Vincere, perdere, tornare. Con humour, altrimenti non è sport

Le finali degli US Open sono state agonisticamente orride. Ma abbiamo ammirato divertiti il coraggio di Sloane Stephens, la leggerezza di Madison Keys, l’orgoglio di Kevin Anderson e l’esempio di Rafa Nadal

Vincere, perdere, tornare. Con humour, altrimenti non è sport
Madison Keys - US Open 2017

Quest’anno a New York abbiamo assistito a due finali a senso unico. Diciamolo pure, due finali molto deludenti. Per vedere una bella partita devono giocare bene entrambi i contendenti, un dominio di un protagonista sull’altro non è mai foriero di spettacolo. Nulla da eccepire sui meriti di Sloane Stephens e Rafa Nadal, ma per il pubblico neutrale dopo pochi game la noia ha accompagnato gran parte dei due match. Dopo le strette di mano, però, sono state toccate le vette più alte e nobili dello sport e delle storie che sa regalare.

Sabato pomeriggio, ancora prima del tramonto newyorchese, una ragazza dal carattere di granito e dal cuore caldissimo, elementi essenziali per arrivare in finale dopo un calvario iniziato mesi prima senza potersi muovere, ha aggiunto mente e nervi degni del suo alter-ego maschile del torneo per fare l’ultimo passo e sollevare al cielo un trofeo pesantissimo. La sua favola è meravigliosa proprio perché unisce il coraggio e la determinazione di arrivare in una finale Slam 8 mesi dopo un infortunio al piede che l’ha impossibilitata a muoversi con la freddezza di chi, dopo tanta fatica, gioca l’ultimo atto con la tranquillità e la sicurezza di una veterana. Un personaggio così non può non regalare soddisfazione quando parla. Non perché faccia la spaccona dando spettacolo o al contrario perché sa trasmettere gioia e serenità. No, perché sa come ridere e come far ridere. Non cade in un pianto disperato mentre ripensa a dov’era e come stava all’indomani dell’operazione del 23 Gennaio scorso. Lacrime che peraltro avrebbero costituito un momento di rara intensità e umanità. Ma la ragazza riserva alle persone più care queste cose, come quando si commuove nel parlare al telefono col nonno. Quando è davanti al pubblico e alla stampa rivela una vis comica geniale: “Non vedo l’ora di vincere un altro Slam: avete visto l’assegno che mi hanno dato? Se questo non ti fa venire voglia di giocare a tennis, cos’altro può farlo?”, come dire “dal 24 Gennaio, bloccata su una sedia, ciò che mi spingeva ad andare avanti era riuscire comunque a fare soldi, molti soldi”. Grande Sloane, tu sì che sapresti motivare un talento come Nick Kyrgios…

 

La prova più nobile in senso sportivo l’ha regalata però chi non ha saputo giocare come sa la partita più importante. Madison Keys, dopo un grande torneo, la finale che poteva definitivamente consacrarla di fatto non l’ha proprio giocata. Mentre dall’altra parte della rete c’era una tennista mentalmente glaciale, lei era bloccata da quella sindrome da finale che ha attanagliato molti giocatori e molte squadre di diversi sport, incapaci di ripetere all’atto conclusivo le prestazioni che hanno permesso di arrivare fino lì. Dopo il crudele bagel del secondo set, una crisi emotiva con conseguenti lacrime o comunque un volto impietrito, fisso nel vuoto, sarebbero stati più che comprensibili. Invece, Madison dopo la stretta di mano all’avversaria ha mostrato al mondo che anche non essersi giocata al meglio una grande occasione come quella, che non è detto possa tornare, non è una delusione tremenda. O meglio, lo è ma c’è qualcosa di ancora più terribile: prendersi troppo sul serio. C’è di peggio al mondo, ad esempio perdere la voglia di scherzare e di prendere la vita con leggerezza. Charlie Chaplin diceva che ogni giorno senza ridere è un giorno perso. Madison lo sa bene, l’ha sempre saputo. Altrimenti non avrebbe trovato l’immediata capacità di dileggiare delusione e amarezza con la leggerezza di un sorriso solare, fatto di due occhi che trasmettono una disarmante serenità e una bocca da cui escono parole geniali: “Hey Sloane, vedo che sei molto felice per l’assegno. Bene, io invece ho bisogno di dimenticare in fretta, comincia a spendere offrendomi un bel drink che è tutto quello che mi serve”.

Ci piace immaginarcele, le due splendide protagoniste, mentre scelgono il locale adatto lasciando Flushing Meadows, direzione Manhattan.

Sloane: “Perché non andiamo sul Top of the Rock, a Midtown, ci sei mai stata? Sali in cima al grattacielo e ti godi una vista spaziale, con l’Empire a tiro. Naturalmente dobbiamo andare domani al tramonto, così sarà perfetto!
Madison: “Sorry sweetie, forse non mi sono spiegata. Io voglio bere adesso. Adesso. Non si beve al tramonto, si beve di notte, a Manhattan poi… Inoltre chissà quanto scialbi saranno i cocktail che ci danno sul Top of the Rock: i migliori locali dove bere a New York sono i bugigattoli dove ci stanno al massimo un pianista, un bancone molto vecchio e quattro tavolini. Poi devi dare un’occhiata alla parete alle spalle del barman. Se vedi gin come il Tanqueray e rye whiskey come il Knob Creek, allora sei nel posto giusto. Viceversa, se scorgi orrendi liquori come…
Sloane: “Ok, ok, Madison, ti porto dove mi dici tu, ma ti prego, non esagerare coi drink, cominci a farmi paura!

Gareth Edwards, campione di rugby del Galles degli anni ’70 e ’80 (uno che ha fatto la storia della palla ovale come Maradona e Pelè l’hanno fatta del calcio, tanto per intenderci) aveva questo motto, perfettamente interpretato dalla Keys: “Vincere con modestia e perdere con leggerezza: questo il marchio di un grande sportivo”. Ci deve essere più di una connessione tra tennis e rugby, perché 24 ore dopo, sull’Arthur Ashe, Kevin Anderson applaudiva il 16° Slam di Rafa Nadal al termine di un match in cui era stato dominato dal campione di Manacor.

Il gigante di Johannesburg ha espresso parole di orgoglio per il suo popolo, auspicando che molti ragazzini in Sudafrica possano prendere in mano la racchetta. Una terra di grandi tradizioni sportive, in primis appunto il rugby degli Springboks campioni del Mondo nel 1995 e 2007, parte integrante della storia nazionale come fondamentale chiave di volta nell’integrazione tra neri e afrikaner nel periodo immediatamente successivo alla fine dell’Apartheid. Durante la presidenza di Nelson Mandela, molti sudafricani neri volevano cambiare il nome con cui si identificavano i giocatori della nazionale di rugby, perché gli Springboks erano visti come un simbolo di segregazione razziale. Mandela intuì che seguire il sentimento della sua gente avrebbe significato perdere del tutto quel poco di fiducia che la popolazione bianca aveva nel nuovo governo e rinfocolare la tensione razziale appena superata. La vittoria nel Mondiale del ’95 (il primo dell’era professionistica, perché anche nel rugby il passaggio al mondo dei pro è stato lungo e travagliato come nel tennis) consacrò il rugby come simbolo di unione di quel paese, sebbene tuttora la palla ovale sudafricana rifletta molte delle contraddizioni di quella terra, con un’integrazione effettiva di giocatori neri a grandi livelli ben lungi dal completarsi. In altri sport non è così, nel calcio ad esempio i Bafana Bafana (così sono chiamati i giocatori della Nazionale) sono in maggioranza neri e la passione per la palla rotonda è molto forte. Tornando al tennis, la suggestione di un futuro Arthur Ashe sudafricano è affascinante ma ben lontana da una realtà che risente ancora molto della recente divisione razziale. Sarebbe davvero molto bello se il Paese di Johan Kriek, Wayne Ferreira e Amanda Coetzer tornasse protagonista proprio a seguito dell’exploit di Kevin Anderson.

Il quartetto è chiuso da Rafa Nadal, che è riuscito a tornare per l’ennesima volta (dove n tende a infinito), e in conferenza stampa il suo “ringrazio la vita per le opportunità che mi ha dato” è un inno all’amore per l’esistenza e quindi alla irrefrenabile voglia di superare gli ostacoli che ci pone davanti. Di fronte a un campione di uomo di tali proporzioni, anche chi idolatra – a ragione ovviamente – Roger Federer, persino fino a tifare contro la sua nemesi per eccellenza, non può che alzarsi in piedi superando l’odio che gli ha finora impedito di cogliere la grandezza di Rafa. Certo, è stato anche dannatamente fortunato a vincere uno Slam senza incontrare nessuno più avanti del n.28 in classifica…

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