L’inattesa Jelena Ostapenko

Al Roland Garros 2017 si è affermata, giovanissima e inaspettata, una giocatrice che con il suo tennis di attacco ha sovvertito le gerarchie della vigilia

L’inattesa Jelena Ostapenko
Jelena Ostapenko - Roland Garros 2017 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ostapenko ha vinto il Roland Garros senza essere testa di serie, visto che prima di Parigi era numero 45 del ranking. Sorteggiata nella parte alta del draw, in teoria avrebbe dovuto incontrare al terzo turno la testa di serie numero 1 Kerber. In realtà Angelique è stata eliminata subito, al primo turno, lasciando sguarnita quella parte di tabellone. Jelena ha superato 4-6, 6-3, 6-2 all’esordio Louisa Chirico (con 55 vincenti e 48 errori non forzati), e quindi 6-4, 6-2 Monica Puig, la campionessa olimpica in carica (31 W e 11 UE).
Al terzo turno invece di Kerber ha trovato Lesia Tsurenko, battuta 6-1, 6-4 (25 W e 29 UE). Purtroppo non ho visto nessuno di questi match quindi non posso esprimermi sulla parte iniziale del cammino di Jelena.

L’ho però seguita per lunghi tratti contro Samantha Stosur (2-6, 6-2, 6-4) e mi ha sorpreso in modo positivo per un paio di aspetti. Il primo è che dopo un avvio difficile ha dimostrato di non perdere la lucidità, affidandosi a un piano di gioco semplice ma efficace. Una tattica ad hoc per affrontare Samantha che, lo ricordo, sulla terra di Parigi rimane un’avversaria molto impegnativa (dal 2009 in poi vanta una finale e tre semifinali, l’ultima delle quali raggiunta l’anno scorso): nei game di risposta, quando in alcune occasioni era costretta a subire l’iniziativa, Ostapenko aveva chiaro che poteva rifugiarsi sulla diagonale dei rovesci in attesa di trovare il tempo per poter spingere verso la parte libera del campo.
Ma soprattutto contro Stosur ha mostrato di saper modulare la pesantezza di palla, evitando di colpire a tutta quando l’avversaria era fuori posizione; meno rischi del solito per ottenere comunque vincenti contro una giocatrice che non è straordinaria nella fase difensiva. Saldo finale positivo (46 W, 34 UE).

 

Sulla carta la partita contro Caroline Woznkiacki (4-6, 6-2, 6-2) appariva meno complicata, considerando i precedenti (3-0) tutti a favore, anche se l’ultimo lottatissimo. Il confronto è stato abbastanza prevedibile sul piano tattico, ma ha avuto come variabile inattesa il forte vento, che soprattutto nella prima parte ha impedito di spingere e controllare normalmente la palla. Il saldo negativo (38 W, 50 UE) con ben 25 errori nel primo set testimonia quanto abbiano influito le condizioni atmosferiche sulla qualità del match.

La semifinale contro Timea Bacsinszky si annunciava apertissima e ricca di spunti tattici. Per molti aspetti anche imprevedibile, e con in più la curiosità di due tenniste che si affrontavano per la prima volta proprio nel giorno del loro compleanno, dato che entrambe sono nate l’8 giugno (del 1989 Bacsinszky, del 1997 Ostapenko).
Il 7-6(4), 3-6, 6-3 conferma che la partita è stata equilibrata e che Timea era decisa ad andare oltre la semifinale già raggiunta nel 2015. A mio avviso però la Bacsinszky di due anni fa era in forma superiore e qualcosa nella partita di giovedì scorso le è mancato sul piano della incisività degli spin. Intendiamoci, ha utilizzato slice, drop-shot (alcuni anche direttamente in risposta sulla seconda di servizio) e palle rallentate, ma forse quello che non è riuscito a Timea è stato costruire più spesso situazioni di gioco che obbligassero Ostapenko a colpire un maggior numero di parabole slice (a rimbalzo basso) dalla parte del rovescio. E così a lungo andare la capacità di mantenere alta la pressione offensiva di Jelena ha avuto la meglio. 50 vincenti e 45 errori non forzati la statistica di fine match.

Sulla finale si è già scritto molto, sottolineando il momento in cui (sul 6-4, 3-0 a favore di Simona Halep) Ostapenko ha rischiato di finire addirittura sotto 0-4, davvero a un passo dalla sconfitta.
La partita si annunciava come il classico confronto di stili, con una giocatrice sempre decisa a comandare e un’altra più orientata a contenere. Tatticamente Ostapenko aveva poco da stabilire: posto che la sua idea di gioco prevedeva il controllo sistematico dello scambio, rimaneva da valutare quando cercare il vincente definitivo e quando invece spingere in modo meno estremo, con un colpo ancora di costruzione del palleggio. Di fronte a un’avversaria molto forte in difesa come Halep il pericolo era infatti quello di finire fuori giri, o di farsi prendere dalla frenesia nel tentativo di abbreviare in modo eccessivo lo scambio.

Sono i problemi classici delle super-attaccanti, che si esprimono attraverso un tipo di tennis in cui la lucidità è spesso portata al limite, e il rischio di innescare loop negativi molto alto. Errore chiama errore, producendo circoli viziosi dai quali è difficile uscire. E secondo me una breve fase di crisi emotiva Jelena l’ha effettivamente attraversata: a dispetto di quanto sembrerebbe suggerire il punteggio, è accaduto (più che nel secondo set) all’inizio del terzo, quando dopo avere prodotto il massimo sforzo per riequilibrare la partita mi è sembrato avesse la necessità di rifiatare, sia fisicamente che mentalmente.
Forse anche perché aiutata da un’avversaria che quando sentiva il traguardo vicino tendeva a essere più timorosa, o forse perché ormai abituata alle conclusioni al terzo set (a Parigi in 5 partite su 7 ha vinto nel set decisivo), fatto sta che anche nell’occasione più importante Ostapenko è riuscita di nuovo a risollevarsi fino a rovesciare l’inerzia della partita, e con cinque  game consecutivi ha chiuso 4-6, 6-4, 6-3 in 119 minuti totali.
Saldo delle finale: 55 W e 55 UE.

a pagina 5: i dati complessivi del torneo di Ostapenko e le prospettive future

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