ATP/WTA Roma, la rassegna stampa del day after: le lacrime di Sara e il cuore di Djokovic

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ATP/WTA Roma, la rassegna stampa del day after: le lacrime di Sara e il cuore di Djokovic

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TENNIS – Diamo un occhio alle reazioni della stampa italiana all’indomani delle lacrime versate da Sara Errani per l’infortunio subito in finale con Serena Williams e della vittoria di Djokovic su Nadal.

Rubrica a cura di Daniele Flavi

Le lacrime di Sara. La Errani resiste s’infortuna e Serena la prende a pallate

 

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 19.05.2014

Finisce in lacrime. Con Saretta sconfitta, ma vittoriosa, perché battuta più dallo stiramento inguinale che dalla numero 1 del mondo, la più forte tennista di sempre, Serena Williams. Finisce con l’eroina delle racchette umane, la piccoletta con l’argento vivo addosso e lo stuzzicadenti come leva, che, dal 3-4 del primo set, si blocca totalmente in quel suo incessante «corri e tira» a tutto campo – che irrita terribilmente la favorita -, e non scatta più, non spinge più, non lotta più, non si agita più. Fino ad accasciarsi in panchina come un burattino senza fili, a testa china, sconsolata, mentre il Centrale del Foro la chiama con l’unica appassionata, voce di 10.500 anime: «SAAA’RA, SAAA’RA». Finisce 6-3 6-0 in un’ora 11 minuti per la regina del 2002 e dell’anno scorso, la Tyson del tennis che si fa beffe dell’età (32 anni) e di qualsiasi avversaria, e che avrebbe vinto comunque, e nettamente, come già nei 6 precedenti con la romagnola, anche questa prima finale del torneo nazionale più importante con un’azzurra Doc, non come la Annelies Ullstein Bossi Bellani del 1950 (tedesca di nascita), ma come Lucia Valerio del 1931 (però a Milano). Tralasciando Raffaella Reggi, regina di una edizione dimessa, a Taranto ’85. Pubblico Ma cosí, con un epilogo tanto ingiusto per un guerriero, Saretta si prende un pezzo di vittoria anche lei. Perché non solo accetta qualsiasi lotta, anche impari, ma, anche quando non può proprio più vincere, comunque non si ritira. E non lo fa solo per il suo smisurato orgoglio. «Mi dispiace», si sfoga al microfono in campo. «Ho provato a dare tutto, sono rimasta in campo per voi. Siete stati paurosi per tutta la settimana, è grazie a voi che ho espresso il mio miglior tennis. Mi dispiace veramente per oggi. Tornerò il prossim’ anno e cercherò di fare meglio». E’ una dedica che vale il famoso cuore che Guga Kuerten disegnò sulla terra rossa del Roland Garros. Perché Sara, piccolina com’è e con un gioco dispendioso, di fisico e testa, senza il pugno del k.o., fa sempre una gran fatica. «In genere, soffre ai polpacci», spiega il fratello Davide. «Agli adduttori e dintorni è la prima volta»…. Di certo, dopo un gran torneo, nel quale ha battuto la numero 2 del mondo Li e la 8 Jankovic, fa uno sforzo in più per opporsi allo strapotere atletico di Serena. Svolta La Errani che non t’aspetti in finale a Roma e che invece si rilancia sull’amata terra rossa ferma l’emorragia di game soltanto sullo 0-3, davanti all’americana che taglia come burro tutte le sue difese, e le sbriciola subito il nuovo servi-zietto. Poi però, mentre il solito mattacchione ironizza dagli spalti («Dai che non fa male»), piccola-grande Sara allunga lo scambio, trova risposte e profondità di palleggio e, dopo 35 minuti, fra lo stupore generale, recupera il break del 3-4 e mostra persino il pugnetto in faccia a super-Serena. Quella che mette paura a tutti, anche in tribuna, ma non alla campionessa-esempio del nostro tennis.«Quando non hai niente da perdere puoi solo migliorare, e cosl ha fatto lei, anche se io avrei potuto giocare un po’ meglio. Ero lenta e nervosa, non colpivo come avrei dovuto». Epperò, proprio lì, Saretta si ferma, perde il servizio a zero, addirittura, sull’ultimo colpo, si sposta proprio, e lancia l’S.O.S. fuggendo sottocoperta col fisioterapista. «Sin dall’inizio del game ho capito che le era successo qualcosa», storce la bocca papà Giorgio, il suo primo tifoso, accorso in extremis a Roma. Infortad Fosse un pugile, il suo angolo getterebbe sul ring la fatidica spugna. Perché, dopo il messaggio-bendaggio alla coscia sinistra, Sara non è più Sara. Anche se Serena, per scuotersi, dall’irreale 0-30 («E’ difficile giocare contro un avversario infortunato»), spara al cielo un «com’òn», che viene – giustamente – contestato dalla folla.

Sara commuove, Djokovic entusiasma

Gianni Clerici, la repubblica del 19.05.2014

C’è sempre un limite ai nostri desideri, dal giorno in cui si viene informati che i doni non li porta più Gesù Bambino, o forse, come nel caso di Sara Errani, una donna, la Befana, ma non certo camuffata da Serena Williams. Da troppi anni consapevole di simile scoraggiante realtà non ero riuscito a immaginare una vittoria della piccola Sara contro un peso massimo di un gioco sempre più vicino alla violenza muscolare, e non più limitato all’educazione e alla sensibilità delle manine. Una piccola speranza, se non addirittura perversa, certo antisportiva, riponevo nelle difficoltà incontrate ieri da Serena in un secondo set ambulatoriale, ma nel consigliare, come sempre faccio, due amici scommettitori, avevo suggerito di non illudersi sulle vantaggiosissime quote della nostra bambina. L’inizio della partita avrebbe non solo confermato le mie ovvie ipotesi ma, ancor di più, mi avrebbe sorpreso una sorta di incapacità della Errani, quasi l’emozione patriottica della vicenda l’avesse bloccata, inca- II titolo maschile invece va al serbo, che rimonta e batte Rafa Nadal L’apparizione di un nuovo grande attore non nuocerebbe. Sarà Raonic la prossima star? pace di essere se stessa, addirittura in difficoltà nella corsa, nel colpire le palle più facili. Simile imbarazzante disagio avrebbe trovato una spiegazione sul 4-3 per una Serena non certo devastante, quando l’arbitra Mariana Aldos avrebbe chiamata in campo la fisioterapista, e questa, scuotendo il capo, avrebbe accompagnato Sara all’infermeria. La partita, se mai era iniziata, sarebbe terminata in quel momento, e la Errani va complimentata per aver accettato con grande umanità l’infortunio, uno stiramento alla coscia sinistra che non le avrebbe impedito, seppur danneggiata, un tentativo di disputare la finale del doppio: doppio che una tennista ritirata in singolo non avrebbe potuto affrontare causa il regolamento. Tentativo coraggioso, ma vano, dopo una apparizione di soli quattro games. Simile piccola tragedia mi avrebbe amareggiato quasi quanto Sara, ma non impedito di apprezzare quella che sembra la ripetizione di un grande testo teatrale con un finale variabile, Nadal contro Djokovic. Mi faceva infatti notare un amico statistico che i duelli tra i due seguono un curioso andamento. Dapprima, quando Nadal era irresistibile, dal 2006 al 2009 si sono verificate 14 vittorie a 4 per lui ma in seguito, sino al 2012, pareva che il serbo avesse trovato la chiave tattica per invertire la tendenza, con un 10 a 2. Incredibilmente Rafa si sarebbe ripreso e, con una pioggia di lift, avrebbe segnato un6a 1 sino allo US Open 2013. Qualità atletiche di certo meno dirompenti lo hanno spinto ad uno 0-4, con il match di oggi, che ha perduto nell’istante in cui le sue rotazioni non sono più state sufficienti ad impedire rimbalzi aggressivi e di maggior lunghezza e penetrazione a Djokovic. In giorni come questi l’autentico Numero Uno mondiale, ancorchè non per il computer. Dopo un primo set in cui, da un iniziale 1-4, Nole ha inseguito senza successo, la direzione del match è stata quasi sempre in sue mani. Djokovic si vale di meno rotazioni, ma di una posizione più avanzata in campo, e di diagonali più incrociate. Match certo ammirevoli, quelli tra i due, ancorché l’apparizione di un nuovo grande attore non nuocerebbe certo ai nostri copioni. Sarà forse Raonic, la nuova star?

Djokovic e Williams accoppiata vincente

Stefano Semeraro, la stampa del 19.05.2014

Serena e Nole, core de Roma. La Williams, sempre più Number One, ha raccolto in due set, anzi uno, i resti di Sara Errani – che nonostante le lacrime di delusione per l’infortunio alla gamba (elongazione muscolare, il Roland Garros è a rischio) ha provato a tornare in campo per la finale del doppio – e si è poi presentata in conferenza stampa indossando una t-shirt con scritto «I love Rome» tagliuzzata ad arte («E il mio stile, mi conoscete»). Djokovic, che ni potrebbe diventarlo a Parigi fra un paio di settimane, dopo aver battuto in tre set Nadal (ma il risultato è generoso con Rafa) il cuore lo ha disegnato sul campo con la racchetta, stile Guga Kuerten. «E per voi e per il mio Paese, che sta soffrendo tanto», ha spiegato il n.2 del mondo, che con il pennarello ha scritto una dedica per le vittime dell’alluvione anche sul vetro della telecamera. Sono dieci anni che la coppa del Foro la alzano solo loro: per Djokovic è il terzo centro su cinque finali, il secondo dopo quello del 2011 su Nadal. II Niño resta in vantaggio 22-19 negli scontri diretti, ma ha perso gli ultimi 4. Inseguiva l’ottava vittoria romana in nove finali e anche se è riuscito a strappare un set ieri è sembrato ancora una volta lontano dalla forma dei bei tempi. Per una vita ha vinto partite che avrebbe dovuto perdere, Rafa ora inizia a perdere anche quelle una volta avrebbe vinto. II suo vantaggio nel ranking su Novak si è ridotto a 650 punti e se al Roland Garros dovesse uscire battuto in finale a Djokovic basterebbe una semifinale per scavalcarlo (addirittura un ottavo se Rafa si dovesse fermare prima). Lo spagnolo non si era mai presentato al Bois de Boulogne con un solo titolo sulla terra – per giunta minore, quello di Rio de Janeiro a febbraio -, è dunque ora di chiedersi se sia davvero lui il favorito per lo Slam che ha vinto 8 volte. La Williams in Francia arriverà invece da grande favorita dopo il secondo titolo in due anni a Roma, il terzo in totale. La prima coppona al Foro la sollevò nel 2002, 12 anni fa, ma lei civettando come al solito ha puntualizzato: «sono come il vino, il mio tennis migliora con gli anni». Ieri era la favoritissima, alla fine del primo set Sara però si è infortunata al flessore dell’anca e nel secondo è rimasta in campo solo per onore di firma, scoppiando in lacrime prima della premiazione. A consolarla è arrivata anche una telefonata di Matteo Renzi. Speriamo non il tweet con l’hashtag «Sara, stai serena». Record di pubblico II dolore di Sara «Parigi è a rischio» Delusione anche in doppio per Sara Errani che, con la Vinci, ha dovuto abbandonare dopo 4 game la finale. «In singolare sono rimasta in campo per rispetto del pubblico, il doppio ho provato a giocarlo per Roberta. L’infortunio? Non so cosa ho e neppure se potrò giocare a Parigi, deciderò dopo la risonanza». Al Foro record di spettatori: 175.978, la sfida ora è battere Madrid nella corsa al mini-Slam 2016.

Non ci resta che piangere

Daniele Palizzotto, il tempo del 19.05.2014

Uno scatto, un movimento fatto male, una smorfia e poi le lacrime. Tante lacrime. Perdere contro Serena Williams ci sta, anzi è naturale. Forse, magari probabilmente, sarebbe accaduto comunque, ma così fa male, troppo male. Perché per oltre mezz’ora Sara Errani, prima tennista italiana in finale al Foro Italico dopo 64 anni, ha tenuto la scia della migliore giocatrice al mondo, magari non al meglio della forma, ma in difficoltà contro l’azzurra, numero 11 del ranking Wta. Miracoli del Foro. Come già nei giorni precedenti, quando aveva fermato prima Na Li e poi Jelena Jankovic, Sara stava giocando una grande partita. Contratta in avvio, tanto da sprecare due preziose palle game nel secondo e terzo gioco per ritrovarsi sotto 0-3 (palla corta stranamente in rete e fortunoso net colpito dalla Williams), tra lo stupore e la gioia del Centrale la Errani ha subito ripreso il filo del gioco creando diversi grattacapi all’americana. Serena, è vero, ci ha messo del suo (vedi la risposta gettata via che ha regalato il primo game all’azzurra), ma Sara sembrava davvero poter reggere il ritmo forsennato della numero uno, 17 Slam in bacheca e tre titoli agli Internazionali Bnl (2002, 2013 e 2014). L’illusione, però, è svanita in un attimo. Ultimo punto dell’ottavo game: la Williams risponde, Sara arriva sulla palla ma non la colpisce lasciando il pubblico sbigottito. Per capire cosa è successo, però, basta poco: la Errani si è fatta male e l’infortunio pare subito grave. Arriva il medico, l’azzurra trattiene le lacrime, rientra negli spogliatoi e ne esce pochi minuti dopo con una fasciatura alla coscia. Il match è finito qui, purtroppo. Sara non riesce più a correre ma resta coraggiosamente in campo, non vuole deludere il pubblico romano che tanto l’ha aiutata durante la settimana. Addirittura si sente in colpa: piange per sé, perché una finale al Foro Italico non è traguardo da tutti i giorni, ma forse ancor più per chi è al suo fianco, la sostiene dal primo all’ultimo punto nonostante il secondo set sia solo una passerella (6-3 6-0 il punteggio finale) e la applaude fino alla fine, meritato omaggio all’impresa di una campionessa. «Mi dispiace», balbetta Sara quando Lea Pericoli le passa il microfono durante la premiazione. Non riesce a parlare, la delusione è troppo forte, le lacrime troppo difficili da trattenere. Poi riprova, a fatica: «Siete stati paurosi per tutta la settimana – ringrazia la Errani tra gli applausi del pubblico – ho provato a fare del mio meglio restando in campo solo per voi, siete fantastici. Essere arrivata in finale è pazzesco, il prossimo anno cercherò di fare meglio». Poi i complimenti, inevitabili, alla Williams, pronta a contraccambiare: «Sara ha giocato bene, è stata veramente sfortunata a farsi male. Io avrei potuto fare meglio, ma lei nell’ultimo anno è migliorata tanto: spero di incontrarla ancora, magari già a Parigi». Meglio di no, almeno per la Errani. Che poche ore dopo – escluse lesioni muscolari importanti attraverso un’ecografia – è tornata in campo insieme all’amica Roberta Vinci per la finale del doppio. Il tentativo è durato pochi minuti, Sara sentiva ancora dolore e sul 4-0 perla coppia Peschke-Srebotnik ha alzato giustamente bandiera bianca. Tra sei giorni parte il Roland Garros, appuntamento troppo importante per peggiorare una situazione già complicata. Il sogno di Sara è finito in lacrime. Ma la prossima volta… Emozioni A destra le lacrime della Errani dopo la sconfitta in finale. Sopra la gioia di Serena Williams con il trofeo. Sotto l’appello di alcuni tifosi presenti sugli spalti del Centrale del Foro Italico per i marò italiani ancora detenuti in India

Errani, ko di dolore

Marco Lombardo, il giornale del 19.05.2014

«Sono rimasta in campo per la gente». Ci riprova nel doppio, ma inutilmente Marco Lombardo Roma Bisogna aver coraggio,anche nel perdere. Ed è per questo che Sara Errani ha scelto il modo migliore per farlo, in campo, nonostante un infortunio che l’ha fatta piangere fino alle lacrime. Perché Sara è una di noi, cioè come siamo un po’ noi italiani, i grandi lavoratori, quelli magari con qualche mezzo in meno degli altri, ma con tanta creatività in più. E soprattutto coraggio. Insomma, è finita come doveva finire, perché nel tennis in certi casi non si inventa nulla e soprattutto non si è ancora inventato un antidoto a Serena Williams, anche quando non è in versione Serenona. Piuttosto è il modo che fa un po’ specie, perché scalare una montagna a mani nude a volteè possibile, ma bisogna essere però integri nel resto del corpo. Accade nel primo set, Serenaè avanti4-3 e servizio ma comunque è un po’ inquieta, perché il gioco intelligente della Errani mette un pó di sabbia nell’ingranaggio del suo carro armato, nonostante quella differenza al servizio – 201 a 1351an l’ ora il divario massimo – un po’ imbarazzante. Insomma, non c’è partita ma in fondo c’è, fino a quando Sara fa un piccolo movimento e una smorfia. E poi lascia andare la palla seguente senza colpirla: «medical timeout , sul Foro cala il silenzio. Sara tornerà in campo dopo 7′ negli spogliatoi con una fasciatura alla coscia sinistra, mala partita è finita lì:il tabellone poi segnerà 6-3, 6-0, e qui sta il coraggio di Sara, quella sfida tutta italica di non voler mollare mai, neanche quando ce ne sarebbe bisogno. Sara, infatti, avrebbe anche la finale di doppio con l’amica Vinci, perché rischiare? C’è Parigi alle porte, allora perché? La risposta è che bisogna aver coraggio di perdere guardando in faccia l’avversaria, anche quando la ritirata sarebbe molto più che onorevole. Così alla fine lo stadio è tutto in piedi ad applaudirla, tutto Serena Williams compresa, con la Errani che prima si scusa e poi si scioglie in lacrime. Poteva essere la prima italiana-italiana a vin-cere al Foro, ma chi se ne importa? A volte la sconfitta fa ancora più notizia. Una buona notizia. «Lei è magica – dirà perfino Serena mentre si gode il terzo trionfo romano -: è stata sfortunata, stava giocando benissimo. Tanto che io stavo andando un po’ fuori giri ed ero nervosa. E vero che quando hai poco da perdere finisci per dare tutto,però lei nell’ultimo anno è migliorata tantissimo, ha lavorato molto e si vede». Come un’italiana vera, insomma. Che poi, finita la pre-miazione, è subito andata sul lettino del fisioterapista per poter essere presente all’appuntamento con il doppio, perché non si lascia a piedi così un’amica: «Sara ci tiene – diceva fuori dalla porta il suo coach Lozano – forse è solo una piccola elongazione e dunque ce la può fare». Lei, che aveva appena finito di ringraziare il pubblico del centrale («Sono rimasta in campo per voi, siete stati pazzeschi») e si era asciugata l’ultima lacrima, era già ripartita, pronta per una nuova sfida. Risultato: a meno di quattro ore da quella smorfia terribile, Sara scende in campo con Roberta Vinci per la finale del doppio contro Peschke e Srebotnik. Malandata ma presente. Insiste, ci prova, soffre. Perché, neltennis come nella vita, le sconfitte arrivano. Ma il coraggio non lo si deve perdere mai. Anche il coraggio di saper dire basta al momento giusto. Minutodieci3Oa4.Ilpubblicocapirà. Roberta ha già capito.

II cuore dl Djokovic è più forte di Nadal

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 19.05.2014

C’è un cuore che batte nel cuore di Roma. E’ quello che Novak Djokovic disegna sul campo incidendo sulla terra rossa con la racchetta le emozioni di un trionfo che non è solo sportivo e contro l’arcirivale Nadal: «Quando Kuerten vinse a Parigi, fece lo stesso gesto ed io, che ero ragazzino, ne rimasi affascinato. E’ un ringraziamento al pubblico, ma soprattutto è il mio pensiero alle gente che in Serbia sta soffrendo: sto male a non essere lì con loro». Ombre Nole per loro si prende così gli Internazionali, e lo fa per la terza volta, rispettando la regola dei tre anni: 2008, 2011 e oggi. C’è dunque un senso di compiuta perfezione nella 19a vittoria contro Rafa in 41 sfide dirette, nonché la quarta consecutiva, nel modo in cui Djoker si illumina prodigiosamente dopo le ombre del primo set marchiato da 17 errori gratuiti: «Contro Nadal, devi giocare aggressivo dall’inizio, ci ho provato, però non trovavo la misura dei colpi. Poi sono salito, soprattutto con la risposta ». E il maiorchino, 75% di punti con la seconda nel primo set, si ritrova d’improvviso a giocare contro un muro: «Ha cominciato a mettermi in difficoltà nei miei turni di battuta – racconta il numero uno – e nei colpi a rimbalzo è diventato molto più profondo e incisivo, io invece facevo un po’ fatica a dare velocità alla Avevo le gambe pesanti, ma ci sta: il mio gioco migliora, sono contento palla, avevo le gambe pesanti e non riuscivo a metterlo in difficoltà con angoli difficili: ci sta, dopo aver giocato dieci partite in dodici giorni». Onore • rispetto Djokovic esplode un irreale passante di dritto per il break del 2-0 nel secondo set, riceve il gentile omaggio di un doppio fallo per salire 4-2 e, nel terzo, toglie il servizio in apertura al rivale, pub salire 3-0 dopo un game interminabile di 10 minuti e quando ha un attimo di blackout facendosi rimontare fino al 3-3, si inventa un settimo game paradisiaco, disegnando il campo con traccianti che inchiodano Rafa due metri dalla riga. E’ l’apoteosi: «Una vittoria speciale, considerando come stavo quando sono arrivato a Roma e l’avversario che avevo di fronte in finale: quando giochi contro di lui, il più forte di sempre sulla terra, non puoi mai concederti pause». E’ la prima volta in nove anni che Nadal arriverà nel regno magico parigino avendo perso più di due partite sul rosso e senza aver vinto almeno due tornei nella stagione europea, ma la fiducia non scema, anzi: «Devo prendere le cose positive da questa sconfitta, come il fatto di essere migliorato con il passare del torneo. Due settimane fa non ero certo così soddisfatto del mio gioco come lo sono ora, ho affrontato un avversario difficilissimo e quando sono tornato in partita nel terzo set, lui ha giocato tre game eccezionali». Verso Parti C’è un dato, tuttavia, che si frappone come un’incognita nel percorso verso il Roland Garros del numero uno al mondo: Djokovic ha chiuso con 46 vincenti, lui solo con 15. E negli scambi oltre i 9 tiri, Nole ha ottenuto 19 punti e Rafa, di solito implacabile maratoneta, 14. Dunque, come già accaduto con Murray nei quarti, la sensazione che si percepisce è che con i top player, anche sulla terra, in questo momento Nadal dipenda più dalla forza degli altri che dalla propria. «lo mi preoccupo solo di me stesso, e quindi vado a Parigi più fiducioso di quando ho cominciato il torneo qui a Roma. In uno Slam, il calendario ti permette di recuperare, a me non piace giocare la sera e poi tornare in campo il giorno dopo, preferisco dormire e recuperare». Un giornale francese, intervistando Djokovic, ha parlato del Roland Garros come di un’ossessione per il serbo: «Non è la parola giusta, qualcosa che ti ossessiona ti fa star male. Certo, è l’unico Slam che mi manca e nei miei desideri di giocatore adesso è al primo posto: arrivarci così mi dà una spinta speciale». Ci sarà in palio anche la prima posizione del ranking, una proiezione sulla stagione dell’ormai eterna sfida con Rafa: «Conta solo vincere – ammette Nole – e l’esperienza mi aiuterà a stare calmo». Con la virtù dei forti.

Djokovic apre la crisi di Nadal

Massimo Grilli, il corriere dello sport del 19.05.2014

Il  tonfo lo avrete sentito anche da casa vostra. Rafael Nadal, il re della terra battuta e del torneo di Roma (sette vittorie su nove finali e dieci partecipazioni) è caduto dal trono, scalzato dal suo rivale più pericoloso, quel Novak Djokovic che ora può immaginare a più o meno breve scadenza anche il sorpasso nella classifica mondiale. In una finale non bellissima ma comunque intensa, dove i momenti felici dell’uno non sono quasi mai coincisi con quelli dell’altro campione, registriamo un successo meritato, malgrado un inizio traballante del serbo, di fronte a un Nadal comunque più vivace rispetto alle prime tremebonde prestazioni. Dopo una campagna su terra battuta deludente per le sue abitudini – una vittoria su quattro tornei disputati, dal 2004 non incassava tre sconfitte sull’amata terra rossa – il mancino spagnolo si presenterà tra una settimana a Parigi (dove ha vinto otto volte su nove tentativi) con poche certezze nel Lo spagnolo non e più imbattibile sulla terra: vinto un torneo su 4. E ora arriva Parigi suo tennis. Da parte sua, Djokovic pub lucidare i suoi numeri: terzo trionfo a Roma – dopo quelli del 2008 e 2011 – terzo titolo stagionale e 44 della carriera (nella classifica all-time ha raggiunto l’austriaco Muster al 13 posto assoluto), successo numero 19 su Nadal (su 41 confronti diretti), il quarto di fila e il quarto sulla terra battuta (su 17 incontri). LA PARTITA. Eppure le cose non erano cominciate bene per Djokovic, precipitato in pochi minuti sull’1-4, con due servizi già persi. Troppo fallosi i suoi colpi da fon-docampo, troppe scelte sbagliate di fronte a un Nadal finalmente più lucido. Una racchettata sulla sedia e il serbo si scuoteva, provava la rimonta ma mancava tre occasioni per il 4-4, così Nadal saliva a 5-3 e chiudeva facilmente sul 6-4. Nel secondo set entrava in campo un Djokovic trasformato, inesorabile nei colpi dal fondo, capace di reggere alla grande il palleggio contro un Nadal VITTORIE Djokovic ha ridotto Io svantaggio nei confronti con Nadal: ora Rafa conduce 22-19 (13-4 sulla terra]. TORNII Diventano 44 I tornei vinti in carriera da Djokovic, 3 dei quali nel 2014 (Indian Wells e Miami prima di Roma). che progressivamente perdeva metri. Noie scattava subito sula-0 poi però si distraeva e perdeva il servizio anche per l’improvviso pianto a dirotto – a pochi metri da lui – di un bambinuccio (spagnolo?) portato via brutalmente dal padre, ma si ritrovava immediatamente e chiudeva per 6-3. Ancora Djokovic avanti di un break all’inizio del terzo set, ma la partita non poteva finire così. «Rafa è il migliore quando serve essere il migliore», aveva spiegato alla vigilia Nole. Così Nadal recuperava da 1-3, alzando il pugno rabbioso sul suo splendido passante incrociato che gli garantiva il 3-3. Per i tifosi spagnoli che ricominciavano a mulinare le loro bandiere, era l’ultima illusione. «Non avevo più benzina», dichiarerà Nadal dopo la partita. Djokovic ricominciava a spedire missili nella metà campo sempre più sguarnita dello spagnolo, che negli ultimi tre giochi metteva insieme solo tre punti, perdendo due servizi. Dopo l’ultimo rovescio fuori di due metri del rivale, Djokovic poteva finalmente alzare le braccia in segno di trionfo, prima di disegnare sulla terra battuta con la racchetta un cuore, come tanti anni prima aveva fatto Guga Kuerten a Parigi. SCENA FINALE. Noie stringe mille mani, saluta Becker in tribuna, regala la sua racchetta. Nadal, stretto nella sua seggiolina, riceve il tentativo di Alberto Tomba (?) di tirargli su il morale. «Buttaje giù le bottigliette…», urla un anonimo dalle tribune, facendo riferimento alle bottiglie d’acqua che lo spagnolo con cura maniacale dispone – seguendo una diagonale di cui lui solo conosce il significato – vicino alla sua postazione. E’ l’ultimo sgarbo a Rafa in questa stramba settimana. Roma è passata nelle mani di Djokovic, non sarà facile tra dodici mesi riprendergliela.

È terra di Nole. Nadal abdica Rafa

Piero Valesio, tuttosport del 19.05.2014

Intanto si può dire che è finito un impero? Diciamolo perché è vero. Magari il regno in senso lato no; ma l’impero, quello assoluto, quello non lasciava spazio ad altri su quello è calato il sipario. Rafa Nadal, lo stesso Nadal che l’anno scorso stupì il mondo dominando in lungo e in largo dopo un lungo stop, non è più l’imperatore della terra rossa. Quella terra da cui Rafa ha sempre tratto l’energia vitale per poi volare altrove e vincere pure h. La sconfitta patita ieri in finale non è la prima che Rafa incassa per mano di Djokovic sulla terra romana. Ma quest’anno è arrivata dopo i flop di Montecarlo e Barcellona, la finale vinta a Madrid ma grazie al ritiro di un Nishikori che lo stava prendendo a pallate; e un cammino romano certo non entusiasmante tranne che per la semifinale in cui quello scriteriato di Dimitrov ha patito la presunzione di voler giocare più nadalianamente di Nadal. Non parliamo più di sconfitte contigenti e immerse in un mare di vittorie: ma la realtà è che mai Rafa è approdato a Roland Garros senza prima avere vinto un torneo vero (questo Madrid come detto non fa testo) sulla terra. E tra l’altro se Nadal non vincerà a Parigi e Djokovic sì ecco che finirà anche questa fase della sua intermittente sovranità sul tennis mondiale. ITALIANO Si sospenda per un attimo la riflessione sulla caduta del divino Rafa per dire che la vittoria di Djokovic al termine di una finale non entusiasmante sancisce ciò che da tempo era sotto gli occhi di tutti: a Roma ha vinto il più italiano dei non italiani che dominano il tennis maschile. Nole vince a Roma sentendo questo luogo quasi come il suo luogo natale; o almeno come il suo succedaneo più prossimo. Lui, Nole, ha giocato e studiato da ragazzo in Italia, la sua fidanzata prossima moglie nonché prossima madre di suo figlio, Jelena Ristic, ha studiato alla Bocconi ed è innamorata del nostro paese; il suo manager, Edoardo Artaldi, è italiano. Per Nole essere ospite da Fazio a «Che tempo che fa» non è una delle tante comparsate televisive cui si offre per propagandare le iniziative della Djokovic Foundation; ma essere presente nel più produttivo dei talk show italiani sul mercato che gli è più caro do-Po quello serbo: l’Italia per l’appunto. Se Djokovic disegna un cuore sulla terra del Centrale non lo fa soltanto per emulare Guga Kuerten a Parigi: ma perché avverte che l’Italia non è per lui un Paese come un altro ma «il» paese dove è più amato. Belgrado non ha più un torneo e anche ne avesse ancora uno non potrebbe essere al livello di Roma. Djokovic lo sa e ha eletto l’Italia al rango di patria-bis. Non ci sarebbe da stupirsi se alla fine pure suo figlio vedesse la luce dalle nostre parti, chissà. TEMPO Rafa non sta per diventare padre ma la finale di ieri ha evidenziato come il tempo passi anche per lui. D che potrebbe sembrare un ovvietà specie dopo che ieri si è avuta l’opportunità di scrutare in tribuna il viso di John Newcombe che tanto diverso non è da quando vinceva, vestiva italiano e insegnava tennis in Sardegna. Ma la sensazione è che al di là dell’impero, Rafa non sia più un’invincibile Armada. Magari a Parigi (dove non si gioca di sera e lui potrà seguire il format di comportamento quotidano che più ama: pizza sugli Champs e poi a nanna) ritroverà la verve dei giorni migliori. A Roma gli è toccato di faticare come un pazzo (le tre ore con Simon, soprattutto) sotto i riflettori, dunque dormire di meno e questo andazzo non gli piace. Ma il fatto è proprio questo: siamo ormai lontani dal ragazzino palestrato con lo smanicato giallo e siamo anche un po’ distanti dall’atleta pazzesco che l’anno scorso ha lasciato tutti a bocca aperta e che è sembrato inscalfibile da ogni tipo di infortunio o tensione psciologica. In realtà Nadal è sensibilissimo sul piano emotivo: e forse sta prendendo coscienza di questo aspetto di sé. Ragion per cui perde partite che in altre occasioni magari non avrebbe perso. Quando zio Toni dice: “Rafa è pieno di dubbi» forse vuol dire che suo nipote sta diventando grande

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ATP

Australian Open: Fognini thriller, altra vittoria al quinto

Fabio spreca tante chance ma finisce comunque per battere Jordan Thompson al quinto match point dopo oltre 4 ore

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Fabio Fognini - Australian Open 2020

[12] F. Fognini b. J. Thompson 7-6(4) 6-1 3-6 4-6 7-6(10-4)

Altro giorno, altra maratona per Fabio Fognini, che dopo la rimonta contro Opelka torna in campo 24 ore dopo e porta a casa una partita schizofrenica nella quale sembrava poter dominare il suo avversario, coriaceo ma chiaramente inferiore dal punto di vista tecnico, e invece si è fatto raggiungere dopo aver vinto i primi due parziali chiudendo solamente al quinto match point nel tie-break decisivo. “È troppo facile vincere in tre set” ha detto il ligure alla folla rimasta fin oltre la mezzanotte per vedere una partita piena di alti e bassi, nella quale Fognini ha comunque finito per far prevalere il suo maggiore tasso tecnico su un avversario che ha provato a giocare a trazione anteriore nei due set vinti, ma alla fine non ha avuto la forza per poter continuare ad attaccare fino alla fine.

L’inizio del match avviene con il tetto della Margaret Court Arena aperto ma soltanto di poco: le previsioni meteo sono piuttosto brutte per la serata, quindi gli organizzatori preferiscono tenere il tetto… “socchiuso” per poterlo chiudere in tempo molto breve senza necessariamente dover sospendere la partita. Fognini inizia in maniera quasi svogliata: corre rapido tra un punto e l’altro, commette errori che di solito non commette e sembra non trovare le opportune contromisure per i colpi a parabola alta di Thompson, specialmente sul diritto.

 

È proprio l’azzurro a concedere la prima palla break, sull’1-2, e il primo break sul 2-3. Il diritto funziona a corrente alternata a Fognini, e Thompson è velocissimo a rincorrere le palle corte. Sono proprio due brutti diritti in rete a concedere all’australiano due set point sul 4-5, peraltro annullati subito in maniera brillante con altrettanti vincenti. Il set arriva al tie break, che è una festa di minibreak (7 su 11 punti giocati), nel quale Fognini gioca come sa, si porta subito sul 5-1 e chiude al quarto set point sul 7-4 dopo un’ora di gioco.

Il secondo parziale è un monologo per Fabio, che sembra aver preso una delle nuvole che stanno riversando pioggia su Melbourne ed aver iniziato a giocarci sopra: da bordo campo il rumore della sua pallina che schiocca dalle sue corde è quasi una sinfonia e tutto sembra stargli dentro. Thompson non sa davvero che pesci pigliare, sullo 0-4 lancia la racchetta, sull’1-5 la frantuma prendendosi una sacrosanta ammonizione. In 32 minuti uno dei più bei set probabilmente giocati da Fognini da parecchio tempo a questa parte si perfeziona il 6-1 che manda Fognini avanti per due set a zero.

Mentre il DJ si impegna a far ballare il pubblico con il classico riempipista “YMCA” dei Village People, il ligure ne approfitta per andare negli spogliatoi a cambiarsi d’abito: l’aria condizionata impiega un po’ ad entrare in funzione quando il tetto si chiude, e la giornata è stata particolarmente umida. Al suo ritorno in campo però la nuvoletta sembra essersene andata e qualche colpo comincia ad uscire dalle righe. Thompson dal canto suo non ci sta ad essere sculacciato a questo modo davanti al suo pubblico e non molla di un millimetro: si conquista la prima palla break aggrappandosi a un punto nel quale rimanda due smash ed alla terza opportunità allunga sul 2-0 nel parziale. Fognini sembra aver smarrito la bacchetta magica, sullo 0-3 si salva per il rotto della cuffia da 0-40, poi sembra ritrovare il feeling con la palla, ma ormai è troppo tardi per raddrizzare il terzo et, anche se nel gioco finale ha una palla del contro break peraltro sprecata con un errore in corridoio.

Dopo due ore e 16 minuti si comincia il quarto set con i servizi più o meno dominanti. Con un paio di recuperi Thompson si procura una palla break e un errore gratuito di Fognini infiamma la folla per il 3-2. Il ritmo della partita tra un punto e l’altro è elevatissimo, entrambi impiegano non più di 15 secondi tra un punto e l’altro e sembra più una gara balistica che non un incontro di tennis. L’australiano è intrattabile con il servizio a disposizione: dopo il break ottenuto cede appena due “quindici” (di cui uno con un doppio fallo) in tre turni di battuta e porta il match al quinto set quando mancano sette minuti alle tre ore di gioco.

Si parte nel quinto parziale con Thompson che spinge sulle battute, tirando la prima di servizio sempre sopra i 200 all’ora e attingendo a piene mani dalla sorgente del serve&volley. Ha capito che sullo scambio Fognini ha troppe più armi e cerca di evitare lo scontro frontale sui fondamentali da fondo. Sull’1-2 il giocatore “aussie” viene fuori brillantemente da una situazione di 0-30 con quattro punti consecutivi. La prima palla break arriva a favore di Fognini, sul 4-3, ma un bel serve&volley. Due game più tardi l’australiano viene fuori da un game di 16 punti, nel quale annulla con grande coraggio due match point, uno con un ace ed un altro con un diritto vincente, e sigla il 5-5. Fognini si prende un’ammonizione per aver preso a pugni la racchetta, esattamente come aveva fatto il giorno prima contro Opelka infortunandosi la mano, ma tiene il servizio e si procura altri due match point sul 6-5, anche quelli però annullati da Thompson.

Si arriva dunque al tie break decisivo a 10 punti (che il giudice di sedia Carlos Ramos ricorda a tutti per evitare problemi di ogni sorta): a un errore di diritto di Thompson sull’1-1 risponde Fognini con un doppio fallo subito dopo. Ma sono due gratuiti durante il palleggio di Jordan che mandano l’italiano avanti fino al 7-3, con la partita che si chiude sul 10-4 e Fognini che lancia la racchetta in aria dopo 4 ore e 5 minuti.

Il tabellone del torneo maschile (con i risultati aggiornati)

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Australian Open: Djokovic, il terzo turno è servito

Il serbo passeggia contro Tatsuma Ito e vola al terzo turno dove troverà Nishioka. Ottimi numeri al servizio per il numero due del mondo: “In off season ho lavorato sulla battuta”

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il tabellone del torneo maschile (con i risultati aggiornati)

Dopo un primo turno con qualche grattacapo contro Jan-Lennard Struff, Novak Djokovic liquida in tre rapidi set il giapponese Tatsuma Ito per raggiungere il terzo turno degli Australian Open 2020. Il tabellino di Nole riporta un ottimo saldo di 31 vincenti a fronte di 17 non forzati, soprattutto perché ottenuto in regime di vento (anche se la situazione nella Rod Laver Arena era sicuramente migliore). Strepitosi i numeri al servizio per il numero due del mondo: 16 ace, 11 punti persi in tutto il match con la battuta a disposizione e 93% di punti vinti con la prima (43/46).

Condizioni difficili? Io amo il vento! No dai, sto scherzando. Onestamente, non credo che a nessuno piaccia giocare in queste condizioni. Devi accettarle, accettare il fatto che sarai messo alla prova non soltanto dal tuo avversario ma anche delle condizioni di gioco. L’ho fatto, l’ho accettato e in generale sono soddisfatto della mia prestazione, ha dichiarato Nole in conferenza stampa. “Il mio servizio sta funzionando molto bene, è una cosa su cui ho lavorato durante la off season, per cercare di prendermi qualche punto facile con la prima palla”.

Troppo leggeri e troppo puliti i colpi di Ito per poter davvero infastidire Djokovic, che infatti in meno di 20 minuti era già avanti 5-0. Più “lottato” il secondo parziale, nel senso che il giapponese ha strenuamente lottato per ritardare il break salvandosi in tre occasioni nel terzo e nel settimo game. Djokovic però ha ben presto ripreso in mano la partita vincendo nove degli ultimi undici giochi e guadagnandosi il passaggio del turno in un’ora e trentacinque minuti di gioco. Al prossimo turno il serbo incrocerà la strada di un altro tennista giapponese, Yoshihito Nishioka che ha superato in tre set Daniel Evans (6-4 6-3 6-4). Sto sfidando tutti i giapponesi del tabellone“, ha detto Djokovic sorridendo. “È molto veloce, uno dei giocatori più veloci del circuito. So quali sono i suoi punti di forza e le debolezze, quindi spero di poter attuare il mio piano di gioco“.

In conferenza stampa, Nole ha speso anche qualche parola sul suo connazionale Filip Krajinovic, avversario al secondo turno di Roger Federer. “Ho parlato con Filip ieri sera. Abbiamo discusso un po’ delle cose che può fare, in modo da essere la sua miglior versione possibile. Ma non dipende soltanto da lui, dipende da come giocherà Roger. Penso che Krajinovic sia un giocatore molto talentuoso ed è sul circuito da un po’ di tempo, conosce il gioco di Roger. Molto dipenderà dall’inizio…“.

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ATP

Australian Open: rimonta incompiuta per Berrettini

Sconfitta in cinque set per Matteo contro Tennys Sandgren. Rimpianti per le occasioni avute dall’azzurro nel quinto set

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Matteo Berrettini - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

T. Sandgren b. [8] M. Berrettini 7-6(7) 6-4 4-6 2-6 7-5

Si conclude prematuramente l’avventura di Matteo Berrettini nel primo torneo del Grande Slam che disputa da Top 10. Si sapeva che la partita sarebbe stata difficile, ma rimane il rammarico per un primo set che si poteva portare a casa (set point fallito nel tie break) e soprattutto per quella tripla chance di andare a servire sul 5-3 nel quinto set, sulla quale però Sandgren ha messo a segno due bei servizi ed ha poi approfittato di un errore da fondo di Matteo. Alla fine delle 3 ore e 23 minuti di battaglia la migliore condizione atletica di Sandgren, che ha corso a destra e a manca per tutto il tempo senza mostrare alcun segno di flessione, hanno probabilmente fatto pendere l’ago della bilancia in favore dell’americano nella volata finale del quinto set nella quale Berrettini ha conquistato solamente due punti negli ultimi tre giochi.

Il primo set è un prevedibile tiro al piccione interrotto, in risposta, dal solo Berrettini. Complice un momento di distrazione di Sandgren, che a gioco fermo rischia di colpire una ball girl con una pallata del tutto gratuita, l’italiano ha a disposizione le uniche due palle break del parziale. C’è grosso rimpianto soprattutto per la prima, in occasione della quale Matteo fallisce un comodo passante incrociato di dritto. Sandgren annulla la seconda con il servizio e non offre altre occasioni fino al tie-break, mentre Berrettini raggiunge l’ultimo gioco dopo aver ceduto punti in appena due turni di servizio su sei. A tradire Berrettini nel tie-break è quel pizzico di pigrizia nelle gambe che accompagna l’errore di dritto che consegna a Sandgren il primo set point, prontamente convertito con il servizio che vale il punto del 9-7. Poco rammarico invece per il set point (si era sul 6-5) annullato da Sandgren con una rischiosissima volée sulla riga. Allo statunitense va inoltre il merito di aver sbagliato pochissimo: nelle statistiche di fine set gli vengono accreditati appena cinque errori gratuiti.

 

Il vero punto di forza di Matteo nella scorsa stagione è stato la capacità di reagire ai momenti negativi all’interno della partita, ma quest’oggi di quella invidiabile tempra non si vede che una copia sbiadita. Le variazioni tentate da Berrettini non risultano efficaci, anche perché Sandgren è giocatore dotato di buon tocco, il resto lo fa lo scarto di fiducia che il primo set ha proseguito a scavare tra i due giocatori. Berrettini è costretto ad annullare due palle break nel terzo game, poi ne fallisce una nel successivo – ancora bravo Sandgren con il servizio – e nel quinto game finisce sotto 15-40. Evidentemente scoraggiato, urla ‘Non faccio un passo, Vincenzo!‘ rivolto al box presidiato da coach Santopadre, forse nella speranza di ricevere una soluzione per le gambe meno mobili del solito.

La panacea però non esiste, e il colpo successivo è un brutto rovescio colpito con il corpo all’indietro che si spegne in rete. È il break decisivo per Sandgren, che non si volta più indietro e chiamato a servire per il set sul 5-4 si cava dall’impaccio con due servizi vincenti consecutivi. Il vantaggio raddoppia per lo statunitense, che ha commesso circa lo stesso numero di errori del primo set (sei): il suo parziale è fermo a quota undici, a fronte di venticinque vincenti (solo uno in meno di Berrettini). Fino a questo momento sta meritando la vittoria, c’è poco da dire. Negli ultimi game sono anche calate le percentuali di Matteo con il servizio, soprattutto quella riguardante i punti vinti con la seconda di servizio.

Sotto due set a zero, Berrettini non si dà per per vinto, si rimbocca le maniche e ricomincia a pedalare aggrappandosi al suo servizio che però quest’oggi fa meno male. Sandgren sembra aver trovato la quadratura del cerchio in risposta, soprattutto sulla seconda di servizio che attende diversi metri dietro la linea di fondo riuscendo quasi sempre a far iniziare il palleggio. Nel terzo set Berrettini deve fronteggiare una delicatissima palla break sul 3-3 che però annulla con un bello schema “servizio+diritto”. Il match inizia a girare sul 5-4 per Matteo, che grazie a due errori da fondocampo di Sandgren ottiene due setpoint, il secondo del quale è quello buono per riaprire il match.

Ora gli errori di Berrettini sono molti meno, anche se il vento persiste a spazzare il campo, ma il romano ha la pazienza e la regolarità per aspettare la palla giusta e piazzare i suoi affondi di diritto. Sandgren è sempre rapidissimo, corre da una parte all’altra del campo come una scheggia esibendosi in una sequenza di spaccate davvero notevole. Berrettini però è decisamente in fiducia, sul 2-2 rimonta un game da 0-30 e sullo slancio se ne va per conquistare il 6-2 nel parziale in soli 31 minuti.

Dopo una pausa fisiologica inizia il quinto set nel quale il giocatore alla risposta racimola la miseria di due “quindici” nei primi sette game. Sul 4-3 Sandgren inizia il turno di battuta con un doppio fallo e poi Berrettini si issa sullo 0-40 vincendo un corpo a corpo a rete. L’americano tutta via mette a segno cinque punti consecutivi, con una grande occasione sprecata da Matteo su un passante di diritto messo in rete, e conquista il 4-4. Berrettini tiene la battuta per il 5-4 ma quello è il suo ultimo gioco: la sequenza finale è di 12 punti a 2 per Sandgren, decisamente più vivo dal punto di vista atletico rispetto a Berrettini che da fondo non riesce a muoversi come all’inizio e risulta vulnerabile dalla parte del rovescio.

Il tabellone del torneo maschile (con i risultati aggiornati)

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