Estate di grandi ritorni

Azarenka, Keys, Kvitova, Sharapova, Stephens: cinque importanti giocatrici tornano a tempo pieno nel circuito. Dopo lunghi periodi senza tennis, per loro le prossime US Open Series non saranno impegni di routine

Estate di grandi ritorni
Sloane Stephens e Madison Keys

Petra Kvitova
Come Madison Keys, anche Petra Kvitova ha avuto problemi più articolati di come spesso viene raccontato. Le ferite procurate alla mano sinistra dal coltello di un rapinatore che si era introdotto a casa sua, avevano messo in dubbio il suo futuro di tennista. Era dicembre, e i danni alle dita (tendini e nervi) erano estesi e profondi. Malgrado i timori iniziali, Kvitova ha saputo tornare in tempi record, disputando addirittura due match al Roland Garros.
Quello che forse si ricorda meno delle recenti traversie è che, anche senza lo sfortunato episodio accaduto prima di Natale, la partecipazione ai primi tornei del 2017 sarebbe stata comunque in dubbio, perché Petra aveva subito una frattura da stress al piede nell’ultimo match stagionale in programma, la finale di Fed Cup contro la Francia (metà novembre 2016).

Nei primi mesi del 2017, con la mano operata e il piede in convalescenza, è stata obbligata a rimanere assolutamente inattiva. Poi ha progressivamente ripreso una minima preparazione di base mentre la mano era ancora in fase di riabilitazione, ma evidentemente era impossibile pretendere che un’atleta con il suo tipo di corporatura fosse a posto fisicamente in tempi brevi. E così, malgrado l’exploit di Birmingham, a Wimbledon è apparsa per quella che era: una giocatrice di talento molto lontana dalla migliore condizione.

 

Ora è passato quasi un mese dalla sconfitta di Londra, e Petra ha deciso di giocare senza sosta: Stanford, Toronto, Cincinnati, New Haven; quattro settimane su quattro prima degli US Open. Secondo me troppo, ma direi che il suo calendario spiega meglio di ogni altra cosa due aspetti del tutto personali del suo modo di intendere la professione. Primo: che Kvitova spesso preferisce prepararsi ai grandi appuntamenti giocando nei tornei invece che attraverso settimane di solo allenamento. Secondo: che l’allontanamento forzato dai campi da gioco sembra avere aumentato la voglia di tennis. Per questo è difficile pensare che la partecipazione ai prossimi tornei sia semplice routine.

Maria Sharapova
Negli ultimi anni, prima della sospensione inflitta della WADA nel 2016, Sharapova era spesso arrivata in questo periodo della stagione in una situazione di difficoltà fisica. Nel 2015 non aveva giocato nessun incontro fra Wimbledon e le WTA Finals (con l’eccezione di un ritiro a Wuhan), e nel 2013 dopo Wimbledon era andata ancora peggio: un solo match a Cincinnati (quello con Connors come coach) prima di dare forfait per tutto il resto dell’anno.

Alla soglia dei trent’anni (è nata nell’aprile 1987) e con una carriera precocissima sulle spalle, Sharapova cominciava a soffrire per il logorio causato dai tanti anni di tennis professionistico praticati. Qualche mese fa il suo manager ha dichiarato che probabilmente senza la sospensione per doping si sarebbe ritirata alla fine del 2016 (anno di chiusura del ciclo olimpico) proprio a causa degli acciacchi di cui soffriva. Sempre secondo il suo manager lo stop forzato si era rivelato positivo, almeno per quanto riguarda la condizione di atleta, perché l’aveva completamente rigenerata.

Poi c’è stato il rientro a Stoccarda alla fine di aprile. Naturalmente con il senno di poi è sempre facile pontificare, ma comincio a pensare che le scelte che Sharapova ha compiuto subito dopo la fine della squalifica non siano state le migliori. Conoscendo il carattere orgoglioso di Maria dubito che lo riconoscerà pubblicamente, ma se invece di partecipare nel giro di quattro settimane a Stoccarda/Madrid/Roma avesse optato per un avvio più soft, magari proprio con un ITF, forse sarebbe stato meglio.
Avrebbe evitato le polemiche relative alle wild card, avrebbe compiuto una operazione “simpatia” accettando di rientrare dal basso, e intanto avrebbe sollecitato meno un fisico che era sì riposato, ma comunque non più abituato agli sforzi (atletici e nervosi) che esigono i match contro avversarie di primo livello.

L’infortunio subìto a Roma (uno strappo al quadricipite della gamba sinistra) ha finito per sgombrare il campo dalle diatribe relative alla partecipazione agli Slam europei, ma ha anche evidenziato che il suo manager forse era stato troppo ottimista: la sosta forzata non sembra avere guarito del tutto certe fragilità di Maria.

Ora dopo la partenza falsa di aprile/maggio siamo di fronte a un nuovo via. Malgrado Sharapova si sia scoperta forse meno solida atleticamente di quanto sperava, in questa occasione potrà comunque affrontare i prossimi tornei con molte più energie a disposizione rispetto alle stagioni nelle quali cominciava a competere in gennaio. E questo potrebbe fare la differenza.

Sloane Stephens
Il tempo, le partite, gli avvenimenti che si susseguono si “mangiano” i ricordi, per cui forse occorre un breve riepilogo su quanto è accaduto a Stephens nell’ultimo periodo.
Sloane era stata una delle migliori tenniste nei primi sei mesi del 2016. Dopo avere vinto tre tornei fra gennaio e aprile (Auckland, Acapulco, Charleston), grazie a una rendimento di 23 vittorie e 7 sconfitte fino a Wimbledon, era risalita al numero 21 del mondo. Con pochi punti da difendere nella seconda parte dell’anno, a metà 2016 è la candidata ideale per salire ai piani alti del ranking. Dunque, a 23 anni appena compiuti, sembra che Stephens sia entrata finalmente nella stagione della maturità, quella della costanza di impegno e della continuità di risultati.

Invece con l’estate americana le cose si guastano improvvisamente. A Washington è sconfitta 6-1 6-2 al primo turno da Risa Ozaki, e poi a Montreal perde ancora subito da Camila Giorgi. Nel match contro Camila chiama un Medical Time Out per un problema al piede sinistro. Stephens non ricorre praticamente mai ai MTO e quindi chi la conosce si allarma, e teme possa trattarsi di qualcosa di serio. Gioca, e perde, ancora un match (alle Olimpiadi) e poi scompare dai radar.

Un forfait dopo l’altro sino alla fine del 2016, senza comunicazioni ufficiali su quale sia la natura del problema fisico che la riguarda. Si suppone solo che il piede sinistro non sia a posto.
Inizia il 2017, con i punti pesanti delle vittorie dell’anno precedente da difendere. Stephens si iscrive al torneo di Sydney, e viene fotografata in allenamento sui campi del torneo. Eppure, malgrado si sia sobbarcata la trasferta in Australia, all’ultimo momento rinuncia a giocare. Altro periodo senza partite, fino a quando non compare in febbraio a Tennis Channel con il piede sinistro ingessato: racconta di essere stata operata alla fine di gennaio per una frattura da stress al piede che non guariva (all’osso navicolare, spiegherà in seguito), e che prevede di rientrare in estate.

Effettivamente torna a Wimbledon 2017: in totale sono undici mesi senza partite. Nel frattempo Sloane è precipitata oltre il 300mo posto in classifica e per essere ammessa ai grandi tornei deve utilizzare il ranking protetto. A Londra perde subito contro una specialista dei campi in erba come Alison Riske (6-2, 7-5), in un match incoraggiante per quanto riguarda la condizione fisica, ma anche caratterizzato dai passaggi a vuoto tipici di chi non è più abituata a competere.

Riprendere dopo un anno di stop non sarà semplice; anche per lei come per Madison Keys i prossimi tornei avranno importanza doppia visto che oltre che essere quelli del ritorno sono anche quelli che disputa di fronte al pubblico di casa. Personalmente cercherò di seguirla il più possibile, perché secondo me rimane una delle giocatrici più interessanti, visto che la ritengo, sul piano tecnico, la tennista più completa della sua generazione.

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