Victor, se fosse sempre Quito? Storie di successi a 3000 metri

Viaggio nel tennis ideale di Victor Estrella Burgos, il dominicano che non sa perdere quando si gioca a 3000 metri

Victor, se fosse sempre Quito? Storie di successi a 3000 metri

Fabián Alarcón, politico. Rodrigo Borja Cevallos, politico. Mariana de Paredes y Flores, religiosa. Elia Antonio Liut, aviatore. Carlos María Javier de la Torre, cardinale. Byron Moreno, arbitro. Cristian Benítez, calciatore. Jorge Carrera Andrade, poeta. In un mondo più giusto non figurerebbe il nome di quella famosa giacchetta nera, in un mondo meno terrorizzato dal tennis la lista delle “persone legate a Quito” si concluderebbe con “Victor Estrella Burgos, tennista”. Eh sì, perché il 36enne dominicano ha stabilito con la capitale ecuadoriana (e con l’Ecuador in generale) un particolare rapporto di simbiosi che per i più distratti è iniziato nel 2015 ma in realtà affonda le sue radici in un passato di challenger polverosi.

Victor muove i primi passi a Quito nel challenger del 2008 quando incrocia tre argentini. Batte i primi due, non Diego Alvarez. Archiviato un 2009 disastroso (16 challenger disputati, appena nove partite vinte) torna a Quito nel 2010 e rimedia una sconfitta al primo turno. Nel 2011 dell’Ecuador visita solo Manta, sul livello del mare, ma anche lì altra batosta. L’anno successivo torna nella capitale, giunge ai quarti ma contro Joao Sousa è costretto al ritiro per un brutto infortunio al gomito che lo tiene lontano dai campi per sei mesi. Ma vuoi vedere che porta sfiga giocare a Quito ogni due anni? La scelta di disputare il torneo nel 2013 – e il supporto dell’amico Josè Luis Bonilla – risultano infatti vincenti: Victor è re delle alture per la prima volta. Ora che l’algoritmo alle pendici del vulcano Pichincha sembra chiaro dovrebbe essere scontata anche la vittoria del 2014 e invece no, il padrone di casa Gonzalo Escobar lo accompagna all’uscita già agli ottavi. Il dominicano si consola sfondando il muro dei top 100 con la vittoria nel challenger di Salinas, che sempre Ecuador è ma (ahilui) affaccia sul mare. Poi addirittura esagera con l’exploit ai – che novità! – 2640 metri di Bogotà, sede di un ATP 250 fresco di un anno, dove batte Gasquet e si spinge fino alle semifinali. A fine 2014 Estrella Burgos è numero 78 del ranking mondiale ma ha disputato appena 15 partite nel circuito ATP. Sei delle quali a Bogotà, dove di aria ce n’è poca e le palline viaggiano come proiettili. Non un caso.

Poi dev’essere andata così. Sfogliando la nuova programmazione del 2015 Victor si accorge che il torneo cileno di Vina del Mar non esiste più, al suo posto è risorto l’Ecuador Open di Quito – andato in congedo nel 1982 col successo di Andrés Gomez. Si giocherà al Club Jacarandà e non più al Quito Tenis Club per essere precisi. E che fai Victor, non ci vai a Quito? Figurati, hai classifica, non devi neanche fare le quali. Risultato: Andre Ghem, Renzo Olivo, Martin Klizan, Thomaz Bellucci, Feliciano Lopez (!). Li mette tutti in riga, e solo lo spagnolo in finale riesce a vincergli un set. A 34 anni Victor Estrella Burgos diventa il tennista più anziano a vincere il primo torneo ATP, oltre ad essere il primo dominicano iscritto su un qualsiasi albo d’oro del circuito maggiore. Un record che potrebbe apparire scontato e invece dice abbastanza, forse tutto della tenacia di un atleta cresciuto in una Repubblica in cui il tennis non è esattamente il primo pensiero di tutti. Peraltro a Quito gli sfugge di un soffio la doppietta: in doppio – assieme a Joao Sousa – la sconfitta arriva solo in finale. Ma quando vinci un 250 a quasi tremila metri sul livello del mare figurati se può essere un problema vincere un challenger a 1480 metri una settimana dopo. Anche Cuernavaca, nota in Messico come “città dell’eterna primavera” per il suo clima perennemente mite, si fa feudo Victoriano. In stagione arriva anche il best ranking alla posizione 43: la Repubblica Dominicana si prende anche la top 50, sebbene solo per tre mesi.

Nel 2016 Victor trascina – ovviamente – i suoi 173 centimetri a difendere il titolo conquistato dodici mesi prima. C’è ancora Renzo Olivo, questa volta ai quarti, e soprattutto c’è ancora Bellucci, nuovo sfidante in finale. Il bis arriva in rimonta, dopo aver perso il primo set ed essere stato in svantaggio 3-1 nel tie-break del secondo. Secondo titolo consecutivo, solita foto di rito con panama e trofeo che quest’anno non è più il colibrì d’argento simbolo di Quito ma si è fatto antropomorfo: un faccione che ricorda una divinità maya ma in realtà raffigura, o quantomeno è intitolato all’ex tennista ecuadoriano Pancho Segura. Inizia a serpeggiare l’idea che da queste parti Estrella Burgos sia se non imbattibile quantomeno parecchio ostico da affrontare. Tanto vale saltare avanti di altri dodici mesi per scoprire “se quel dominicano ce l’ha fatta ancora”. Sì, ce l’ha fatta. Nonostante i tre match-point annullati a Karlovic agli ottavi – l’altura non favorisce certo i ribattitori – e la solita generosità del nostro Paolino Lorenzi in finale, anche lui però incapace di sfruttare una palla del match nel tie-break del set decisivo. La terza affermazione di fila sentenzia inequivocabilmente che Victor Estrella Burgos, attualmente 17esimo nella race con otto punti di margine su Djokovic (!)è il re della città andina. 

Non per caso. Cuore e polmoni d’acciaio, servizio che a dispetto dell’altezza regala punti e dritto anomalo ogni volta che è possibile. Ma soprattutto, ed è probabilmente qui che Victor vince la sua partita con l’altura, una reattività che se ne frega persino della carenza d’ossigeno e sostiene ogni minuto il suo tennis dinamico. Sarebbe altrimenti impossibile aggirare la palla così tante volte per colpire il dritto a sventaglio, il colpo principale del suo repertorio. Non stiamo comunque parlando di un vero terraiolo. Il rovescio – a una mano – è quasi sempre colpito in back, di conseguenza non è colpo soltanto difensivo ma piuttosto di manovra, eseguito tipicamente con buona profondità e poco peso tanto da rendere complicato il contrattacco avversario. Victor sa anche toccare la palla sotto rete, non è affatto un maniscalco. Piccolo, rapido, esplosivo. Un mix di qualità che a quanto pare rendono tanto di più quanto ci si alza sul livello del mare. Scientificamente parlando le prestazioni sportive in altura sono rese difficoltose dalla pressione atmosferica più bassa che riduce la quota di ossigeno “respirabile”, tennisticamente parlando le traiettorie sono più rapide e il topspin meno accentuato tanto che il regolamento prevede l’utilizzo di palline meno pressurizzate per compensare il fattore atmosferico.

Quelle che per altri sono condizioni di gioco inusuali, e richiedono adattamenti di preparazione, per Victor Estrella Burgos si sono ammansite a tal punto da sembrare addirittura favorevoli. En Quito me siento como Nadal en Roland Garros. Non ci sorprenderebbe se il dominicano, ogni anno dopo aver vissuto la sua ormai consueta settimana di gloria, fosse colto da un pensiero magari capace di provocare insonnia: e se si giocasse sempre a Quito?

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