Povera, piccola Errani la furia della Petkovic spegne testa e talento (Clerici, Martucci, Semeraro, Valesio, Piccardi, Grassia); Halep, meno seno e più risultati (V.M.); Sharapova, pericolo allo specchio (S.S.); Ferrer dura un set, Nadal torna padrone e ora trova Murray (V.M., S.S.)

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Povera, piccola Errani la furia della Petkovic spegne testa e talento (Clerici, Martucci, Semeraro, Valesio, Piccardi, Grassia); Halep, meno seno e più risultati (V.M.); Sharapova, pericolo allo specchio (S.S.); Ferrer dura un set, Nadal torna padrone e ora trova Murray (V.M., S.S.)

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A cura di Davide Uccella

Povera, piccola Errani – la furia della Petkovic spegne testa e talento (Gianni Clerici, La Repubblica, 05-06-2014)

Pioveva, e questa è stata probabilmente la ragione perla quale alcuni giovani di una televisione locale, riconoscendomi grazie alla mia barba bianca, mi hanno avvicinato, e richiesto una opinione sulla Errani, che, chiusa nello spogliatoio, non poteva certo rispondere alle loro domande. «È un insolito fenomeno» avrei detto, «è una ragazza che riesce a portare con se tutte le circonvoluzioni cerebrali e ad attivarle, sino a sembrare una campionessa. Cervello e manina sono le sue maggiori qualità, che si manifestano soprattutto nel tocco di palla, nella smorzata che, paradossalmente, è il suo colpo migliore, insieme al cross di rovescio bimane». «Allora, vincerà oggi?» chiedeva il giovane conduttore, per sentirsi rispondere «Non so, certo glielo auguro, ma non conosco la sua avversaria. So solo che discende dall’etnia più prolifica nel tennis, quella jugoslava, avrete visto ieri Raonic». Il conduttore, a questo punto, si è bloccato, alzando la mano, per farmi sapere che non voleva essere rimproverato dai suoi capi, causa la mia citazione di un paese scomparso, e vittima di un passato ambiguo. Ho nascosto un sorriso, e, invece di mandarlo a scopare il mare, come diciamo in Lombardia, gli ho comunicato che lo capivo, nel buon francese insegnatomi dalla mia nonna svizzera.

 

Confortato dalla mia acquiescenza «E a chi paragonerebbe la campionessa italiana?» ha domandato. Mi è parso che definire Sara campionessa non si attagliasse allasuaautenticanatura, e mi è venuto da rispondere« A Minnie». Nelconstatare la sua sorpresa «Quella di Walt Disney», ho aggiunto. È così terminata la mia occasionale intervista, e, nel congedarmi, mi è venuto in mente che avevo usurpato un nome, giusto Minnie. Un soprannome che avevo assegnato a una mia cara amica, ai tempi in cui tentavo invano gli Slam sul campo, mentre lei, Silvanina Lazzarino, si era issata alla semifinale del Roland Garros, nel lontano 1954. Per perderla, certo, contro Maureen Connolly, col duro punteggio Di 6/0, 6/2.

Distratto dai miei lontani ricordi, non avevo certo pensato al futuro, al risultato e al punteggio del match di oggi, tra la nostra Saretta e una tennista certo meno importante della Connolly, che figura nella mia classifica tra le prime cinque di tutti i tempi. Non la conoscevo, la Petkovic, e un bravo giornalista quale Momir Jelovac mi ha informato che, insieme al passaporto tedesco procuratole da quel bravo allenatore di suo padre Zoran, Andrea Petkovic discendeva giusto da un posticino tra i fiumi Sava e Drina, la città di Tuzla, che appartiene alla Bosnia. Non tutto capita per caso, e nel nome Andrea confluiscono infatti battezzati dei due sessi, anche se i cattolici lo assegnano ad un apostolo.

Nel vederla assestare spaventosi diritti ebimani, brandire il pugno ad ogni punto vincente, spingere avanti l’acuta mascella, la Petkovic mi appariva oggi simile a un androgino. Di fronte a simile irresistibile forza, Saretta pareva sinceramente retrocessa al ruolo di Minnie, a qualcuno che appare bisognoso di conforto, se non proprio di aiuto. Al di là di errori gratuiti che spingevano qualche spiri-tosone al commento Errani humanum est, il disagiosembrava iniziare dal lancio di palla, che Sara esegue come tutti con tre dita, laddove io suggerirei la mia invenzionecon lecinqueditaaccostate, che ho battezzato “lancio alla mendico” .Mi rileggo, misuro quel po’ di carta che mi tocca, e vedo di aver speso tutto. Meglio così, mi dico. Arrivederci Minnie. Certo a tempi migliori.

Errani, svuotata, esce di scena. Con la Petkovic non c’è partita (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 05-06-2014)

Comincia male, con la pioggia che rallenta molto il campo e rende ancor più pesante la palla, rinviando la partenza di tre ore. E finisce peggio: 6-2 6-2 in 63 minuti. I numeri sotto tutti dalla parte della walkiria Andrea Petkovic che, a 27 anni, riemerge dagli infortuni (schiena, caviglia, ginocchio) per conquistare, di forza, con 26 vincenti — gran botte da fondo di dritto e di rovescio — la prima semifinale Slam della carriera, schiacciando Sara Errani. E sin dal primo colpo dello scambio, il servizio, che strappa alla romagnola addirittura 7 volte su 8, lasciandole solo quello d’avvio. Quando Saretta sale 2-0 ma poi, dal 30-30 successivo, accusa un parziale di 22 punti a 4, e il 6-2 in 28 minuti.

Energie Vista da fuori, non c’è partita. Vista da dentro, dall’anima della piccola-grande azzurra: «Non avevo energie fisiche e mentali. Altre volte, anche contro la Jankovic, il mio sistema nervoso m’aveva fatto scattare qualcosa, e ho reagito. Stavolta no, prima non ero nemmeno tanto tesa, come dev’essere per una partita così importante: è stata proprio una questione di nervi. Ho avuto un black out di energia fisica e mentale. Non riuscivo a ingranare, cercavo di caricarmi, ma i quadricipiti non reagivano».

Uno-due Sara era già stanca lunedì, quando ha superato Jelena Jankovic soffrendo fino alle lacrime. Andrea ha studiato a tavolino con coach Van Harpen di «aggredire e aggredire ancora il servizio, come non avevo fatto a Madrid»: picchiare subito per poi picchiare ancora, riducendo al minimo gli scambi, rischiando tanto (da cui i 19 errori gratuiti). Malgrado l’appena 17% con la seconda di servizio, malgrado il toppone di dritto non atterri profondo, malgrado la tedesca sia sempre con i piedi ben piantati in campo a mitragliare, in avvio di secondo set, Sara riesce a strappare due volte la battuta alla bosniaca sbarcata a 6 mesi in Germania, che sbandiera orgogliosa il 91% di punti con la prima. Ma restituisce sempre il break e s’eclissa, dopo il canto del cigno sul 2-4, quando arriva al 15-40 sul servizio Petkovic. Prima del nuovo sprint di Andrea che, dal 27 del mondo, lunedì salirà almeno al 20 e s’illumina nel suo sorriso più luminoso ricordando che un anno fa esatto era scaduta al 138 e, qui al Roland Garros, doveva passare per le qualificazioni.

Doppio «Sono stanca, ho bisogno di riposo, devo ricaricare le batterie», insiste delusa Saretta, che da numero 11, lunedì scenderà al 14 del mondo, perché non ha difeso i punti della semifinale a Parigi 2013. «Anche se prima del torneo avrei firmato per i quarti, sono stanca anche per la tensione accumulata da Roma, giocando tutti i giorni singolare e doppio: nel calcio c’è il cambio, nel tennis ci sei solo tu». Il tasto doppio torna prepotente: è il caso che una ragazza di 1.64, che deve lavorare tanto su ogni punto, disputi anche la gara a coppie, dove pure, a Parigi, è arrivata in semifinale con l’amica Roberta Vinci? «Per il momento non rivedo le cose», taglia corto Sara. «Quando è molto stanca fa fatica a correre, a spingere, per arrivare nei quarti ha fatto tanto sforzo, 14 La classifica dl Sara Lunedì la Errani scenderà dal numero 11 al numero 14, non avendo difeso la semifinale tanti chilometri, anche in doppio. E ancor di più ne ha fatti con queste condizioni di campo pesante con un’avversaria che ha anche giocato bene. Ma, per come è Sara, sarebbe giusto puntare solo su una cosa? E se poi non riesce a prenderla mai?», chiosa coach Pablo Lozano dando un’altra chiave di lettura all’enigma doppio. Anche se il più grande rimane quel servizietto di Sara che quasi quasi fa gemere di sgomento anche il pubblico di Parigi.

Errani, black out e dubbi (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05­-06-2014)

Pioggia battente, che ha ritardato fino alle cinque del pomeriggio l’inizio dei match. Vento furioso, freddo novembrino. E poi grandine: questa però generosamente offerta sotto forma di rovesci lungolinea capaci di ammaccare una carrozzeria da Andrea Petkovic, la tedesca nata a Tuzla, in Bosnia, che ama i filosofi, Goethe e il Che Guevara, ma in campo dall’alto dei suoi 180 centimetri picchia come una boxeur.

L’autunno in primavera di Sara Errani al Roland Garros è trascorso così, lavato via insieme al sogno della seconda finale consecutiva da una giornata di vena della Petkovic. E’ finita 6-2 6-2 in un’ora e tre minuti, una sconfitta breve ma non indolore, anche perché costerà tre posti in classifica a Sari-ta, che lunedì scenderà da n.11 a n.14 della Wta, consegnando a Flavia Pennetta il primato italiano. A fare più male però è stata la natura della sconfitta.

E’ sembrato di rivedere la Errani pre-2012, quella che al Bois de Boulogne, prima di arrivare come un lampo a ciel sereno in finale, aveva raccolto una vittoria in cinque presenze. La Petkovic è partita sbagliando molto (2-0 per l’azzurra), poi ha letteralmente dominato il match, con l’eccezione dell’inizio del secondo set quando, con l’apparire di un timido sole, si è fatta brekkare due volte, peraltro strappando a sua volta il servizio alla Errani. Bordate piatte, di dritto in cross e soprattutto di rovescio, che lasciavano lontanissima Sara dalla palla, incapace tranne rare occasioni di variare il ritmo, di confondere l’avversaria con il dritto in top. E poi risposte folgoranti sui servizi esalati da Sara, mai così esposti alle intemperie.

PROSCIUGATA. «E’ stato un black-out di energia, sia fisica sia mentale», ha spiegato l’azzurra, sbiadita persino nello sguardo. «I segnali c’erano da garni, già nel match con la Jankovic ero “morta; ma di nervi sono riuscita a pescarmi qualcosa dentro. Oggi invece prima del match non ero neppure tesa. In campo iquadricipiti (colpiti dai crampi contro la Jankovic; ridi) non spingevano, non riuscivo a ingranare». A prosciugare Sarita sono state le fatiche romane, le giornate full-time con singolo e doppio da sbrigare: «E’stato come giocare sempre tre set su cinque poi mi sono infortunata e a Parigi ho giocato tutti i giorni. 11 problema è che nel calcio ci sono i cambi, qui ci sono solo io».

Come aveva detto coach Lozano, il problema di Sara è soprattutto lo stress. Vivere tutto l’anno al di sopra dei propri mezzi tennistici, spremendo grinta infinita e intelligenza tattica da 164 centimetri e 60 chili, alla fine stanca. Anche mentalmente. «I quarti sono un grandissimo risultato, ne vado fiera. E non è stato il tabellone aperto”a innervosirmi». Magari le polemiche con la stampa? «Forse sì, forse no». Ora per ricaricare le batterie Sara si concederà qualche giorno di vacanza prima di riprendere gli allenamenti in vista dell’erba. E magari un pensierino lo farà anche a limitare gli impegni in doppio, a cui ha sempre voluto tenere fede per rispetto a Roberta Vinci. «Per ora continuerò a giocarlo – ha buttato lì sibilina – poi magari cambierò idea…».

GIORNALISTA. La semifinale meno prevista del Roland Garros se la giocherà dunque, contro la romana Halep, la bella Andrea, figlia di un serbo e di una bosniaca, emigrata a sei anni in Germania, e che nei lunghi mesi in cui per una serie di infortuni è rimasta lontana mesi dai campi (precipitando dal n.9 di fine 2011 a oltre il 140) ha lavorato anche come giornalista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, e come attivista per il partito socialdemocratico. «Prima di oggi non avevo mai baciato la racchetta – ha detto alla fine – e confesso che ho pregato Dio che uscissequell’ultima palla di Sara». La notizia che avrebbe voluto scrivere da redattrice: il suo posto di lavoro è tornato il campo.

E su Sara scese la sera (Piero Valesio, Tuttosport, 05-06-2014)

Una tedesca a in semifinale a Parigi non si vedeva dal 1999: e quella tedesca era Steffi Graf. Chissà come si troverebbero oggi Steffi e il suo rovescio slice che ha fatto impazzire le avversarie e chi lo ammirava contro le botte teutonico-americane della sua connazionale Andrea Petkovic. Americane perché contro le Errani Andrea ha martellato la palla in avanzarnanto come solo Serena e Maria nei suoi giorni migliori sanno fare. E su Sara è calata repentinamente la sera Sera di un giorno mai sorto, verrebbe da dire visto che su Parigi è piovuto per quasi tutto il giorno. Le importava viceversa moltissimo che la pioggia non rendesse le palle e il campo pesanti come l’anima di un innamorato tradito: perché a quelle palle e su quel campo Santa si depotenzia. Fa più fatica a imprimere quelle rotazioni fondamentali per una come lei che non è Gargantua La rotazione è tutto perché ricaccia indietro l’avversaria, come faceva, anche se con un taglio differente il rovescio di Steffi. Già Sara era stanca di suo, nel fisico e si può azzardare pure nella testolina; dovendo faticare così tanto per non raccogliere nulla si è offerta sull’altare della meritoria Petkovic.

Leggera La sensazione tuttavia è che Sara debba recuperare un po’ di leggerezza Tacciano coloro i quali vorebbero concedersi una facile battuta sulla leggerezza dei suoi colpi e soprattutto del suo servizio. La leggerezza in questione è quella dell’animo. I ragazzi che giocano a tennis sono una specie umana strana e delicata Consegnano gli anni migliori della loro vita ad uno sport meraviglioso che amano: che però, spesso a loro insaputa, li sottopone giorno dopo giorno ad un stress interiore notevole. Che poi, ad un certo punto, presenta loro il conto. Frullati da allenamenti, trasferte, partite, vittorie, sconfitte, elaborazioni di lutti sportivi e mancanza del tempo necessario per abituarsi a rirmi vitali normali, i tennisti e le tenniste rischiano continuamente di andare fuori giri. Non che la Errani sia fuori giri in senso complessivo: in fondo siamo qui a commentare un suo quarto di finale in uno Slam: che è venuto dopo un’ospitata da Fazio in tv, una finale di Roma e all’uscita in pompa magna di una sua biografia dal titolo altisonante «Excalibur»). Ma proprio per questa raffica di eventi e dopo due anni trascorsi nella top ten a dispetto di quanto quasi tutti prevedevano, forse Sara dovrebbe oggi tirare un bel respiro e andare a bersi una birra.

Sole Il crac della sua gamba durante la finale romana con la Williams, difficilmente non riconducibile ad uno stress mentale. La mini crisi di panico ( o respirazione) di cui è stata vittima in campo, sempre a Roma. La crisetta di malcelato pianto durante la partita parigina contro la Jankovic, in un momento ín cui aveva sprecato un vantaggio. ll documento scritto, strano e criptico, che ha consegnato ai giornalisti l’altro ieri: un comunicato rivolto a tutti e nessuno che ci si poteva aspettare da Miley Cyrus, Lindsay Lohan o Paris Hilton piuttosto che da una una come lei, additata da tutti come un fulgido esempio di sportiva solare. Che siano sintomi di quel conto di cui sopra? Può darsi o forse no. Semplicemente Sara ha perso una brutta partita, ora scivolerà via rapida sull’erba come fa di solito e poi riprenderà il suo cammino. Sotto il sole, si spera. In senso cornplessivo, stavolta.

Sara con le batterie al minimo «Stanca nel fisico e nella mente» (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera, 05-06-2014)

L’asciugamano sulla testa, il cuore vuoto di palpiti, i singhiozzi da bambina. Sul petto di coach Pablo Lozano, uscita dall’apnea e dal torneo, Sara sparge le lacrime trattenute in gola fin qui, è arrivata nei quarti di Parigi ingolfata di fatica, generosa di sé anche con l’amica Vinci («Sto giocando due match al giorno dagli Intemazionali di Roma, dove mi ero pure infortunata, ma al doppio con Robi tengo troppo: non ci rinuncio») e l’inverno del suo scontento è calato improvviso insieme ai vincenti (26, tutti sulle righe) della tedesca Andrea Petkovic, amante di Goethe e seguace di Freud, capace di regalarsi la prima semifinale Slam a 26 anni, non è mai troppo tardi, dopo una vita da mediano zeppa d’infortuni. Contro una valkiria fenomenale se lasciata colpire piatto, e d’incontro, Puffetta avrebbe dovuto armffare il gioco, spezzare il ritmo, servire dal basso del suo servizio a tegamino quelle squisite polpette avvelenate che al Roland Garros ammannisce alle avversarie ormai da tre anni (una finale, una semifinale, un quarto), intossicandole di fatica e tatticismi. E invece, Saretta? «Invece ero senza energie, non avevo potenza, ero priva di forze fisiche e mentali spiega, curva sotto il 6-2 6-2, con le occhiaie e gli occhi lucidi , mi appoggiavo per spingere e i quadricipiti non reagivano, ho provato ad affidarmi ai nervi ma non rispondevano nemmeno loro…».

Difficile tirare giù dalla nuvola, senza frecce, la veterana che oggi sfiderà la rivelazione Simona Halep per un posto in finale contro la vincente del concorso di bellezza sul centrale: Sharapova-Bouchard, terza esordiente al ballo. Dispiace, a Sara, non essersela giocata fino in fondo nei 15 gradi umidi, ventosi e inospitali di ieri, il primo set è finito sotto la pioggia e sotto un parziale di 6 giochi a zero per la Petkovic (da 0-2 a 6-2), che ha subito trovato l’antidoto al servizio della Errani (39% di punti vinti sulla prima palla: una miseria), cominciando aggressiva e finendo per restituirle sassate (32 risposte vincenti) nel gelo del centrale. Prima inerme, poi smascherata e infine nuda, Saretta si è inabissata, travolta dalle folate della tedesca, incapace di contrastarla anche nel secondo set, quando il match si è fatto addirittura crudele. problema non era lei. Ero io. Anche con la Jankovic negli ottavi ero stanca morta ma poi lì mi era scattato qualcosa e avevo vinto di puri nervi. Sono arrivata al limite, ho bisogno di fermarmi e riposare. Le batterie sono al minimo». Resta la semifinale del doppio con la vinci, domani contro Hradecka/Krajicek, a cui aggrapparsi mentre a Parigi la piccola Italia si ritira nelle ietiovie, l’enfant du pays Gael Monfils si allunga l’esistenza con Andy Murray per poi cedere di schianto nel quinto set e Rafa Nadal riacciuffa il derby con il clone David Ferrer secondo uno schema ormai consolidato.

Grazie a Sara per dieci giorni il bandierone ha sventolato fiero sul Roland Garros, ormai abituato — dalla Schiavone alla Errani — a les italiennes capaci di stupire, c’erano da difendere i punti della semifinale dell’anno scorso e la missione è stata (quasi) compiuta: da n.11 lunedì l’azzurra scenderà al n.14 in classifica, limitando i danni. «Ho giocato un gran torneo, in fondo sono contenta Peccato per il finale. Nel calcio l’allenatore può mandare in campo la riserva, nel tennis ci sono solo io». E mezza Sara, ahinoi, proprio non basta.

Errani, fine della corsa. Sbatte contro la Petkovic asfaltata senza lottare (Filippo Grassia, Il Giornale, 05-06-2014)

«Kaputt è un libro crudele sulla guerra», raccontava Curzio Malaparte della sua opera. Lo è anche il kaputt subito ieri da Sara Errani sulla terra rossa di Parigi, dove ormai è di casa, dalla tedesca Andrea Petkovic. Ci eravamo illusi che la nostra italianuzzariuscisse nella straordinaria impresa di centrare per il terzo anno consecutivo la semifinale del Ronald Garros, specie dopo essersi portata in vantaggio per 2-0 nel primo set. Ma il prologo, perfino entusiasmante nella sua dinamica, s’è trasformato in un canto del cigno dell’italianuzza di ferro che nel prosieguo del match, iniziato con 3 ore di ritardo a causa della pioggia battente, è stata asfaltata dall’avversaria. Doveva farla muovere, secondo i consigli di Lozano, il suo coach: non c’è riuscita quasi mai. Questa volta non è riuscita a zittire i tifosi rivali. Il risultato di 6-26-2, maturato in 64′, ha proiettato la bella Andrea, 27enne, coetanea di Sara, per la prima volta nella semifinale di uno slam. In passato non era mai andata al di là del terzo turno, complici infortuni di vario tipo a ginocchia e caviglie. Ieri ha fatto bingo disputando, per sua ammissione, una delle più belle partite della carriera, forse la migliore. Ma l’azzurra ha fatto di tutto per agevolarla servendo a 115 km/h di media e mancando di reattività negli scambi a fondo campo: probabile che abbia risentito del recente infortunio al quadricipite e abbia pagato la fatica del doppio dove ha ancora la possibilità di arrivare in finale. Lei stessa a fine partita ha ammesso: «Non avevo forza nelle gambe, mi sentivo vuota. Ho accusato un black out di energia fisica e mentale». Qualcosina poteva cambiare se avesse sfruttato due palle per portarsi sul 3-1 nel secondo set e cercato con maggiore insistenza il dritto dell’avversaria. Qualcosina, niente di più. Perché la tedesca di origine serba, 180 cm senza tacchi, ha risposto con le gambe ben piantate in campo, s’è trovata a meraviglia sui rimbalzi alti e ha disegnato il campo con il rovescio, implacabile sui lungolinea. Il servizio ha fatto il resto: sulla prima di battuta la Petkovic ha costruito lagoleada conquistando i191% di punti contro il modesto 39% della rivale. In semifinale troverà la rumena Halep, prossima numero 3, che ha liquidato con lo stesso punteggio la malconcia Kuznetsova.

La disfatta di ieri non toglie nulla all’avventura dellaromagnola, finalista a Roma, fra le prime otto a Parigi, ma ripropone due considerazioni: da un lato l’importanza di migliorare la battuta, troppo lenta e prevedibile, dall’ altra la necessità di limitare il dispendio di energia nel doppio. Allora sì che avrebbe più frecce al suo arco, fatto di tecnica, ma anche di tanto, troppo, sacrifico sul piano fisico. Da lunedì non sarà più la prima italiana in classifica: arretrerà al quattordicesimo posto contro l’undicesimo di Flavia Pennetta. Un motivo in più per riprendere la scalata alle top-ten: quanto a tigna è la numero uno.

Halep, meno seno e più risultati: «Perfetta» (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 05-06-2014)

In attesa della battaglia delle bionde di oggi, chi è più felice fra le castane Andrea Petkovic e Simona Halep che raggiungono le loro prime semifinali Slam a spese di Errani e Svetlana Kuznetsova?

Bacio Con i tre quarti di finale nei Majors 2012, a Melbourne, Parigi e New York, Andrea era salita al numero 9 del mondo ed esprimeva la sua felicità con la famosa «Petko-dance» che inscenava in campo, coinvolgendo gli spettatori e anche le avversarie: «Ho cominciato perché era una cosa spontanea, e divertente, non lo è più e ho smesso. Ero anche giovane, sono sempre la stessa, ma mi sono evoluta, non c’è bisogno di scomodare Freud». Ora riparte, più matura: «Qualcuno dirà che ho avuto un gran bel tabellone, ed ho avuto un buon tabellone, ma la numero 2 del mondo ha perso contro quella che io poi ho battuto, ho avuto match duri e non arrivo in semifinale da chissà dove. Ho vinto Charleston e ho vinto altri due tornei. Non sono una super-sorpresa, anche se è un momento speciale perché co-sl lontana non ci ero mai arrivata». Ora bacia la racchetta: «Non avendo un fidanzato! Non so perché l’ho fatto: ero così travolta dalle emozioni».

Seno Anche Simona Halep , rivelazione dell’anno e numero 4 del mondo, gioca «il match perfetto: funzionava tutto, ho giocato molto aggressiva e molto veloce». Anche lei viene interrogata su qualcosa che le manca, il seno che s’è fatta ridurre cinque anni fa per nuoversi meglio in campo: «Parlo solo del match, è una questione privata, sorry». Felicità è superare se stessi: «Dopo i quarti degli Australian Open di gennaio, contro Cibulkova, non ero molto contenta. Allora non sapevo come gestire le emozioni prima dei quarti Slam. E in campo ero così nervosa che non potevo fare il mio gioco, non potevo correre dietro la palla e non potevo colpirla. Stavolta invece ero molto rilassata, anche se ho dovuto attendere di più, per la pioggia. Io e il mio team abbiamo parlato d’altro». Le altre sono alte, Ha-lep è 1.68: «Cerco di giocare veloce, di aprirmi il campo e gli angoli, di anticipare. E sono molto fiduciosa sul mio servizio».

Sharapova, pericolo allo specchio (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05­-06-2014)

Eva contro Eva, come in un vecchio film di George Cukor. Bionda contra bionda, bellezza siberiana contro pin-up canadese. La semifinale più glamour del Roland Garros, quella fra Maria Sharapova, russa, 27 anni, oggi n. 7 del mondo, e Eugenie Bouchard, classe 1994, n.16 ma virtualmente n.12 Wta, assomiglia tanto a un copione perfetto, con due parti speculari. Perché Genie e Masha, le due campionesse che vengono dal freddo, hanno una storia in comune che risale al 2002.

MIAMI. Siamo a Miami, la Sharapova, che non è ancora la Sharapova, partecipa a un torneo ad inviti per giovane speranze (che vincerà), la minuscola Eugenie, anni 8, transita sui campi di Crandon Park e papà Mike, clic!, immortala l’incontro fatale. La Sharapova aveva appena debuttato da pro’ a Indian Wells, la Bouchard di diventare tennista lo avrebbe deciso solo due anni più tardi, guardando proprio la sua compagna di scatti (i sel-fie non c’erano ancora) togliere a Serena Williams la finale di Wimbledon 2004. «Ricordo benissimo quel match- ha spiegato qui a Parigi la canadese – Maria era tosi cool” che decisi che volevo essere come lei». Così convinse mamma Julie a trasferirsi in Florida, all’Academy di Nick Saviano, per costruirsi un futuro da superstat Proprio come aveva fatto anni prima Masha, nata a Nyagan, trasferitasi a Sochi per sfuggire agli effetti di Chernobyl; poi imbarcatasi a dieci anni con papà Yuri e una manciata di dollari in tasca per Bradenton, in Florida.

Eugenie, che con la sua sfolgorante carriera junior (n.1 del mondo Under 18 e vittoria a Wimbledon nel 2012) e i suoi fondamentali a percussione si è rapidamente guadagnata il soprannome di “baby Sharapova’ viene da un’infanzia diversa. Spesa a Westmount, il quartiere superchic di Montreal, dove il reddito medio per famiglia è di 400.000 dollari e papà Mike lavora come analista finanziario. In comune con Masha, Genie, grandissima tifosa dei Canadiens nell’hockey su ghiaccio e di Dwayne Wade e dei Miami Heat nel basket, ha però la ferocia assoluta. Guai a parlarle di amicizia fra colleghe. In Florida a dodici anni aveva incontrato Laura Robson, baby prodigio inglese, le due erano diventate inseparabili e il trauma di doverla incontrare in campo ha indurito la tempra della canadese, ora spessa come il pack d’inverno.

NEMICHE. «Nel tennis non c’è spazio per l’amicizia, siamo qui per darci battaglia. Ammiro molto la Sharapova, ma in seminale non voglio rispettarla: voglio batterla». Masha con distacco regale ammette che la Bouchard “ha fatto molti progressi”, ma nei loro due incontri, proprio qui a Parigi e (ancora) a Miami l’anno scorso, le ha lasciato appena 8 game. E quando nel 2013 la Nike le convocò insieme per un servizio fotografico, Maria commentò. «Genie ha chiesto di indossare la mia linea: un grosso onore che ovviamente le ho concesso. In campo invece io cerco di non dare una chance a nessuno». Nel frattempo Genie ha raggiunto due semifinali Slam, una in Australia – quando in campo confessò la sua passione per Justin Bieber – l’altra qui, ammettendo che ora il suo modello è Federer. L’unica altra canadese capace di arrivare così lontano in uno Slam era stata Carling Basset-Seguso agli Us Open 2004. Ora Genie vuole di più, anzi, vuole tutto. Anche a costo di strapparlo dalle mani della sua ex-eroina.

Ferrer dura un set. Nadal torna padrone e ora trova Murray (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 05-06-2014)

Ci ha provato, gli ha tolto anche il primo set, il primo in quattro confronti con il re al Roland Garros. Ma anche l’ultimo. Perché poi proprio non è riuscito a insistere e, appena ha rifiatato, appena ha alzato il piede dall’acceleratore, appena ha allentato la sua spinta costante, aumentando gli errori, David Ferrer è stato azzannato alla gola da quel diavolo di Ra-fa Nadal. E s’è trovato sempre nella stessa situazione: break d’acchito in ogni set, e quindi tre set a zero per il mancino di Maiorca nel derby-rivincita dopo i quarti i Montecarlo vinti da «Ferru» nella classica apertura stagionale sulla terra europea (la sua prima affermazione sul rosso sul numero 1 di Spagna dopo 10 anni), e la finale di Parigi di 12 mesi fa. Di più, una volta portato a casa il pareggio (4-6 6-4), nella fredda serata parigina sul campo Suzanne Lenglen dov’è stato sloggiato dal beniamino di casa, Gael Monfils, il re di 8 Roland Garros negli ultimi 9 anni è diventato imprendibile: nel terzo set, chiuso 6-0, non ha commesso alcun errore gratuito, ed è volato 3-0, col povero David sempre più frustrato. Poi gli ha concesso un break. Soltanto quello, prima di chiudere 6-1 in 2 ore e siglare cosí il successo numero 22 in 28 confronti col rivale.

Fiducia La svolta nel secondo set: fallite tre palle break d’oro sul 2-3 del secondo set, Ferrer non ha più trovato la chiave per scardinare il muro tennistico creato da zio Toni. «Nel primo set ho fatto troppi errori col rovescio, nel secondo, lui è stato sfortunato perché non ha preso quell’occasione e poi ha fatto più errori del solito», ha commentato, benevolo, Rafa i propri 28 errori nei primi due set (che sono poi diventati appena 31) contro gli addirittura 50 di Ferrer. Che, peraltro, ha avuto appena il 53% di punti con la prima di battuta.

Sprint Clamoroso l’epilogo dell’altro derby, fra i due 27enni Andy Murray e Gael Monfils, ex rivali da juniores: «Ci conosciamo dai 10 anni, ricordo ancora il nostro primo match a Rouen, qui in Francia, siamo molto vicini, ed è sempre difficile giocare match contro un amico», ha raccontato lo scozzese. Che s’è aggiudicato i primi due parziali («Condizioni difficili, vento e campo lento, ma sono partito molto bene»), poi ha accusato il ritorno del moro di Francia: «Quand’è calato il vento lui ha giocato benissimo, facendo colpi incredibili». A quel punto, col punteggio allo specchio,6-4 6-1 4-6 1-6, con il giudice arbitro, Fran-son, che ha segnalato ai giocatori che alle 21.30 il match sarebbe stato sospeso, Murray ha cambiato marcia contro il giocatore di casa stanco e ha chiuso 6-0 dopo 3 ore 15 minuti. Alle 21.40. «Sono stato fortunato perché lui ha cominciato male il quinto set». Il premio è la seconda semifinale a Parigi, dopo il 2011, sempre contro Rafa, ma finora nessuno dei sui 28 titoli è arrivato sulla terra rossa.

Re Nadal ha scacciato l’incubo (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05-06-2014)

aura nel pomeriggio – ma solo per un set – per l’otto volte campione di Parigi, il maiorchino Rafael Nadal, che nel primo set dei quarto di finale tutto spagnolo – replica della finalissima della scorsa edizione – si è rivisto davanti l’amico-rivale David Ferrer, numero 5 del ranking Atp, lo scudiero di un tempo ma lo spettro di Montecarlo. Nei quarti di finale del Masters 1000 del Principato, David era riuscito infatti a battere il numero 1 del mondo; e ieri, in un match cominciato tardi a causa della pioggia, sembrava che potesse ripetere l’impresa contro un Nadal falloso (31 errori gratuiti totali, 28 nel primo set) soprattutto con il rovescio. Vinto 6-4 il primo set, Ferrer ha avuto anche la chance di andare in fuga nel secondo, quando sul 3-2 si è trovato a disposizione due palle-break ma le ha sprecate. E’ iniziata così la rimonta di Nadal, che a Parigi insegue il quinto titolo consecutivo, un’impresa mai riuscita nemmeno al mitico Bjom Borg (e nemmeno a Nadal, che nel 2009, eliminato agli ottavi da Soderling, si fermò a 4). Non è stato tanto Rafa a salire di livello, almeno all’inizio, quanto Ferrer a smarrire il filo della partita, come contro il connazionale gli è accaduto tante, troppe volte in passato, raccogliendo appena un game negli ultimi due set. Alla fine Nadal si è imposto 4-6 6-4 6-0 6-1 in un due ore e 55 minuti, portando a 33 la sua striscia vincente a Parigi.

CONTRO TUTTI. In semifinale Nadal incontrerà Andy Murray, che ieri ha sconfitto tre avversari: il francese Gael Monfils, quindi un dolore alla gamba sinistra che lo ha tormentato per due set; e infine l’oscurità, visto che il match si è concluso al quinto set alle 21-40, quando già il supervisor Stefan Fransson era entrato in campo per annunciare la prossima interruzione. Monfils, che al 3 turno sempre in cinque set aveva eliminato Fognini, ha incendiato il Centrale con la ma frazione è crollato (6-4 6-1 4-6 1-6 6-0). Per il campione di Wimbledon, numero 8 dell’Atp e ancora senza un coach dopo il divorzio da Lendl, è la seconda semifinale nello Slam parigino – al quale l’anno scorso aveva dovuto rinunciare per i postumi dell’operazione alla schiena – e il remake di quella persa nel 2011 in tre set proprio contro Nadal. I giornali britannici sono convinti che questo sia l’anno dello scozzese (rcRolanAndy Garros» ha titolato due giorni fa il Daily Mail). I.ui ha confessato che fare bene nell’unico Slam in cui non ha mai giocato la finale e diventare n.1 sono gli obiettivi che lo stimolano di più. Il bilancio fra i due è 14-5 per Nadal, che non ha mai perso con Murray sulla terra.

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Jasmine cresce ancora (Bertellino). Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport). La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Damato)

La rassegna stampa di lunedì 20 settembre 2021

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Jasmine cresce ancora (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La prima volta di Jasmine Paolini è a Portorose. Il trofeo nel WTA 250 sloveno conferma la crescita dell’azzurra ma anche la tenuta mentale visto il ritardo di 3 ore nell’inizio, causa maltempo. Colpi e determinazione per battere la n. 38 del mondo, l’americana Alison Riske, 31enne di Pittsburgh che era alla 10a finale. La fotografia della nuova dimensione della 25enne toscana è nel primo set. Dopo break e contro-break iniziali Jasmine si è trovata a rincorrere la più esperta rivale dal 2-5. I’ha fatto cambiando marcia e chiudendo 7-4 al tie-break. Prima dell’inizio del 2° set Jasmine ha chiesto un medical time-out per un problema alla coscia sinistra. E’ ripartita di slancio, strappando subito il servizio alla statunitense e tenendo proprio dopo aver salvato più palle dell’ 1-1. Sul 2-0 ha rifiatato un attimo el’americana ha incamerato il primo game del set (2-1). Ripresa sul 2-2, Jasmine ha reagito chiudendo il gioco con un gran diritto per il 3-2 cogliendo poi altri 2 break per il sigillo all’8°gioca

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Nell’ITF 80 di Valencia ha vinto Martina Trevisan, in rimonta (4-6 6-4 6-0) contro l’ungherese Delma Galfi, n. 138 WTA.

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Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport)

Era alla prima finale Wta della carriera e l’ha vinta, domando l’americana (n. 38) Alison Riske in due set 7-6 (4) 6-2, dopo un’ora e 46 minuti di gioco. Per Jasmine Paolini il titolo nel 250 di Portorose può essere l’alba di una nuova carriera, ora che ha dimostrato una solidità mentale invidiabile. La 25enne toscana, che oggi raggiungerà il numero 64 della classifica (best ranking), è stata brava a non farsi influenzare dalla lunga attesa (si è cominciato due ore e mezza dopo il previsto per la pioggia) e poi fantastica nel primo set, quando ha recuperato da 5-2 sotto con due break di svantaggio. Nel secondo parziale, la Paolini ha non ha avuto problemi

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Questa settimana si gioca a Metz (cemento indoor): oggi in campo Lorenzo Sonego contro l’ungherese Fucsovics e Gianluca Mager contro il georgiano Basilashvili. A Nur-Saltan (cemento indoor), in Kazakistan, in campo Andreas Seppi contro il kazako Skatov. In tabellone pure Lorenzo Musetti: aspetta un qualificato.

La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Corrado Damato, Il Messaggero Sport)

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l’Italtennis si gode un movimento che tra uomini e donne sembra veramente aver trovato la ricetta universale che porta al successo.

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a Portorose, in Slovenia, è “incappata” in quelle settimane perfette che talvolta capitano nella vita di un tennista e, giocando alla perfezione dall’inizio alla fine, ha scoperto la gioia del trionfo. Che apre nuovi scenari anche per i tornei più importanti visto che produce un balzo in classifica dal suo attuale 87′ posto a quello numero 64 che occuperà da oggi. Ovviamente, il suo nuovo best ranking. VITTIME DOC L’ultima ad arrendersi all’azzurra è stata l’americana Alison Riske, numero 38 della Wta e terza testa di serie del torneo. Le ha strappato il servizio per tre volte nel primo set e quando è andata a servire sul 5-2 (Jasmine aveva recuperato uno dei break) sembrava poter incanalare il match dalla sua parte. Ma l’azzurra ha dato prova di grande pazienza e ha ricucito, punto dopo punto, senza fretta, portando l’avversaria al tie break, poi vinto per 7 punti a 4. II secondo set è stato la copia a specchio del primo con la Paolini volata sul 5-2 e poi più cinica della Riske: 6-2 e tutti a casa. Brava Jasmine a non perdere la concentrazione anche per lo slittamento del match, iniziato con quasi tre ore di ritardo per colpa della pioggia.

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Rassegna stampa

Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Iannacci)

La rassegna stampa di domenica 19 settembre 2021

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Leonardo Iannacci, LIbero)

In via Veneto giocava a carte con Mastroianni, a Gstaad prendeva l’aperitivo con Richard Burton e Liz Taylor, a Los Angeles cenava una sera con Charlton Heston e quella dopo con Frank Sinatra, a Parigi amoreggiava con una stripteaseuse del Crazy Horse e a Montecarlo insegnava il rovescio al principe Ranieri, suo amico. Schegge di memoria che riguardano il signor Chirinsky, protagonista di pezzi di vita che sembrano capitoli di un romanzo. «Quando mi dicevano: allenandoti meglio avresti potuto vincere di più, io rispondevo: forse, ma nella mia vita mi sarei divertito meno!», ripete sempre. Il signor Chirinsky è uno splendido 88enne, ancora pieno di vita che si diverte a portare in giro il suo mito. Chirinsky, e qui lo sveliamo, è il secondo nome di Nicola Pietrangeli, il tennista italiano più vincente della storia. Prima questione da chiarire: perché Nicola Chirinsky Pietrangeli? «Sono nato a Tunisi, all’epoca un protettorato francese, da papà Giulio e da mamma Anna, russa. Da qui il secondo nome Chirinsky, che non mi dispiace affatto. Ho iniziato a giocare a tennis in un campo di prigionia proprio in Tunisia, durante la seconda guerra mondiale, vincendo con papà il mio primo torneo di doppio. Avevo 13 anni. Ma il mio destino era l’Italia, venimmo espulsi e con la famiglia riparammo a Roma».

Dove si dedicò a tempo pieno al tennis…

 

Affatto. Preferivo il calcio, ero bravino e venni convocato nelle giovanili della Lazio. Dopo qualche tempo mi proposero il trasferimento alla Viterbese, capii subito che con il calcio non mi sarei divertito né avrei viaggiato, così passai al tennis. Al Circolo Parioli, dove il custode era un certo Ascenzio Panatta, che aveva un figlioletto di nome Adriano.

Un tipo che avrebbe incontrato anni dopo.

Sì, ma questa è un’altra storia. Giocare a tennis mi piaceva. Diventai bravo. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60 vinsi 44 tornei, quattro volte il Roland Garros, due nel singolare e due nel doppio. Mi rispettavano tutti gli altri grandi giocatori dell’epoca, eravamo amici. Giocavamo ma ci divertivamo un mondo. Era un tennis educato, quello. E vivo.

La differenza tra un campione della sua epoca e uno odierno?

Noi entravamo in campo per divertire il pubblico. Oggi ogni pallina vale decine di migliaia di euro e ai giocatori non importa nulla del pubblico. Pensano solo ai soldi. Quando ho vinto il Roland Garros mi hanno dato un premio in denaro con il quale non mi sono potuto comprare neppure un appartamentino. Oggi chi vince uno Slam si porta a casa due milioni e mezzo di dollari.

Ma, allora, la Osaka che lascia il tennis, Djokovic paralizzato durante la finale degli Us Open, terrorizzato dalla mancata conquista del Grande Slam. Perché?

E qui mi arrabbio. Djokovic avrà, che so, 500 milioni di dollari in banca e gioca una finale stressato? Ma scherziamo? E la realtà attuale del tennis che strofina i nervi a questi plurimiliardari. Sono macchine da guerra, istituti di credito. Forse si stressano a contare i soldi. Quando leggo che sono depressi mi saltano i nervi.

Djokovic, Nadal, Federer: chi al primo posto?

Federer, di un altro pianeta. E ve lo dice uno che ha battuto un certo Rod Laver che di Grande Slam se ne è pappati due.

II tennis italiano sembra rinato: prima Fognini, ora Sinner, Berretti, Musetti, Sonego. Siamo tornati ai tempi di Panatta-Barazzutli-Bertolucci-Zugarelli?

Penso di sì. Sinner ha solo 20 anni. Ha il mondo davanti e arriverà entro l’anno nei primi 10. Berrettini con quel servizio può vincere uno Slam. Non sulla terra battuta, però.

La sua più bella vittoria?

Nel 1976 ero il capitano non giocatore della squadra di Davis e arrivammo alla finale con il Cile. Mezza Italia non voleva che andassimo a giocarla perché a Santiago c’era il regime di Pinochet. Era tutto politicizzato, la sinistra vedeva la finale dal punto di vista ideologico e voleva boicottarla. Pensai: siamo pazzi? Rinunciamo a vincerla? Mi sono battuto come un leone contro tutti i politici ipocriti, di sinistra e non solo. Alla fine mi diedero retta e andammo. Vincemmo la nostra prima e ultima Davis, i giocatori in campo, io fuori. Ma fummo costretti a tornare in Italia quasi di nascosto, protetti dai carabinieri. Ricevetti anche due minacce di morte, avevo la polizia sotto casa.

E una sera si portò a letto la Coppa Davis…

Accadde dopo una festa a Roma, con Giulio Andreotti presente, salito frettolosamente sul carro dei vincitori: tutti se ne andarono a dormire e il servizio d’ordine lasciò lì la coppa. Nessuno se la filava. Così, per paura che la rubassero, la portai a casa, la misi sul letto. C’è una foto con il sottoscritto, la coppa e il mio gatto che ci dorme dentro.

Ed ecco la domanda delle cento pistole: chi è stato più forte, lei o Panatta?

Adriano è nato per giocare a tennis. Un talento puro. Mi ha battuto anche nella finale dei campionati italiani del 1970. Ma lui aveva 20 anni, io già 37… Però è durato troppo poco ai vertici, 3-4 anni. Meglio Nicola Chirinsky Pietrangeli, dai.

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Rassegna stampa

Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Querusti)

La rassegna stampa di venerdì 17 settembre 2021

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Francesco Querusti, La Nazione)

Circolo Tennis Firenze in festa per la presenza di Camila Giorgi, numero 1 in Italia e al 36° posto nel ranking mondiale. Camila, nata a Macerata ma fiorentina d’adozione, ha portato freschezza, classe, simpatia, femminilità e moda nel tennis. Tra i suoi sogni quello di scalare posizioni nella classifica delle big, di insegnare ai giovani per trasmettere i suoi segreti e di non lasciare mai Firenze città che le ha preso il cuore. Camila, sui campi del Ct Firenze, è scesa in campo con gli allievi della scuola agonistica del circolo delle Cascine, in due ore divertenti, di grande fascino e colpi spettacolari. Oltre al tennis è stata protagonista la moda con sfilata sul bordo piscina con i capi dell’azienda Giomila disegnati dalla mamma di Camila. Poi si è raccontata, con accanto tutta la sua famiglia. «Sono più che soddisfatta – afferma Camila – ma non mi accontento mai. Adoro il tennis: ho detto che è il mio lavoro, ma lo amo. Una volta finito però ho altre cose a cui pensare, come la mia famiglia, e non ho rimpianti. Fra due settimane partirò per Chicago e poi parteciperò al torneo di Indian Wells. Mancano quattro tornei e poi è finita la stagione. Arrivare fra le prime 32 del ranking, per poter essere testa di serie negli Slam, è il mio obiettivo ma spero di fare ancora meglio». E in futuro quali obiettivi? «Mi piacerebbe insegnare alle bambine e ai bambini questo sport, che è incredibile, perché’ in parte è anche stile di vita. La scelta di seguire la passione di mia madre e di non scegliere altri brand è dettata dal fatto che mi ha insegnato tutto ed è una vera artista. Giomila è un progetto di moda che è diventato realtà e che seguirò con impegno». E il suo amore per Firenze e la Toscana. «Viviamo a Calenzano e quando sono a casa, insieme a mia madre e alla mia famiglia, andiamo in giro per la Toscana che è bellissima».

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