Australian Open: De Minaur non delude contro Bonzi e torna agli ottavi in casa. La prima volta di Paul e Wolf

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Australian Open: De Minaur non delude contro Bonzi e torna agli ottavi in casa. La prima volta di Paul e Wolf

Nessuna partita da ricordare né grandi sorprese. L’australiano e i due americani giocano in maniera esemplare per avanzare al quarto turno

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Alex De Minaur - Australian Open 2023 (Twitter - @AustralianOpen)
 

[22] A. De Minaur b. B. Bonzi 7-6(0) 6-2 6-1

Com’era lecito aspettarsi la partita tra Alex De Minaur e Benjamin Bonzi segue poco il binario dei servizi, e nel primo parziale De Minaur due volte si trova avanti di un break, arriva ad avere anche due set point in risposta, ma sconta un inizio propositivo e deciso del francese, che si arrenderà solo al tie-break, perso a 0, la vera svolta della partita. Nel secondo parziale ancora l’australiano per due volte di fila trova il break, dopo essersi fatto recuperare ottenuto il primo vantaggio. De Minaur, spinto anche dal pubblico, gioca la sua solita solida partita, spingendo da fondo e allungando lo scambio senza che Bonzi tenga il suo ritmo; il francese, poco aiutato anche dal servizio, rischia e attacca spesso la rete (inusuale per lui) onde variare e non dare riferimenti all’avversario, ma sono troppi gli errori per cercare di stare almeno alla pari. E proprio le lacune al servizio si riveleranno fatali al secondo set del n.48 al mondo, che cede 3 volte su 4 turni di battuta e va in gran difficoltà dal lato del dritto. In tutto ciò la tds n.22 comanda il gioco, muove l’avversario e trova anche 16 vincenti, così da portare a casa sul velluto un secondo parziale senza storia.

Il terzo set inizia com’era finito il secondo: pasticci continui di Bonzi dal lato destro, De Minaur costante da fondo e tatticamente esemplare nel cercare sempre il lato debole dell’avversario e nel tentativo di allungare gli scambi, che più proseguono più diventano il suo habitat naturale. E così il break arriva immediato anche in questo parziale, con l’impressione che ormai il francese abbia abbandonato qualsiasi velleità. E l’impressione in breve si tramuta una certezza, certificata da un altro dei tanti, troppi errori di Bonzi, che permette a De Minaur di chiudere 6-1 il terzo set e portare a casa la partita. Alex chiude con 33 vincenti e 21 non forzati, oltre che un gran 79% di punti vinti con la prima, che è entrata però poco più della metà delle volte, ed è una delle poche cose che deve migliorare in vista del suo ottavo di finale (secondo consecutivo) contro uno tra Djokovic e Dimitrov. Nota a margine: onore delle armi a Bonzi, che tra due lunedì sarà n.1 di Francia, e torna dalla trasferta in Asia con la finale a Pune e il terzo turno all’Australian Open, che possono essere una bella iniezione di fiducia.

 

T. Paul b. J. Brooksby 6-1 6-4 6-3

C’è tanto Paul e poco Brooksby sul Campo 3, con l’ex n.29 del mondo che dopo solo 1h e 15 di partita si trova avanti di due set giocati in maniera abbastanza netta. Tanti i vincenti, com’era prevedibile, dell’arrembante Tommy, che quando è in giornata (come oggi) e riesce a salire puntuale sulla palla può fare molto male da fondo da entrambi i lati. 20 vincenti nei primi due parziali e 11 punti a rete vinti su 15, come sempre l’americano unisce spettacolo ed efficacia, cosa che non appartiene invece oggi a Brooksby. Delle grandi cose fatte vedere con Ruud, a Jenson ne riescono più o meno la metà, e con cadenza molto più rara, certo anche perché ha di fronte un avversario più portato ad alzare il ritmo e cercare più frettolosamente, con aggressività, un affondo decisivo, non permettendo al n.39 al mondo di avere i giusti riferimenti.

Il quinto game del terzo set, lunghissimo, prende rapidamente le sembianze di uno snodo decisivo della partita. Più volte Paul ha palla break, più volte Brooksby o con il servizio o con (finalmente) variazioni e accelerazioni ben giostrate con il rovescio incrociato lo rintuzza indietro, nel tentativo di rimanere attaccato alla partita. Alla fine, alla quinta chance per Tommy, Jenson accusa un calo di tensione e commette un grave doppio fallo, che rischia di essere senza ritorno. Il n.35 del mondo dimostra grande forza mentale più avanti, giocando oggi benissimo i punti importanti, e in sicurezza e scioltezza annulla un tentativo di rientro di Brooskby, in uno dei pochi momenti in cui il n.39 ATP ha trovato realmente il suo gioco. Poco dopo Paul, con il 36° vincente (contro 19 non forzati) della sua impeccabile partita, stavolta di dritto, va a chiudere un match condotto dall’inizio alla fine, in cui mai hai permesso realmente all’avversario di dire la sua, nonostante meno prime in campo (59% contro 62%), ma oggi era Jenson ad avere più bisogno della battuta contro un giocatore così solido e aggressivo. L’americano eguaglia il miglior risultato della carriera in uno Slam (quarto turno allo scorso Wimbledon perso contro Norrie), dove affronterà uno tra Murray e Bautista Agut.

J.J. Wolf b. [LL] M. Mmoh 6-4 6-1 6-2

L’altro derby americano, quello “meno nobile”, se lo aggiudica J.J. Wolf. Risultato non tanto a sorpresa per l’esito in sé, ma per la maniera così netta con cui è arrivato. Michael Mmoh gioca un ottimo primo set, portandosi anche in vantaggio 4-2, e anche una volta perso il break arriverà più avanti fino alla palla del 5-5. Sprecate queste chance, in un primo set con tanti errori da entrambi lati, la partita dell’ex allievo di Bollettieri si è spenta del tutto per incanalarsi senza colpo ferire sui binari di J.J., l’idolo delle masse che fino a pochi mesi fa neanche aveva mai giocato una finale in tour (a Firenze la prima) e ora ha verosimili speranze di raggiungere un quarto di finale Slam. L’attuale n.67 del mondo, solidissimo oggi, con 34 vincenti e il 75% di punti vinti con la prima (e il servizio non è certo una delle sue armi principali) ha domato un avversario troppo preda di sé stesso e dei propri rimpianti per dare reale filo da torcere oltre che trovare occasionali vincenti e dare un po’ del solito spettacolo tra esultanze per punti (superflui) vinti e errori su cui andrebbero aperte indagini. Meritato il trionfo di Wolf, che comunque propone un tennis aggressivo, molto personale, che a tratti può far divertire, e soprattutto, considerando che il suo prossimo avversario sarà uno tra Popyrin e Shelton, potrà farlo sognare.

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Wozniacki, Raducanu, Osaka, Kerber… Quali wild card all’Australian Open 2024?

Decisione difficile per Tennis Australia: tante giocatrici di grande richiamo non avranno la classifica per entrare in main draw

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Caroline Wozniacki - US Open 2023 (Twitter @usopen)
Caroline Wozniacki - US Open 2023 (Twitter @usopen)

L’Australian Open 2024 si preannuncia essere uno Slam di grandi rientri per il tennis femminile: diverse giocatrici sono state fuori per tempo dal circuito e sono “nobili decadute” della classifica, di conseguenza non hanno il ranking per partecipare al primo Slam della stagione. Su tutte c’è Caroline Wozniacki, che ha già annunciato di aver terminato la stagione 2023 dopo l’ottavo raggiunto allo US Open perdendo in tre set contro Coco Gauff. La danese è rientrata alla grande dopo la doppia maternità ed è risalita al numero 242 del ranking. In conferenza stampa ha annunciato che Melbourne sarà un grande obiettivo all’inizio del prossimo anno: verosimilmente un invito andrà alla campionessa dell’edizione 2018.

Non solo la 33enne di Odense: proverà a rientrare anche un’altra neo-mamma come Naomi Osaka. La giapponese, due volte campionessa in Australia, aveva dichiarato ancora prima di Wozniacki di voler tornare in campo appena dopo aver concluso la prima maternità.

Stesso discorso per Angelique Kerber, vincitrice del primo Major dell’anno nel 2016: la tedesca ha espresso più volte la volontà di rientrare. La tedesca potrebbe usufruire però del ranking protetto. Chi non si vuole arrendere è Venus Williams che ha ottenuto qualche buon risultato in questo 2023 e cerca di continuare per togliersi qualche altra soddisfazione.

 

La prossima stagione vedrà anche il rientro di Emma Raducanu dopo tre interventi chirurgici, a entrambi i polsi e alla caviglia: anche la britannica può utilizzare il ranking protetto.

Capitolo a parte riguarda invece Garbine Muguruza e Simona Halep. La spagnola si è presa quest’anno una pausa di riflessione dal tennis, ma nel 2024 vuole tornare a competere. L’iberica è stata finalista degli Open d’Australia nel 2020. Finalista nel 2018 in Australia la rumena, che vedrà scadere la sua sospensione per doping. Tantissime giocatrici in lizza per le sei wild card disponibili: vedremo quali saranno le scelte di Tennis Australia.

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Wimbledon: Sonego-Berrettini il ventunesimo derby azzurro negli Slam, Fognini l’italiano ad averne disputati di più

11 Roland Garros, 5 Wimbledon, 3 US Open, un solta volta a Melbourne: così suddivisi i derby italiani nei Majors

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Berrettini Sonego Stoccarda 2023

A distanza di poco più di tre settimane dal loro incrocio sull’erba di Stoccarda, Lorenzo Sonego e Matteo Berrettini daranno vita, nel primo turno dell’edizione 2023 di Wimbledon, al ventunesimo derby italico che si consumerà nella prestigiosa cornice dei tornei del Grande Slam.

I derby di Wimbledon

Se poi si vuole limitare il campo di analisi al “solo” Church Road, quello tra il torinese ed il romano, sarà il sesto incontro con protagonisti due tennisti azzurri ad affrontarsi nella storia dello Slam londinese che va in scena sul suolo di Sua Maestà. Il capostipite, in tal senso, dei Championships è stato il match di 43 anni fa, correva quindi il 1980, fra Adriano Panatta e Corrado Barazzutti: una partita di secondo turno che vide l’Adriano Nazionale aggiudicarsi la sfida con Barazza, compagno di squadra in Davis, solamente al quinto set per 1-6 6-3 6-4 3-6 6-1. Piccola curiosità relativa al contorno, o se preferite all’antipasto, di quello scontro “nostrano” è rappresentata dal fatto che Corrado al round precedente superando lo statunitense Scott Davis ottenne il primo ed unico successo della carriera sui sacri prati.

Da quella partita fratricida in salsa tricolore sul perfetto manto erboso di SW19, trascorrono 11 lunghi anni prima di poter riammirare – con annesso plotone emotivo che ne consegue – un altro derby italiano nella medesima prova Major: il teatro che ospita lo spettacolo infatti è sempre lo stesso, ancora Wimbledon, ma nel 1991 i “nuovi” volti sono quelli di Omar Camporese e Claudio Pistolesi. Da annotare anche una piccola differenza a livello di momento nel tabellone in cui il duello prende vita, non i trentaduesimi bensì i sessantaquattresimi: alla fine della fiera, però, cambia poco. Vince il bolognese con lo score di 6-1 6-3 2-6 6-3.

 

Il terzo derby azzurro consumatosi nel torneo più famoso del Pianeta è decisamente più recente, rintracciabile nel primo quinquennio del ventunesimo secolo: era il 2005, e tra un giovane Andreas Seppi ed un esperto Davide Sanguinetti – i 21 anni del bolzanino contro le 33 candeline del viareggino – ad avere la meglio fu il maggiore chilometraggio del tennista toscano che si impose nettamente in scala discendente 6-3 6-2 6-1. Esattamente un anno dopo, dunque con il ritmo dei sorteggi malandrini che accoppia uno contro l’altro esponenti della racchetta del Bel Paese in considerevole aumento rispetto al passato, al 2°T e nel quarto derby verde-bianco-rosso di sempre sull’erba più sublime che esista Daniele Bracciali trionfava in quatto parziali sul padovano Stefano Galvani.

L’ultimo, prima di Sonny-Berretto, è datato 2018 con gli amici “Chicchi” di mille avventure in doppio Simone Bolelli e Fabio Fognini a doversi misurare con le ripercussioni psicologiche che un tale faccia a faccia poteva portare in dote: a spuntarla fu il più forte in quel preciso frame storico delle loro carriere sulle superfici rapide, il ligure staccò il pass per i sedicesimi in virtù del 6-3 6-4 6-1 finale.

Negli altri tre appuntamenti Slam del calendario, l’Italia tennistica nella storia di questo sport ha così distribuito i suoi 20 derby: 11 al Roland Garros, 5 a Wimbledon, 3 allo US Open, 1 all’Australian Open.

Fognini il tennista azzurro ad aver giocato, e vinto, più derby tricolore

Il tennista azzurro che in assoluto ha disputato più volte un derby Slam è il taggiasco Fabio Fognini, la bellezza di 5 scontri con connazionali a tentare di contrastarlo dall’altra parte delle rete sulla lunga distanza: a Melbourne ha sconfitto Salvatore Caruso nel 2021, nella Parigi terrosa ha superato sempre Andy Seppi sia nel 2017 che nel 2019, cinque stagioni orsono all’All England Club la già menzionata vittoria di Fogna si è materializzata a discapito del fido Bolelli. Infine, a completamento del proprio personale Career Grand Slam a livello di derby giocati c’è l’unico KO con Stefano Travaglia a New York nel 2017.

A quota tre derby nei Majors ci sono invece Barazzutti e Seppi; a 2 Bolelli, Bracciali e Sanguinetti.

Vale la pena anche ricordare come nessun derby azzurro Slam sia andato in scena oltre il 3°T, non abbiamo mai assistito ad un ottavo di finale tutto italiano per capirsi. I sedicesimi nella storia – in assoluto, non soltanto nell’Era Open – Majors sono stati 3: De Morpurgo-Bonzi all’Open di Francia del lontanissimo 1929, Paolo Lorenzi – Thomas Fabbiano nel 2017 a Flushing Meadows e dulcis in fundo Lorenzo Musetti contro Marco Cecchinato al RG del 2021, l’ultimo tutt’ora.

Ma adesso siamo pronti per scrivere un altro capitolo, il ventunesimo: Lorenzo Sonego e Matteo Berrettini fateci divertire.

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Numeri: il dominio di Djokovic nel tennis maschile dal 2011 ad oggi

Dalle settimane trascorse al numero uno al confronto contro gli altri grandi: Ferruccio Roberti raccoglie alcuni dati che testimoniano chi sia stato il più grande di quest’era tennistica

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (foto: twitter @AustralianOpen)

62 – Il numero percentuale delle settimane trascorse come 1 ATP da Novak Djokovic dal 4 luglio 2011 -giorno successivo alla prima vittoria di Wimbledon che lo proiettò sulla cima del ranking – a oggi. Una cifra di per sé impressionante che probabilmente sarebbe potuta essere ancora più significativa se il serbo non avesse saltato la seconda parte del 2017 e se l’anno scorso non avesse scelto di mettersi nelle condizioni di non poter partecipare a due Slam e quattro Masters 1000 (e a Wimbledon i punti fossero stati assegnati).

Altri numeri aiutano a comprendere meglio quanto fatto dal serbo dalla seconda metà del 2011 ad oggi: dal luglio di dodici anni fa ha vinto 19 dei 42 Slam (il 45,2%) e 29 dei 75 (38,6%) Masters 1000 a cui ha preso parte. In questo stesso periodo ha vinto 190 dei 245 (77.6%) match disputati contro colleghi nella top ten e, più in generale, si è imposto in 670 dei 768 incontri disputati (l’87,2%, una percentuale che sale al 89.3 considerando solo le partite non giocate sulla terra rossa). Della prima top 20 che lo vide al numero 1 sono rimasti sul circuito Nadal, Murray, Monfils, Gasquet e Wawrinka, mentre in quella attuale solo l’immenso campione maiorchino e Carreno Busta erano già tennisti professionisti nel momento in cui Djokovic salì per la prima volta al numero 1 del mondo. 

Non per fare inutili paragoni tra campioni che hanno avuto ciascuno la loro fantastica parabola, ma per comprendere meglio questo approfondimento sul periodo che parte da quando Nole è diventato numero 1, si può osservare come solo Nadal, di un anno più grande di Djokovic, ha avuto numeri in qualche modo paragonabili al serbo. In questo lasso temporale Rafa ha comunque vinto dodici Slam e diciassette Masters 1000, occupando la prima posizione del ranking ATP per 107 settimane, ma perdendo 18 dei 31 scontri diretti giocati con Novak  e sconfiggendolo solo 2 delle 14 volte in cui lo ha affrontato lontano dalla terra battuta. Ancora più pesante lo score con l’altro leggendario “big three”, Roger Federer: nato quasi sei anni prima di Djokovic, compiva di lì a un mese 30 anni la prima volta che Nole diventava numero 1 e ha inevitabilmente pagato la differenza d’età. Ad ogni modo, l’immenso campione svizzero nel periodo che stiamo analizzando ha vinto 4 Slam e 11 Masters 1000, è stato numero 1 ATP per 25 settimane complessive e contro Nole ha vinto 9 delle 27 volte in cui si sono confrontati. 

 

Quando domenica scorsa ha sconfitto in finale degli Australian Open Stefanos Tsitsipas il serbo aveva 35 anni 8 mesi e 6 giorni, ma non è un record: sei volte è accaduto che tennisti più anziani del serbo vincessero uno Slam (il primato assoluto è di Ken Rosewall, che vinse gli Australian Open del 1972 avendo compiuto da poco più di un mese i 37 anni). Così come non è un record di longevità il ritorno al numero 1 del ranking ATP da parte di Djokovic: Roger Federer nel giugno 2018 lo è stato a meno di due mesi dal compiere 37 anni. Quel che impressiona di Nole è piuttosto come a quasi 36 anni riesca ad avere non solo elevatissimi picchi di rendimento -non impossibili ai campioni come lui- ma anche di continuità, una caratteristica molto più rara per gli over 35 negli sport professionistici. A tal riguardo basti pensare che sconfiggendo Tsitsipas pochi giorni fa il serbo ha vinto 38 degli ultimi 40 incontri giocati (e tutti gli 11 match nei quali ha sfidato colleghi nella top 10).

 ParTit.Fin.Part. Gioc.Part. Vin.Part. Per.% Vitt.  % set vinti% game vinti% t.b. vinti
Australian Open18109789891.882.962.363.8
Roland Garros182 4101851684.277.160.255.9
Wimbledon17 7 196861089.678.758.667.2
US Open16 394811386.276.060.061.4
Indian Wells145950984.776.359.769.6
Miami135144786.382.161.683.3
Monte Carlo15 2 48351372.967.058.080.0
Madrid 12 3 0 3930976.969.656.050.0
Roma16  6 74641086.576.059.663.2
Montreal/ Toronto11 44 37784.179.458.073.3
Cincinnati14  52401276.971.156.361.1
Shanghai 4 0 3934587.281.461.471.4
Parigi Bercy 16 6 3 5445983.374.258.370
O2 Arena (ATP Finals)11  46341273.968.356.570.6
Dubai12  150 43786.078.459.869.2

Non c’è un centrale che ha fatto la storia recente del tennis a non aver conosciuto le vittorie di Novak Djokovic, unico tennista ad aver conquistato almeno due volte tutti gli Slam, tutti i Masters 1000 (e le ATP Finals). Il decimo successo agli Australian Open, torneo che in assoluto ha vinto più di tutti, fa supporre che con ogni probabilità la Rod Laver Arena sia il campo dove si giocherebbe la sua partita della vita. Più per ricapitolare qualche numero della sua carriera a beneficio dei lettori che per ricavare un dato oggettivo (nel susseguirsi delle edizioni di uno stesso torneo cambiano in parte le condizioni di gioco, basti pensare ad esempio alle modifiche apportate alla superficie e/o alle palline), sono andato a recuperare alcune sue statistiche nei tornei più importanti del circuito e in quelli nei quali ha giocato un elevato numero di match, come Dubai. Dalla tabella in cui sono raccolti i dati arriva la conferma che in effetti gli Australian Open sono il torneo in cui Djokovic ha il più alto rendimento e non solo perché è quello a cui ha preso parte più volte (18, così come al Roland Garros). A Melbourne il serbo vanta la miglior percentuale di vittorie rispetto ai match giocati (91.8%) e di set vinti rispetto a quelli disputati (82.9%). Ovviamente, non sorprende che un sette volte vincitore di Wimbledon abbia numeri eccellenti anche sui campi di Church Road, mentre un pochino stupisce che gli Internazionali d’Italia – dove vanta un ottimo score con sei successi e altrettante finali – siano il torneo sul rosso dove si esprime meglio e in assoluto uno dei migliori per il suo rendimento. In ogni caso numeri incredibili: solo a Monte Carlo, Madrid e Cincinnati (la O2 Arena dove si giocavano le Finals è un discorso a parte, vista l’altissima caratura degli avversari) non ha vinto almeno l’80% delle partite. Not too bad…

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