Amicizia e rivalità nelle epoche: ma Andy Murray si fida di Novak Djokovic?

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Amicizia e rivalità nelle epoche: ma Andy Murray si fida di Novak Djokovic?

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L'Italia della Coppa Davis 1976 contro il Cile

Quando manca la fiducia manca anche l’amicizia. Non si può pensare male di una persona e chiamarlo amico. Adriano Panatta e Corrado Barazzutti. Rafa Nadal e Roger Federer

Quanto accaduto nella finale dell’Australian Open, con Novak Djokovic che ha dato più volte l’impressione al pubblico presente e a quello davanti alla tv, ma soprattutto al suo avversario, di avere qualche problema fisico, più o meno serio ma poi rivelatosi molto poco serio, e le successive dichiarazioni, per certi versi sorprendenti, di Andy Murray “Mi sono distratto” parente stretto di un altro concetto più accusatorio “Mi ha distratto”, finiscono per porre un interrogativo anche per due coetanei che si conoscono e si frequentano da quando avevano 11/12 anni coltivando gli stessi sogni e sopportando gli stessi sacrifici, lontano da casa, con tante aspettative da parte dei loro clan familiari a pesare sulle loro spalle.

Possono due campioni che puntano entrambi a vincere gli Slam e a sedersi sullo stesso trono del tennis mondiale, essere davvero amici al punto di sacrificare la loro inevitabile rivalità al massimo rispetto reciproco quando si affrontano? Oppure quando si tratta di vincere una finale importante occorre essere capaci di non guardare in faccia a nessuno ed ispirarsi soltanto al mio concittadino Machiavelli secondo il quale – almeno gli si attribuisce comunemente un pensiero simile (anche se qualcuno in tempi moderni lo contesta)- “il raggiungimento di ogni fine giustifica il mezzo”?

 

E mi domando se a volte non sia proprio la grande vicinanza di età, cammino e frequentazione, l’assiduità di un rapporto maturato fin dalla più giovane età, a non creare piccole scintille di gelosia, che poi prendono fuoco quando meno uno se lo aspetta. Perché può venir naturale che i difetti di uno – nobody is perfect -via via diventino sempre più insopportabili ed intollerabili per l’altro. Se fra due persone, e anche i campioni sono persone, viene a mancare la stima e la fiducia reciproca, e uno pensa anzi sempre che l’altro “voglia fare troppo il furbo” e “lo freghi”, beh l’amicizia va a farsi benedire e chi, nonostante ciò, si professa amico è in realtà molto semplicemente un ipocrita. E’ certo difficile sognare di battere l’altro, di scalzarlo dalla sua posizione, eppoi essergli davvero amico nel profondo del cuore.

Fra Rafa Nadal e Roger Federer corre indubbiamente buon sangue e stima reciproca perché ciascuno dei due non può non ammirare l’altro, sia per i risultati raggiunti, sia per tutte le volte che pur giocando bene uno dei due ha finito ugualmente per  perdere dall’altro. Però fra i due c’è un discreto distacco anagrafico, cinque anni, e questo spiega perché inizialmente Rafa guardasse a Roger come ad un mito, un esempio da imitare, e perché poi, dopo averci preso qualche lezione che non si aspettava – soprattutto sulla terra rossa – Roger che è l’emblema vivente dell’uomo politically correct, ha cominciato a pensare che non era sempre lui ad aver giocato male.

E’ questa, di solito, la debolezza e la forza di Roger: dal suo punto di vista lui non dovrebbe mai perdere! E se succede è più spesso colpa sua, a sentir lui. Basta leggere le sue dichiarazioni se non si è stati presenti ad ascoltarle. Sconfitto più  di una volta da Nadal, anzi il più delle volte, Roger è stato costretto ad ammettere, per primo a se stesso,  che anche quel mancino di Maiorca aveva delle qualità sorprendenti. Da lì l’ammirazione per Nadal che aveva poi sempre manifestato con (apparente -sincera? – umiltà la sua grande ammirazione per Roger (qualità non indifferente agli occhi di Roger).

Ciò significa che i due oggi sono veri amici? Mah, io non credo. Età a parte sono troppo diversi, anche se – a contrario – non è scritto da nessuna parte che per essere amici si debba essere uguali o simili, nè avere gli stessi gusti, le stesse abitudini o hobby. Il fatto che uno sia svizzero -e tendente ad atteggiamenti per l’appunto neutrali da buon svizzero, sposato e “legatissimo” (?!) alla moglie e con 4 figli  – e l’altro un isolano spagnolo ancora scapolo seppur più che fidanzato, non esclude affatto che i due possano essere grandi amici. Secondo me magari  lo diventeranno, un po’ come è successo ai due grandi rivali di fine anni ’70, John McEnroe e Bjorn Borg. Sembravano diversissimi, in tutto e per tutto, anche se era una bufala quello stereotipo che si leggeva su molti giornali che definivano e titolavano Bjorn “Ice-Borg”.

Bjorn non faceva mai una piega in campo…o quasi (ricordate come reagì per il lancio delle monetine al Foro Italico nella finale del ’78 vinta al quinto su Panatta?). Era di ghiaccio solo lì. Ma fuori era un vulcano. Per le donne è sempre andato matto, e se all’inizio aveva trovato in Mariana Simionescu una “simil Mirka Federer”, poi però, dacchè i due si separarono, Bjorn ne ha combinate più di Carlo in guerra, stimolato anche da un altro amico, Adriano Panatta, che gli presentò l’ipotesi di una vita diversa, Loredana Bertè…e non solo. Ma aveva un debole, il buon Bjorn, anche per le birre, l’alcool, e forse qualcosina di più: per questo andava molto d’accordo con McEnroe e con il povero Vitas Gerulaitis. Quante ne hanno combinate insieme quei tre! Loro erano certamente amici, e può anche essere che il ritiro prematuro di Bjorn a 26 anni, abbia contribuito a farli sentire tale. Se Borg avesse continuato a battere McEnroe come nell’epica finale dell’80 e del mega leggendario tiebreak, forse SuperEgo McEnroe non l’avrebbe ammesso alla ristretta cerchia dei suoi amici del cuore.

Venendo ai giorni nostri…durante un incontro di un paio d’anni fa a Wimbledon organizzato dalla Lavazza con Judy Murray e Tony Nadal, la mamma di Andy disse chiaramente che suo figlio ormai aveva un rapporto migliore, di maggior amicizia e complicita’ con Rafa piuttosto che con Novak, e che i due giocavano perfino a PlayStation ( o qualche altro gioco al computer che ora mi sfugge) a distanza. Judy fu proprio chiara: “Fra Andy e Novak c’è meno feeling di una volta”. Ma questo discorso esula un po’ dal tema. Serve solo a dire che non è che l’essere cresciuti insieme signific hidover essere grandi amici per forza. Magari i due, Andy e Novak, lo ridiventeranno, come tanti rivali che si ritrovano anni dopo il fine carriera, nel momento in cui affiorano tanti ricordi e ci si dimentica un po’ di più i reciproci “dispettucci” e financo eventuali scorrettezze. Oggi John McEnroe e Ivan Lendl non si amano di certo, ma si detestano meno di una volta e possono perfino provare a scherzare insieme. Anche se non si inviteranno mai a cena.

Ricordo bene quando dovendo giocare un’esibizione nella mia Firenze, e trovandosi entrambi ad Anversa, Sergio Palmieri -che era insieme a  Carlo Pennisi il coorganizzatore dell’esibizione – tentò di convincere John,che aveva noleggiato un aereo privato, a dare un passaggio anche a Ivan. Invano, non ci fu verso. Ma anche lì siamo fuori tema, non c’era mai stata (neppur millantata…) vera amicizia. Nell’ambito delle squadre di Coppa Davis o di Fed Cup si è invece spesso spacciata per amicizia un rapporto che non era tale. A volte per la troppa differenza di stile, carattere, personalità, background di due giocatori che magari si sono trovati a giocare l’uno al fianco dell’altro per diverse centinaia di volte in doppio, condividendo quindi gioie e dolori ogni volta.

Il romano della ricca borghesia Nicola Pietrangeli era troppo diverso, ad esempio, da Orlando Sirola, istriano di Fiume, serio, anzi serioso, con alle spalle tutta un’altra famiglia, vita, situazione economica e aspirazioni (Nicola era ricco, e non tanto per il padre rappresentante in Italia della Lacoste, quanto per una clamorosa vincita multimilionaria della madre russa al lotto francese; Orlando era povero in canna). Si saranno abbracciati un migliaio di volta, tre finali di Slam ed una vinta, nove finali al Foro Italico e mai vinta una, hanno fatto mille trasferte insieme, si volevano bene alla fine, ma uno leggero, spesso ai confini della superficialità, l’altro burbero, poco flessibile…come quando pretese la squalifica dell’esordiente Panatta per come si era comportato a Zagabria in Davis compromettendo l’esito del match dopo una serie di reazioni maleducate. Sirola, da istriano nei confronti della ex Jugoslavia, non poteva sopportare di poter essere in qualche modo corresponsabile di quelle. Pietrangeli si sarebbe guardato bene, dal prendere posizioni così radicali. E quando ci fu da sostituire Sirola, ormai inviso a Panatta e reo di aver consentito al ceco Kukal a Grugliasco di recuperare dai crampi che avrebbero potuto dar partita vinta a Mimì Di Domenico, per eccesso di FairPlay – Mimì perse incredibilmente la partita e con lui anche l’Italia – tutti se la presero con Sirola e, dopo un brevissimo interregno di Giordano Maioli quale capitano, proprio Nicola Pietrangeli diventò per una prima volta capitano di Coppa Davis (soltanto per un anno;  nel ’73 gli subentrò Fausto Gardini, eppoi nel ’75-’76 tornò Nicola, capitano per 11 incontri complessivi). Nicola dimostrò amicizia ad Orlando in quei frangenti? Mica tanta. Ma forse Orlandone, il gigante buono, non se ne sorprese granché.

Fra Fausto Gardini e Nicola Pietrangeli, un milanese pragmatico e un romano da “dolce vita”, non poteva esserci vera amicizia. Ma anche fra Fausto Gardini e Beppe Merlo non ce n’era tanta. E’ rimasto storico l’episodio di Merlo colto dai crampi nella finale degli Internazionali d’Italia 1955: altro che Djokovic e Murray! Gardini mentre Merlo era sdraiato a terra, cominciò a saltargli davanti e ad invocare il ritiro all’arbitro dell’epoca (“Il tennis deve essere continuo” citava la regola d’allora, altro che MTO!). Questi, mentre il povero Beppino si contorceva dal dolore, fu costretto a decretare il suo forfait. Il pubblico subissò di fischi Gardini, ma nell’albo d’oro di quell’anno figura e figurerà per sempre il suo nome e non quello di Merlo che aveva avuto la partita in mano. Così, anche se Murray era avanti 2-0 nel quarto e Djokovic sembrava in crisi spaventosa, nell’albo d’oro dell’Australian Open figura nell’anno del Signore 2015 per la quinta volta Novak Djokovic e per zero volte Andy Murray, sconfitto per la quarta volta in finale…con il rischio che i ragazzi del 2040 scorrendo l’albo d’oro del solo Australian Open dicano quel che si dice oggi di Fred Stolle, tre volte consecutive finalista a Wimbledon e sempre battuto: “Doveva essere un grande perdente!”. Che poi Stolle abbia dominato un US Open nel ’66 (finale su Newcomb) e un Roland Garros nel ’65 (su Tony Roche) nessuno pare tener conto. Speriamo che nel 2040 si ricordino che Andy Murray ha vinto i due Slam di più grande caratura, Wimbledon 2013 (77 anni dopo Fred Perry, quello delle magliette con l’alloro)” e US Open 2012! Più eventuali altri Majors…

Ma per via dell’Australian Open e “per essersi distratto”, anche Andy Murray rischia di esser ricordato come un grande perdente a meno che nei prossimi anni non centri un bel po’ di  Slam. Con l’inevitabile declino anagrafico di Federer, gli acciacchi ricorrenti di Nadal, è possibile che i due coetanei separati alla nascita (nell’87) da una sola settimana, si ritrovino davanti in diverse finali, soprattutto su campi non in terra battuta. E’ pensabile che Andy e Novak diventino più amici? Io dico di no. Almeno finchè saranno rivali e avversari.

Per tornare al tennis di casa nostra  fra Sirola, Gardini, Pietrangeli e Merlo, nessuno era davvero super-amico dell’altro. E fra i loro eredi? Panatta e Bertolucci erano amicissimi e Barazzutti e Zugarelli fecero quadrato dall’altra parte, ma i fatti dicono che poi Barazzutti ha percorso la sua carriera federale e Zugarelli non se l’è filato più nessuno, ivi incluso lo stesso Barazzutti che forse una mano avrebbe potuto dargliela se più che un vero amico in Tonino non avesse soprattutto trovato un alleato per contrastare in qualche modo Adriano e Paolo. Fra questi ultimi due beh, l’amicizia c’era – seppur Adriano se la legò al dito quando, silurato dal presidente federale Paolo Galgani (che non ha combinato meno guai di Binaghi), Bertolucci accettò il ruolo di capitano che era stato di Adriano e che diversi altri interpellati avevano rifiutato per non prestarsialle operazioni politiche di Galgani. L’incrinatura fu così pesante che quando con la gestione Binaghi fu fatto fuori Bertolucci per nominare capitano Barazzutti – e ciò  sebbene Corrado fosse inviso alla stragrande maggioranza dei giocatori – Panatta (che aveva contribuito alla elezione di Binaghi prima di litigarci pesantemente anche nelle aule dei tribunali, come tutti sanno) non mosse un dito lì per lì in difesa dell’amico Paolo.

Ma poi l’amicizia naturale fra Paolo e Adriano, il primo nativo di Forte dei Marmi, il secondo a lungo lì residente, ha preso il sopravvento. Ma, in quel caso, Adriano e Paolo, con il secondo che poteva dare l’impressione di essere un po’ vassallo del primo, non erano veri rivali. Barazzutti, friulano tignoso e testardo come pochi, aveva soppiantato Bertolucci come secondo singolarista di Davis e quindi il vero rivale di Adriano era lui. E lo battè anche in finale agli Assoluti (gara che a quel tempo contava assai). Bertolucci divenne decisivo per il doppio, ma mai così decisivo come uno che doveva giocare due singolari. Mah, in questo excursus semi-storico, mi sono un po’ perso, riguardo al discorso “Campioni rivali…ma amici si può?”, però un po’ di legna sul fuoco perchè i lettori ne discutano forse – sia pure in maniera confusa (ho scritto a tempo record: Voltaire diceva “Scusate se ho scritto troppo a lungo, se sono stato troppo prolisso, ma avevo poco tempo”) -sono riuscito a metterla. Buona lettura e, mi raccomando, buoni commenti (avevo fatto un sacco di refusi scrivendo in semi-oscurità sull’Ipad, e me ne scuso con i primi lettori. Ora qualcuno dovrei essere riuscito ad eliminarlo.

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Olimpiadi Tokyo 2020: nulla da fare per Giorgi e Fognini. La ‘maledizione’ di Hubert de Morpurgo

TOKYO – Tennisti azzurri lasciano Tokyo con zero medaglie olimpiche Perfino in un anno in cui il tennis italiano aveva brillato, Ma Berrettini e Sinner non c’erano. I 9 falli di piede di Fognini non sono…accettabili!

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Camila Giorgi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Per come andavano le cose quest’anno, con il tennis italiano che ha certamente vissuto un periodo magico, si potrebbe parlare dell’infinito protrarsi della… “maledizione di De Morpurgo”.

Infatti dacchè il barone Hubert Louis de Morpurgo, conquistò un bronzo nel 1924 ai Giochi di Parigi – quando giocarono 124 tennisti di 27 nazioni, l’oro andò all’americano Vinnie Richards, l’argento al francese Henri Cochet; il tennis era incluso fra le discipline fin dalla prima Olimpiade di Atene del 1896, si affrontarono 13 tennisti di 7 nazioni   – non c’è più stato verso di conquistare un medaglia.

E sì che de Morpurgo era un italiano per modo di dire. Infatti era nato a Trieste, il 12 gennaio 1896, quando il capoluogo giuliano era una città austriaca che divenne italiana soltanto dopo la prima guerra mondiale. Ma non è solo per questo motivo che lo si poteva definire un italiano sui generis. La sua mamma, Mary Catherine Lili Branson era inglese. Il padre, Julius von Morpurgo, era un barone di origini tedesche. A Hubert fu fatto prendere un passaporto cecoslovacco, forse perché l’essere nato a Trieste in tempi incerti non dava sufficienti garanzie di continuità.

 

Più cosmopolita di così! E anche globetrotter in tempi in cui quelli che potevano permettersi di viaggiare alla grande, e di giocare ovunque a tennis, appartenevano certamente a un’assoluta elite iper-privilegiata. Lui, di famiglia ovviata agiata oltre che aristocratica, era stato campione junior inglese nel 1911, perchè aveva frequentato in Gran Bretagna la high school. Poi si era trasferito a Parigi e lì aveva vinto nel 1915 i campionati studenteschi universitari.  Insomma, Hubert de Morpurgo può dire di essere stato campione inglese, francese, italiano, cecoslovacco.

Così quando la rivista americana Tennis scrisse di lui che lui era il Tilden del suo Paese – forse perché aveva un ottimo servizio, un bel dritto piatto, una buona copertura della rete anche se sullo smash era piuttosto falloso – non era scontato capire bene a quale Paese si riferisse. Anche perché quelle righe furono date alle stampe ben prima che Benito Mussolini, nel 1929, lo nominasse direttore tecnico del tennis italiana, dopo che de Morpurgo aveva raggiunto i quarti a Wimbledon 1928 e prima che centrasse le semifinali al Roland Garros 1930, in entrambi i casi perdendo da Henri Cochet, uno dei quattro celebri mousquetaires francesi.

La nomina da parte del Duce – appassionato di tennis di cui è rimasta famosa la frase che disse al suo Maestro Mario Belardinelli dopo l’ennesimo rovescio sbagliato “Noi tireremo dritto!” – fu fatta, alla vigilia della prima edizione degli Internazionali d’Italia che, per cinque anni furono giocati a Milano prima di trasferirli al Foro Italico.

De Morpurgo giocò quella prima edizione, approdando alle due finali, del singolare come del doppio. Perse entrambe da – appunto – Big Bill Tilden: 6-1 6-1 6-2 in singolare, 6-0 6-3 6-3 da Tilden e Wilbur Coen, lui in coppia con Placido Gaslini. Fu comunque il Barone a decidere di giocare nobilmente per l’Italia… così almeno una medaglia di bronzo la federazione italiana, nata al mio Circolo Tennis Firenze delle Cascine il 18 maggio 1910 con primo presidente il marchese “secolare vinattiere” Piero Antinori, la può vantare. Prima o poi la vincerà anche il presidente Binaghi, me lo sento.

Paolino Canè e Raffaella Reggi nel 1984 a Los Angeles, vinsero una medaglia di… finto bronzo. Non valeva. Il tennis era …”sport dimostrativo”. Nel 1981 era stato deciso che il tennis sarebbe stato riammesso ai Giochi, 60 anni dopo Anversa (1928). Ma si sarebbe ufficializzato il rientro nel 1988 a Seul. La doppia impresa di Canè e Reggi non è dunque finita in alcun palmares. E ancor meno c’è finito quel torneo che si svolse a Guadalajara nel ’68, durante i Giochi di Città del Messico, e che fu vinto dopo cinque set da Manolo Santana su Manolo Orantes che, diciannovenne, nei quarti aveva sconfitto Nicola Pietrangeli, ormai trentaquattrenne.

Insomma, per quanto riguarda Tokyo 2020 il medagliere azzurro dovrà sperare nel contributo di altre discipline. Restano zero le medaglie tennistiche dopo quella primissima e unica conquistata dal Barone.

Hubert De Morpurgo

Purtroppo era prevedibile che ciò accadesse fin dal momento in cui Matteo Berrettini aveva dovuto dare il suo addolorato forfait a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi. Il romano finalista a Wimbledon sarebbe stato testa di serie n.6, la posizione poi occupata da Carreno Busta che, battuto stamattina il tedesco Koepfer, giocherà questo giovedì per una medaglia nei quarti contro Medvedev, il russo sofferto giustiziere di Fabio Fognini (6-2 3-6 6-2).

Un punteggio bugiardo. Fognini è stato molto più in partita di quanto non dica in particolare il 6-2 del terzo set, che potrebbe far presumere un crollo che non c’è stato. Medvedev aveva dovuto superare una grossa crisi fisica, per il calore e l’umidità di una giornata che non aveva nulla in comune con quella fresca di martedì (causata dalla grande depressione denominata Nepartak e ovunque presentata come un tifone che però non c’è stato).

Medvedev, di cui registriamo a parte la furibonda reazione ad una domanda rivoltagli in inglese malcerto da un collega di cui Daniil ha chiesto in modo assai brusco addirittura l’espulsione dai Giochi, ha dovuto superare un momento difficilissimo nel secondo set e poi salvare tre palle break consecutive nel primo game del terzo. Quindi altre tre sul 4-2 per lui dopo aver conquistato il break decisivo nel secondo game in cui forse  Fabio ha commesso l’errore di ripensare alle occasioni perdute nel game precedente. Dall’0-40 del primo game Fabio ha infatti ceduto dieci punti di fila. E quel break non è più riuscito a recuperarlo.

Il Medvedev che ha battuto Fognini non mi è parso imbattibile. Certo per batterlo bisogna avere una capacità di concentrazione diversa da quella di cui è evidentemente capace Fognini. Anche in una giornata in cui ha complessivamente giocato bene. E, come ha detto lui, alla pari con il secondo tennista più forte del mondo.

Ma un tennista che non fa serve&volley non può incappare su nove falli di piede! Basta stare un minimo attento prima di andare a servire. Ho capito che faceva un caldo insopportabile, quello che ha costretto Badosa a ritirarsi dopo il primo set e ha messo in crisi lo stesso Medvedev che diceva di non riuscire più a respirare. Però che ci vorrà mai a guardare la riga di fondo e, all’atto di servire, stare attento a mettere i piedi cinque centimetri più indietro? Soprattutto quando ti rendi conto che i giudici di linea qui sono “gendarmi” inflessibili, pignoli al millimetro. Nell’arco di un match equilibrato e ben giocato, rinunciare a priori a nove prime palle di servizio, innervosendosi immancabilmente prima di giocare la “seconda” è un handicap che non si può concedere al n.2 del mondo.

Fabio ha fatto solo due doppi falli, l’ultimo sul match point…, ma è inevitabile che quando giochi la “seconda” non puoi che farlo in modo conservativo, la giochi più piano. E con un avversario che risponde come Medvedev non fare che una brutta fine. Non esistono sensori che inseriti nelle scarpe (nella testa?) di Fognini lo avvertano quando sta per toccare la linea bianca?

A questo punto fra i quattro che hanno raggiunto i quarti di finale della metà bassa del tabellone, Khachanov (vittorioso su Schwartzman) e Humbert (su Tsitsipas), Medvedev sembra il più serio candidato a un posto in finale. Dove, per quanto concerne la metà alta, qualunque nome diverso da Djokovic – che nei quarti trova Nishikori e poi il vincente di Zverev-Chardy – sarebbe una gran sorpresa. Anche se Zverev non ha sempre perso con Djokovic: il bilancio è 6-2 per Nole, con Sasha che ha vinto due finali, a Roma 2017 e a Londra ATP Finals 2018.

Piuttosto, dopo l’accenno di poco fa all’assenza di Berrettini, non c’è dubbio che anche la rinuncia di Jannik Sinner ci abbia tolto un’altra gran bella possibilità. Soprattutto se si pensa che un quarto di finale lo giocheranno due sue recenti vittime: Khachanov e Humbert. Qui c’erano solo 16 teste di serie e Jannik n.23 ATP avrebbe potuto capitare ovunque. Anche dove si trovano Humbert e Khachanov.

Le Olimpiadi sono decisamente un torneo che fa storia a sé. Al Roland Garros per la prima volta nella storia del tennis francese i nostri “cugini” d’Oltralpe non avevano avuto un solo giocatore, uomo o donna al terzo turno. Qui hanno due tennisti nei quarti, in lotta per una medaglia. E gli svizzeri che non hanno né Federer né Wawrinka, hanno Bencic in semifinale con chance niente male per un posto in finale dovendo affrontare la kazaka Rybakina che ha battuto la deludente Muguruza. Inoltre Bencic e Golubic sono in semifinale in doppio e dovranno giocare contro il non irresistibile duo brasiliano Pigossi-Stefani!

Francamente, anche se questa giornata con i duelli di ottavi Medvedev-Fognini e ancor più (di quarti) Giorgi-Svitolina, avevano risvegliato l’interesse dei giornalisti presenti a Tokyo sul tennis, non ero per nulla ottimista. Vero che il cammino di Camila Giorgi fino ai quarti di finale era stato tutt’altro che scontato. Durante il percorso aveva battuto la finalista di Wimbledon Karolina Pliskova per la seconda volta consecutiva, conquistando la dodicesima vittoria su una top-ten. Il che testimonia le sue eccellenti qualità potenziali, ma sottolinea anche certi limiti di tenuta psicologica.

Oggi per esempio è partita con uno 0-4 nel primo set, poi 1-5, e con un 1-4 nel secondo set, frutto di due break. Ma come si fa recuperare? Poi si dirà che è un peccato perché degli ultimi quattro game del primo set Camila ne ha fatti tre, e degli ultimi 5 del secondo idem. Quindi poteva esserci partita, si dirà. E partita c’è stata perché Svitolina che fino ai primi due set point mancati sul 5-1 non aveva fiatato, ha cominciato dal 5-3 a sottolineare con dei ruggiti ogni colpo spinto con maggior intensità, mentre il suo fresco sposo Gael Monfils si faceva anche lui via via più vocale dalla tribuna in cui era circondato dalle maglie giallocelesti dei dirigenti ucraini.

Non ero ottimista, pur avendo visto giocare benissimo Camila nei turni precedenti, perché come ho detto a Vanni Gibertini anche nel podcast della quarta giornata fatto per Ubi Radio, secondo me Elina Svitolina era la peggior avversaria che potesse capitare a Camila. A Camila non danno noia le donne che tirano, forte, come Pliskova, ma quelle che tirano più piano – e lei nell’intervista post match lo ha anche detto – che le danno palle da spingere più che da incontrare, palle spesso non uguali. Anche pallonetti a candela se necessario. E sul 5-4 del primo set, servizio Svitolina e 0-15, Cami ha steccato uno smash contro sole che forse le è costata la possibile rimonta, insieme a un pizzico di fortuna, una riga presa di un millimetro dall’ucraina sul 30-15 con la successiva palla di Cami che si è fermata sul nastro sopo aver dato l’illusoria sensazione di poter passare.

Ma il problema che le dava la Svitolina consisteva anche nelle sue eccellenti capacità difensive e di recupero. Mentre Pliskova sulla riga di fondocampo – che è lunga 8 metri e 23 – gioca straordinariamente bene e colpisce alla grande se la palla le cade nel raggio dei sei metri centrali (circa eh…), ma sull’ultimo degli otto metri a sinistra come a destra arriva male e sparacchia spesso fuori di metri senza sapersi difendere, Svitolina invece corre e recupera il recuperabile. Correndo sulla sua destra fa dei dritti con il taglio sotto che ricordano proprio le armi difensive del suo consorte Monfils.

Con una tennista che recupera tre volte di più quel che non recupera la Pliskova, Camila finiva per sbagliare dopo tre-quattro affondi che contro la ragazzona ceca le avrebbero procurato il punto, mentre con l’ucraina andava ancora fatto. Dai, picchia e mena, alla fine arrivava l’errore. Nihil novi sub sole. Me l’aspettavo, purtroppo. Non mi facevo illusioni. Speravo in qualche “basso” della Svitolina. Ma non c’è stato nella misura in cui sarebbe servito. Appena qualcosina. Peccato, perché secondo me era proprio lei, più della Vondrousova al turno successivo, l’ostacolo più serio.

È andata così. A Tokyo zero medaglie ma a Parigi, fra tre soli anni, avremo più chance perché i vari Berrettini, Sinner, Musetti, Sonego saranno tutti cresciuti ancora. E Camila Giorgi, sui 32 anni, con la forza e il fisico che ha, sarà ancora competitiva, e magari più continua, oltre che tatticamente un pochino più smaliziata. È mai possibile, ad esempio, che non possa lavorare un minimo sullo slice, sulla smorzata? Vabbè, di coach in pectore sono pieni i circoli di tennis…e io non mi voglio sostituire a papà Sergio.

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Editoriali del Direttore

Osaka ultima tedofora alle Olimpiadi di Tokyo, con qualche dubbio che si insinua prepotente

TOKYO – Non posso credere che due mesi fa non fosse stato già deciso che lo avrebbe fatto. E allora, anche ammessa la sua innocenza sulla discussa presa di posizione pre-Roland Garros, non sarà stata IMG a preparare quella strategia? Vorrei chiederle…

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Naomi Osaka accende il braciere olimpico - Tokyo 2020 (via Twitter, @usopen)

Non ho la presunzione di aver già individuato, neppur generalizzando, le caratteristiche di un popolo, il giapponese, con cui sono entrato in contatto per la prima volta soltanto da mercoledì sera, quando dopo aver riempito una decina di moduli, cinque in aereo e cinque all’aeroporto, mi ci sono volute quattro ore per uscire dall’ultimo controllo.

Ho pensato a quanto noi italiani ci lamentiamo dell’eccesso di burocrazia che affligge il nostro Paese, ma dopo questa esperienza non credo che – per quanto mi riguarda – mi lamenterò più.

Ho sempre sentito dire, e mi pare di averne avuto continua riprova in queste 48 ore, che la flessibilità non rientri nelle attitudini più precipue del popolo giapponese. Così come quasi maniacale mi è parsa la propensione – in parte apprezzabile quando non diventi eccessiva – a organizzare tutto nei minimi particolari… dai quali però poi non si deflette, caschi il mondo.

 

Arrivo al nocciolo: che due mesi fa, il 24 maggio, gli organizzatori giapponesi non sapessero e non avessero almeno preavvertito Naomi Osaka del fatto che sarebbe stata la più probabile – o anche soltanto una possibile –ultima tedofora per accendere il braciere olimpico e dare il via ai Giochi di Tokyo, scusatemi ma io proprio non ci credo.

Secondo me – che non ho il dono dell’onniscienza – lei era stata preavvertita. E con lei, direttamente o indirettamente, anche la sua società di management, l’IMG, che non è in mano a degli sprovveduti. Tutt’altro. Le Olimpiadi per Tokyo, più di 50 anni dopo quelle ospitate nel ‘64 , erano un’occasione importante, importantissima, dieci anni dopo quel terribile terremoto che l’aveva flagellata. Il Giappone ama lo sport, ha avuto grandi campioni fra i lottatori, i motociclisti, qualche giocatore di baseball, ma al momento nessun atleta gode della popolarità internazionale di Naomi, la tennista più pagata del mondo e le cui dichiarazioni – dall’epoca di Black Lives Matter – sono diventate celebri anche al di fuori del microcosmo tennis.

Ora a me sta umanamente simpatica Naomi. Mi è sempre sembrata anche un tipo genuino, sebbene IMG abbia certamente offuscato un po’ tanta naturalezza creando e facendole indossare quelle mascherine dedicate a vittime del razzismo che Naomi ha mostrato turno dopo turno all’ultimo US Open, certamente frutto di un’operazione di marketing tutt’altro che casuale. Se oggi, avendo pur vinto infinitamente di meno, Naomi guadagna quanto e più di Serena Williams, questo significa che dietro a lei c’è un team che le pensa e le sfrutta tutte. Quest’ultimo colpo di ieri sera non ha prezzo. Farà impennare ancora più le sue azioni.

Ebbene tutto ciò – e scusate se vi apparirò maligno (e ripeterò qui la solita frase Andreottiana che a pensare male si fa peccato ma… a volte ci si azzecca) – mi fa riflettere sulla presa di posizione di Naomi alla vigilia di Parigi. Quando cioè ha detto che non avrebbe più voluto sentirsi obbligata, ed eventualmente multata, a rispondere presente alle rituali conferenze stampa post match.

Con ciò chiedendo una chiara eccezione e un privilegio, capace di suscitare una discriminazione nei confronti di tutti gli altri campioni, uomini e donne, che invece si sottopongono a quelle… forche caudine che poi – a dire il vero – non sono nemmeno tali e per solito si esauriscono in 15 minuti dei quali le domande ne occupano sì e no tre o quattro.

Dapprima Naomi aveva motivato la sua richiesta attribuendola in parte a giornalisti poco preparati che le chiedevano cose cui aveva già risposto tante altre volte, poi li aveva anche accusati di scarsa sensibilità riferendo a quando alcuni colleghi avevano messo un po’ troppo il dito sulla piaga nei confronti di tenniste appena sconfitte. E forse si riferiva anche a se stessa per quelle volte in cui qualcuno l’aveva messa un po’ alla strette chiedendole conto dei suoi risultati piuttosto deludenti conseguiti sulla terra rossa e sull’erba.

In un secondo momento poi Naomi ha tirato fuori l’inedita storia di una sua depressione ricorrente e risalente a un paio d’anni fa. E su questo secondo argomento, mai prima manifestato e soprattutto non palesato a Guy Forget direttore del torneo del Roland Garros e al presidente della federtennis francese Gilles Moretton, le opinioni si erano divise. Chi le credeva e chi no. Chi citava, a mio avviso sbagliando nei modi, ai suoi enormi guadagni dando per scontato che i ricchi… non piangano (anche se è forse vero che i poveri avrebbero qualche motivo serio in più per farlo), chi aveva sposato la tesi che il management di Naomi avesse architettato tutto (un boomerang mediatico?) e quasi senza preavvertirla delle possibili conseguenze, per fare un altro colpo sensazionale (quasi quanto, a suo tempo, le sue foto in bikini sul famoso numero speciale di Sports Illustrated).

Io non mi permetto davvero di dubitare sulla malattia depressiva di Naomi, ci mancherebbe. Quella ante-Parigi è stata comunque un’uscita infelice, perché nella migliore delle ipotesi ha avuto come conseguenza quella di farle saltare sia Parigi sia Wimbledon (tornei cui obiettivamente sarebbe diventato difficile, se non imbarazzante, partecipare a seguito di quanto aveva dichiarato e delle polemiche che ne erano seguite).

Ora è vero che Naomi su quelle due superfici non era considerata una delle primissime favorite, ma è anche vero che in campo femminile può capitare che a Parigi vadano in semifinale quattro giocatrici che mai avevano fatto tanta strada e che in finale Kreijcikova si trovi a vincere la finale su Pavlyuchenkova. Insomma, chi può dire che Naomi non avrebbe potuto fare altrettanta strada?

Dopo aver visto stanotte Naomi accendere la fiamma olimpica mi sono chiesto se il suo team non avesse spinto sull’acceleratore di una mossa magari sentita ma forse non così determinata, pensando di ampliare la risonanza di ciò che ruota attorno a Naomi. Tanti sponsor, tanti soldi.

E qui in Giappone, sarà forse perchè Djokovic viene considerato superfavorito nel torneo maschile e sarà certo perché Naomi è giapponese, e ora più giapponese che mai (ricorderete che quando per legge ha dovuto scegliere un solo passaporto, quello giapponese, c’erano state grandi incertezze per lei cresciuta negli Stati Uniti e poco a suo agio con il giapponese al punto da preferire rispondere in inglese), fatto sta che ancora prima della cerimonia olimpica, le copertine sui magazine e i servizi sulle varie TV, erano molto di più su lei che su Novak.

Ripeto, per non dare adito a dubbi. Forse lei ha sempre detto il vero, ma i suoi agenti hanno cercato di cavalcare l’onda e a giudicare dai risultati di notorietà, dopo che forse all’inizio sembravano aver fatto una topica, forse oggi possono pensare di averla azzeccata. Naomi è magari criticata da qualcuno che non le crede, ma in termini di popolarità è diventata ancora più famosa.

Per quanto mi riguarda, proverò a chiederle questo – anche se dubito che avrò una risposta diretta (più facile che mi dica “Voglio concentrarmi su questa Olimpiade…”): “Ma ti senti meglio, se non guarita, dopo i problemi che ci hai denunciato due mesi fa? Perché, sai, qui la pressione mentale su te mi sembra molto più forte di quanto avrebbe potuto essere a Parigi…”. Figuriamoci se non trova modo di svicolare. IMG l’avrà certo istruita.

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Editoriali del Direttore

Berrettini non è arrivato alla finale di Wimbledon per caso. Si ripeterà in altri Slam, su erba e cemento

LONDRA – Matteo Berrettini ha dato l’impressione di poter fare ancora meglio e di più. Ma Djokovic è il miglior tennista del mondo: 20 Slam che potrebbero diventare 25 o più. Matteo sarà protagonista di altre finali

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Capisco che possa apparire banale, ma secondo me Matteo Berrettini va soprattutto ringraziato. Oggettivamente raggiungere una finale di Wimbledon è una grossa impresa. E averla compiuta dopo aver vinto anche il torneo del Queen’s ne incrementa il valore. Undici partite vinte sull’erba di fila prima di una sconfitta finale assai dignitosa al termine di una partita durata 3 ore e 24 minuti – non un’oretta e mezzo – con un fenomeno come Djokovic che negli ultimi 10 anni ha vinto 6 Wimbledon. Non per caso.

Come detto in altre occasioni, nessuno può battere chi non gli si presenta di fronte. Berrettini ha battuto tutti quelli che ha incontrato, undici avversari fra Queen’s e Wimbledon, salvo il n.1 del mondo. Qui a Wimbledon come a Parigi, E quando aveva perso la semifinale dello US Open l’aveva persa con Rafa Nadal che poi vinse il torneo.

Poteva battere anche Djokovic? Nessuno è sempre imbattibile, ma Djokovic vince più di tutti e se è vero che Matteo ha manifestato qualche rimpianto riguardo alla propria prestazione, e forse ha ragione (e diremo poi il perché), anche Djokovic non ha forse giocato al meglio delle sue possibilità, era stranamente nervoso all’inizio (due doppi falli nel primo game, subito palla break) e ha perso il l’unico set, il primo, nel quale era stato avanti 5-2. Nessuno può sapere se Djokovic non avrebbe alzato la propria asticella se Berrettini avesse giocato ancora meglio di quel che ha fatto. Ma a Djokovic è accaduto spesso di elevare il proprio livello se l’avversario faceva crescere il suo.

 

La finale non è stata sempre bellissima, ma nel complesso è stata godibile. Si poteva temere alla vigilia che Berrettini pagasse lo scotto dell’esordio in una finale a Wimbledon e oggi si può dire che così non è stato anche se non abbiamo visto il miglior Berrettini e lui non si è piaciuto. Però come si fa a sapere se non sia stato proprio Djokovic a condizionarlo, al di là del discorso legato alla sua inesperienza, all’inevitabile emozione. Wimbledon, il Centre Court, la gente che grida Matteo, Matteo sul campo più leggendario fra tutti.

Sai che l’avversario è il miglior ribattitore del mondo, che un servizio qualsiasi può non bastare, viene fatto di strafare, di esagerare. E così la percentuale di primi servizi, di solito superiore al 70%, contro Djokovic scende al 59%. E tutti allora a dire: Berrettini oggi, a dispetto dei 16 ace, ha servito male. O non come al solito. I dati nudi e crudi dicono questo, ma non tengono conto di tanti altri fattori, primo fra tutti…chi hai davanti! La prima di servizio è mancata, certo, ma probabilmente per i motivi che ho appena accennato. E se non entra la prima è più facile per il più grande ribattitore che dovendo rispondere alla seconda si giochino più scambi.

E chi è favorito se si giocano più scambi? Djokovic perché si muove meglio, è più rapido, recupera tutto e di più perché ha gambe e agilità assolutamente uniche. E soprattutto ha un rovescio (in particolare lungolinea) che Berrettini si sogna, anche se il suo slice è enormemente migliorato. Ma non al punto, ad esempio, di fare una decina di punti con i passanti, quando l’astuto stratega serbo si ricorda che la miglior difesa è l’attacco e decide di venire a rete più spesso del solito. A prendersi un discreto bottino di punti. Ovviamente lo fa sul rovescio di Matteo. Che di passanti vincenti di rovescio ne ha giocati meno delle dita di una mano.

Matteo non poteva che cercare di tenere il pallino del gioco in mano. Quindi rischiando. Se rischi tanto, e fai 55 vincenti, fai anche tanti errori: 44. E allora coloro che hanno osservato come la percentuale di prime palle di Matteo fosse inferiore al solito (per i motivi di cui sopra però…), sosterranno anche che Matteo ha sbagliato troppi dritti. Ma chi lo sostiene non sembra tenere conto del fatto che dall’altra parte della rete c’è un certo Djokovic che più scambia, più palleggia e più punti ti farà. Chiaro che tirando a tutta randa per accorciare gli scambi sbagli di più e sembrano errori gratuiti. Ma non lo sono.

Quanto dico non è un alibi per tutto. Il secondo break subito nel secondo set, per esempio, è frutto di una mancanza di concentrazione ancora perfettibile. Avevo lodato Matteo l’altro giorno per il break imposto a Hurkacz nel primo game del quarto set, quando avrebbe potuto risentire psicologicamente della perdita del terzo. Stavolta è stato meno solido mentalmente. Avevo lodato la gran mano mostrata da Matteo contro Ivashka, questa volta contro una situazione e un avversario che gli mettevano più pressione, i tocchi sono stati più rozzi e imprecisi. Palle corte meno assassine, recuperi su dropshot meno vincenti.

Ha commesso, come già una volta contro Hurkacz, l’errore di chiedere il Falco dopo una prima di servizio perdendo ritmo e concentrazione e commettendo il quasi inevitabile doppio fallo che ha contribuito in partenza al break subito sull’1 pari del terzo set. In quel game peraltro Djokovic ha però giocato sul 30 pari un rovescio passante in cross straordinario su un missile di Matteo, che avrebbe poi cacciato in rete un rovescio slice. E nel game successivo Matteo ha avuto due palle break non impossibile da trasformare, soprattutto la prima quando un passante di dritto avrebbe potuto garantirgli il contro-break per il 2 pari, anziché il 3-1. Sul mio bloc notes ho trovato questo appunto: la folla che ha cominciato a far echeggiare le grida “Matteo, Matteo!” ha fatto allungare i tempi fra un punto e l’altro, ha consentito a Djokovic di concentrarsi maggiormente, di caricarsi, e ne sono venuti fuori due bei punti per il serbo.

Ecco, io credo che già alla seconda finale di Slam – cui credo Matteo approderà in tempi non lontani (la penso come Wilander, anche se un lettore superstizioso vorrebbe attribuirci poteri capaci di scacciare queste ipotesi futuribili) – queste ingenuità non si ripeteranno più. Questi episodi hanno spinto qualcuno a credere che il Djokovic di ieri non fosse il miglior Djokovic, ma quando c’era bisogno Novak era subito migliore.

Insomma onore ai meriti di Matteo che ha fatto conquistare al tennis spazi inusuali sui media, perfino in tempi di febbre collettiva per l’EuroCalcio e i ragazzi di Mancini campioni d’Europa. Matteo, terzo nella Race verso le finali di Torino, ha fatto un grandissimo spot per quell’evento che ci attende a metà novembre nel capoluogo piemontese. E a Tokyo penso che potrà farne un altro, soprattutto se alle assenze di Federer e Nadal si dovesse aggiungere anche quella di Novak che ieri ha definito la sua partecipazione ai Giochi molto incerta, “al 50%”.

Novak è combattuto, per la recrudescenza della pandemia in Oriente, per il Golden Slam (come Steffi Graf nel 1988 a Seul) che sfumerebbe pur essendo certamente alla sua portata. Ma è indubbio che questo possa essere l’anno buono per il Grande Slam, se Novak eviterà di colpire un altro giudice di linea con una pallata.  Eh, già Novak ha raggiunto i rivali di sempre, Roger e Rafa, a quota 20 Major – un cammino accelerato intrapreso non tanto fa, 3 anni e mezzo direi – e se non avesse avuto la sfortuna di centrare la giudice di linea allo US open sarebbe probabilmente già a quota 21.

Mi stupirebbe, visti i chiari di luna, se Novak non vincesse 25 Slam, tanti insomma da dissipare ogni dubbio su chi sia stato il tennista più forte di questa epoca. Che poi non sia il più bello da vedere… quello è tutto un altro paio di maniche. Ci hanno viziati Federer per un verso, Nadal dall’altro. Due marziani che, come ha ricordato Novak, sono stati uno stimolo perenne a migliorarsi. Novak potrebbe fare altrettanto nei confronti di Matteo che certamente misurandosi in occasioni e con avversari del genere, non potrà che migliorarsi.

Ma intanto, ribadisco quanto detto all’inizio, gli appassionati di tennis gli devono tutti un grande, grandissimo grazie. Augurandogli di restare fra i primi 3/5 della race fino a Torino. E oltre.

Il tabellone maschile di Wimbledon con tutti i risultati aggiornati


IL COMMENTO AUDIO DEL DIRETTORE

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