Povera, piccola Errani la furia della Petkovic spegne testa e talento (Clerici, Martucci, Semeraro, Valesio, Piccardi, Grassia); Halep, meno seno e più risultati (V.M.); Sharapova, pericolo allo specchio (S.S.); Ferrer dura un set, Nadal torna padrone e ora trova Murray (V.M., S.S.)

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Povera, piccola Errani la furia della Petkovic spegne testa e talento (Clerici, Martucci, Semeraro, Valesio, Piccardi, Grassia); Halep, meno seno e più risultati (V.M.); Sharapova, pericolo allo specchio (S.S.); Ferrer dura un set, Nadal torna padrone e ora trova Murray (V.M., S.S.)

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A cura di Davide Uccella

Povera, piccola Errani – la furia della Petkovic spegne testa e talento (Gianni Clerici, La Repubblica, 05-06-2014)

Pioveva, e questa è stata probabilmente la ragione perla quale alcuni giovani di una televisione locale, riconoscendomi grazie alla mia barba bianca, mi hanno avvicinato, e richiesto una opinione sulla Errani, che, chiusa nello spogliatoio, non poteva certo rispondere alle loro domande. «È un insolito fenomeno» avrei detto, «è una ragazza che riesce a portare con se tutte le circonvoluzioni cerebrali e ad attivarle, sino a sembrare una campionessa. Cervello e manina sono le sue maggiori qualità, che si manifestano soprattutto nel tocco di palla, nella smorzata che, paradossalmente, è il suo colpo migliore, insieme al cross di rovescio bimane». «Allora, vincerà oggi?» chiedeva il giovane conduttore, per sentirsi rispondere «Non so, certo glielo auguro, ma non conosco la sua avversaria. So solo che discende dall’etnia più prolifica nel tennis, quella jugoslava, avrete visto ieri Raonic». Il conduttore, a questo punto, si è bloccato, alzando la mano, per farmi sapere che non voleva essere rimproverato dai suoi capi, causa la mia citazione di un paese scomparso, e vittima di un passato ambiguo. Ho nascosto un sorriso, e, invece di mandarlo a scopare il mare, come diciamo in Lombardia, gli ho comunicato che lo capivo, nel buon francese insegnatomi dalla mia nonna svizzera.

 

Confortato dalla mia acquiescenza «E a chi paragonerebbe la campionessa italiana?» ha domandato. Mi è parso che definire Sara campionessa non si attagliasse allasuaautenticanatura, e mi è venuto da rispondere« A Minnie». Nelconstatare la sua sorpresa «Quella di Walt Disney», ho aggiunto. È così terminata la mia occasionale intervista, e, nel congedarmi, mi è venuto in mente che avevo usurpato un nome, giusto Minnie. Un soprannome che avevo assegnato a una mia cara amica, ai tempi in cui tentavo invano gli Slam sul campo, mentre lei, Silvanina Lazzarino, si era issata alla semifinale del Roland Garros, nel lontano 1954. Per perderla, certo, contro Maureen Connolly, col duro punteggio Di 6/0, 6/2.

Distratto dai miei lontani ricordi, non avevo certo pensato al futuro, al risultato e al punteggio del match di oggi, tra la nostra Saretta e una tennista certo meno importante della Connolly, che figura nella mia classifica tra le prime cinque di tutti i tempi. Non la conoscevo, la Petkovic, e un bravo giornalista quale Momir Jelovac mi ha informato che, insieme al passaporto tedesco procuratole da quel bravo allenatore di suo padre Zoran, Andrea Petkovic discendeva giusto da un posticino tra i fiumi Sava e Drina, la città di Tuzla, che appartiene alla Bosnia. Non tutto capita per caso, e nel nome Andrea confluiscono infatti battezzati dei due sessi, anche se i cattolici lo assegnano ad un apostolo.

Nel vederla assestare spaventosi diritti ebimani, brandire il pugno ad ogni punto vincente, spingere avanti l’acuta mascella, la Petkovic mi appariva oggi simile a un androgino. Di fronte a simile irresistibile forza, Saretta pareva sinceramente retrocessa al ruolo di Minnie, a qualcuno che appare bisognoso di conforto, se non proprio di aiuto. Al di là di errori gratuiti che spingevano qualche spiri-tosone al commento Errani humanum est, il disagiosembrava iniziare dal lancio di palla, che Sara esegue come tutti con tre dita, laddove io suggerirei la mia invenzionecon lecinqueditaaccostate, che ho battezzato “lancio alla mendico” .Mi rileggo, misuro quel po’ di carta che mi tocca, e vedo di aver speso tutto. Meglio così, mi dico. Arrivederci Minnie. Certo a tempi migliori.

Errani, svuotata, esce di scena. Con la Petkovic non c’è partita (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 05-06-2014)

Comincia male, con la pioggia che rallenta molto il campo e rende ancor più pesante la palla, rinviando la partenza di tre ore. E finisce peggio: 6-2 6-2 in 63 minuti. I numeri sotto tutti dalla parte della walkiria Andrea Petkovic che, a 27 anni, riemerge dagli infortuni (schiena, caviglia, ginocchio) per conquistare, di forza, con 26 vincenti — gran botte da fondo di dritto e di rovescio — la prima semifinale Slam della carriera, schiacciando Sara Errani. E sin dal primo colpo dello scambio, il servizio, che strappa alla romagnola addirittura 7 volte su 8, lasciandole solo quello d’avvio. Quando Saretta sale 2-0 ma poi, dal 30-30 successivo, accusa un parziale di 22 punti a 4, e il 6-2 in 28 minuti.

Energie Vista da fuori, non c’è partita. Vista da dentro, dall’anima della piccola-grande azzurra: «Non avevo energie fisiche e mentali. Altre volte, anche contro la Jankovic, il mio sistema nervoso m’aveva fatto scattare qualcosa, e ho reagito. Stavolta no, prima non ero nemmeno tanto tesa, come dev’essere per una partita così importante: è stata proprio una questione di nervi. Ho avuto un black out di energia fisica e mentale. Non riuscivo a ingranare, cercavo di caricarmi, ma i quadricipiti non reagivano».

Uno-due Sara era già stanca lunedì, quando ha superato Jelena Jankovic soffrendo fino alle lacrime. Andrea ha studiato a tavolino con coach Van Harpen di «aggredire e aggredire ancora il servizio, come non avevo fatto a Madrid»: picchiare subito per poi picchiare ancora, riducendo al minimo gli scambi, rischiando tanto (da cui i 19 errori gratuiti). Malgrado l’appena 17% con la seconda di servizio, malgrado il toppone di dritto non atterri profondo, malgrado la tedesca sia sempre con i piedi ben piantati in campo a mitragliare, in avvio di secondo set, Sara riesce a strappare due volte la battuta alla bosniaca sbarcata a 6 mesi in Germania, che sbandiera orgogliosa il 91% di punti con la prima. Ma restituisce sempre il break e s’eclissa, dopo il canto del cigno sul 2-4, quando arriva al 15-40 sul servizio Petkovic. Prima del nuovo sprint di Andrea che, dal 27 del mondo, lunedì salirà almeno al 20 e s’illumina nel suo sorriso più luminoso ricordando che un anno fa esatto era scaduta al 138 e, qui al Roland Garros, doveva passare per le qualificazioni.

Doppio «Sono stanca, ho bisogno di riposo, devo ricaricare le batterie», insiste delusa Saretta, che da numero 11, lunedì scenderà al 14 del mondo, perché non ha difeso i punti della semifinale a Parigi 2013. «Anche se prima del torneo avrei firmato per i quarti, sono stanca anche per la tensione accumulata da Roma, giocando tutti i giorni singolare e doppio: nel calcio c’è il cambio, nel tennis ci sei solo tu». Il tasto doppio torna prepotente: è il caso che una ragazza di 1.64, che deve lavorare tanto su ogni punto, disputi anche la gara a coppie, dove pure, a Parigi, è arrivata in semifinale con l’amica Roberta Vinci? «Per il momento non rivedo le cose», taglia corto Sara. «Quando è molto stanca fa fatica a correre, a spingere, per arrivare nei quarti ha fatto tanto sforzo, 14 La classifica dl Sara Lunedì la Errani scenderà dal numero 11 al numero 14, non avendo difeso la semifinale tanti chilometri, anche in doppio. E ancor di più ne ha fatti con queste condizioni di campo pesante con un’avversaria che ha anche giocato bene. Ma, per come è Sara, sarebbe giusto puntare solo su una cosa? E se poi non riesce a prenderla mai?», chiosa coach Pablo Lozano dando un’altra chiave di lettura all’enigma doppio. Anche se il più grande rimane quel servizietto di Sara che quasi quasi fa gemere di sgomento anche il pubblico di Parigi.

Errani, black out e dubbi (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05­-06-2014)

Pioggia battente, che ha ritardato fino alle cinque del pomeriggio l’inizio dei match. Vento furioso, freddo novembrino. E poi grandine: questa però generosamente offerta sotto forma di rovesci lungolinea capaci di ammaccare una carrozzeria da Andrea Petkovic, la tedesca nata a Tuzla, in Bosnia, che ama i filosofi, Goethe e il Che Guevara, ma in campo dall’alto dei suoi 180 centimetri picchia come una boxeur.

L’autunno in primavera di Sara Errani al Roland Garros è trascorso così, lavato via insieme al sogno della seconda finale consecutiva da una giornata di vena della Petkovic. E’ finita 6-2 6-2 in un’ora e tre minuti, una sconfitta breve ma non indolore, anche perché costerà tre posti in classifica a Sari-ta, che lunedì scenderà da n.11 a n.14 della Wta, consegnando a Flavia Pennetta il primato italiano. A fare più male però è stata la natura della sconfitta.

E’ sembrato di rivedere la Errani pre-2012, quella che al Bois de Boulogne, prima di arrivare come un lampo a ciel sereno in finale, aveva raccolto una vittoria in cinque presenze. La Petkovic è partita sbagliando molto (2-0 per l’azzurra), poi ha letteralmente dominato il match, con l’eccezione dell’inizio del secondo set quando, con l’apparire di un timido sole, si è fatta brekkare due volte, peraltro strappando a sua volta il servizio alla Errani. Bordate piatte, di dritto in cross e soprattutto di rovescio, che lasciavano lontanissima Sara dalla palla, incapace tranne rare occasioni di variare il ritmo, di confondere l’avversaria con il dritto in top. E poi risposte folgoranti sui servizi esalati da Sara, mai così esposti alle intemperie.

PROSCIUGATA. «E’ stato un black-out di energia, sia fisica sia mentale», ha spiegato l’azzurra, sbiadita persino nello sguardo. «I segnali c’erano da garni, già nel match con la Jankovic ero “morta; ma di nervi sono riuscita a pescarmi qualcosa dentro. Oggi invece prima del match non ero neppure tesa. In campo iquadricipiti (colpiti dai crampi contro la Jankovic; ridi) non spingevano, non riuscivo a ingranare». A prosciugare Sarita sono state le fatiche romane, le giornate full-time con singolo e doppio da sbrigare: «E’stato come giocare sempre tre set su cinque poi mi sono infortunata e a Parigi ho giocato tutti i giorni. 11 problema è che nel calcio ci sono i cambi, qui ci sono solo io».

Come aveva detto coach Lozano, il problema di Sara è soprattutto lo stress. Vivere tutto l’anno al di sopra dei propri mezzi tennistici, spremendo grinta infinita e intelligenza tattica da 164 centimetri e 60 chili, alla fine stanca. Anche mentalmente. «I quarti sono un grandissimo risultato, ne vado fiera. E non è stato il tabellone aperto”a innervosirmi». Magari le polemiche con la stampa? «Forse sì, forse no». Ora per ricaricare le batterie Sara si concederà qualche giorno di vacanza prima di riprendere gli allenamenti in vista dell’erba. E magari un pensierino lo farà anche a limitare gli impegni in doppio, a cui ha sempre voluto tenere fede per rispetto a Roberta Vinci. «Per ora continuerò a giocarlo – ha buttato lì sibilina – poi magari cambierò idea…».

GIORNALISTA. La semifinale meno prevista del Roland Garros se la giocherà dunque, contro la romana Halep, la bella Andrea, figlia di un serbo e di una bosniaca, emigrata a sei anni in Germania, e che nei lunghi mesi in cui per una serie di infortuni è rimasta lontana mesi dai campi (precipitando dal n.9 di fine 2011 a oltre il 140) ha lavorato anche come giornalista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, e come attivista per il partito socialdemocratico. «Prima di oggi non avevo mai baciato la racchetta – ha detto alla fine – e confesso che ho pregato Dio che uscissequell’ultima palla di Sara». La notizia che avrebbe voluto scrivere da redattrice: il suo posto di lavoro è tornato il campo.

E su Sara scese la sera (Piero Valesio, Tuttosport, 05-06-2014)

Una tedesca a in semifinale a Parigi non si vedeva dal 1999: e quella tedesca era Steffi Graf. Chissà come si troverebbero oggi Steffi e il suo rovescio slice che ha fatto impazzire le avversarie e chi lo ammirava contro le botte teutonico-americane della sua connazionale Andrea Petkovic. Americane perché contro le Errani Andrea ha martellato la palla in avanzarnanto come solo Serena e Maria nei suoi giorni migliori sanno fare. E su Sara è calata repentinamente la sera Sera di un giorno mai sorto, verrebbe da dire visto che su Parigi è piovuto per quasi tutto il giorno. Le importava viceversa moltissimo che la pioggia non rendesse le palle e il campo pesanti come l’anima di un innamorato tradito: perché a quelle palle e su quel campo Santa si depotenzia. Fa più fatica a imprimere quelle rotazioni fondamentali per una come lei che non è Gargantua La rotazione è tutto perché ricaccia indietro l’avversaria, come faceva, anche se con un taglio differente il rovescio di Steffi. Già Sara era stanca di suo, nel fisico e si può azzardare pure nella testolina; dovendo faticare così tanto per non raccogliere nulla si è offerta sull’altare della meritoria Petkovic.

Leggera La sensazione tuttavia è che Sara debba recuperare un po’ di leggerezza Tacciano coloro i quali vorebbero concedersi una facile battuta sulla leggerezza dei suoi colpi e soprattutto del suo servizio. La leggerezza in questione è quella dell’animo. I ragazzi che giocano a tennis sono una specie umana strana e delicata Consegnano gli anni migliori della loro vita ad uno sport meraviglioso che amano: che però, spesso a loro insaputa, li sottopone giorno dopo giorno ad un stress interiore notevole. Che poi, ad un certo punto, presenta loro il conto. Frullati da allenamenti, trasferte, partite, vittorie, sconfitte, elaborazioni di lutti sportivi e mancanza del tempo necessario per abituarsi a rirmi vitali normali, i tennisti e le tenniste rischiano continuamente di andare fuori giri. Non che la Errani sia fuori giri in senso complessivo: in fondo siamo qui a commentare un suo quarto di finale in uno Slam: che è venuto dopo un’ospitata da Fazio in tv, una finale di Roma e all’uscita in pompa magna di una sua biografia dal titolo altisonante «Excalibur»). Ma proprio per questa raffica di eventi e dopo due anni trascorsi nella top ten a dispetto di quanto quasi tutti prevedevano, forse Sara dovrebbe oggi tirare un bel respiro e andare a bersi una birra.

Sole Il crac della sua gamba durante la finale romana con la Williams, difficilmente non riconducibile ad uno stress mentale. La mini crisi di panico ( o respirazione) di cui è stata vittima in campo, sempre a Roma. La crisetta di malcelato pianto durante la partita parigina contro la Jankovic, in un momento ín cui aveva sprecato un vantaggio. ll documento scritto, strano e criptico, che ha consegnato ai giornalisti l’altro ieri: un comunicato rivolto a tutti e nessuno che ci si poteva aspettare da Miley Cyrus, Lindsay Lohan o Paris Hilton piuttosto che da una una come lei, additata da tutti come un fulgido esempio di sportiva solare. Che siano sintomi di quel conto di cui sopra? Può darsi o forse no. Semplicemente Sara ha perso una brutta partita, ora scivolerà via rapida sull’erba come fa di solito e poi riprenderà il suo cammino. Sotto il sole, si spera. In senso cornplessivo, stavolta.

Sara con le batterie al minimo «Stanca nel fisico e nella mente» (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera, 05-06-2014)

L’asciugamano sulla testa, il cuore vuoto di palpiti, i singhiozzi da bambina. Sul petto di coach Pablo Lozano, uscita dall’apnea e dal torneo, Sara sparge le lacrime trattenute in gola fin qui, è arrivata nei quarti di Parigi ingolfata di fatica, generosa di sé anche con l’amica Vinci («Sto giocando due match al giorno dagli Intemazionali di Roma, dove mi ero pure infortunata, ma al doppio con Robi tengo troppo: non ci rinuncio») e l’inverno del suo scontento è calato improvviso insieme ai vincenti (26, tutti sulle righe) della tedesca Andrea Petkovic, amante di Goethe e seguace di Freud, capace di regalarsi la prima semifinale Slam a 26 anni, non è mai troppo tardi, dopo una vita da mediano zeppa d’infortuni. Contro una valkiria fenomenale se lasciata colpire piatto, e d’incontro, Puffetta avrebbe dovuto armffare il gioco, spezzare il ritmo, servire dal basso del suo servizio a tegamino quelle squisite polpette avvelenate che al Roland Garros ammannisce alle avversarie ormai da tre anni (una finale, una semifinale, un quarto), intossicandole di fatica e tatticismi. E invece, Saretta? «Invece ero senza energie, non avevo potenza, ero priva di forze fisiche e mentali spiega, curva sotto il 6-2 6-2, con le occhiaie e gli occhi lucidi , mi appoggiavo per spingere e i quadricipiti non reagivano, ho provato ad affidarmi ai nervi ma non rispondevano nemmeno loro…».

Difficile tirare giù dalla nuvola, senza frecce, la veterana che oggi sfiderà la rivelazione Simona Halep per un posto in finale contro la vincente del concorso di bellezza sul centrale: Sharapova-Bouchard, terza esordiente al ballo. Dispiace, a Sara, non essersela giocata fino in fondo nei 15 gradi umidi, ventosi e inospitali di ieri, il primo set è finito sotto la pioggia e sotto un parziale di 6 giochi a zero per la Petkovic (da 0-2 a 6-2), che ha subito trovato l’antidoto al servizio della Errani (39% di punti vinti sulla prima palla: una miseria), cominciando aggressiva e finendo per restituirle sassate (32 risposte vincenti) nel gelo del centrale. Prima inerme, poi smascherata e infine nuda, Saretta si è inabissata, travolta dalle folate della tedesca, incapace di contrastarla anche nel secondo set, quando il match si è fatto addirittura crudele. problema non era lei. Ero io. Anche con la Jankovic negli ottavi ero stanca morta ma poi lì mi era scattato qualcosa e avevo vinto di puri nervi. Sono arrivata al limite, ho bisogno di fermarmi e riposare. Le batterie sono al minimo». Resta la semifinale del doppio con la vinci, domani contro Hradecka/Krajicek, a cui aggrapparsi mentre a Parigi la piccola Italia si ritira nelle ietiovie, l’enfant du pays Gael Monfils si allunga l’esistenza con Andy Murray per poi cedere di schianto nel quinto set e Rafa Nadal riacciuffa il derby con il clone David Ferrer secondo uno schema ormai consolidato.

Grazie a Sara per dieci giorni il bandierone ha sventolato fiero sul Roland Garros, ormai abituato — dalla Schiavone alla Errani — a les italiennes capaci di stupire, c’erano da difendere i punti della semifinale dell’anno scorso e la missione è stata (quasi) compiuta: da n.11 lunedì l’azzurra scenderà al n.14 in classifica, limitando i danni. «Ho giocato un gran torneo, in fondo sono contenta Peccato per il finale. Nel calcio l’allenatore può mandare in campo la riserva, nel tennis ci sono solo io». E mezza Sara, ahinoi, proprio non basta.

Errani, fine della corsa. Sbatte contro la Petkovic asfaltata senza lottare (Filippo Grassia, Il Giornale, 05-06-2014)

«Kaputt è un libro crudele sulla guerra», raccontava Curzio Malaparte della sua opera. Lo è anche il kaputt subito ieri da Sara Errani sulla terra rossa di Parigi, dove ormai è di casa, dalla tedesca Andrea Petkovic. Ci eravamo illusi che la nostra italianuzzariuscisse nella straordinaria impresa di centrare per il terzo anno consecutivo la semifinale del Ronald Garros, specie dopo essersi portata in vantaggio per 2-0 nel primo set. Ma il prologo, perfino entusiasmante nella sua dinamica, s’è trasformato in un canto del cigno dell’italianuzza di ferro che nel prosieguo del match, iniziato con 3 ore di ritardo a causa della pioggia battente, è stata asfaltata dall’avversaria. Doveva farla muovere, secondo i consigli di Lozano, il suo coach: non c’è riuscita quasi mai. Questa volta non è riuscita a zittire i tifosi rivali. Il risultato di 6-26-2, maturato in 64′, ha proiettato la bella Andrea, 27enne, coetanea di Sara, per la prima volta nella semifinale di uno slam. In passato non era mai andata al di là del terzo turno, complici infortuni di vario tipo a ginocchia e caviglie. Ieri ha fatto bingo disputando, per sua ammissione, una delle più belle partite della carriera, forse la migliore. Ma l’azzurra ha fatto di tutto per agevolarla servendo a 115 km/h di media e mancando di reattività negli scambi a fondo campo: probabile che abbia risentito del recente infortunio al quadricipite e abbia pagato la fatica del doppio dove ha ancora la possibilità di arrivare in finale. Lei stessa a fine partita ha ammesso: «Non avevo forza nelle gambe, mi sentivo vuota. Ho accusato un black out di energia fisica e mentale». Qualcosina poteva cambiare se avesse sfruttato due palle per portarsi sul 3-1 nel secondo set e cercato con maggiore insistenza il dritto dell’avversaria. Qualcosina, niente di più. Perché la tedesca di origine serba, 180 cm senza tacchi, ha risposto con le gambe ben piantate in campo, s’è trovata a meraviglia sui rimbalzi alti e ha disegnato il campo con il rovescio, implacabile sui lungolinea. Il servizio ha fatto il resto: sulla prima di battuta la Petkovic ha costruito lagoleada conquistando i191% di punti contro il modesto 39% della rivale. In semifinale troverà la rumena Halep, prossima numero 3, che ha liquidato con lo stesso punteggio la malconcia Kuznetsova.

La disfatta di ieri non toglie nulla all’avventura dellaromagnola, finalista a Roma, fra le prime otto a Parigi, ma ripropone due considerazioni: da un lato l’importanza di migliorare la battuta, troppo lenta e prevedibile, dall’ altra la necessità di limitare il dispendio di energia nel doppio. Allora sì che avrebbe più frecce al suo arco, fatto di tecnica, ma anche di tanto, troppo, sacrifico sul piano fisico. Da lunedì non sarà più la prima italiana in classifica: arretrerà al quattordicesimo posto contro l’undicesimo di Flavia Pennetta. Un motivo in più per riprendere la scalata alle top-ten: quanto a tigna è la numero uno.

Halep, meno seno e più risultati: «Perfetta» (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 05-06-2014)

In attesa della battaglia delle bionde di oggi, chi è più felice fra le castane Andrea Petkovic e Simona Halep che raggiungono le loro prime semifinali Slam a spese di Errani e Svetlana Kuznetsova?

Bacio Con i tre quarti di finale nei Majors 2012, a Melbourne, Parigi e New York, Andrea era salita al numero 9 del mondo ed esprimeva la sua felicità con la famosa «Petko-dance» che inscenava in campo, coinvolgendo gli spettatori e anche le avversarie: «Ho cominciato perché era una cosa spontanea, e divertente, non lo è più e ho smesso. Ero anche giovane, sono sempre la stessa, ma mi sono evoluta, non c’è bisogno di scomodare Freud». Ora riparte, più matura: «Qualcuno dirà che ho avuto un gran bel tabellone, ed ho avuto un buon tabellone, ma la numero 2 del mondo ha perso contro quella che io poi ho battuto, ho avuto match duri e non arrivo in semifinale da chissà dove. Ho vinto Charleston e ho vinto altri due tornei. Non sono una super-sorpresa, anche se è un momento speciale perché co-sl lontana non ci ero mai arrivata». Ora bacia la racchetta: «Non avendo un fidanzato! Non so perché l’ho fatto: ero così travolta dalle emozioni».

Seno Anche Simona Halep , rivelazione dell’anno e numero 4 del mondo, gioca «il match perfetto: funzionava tutto, ho giocato molto aggressiva e molto veloce». Anche lei viene interrogata su qualcosa che le manca, il seno che s’è fatta ridurre cinque anni fa per nuoversi meglio in campo: «Parlo solo del match, è una questione privata, sorry». Felicità è superare se stessi: «Dopo i quarti degli Australian Open di gennaio, contro Cibulkova, non ero molto contenta. Allora non sapevo come gestire le emozioni prima dei quarti Slam. E in campo ero così nervosa che non potevo fare il mio gioco, non potevo correre dietro la palla e non potevo colpirla. Stavolta invece ero molto rilassata, anche se ho dovuto attendere di più, per la pioggia. Io e il mio team abbiamo parlato d’altro». Le altre sono alte, Ha-lep è 1.68: «Cerco di giocare veloce, di aprirmi il campo e gli angoli, di anticipare. E sono molto fiduciosa sul mio servizio».

Sharapova, pericolo allo specchio (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05­-06-2014)

Eva contro Eva, come in un vecchio film di George Cukor. Bionda contra bionda, bellezza siberiana contro pin-up canadese. La semifinale più glamour del Roland Garros, quella fra Maria Sharapova, russa, 27 anni, oggi n. 7 del mondo, e Eugenie Bouchard, classe 1994, n.16 ma virtualmente n.12 Wta, assomiglia tanto a un copione perfetto, con due parti speculari. Perché Genie e Masha, le due campionesse che vengono dal freddo, hanno una storia in comune che risale al 2002.

MIAMI. Siamo a Miami, la Sharapova, che non è ancora la Sharapova, partecipa a un torneo ad inviti per giovane speranze (che vincerà), la minuscola Eugenie, anni 8, transita sui campi di Crandon Park e papà Mike, clic!, immortala l’incontro fatale. La Sharapova aveva appena debuttato da pro’ a Indian Wells, la Bouchard di diventare tennista lo avrebbe deciso solo due anni più tardi, guardando proprio la sua compagna di scatti (i sel-fie non c’erano ancora) togliere a Serena Williams la finale di Wimbledon 2004. «Ricordo benissimo quel match- ha spiegato qui a Parigi la canadese – Maria era tosi cool” che decisi che volevo essere come lei». Così convinse mamma Julie a trasferirsi in Florida, all’Academy di Nick Saviano, per costruirsi un futuro da superstat Proprio come aveva fatto anni prima Masha, nata a Nyagan, trasferitasi a Sochi per sfuggire agli effetti di Chernobyl; poi imbarcatasi a dieci anni con papà Yuri e una manciata di dollari in tasca per Bradenton, in Florida.

Eugenie, che con la sua sfolgorante carriera junior (n.1 del mondo Under 18 e vittoria a Wimbledon nel 2012) e i suoi fondamentali a percussione si è rapidamente guadagnata il soprannome di “baby Sharapova’ viene da un’infanzia diversa. Spesa a Westmount, il quartiere superchic di Montreal, dove il reddito medio per famiglia è di 400.000 dollari e papà Mike lavora come analista finanziario. In comune con Masha, Genie, grandissima tifosa dei Canadiens nell’hockey su ghiaccio e di Dwayne Wade e dei Miami Heat nel basket, ha però la ferocia assoluta. Guai a parlarle di amicizia fra colleghe. In Florida a dodici anni aveva incontrato Laura Robson, baby prodigio inglese, le due erano diventate inseparabili e il trauma di doverla incontrare in campo ha indurito la tempra della canadese, ora spessa come il pack d’inverno.

NEMICHE. «Nel tennis non c’è spazio per l’amicizia, siamo qui per darci battaglia. Ammiro molto la Sharapova, ma in seminale non voglio rispettarla: voglio batterla». Masha con distacco regale ammette che la Bouchard “ha fatto molti progressi”, ma nei loro due incontri, proprio qui a Parigi e (ancora) a Miami l’anno scorso, le ha lasciato appena 8 game. E quando nel 2013 la Nike le convocò insieme per un servizio fotografico, Maria commentò. «Genie ha chiesto di indossare la mia linea: un grosso onore che ovviamente le ho concesso. In campo invece io cerco di non dare una chance a nessuno». Nel frattempo Genie ha raggiunto due semifinali Slam, una in Australia – quando in campo confessò la sua passione per Justin Bieber – l’altra qui, ammettendo che ora il suo modello è Federer. L’unica altra canadese capace di arrivare così lontano in uno Slam era stata Carling Basset-Seguso agli Us Open 2004. Ora Genie vuole di più, anzi, vuole tutto. Anche a costo di strapparlo dalle mani della sua ex-eroina.

Ferrer dura un set. Nadal torna padrone e ora trova Murray (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 05-06-2014)

Ci ha provato, gli ha tolto anche il primo set, il primo in quattro confronti con il re al Roland Garros. Ma anche l’ultimo. Perché poi proprio non è riuscito a insistere e, appena ha rifiatato, appena ha alzato il piede dall’acceleratore, appena ha allentato la sua spinta costante, aumentando gli errori, David Ferrer è stato azzannato alla gola da quel diavolo di Ra-fa Nadal. E s’è trovato sempre nella stessa situazione: break d’acchito in ogni set, e quindi tre set a zero per il mancino di Maiorca nel derby-rivincita dopo i quarti i Montecarlo vinti da «Ferru» nella classica apertura stagionale sulla terra europea (la sua prima affermazione sul rosso sul numero 1 di Spagna dopo 10 anni), e la finale di Parigi di 12 mesi fa. Di più, una volta portato a casa il pareggio (4-6 6-4), nella fredda serata parigina sul campo Suzanne Lenglen dov’è stato sloggiato dal beniamino di casa, Gael Monfils, il re di 8 Roland Garros negli ultimi 9 anni è diventato imprendibile: nel terzo set, chiuso 6-0, non ha commesso alcun errore gratuito, ed è volato 3-0, col povero David sempre più frustrato. Poi gli ha concesso un break. Soltanto quello, prima di chiudere 6-1 in 2 ore e siglare cosí il successo numero 22 in 28 confronti col rivale.

Fiducia La svolta nel secondo set: fallite tre palle break d’oro sul 2-3 del secondo set, Ferrer non ha più trovato la chiave per scardinare il muro tennistico creato da zio Toni. «Nel primo set ho fatto troppi errori col rovescio, nel secondo, lui è stato sfortunato perché non ha preso quell’occasione e poi ha fatto più errori del solito», ha commentato, benevolo, Rafa i propri 28 errori nei primi due set (che sono poi diventati appena 31) contro gli addirittura 50 di Ferrer. Che, peraltro, ha avuto appena il 53% di punti con la prima di battuta.

Sprint Clamoroso l’epilogo dell’altro derby, fra i due 27enni Andy Murray e Gael Monfils, ex rivali da juniores: «Ci conosciamo dai 10 anni, ricordo ancora il nostro primo match a Rouen, qui in Francia, siamo molto vicini, ed è sempre difficile giocare match contro un amico», ha raccontato lo scozzese. Che s’è aggiudicato i primi due parziali («Condizioni difficili, vento e campo lento, ma sono partito molto bene»), poi ha accusato il ritorno del moro di Francia: «Quand’è calato il vento lui ha giocato benissimo, facendo colpi incredibili». A quel punto, col punteggio allo specchio,6-4 6-1 4-6 1-6, con il giudice arbitro, Fran-son, che ha segnalato ai giocatori che alle 21.30 il match sarebbe stato sospeso, Murray ha cambiato marcia contro il giocatore di casa stanco e ha chiuso 6-0 dopo 3 ore 15 minuti. Alle 21.40. «Sono stato fortunato perché lui ha cominciato male il quinto set». Il premio è la seconda semifinale a Parigi, dopo il 2011, sempre contro Rafa, ma finora nessuno dei sui 28 titoli è arrivato sulla terra rossa.

Re Nadal ha scacciato l’incubo (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05-06-2014)

aura nel pomeriggio – ma solo per un set – per l’otto volte campione di Parigi, il maiorchino Rafael Nadal, che nel primo set dei quarto di finale tutto spagnolo – replica della finalissima della scorsa edizione – si è rivisto davanti l’amico-rivale David Ferrer, numero 5 del ranking Atp, lo scudiero di un tempo ma lo spettro di Montecarlo. Nei quarti di finale del Masters 1000 del Principato, David era riuscito infatti a battere il numero 1 del mondo; e ieri, in un match cominciato tardi a causa della pioggia, sembrava che potesse ripetere l’impresa contro un Nadal falloso (31 errori gratuiti totali, 28 nel primo set) soprattutto con il rovescio. Vinto 6-4 il primo set, Ferrer ha avuto anche la chance di andare in fuga nel secondo, quando sul 3-2 si è trovato a disposizione due palle-break ma le ha sprecate. E’ iniziata così la rimonta di Nadal, che a Parigi insegue il quinto titolo consecutivo, un’impresa mai riuscita nemmeno al mitico Bjom Borg (e nemmeno a Nadal, che nel 2009, eliminato agli ottavi da Soderling, si fermò a 4). Non è stato tanto Rafa a salire di livello, almeno all’inizio, quanto Ferrer a smarrire il filo della partita, come contro il connazionale gli è accaduto tante, troppe volte in passato, raccogliendo appena un game negli ultimi due set. Alla fine Nadal si è imposto 4-6 6-4 6-0 6-1 in un due ore e 55 minuti, portando a 33 la sua striscia vincente a Parigi.

CONTRO TUTTI. In semifinale Nadal incontrerà Andy Murray, che ieri ha sconfitto tre avversari: il francese Gael Monfils, quindi un dolore alla gamba sinistra che lo ha tormentato per due set; e infine l’oscurità, visto che il match si è concluso al quinto set alle 21-40, quando già il supervisor Stefan Fransson era entrato in campo per annunciare la prossima interruzione. Monfils, che al 3 turno sempre in cinque set aveva eliminato Fognini, ha incendiato il Centrale con la ma frazione è crollato (6-4 6-1 4-6 1-6 6-0). Per il campione di Wimbledon, numero 8 dell’Atp e ancora senza un coach dopo il divorzio da Lendl, è la seconda semifinale nello Slam parigino – al quale l’anno scorso aveva dovuto rinunciare per i postumi dell’operazione alla schiena – e il remake di quella persa nel 2011 in tre set proprio contro Nadal. I giornali britannici sono convinti che questo sia l’anno dello scozzese (rcRolanAndy Garros» ha titolato due giorni fa il Daily Mail). I.ui ha confessato che fare bene nell’unico Slam in cui non ha mai giocato la finale e diventare n.1 sono gli obiettivi che lo stimolano di più. Il bilancio fra i due è 14-5 per Nadal, che non ha mai perso con Murray sulla terra.

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Berrettini, che sfortuna (Crivelli). Berrettini esemplare (Azzolini). Berrettini Covid, Wimbledon trema (Giammò). Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Crivelli)

La rassegna stampa di mercoledì 29 giugno 2022

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Berrettini, che sfortuna (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Fuori prima ancora di scendere in campo. Le ambizioni che vanno in frantumi, le altissime aspettative personali ridotte in cenere da quel fuoco subdolo che si chiama Covid. Pensavamo fosse un incubo ormai lontano, e invece si è insinuato di nuovo, pesantemente tra di noi. Berrettini non giocherà a Wimbledon: un tampone positivo effettuato ieri mattina lo priva della possibilità di difendere la finale dell’anno scorso e soprattutto di andare oltre quel risultato, provando a vincere come gli pronosticavano tutti i bookmakers appena dietro il campione in carica Djokovic, che eventualmente avrebbe ritrovato all’ultimo atto, per una rivincita attesissima e scintillante. E così Matteo piomba di nuovo nel baratro apparentemente senza fondo del guai di salute che dal gennaio 2021, dal ritiro agli Australian Open prima degli ottavi con Tsitsipas a causa di uno strappo addominale, allungano ombre sulla sua carriera. Il conto con la sfortuna, adesso, comincia a farsi pesantissimo e se è vero che l’allievo di Santopadre è sempre uscito più forte dalle pause forzate, questa mazzata richiederà energie mentali supplementari per essere metabolizzata. Berrettini avrebbe dovuto scendere in campo alle 13 locali, le 14 Italiane, contro Garin. Il cielo minaccia pioggia, ma il Campo 1 ha íl tetto e dunque il match non può correre rischi. Solo che in agguato c’è un’altra tempesta. Attorno alle 11, infatti, prima ancora che il torneo emetta un comunicato ufficiale, è il profilo Instagram di Matteo a condividere con il mondo la ferale notizia: «Mi si spezza il cuore di dover annunciare il mio ritiro da Wimbledon a causa di un risultato positivo a un test per il COVID-19. Ho avuto un po’ di febbre e mi sono isolato nel corso degli ultimi giorni. Nonostante la mancanza di sintomi gravi, ho deciso di fare un altro test questa mattina (Ieri, ndr) per la salute e la sicurezza del miei colleghi e di tutti quelli coinvolti nel torneo. Non ho parole per descrivere quanto sono deluso. Per quest’anno íl sogno è svanito, ma tornerò ancora più forte. Grazie per il vostro supporto». Qualche minuto dopo, una scarna email degli organizzatori conferma il ritiro, aggiungendo che il suo posto verrà preso dal lucky loser svedese Elias Ymer. Nel frattempo, il tam tam dei social amplifica l’enorme delusione di milioni di appassionati, mentre alcuni segnali dei giorni precedenti diventano più decifrabili. Ad esempio, la mancata conferenza stampa pre torneo di Berrettini, incomprensibile per un finalista uscente, o ancora, i continui aggiornamenti del suo programma di allenamento fino alla definitiva cancellazione di domenica e lunedl. Peraltro, rimettendosi alle linee guida sul Covid del torneo, Matteo non era obbligato ad effettuare il tampone, nemmeno in presenza di sintomi. Cioè, avrebbe potuto tacere e giocare ugualmente, ma per senso di responsabilità ha optato per il test. La sua positività, come quella dell’altro ex finalista (nel 2017) Cilic, annundata lunedì, ha Improvvisamente fatto ripiombare íl torneo nei gorghi drammatici del terrore che íl virus possa stravolgere il tabellone: giovedì scorso, Berrettini e il croato si erano allenati sul Centrale rispettivamente con Nadal e con Djokovic, condividendone per un pomeriggio lo stesso spogliatolo. Significa perciò che in questo momento le prime due teste di serie del torneo sono contatti stretti di positivi, anche se in assenza della bolla è una situazione senza conseguenze immediate; e Infatti ieri lo spagnolo ha giocato il suo primo match, mentre il Djoker si è allenato tranquillamente con Sinner. Ma non c’è dubbio che l’esplosione di casi cui si sta assistendo sia seguita con una certa preoccupazione, anche se al momento gli organizzatori hanno riferito che non d saranno cambiamenti nel protocollo.

Berrettini esemplare (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Matteo si fa da parte. Ha il Covid. E lo dice. Anzi, si scusa. Lo fa tramite lnstagram. Voleva fosse il suo Wimbledon, lo lascia ad altri senza colpo ferire. Ha giusto un po’ di temperatura. Dicono che in quest’ultima versione quattro giorni di febbre siano assicurati, anche per i campioni del tennis. Lui, Matteo Berrettini, campione lo è per certo, e anche tessera ad honorem di correttezza. E di sfiga. Non basta… Da ieri il circo del tennis gli attribuisce anche la patente di “eroe fesso”. E questa, se permettete, merita una breve indagine. Eroe sembra un po’ troppo, chiediamo in giro, ma addirittura fesso è quasi inspiegabile. Tra le risposte ricevute, ne scegliamo una di un amico manager che chiede l’anonimato. Intervista autentica, se vi va di crederlo, al cento per cento. Dice l’amico: «Sì, un fesso da ammirare. Sembra strano, vero? Be, guardatevi intorno…», ci dice mostrandoci la lieta bagarre di saluti e sorrisi che si agita sulla terrazza riservata a giocatori e familiari, accesso consentito a un ristretto numero di giornalisti. «Ecco, di tutti i giocatori che vedete, le giocatrici, i loro accompagnatori, la metà ha il Covid. Ma non lo dicono. Tutti, esclusi Berrettini e Ciic, gli unici che si siano ritirati, sono pronti a giocare. Se va bene, tornano in campo dopo due giorni sperando che il Covid sia passato, se va male, diranno di avere una bua da qualche parte, e chi s’è visto s’è visto». La nostra espressione incredula, da un lato, e il subitaneo ricorso alla mascherina, dall’altro, ci costano un bel po’ di prese per i fondelli. «Tenete conto che Matteo, facendosi da parte, rinuncia a un premio intorno alle 100 mila sterline fra primo e secondo turno. Parliamo di 140 mila euro». Dunque, eroico? «Bé, Matteo ha preso una decisione per non creare problemi agli altri giocatori, una decisione che la gran parte non avrebbe preso. Ha carattere, non si tira indietro, paga di persona. Che volete di più? Eroico e fesso. Come si vede…». «Ai tennisti – racconta Jasmine Paolini – hanno detto di fare come se la sentivano». Senza regole, insomma. Allo stesso Benettini hanno detto che se avesse voluto giocane, nessuno si sarebbe opposto. L’ha fatto lui, anche per gli altri, Ha preferito non essere causa di problemi per nessuno. Ora il governo inglese è in agitazione e c’è chi chiede che si torni all’ufficialità dei tamponi. E il torneo si preoccupa per Djokovic (che si è allenato con Cilic, il primo a ritírarsi) e per Nadal, partner – guarda un po’ – proprio di Matteo. Resta la sfiga. E quella prima o poi dovrà pur finire.

Berrettini Covid, Wimbledon trema (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Proprio nel giorno del suo debutto. Per di più nel torneo che l’anno scorso lo vide finalista e che stavolta avrebbe affrontato con legittime ambizioni di vittoria, Il Covid non poteva scegliere momento meno opportuno per mettere fine ai sogni inglesi di Matteo Berrettini, risultato positivo ieri mattina a un tampone e per questo costretto a ritirarsi dal tabellone di Wimbledon. A darne l’annuncio è stato lo stesso azzurro dai suoi profili social: «E’ col cuore spezzato – si legge nel suo post – che sono costretto a ritirarmi da Wimbledon a causa di un tampone risultato positivo. Ho avuto alcuni sintomi influenzali e sono rimasto in autoisolamento negli ultimi giorni. Nonostante i sintomi fossero lievi ho deciso che fosse importante sottopormi a un altro test stamattina (ieri, ndr) per salvaguardare la salute dei miei colleghi e di tutte le persone coinvolte nel torneo. Non ho parole per descrivere quanta io sia dispiaciuto. Per quest’anno il sogno finisce qui, ma tornerò ancora più forte. Grazie a tutti per il vostro sostegno». Vittorioso al Queen’s lo scorso 19 giugno e allenatosi con Rafa Nadal (che ieri ha giocato e vinto) sul Centrale giovedì 23, il contagio dovrebbe esser avvenuto nei giorni successivi: domenica infatti Berrettini aveva cancellato la sua sessione di allenamento e la conferenza stampa che aveva in programma. L’amarezza è tanta, così come la sfortuna che questa stagione sembra perseguitare Berrettini. Se nelle occasioni precedenti Berrettini aveva sempre dato prova di caparbietà, l’italiano questa volta ha dimostrato anche grande responsabilità. I protocolli anti Covid a Wimbledon quest’anno sono infatti assai laschi e tutto è lasciato alla discrezionalità e all’iniziativa dei giocatori. Nessun obbligo di tampone a gestirne il via vai all’interno dell’AEC né tantomeno negli spogliatoi, ambienti comuni per eccellenza dove il virus ha più probabilità di proliferare. Una gestione discutibile, vista la recrudescenza di casi cui si sta assistendo, che però sembra trovare riscontri anche altrove a giudicare da quanta dichiarato da Alizé Cornet al termine del match da lei vinto contro Putintseva: «Al Roland Garros c’è stata un’epidemia di Covid e nessuno ne ha parlato. Tutti l’hanno avuto negli spogliatoi, e quando abbiamo saputo del ritiro di Krejcikova (risultata positiva dopo aver perso al primo turno) ci siamo resi conto di avere gli stessi sintomi. Dev’esserci stato un tacito accordo – ha poi concluso la francese – non ci siamo autotestati per non metterci nei guai da soli, ma ho visto colleghe indossare la mascherina e questo mi ha fatto pensare». Cornet ha poi precisato che di sospetti si tratta, e che prove a sostegno della sua tesi non ce ne sono. Ma il rischio, ora, è che anche Wimbledon debba fare i conti col suo focolaio.

Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ci vuole Armonia. Per comprendere che l’era della gloria, così fiammeggiante nel lunghi periodi di dominio, resta ormai un dolce ricordo: Wimbledon, dove ha vinto sette volte in carriera, e probabilmente il tennis, non sono più la casa di Serena Williams. E alla soglia dei 41 anni (li compirà a settembre), con interessi multiformi ed extrasportivi da gestire fuori dal campo e il fisico ammaccato da mille battaglie e altrettanti infortuni, è probabilmente il prezzo normale da pagare, nonostante la passione mia sopita e il sogno mai davvero abbandonato di conquistare finalmente il 24° Slam della leggenda per staccare la Court. Festeggia dunque Harmony Tan, che alle nipoti, quando la carriera agonistica sarà un ricordo, potrà dire di aver battuto un mito dello sport. La francese con radici cambogiane e vietnamite era alla prima partita di sempre sui sacri prati di Church Road e non ha tremato di fronte alla monumentale grandezza della rivale, neppure quando ha fallito il match point sul 6-5 del terzo set o si è ritrovata sotto 4-1 nel super tie break. Aiutata, va detto, dall’ombra di Serena, arrugginita dalla lunghissima assenza (in singolare, non giocava una partita dal 29 giugno 2021, quando si ritirò qui al primo tunro contro la Sasnovich) e senza più l’esplosività degli anni ruggenti: «Per me è un sogno, qualcosa di incredibile – dirà un’ emozionatissima Tan – sono cresciuta ammirandola in tv». Sic transit gloria mundi. Intanto, il martedì nero del tennis italiano, con il ritiro forzato di Berrettini e le eliminazioni di Musetti, Paolini e Giorgi, trova un pizzico di conforto solo nel faticoso successo di Sonego su Kudla al culmine di una battaglia di 3 ore e48′. Neanche a dirlo, a ergersi a protagonista di giornata è il solito, ineffabile Kyrgios, e non tanto per la vittoria da pronostico, anche se molto più difficile del previsto, contro la wild card inglese Jubb, ma piuttosto per le solite mattane, iniziate con un battibecco con la giudice di sedia, continuate con la polemica contro i giudici di linea ( «Hanno 90 anni, non possono vederci bene») e culminate con uno sputo a uno spettatore ripreso dalla tv e da lui stesso confermato: «Qualcuno del pubblico mi ha mancato di rispetto. È vero, gli ho sputato, ma non l’avrei mai fatto a qualcuno che mi stava sostenendo. La colpa è anche dei social, noi atleti siamo i più odiati. Rispettate il nostro lavoro, non ho mai visto nessuno rimproverare un addetto al supermercato che mette a posto le verdure». Fuoco alle micce.

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Darren Cahill: «Sinner ha tutto per diventare il mio nuovo n. 1» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 26 giugno 2022

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Berrettini: «Wimbledon val bene un fioretto» (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

La ricerca del suo splendore nell’erba comincerà martedì contro il cileno Cristian Garin, battuto nei due ultimi confronti diretti. Matteo Berrettini, 26 anni, che i bookmaker londinesi dopo la finale dell’anno scorso vedono tra i primi tre favoriti di Wimbledon (insieme ai due giganti Novak Djokovic e Rafael Nadal) è troppo sgamato per cascarci: «Nulla è scontato, ogni torneo fa storia a sé: mi aspetta un match con il coltello tra i denti». Però Matteo non è mai arrivato sulla soglia dei Doherty Gates così in forma e in fiducia. E pazienza se i parrucconi dell’All England Club non hanno avuto il coraggio di sceglierlo testa di serie davanti a Ruud, Tsitsipas, Alcaraz, Aliassime e Hurkacz. Matteo, se lei dovesse spiegare a un alieno la sua magia sull’erba, una superficie che all’inizio non amava, che parole userebbe? «Gli direi che c’è voluto del tempo perché io amassi l’erba. II primo clic è avvenuto in Coppa Davis, India-Italia a Calcutta, playoff 2019. Il secondo l’anno scorso tra il Queen’s e Wimbledon. E’ un tennis diverso e insolito, che va al di là dell’aspetto tecnico. E’ un feeling totale con la superficie, la pazienza che richiede, l’accettazione del rimbalzo irregolare: è come se l’erba mi chiedesse di sentirmi emotivamente a mio agio perché si crei la connessione perfetta».

Di ritorno dallo stop per l’operazione al dito temeva che la mano destra non fosse più sufficientemente forte da colpire la palla come prima. Sono arrivati due titoli di fila. Come si trasforma un pensiero negativo in due trionfi?

 

Ho tantissima voglia di riprendermi quello che mi è stato tolto. Le difficoltà mi motivano: guardavo il dito con i punti e la mano dolorante e sentivo crescere la cattiveria agonistica. Il momento peggiore sono stati gli Internazionali del Foro Italico: gli altri in campo e io fermo, davanti alla tv. Ecco, quel pensiero lì ancora oggi è un motore pazzesco.

Dire ad alta voce «voglio vincere Wimbledon» è un altro step di consapevolezza?

Sono sempre stato cauto con le parole. Ora sento che non serve più nascondermi. Sto giocando bene, scoppio di fiducia: entro nel torneo con la ragionevole certezza di poter arrivare lontano. La strada per la finale la conosco già. II sentiero è tracciato, i ricordi sono felici. L’esperienza dell’anno scorso mi ha insegnato tanto: come gestire il tempo tra i match, le emozioni, le attese, le notti. Tornare in finale, se dovessi meritarmela, sarebbe un’emozione meravigliosa ma forse un po’ meno sconvolgente: l’ho già vissuta. […] Mi sento più pronto, più forte, migliore. A Parigi, Londra e New York, nel 2021, ho perso sempre da Djokovic. Direi che è arrivato il momento di batterlo.

Fatto inedito in 100 anni di storia in Church Road: il club ha permesso allenamenti sul centrale. I primi siete stati lei e Nadal. Un riconoscimento, anche questo.

Sì, i soci del club hanno dato il loro benestare. E stato bello ed emozionante, un piccolo motivo d’orgoglio. Rafa è fatto di una pasta molto diversa da noialtri, non è ancora stufo di spingersi oltre I suoi limiti. Per vincere il 14° Roland Garros ha lottato cinque set con Aliassime, quattro con Djokovic. Di certo sta alla grande Rafa! Gliel’ho detto quando ci siamo allenati insieme sul centrale: ho finito gli aggettivi, non so più cosa dirti. Io Rafa lo rispetto tantissimo, e lui lo sente.

È disposto a fare un fioretto per vincere Wimbledon, Matteo?

Niente che includa sforzi fisici, però. Sarei disposto a un taglio netto della barba, a raparmi a zero o a tingermi di biondo. Niente di più estremo, sennò quando torno a Roma nonna Lucia non mi fa più entrare in casa.

Djokovic: «Sono qui per emulare Sampras» – Nadal: «Gioco al buio e mi manca Federer» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Sui prati dell’All England Club non perde addirittura da cinque anni. Era il 2017 quando – opposto nei quarti di finale al ceco Tomas Berdych – Novak Djokovic, grande favorito dei Championships 2022, era stato costretto al ritiro per infortunio. Per una sconfitta al termine di una partita intera, viceversa, bisogna ritornare a sei anni fa, contro lo statunitense Sam Querrey. Da allora ha infilato 21 vitrorie consecutive, che gli sono valse altri tre trofei di Wimbledon, per un totale di sei coppe. Solo una in meno del suo idolo da bambino, Pete Sampras. Domani al campione serbo toccherà l’onore di inaugurare il Centre Court, che celebra il suo centesimo anniversario dal trasloco in Church Road. Dall’altra parte della rete Nole – che ha disputato solo un’esibizione nell’esclusivo circolo di Hurlingham per prepararsi all’erba – troverà il coreano Soon-woo Kwon, n.75 del ranking. «Per adesso sto molto bene. Ho preferito non iscrivermi ad alcun toneo, come d’altronde ho già fatto in passato, riuscendo comunque a vincere. Nel corso degli anni credo di aver imparato ad adattarmi abbastanza velocemente alle diverse superfici. E non c’è ragione perché non possa succedere anche questa volta». Riuscisse ad ottenere il settimo sigillo sull’erba deIl’All England Lawn Tennis Club, Djokovic diventerebbe il quarto tennista dell’era Open a trionfare a Wimbledon per quattro anni di fila, come Bjorn Borg, Sampras e Roger Federer. «La prima vittoria di Pete Sampras a Wimbledon è stato il primo match di tennis che ho visto in tv nella mia vita. Mi piacerebbe eguagliare il suo record quest’anno. E’ esagerato dire che il tennis sull’erba sia uno sport diverso, ma non c’è dubbio che bisogna aggiustare i movimenti, la tattica, la posizione in campo. Differenze che bisogna sernpre tenere a mente».

Sui nobili prati di Church Road manca – causa pandemia e vicissitudini fisiche – ormai da tre anni. Mai ritorno fu più felice. Eppure Rafa Nadal giura di non pensare al Grand Slam: dopo i due trionfi a Melbourne e Parigi, la sua priorità è stare bene fisicamente. «Non voglio parlare del mio piede ogni giorno. Posso dire che la situazione è in netto miglioramento e che finora non ho sentito dolore. Ma non c’è alcuna sicurezza matematica. Per adesso sono felice perché ho potuto allenarmi bene nel corso dell’ultima settimana, ma la strada è ancora molto lunga, ed è assolutamente inutile guardare troppo lontano. Quando mi sveglio la mattina non sento dolore, e posso camminare senza problemi il più delle volte. Ad oggi mi basta così». Nel primo turno Nadal attende l’argentino Francisco Cerundolo. Un esordio (sulla carta) privo di insidie, che gli consente una breve escursione con la memoria al 2003, quand’era ancora sedicenne. «Ero già venuto a Wimbledon l’anno prima, da juniores. Non ho mai avuto ambizioni assurde, né mi sono mai chiesto se potessi o meno vincere questo torneo. Il mio unico pensiero era migliorare, giorno per giorno, conoscere meglio questa superficie». Alla quale si è presto adattato, vincendo due volte (2008 e 2010). «Ma per me quest’anno non conterà il passato. E’ da tanto tempo che non gioco partite ufficiali sull’erba, non ho riferimenti attendibili. Anche se non è un pensiero che mi preoccupa. Sono concentrato sul lavoro quotidiano, mi basta e avanza». Per la prima volta dal 1998, sui prati londinesi mancherà invece Roger Federer, ancora fermo per l’infortunio al ginocchio. Un’assenza significativa anche per Nadal. «Abbiamo condiviso tantissimi momenti importanti per entrambi – ricorda – Abbiamo giocato contro in tutti gli stadi più importanti ad eccezione di New York. Mi dispiace non esserci riuscito, ma allo stesso tempo so che la nostra rivalità mi ha aiutato tantissimo a crescere e migliorare, trovando sempre nuove motivazioni».

Cahill: «Sinner ha tutto per diventare il mio nuovo n. 1» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Quale posto migliore per seminare un futuro di successi se non i verdi prati inglesi? E infatti è sull’erba di Wimbledon che si stanno mettendo le basi per il futuro di Jannik Sinner. II talento altoatesino, che già domani scenderà in campo contro Wawrinka, ha iniziato a lavorare da qualche giorno con il nuovo team che oltre a Simone Vagnozzi prevede anche il super consulente Darren Cahill, il preparatore Umberto Ferrara e il fisioterapista Jerome Bianchi. Il tecnico australiano ci ha raccontato dei primi giorni insieme al nuovo assistito e dei progetti per II futuro più immediato. Darren, quando ci sono stati i primi contatti con Sinner? «Abbiamo Iniziato a sentirci dopo Roma, poi sempre più spesso, soprattutto quando si è fatto male al Roland Garros. Abbiamo parlato molto sia con lui che Simone e capito che c’era il margine per fare cose buone insieme. O almeno di provare a farle. Cosi dopo 4 mesi in Australia a ricaricare le batterie sono volato in Gran Bretagna e stiamo pian piano entrando sempre più in sintonia. Lui è uno dei talenti più interessanti del tennis e quindi, anche se non da vicino, ho seguito la sua evoluzione. Mi ha confermato l’idea che mi ero fatto. Un ragazzo estremamente educato, grande lavoratore e appassionato. Caratteristiche che rendono più semplice il lavoro di un team.

Avete già iniziato ad approfondire qualche aspetto del suo gioco?

Per il momento ci stiamo conoscendo. Ci siamo presi questo periodo per fare gruppo, come si dice, “spogliatoio” e capire cosa vogliamo gli uni dagli altri. Le premesse sono ottime, Sinner è un grande talento che ha lavorato con due ottimi allenatori capaci di portarlo a grandi livelli. Io spero di portare un po’ della mia esperienza e aiutarlo, insieme a Simone, a evolvere. Migliorare e crescere per arrivare ai livelli che gli competono.

Come pensate dl dividervi “compiti” lei e Simone Vagnozzi?

Dopo Wimbledon, dove io sarò anche occupato come commentatore di Espn, ci siederemo tutti insieme a parlare e decidere del futuro. E spero sarà un orizzonte lontano e proficuo per entrambi. Lui non mi ha chiesto una cosa in particolare, abbiamo discusso di come si vede tra due o tre anni e come vorrebbe si sviluppasse il suo gioco. Per quanto mi riguarda, ora dobbiamo fare in modo che lui rafforzi al massimo le cose che sa già fare molto bene. Poi pian piano migliorerà anche su altre aree del gioco. La comunicazione col giocatore è molto importante, bisogna parlarsi, capirsi. E poi l’aspetto tecnico è fondamentale. Lavorare su diverse strategie di gioco in maniera da avere tanti colpi, tante alternative tattiche. E poi lavorare sul fisico. Va trattato con la massima attenzione e cura. Ha già iniziato con un lavoro specifico e i primi risultati si stanno vedendo. È un percorso, non bisogna affrettare i tempi.

Avrà notato che l’erba però gli è un po’ indigesta…

Non è la sua superficie preferita, certo, ma avrà modo di cambiare idea. Penso che ii suo gioco sia adatto a questa superficie e lo capirà anche lui in futuro.

Lei ha portato alla vetta Hewitt, Agassi, di recente Simona Halep. Ci sono qualità che accomunano Sinner a questi campioni Slam?

Il numero 1 è una conseguenza. Quello che ho sempre cercato di fare con i miei giocatori è renderli solidi tecnicamente e mentalmente, in grado di padroneggiare il loro tennis e di migliorarlo. La classifica poi viene da sé. Di certo Jannik è già molto maturo e sa cosa vuole, e questa è una caratteristica dei grandi.

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La Giorgi in cattedra. E’ una lezione di stile (Bertellino). Berrettini ha già “battuto” Nadal (Pavan). A Wimbledon c’è pure Vavassori (Giammò)

La rassegna stampa di venerdì 24 giugno 2022

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La Giorgi in cattedra. E’ una lezione di stile (Roberto Bertellino, Tuttosport)

E’ stata una lezione di tennis, quella impartita ieri a Eastbourne da Camila Giorgi nei quarti di finale del WTA 500. L’ “allieva” del caso si chiama Viktorija Tomova, numero 128 del mondo e nell’occasione approdata tra le migliori otto del torneo da lucky loser per il forfait in singolare di Ons Jabeur (che ieri ha rinunciato anche al doppio con Serena Williams). Alla 30enne maceratese sono stati sufficienti 64 minuti per avere la meglio sulla bulgara ed eguagliare a Eastbourne il risultato del 2021, ovvero la semifinale che lo scorso anno l’aveva poi vista ritirarsi contro l’estone Kontaveit per un problema fisico. Lo score finale di 6-2 6-1 in favore dell’azzurra è la perfetta fotografia dell’andamento del match che dopo lo 0-2 d’avvio ha visto Camila non sbagliare più nulla e far male alla rivale da ogni zona del campo. Risposte ficcanti, attacchi vincenti in controtempo chiusi con volée classiche o schiaffi al volo di diritto. Ottimo anche il rendimento al servizio, arma che non sempre riesce ad usare con il giusto equilibrio. Ieri ha ottenuto oltre l’80% dei punti quando ha messo in campo la prima: «Sono molto felice di essere tornata in semifinale a Eastbourne – ha affermato al termine la marchigiana -. Ho disputato un match molto buono e mi sono sentita bene. Il feeling con questo torneo è indubbio e anche grazie a questo riesco a divertirmi. La battuta, a differenza di quanto accaduto negli ottavi, ha funzionato a dovere è questo è fondamentale. In generale però sono stata più consistente rispetto agli altri incontri messi in campo questa settimana. Sono inoltre molto felice per il fatto di avere l’intera famiglia qui a sostenermi». Ciò che ha colpito ieri della numero uno italiana e 26 del ranking WTA è stata la capacità di giocare bene in difesa, area del suo tennis che non ama particolarmente. Oggi la Giorgi giocherà la sua ventesima semifinale in carriera nel massimo circuito contro Jelena Ostapenko, testa di serie n. 8 e 14 del mondo. I precedenti tra Ostapenko e Giorgi sono in perfetta parita. L’altra semifinale opporrà la brasiliana Haddad Maia, reduce da due titoli consecutivi vinti, alla ceca Petra Kvitova.

Berrettini ha già “battuto” Nadal (Andrea Pavan, Tuttosport)

 

Wimbledon, primo set: 6-4. Per ora basta, e avanza pure, considerato che I’avversario di Berrettini: era Nadal. Incontri ravvicinati di un certo tipo. Piccoli segnali d’un qualcosa di grande, al cospetto degli immensi. Metti il campo centrale dell’All England Club, deserto, ma stavolta non per la pandemia. Infilaci una leggenda come Nadal, aggiungici alla fine un mito come Djokovilc; piazzaci poi nel mezzo quel bel ragazzone che più di tutti sta ridando un senso mondiale al nostro tennis – Berrettini – e in pochi minuti il cocktail diventa un evento a suo modo epocale, per quanto ininfluente ai fini della competizione. Quella che, al netto delle qualificazioni in corso, sull’erba londinese progressivamente spelacchiata inizierà lunedì nel torneo più prestigioso del circuito e della storia. Mai gli organizzatori avevano permesso ai giocatori di testare l’erba prima che ogni pallina valesse ufficialmente un 15. Che l’abbiano concesso a Berrettini diventa quasi un’investitura per Matteo. E ieri – stando alla soffiata di un reporter spagnolo, tra i pochi imbucati d’eccezione oltre al rispettivi coach – ha appunto già “battuto” Nadal, neutralizzando uno 0-30 nell’ultimo turno al servizio. Terminato quel set è spuntato per un sopralluogo proprio Nole, che ha poi palleggialo con Cilic, finalista nel 2017 contro Federer. Un anno fa molti si erano lamentati di una superficie troppo scivolosa, in coda al grave infortunio di Serena Williams: di qui, gli inediti test.

A Wimbledon c’è pure Vavassori (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Ieri mentre Rafa Nadal e Matteo Berrettini si allenavano per la prima volta sul Centrale di Wimbledon, cinque miglia più a nord, a Roehampton, anche un altro italiano aveva la sua prima volta da festeggiare. Oltre a Berrettini (8), Sinner (10), Sonego (28), Fognini e Musetti, il contingente azzurro potrà contare infatti anche su Andrea Vavassori che ieri si è imposto per (5)6-7, 7-6(4), 6-1, 7-6(5) contro il ceco Kolar nell’ultimo turno delle qualificazioni del torneo. Il ventisettenne di Pinerolo farà così il suo esordio nel tabellone principale di uno Slam in quello che sarà il suo secondo evento giocato sul circuito ATP dopo l’Open di Stoccolma dell’anno scorso quando fu eliminato al secondo turno da Shapovalov. Al suo debutto assoluto sull’erba, Vavassori fin dall’inizio ha dato l’impressione di avere gioco e movimenti che ben gli si addicono. Delle tre vittorie ottenute in quattro giorni, quella di ieri contro Kolar è la più importante perché, oltre a schiudergli i cancelli dell’AEC, è arrivata contro un avversario che già si era fatto notare sul circuito quando a Parigi costrinse Thitsipas a una vittoria in quattro set scandita da ben tre tie-break. Nei primi due set, c’è stato equilibrio nei rispettivi turni di battuta, che hanno portato a due tiebreak con una vittoria per parte. Vinto il secondo set e riportatosi in parità, Vavassori ha preso il largo nel terzo per poi dimostrarsi freddo nel quarto quando è stato chiamato ad annullare due set point. Giunti ancora al tie-break, è stato un passante largo del ceco a consegnargli una vittoria a cui lo stesso Vavassori, al lungo sdraiato sull’erba, stentava ancora a credere. […]

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