad una stagione che sarebbe enorme per chiunque – Nadal e Federer compresi – ma che per Djokovic si è trasformata in una beffa.

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Nole, il sogno slam sbatte su Medvedev (Vincenzo Martucci, Il Messaggero Sport)

La legge del Grande Slam colpisce anche Novak Djokovic. Come era già successo a Jack Crawford nel 1933 e a Lew Hoad nel 1956, anche il campione serbo si arena sul più bello: dopo aver conquistato i primi tre Majors della stagione, cede in finale nell’ultima tappa, a New York, contro un avversario che non è un fenomeno come Fred Perry o Ken Rosewall come allora, ma è un campione, è numero 2 del mondo e puntava legittimamente al primo trionfo Slam dopo aver fallito nel 2019 proprio a New York (contro Nadal) e a febbraio agli Australian Open (contro Djokovic). Il gigante russo dal tennis poco ortodosso ma efficace deve ringraziare Matteo Berrettini e Sascha Zverev che hanno sfiancato di testa e di fisico il 34enne serbo. Anche se i suoi meriti sono notevoli, così come evidenti sono i progressi tecnici e caratteriali.

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Pronti, via: e c’è il colpo di scena. Djokovic parte lento dai blocchi, subisce gli scambi lunghi e profondi di Medvedev e concede la battuta con tre errori consecutivi, due di dritto, il colpo che meglio gli ha funzionato nelle prime sei partite di questi US Open. Il campione di gomma ha le gambe dure per essere rimasto in campo 17 ore 26 minuti contro le 11 e 51 dell’avversario, che già è più giovane di nove anni, oppure anche il re di 20 Slam accusa la tensione davanti al traguardo più prestigioso? Di certo Daniil non l’aiuta:

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oncede appena 3 punti in 5 games di battuta, li suggella con 8 ace e il 100% di punti con la prima, e chiude il primo set per 6-4. Novak, che non riesce a trovare il ritmo da fondo e nemmeno le sue diagonali, si butta infatti a rete più spesso del solito. Dopo un’ora, sembra sciogliersi: anche se Medvedev resiste a un punto di 27 scambi, arriva alla prima palla-break, ma una musica che scatta all’improvviso costringe l’arbitro a chiamare un let e far giocare la prima di servizio al russo che si salva. E, quando annulla anche una seconda palla-break, Djokovic prima mima di smanacciare con violenza la palla e, quando il russo pizzica la riga, distrugge la racchetta subendo l’ammonizione e il 2-2. Con la testa non c’è più:

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Medvedev oh yes, Djokovic sogno infranto (Paolo Franci, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

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l’Us Open è di Daniil Medvedev, russo numero 2 al mondo che si prende il primo Major in carriera e frantuma il grande sogno del numero 1, ‘Nole’ appunto, di mettere in bacheca i trofei dei primi quattro tornei al mondo in una sola stagione. Medeved si vendica della finale persa a inizio anno in Australia, e vincendo per 6-4 6-4 6-4, a 25 anni trova la consacrazione. Perfetto il suo match fatto di grandi variazioni (quelle che lo avevano condannato a Melbourne contro il serbo) e di una solidità al servizio che ha frantumato la pur proverbiale scorza di Djokovic.

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Insolitamente impreciso, a tratti irriconoscibile (ma il merito non può che essere anche dell’avversario), ‘ Djoker’ forse aveva speso tutto nella semifinale vinta in 5 set con Zverev. E sfuma così anche la possibilità di superare Federer e Nadal, cui rimane invece appaiato con 20 Slam vinti. Quella di Medvedev è a suo modo una favola, costruita col suo tennis tremendamente efficace anche se poco aggraziato. Una favola come quella di Emma Raducanu, 18enne inglese presentatasi agli Us Open da numero 150 al mondo, con passaggio dalle qualificazioni, e arrivata al successo. E lei un assegno da 2 milioni e 440mila dollari di premio dopo aver battuto in finale Leylah Annie Fernandez in due set. Una finale tra teenager – 19 anni per la Fernandez e 18 la Raducanu – non si vedeva in uno Slam dall’Open degli Stati Uniti del 1999 quando la 17enne Serena Williams incrociò la racchetta con l’appena 18enne Martina Hingis. II curriculum della nuova stella del tennis mondiale è già pieno zeppo di record: è la prima tennista – uomini compresi – della storia a vincere uno Slam partendo dalle qualificazioni e riporta il titolo in Inghilterra che mancava dal 1968, quando fu Virginia Wade a trionfare battendo Billie Jean King e presente in tribuna all’Arthur Ashe per seguire il trionfo della sua erede.

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Medvedev missione compiuta. Daniil pronto per il primo Slam. Leylah ed Emma, 37 anni in due. Rivoluzione finale (Crivelli). Leylah contro Emma, la finale impensabile (Mastroluca). Leylah, Emma e il futuro (Azzolini). Raducanu e Fernandez, le ragazze a colori abbattono tutti i muri (Rossi, Piccardi)

La rassegna stampa del 11 settembre 2021

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Medvedev missione compiuta. Daniil è pronto per il primo Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

E pensare che tutto era cominciato con un dito medio verso il pubblico, durante un match di terzo turno contro Feliciano Lopez in cui tutta la tribuna tifava per lo spagnolo. Correva l’anno 2019 e l’Orso Medvedev, che stava vivendo la splendida estate della sua esplosione, mal sopportava, con il suo carattere fumantino, che la passione della gente si rivolgesse a un altro e lo manifestò nel modo più irrispettoso. In ogni caso, arrivò fino in fondo e in finale, da due set sotto, mise paura a Rafa Nadal anche se si arrese al quinto. Quella partita da guerriero, però, cambiò il giudizio della Grande Mela e trasformò Daniil nell’uomo di New York Talento e freddezza Un amore decisamente ricambiato, adesso, perché gli Us Open sono diventati certamente lo Slam preferito di Medvedev, per l’atmosfera e per i risultati: 24 mesi dopo è di nuovo in finale, con un record complessivo di 20 vittorie e 4 sconfitte e il sogno, neppur troppo recondito, di conquistare finalmente un Major dopo quella finale a Flushing Meadows e l’ultimo atto in Australia a gennaio, con lo stop da Novak Djokovic. […] In aggiunta, Daniil è la solita sentenza al servizio (81% di punti con la prima) e quando si ritrova sotto di un break nel secondo set, fa valere il maggior blasone e il peso della consapevolezza, andandosi a prendere íl controbreak con due formidabili rovesci lungolinea. E quando, sul 5-4, deve fronteggiare due set point, si salva ancora con la battuta. È il sipario: il tenero Felix in quel momento si scioglie. Suonala ancora, Daniil: «Non è stata la mia partita migliore, se avessi perso il secondo set si sarebbe allungata pericolosamente, ma nei momenti decisivi sono rimasto freddo. Chiaramente, per la posizione che mi sono costruito, voglio vincere ogni torneo ‘senza mettermi pressione. Perché sono so come vincere le partite e a volte so perché le perdo, quindi imparo tutte le volte ad essere migliore per la prossima volta». Esperienza L’Orso moscovita che abita a Montecarlo approda in finale avendo ceduto un solo set e con l’impressione di poter alzare ancora il livello: «Sento di poter fare grandi cose, ma so che per ottenerle devo continuare a giocare bene. Ancora una volta, più vai avanti e più avversari più duri ottieni. Devi solo rimanere concentrato e tirare fuori il meglio da ogni partita». Una lezione imparata anche davanti alla playstation, dove le partite con coach Gilles Cervara diventano una proiezione dello spirito competitivo da mettere in campo: «Sicuramente rispetto al 2019 ha più esperienza – racconta l’allenatore — cioè la capacità di giocare questo tipo di partite con meno stress, e di conoscere di più se stesso in modo da prepararsi al meglio Sono tutte le piccole cose, ma sono i piccoli dettagli che fanno una grande differenza. E molto facile, perché Daniil è una persona molto semplice. La pressione non è sulle sue spalle, perché riesce sempre a concentrarsi su se stesso. E questo ti rende migliore». E più amato

Leylah ed Emma, 37 anni in due. Rivoluzione finale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Il futuro è adesso, nel sorriso giovane di Leylah ed Emma, le teenager che hanno fatto scoppiare la rivoluzione, così affabili e simpatiche quando i riflettori del campo si abbassano e così ferocemente competitive in partita, ben più mature dell’anno di nascita che campeggia sui documenti, il 2002. […] Una finale degli Us Open sorprendente, clamorosa, fuori da ogni pronostico, anche il più azzardato, ma assolutamente legittima alla luce delle due settimane da favola che stanno vivendo le protagoniste. Il tennis femminile, tramortito dal declino della Williams e dai problemi personali della Osaka, l’erede più accreditata, e certamente poco illuminato dalla personalità della Barty, una numero uno eccelsa tecnicamente ma senza guizzi, si ritrova tutto d’un colpo proiettato in una nuova era e sotto la spinta delle frizzanti emozioni di due eroine non ancora ventenni che già adesso posseggono l’appeal per riconquistare al movimento cuori e interesse. Era dal 1999, quando si sfidarono la diciottenne Martina Hingis e la diciassettenne Serena Williams, che agli Us Open non si viveva un ultimo atto tra teenager. E la Raducanu diventa la più giovane finalista Slam dalla Sharapova a Wimbledon 2004, poi vinto. […] Poi, certo, il gancio mancino della Fernandez rischia già di segnare un’era. Lei, ñglia di un ex calciatore ecuadoriano e di una canadese di origine filippina conosciutisi in Quebec, una sorella maggiore (Jodeci) che fa la dentista in Vermont e una minore (Bianca) pure tennista e scatenata in tribuna, è consapevole che d’ora in poi il suo mondo non sarà più lo stesso: «Niente è impossibile, ora posso dirlo. Non c’è limite al mio potenziale, a quello che posso fare. Si tratta semplicemente di lavorare duramente ogni giorno. Credo che la parola più adatta per descrivere questo momento sia “magico”, perché non solo sto ottenendo vittorie incredibili ma sto anche giocando in un modo fantastico e con continuità. Inoltre mi sto divertendo. In molti ritenevano che con il tennis non avrei sfondato, che era meglio proseguire con la scuola. Ricordo in particolare una maestra che mi disse esattamente “non ce la farai mai, concentrati sullo studio”. Oggi ci penso e sorrido, ma allora non fu cosi. Quella frase però mi è rimasta in testa perché l’ho presa come una sfida: volevo dimostrarle che avevo ragione io, che sarei arrivata in alto». Leylah ha sette anni quando viene scartata da un programma di sviluppo della federazione canadese e di fronte alle lacrime disperate della figlia, papà Jorge prende la decisione più semplice: la allenerà lui. Peccato non sappia neppure come si tenga in mano una racchetta e allora su Youtube fa indigestione dei filmati di Richard Williams, Yuri Sharapov e perfino di Peter Graf: «Magari non conosco il tennis al 100%, ma state certi che capisco bene quel 60% che basta». Quando Leylah commette per tre volte lo stesso errore, viene obbligata a sottoporsi a uno sprint ad alta velocità e una volta lui la farà allenare con un giocatore di basket di due metri che tira botte terribili: deve farle capire che nel tennis non ti possono far male fisicamente, neppure se hai di fronte una montagna. Una lezione che nella semifinale contro la Sabalenka le è tornata utile: più la bielorussa tirava forte, più lei opponeva un muro. Eppure Jorge non può essere incasellato tra padri padroni, intanto perché si è fatto affiancare dal coach francese Romain Deridder e poi perché fuori dal campo non esercita un controllo ossessivo: «Non è affatto severo, posso mangiare il cioccolato, andare a letto dopo l’orario previsto, prendo le mie decisioni. Il suo insegnamento, in ogni caso, mi ha reso mentalmente più forte, ora posso giocare alla pari con tutte». E infatti ha battuto tre top 5 (Osaka, Svitolina e Sabalenka) e un’ex vincitrice Slam (Kerber). La fidanzata I genitori della Raducanu, papa romeno e madre canadese, le hanno invece inculcato fin da subito l’importanza dello studio. Ad aprile Emma era ancora alle prese con i test di matematica ed economia al liceo e a giugno, quando le hanno dato una wild card per Wimbledon, era 338 del mondo anche a causa di qualche infortunio. Lei a Church Road si è spinta fino agli ottavi ed è improvvisamente diventata la fidanzatina d’Inghilterra, un amore che il cammino di New York amplificherà al diapason: «Sono famosa? Mi fa piacere, sono contenta, anche se devo scusarmi con tutti coloro a cui non ho potuto rispondere. Ricevo tanti messaggi e non ho tempo per tutti». Si è trasferita alla periferia di Londra a due anni, si è dedicata a equitazione, nuoto, basket, golf, sci, balletto e persino tip tap, ma ha rischiato di essere rapita dai go kart e dal motocross. Per fortuna ha scelto il tennis e adesso è la prima finalista di sempre degli Us Open ad essere partita dalle qualificazioni, concedendo appena 27 game: «Probabilmente il fatto di essere giovani aiuta a giocare un po’ più liberi. Conosco Leylah fin da quando eravamo Under 12, poi ci siamo perse un po’ di vista. Sara bello incontrarla di nuovo e sarà una bella partita, stiamo giocando un gran tennis. Ma per me questa finale è uno shock». La scossa della rivoluzione.

Leylah contro Emma, la finale impensabile (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Nemmeno il miglior sceneggiatore avrebbe potuto immaginare una sfida così. Emma Raducanu, diciotto anni, e Leylah Fernandez, diciannove appena compiuti, si sfideranno per il titolo nella finale più giovane dello US Open in singolare femminile dal 1999. La canadese, numero 73 del mondo, ha eliminato tre Top 5: Naomi Osaka, Elina Svitolina e in semifinale Aryna Sabalenka. Nessuna giocatrice così giovane era riuscita a fare lo stesso in uno Slam proprio da quell’ultimo US Open di fine millennio. Allora Serena Williams riuscì a battere Monica Seles, Lindsay Davenport e Martina Hingis nella finale dei record. Dopo la vittoria in semifinale, Fernandez ha chiamato il suo speciale portafortuna, Juan Martin Del Potro, e ricevuto i complimenti dei grandi del tennis e dello sport, da Billie Jean King alle icone del basket Magic Johnson e Steve Nash. Il suo primato di finalista più giovane allo US Open dai tempi di una diciassettenne Maria Sharapova nel 2004 è durato lo spazio di qualche ora. Poi Emma Raducanu, britannica nata a Toronto da madre cinese e padre rumeno, ha battuto 6-16-4 Maria Sakkari, numero 18 del mondo. E la prima qualificata in finale nella storia del torneo. E in tutto il percorso, qualificazioni comprese, non ha perso un set. Gioca totalmente libera, e in più con una fluidità che le consente di anticipare i tempi per comprimere gli spazi.[…] PROGRESSIONE. Fernandez, campionessa del Roland Garros junior 2018, ha avuto una progressione più regolare in classifica. Ha chiuso il 2017da numero 728,e da lì non si è più fermata: 487 a fine 2018, 209 nel 2019, 88 nel 2020, 73 prima dello US Open, almeno 27 la prossima settimana. La progressione di Raducanu è ancora più impressionante, visto che a fine 2020 era ancora numero 343 del mondo e prima di Wimbledon la scorsa estate era salita solo di cinque posizioni. Ma non ha praticamente giocato tornei internazionali prima di quest’anno. Tre mesi fa, non era nemmeno tra le prime dieci giocatici della Gran Bretagna, dopo lo US Open sarà la numero 1 della nazionale e almeno al 32° posto nel ranking WTA. ANTICIPO. […] E hanno portato in campo un tennis con una concezione simile, anche se interpretata poi con uno stile diverso: più attaccante da fondo Fernandez, più fluida e meno schematica Raducanu. Entrambe consapevoli di non poter puntare sulla forza, fanno leva sulla naturale ricerca della palla subito dopo il rimbalzo. Una dote che appare naturale, che rende i loro gesti armonici, distesi. Anche per questo molto più efficaci contro avversarie che invece puntano tutto sulla forza muscolare per generare potenza. Un cambio di passo per una finale senza precedenti.

Leylah, Emma e il futuro (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Hanno un sorriso che vola così in alto, che d’un balzo è al di là di tutto. la finale. La sfida. I soldi. Le tradizioni[…]. È un sorriso che va lontano, che si specchia nel futuro, di cui loro, Emma Raducanu e Leylah Fernandez, sono le rappresentanti, portatrici dirette di un messaggio che ci riguarda. Tutti. Ecco come saremo domani, vengono a dirci. […] Un mondo in cui dna diversi creeranno intrecci mai visti, incroci che daranno vita a più ricche e insospettabili nature umane. Ma non sono aliene scese da un’astronave, come parve a tutti di Serena Williams, quando dal ghetto di Compton si avventò sui campi a dirci che lei avrebbe cambiato il concetto stesso di tennis al femminile, e si rivelò frantumando le speranze di Martina Hingis .Una aveva 18 anni, l’altra 19. Fu l’ultima finale fra adolescenti agli US Operi, 22 armi fa. E il tennis cambiò davvero. Ora c’è un nuovo appuntamento fra ragazzine, Emma, 18 anni Leylah 19 l’altra compiuti lunedì scorso, entrambe nate nel 2002. E promettono pagine ricche di emozioni. Emma è più giovane e sembra la più pronta, sebbene il tennis di Leylah sprigioni effetti ingannatori. Ed è difficile capire in che modo vada anestetizzato. […] Emma non ha perso tempo: mentre praticava il t ennis ha frequentato la scuola di danza, ha fatto equitazione, sci, golf, nuoto, si è misurata nella velocità, coi kart e le moto da cross. Polverizzare record le viene naturale. Come dar la polvere alle avversarie. Si è fatta conoscere a Wimbledon, si è presentata da n. 338 fresca di maturità ottenuta 3 giorni prima. E arrivata agli ottavi agile e spigliata come una ninfa in una delle sue diverse forme, naiade dei laghi, driade della foresta, oreade dei monti. Creazioni del mito, nate per rendere felice il genere umano. A New York è giunta n.150, dalle qualifiche alla finale. E baldanzosa ed efficiente, le gambe velocissime. Nove match senza perdere 1 set. Nemmeno contro Maria Sakkari, in semifinale. Le ha lasciato 5 game, 6-1 6-4. «Ci sono aspettative su di me? Ma dai, sono una qualificata». Per l’ultima volta. Se vince sarà n.23. Se perde 32. Ben più faticoso il torneo di Leylah, cominciato dal 73 e approdato al n.27, con possibilità di promozione al n. 14. Anche lei è Canadese, di Montreal. E canadese è rimasta. Padre ecuadoriano, ex calciatore, mamna filippina. «In tanti non credevano in me, un’insegnante mi consigliò di smettere. Non diventerai mai professionista è la frase che ho sentito spesso. E mi torna in mente quando vado in campo. È il mio portafortuna». Ha superato Osaka numero 3, Kerber che ha vinto 3 Slam, Svitolina n. 5 e in semifinale Sabalenka nr.2, la donna d’acciaio, che urla e colpisce neanche fosse la versione femminile dell’Incredibile Hulk e poi spreca per fragilità mentale. Leylah si è trovata sotto 4-1 nel 1° set e 2-0 nel tie break. Ha lavorato con calma sui colpi, non ha lasciato un centimetro di campo e ha rimontato 7-6 (3) 4-6 6-4. Le due ragazze si sono affrontate una volta nel torneo juniores di Wimbledon 2018, vinse Emma 6-2 6-4. Oggi alle 22 la finale (tv Eurosport, streaming Discovery+). Con un trofeo da sollevare e un futuro da scoprire. 

Raducanu e Fernandez, le ragazze a colori abbattono tutti i muri (Paolo Rossi, La Repubblica)

[…] Non si sa da dove cominciare, tanti sono i temi di questa finale femminile degli Us Open, stasera in scena a New York, e non poteva esserci location migliore. Emma Raducanu e Leylah Fernandez sono le testimonial di mezzo mondo, considerando i genitori e le attuali residenze: Romania, Cina, Gran Bretagna la prima. Ecuador, Filippine, Stati Uniti la seconda. Ne manca una, di nazione. La più importante, il denominatore comune: il Canada. Entrambe sono nate nel Paese della foglia d’acero, uno dei più ospitali del mondo, che ha fatto della diversità la sua forza. Che accoglie con amore e lascia andare senza rendiconto. Emma si è spostata nel Regno Unito, Leylah è rimasta. Queste due ragazzine, beata gioventù, vivono una consapevole incoscienza. Come chiamarle, altrimenti, due nate nel 2002, di cui una (Emma) che ancora deve compiere gli anni essendo di novembre?[…]. Sono, Emma e Leylah, l’evoluzione di Naomi Osaka (padre haitiano, mamma giapponese, educazione negli Usa). La conferma che il vento del mondo prende delle direzioni che nessun muro politico potrà fermare a lungo termine. Che forza della natura sono: Emma Raducanu aveva giocato degli Slam solo Wimbledon prima, e semplicemente perché le avevano regalato il pass: è arrivata agli ottavi. Dopo, come nulla fosse accaduto, è tornata a scuola, alla Newstead Wood a Orpington (sud est di Londra) per prendersi il diploma, con il massimo dei voti in Matematica ed Economia. «Ha fatto impazzire tutti, la guardavano ammaliati» raccontano i prof. E, dopo gli esami, sacca in spalla e via a piedi verso il Centro tennis di Bromley, a pochi metri di distanza dalla scuola. Sempre con il sorriso sulle labbra. Così come ha conquistato e sedotto Flushing Meadows e l’Artur Ashe Court. Ma anche l’altra finalista non scherza: papà Jorge Fernandez, da buon calciatore, ha insegnato alla piccola Leylah che bisogna osare. Pressing, non catenaccio. E va detto che la ragazza non scherzava neppure sui kart, quando gliele lasciavano guidare uno. Agonista per usare un eufemismo, mancina con i colpi che fanno impazzire i regolaristi. E le idee chiare, oh sì: «Quante volte mi hanno detto che avrei dovuto smettere per concentrarmi solo ed esclusivamente sulla scuola. Ricordo che un insegnante mi disse di lasciare il tennis perché non mi sarei mai potuta costruire una vita su questa passione. Se devo essere sincera, sono felice che me l’abbia detto, perché ogni giorno ho quella frase in testa che mi spinge ad andare avanti». Sì, nella sua storia c’è più sofferenza: «Mia madre è dovuta andare in California per qualche anno per sostenerci. Ho sofferto nel non vederla, avevo 13 anni». Lustrini e paillette non la distrarranno, ci pensa papà Jorge a riportarla sul giusto sentiero con le sue massime filosofiche: «La fama è una cosa divertente. Ci si sente bene, ma se la fama era una persona, la fama è il tuo traditore. Ora non è il momento di cambiare chi sei. Rimani fedele al tuo duro lavoro e a chi sei». A buon intenditore…

Emma contro Leylah, la rivoluzione gentile delle figlie dell’immigrazione (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

Non è solo la finale femminile dell’Us Open più giovane dal ’99 (Serena Williams, 17 anni, batte Martina Hingis, 18, e conquista il primo di 23 titoli Slam), è anche lo specchio della nostra vita e di una società in vertiginoso cambiamento. Una britannica 18enne, nata a Toronto da un padre romeno di Bucarest e una madre cinese di Shenyang, trapiantata in un sobborgo di Londra (Bromley) all’età di due anni, contro una canadese 19enne da sei giorni, messa al mondo a Montreal da un papà ecuadoregno e una mamma canadese di discendenze filippine, trasferita in Florida per inseguire il sogno del tennis. […]. La quintessenza del melting pot nella città che ha elevato la multiculturalità a stile di vita, New York. Mai visto su questi schermi. Non è più (solo) tennis. Co- munque andrà a finire, ricorderemo l’Open Usa 2021 come il torneo della rivoluzione gentile di Emma, in finale dalle qualificazioni vincendo nove match senza perdere un set (e senza mai arrivare al tie break), e Leylah, killer della campionessa in carica Osaka, della regina 2016 Kerber e della n. 2 del ranking Sabalenka, la profeta della violenza bruta mandata fuori giri dagli angoli mancini della ragazza a cui fu consigliato di lasciare lo sport: «Nel tennis non arriverai mai da nessuna parte, mi disse un’insegnante, ti conviene concentrarti solo sulla scuola. Ogni giorno ripenso a quella professoressa e ne traggo ispirazione per migliorarmi» ha raccontato Fernandez. II padre Jorge, ex calciatore, ha ringraziato il governo canadese con gli occhi pieni di lacrime: «Mi ha accolto quando non ero nessuno e mi ha offerto una possibilità, che io ho sfruttato per assicurare un futuro alle mie figlie». Nell’angolo di Leylah fanno il tifo il premier Justin Trudeau, ma anche Magic Johnson («Se non avete visto Leylah Fernandez in campo all’Open Usa, allora nella vita non avete visto niente») e un sistema federale evidentemente di grande accoglienza se un classe 2000 figlio di un immigrato dal Togo è arrivato in semifinale a New York contro Medvedev (Felix Auger-Aliassime), se un nativo di Tel Aviv con madre russa è n. 10 del ranking (Denis Shapovalov), se la figlia di due rumeni con i natali a Mississauga, Ontario, è uno dei talenti (fragili) più sfolgoranti del circuito (Bianca Andreescu), se un ex finalista di Wimbledon di origine serba ma nato nell’ex Jugoslavia (Milos Raonic) è stato il motore del cambiamento. E se il lavoro di Ian e Renee non avesse portato la famiglia Raducanu in Inghilterra, anche Emma oggi giocherebbe sotto la bandiera con la foglia d’acero e stasera andrebbe in scena un derby canadese. Per la giovane britannica n. 15 del mondo che ha fatto il suo debutto nel Grande Slam con una wild card all’ultimo Wimbledon (ben meritata: ottavi), twittano entusiasti i duchi di Cambridge, Kate e William, Hamilton da Monza, le icone del calcio inglese (Lineker su tutti) chiedendo a gran voce la diretta in chiaro della finale dell’Open Usa sulla Bbc, con l’isola pronta ad accoccolarsi ai piedi della piccola Emma (che in carriera non ha ancora vinto un titolo Wta) per fare le fusa: «Mia mamma, che è cinese, mi ha trasmesso l’etica del lavoro e la disciplina. Non a caso la tennista che mi ha più ispirato è Li Na» ha detto. Emma e Leylah si conoscono da sempre, prima sfida all’Orange Bowl Under 12, vittoria di Raducanu al secondo turno di Wimbledon junior 2018 ma a New York la rivalità fa il salto della specie: erano bambine, diventano campionesse. Postilla: la finale più moderna ed eccitante che il tennis femminile potesse produrre rende l’inseguimento di Serena al 24esimo Slam tremendamente obsoleto. 

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