Povera, piccola Errani la furia della Petkovic spegne testa e talento (Clerici, Martucci, Semeraro, Valesio, Piccardi, Grassia); Halep, meno seno e più risultati (V.M.); Sharapova, pericolo allo specchio (S.S.); Ferrer dura un set, Nadal torna padrone e ora trova Murray (V.M., S.S.)

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Povera, piccola Errani la furia della Petkovic spegne testa e talento (Clerici, Martucci, Semeraro, Valesio, Piccardi, Grassia); Halep, meno seno e più risultati (V.M.); Sharapova, pericolo allo specchio (S.S.); Ferrer dura un set, Nadal torna padrone e ora trova Murray (V.M., S.S.)

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A cura di Davide Uccella

Povera, piccola Errani – la furia della Petkovic spegne testa e talento (Gianni Clerici, La Repubblica, 05-06-2014)

Pioveva, e questa è stata probabilmente la ragione perla quale alcuni giovani di una televisione locale, riconoscendomi grazie alla mia barba bianca, mi hanno avvicinato, e richiesto una opinione sulla Errani, che, chiusa nello spogliatoio, non poteva certo rispondere alle loro domande. «È un insolito fenomeno» avrei detto, «è una ragazza che riesce a portare con se tutte le circonvoluzioni cerebrali e ad attivarle, sino a sembrare una campionessa. Cervello e manina sono le sue maggiori qualità, che si manifestano soprattutto nel tocco di palla, nella smorzata che, paradossalmente, è il suo colpo migliore, insieme al cross di rovescio bimane». «Allora, vincerà oggi?» chiedeva il giovane conduttore, per sentirsi rispondere «Non so, certo glielo auguro, ma non conosco la sua avversaria. So solo che discende dall’etnia più prolifica nel tennis, quella jugoslava, avrete visto ieri Raonic». Il conduttore, a questo punto, si è bloccato, alzando la mano, per farmi sapere che non voleva essere rimproverato dai suoi capi, causa la mia citazione di un paese scomparso, e vittima di un passato ambiguo. Ho nascosto un sorriso, e, invece di mandarlo a scopare il mare, come diciamo in Lombardia, gli ho comunicato che lo capivo, nel buon francese insegnatomi dalla mia nonna svizzera.

 

Confortato dalla mia acquiescenza «E a chi paragonerebbe la campionessa italiana?» ha domandato. Mi è parso che definire Sara campionessa non si attagliasse allasuaautenticanatura, e mi è venuto da rispondere« A Minnie». Nelconstatare la sua sorpresa «Quella di Walt Disney», ho aggiunto. È così terminata la mia occasionale intervista, e, nel congedarmi, mi è venuto in mente che avevo usurpato un nome, giusto Minnie. Un soprannome che avevo assegnato a una mia cara amica, ai tempi in cui tentavo invano gli Slam sul campo, mentre lei, Silvanina Lazzarino, si era issata alla semifinale del Roland Garros, nel lontano 1954. Per perderla, certo, contro Maureen Connolly, col duro punteggio Di 6/0, 6/2.

Distratto dai miei lontani ricordi, non avevo certo pensato al futuro, al risultato e al punteggio del match di oggi, tra la nostra Saretta e una tennista certo meno importante della Connolly, che figura nella mia classifica tra le prime cinque di tutti i tempi. Non la conoscevo, la Petkovic, e un bravo giornalista quale Momir Jelovac mi ha informato che, insieme al passaporto tedesco procuratole da quel bravo allenatore di suo padre Zoran, Andrea Petkovic discendeva giusto da un posticino tra i fiumi Sava e Drina, la città di Tuzla, che appartiene alla Bosnia. Non tutto capita per caso, e nel nome Andrea confluiscono infatti battezzati dei due sessi, anche se i cattolici lo assegnano ad un apostolo.

Nel vederla assestare spaventosi diritti ebimani, brandire il pugno ad ogni punto vincente, spingere avanti l’acuta mascella, la Petkovic mi appariva oggi simile a un androgino. Di fronte a simile irresistibile forza, Saretta pareva sinceramente retrocessa al ruolo di Minnie, a qualcuno che appare bisognoso di conforto, se non proprio di aiuto. Al di là di errori gratuiti che spingevano qualche spiri-tosone al commento Errani humanum est, il disagiosembrava iniziare dal lancio di palla, che Sara esegue come tutti con tre dita, laddove io suggerirei la mia invenzionecon lecinqueditaaccostate, che ho battezzato “lancio alla mendico” .Mi rileggo, misuro quel po’ di carta che mi tocca, e vedo di aver speso tutto. Meglio così, mi dico. Arrivederci Minnie. Certo a tempi migliori.

Errani, svuotata, esce di scena. Con la Petkovic non c’è partita (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 05-06-2014)

Comincia male, con la pioggia che rallenta molto il campo e rende ancor più pesante la palla, rinviando la partenza di tre ore. E finisce peggio: 6-2 6-2 in 63 minuti. I numeri sotto tutti dalla parte della walkiria Andrea Petkovic che, a 27 anni, riemerge dagli infortuni (schiena, caviglia, ginocchio) per conquistare, di forza, con 26 vincenti — gran botte da fondo di dritto e di rovescio — la prima semifinale Slam della carriera, schiacciando Sara Errani. E sin dal primo colpo dello scambio, il servizio, che strappa alla romagnola addirittura 7 volte su 8, lasciandole solo quello d’avvio. Quando Saretta sale 2-0 ma poi, dal 30-30 successivo, accusa un parziale di 22 punti a 4, e il 6-2 in 28 minuti.

Energie Vista da fuori, non c’è partita. Vista da dentro, dall’anima della piccola-grande azzurra: «Non avevo energie fisiche e mentali. Altre volte, anche contro la Jankovic, il mio sistema nervoso m’aveva fatto scattare qualcosa, e ho reagito. Stavolta no, prima non ero nemmeno tanto tesa, come dev’essere per una partita così importante: è stata proprio una questione di nervi. Ho avuto un black out di energia fisica e mentale. Non riuscivo a ingranare, cercavo di caricarmi, ma i quadricipiti non reagivano».

Uno-due Sara era già stanca lunedì, quando ha superato Jelena Jankovic soffrendo fino alle lacrime. Andrea ha studiato a tavolino con coach Van Harpen di «aggredire e aggredire ancora il servizio, come non avevo fatto a Madrid»: picchiare subito per poi picchiare ancora, riducendo al minimo gli scambi, rischiando tanto (da cui i 19 errori gratuiti). Malgrado l’appena 17% con la seconda di servizio, malgrado il toppone di dritto non atterri profondo, malgrado la tedesca sia sempre con i piedi ben piantati in campo a mitragliare, in avvio di secondo set, Sara riesce a strappare due volte la battuta alla bosniaca sbarcata a 6 mesi in Germania, che sbandiera orgogliosa il 91% di punti con la prima. Ma restituisce sempre il break e s’eclissa, dopo il canto del cigno sul 2-4, quando arriva al 15-40 sul servizio Petkovic. Prima del nuovo sprint di Andrea che, dal 27 del mondo, lunedì salirà almeno al 20 e s’illumina nel suo sorriso più luminoso ricordando che un anno fa esatto era scaduta al 138 e, qui al Roland Garros, doveva passare per le qualificazioni.

Doppio «Sono stanca, ho bisogno di riposo, devo ricaricare le batterie», insiste delusa Saretta, che da numero 11, lunedì scenderà al 14 del mondo, perché non ha difeso i punti della semifinale a Parigi 2013. «Anche se prima del torneo avrei firmato per i quarti, sono stanca anche per la tensione accumulata da Roma, giocando tutti i giorni singolare e doppio: nel calcio c’è il cambio, nel tennis ci sei solo tu». Il tasto doppio torna prepotente: è il caso che una ragazza di 1.64, che deve lavorare tanto su ogni punto, disputi anche la gara a coppie, dove pure, a Parigi, è arrivata in semifinale con l’amica Roberta Vinci? «Per il momento non rivedo le cose», taglia corto Sara. «Quando è molto stanca fa fatica a correre, a spingere, per arrivare nei quarti ha fatto tanto sforzo, 14 La classifica dl Sara Lunedì la Errani scenderà dal numero 11 al numero 14, non avendo difeso la semifinale tanti chilometri, anche in doppio. E ancor di più ne ha fatti con queste condizioni di campo pesante con un’avversaria che ha anche giocato bene. Ma, per come è Sara, sarebbe giusto puntare solo su una cosa? E se poi non riesce a prenderla mai?», chiosa coach Pablo Lozano dando un’altra chiave di lettura all’enigma doppio. Anche se il più grande rimane quel servizietto di Sara che quasi quasi fa gemere di sgomento anche il pubblico di Parigi.

Errani, black out e dubbi (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05­-06-2014)

Pioggia battente, che ha ritardato fino alle cinque del pomeriggio l’inizio dei match. Vento furioso, freddo novembrino. E poi grandine: questa però generosamente offerta sotto forma di rovesci lungolinea capaci di ammaccare una carrozzeria da Andrea Petkovic, la tedesca nata a Tuzla, in Bosnia, che ama i filosofi, Goethe e il Che Guevara, ma in campo dall’alto dei suoi 180 centimetri picchia come una boxeur.

L’autunno in primavera di Sara Errani al Roland Garros è trascorso così, lavato via insieme al sogno della seconda finale consecutiva da una giornata di vena della Petkovic. E’ finita 6-2 6-2 in un’ora e tre minuti, una sconfitta breve ma non indolore, anche perché costerà tre posti in classifica a Sari-ta, che lunedì scenderà da n.11 a n.14 della Wta, consegnando a Flavia Pennetta il primato italiano. A fare più male però è stata la natura della sconfitta.

E’ sembrato di rivedere la Errani pre-2012, quella che al Bois de Boulogne, prima di arrivare come un lampo a ciel sereno in finale, aveva raccolto una vittoria in cinque presenze. La Petkovic è partita sbagliando molto (2-0 per l’azzurra), poi ha letteralmente dominato il match, con l’eccezione dell’inizio del secondo set quando, con l’apparire di un timido sole, si è fatta brekkare due volte, peraltro strappando a sua volta il servizio alla Errani. Bordate piatte, di dritto in cross e soprattutto di rovescio, che lasciavano lontanissima Sara dalla palla, incapace tranne rare occasioni di variare il ritmo, di confondere l’avversaria con il dritto in top. E poi risposte folgoranti sui servizi esalati da Sara, mai così esposti alle intemperie.

PROSCIUGATA. «E’ stato un black-out di energia, sia fisica sia mentale», ha spiegato l’azzurra, sbiadita persino nello sguardo. «I segnali c’erano da garni, già nel match con la Jankovic ero “morta; ma di nervi sono riuscita a pescarmi qualcosa dentro. Oggi invece prima del match non ero neppure tesa. In campo iquadricipiti (colpiti dai crampi contro la Jankovic; ridi) non spingevano, non riuscivo a ingranare». A prosciugare Sarita sono state le fatiche romane, le giornate full-time con singolo e doppio da sbrigare: «E’stato come giocare sempre tre set su cinque poi mi sono infortunata e a Parigi ho giocato tutti i giorni. 11 problema è che nel calcio ci sono i cambi, qui ci sono solo io».

Come aveva detto coach Lozano, il problema di Sara è soprattutto lo stress. Vivere tutto l’anno al di sopra dei propri mezzi tennistici, spremendo grinta infinita e intelligenza tattica da 164 centimetri e 60 chili, alla fine stanca. Anche mentalmente. «I quarti sono un grandissimo risultato, ne vado fiera. E non è stato il tabellone aperto”a innervosirmi». Magari le polemiche con la stampa? «Forse sì, forse no». Ora per ricaricare le batterie Sara si concederà qualche giorno di vacanza prima di riprendere gli allenamenti in vista dell’erba. E magari un pensierino lo farà anche a limitare gli impegni in doppio, a cui ha sempre voluto tenere fede per rispetto a Roberta Vinci. «Per ora continuerò a giocarlo – ha buttato lì sibilina – poi magari cambierò idea…».

GIORNALISTA. La semifinale meno prevista del Roland Garros se la giocherà dunque, contro la romana Halep, la bella Andrea, figlia di un serbo e di una bosniaca, emigrata a sei anni in Germania, e che nei lunghi mesi in cui per una serie di infortuni è rimasta lontana mesi dai campi (precipitando dal n.9 di fine 2011 a oltre il 140) ha lavorato anche come giornalista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, e come attivista per il partito socialdemocratico. «Prima di oggi non avevo mai baciato la racchetta – ha detto alla fine – e confesso che ho pregato Dio che uscissequell’ultima palla di Sara». La notizia che avrebbe voluto scrivere da redattrice: il suo posto di lavoro è tornato il campo.

E su Sara scese la sera (Piero Valesio, Tuttosport, 05-06-2014)

Una tedesca a in semifinale a Parigi non si vedeva dal 1999: e quella tedesca era Steffi Graf. Chissà come si troverebbero oggi Steffi e il suo rovescio slice che ha fatto impazzire le avversarie e chi lo ammirava contro le botte teutonico-americane della sua connazionale Andrea Petkovic. Americane perché contro le Errani Andrea ha martellato la palla in avanzarnanto come solo Serena e Maria nei suoi giorni migliori sanno fare. E su Sara è calata repentinamente la sera Sera di un giorno mai sorto, verrebbe da dire visto che su Parigi è piovuto per quasi tutto il giorno. Le importava viceversa moltissimo che la pioggia non rendesse le palle e il campo pesanti come l’anima di un innamorato tradito: perché a quelle palle e su quel campo Santa si depotenzia. Fa più fatica a imprimere quelle rotazioni fondamentali per una come lei che non è Gargantua La rotazione è tutto perché ricaccia indietro l’avversaria, come faceva, anche se con un taglio differente il rovescio di Steffi. Già Sara era stanca di suo, nel fisico e si può azzardare pure nella testolina; dovendo faticare così tanto per non raccogliere nulla si è offerta sull’altare della meritoria Petkovic.

Leggera La sensazione tuttavia è che Sara debba recuperare un po’ di leggerezza Tacciano coloro i quali vorebbero concedersi una facile battuta sulla leggerezza dei suoi colpi e soprattutto del suo servizio. La leggerezza in questione è quella dell’animo. I ragazzi che giocano a tennis sono una specie umana strana e delicata Consegnano gli anni migliori della loro vita ad uno sport meraviglioso che amano: che però, spesso a loro insaputa, li sottopone giorno dopo giorno ad un stress interiore notevole. Che poi, ad un certo punto, presenta loro il conto. Frullati da allenamenti, trasferte, partite, vittorie, sconfitte, elaborazioni di lutti sportivi e mancanza del tempo necessario per abituarsi a rirmi vitali normali, i tennisti e le tenniste rischiano continuamente di andare fuori giri. Non che la Errani sia fuori giri in senso complessivo: in fondo siamo qui a commentare un suo quarto di finale in uno Slam: che è venuto dopo un’ospitata da Fazio in tv, una finale di Roma e all’uscita in pompa magna di una sua biografia dal titolo altisonante «Excalibur»). Ma proprio per questa raffica di eventi e dopo due anni trascorsi nella top ten a dispetto di quanto quasi tutti prevedevano, forse Sara dovrebbe oggi tirare un bel respiro e andare a bersi una birra.

Sole Il crac della sua gamba durante la finale romana con la Williams, difficilmente non riconducibile ad uno stress mentale. La mini crisi di panico ( o respirazione) di cui è stata vittima in campo, sempre a Roma. La crisetta di malcelato pianto durante la partita parigina contro la Jankovic, in un momento ín cui aveva sprecato un vantaggio. ll documento scritto, strano e criptico, che ha consegnato ai giornalisti l’altro ieri: un comunicato rivolto a tutti e nessuno che ci si poteva aspettare da Miley Cyrus, Lindsay Lohan o Paris Hilton piuttosto che da una una come lei, additata da tutti come un fulgido esempio di sportiva solare. Che siano sintomi di quel conto di cui sopra? Può darsi o forse no. Semplicemente Sara ha perso una brutta partita, ora scivolerà via rapida sull’erba come fa di solito e poi riprenderà il suo cammino. Sotto il sole, si spera. In senso cornplessivo, stavolta.

Sara con le batterie al minimo «Stanca nel fisico e nella mente» (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera, 05-06-2014)

L’asciugamano sulla testa, il cuore vuoto di palpiti, i singhiozzi da bambina. Sul petto di coach Pablo Lozano, uscita dall’apnea e dal torneo, Sara sparge le lacrime trattenute in gola fin qui, è arrivata nei quarti di Parigi ingolfata di fatica, generosa di sé anche con l’amica Vinci («Sto giocando due match al giorno dagli Intemazionali di Roma, dove mi ero pure infortunata, ma al doppio con Robi tengo troppo: non ci rinuncio») e l’inverno del suo scontento è calato improvviso insieme ai vincenti (26, tutti sulle righe) della tedesca Andrea Petkovic, amante di Goethe e seguace di Freud, capace di regalarsi la prima semifinale Slam a 26 anni, non è mai troppo tardi, dopo una vita da mediano zeppa d’infortuni. Contro una valkiria fenomenale se lasciata colpire piatto, e d’incontro, Puffetta avrebbe dovuto armffare il gioco, spezzare il ritmo, servire dal basso del suo servizio a tegamino quelle squisite polpette avvelenate che al Roland Garros ammannisce alle avversarie ormai da tre anni (una finale, una semifinale, un quarto), intossicandole di fatica e tatticismi. E invece, Saretta? «Invece ero senza energie, non avevo potenza, ero priva di forze fisiche e mentali spiega, curva sotto il 6-2 6-2, con le occhiaie e gli occhi lucidi , mi appoggiavo per spingere e i quadricipiti non reagivano, ho provato ad affidarmi ai nervi ma non rispondevano nemmeno loro…».

Difficile tirare giù dalla nuvola, senza frecce, la veterana che oggi sfiderà la rivelazione Simona Halep per un posto in finale contro la vincente del concorso di bellezza sul centrale: Sharapova-Bouchard, terza esordiente al ballo. Dispiace, a Sara, non essersela giocata fino in fondo nei 15 gradi umidi, ventosi e inospitali di ieri, il primo set è finito sotto la pioggia e sotto un parziale di 6 giochi a zero per la Petkovic (da 0-2 a 6-2), che ha subito trovato l’antidoto al servizio della Errani (39% di punti vinti sulla prima palla: una miseria), cominciando aggressiva e finendo per restituirle sassate (32 risposte vincenti) nel gelo del centrale. Prima inerme, poi smascherata e infine nuda, Saretta si è inabissata, travolta dalle folate della tedesca, incapace di contrastarla anche nel secondo set, quando il match si è fatto addirittura crudele. problema non era lei. Ero io. Anche con la Jankovic negli ottavi ero stanca morta ma poi lì mi era scattato qualcosa e avevo vinto di puri nervi. Sono arrivata al limite, ho bisogno di fermarmi e riposare. Le batterie sono al minimo». Resta la semifinale del doppio con la vinci, domani contro Hradecka/Krajicek, a cui aggrapparsi mentre a Parigi la piccola Italia si ritira nelle ietiovie, l’enfant du pays Gael Monfils si allunga l’esistenza con Andy Murray per poi cedere di schianto nel quinto set e Rafa Nadal riacciuffa il derby con il clone David Ferrer secondo uno schema ormai consolidato.

Grazie a Sara per dieci giorni il bandierone ha sventolato fiero sul Roland Garros, ormai abituato — dalla Schiavone alla Errani — a les italiennes capaci di stupire, c’erano da difendere i punti della semifinale dell’anno scorso e la missione è stata (quasi) compiuta: da n.11 lunedì l’azzurra scenderà al n.14 in classifica, limitando i danni. «Ho giocato un gran torneo, in fondo sono contenta Peccato per il finale. Nel calcio l’allenatore può mandare in campo la riserva, nel tennis ci sono solo io». E mezza Sara, ahinoi, proprio non basta.

Errani, fine della corsa. Sbatte contro la Petkovic asfaltata senza lottare (Filippo Grassia, Il Giornale, 05-06-2014)

«Kaputt è un libro crudele sulla guerra», raccontava Curzio Malaparte della sua opera. Lo è anche il kaputt subito ieri da Sara Errani sulla terra rossa di Parigi, dove ormai è di casa, dalla tedesca Andrea Petkovic. Ci eravamo illusi che la nostra italianuzzariuscisse nella straordinaria impresa di centrare per il terzo anno consecutivo la semifinale del Ronald Garros, specie dopo essersi portata in vantaggio per 2-0 nel primo set. Ma il prologo, perfino entusiasmante nella sua dinamica, s’è trasformato in un canto del cigno dell’italianuzza di ferro che nel prosieguo del match, iniziato con 3 ore di ritardo a causa della pioggia battente, è stata asfaltata dall’avversaria. Doveva farla muovere, secondo i consigli di Lozano, il suo coach: non c’è riuscita quasi mai. Questa volta non è riuscita a zittire i tifosi rivali. Il risultato di 6-26-2, maturato in 64′, ha proiettato la bella Andrea, 27enne, coetanea di Sara, per la prima volta nella semifinale di uno slam. In passato non era mai andata al di là del terzo turno, complici infortuni di vario tipo a ginocchia e caviglie. Ieri ha fatto bingo disputando, per sua ammissione, una delle più belle partite della carriera, forse la migliore. Ma l’azzurra ha fatto di tutto per agevolarla servendo a 115 km/h di media e mancando di reattività negli scambi a fondo campo: probabile che abbia risentito del recente infortunio al quadricipite e abbia pagato la fatica del doppio dove ha ancora la possibilità di arrivare in finale. Lei stessa a fine partita ha ammesso: «Non avevo forza nelle gambe, mi sentivo vuota. Ho accusato un black out di energia fisica e mentale». Qualcosina poteva cambiare se avesse sfruttato due palle per portarsi sul 3-1 nel secondo set e cercato con maggiore insistenza il dritto dell’avversaria. Qualcosina, niente di più. Perché la tedesca di origine serba, 180 cm senza tacchi, ha risposto con le gambe ben piantate in campo, s’è trovata a meraviglia sui rimbalzi alti e ha disegnato il campo con il rovescio, implacabile sui lungolinea. Il servizio ha fatto il resto: sulla prima di battuta la Petkovic ha costruito lagoleada conquistando i191% di punti contro il modesto 39% della rivale. In semifinale troverà la rumena Halep, prossima numero 3, che ha liquidato con lo stesso punteggio la malconcia Kuznetsova.

La disfatta di ieri non toglie nulla all’avventura dellaromagnola, finalista a Roma, fra le prime otto a Parigi, ma ripropone due considerazioni: da un lato l’importanza di migliorare la battuta, troppo lenta e prevedibile, dall’ altra la necessità di limitare il dispendio di energia nel doppio. Allora sì che avrebbe più frecce al suo arco, fatto di tecnica, ma anche di tanto, troppo, sacrifico sul piano fisico. Da lunedì non sarà più la prima italiana in classifica: arretrerà al quattordicesimo posto contro l’undicesimo di Flavia Pennetta. Un motivo in più per riprendere la scalata alle top-ten: quanto a tigna è la numero uno.

Halep, meno seno e più risultati: «Perfetta» (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 05-06-2014)

In attesa della battaglia delle bionde di oggi, chi è più felice fra le castane Andrea Petkovic e Simona Halep che raggiungono le loro prime semifinali Slam a spese di Errani e Svetlana Kuznetsova?

Bacio Con i tre quarti di finale nei Majors 2012, a Melbourne, Parigi e New York, Andrea era salita al numero 9 del mondo ed esprimeva la sua felicità con la famosa «Petko-dance» che inscenava in campo, coinvolgendo gli spettatori e anche le avversarie: «Ho cominciato perché era una cosa spontanea, e divertente, non lo è più e ho smesso. Ero anche giovane, sono sempre la stessa, ma mi sono evoluta, non c’è bisogno di scomodare Freud». Ora riparte, più matura: «Qualcuno dirà che ho avuto un gran bel tabellone, ed ho avuto un buon tabellone, ma la numero 2 del mondo ha perso contro quella che io poi ho battuto, ho avuto match duri e non arrivo in semifinale da chissà dove. Ho vinto Charleston e ho vinto altri due tornei. Non sono una super-sorpresa, anche se è un momento speciale perché co-sl lontana non ci ero mai arrivata». Ora bacia la racchetta: «Non avendo un fidanzato! Non so perché l’ho fatto: ero così travolta dalle emozioni».

Seno Anche Simona Halep , rivelazione dell’anno e numero 4 del mondo, gioca «il match perfetto: funzionava tutto, ho giocato molto aggressiva e molto veloce». Anche lei viene interrogata su qualcosa che le manca, il seno che s’è fatta ridurre cinque anni fa per nuoversi meglio in campo: «Parlo solo del match, è una questione privata, sorry». Felicità è superare se stessi: «Dopo i quarti degli Australian Open di gennaio, contro Cibulkova, non ero molto contenta. Allora non sapevo come gestire le emozioni prima dei quarti Slam. E in campo ero così nervosa che non potevo fare il mio gioco, non potevo correre dietro la palla e non potevo colpirla. Stavolta invece ero molto rilassata, anche se ho dovuto attendere di più, per la pioggia. Io e il mio team abbiamo parlato d’altro». Le altre sono alte, Ha-lep è 1.68: «Cerco di giocare veloce, di aprirmi il campo e gli angoli, di anticipare. E sono molto fiduciosa sul mio servizio».

Sharapova, pericolo allo specchio (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05­-06-2014)

Eva contro Eva, come in un vecchio film di George Cukor. Bionda contra bionda, bellezza siberiana contro pin-up canadese. La semifinale più glamour del Roland Garros, quella fra Maria Sharapova, russa, 27 anni, oggi n. 7 del mondo, e Eugenie Bouchard, classe 1994, n.16 ma virtualmente n.12 Wta, assomiglia tanto a un copione perfetto, con due parti speculari. Perché Genie e Masha, le due campionesse che vengono dal freddo, hanno una storia in comune che risale al 2002.

MIAMI. Siamo a Miami, la Sharapova, che non è ancora la Sharapova, partecipa a un torneo ad inviti per giovane speranze (che vincerà), la minuscola Eugenie, anni 8, transita sui campi di Crandon Park e papà Mike, clic!, immortala l’incontro fatale. La Sharapova aveva appena debuttato da pro’ a Indian Wells, la Bouchard di diventare tennista lo avrebbe deciso solo due anni più tardi, guardando proprio la sua compagna di scatti (i sel-fie non c’erano ancora) togliere a Serena Williams la finale di Wimbledon 2004. «Ricordo benissimo quel match- ha spiegato qui a Parigi la canadese – Maria era tosi cool” che decisi che volevo essere come lei». Così convinse mamma Julie a trasferirsi in Florida, all’Academy di Nick Saviano, per costruirsi un futuro da superstat Proprio come aveva fatto anni prima Masha, nata a Nyagan, trasferitasi a Sochi per sfuggire agli effetti di Chernobyl; poi imbarcatasi a dieci anni con papà Yuri e una manciata di dollari in tasca per Bradenton, in Florida.

Eugenie, che con la sua sfolgorante carriera junior (n.1 del mondo Under 18 e vittoria a Wimbledon nel 2012) e i suoi fondamentali a percussione si è rapidamente guadagnata il soprannome di “baby Sharapova’ viene da un’infanzia diversa. Spesa a Westmount, il quartiere superchic di Montreal, dove il reddito medio per famiglia è di 400.000 dollari e papà Mike lavora come analista finanziario. In comune con Masha, Genie, grandissima tifosa dei Canadiens nell’hockey su ghiaccio e di Dwayne Wade e dei Miami Heat nel basket, ha però la ferocia assoluta. Guai a parlarle di amicizia fra colleghe. In Florida a dodici anni aveva incontrato Laura Robson, baby prodigio inglese, le due erano diventate inseparabili e il trauma di doverla incontrare in campo ha indurito la tempra della canadese, ora spessa come il pack d’inverno.

NEMICHE. «Nel tennis non c’è spazio per l’amicizia, siamo qui per darci battaglia. Ammiro molto la Sharapova, ma in seminale non voglio rispettarla: voglio batterla». Masha con distacco regale ammette che la Bouchard “ha fatto molti progressi”, ma nei loro due incontri, proprio qui a Parigi e (ancora) a Miami l’anno scorso, le ha lasciato appena 8 game. E quando nel 2013 la Nike le convocò insieme per un servizio fotografico, Maria commentò. «Genie ha chiesto di indossare la mia linea: un grosso onore che ovviamente le ho concesso. In campo invece io cerco di non dare una chance a nessuno». Nel frattempo Genie ha raggiunto due semifinali Slam, una in Australia – quando in campo confessò la sua passione per Justin Bieber – l’altra qui, ammettendo che ora il suo modello è Federer. L’unica altra canadese capace di arrivare così lontano in uno Slam era stata Carling Basset-Seguso agli Us Open 2004. Ora Genie vuole di più, anzi, vuole tutto. Anche a costo di strapparlo dalle mani della sua ex-eroina.

Ferrer dura un set. Nadal torna padrone e ora trova Murray (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 05-06-2014)

Ci ha provato, gli ha tolto anche il primo set, il primo in quattro confronti con il re al Roland Garros. Ma anche l’ultimo. Perché poi proprio non è riuscito a insistere e, appena ha rifiatato, appena ha alzato il piede dall’acceleratore, appena ha allentato la sua spinta costante, aumentando gli errori, David Ferrer è stato azzannato alla gola da quel diavolo di Ra-fa Nadal. E s’è trovato sempre nella stessa situazione: break d’acchito in ogni set, e quindi tre set a zero per il mancino di Maiorca nel derby-rivincita dopo i quarti i Montecarlo vinti da «Ferru» nella classica apertura stagionale sulla terra europea (la sua prima affermazione sul rosso sul numero 1 di Spagna dopo 10 anni), e la finale di Parigi di 12 mesi fa. Di più, una volta portato a casa il pareggio (4-6 6-4), nella fredda serata parigina sul campo Suzanne Lenglen dov’è stato sloggiato dal beniamino di casa, Gael Monfils, il re di 8 Roland Garros negli ultimi 9 anni è diventato imprendibile: nel terzo set, chiuso 6-0, non ha commesso alcun errore gratuito, ed è volato 3-0, col povero David sempre più frustrato. Poi gli ha concesso un break. Soltanto quello, prima di chiudere 6-1 in 2 ore e siglare cosí il successo numero 22 in 28 confronti col rivale.

Fiducia La svolta nel secondo set: fallite tre palle break d’oro sul 2-3 del secondo set, Ferrer non ha più trovato la chiave per scardinare il muro tennistico creato da zio Toni. «Nel primo set ho fatto troppi errori col rovescio, nel secondo, lui è stato sfortunato perché non ha preso quell’occasione e poi ha fatto più errori del solito», ha commentato, benevolo, Rafa i propri 28 errori nei primi due set (che sono poi diventati appena 31) contro gli addirittura 50 di Ferrer. Che, peraltro, ha avuto appena il 53% di punti con la prima di battuta.

Sprint Clamoroso l’epilogo dell’altro derby, fra i due 27enni Andy Murray e Gael Monfils, ex rivali da juniores: «Ci conosciamo dai 10 anni, ricordo ancora il nostro primo match a Rouen, qui in Francia, siamo molto vicini, ed è sempre difficile giocare match contro un amico», ha raccontato lo scozzese. Che s’è aggiudicato i primi due parziali («Condizioni difficili, vento e campo lento, ma sono partito molto bene»), poi ha accusato il ritorno del moro di Francia: «Quand’è calato il vento lui ha giocato benissimo, facendo colpi incredibili». A quel punto, col punteggio allo specchio,6-4 6-1 4-6 1-6, con il giudice arbitro, Fran-son, che ha segnalato ai giocatori che alle 21.30 il match sarebbe stato sospeso, Murray ha cambiato marcia contro il giocatore di casa stanco e ha chiuso 6-0 dopo 3 ore 15 minuti. Alle 21.40. «Sono stato fortunato perché lui ha cominciato male il quinto set». Il premio è la seconda semifinale a Parigi, dopo il 2011, sempre contro Rafa, ma finora nessuno dei sui 28 titoli è arrivato sulla terra rossa.

Re Nadal ha scacciato l’incubo (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05-06-2014)

aura nel pomeriggio – ma solo per un set – per l’otto volte campione di Parigi, il maiorchino Rafael Nadal, che nel primo set dei quarto di finale tutto spagnolo – replica della finalissima della scorsa edizione – si è rivisto davanti l’amico-rivale David Ferrer, numero 5 del ranking Atp, lo scudiero di un tempo ma lo spettro di Montecarlo. Nei quarti di finale del Masters 1000 del Principato, David era riuscito infatti a battere il numero 1 del mondo; e ieri, in un match cominciato tardi a causa della pioggia, sembrava che potesse ripetere l’impresa contro un Nadal falloso (31 errori gratuiti totali, 28 nel primo set) soprattutto con il rovescio. Vinto 6-4 il primo set, Ferrer ha avuto anche la chance di andare in fuga nel secondo, quando sul 3-2 si è trovato a disposizione due palle-break ma le ha sprecate. E’ iniziata così la rimonta di Nadal, che a Parigi insegue il quinto titolo consecutivo, un’impresa mai riuscita nemmeno al mitico Bjom Borg (e nemmeno a Nadal, che nel 2009, eliminato agli ottavi da Soderling, si fermò a 4). Non è stato tanto Rafa a salire di livello, almeno all’inizio, quanto Ferrer a smarrire il filo della partita, come contro il connazionale gli è accaduto tante, troppe volte in passato, raccogliendo appena un game negli ultimi due set. Alla fine Nadal si è imposto 4-6 6-4 6-0 6-1 in un due ore e 55 minuti, portando a 33 la sua striscia vincente a Parigi.

CONTRO TUTTI. In semifinale Nadal incontrerà Andy Murray, che ieri ha sconfitto tre avversari: il francese Gael Monfils, quindi un dolore alla gamba sinistra che lo ha tormentato per due set; e infine l’oscurità, visto che il match si è concluso al quinto set alle 21-40, quando già il supervisor Stefan Fransson era entrato in campo per annunciare la prossima interruzione. Monfils, che al 3 turno sempre in cinque set aveva eliminato Fognini, ha incendiato il Centrale con la ma frazione è crollato (6-4 6-1 4-6 1-6 6-0). Per il campione di Wimbledon, numero 8 dell’Atp e ancora senza un coach dopo il divorzio da Lendl, è la seconda semifinale nello Slam parigino – al quale l’anno scorso aveva dovuto rinunciare per i postumi dell’operazione alla schiena – e il remake di quella persa nel 2011 in tre set proprio contro Nadal. I giornali britannici sono convinti che questo sia l’anno dello scozzese (rcRolanAndy Garros» ha titolato due giorni fa il Daily Mail). I.ui ha confessato che fare bene nell’unico Slam in cui non ha mai giocato la finale e diventare n.1 sono gli obiettivi che lo stimolano di più. Il bilancio fra i due è 14-5 per Nadal, che non ha mai perso con Murray sulla terra.

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Berrettini non dà scampo a Murray: è ai quarti (Scognamiglio). L’eleganza di Berrettini (Bertellino). Wimbledon e Tokyo: i no di Nadal (Mastroluca). Nadal choc, salta Wimbledon e le Olimpiadi (Grilli)

La rassegna stampa di venerdì 18 giugno 2021

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Berrettini non dà scampo a Murray: è ai quarti (Ciro Scognamiglio, La Gazzetta dello Sport)

Non era l’Andy Murray capace di vincere 3 Slam e due medaglie d’oro olimpiche in singolare. Non poteva esserlo, perché la carriera dello scozzese ormai 34enne è stata martoriata da infortuni molto seri. Ma resta un successo netto quello che Matteo Berrettini ha ottenuto ieri pomeriggio al Queen’s Club di Londra: il 25enne romano, numero 9 al mondo e prima testa di serie, ha battuto 6-3 6-3 in 1 ora e 25′ di gioco guadagnando l’accesso ai quarti di finale proprio quel Murray che in passato aveva vinto questo torneo ben 5 volte, mentre stavolta è stato ammesso grazie a una wild card (e l’ha avuta pure per Wimbledon: è 124° al mondo). Adesso Berrettini dovrà affrontare il britannico Daniel Evans, numero 25 del ranking mondiale, contro il quale non ci sono precedenti. Intanto ieri Matteo è stato molto sicuro al servizio, ha trovato un buon ritmo con il dritto oltre a esibire buone soluzioni dal lato del rovescio. E giustamente si è detto «soddisfatto» del livello mostrato. Ha messo assieme 28 colpi vincenti e solo 7 errori non forzati, 14 aces, e in apertura ha piazzato il servizio finora più veloce del torneo a quasi 230 all’ora. La rinuncia di Nadal permetterà a Berrettini di essere testa di serie numero 8 a Wimbledon, invece che 9: potrebbe avere un tabellone più agevole. E se continuerà con questa progressione anche il sorpasso a Federer all’ottavo posto del mondo potrebbe materializzarsi.

L’eleganza di Berrettini (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

Eleganza e forza, le armi messe in campo da Matteo Berrettini per avere la meglio sull’ex “Fab Four” Andy Murray negli ottavi dell’ATP 500 del Queen’s. L’azzurro è il n.1 del seeding, lo scozzese colui che in ben cinque occasioni ha alzato in carriera il trofeo in singolare. La forza, come di consueto, si è materializzata nel servizio dell’azzurro, fotografata dai 14 ace messi a segno contro i 2 doppi falli, nel 65% di prime palle in campo con l’83% dei punti conquistati e il 53% di punti ottenuti anche con la seconda. Tre palle break su tre annullate dal giocatore romano, n.9 del mondo. L’eleganza ha preso la forma di alcune soluzioni tecniche, vedi un passante lungolinea con il back di rovescio di antica fattura che ha ricordato quelli letali di Ken Rosewall, e delle dichiarazioni post-match, vinto in due set ed un’ora e 25 minuti, senza affanni: «E’ un grande campione: massimo rispetto per lui. E’ un gran giocatore e una gran persona, il suo impegno è ammirevole – ha detto Berrettini -. Sono contento della mia prova. Ho sempre lavorato tanto nella mia carriera. Fin dall’inizio il mio coach mi ha detto che siccome ero alto dovevo servire bene. Chiaramente sull’erba sto usando più il kick rispetto alla terra». Dopo un avvio a rilento, con due palle break annullate dall’azzurro nel secondo game, il match ha preso un indirizzo preciso. Berrettini è salito sul 4-2 e dal 4-3 ha infilato un parziale di cinque giochi consecutivi. Dal 3-0 Matteo ha gestito bene i successivi turni di servizio chiudendo con autorevolezza al nono gioco del secondo set, per il passaggio nei quarti dove oggi troverà un altro britannico, l’inglese Daniel Evans, giocatore serve e volley completamente diverso dallo scozzese, che in ogni caso sarà wild card a Wimbledon. […]

Wimbledon e Tokyo: i no di Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Niente Wimbledon, niente Olimpiadi. Rafa Nadal non tornerà in campo prima di agosto. «Non è mai una scelta facile da prendere, ma dopo aver ascoltato il mio corpo e averne discusso con il mio team ho capito che è la decisione giusta», ha scritto sui social. Il maiorchino ha parlato di una pausa finalizzata ad allungare la carriera. Sconfitto in semifinale da Novak Djokovic al Roland Garros, dove ha trionfato tredici volte, lo spagnolo ha fatto riferimento anche alle due sole settimane rimaste fra il torneo parigino e Wimbledon dopo lo slittamento di una settimana dello Slam sul rosso a causa della pandemia. Nadal guarda «al medio e al lungo termine», ha scritto, dopo due mesi molto impegnativi nella stagione sulla terra battuta che ha concluso con i due tornei vinti a Barcellona e agli Internazionali BNL d’Italia Infine, un pensiero per le Olimpiadi, in cui ha trionfato nel 2008. «I Giochi Olimpici hanno sempre significato molto e sono sempre stati una priorità per me», ha scritto, ma la decisione è presa. Nadal tornerà presumibilmente per i primi tornei sul duro negli Stati Uniti alla vigilia dello US Open. Naomi Osaka, che si era ritirata dal Roland Garros, dopo la polemica per non voler partecipare alla conferenza stampa, ha annunciato il forfait al torneo di Wimbledon per «trascorrere tempo con amici e famiglia ed essere pronta per le Olimpiadi». […]

Nadal choc, salta Wimbledon e le Olimpiadi: «Devo recuperare se voglio restare al top» (Paolo Grilli, La Nazione)

II gladiatore si ferma. Deve recuperare dopo tante fatiche, dimostrandosi per una volta umano. Rafael Nadal, 35 anni e 20 titoli Slam, rinuncia a Wimbledon e pure alle Olimpiadi. Appena una settimana fa avevamo assistito alla sua sconfitta contro Djokovic nella semifinale del ‘suo’ Roland Garros, vinto 13 volte in carriera. Quello di venerdì scorso era stato un duello di aliena bellezza, giocato a livelli semplicemente impensabili anche per celebrati campioni della racchetta. Aveva prevalso ‘Nole’ in quattro set, e il maiorchino non era parso fuori condizione, ma forse questo ko nel suo regno deve avergli incrinato certezze. «Ho ascoltato il mio corpo, ho parlato con il mio team. È la scelta giusta se voglio allungare la mia carriera e continuare a competere ai massimi livelli», ha scritto Rafa ieri sui social. Un fulmine a ciel sereno, l’autoesclusione dell’agonista per antonomasia dai tornei più importanti dell’estate. I due mesi sulla terra battuta, ha aggiunto il maiorchino, «sono stati molto impegnativi. In questi momenti, una parte importante è la prevenzione di ogni eccesso che potrebbe impedirmi di competere per vincere a medio e lungo termine. Mando un saluto speciale a tutti i miei tifosi in Gran Bretagna e in Giappone. Le Olimpiadi (lui ha vinto l’oro ai Giochi nel 2008 mentre a Wimbledon ha trionfato nel 2008 e nel 2010, ndr) hanno sempre rappresentato una priorità per me come atleta». Nadal ha vinto due titoli in stagione, entrambi sulla terra: a Barcellona, in finale contro Tsitsipas, e a Roma, contro Djokovic. Ora si ferma per ricaricarsi: la sua capacità di tornare al top dopo lunghi stop non è mai stata in dubbio, visto il suo rendimento dopo gli infortuni patiti in carriera. E il suo obiettivo sarà con ogni probabilità il ritorno agli Us Open, torneo vinto quattro volte e in programma dal 30 agosto.

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Per Berrettini c’è Murray (Bertellino). Berrettini, erba e sudore: «Gioco bene ovunque» (Viggiani). Berrettini si regala Murray. Fognini litiga ma vince (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 16 giugno 2021

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Per Berrettini c’è Murray (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Matteo Berrettini è passato dal rosso di Parigi al verde del Queen’s senza subire particolari contraccolpi tecnici, e dopo un inizio in salita contro l’ascolano Stefano Travaglia (1-4) nel loro quinto scontro diretto, ha ritarato lo schema dassico, servizio e diritto, rimettendo le cose a posto. Nel tie-break del primo set ha chiuso 7-5 con un gran diritto anomalo ed in quello del secondo set ha posto il sigillo al testa a testa con un millimetrico passante di rovescio lungolinea dopo un ora e 54 minuti. Negli ottavi è atteso dal giocatore di casa, ieri accolto da un’ovazione al suo ingresso in campo, Andy Murray. Lo scozzese, ex n. 1 del mondo e cinque volte a segno in carriera al Queen’s, ha disposto agevolmente di Benoit Paire muovendosi discretamente e mettendo a segno anche alcuni colpi in recupero che ne hanno fotografato la buona condizione. Un confronto affascinante per il romano: «Sull’erba cambia tutto – ha detto Berrettini – anche se credo ormai di potermi definire un giocatore adatto a più superfici. Se vai a rete qui devi ricordarti che la palla torna più velocemente». Esordio vincente anche per Fabio Fognini che ha trovato sulla sua strada il 37enne cinese di Taipei Yen-Hsun Lu. Troverà oggi il vincente di Cilic-Ofner. Ad Halle (ATP 500) è terminata subito la corsa del n. 1 del seeding e 2 del mondo, Daniil Medvedev, per mano del tedesco Struff. Roger Federer ha conosciuto il nome del prossimo rivale (oggi nel 3° match dalle 11). Sarà il 20enne Felix Auger Aliassime che in due frazioni ha stoppato il polacco Hurkacz. Nel Wta 250 di Birmingham (Gbr) oggi (3° match dalle 11) Camila Giorgi cercherà il passaggio nei quarti sfidando Donna Vekic, n° 3 del seeding.

Berrettini, erba e sudore: «Gioco bene ovunque» (Mario Viggiani, Corriere dello Sport)

 

I derby sono sempre partite complicate. Anche nel tennis, anche quando la classifica indicherebbe valori ben diversi per i due giocatori in campo. E così è stato ieri al Queen’s, dove Matteo Berrettini, n. 9 del mondo e testa di serie numero 1 dell’ATP 500 sull’erba londinese, ha battuto sì Stefano Travaglia, n. 88 del ranking, ma solo dopo due set durati 1h55′, risoltisi entrambi al tie-break dopo che il 25enne romano in ognuno dei due ha dovuto rimontare un break. «Nessuna novità – ha commentato Berrettini dopo il match – ogni volta con lui è una lotta. Ci conosciamo benissimo, da tanto tempo. È un avversario molto tenace e quindi sono particolarmente felice per questa vittoria nel primo match stagionale sull’erba». Matteo è uscito dal campo abbastanza soddisfatto: «Ormai credo di giocare bene ovunque, anche se sull’erba cambia tutto e forse sulla terra mi capita di fare più vincenti di quanti ne abbia fatti in questa partita. Qui sono sceso di più a rete, però la palla viaggia veloce e c’è il rischio di esporsi al passante». Berrettini negli ottavi è atteso domani da un avversario che ormai non capita tutti i giorni: Andy Murray. Il 34enne ex numero 1 del mondo, sull’erba vincitore di due Wimbledon e di un oro olimpico proprio sui campi di Church Road, ieri ha eliminato Benoit Paire in due set, vincendo una partita sull’erba dopo tre anni. In Germania, ad Halle, oggi nuovamente di scena Roger Federer, dieci volte vincitore del torneo tedesco. II suo avversario negli ottavi sarà Felix Auger Aliassime, che ieri nel primo turno ha eliminato Hubert Hurkacz in due set.

Berrettini si regala Murray. Fognini litiga ma vince (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Matteo Berrettini era ancora uno junior sconosciuto quando Andy Murray vinceva Wimbledon nel 2013. Ora Murray ha 34 anni ed è sprofondato al numero 124 (ma è stato anche 234), ma sentita l’aria del Queen’s, torneo londinese che in passato ha vinto ben cinque volte, è subito ripartito: ieri ha battuto in due set Paire e domani si troverà davanti proprio il nostro Berrettini, che a sua volta ha vinto il derby con Stefano Travaglia con due tie-break. Berrettini ha incontrato una sola volta Murray e ci ha perso, al primo turno di Pechino 2019. «Non lo sottovaluterò – ha detto Matteo che al Queen’s è la prima testa di serie – e l’erba è pure la superficie più difficile per affrontarlo». Anche Fabio Fognini ha superato il primo ostacolo, anche se in una maniera un po’ più tribolata. Dopo aver vinto comodamente il primo set (6-4) contro Yen-Hsun Lu, Fabio è stato trascinato al tiebreak nel secondo e qui, sotto 2-1, è stato penalizzato dalla decisione dell’arbitro, che ha corretto la chiamata del giudice di linea su una palla sulla riga di Lu, concedendo il punto al giocatore di Taiwan, visto il dritto lungo di Fognini, arrivato però dopo la correzione. Fabio non ci sta, protesta e interviene il supervisor. Sotto 3-1, ci si aspetta che Fognini “sbrocchi” e invece da li in poi il ligure non sbaglia più un colpo: sei punti di fila e partita archiviata in due set. Oggi avrà Marin Cilic, reduce dalla battaglia con Ofner vinta 7-6 al terzo.

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Djokovic re di Parigi. Ora è a due passi dalla storia (Crivelli, Azzolini, Mastroluca, Semeraro, Grilli)

La rassegna stampa di lunedì 14 giugno 2021

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Missione Grande Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Questa non è Rodi. Qui non basta saltare lontano e arrivare a un passo dal sogno, dall’impresa che ti cambia la vita e ti porta dritto nei libri di storia. Questo e il Roland Garros, questo è uno Slam, e il colosso non crolla nemmeno sotto gli scossoni più pesanti; anzi, ritrova la saldezza sul suo piedistallo dorato proprio quando gli strali del giovane Apollo greco sembravano avergli sottratto equilibrio e fermezza. Djokovic è il re di Parigi, a Tsitsipas non riesce la rivoluzione dopo averla accarezzata per due set, dopo aver bussato alla porta di una nuova era riuscendo perfino a schiuderla, prima di vedersela sbattuta in faccia da un fenomeno che, ormai è chiaro, scorge all’orizzonte il trono di più forte di sempre e l’obiettivo più alto. il Grande Slam. Lo dicono i numeri e i primati che corredano un trionfo sofferto, maturato in 4 ore e 11 minuti e dove alla fine l’eroe serbo risulterà più energico e presente a se stesso della giovane divinità ateniese. Nole coglie il secondo successo al Bois de Boulogne dopo quello del 2016, diventando il terzo giocatore di sempre, con Emerson e Laver, ad aver conquistato tutti gli Slam per almeno due volte e soprattutto sale a 19 Majors, a una sola lunghezza dai dioscuri Nadal e Federer e con il vantaggio dell’età e di una competitività più marcata su tutte le superfici, a cominciare dall’erba di Wimbledon tra due settimane, dove potrebbe completare l’aggancio. E riscrivere il romanzo del tennis. Come già contro il favoloso Musetti delle prime due ore della sfida negli ottavi, il Djoker si ritrova a remare affannato dopo aver avuto l’opprtunità di chiudere il primo set sul 6-5 e servizio, sprecata con un game orribile. Nel tie break, poi, risale dal 2-5 al 6-5, ma l’altro sul set point lo fulmina con una prodezza di dritto che chiama gli osanna dalle tribune, schierate massicciamente per il greco. All’improvviso Novak appare svuotato, come se la battaglia epica con Nadal lo avesse prosciugato di ogni stilla di energia. Ma gli Slam sono davvero un altro sport, è la forza mentale a muovere le gambe, soprattutto quando la via verso il traguardo si accorcia. Essere conservativo a Stefanos non basta più, adesso servirebbe un po’ di coraggio in spinta, perché Nole ha ritrovato la battuta, le letture di quella dell’avversario e con il palleggio più lungo sta obbligando Tsitsi a pensare troppo. E infatti l’Apollo di Atene si scioglie. Perciò, nonostante gli applausi per Tsitsipas ritmino la partita fino all’ultimo punto, Parigi si inchina di nuovo al Djoker, molto misurato nell’esultanza. Dieci anni fa, di questi tempi, mentre Nadal festeggiava il sesto trionfo al Roland Garros e il nono Slam complessivo e Federer si era già annesso 16 Majors, Djokovic era a quota due. Adesso, dopo aver completato la doppietta Australian Open-Parigi, non solo si è inserito in corsia di sorpasso, ma può addirittura sognare il Grande Slam che chiuderebbe definitivamente la corsa al ruolo di più grande di tutti i tempi. Coach Vajda non gira intorno all’argomento: «Il Grande Slam è un obiettivo, certo. Temevamo la stagione sulla terra, perché negli ultimi anni ci aveva dato poche soddisfazioni, ma adesso che e in salute, calmo e rilassato, non deve porsi limiti. Io e Goran Ivanisevic (l’altro coach. ndr) abbiamo deciso che se Novak realizza il Grande Slam, ci mettiamo in pensione». E potrebbe non essere uno scherzo.

DicianNole Slam! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Il messaggio di Novak Djokovic sale lassù. Indica l’alto dei cieli con la racchetta, e distribuisce al pubblico il sacro anelito da cui si sente ispirato. I complimenti gli tornano di rimbalzo da Thomas Pesquet, l’astronauta francese impegnato dallo scorso aprile a bordo della stazione spaziale nel quadro della missione Expedition 65. Lo inquadrano mentre mostra una pallina del torneo. Si vede che passava di li, mentre Nole espletava la liturgia della sua ennesima vittoria, la diciannovesima della serie nello Slam, l’ottantaquattresima di una carriera che da tempo lo ha iscritto al circolo dei più forti. La finale si chiude con un atto di devozione. C’è la moglie Jelena in sommessa preghiera ormai da metà del 2° set. E mamma Dijana che alliscia l’immaginetta della Santa Madre, che ha rivelato essere particolarmente utile nelle disfide con Federer. Di certo funziona anche con Stefanos Tsitsipas. È il secondo major della stagione, e vale metà Grand Slam. Nole si cinge di un alloro davvero unico nel tennis. È il secondo in Era Open che vince almeno due volte tutti i titoli dello Slam. L’altro si chiama Rod Laver, e di Grand Slam ne ha colti due, nel 1962 il primo, nel 1969 il secondo. Non c’è viatico migliore per un atleta fermamente intenzionato a scalare la vetta del suo sport, che il pubblico non gli ha mai voluto consegnare, preferendogli Federer e Nadal. «Vedremo alla fine, i numeri delle nostre carriere», aveva avvisato il serbo. Gli manca un titolo per raggiungere la ditta Fedal, ferma a 20 vittorie per ognuno dei soci. Gliene mancano due, consecutivi, per firmare il Grande Slam. […] Lo sgambetto al Re era nei piani di Tsitsipas, a dir poco furibondo con se stesso. I due non si sono amati granché, nel corso delle 4 ore e 11 minuti della finale. Aldilà delle dichiarazioni di convenienza che si fanno nel corso della premiazione, a Nole non è piaciuto che il greco abbia sempre lasciato che fosse l’arbitro a decidere sulle palle contese, senza mai concedere il punto su quelle che sapeva avessero toccato la riga bianca. E a Stefanos non è garbato il rimprovero di Nole. Ma non su questi aspetti di secondaria importanza si è deciso il match. Tsitsi l’ha condotto con grande impeto fino al 2-0, rimontando nel primo (break al dodicesimo gioco) e dominando quasi a mani basse il secondo, ma gli è costato caro quel filo di rilassamento che ha fatto seguito alla condizione di superiorità fin lì messa in mostra. La replica di Djokovic poteva attendersela, ma non è stato in grado di valutarne la portata, né le conseguenze. Durissimo e forse decisivo il quarto game del terzo set, con il greco d’improvviso appeso a un filo dopo aver condotto 40-15: 11′ e 23″; 18 punti di autentico corpo a corpo, con Nole che ha ribaltato la situazione e ha firmato il break alla terza palla utile. «Non so bene cosa sia successo. D’improvviso non mi sono più sentito a mio agio. Mi muovevo bene, ma i colpi non erano più gli stessi, quasi le gambe o le braccia, si fossero rattrappite. È la prima volta che mi capita, ho cercato di ritrovare la tranquillità dei primi 2 set, non ne sono stato capace. Sono davvero dispiaciuto. È come se avessi subito un blocco, che mi ha trascinato via dal gioco e strappato dalle mani una partita che sentivo mia».

Djokovic il signore degli Slam (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Sul regno di Novak Djokovic non tramonta ancora il sole. Il numero 1 del mondo, e prossimo numero 1 anche della Race che considera i soli risultati del 2021, allunga la lista dei primati da leggenda. Al Roland Garros, ha conquistato il diciannovesimo Slam, solo uno in meno di Roger Federer e Rafa Nadal. È il terzo nella storia del gioco, primo nell’era Open con almeno due titoli all’attivo in ciascuno dei quattro major. Al suo avversario in finale, il greco Stefanos Tsitsipas che in stagione ha ottenuto più vittorie di tutti, non è bastato iniziare con un vantaggio di due set. Djokovic è scivolato, è caduto rischiando anche di farsi male sfiorando il paletto della rete nella prima parte del match, ma si è rialzato. E l’immagine della partita, di una finale conclusa 6-7(6) 2-6 6-3 6-2 6-4 dopo oltre quattro ore di gioco. «Non è facile. Ho fatto del mio meglio. Penso di aver giocato una buona prima finale. Complimenti a Novak, ha dimostrato ancora una volta che campione sia. Spero un giorno di ottenere la meta di quello che ha ottenuto» ha detto Tsitsipas durante la cerimonia di premiazione. A consegnare il trofeo c’erano anche gli ex numero 1 del mondo Jim Courier e Bjorn Borg. «E’ un privilegio essere qui con campioni che hanno scritto pagine importanti di storia di questo sport – ha detto Djokovic – Stefanos sarà ancora più forte dopo questa partita: so cosa si prova a perdere una finale Slam, sono le occasioni in cui impari di più. In Grecia, il futuro del tennis è in buone mani». […] «Dopo i primi due set, ho iniziato a giocare molto corto e davvero non so perché», ha dichiarato il 22enne, certo non consolato dalla prospettiva di salire al numero 4 del ranking dalla prossima settimana. «Ho perso un po’ il mio gioco e vorrei davvero capire come sia successo. Stava andando tutto bene, sento di aver perso una buona opportunità per fare qualcosa di meglio». Oggi il greco può dirsi un top player, ma per diventare campione serve ancora tempo.

Djokovic, il Migliore ribalta Tsitsipas (Stefano Semeraro, La Stampa)

Il tennis è ancora cosa loro, anzi al momento meglio dire sua, di Novak Djokovic. Il concetto di resilienza fatto persona, una creatura a metà fra un computer e il mago Houdini. Come aveva fatto in ottavi contro Musetti, ieri ha rimontato due set anche a Stefanos Tsitsipas in finale, la prima Slam del greco e la prima in cinque set a Parigi dal 2004, l’ultimo anno “B.N” (before Nadal). Nessuno nell’era Open aveva mai conquistato uno Slam rimontando due volte due set, e questo è solo uno dei prodigi di Mister Djokovic, che vincendo 6-7 2-6 6-3 6-2 6-4 il suo secondo Roland Garros (l’altro nel 2016), è diventato il terzo tennista di sempre a prendersi almeno due volte tutti quattro gli Slam dopo Laver ed Emerson (anni ’60). Questo è il suo 19esimo Slam, contro i 20 di Nadal e Federer. Ormai ha preso la scia dei due favolosi compari e a Wimbledon può raggiungerli, agli Us Open addirittura superarli, chiudendo così il Grande Slam, l’impresona compiuta nella storia solo da Don Budge (1938) e Rod Laver (1962 e’69) e che Rafa e Roger hanno sempre fallito. «E’ un obiettivo possibile», dice coach Vajda. Nella semifinale da leggenda contro Nadal aveva messo la testa davanti al rivale di sempre, ieri ha fatto capire all’erede designato che non è ancora cosa. […] «Questa volta ho imparato che vincere due set non significa nulla», ha detto Stefanos, nuovo numero 4 del mondo. Novak, ricevuta la coppa da Borg e Courier, non si è nascosto: «Non sono giovane come Stefanos, che di Slam ne vincerà tanti in futuro. Ma credo di avere ancora parecchio da dare». Soprattutto da prendere.

Djokovic non abdica mai: è da Grande Slam (Paolo Grilli, La Nazione)

Quella di leggenda del tennis ce l’ha in tasca da tempo. Ora Novak Djokovic si merita pure la patente di indistruttibilità. Un’altra volta la nuova generazione della racchetta viene respinta in un angolo, con un saccone colmo di rimpianti sulle spalle: è il serbo a vincere il Roland Garros, il suo 19esimo Slam, dando una prova mostruosa di forza e resilienza. Sì, questo termine oggi così abusato si attaglia perfettamente a ‘Nole’, capace anche nella finale contro Tsitsipas di rimontare da una situazione ormai compromessa distillando tutta la sua classe. Era successo contro Musetti, quando si era trovato sotto due set a zero, e anche nella semifinale contro Nadal ‘Djoker’ era sotto di un set: uno svantaggio letale per tutti, contro il re di Parigi pronto ad afferrare il suo 14esimo successo nella Ville Lumiere, ma non per lui. E ne è uscito un match memorabile. E’ finita ieri 6-7, 2-6, 6-3, 6-2, 6-4 la maratona di più di quattro ore che ha premiato il serbo, assai meno tifato dagli spalti del rivale greco. Molti speravano in una rivoluzione francese ad opera dell’aitante ellenico, uno dei talenti più accreditati a ereditare il trono del tennis, ma ci sarà ancora da aspettare. Perché Djokovic, così come Nadal, può contare ancora su un impasto impagabile di freschezza atletica e capacità chirurgica di dominare le fasi della partita più importanti. Tsitsipas ha letteralmente incantato nei primi due set, con un servizio di rara efficacia e una consistenza rara in ogni colpo. Poi però si è fatta strada l’esperienza di Novak, e a un certo punto è parso chiaro a tutti che solo Djokovic avrebbe potuto mettere in bacheca il trofeo, il suo secondo a Parigi. Ha già vinto in Australia nel 2021: il sogno Grande Slam è concreto. Rafa e Roger sono solo a un passo, a quota 20 Major.

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