La libreria di Ubitennis: Bertolucci, voce, braccio, penna (e pancia) d’oro del tennis italiano

Appuntamento con i venerdì letterari di Ubitennis. Recensiamo oggi l’autobiografia di Paolo Bertolucci. Braccio d’oro del tennis italiano e testimone privilegiato della golden age degli anni Settanta. Quando l’ironia è un antidoto al rimpianto

La libreria di Ubitennis: Bertolucci, voce, braccio, penna (e pancia) d’oro del tennis italiano

Bertolucci P. e Biancatelli L., Pasta Kid – Il mio tennis, la mia vita, Ed. Ultra, 2015

Quel mattacchione di John McEnroe molto probabilmente si sarebbe fatto una sonora risata, per poi esternare “You cannot be serious” che sta alla genialità di Mac come il verde sta ai campi di Church Road. A far da detonatore, in questa occasione, non sarebbe l’annosa storiella della palla che lambisce una riga bensì l’esito della lettura di un libro imperniato sulla vita di Paolo Bertolucci. A scanso di equivoci uno dei migliori interpreti della racchetta che il nostro Paese abbia mai avuto. Dopo non più di un centinaio di paginette divorabili tutte d’un fiato, un epigrafico “Io, Pasta Kid. Braccio d’oro e fisico di merda”. Paolo certamente non poteva essere “serious” ma è proprio per questo motivo che una volta di più è riuscito a strapparci un sorriso.

 

La lettura ci rammenta dell’esistenza – in un’epoca non ancora segnata dalla brutalità fisica che nei decenni a venire avrebbe riscritto i connotati dell’antico sport praticato da Bill Tilden – di un tennista dal braccio fatato. D’oro per l’appunto. Del resto, Bertolucci con la racchetta (di legno) era capace di autentiche mirabilie balistiche. Tocchi di palla come carezze, gestualità da manuale, colpi di rimbalzo eleganti e precisi: insomma un’autentica gioia per il palato anche dei puristi più esigenti. “Un grandissimo talento e un formidabile artista” dice di lui, ad un certo punto della narrazione, Stan Smith, traducendo con sintetica semplicità quello che di fatto è il ricordo di tutti. Già, il talento. E del fisico, definito solo poc’anzi proprio in quella maniera lì, invece cosa vogliamo dire? Fu realmente un handicap o un iperbolico luogo comune? Che un robot come Borg potesse vantare una fisicità superiore era fuori di dubbio. Tuttavia se Bertolucci ha saputo scalare la classifica mondiale fino ad issarsi in dodicesima piazza, un po’ di sostanza atletica dovrà pur esserci stata. Di sicuro non gli fu sufficiente impattare la palla con grazia per diventare un campione. Panatta, uno con l’occhio clinico per certe cose, intanto sostiene che Paolo fosse “velocissimo” e poi dotato di “due piedi molto rapidi”. Chi a tennis un po’ ci ha giochicchiato, anche solo per puro diletto, si rende conto di quanto ciò presupponga un motore debitamente rodato.

Bud Collins, nei primi anni Settanta, quando già faceva le fortune editoriali del Boston Globe, ebbe modo un giorno di osservare da vicino le raffinate movenze del giovane Bertolucci. Con la consueta ironia che lo ha sempre contraddistinto, Collins coniò ad hoc un nomignolo che potesse efficacemente esemplificarne la fisionomia e fu così che il tennista toscano assunse le goliardiche sembianze di “Pasta Kid”. Un supereroe della racchetta, vulnerabile più ai piaceri della tavola che alla kryptonite e in perenne lotta con il suo vero grande avversario: la bilancia. Paolo, a lungo andare, quel soprannome finì per sentirselo cucito addosso al punto di intitolarci un libro. L’evoluzione per così dire culinaria che ha convertito il Superman italiano “Nembo” in “Pasta” non deve però trarre in inganno: nonostante quel vecchio cliché di atleta svogliato che una certa stampa contemporanea era solita propinare, Bertolucci è stato prima di tutto un serissimo professionista.

Bertolucci, alla macchina da scrivere vi è giunto al quarto balzo di un’esistenza caleidoscopica: tennista, allenatore (e selezionatore), sublime voce narrante del piccolo schermo e autore di “Pasta Kid”, scritto a quattro mani con il giornalista-filosofo romano grande appassionato di sport, Lucio Biancatelli. Il sottotitolo adottato dagli Autori recita, quasi sussurrato e senza troppi fronzoli, l’aforisma “Il mio tennis, la mia vita”. Il tennis viene quindi assunto senza indugi a metafora della vita, nella quale “tra noi e il nostro traguardo c’è sempre un gradino da superare. E un altro, e un altro ancora. Ma senza rinunciare a vivere, cogliendo dal nostro lavoro tutto il bello che c’era…” (pag. 124).

Due parole per la copertina. Benché non la si possa definire originale, risulta lo stesso impeccabile in termini di strategia della comunicazione. Una di quelle che invogliano anche l’avventore più distratto ad avvicinarsi. Questione di cromie, studio dei contrasti e dinamica dei soggetti. La scelta grafica è caduta su di un’immagine semplice e chiara, quasi simbolica. Un campo da tennis, due compagni in azione sincronizzata e le tonalità antiche di sottofondo, concorrono a ricreare un quadro che sprizza ricordi da tutti i pixel.

Non è affatto un mistero la destinazione spazio-temporale del viaggio che ci si ritroverà ad intraprendere una volta immersi nella lettura. Quello che si ha per le mani è un biglietto di sola andata per l’Italia del boom economico, nella quale il tennis si appresta a sposare definitivamente il professionismo più esasperato pur continuando a privilegiare la componente tecnica, e di intelletto, su quella fisica, che solo più tardi gli “arrotini” avrebbero issato al potere. Sono gli anni Settanta, quelli di Mario Giobbe e del tennis raccontato alla radio, delle trasferte in luoghi e condizioni impossibili, delle storiche finali di Coppa Davis e, al contempo, delle risicate soddisfazioni economiche, lontane anni luce dall’opulenza odierna. Già, i soldi. Bertolucci, che per dirla come Panatta “ha vinto Amburgo quando Amburgo era come Roma”, racconta così di quei giorni: “Ricordo che tornavo a casa con 40 o 50 lire in tasca, dovevi fare i conti al centesimo sennò non ce la facevi, a pranzo mangiavi un panino e si viaggiava in seconda classe”. E ancora: “La differenza tra il tennis di allora e quello dei nostri giorni è davvero abissale…lo stimolo per noi non era guadagnare, ma semmai fare la vita che ci piaceva, viaggiare, conoscere posti nuovi e nuovi mondi, e non tornare da dove eravamo partiti” (pagg. 43-46).

“Pasta Kid – Il mio tennis, la mia vita” non è l’asfittica biografia celebrativa di un uomo che campione lo è stato per davvero, è piuttosto un piacevole sunto – scritto sempre con fare leggero e scanzonato – di una lunga avventura umana e sportiva, che ha avuto il suo inizio nel Circolo Tennis Roma della natia Forte dei Marmi a metà degli anni Cinquanta. Dove un Bertolucci ancora bambino, ascoltando a bordo campo il suono emesso dalla racchetta di papà, trovò il modo per farsi rapire da questo sport. Una narrazione consequenziale, mai avara di momenti introspettivi e ritmata dalla presenza di alcune pillole estratte dal cassettino della memoria di amici e colleghi, accompagna per mano il lettore a ripercorrere le tappe che hanno condotto l’adolescente che “giocava con la racchettina contro il muro” fino all’acme sportivo del trionfo in Coppa Davis. In mezzo a questi due poli distanti un ventennio, fanno capolino momenti clou dell’esistenza di Paolo: l’esperienza “cameratesca” nel Centro tecnico di Formia sotto la cura del “secondo padre” Mario Belardinelli; l’incontro e l’amicizia con Adriano Panatta, “uno di personalità, piuttosto esuberante”; la carriera ed i successi internazionali; la frequentazione di vere e proprie leggende del tennis contemporaneo in un periodo in cui “le amicizie tra colleghi con la racchetta erano possibili”; la “dolce vita romana” così come raccontata da Fellini. Ricorda di quel clima un nostalgico Bertolucci: “Negli anni Settanta (Roma, ndr) era bellissima, non caotica come oggi e per due (Bertolucci e Panatta, ndr) giovani come noi, che cominciavamo ad avere qualche soldo in tasca, era il massimo. Frequentavamo Renzo Arbore, Boncompagni, Califano e quando tra un torneo e l’altro tornavamo in città era bello ritrovarsi per queste grandi spaghettate con tutti gli amici” (pag. 57). Altri tempi.

E sempre a proposito di amicizie, risulta davvero gustoso il capitolo dedicato a quelli che lo stesso Bertolucci definisce “un campionario di personaggi eccentrici ed originali che facevano del tennis un vero e proprio carrozzone. Un circo dove non mancavano clown, giocolieri e prestigiatori” (pag. 91). Illustri ex colleghi che alla spicciolata fanno la loro comparsa tra le pieghe del racconto, esibendo di sé quel lato recondito troppe volte relegato in secondo piano dall’eco dei rispettivi trionfi sportivi. Senza compromettere oltremisura la curiosità di chi avrà il piacere di leggere, quel che ci limitiamo a svelare ora è che, una volta giunti al termine di questa vera e propria scorpacciata di sapori anni Settanta, personalità del calibro di Borg, Nastase, Vilas, Gerulaitis, McEnroe, Noah, Ashe e Connors – onnipotenti ed inarrivabili nell’immaginario collettivo – appariranno, finalmente denudati delle loro impermeabili corazze, molto meno lontani. E, lasciatecelo dire, anche più simpatici nella loro normalità. “Ascolta, stasera si va un po’ in giro, ma prima ti portiamo in un negozio, quindi caccia i soldi così ti vesti come Dio comanda”. Chi il destinatario della simpatica invettiva? Un Borg improbabile viveur, ma non aggiungiamo altro.

Gli Autori hanno il grosso pregio di non lasciarsi sopraffare dalla tentazione di confinare l’album dei ricordi, a vantaggio di un’esposizione che non perde mai l’intensità e la capacità di appassionare il lettore. Il risultato finale, pertanto, è più introspezione che punteggi, più calore che resoconti, più aneddoti che almanacchi. In definitiva, un libro che potrà sicuramente far scendere una lacrimuccia a tutti coloro che di questi tempi tollerano malvolentieri la brutalità del tennis moderno e, più in generale, a quelli che gelosamente custodiscono dentro di sé il ricordo della fine bellezza del tennis che si praticava in quei magici anni Settanta. Siamo assolutamente certi che grazie alla lettura di questa biografia, alla quale si può rimproverare di finire un po’ troppo alla svelta, quando vi capiterà di ascoltare di nuovo il nostro supereroe Pasta Kid, armato di microfono e nelle rassicuranti vesti di commentatore televisivo, avrete come la sensazione di rincontrare dopo tanto tempo un vecchio amico, di sedervi al tavolo con lui e, con un drink in mano, disquisire amabilmente di tennis. Con tutta l’ironia di cui questo mondo ha bisogno.

Matteo Parini

P.S. Ricordiamo che  un altro libro era stato scritto dall’amico e apprezzato collega Stefano Meloccaro, incentrato su Paolo Bertolucci: “L’imperdibile Braccio d’Oro”, Limina Edizioni 2006, è reperibile on line.

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