Amicizia e rivalità nelle epoche: ma Andy Murray si fida di Novak Djokovic?

Editoriali del Direttore

Amicizia e rivalità nelle epoche: ma Andy Murray si fida di Novak Djokovic?

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L'Italia della Coppa Davis 1976 contro il Cile

Quando manca la fiducia manca anche l’amicizia. Non si può pensare male di una persona e chiamarlo amico. Adriano Panatta e Corrado Barazzutti. Rafa Nadal e Roger Federer

Quanto accaduto nella finale dell’Australian Open, con Novak Djokovic che ha dato più volte l’impressione al pubblico presente e a quello davanti alla tv, ma soprattutto al suo avversario, di avere qualche problema fisico, più o meno serio ma poi rivelatosi molto poco serio, e le successive dichiarazioni, per certi versi sorprendenti, di Andy Murray “Mi sono distratto” parente stretto di un altro concetto più accusatorio “Mi ha distratto”, finiscono per porre un interrogativo anche per due coetanei che si conoscono e si frequentano da quando avevano 11/12 anni coltivando gli stessi sogni e sopportando gli stessi sacrifici, lontano da casa, con tante aspettative da parte dei loro clan familiari a pesare sulle loro spalle.

Possono due campioni che puntano entrambi a vincere gli Slam e a sedersi sullo stesso trono del tennis mondiale, essere davvero amici al punto di sacrificare la loro inevitabile rivalità al massimo rispetto reciproco quando si affrontano? Oppure quando si tratta di vincere una finale importante occorre essere capaci di non guardare in faccia a nessuno ed ispirarsi soltanto al mio concittadino Machiavelli secondo il quale – almeno gli si attribuisce comunemente un pensiero simile (anche se qualcuno in tempi moderni lo contesta)- “il raggiungimento di ogni fine giustifica il mezzo”?

 

E mi domando se a volte non sia proprio la grande vicinanza di età, cammino e frequentazione, l’assiduità di un rapporto maturato fin dalla più giovane età, a non creare piccole scintille di gelosia, che poi prendono fuoco quando meno uno se lo aspetta. Perché può venir naturale che i difetti di uno – nobody is perfect -via via diventino sempre più insopportabili ed intollerabili per l’altro. Se fra due persone, e anche i campioni sono persone, viene a mancare la stima e la fiducia reciproca, e uno pensa anzi sempre che l’altro “voglia fare troppo il furbo” e “lo freghi”, beh l’amicizia va a farsi benedire e chi, nonostante ciò, si professa amico è in realtà molto semplicemente un ipocrita. E’ certo difficile sognare di battere l’altro, di scalzarlo dalla sua posizione, eppoi essergli davvero amico nel profondo del cuore.

Fra Rafa Nadal e Roger Federer corre indubbiamente buon sangue e stima reciproca perché ciascuno dei due non può non ammirare l’altro, sia per i risultati raggiunti, sia per tutte le volte che pur giocando bene uno dei due ha finito ugualmente per  perdere dall’altro. Però fra i due c’è un discreto distacco anagrafico, cinque anni, e questo spiega perché inizialmente Rafa guardasse a Roger come ad un mito, un esempio da imitare, e perché poi, dopo averci preso qualche lezione che non si aspettava – soprattutto sulla terra rossa – Roger che è l’emblema vivente dell’uomo politically correct, ha cominciato a pensare che non era sempre lui ad aver giocato male.

E’ questa, di solito, la debolezza e la forza di Roger: dal suo punto di vista lui non dovrebbe mai perdere! E se succede è più spesso colpa sua, a sentir lui. Basta leggere le sue dichiarazioni se non si è stati presenti ad ascoltarle. Sconfitto più  di una volta da Nadal, anzi il più delle volte, Roger è stato costretto ad ammettere, per primo a se stesso,  che anche quel mancino di Maiorca aveva delle qualità sorprendenti. Da lì l’ammirazione per Nadal che aveva poi sempre manifestato con (apparente -sincera? – umiltà la sua grande ammirazione per Roger (qualità non indifferente agli occhi di Roger).

Ciò significa che i due oggi sono veri amici? Mah, io non credo. Età a parte sono troppo diversi, anche se – a contrario – non è scritto da nessuna parte che per essere amici si debba essere uguali o simili, nè avere gli stessi gusti, le stesse abitudini o hobby. Il fatto che uno sia svizzero -e tendente ad atteggiamenti per l’appunto neutrali da buon svizzero, sposato e “legatissimo” (?!) alla moglie e con 4 figli  – e l’altro un isolano spagnolo ancora scapolo seppur più che fidanzato, non esclude affatto che i due possano essere grandi amici. Secondo me magari  lo diventeranno, un po’ come è successo ai due grandi rivali di fine anni ’70, John McEnroe e Bjorn Borg. Sembravano diversissimi, in tutto e per tutto, anche se era una bufala quello stereotipo che si leggeva su molti giornali che definivano e titolavano Bjorn “Ice-Borg”.

Bjorn non faceva mai una piega in campo…o quasi (ricordate come reagì per il lancio delle monetine al Foro Italico nella finale del ’78 vinta al quinto su Panatta?). Era di ghiaccio solo lì. Ma fuori era un vulcano. Per le donne è sempre andato matto, e se all’inizio aveva trovato in Mariana Simionescu una “simil Mirka Federer”, poi però, dacchè i due si separarono, Bjorn ne ha combinate più di Carlo in guerra, stimolato anche da un altro amico, Adriano Panatta, che gli presentò l’ipotesi di una vita diversa, Loredana Bertè…e non solo. Ma aveva un debole, il buon Bjorn, anche per le birre, l’alcool, e forse qualcosina di più: per questo andava molto d’accordo con McEnroe e con il povero Vitas Gerulaitis. Quante ne hanno combinate insieme quei tre! Loro erano certamente amici, e può anche essere che il ritiro prematuro di Bjorn a 26 anni, abbia contribuito a farli sentire tale. Se Borg avesse continuato a battere McEnroe come nell’epica finale dell’80 e del mega leggendario tiebreak, forse SuperEgo McEnroe non l’avrebbe ammesso alla ristretta cerchia dei suoi amici del cuore.

Venendo ai giorni nostri…durante un incontro di un paio d’anni fa a Wimbledon organizzato dalla Lavazza con Judy Murray e Tony Nadal, la mamma di Andy disse chiaramente che suo figlio ormai aveva un rapporto migliore, di maggior amicizia e complicita’ con Rafa piuttosto che con Novak, e che i due giocavano perfino a PlayStation ( o qualche altro gioco al computer che ora mi sfugge) a distanza. Judy fu proprio chiara: “Fra Andy e Novak c’è meno feeling di una volta”. Ma questo discorso esula un po’ dal tema. Serve solo a dire che non è che l’essere cresciuti insieme signific hidover essere grandi amici per forza. Magari i due, Andy e Novak, lo ridiventeranno, come tanti rivali che si ritrovano anni dopo il fine carriera, nel momento in cui affiorano tanti ricordi e ci si dimentica un po’ di più i reciproci “dispettucci” e financo eventuali scorrettezze. Oggi John McEnroe e Ivan Lendl non si amano di certo, ma si detestano meno di una volta e possono perfino provare a scherzare insieme. Anche se non si inviteranno mai a cena.

Ricordo bene quando dovendo giocare un’esibizione nella mia Firenze, e trovandosi entrambi ad Anversa, Sergio Palmieri -che era insieme a  Carlo Pennisi il coorganizzatore dell’esibizione – tentò di convincere John,che aveva noleggiato un aereo privato, a dare un passaggio anche a Ivan. Invano, non ci fu verso. Ma anche lì siamo fuori tema, non c’era mai stata (neppur millantata…) vera amicizia. Nell’ambito delle squadre di Coppa Davis o di Fed Cup si è invece spesso spacciata per amicizia un rapporto che non era tale. A volte per la troppa differenza di stile, carattere, personalità, background di due giocatori che magari si sono trovati a giocare l’uno al fianco dell’altro per diverse centinaia di volte in doppio, condividendo quindi gioie e dolori ogni volta.

Il romano della ricca borghesia Nicola Pietrangeli era troppo diverso, ad esempio, da Orlando Sirola, istriano di Fiume, serio, anzi serioso, con alle spalle tutta un’altra famiglia, vita, situazione economica e aspirazioni (Nicola era ricco, e non tanto per il padre rappresentante in Italia della Lacoste, quanto per una clamorosa vincita multimilionaria della madre russa al lotto francese; Orlando era povero in canna). Si saranno abbracciati un migliaio di volta, tre finali di Slam ed una vinta, nove finali al Foro Italico e mai vinta una, hanno fatto mille trasferte insieme, si volevano bene alla fine, ma uno leggero, spesso ai confini della superficialità, l’altro burbero, poco flessibile…come quando pretese la squalifica dell’esordiente Panatta per come si era comportato a Zagabria in Davis compromettendo l’esito del match dopo una serie di reazioni maleducate. Sirola, da istriano nei confronti della ex Jugoslavia, non poteva sopportare di poter essere in qualche modo corresponsabile di quelle. Pietrangeli si sarebbe guardato bene, dal prendere posizioni così radicali. E quando ci fu da sostituire Sirola, ormai inviso a Panatta e reo di aver consentito al ceco Kukal a Grugliasco di recuperare dai crampi che avrebbero potuto dar partita vinta a Mimì Di Domenico, per eccesso di FairPlay – Mimì perse incredibilmente la partita e con lui anche l’Italia – tutti se la presero con Sirola e, dopo un brevissimo interregno di Giordano Maioli quale capitano, proprio Nicola Pietrangeli diventò per una prima volta capitano di Coppa Davis (soltanto per un anno;  nel ’73 gli subentrò Fausto Gardini, eppoi nel ’75-’76 tornò Nicola, capitano per 11 incontri complessivi). Nicola dimostrò amicizia ad Orlando in quei frangenti? Mica tanta. Ma forse Orlandone, il gigante buono, non se ne sorprese granché.

Fra Fausto Gardini e Nicola Pietrangeli, un milanese pragmatico e un romano da “dolce vita”, non poteva esserci vera amicizia. Ma anche fra Fausto Gardini e Beppe Merlo non ce n’era tanta. E’ rimasto storico l’episodio di Merlo colto dai crampi nella finale degli Internazionali d’Italia 1955: altro che Djokovic e Murray! Gardini mentre Merlo era sdraiato a terra, cominciò a saltargli davanti e ad invocare il ritiro all’arbitro dell’epoca (“Il tennis deve essere continuo” citava la regola d’allora, altro che MTO!). Questi, mentre il povero Beppino si contorceva dal dolore, fu costretto a decretare il suo forfait. Il pubblico subissò di fischi Gardini, ma nell’albo d’oro di quell’anno figura e figurerà per sempre il suo nome e non quello di Merlo che aveva avuto la partita in mano. Così, anche se Murray era avanti 2-0 nel quarto e Djokovic sembrava in crisi spaventosa, nell’albo d’oro dell’Australian Open figura nell’anno del Signore 2015 per la quinta volta Novak Djokovic e per zero volte Andy Murray, sconfitto per la quarta volta in finale…con il rischio che i ragazzi del 2040 scorrendo l’albo d’oro del solo Australian Open dicano quel che si dice oggi di Fred Stolle, tre volte consecutive finalista a Wimbledon e sempre battuto: “Doveva essere un grande perdente!”. Che poi Stolle abbia dominato un US Open nel ’66 (finale su Newcomb) e un Roland Garros nel ’65 (su Tony Roche) nessuno pare tener conto. Speriamo che nel 2040 si ricordino che Andy Murray ha vinto i due Slam di più grande caratura, Wimbledon 2013 (77 anni dopo Fred Perry, quello delle magliette con l’alloro)” e US Open 2012! Più eventuali altri Majors…

Ma per via dell’Australian Open e “per essersi distratto”, anche Andy Murray rischia di esser ricordato come un grande perdente a meno che nei prossimi anni non centri un bel po’ di  Slam. Con l’inevitabile declino anagrafico di Federer, gli acciacchi ricorrenti di Nadal, è possibile che i due coetanei separati alla nascita (nell’87) da una sola settimana, si ritrovino davanti in diverse finali, soprattutto su campi non in terra battuta. E’ pensabile che Andy e Novak diventino più amici? Io dico di no. Almeno finchè saranno rivali e avversari.

Per tornare al tennis di casa nostra  fra Sirola, Gardini, Pietrangeli e Merlo, nessuno era davvero super-amico dell’altro. E fra i loro eredi? Panatta e Bertolucci erano amicissimi e Barazzutti e Zugarelli fecero quadrato dall’altra parte, ma i fatti dicono che poi Barazzutti ha percorso la sua carriera federale e Zugarelli non se l’è filato più nessuno, ivi incluso lo stesso Barazzutti che forse una mano avrebbe potuto dargliela se più che un vero amico in Tonino non avesse soprattutto trovato un alleato per contrastare in qualche modo Adriano e Paolo. Fra questi ultimi due beh, l’amicizia c’era – seppur Adriano se la legò al dito quando, silurato dal presidente federale Paolo Galgani (che non ha combinato meno guai di Binaghi), Bertolucci accettò il ruolo di capitano che era stato di Adriano e che diversi altri interpellati avevano rifiutato per non prestarsialle operazioni politiche di Galgani. L’incrinatura fu così pesante che quando con la gestione Binaghi fu fatto fuori Bertolucci per nominare capitano Barazzutti – e ciò  sebbene Corrado fosse inviso alla stragrande maggioranza dei giocatori – Panatta (che aveva contribuito alla elezione di Binaghi prima di litigarci pesantemente anche nelle aule dei tribunali, come tutti sanno) non mosse un dito lì per lì in difesa dell’amico Paolo.

Ma poi l’amicizia naturale fra Paolo e Adriano, il primo nativo di Forte dei Marmi, il secondo a lungo lì residente, ha preso il sopravvento. Ma, in quel caso, Adriano e Paolo, con il secondo che poteva dare l’impressione di essere un po’ vassallo del primo, non erano veri rivali. Barazzutti, friulano tignoso e testardo come pochi, aveva soppiantato Bertolucci come secondo singolarista di Davis e quindi il vero rivale di Adriano era lui. E lo battè anche in finale agli Assoluti (gara che a quel tempo contava assai). Bertolucci divenne decisivo per il doppio, ma mai così decisivo come uno che doveva giocare due singolari. Mah, in questo excursus semi-storico, mi sono un po’ perso, riguardo al discorso “Campioni rivali…ma amici si può?”, però un po’ di legna sul fuoco perchè i lettori ne discutano forse – sia pure in maniera confusa (ho scritto a tempo record: Voltaire diceva “Scusate se ho scritto troppo a lungo, se sono stato troppo prolisso, ma avevo poco tempo”) -sono riuscito a metterla. Buona lettura e, mi raccomando, buoni commenti (avevo fatto un sacco di refusi scrivendo in semi-oscurità sull’Ipad, e me ne scuso con i primi lettori. Ora qualcuno dovrei essere riuscito ad eliminarlo.

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Editoriali del Direttore

Su Jannik Sinner e gli altri azzurri a Montecarlo la penso così

8 k.o. su 9, ma quali sorprese? Molte analisi e qualche diagnosi. Cecchinato sottovalutato dall’opinione pubblica. Berrettini e Sonego diversi trend. Per Sinner pretese assurde

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Jannik Sinner - ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Solo il vecchio guerriero Fabio Fognini è in ottavi a Montecarlo, ma non è una sorpresa anche se gli azzurri al via e in tabellone di questo Masters 1000 erano nove (record). La tentazione di inserire qui un link all’articolo di presentazione al torneo nel giorno del sorteggio è irresistibile. Però quanto è successo, con quattro azzurri sconfitti contro avversari molto meglio classificati merita forse un’analisi e magari pure una diagnosi. Più facile la prima che la seconda.

Si è detto tanto volte che le classifiche, soprattutto con quelle “congelate” di questi tempi, lasciano spesso il tempo che trovano. Ma non proprio sempre quando il divario, sia di classifica sia di esperienza, è tanto alto. Fra Djokovic e Sinner 21 posti, da n.1 a n.22. Fra Goffin e Cecchinato 77 posti da n.15 a n.92. Fra Zverev e Sonego 22 posti da n.6 a n.28. Fra Rublev e Caruso 81 posti da n.89 a n.8. Insomma, tanta roba. E guarda caso l’unico a vincere Fognini su Thompson, 45 posti da n.18 a n.63. Avevano perso secondo classifica anche Musetti 84 con Karatsev 29, Fabbiano 171 con Hurkacz 16, Travaglia 67 con Carreno Busta 12. Quindi, a ben guardare, il solo ad aver perso contro un avversario peggio classificato è stato Matteo Berrettini, n.10 “congelato” con Davidovich Fokina n.58 in chiara ascesa.

Ai lettori di Ubitennis è inutile ricordare l’infortunio australiano di Matteo, lo stop di oltre due mesi, la diversa fatica che normalmente fa un giocatore d’un metro e 96 a ritrovare la miglior condizione psicofisica. Appena ha cominciato a giocare ha subito il break e non è mai stata la risposta la prerogativa tecnica che ha fatto le fortune del tennista romano. Che gli sia riuscito fare un break è già tanto. Ma se lui perde tre volte il servizio in due set, la maggior parte delle volte la campana suona a morto. Il trend sembra in discesa, ma certo quando sei n.10 e hai tanti cagnacci che ti vogliono mordere i polpacci è più facile scendere che salire.

 

Della sconfitta patita da Caruso con Rublev non c’è molto da analizzare. La differenza tecnica è troppo netta al momento. E non vedo come possa attenuarsi in prospettiva, perché il russo è pure più giovane di cinque anni. Vero che noi italiani siamo abituati a venire fuori alla distanza, ma è semmai Rublev che dovrebbe avere margini di progressi. Gli manca, ad oggi, un po’ di varietà e fantasia in più. Gioca bene, ma sempre uguale. Troppo prevedibile per fare quel salto di qualità che corrisponde ad un’affermazione in uno Slam.

Cecchinato si è detto contento di aver giocato alla pari con Goffin, a dispetto del 64 60: “Nel secondo set non ho mollato come parrebbe suggerire il punteggio, perché avremmo potuto essere 3 pari, non 6-0!”. Resta il fatto che credevo che Goffin fosse un po’ in calo e invece corre invece ancora come una spia. Ha ripreso come se nulla fosse – grazie anche all’indiscutibile intuito – anche alcune micidiali smorzate, specialità della casa Cecchinato. Certo a ripensare a quel “miracoloso” Roland Garros 2018 in cui Cecchinato battè proprio Goffin, sembra trascorso un secolo e non a favore del più giovane siciliano emigrato alla corte di Max Sartori. Ha vinto qualche partita però, dopo le delusioni australiane, e allora pian piano ritroverà la fiducia che gli serve. Tutti ricordano – è scontato – l’exploit parigino.

Però sul conto di Cecchinato e delle sue qualità mi sono accorto che serpeggia ovunque una certa sfiducia. Invece sarebbe giusto anche ricordare che uno che vince Budapest e Umago 2018, Buenos Aires 2019, fa finale a Cagliari al Forte Village 2020 e si comporta più che dignitosamente a Roma e al Roland Garros (dopo aver centrato in passato anche semifinali a Doha e Monaco 2019) scarso non è. Magari quel suo best ranking n.16 non lo centrerà mai più per il fatto che il suo miglior tennis sembra troppo circoscritto alla terra battuta e la stagione sul “rosso” è diventata troppo corta rispetto a un tempo, però che sotto la guida di una persona seria come Sartori Marco possa riguadagnare una cinquantina di posti secondo me è possibilissimo. Non è che i 40 che gli stanno davanti siano tutti fenomeni.

Per quanto concerne Sonego la testa è buona, il fisico anche, il coach è quanto di più serio e preparato ci sia in giro, i progressi per salire qualche posizione ancora ci sono. Magari non troppe. Ma i trentenni e over 30 che gli stanno davanti – augurando lunga vita agonistica a tutti – non sono pochi: a cominciare dai 3 Fab Four Djokovic, Nadal e Federer, per proseguire con Bautista Agut, Monfils, Goffin, Dimitrov, Fognini, Raonic, Wawrinka. Solo questi sono in dieci. Per carità, gli arriveranno tre, quattro o cinque che oggi gli stanno dietro (Musetti? Alcaraz? Karatsev?), però fategli fare qualche progresso che sicuramente farà e Lorenzo fra i primi 20 ci può arrivare, così come a suo tempo ci sono arrivati giocatori come Furlan, Gaudenzi, Seppi, Gaudenzi i quali avevano soprattutto nella testa, nella serietà, nella determinazione più che nelle caratteristiche tecniche la loro forza. Quindi il suo trend mi pare in ascesa, magari lenta, diesel, ma progressiva.

Lorenzo Sonego – ATP Cagliari 2021 (via Twitter, @atptour)

Arrivo al tennista cui sono dedicate le maggiori attenzioni, le profezie più lusinghiere: Jannik Sinner. La sua partita con Djokovic ha deluso chi stravedeva per lui, ma non chi conosce Djokovic e chi ha avuto modo di vedere quelle che sono ancora le carenze tecniche di Jannik. Carenze che Riccardo Piatti e lui conoscono benissimo, per fortuna.

Potrei partire dal post-match Djokovic-Sinner che, però, non dice in realtà niente che già non si sapesse o intuisse. Parla Djokovic e dice (come ampiamente titolato e riportato): “Sinner rappresenta il futuro del tennis, ma è già anche il presente”. Sinner, incassa il complimento, ma dice quel che pensa (lui e tutti…): “La strada è ancora lunga”. Farei qui una chiosa. Delle “investiture” (più o meno di cortesia) degli altri giocatori mi fido pochissimo. Ne ho sentite tante su tanti “prospect” che poi non si sono mai affermati. Da gran presuntuoso quale sono direi che mi fido più di me stesso. Perché su quei nomi che ho citato sopra non ricordo di avere avuto dubbi. Chissà, magari mi sono dimenticato invece quelli sui quali credevo di più. Ad ogni modo penso che la strada di Jannik sia più lunga di quanto pensi chi si illude anche se le premesse per un bel futuro ci sono tutte. Ho visto tanti dei migliori giocatori del mondo a 17-18-19-20 anni, come mi è capitato con Nadal, Federer, Djokovic e prima di loro, con Borg, McEnroe, Lendl, Noah, Wilander, Becker, Edberg, Chang. Non meno forte nelle giornate buone, Panatta. Forse un po’ d’occhio in tutti questi anni me lo sono fatto.

Sono proprio i limiti, ancora notevoli, di Sinner a farmi credere in lui. Moltissimi dei giocatori che ho citato sopra servivano proprio maluccio all’inizio della carriera. Penso in particolare a Borg, Lendl, Wilander, Djokovic, Chang: tutti hanno fatto progressi enormi qualche anno dopo i loro primi exploit. A Jannik oggi manca la capacità di scendere a rete quando si è aperto il campo. Se trova uno che gli rilancia – e come glieli rilancia Djokovic! – quattro missili, al quinto tentativo sbaglia, inevitabilmente.

Borg sapeva a malapena volleare ai suoi debutti, e batteva maluccio. Si preoccupava di mettere più del 90% di prime, in molte occasioni, come quando giocò la finale di Parigi contro il paraguaiano Victor Pecci al quale voleva impedire gli attacchi sulla sua “seconda”. Lendl tirava forte, ma soprattutto di dritto. Il rovescio lo migliorò tantissimo tre o quattro anni dopo i primi successi. Mentre Wilander non tirava mai così forte. Semmai, soprattutto di rovescio, anticipava tantissimo. Non c’erano tanti giocatori capaci di giocare il lungolinea come lui. E anche i lob passanti. Però Wilander imparò ad andare a prendersi i punti a rete nell’88, nella finale dell’US Open in cui rovesciò contro Lendl l’esito della finale dell’anno precedente, sei anni dopo aver vinto il primo di tre Roland Garros. E dopo aver vinto un doppio a Wimbledon, lui che a rete all’inizio carriera non ci andava mai e fu perfino fischiato per i suoi asfissianti palleggi nella finale parigina con Vilas dell’82.

E Chang che si fece allungare la racchetta di qualche centimetro per migliorare l’efficacia del servizio, e cominciò a fare 7 o 8 ace a partita, sia pur sacrificando qualcosa nel controllo? E il rovescio di Sampras? Quando lo vidi perdere a Parigi da Chang, in una partita che credo di aver commentato insieme a Rino Tommasi, mi fece un’impressione per nulla positiva. Vero, peraltro, che Pete è stato un grandissimo giocatore dappertutto fuorché sulla terra rossa; uno che è stato n.1 di fine stagione per sei anni di fila, a Parigi ha raggiunto una sola semifinale. Come Cecchinato, mi verrebbe voglia di dire.

Ma perché il rovescio di Federer, di Nadal, a 20 anni era efficace come quello che i due hanno fatto vedere dopo i 30 anni? Peter Lundgren, uno dei primi coach di Federer, mi disse una mattina all’aeroporto di Melbourne: “Roger a rete è ancora un pesce fuor d’acqua, anzi ci si muove come se fosse circondato dai pescicani!”.

Ora smetto di attraversare i miei amarcord che non interessano nessuno, ma suscitano tanti ricordi in me, e dico che Jannik poteva giocare già ieri certamente meglio contro Nole ma si è scontrato contro una muraglia che credeva di conoscere per averla vista in TV, ed essercisi allenato un paio di volte (con anche il set di esibizione ad Adelaide), ma in realtà non conosceva. Un conto è vedere uno che risponde benissimo ed è considerato il miglior ribattitore della sua epoca, un altro – pur dopo essersi allenato con lui e con Nadal – è ritrovarsi la palla che ti torna addosso in pancia, oppure già negli angoli, quando non hai ancora finito di riprenderti dall’esecuzione del servizio.

Fare il punto negli scambi da fondocampo a Djokovic è roba vera, non si può pretendere che ci riesca anche un pur promettentissimo giovanotto che sta lavorando duro da vero professionista. In qualche modo, eppure, ho avuto l’impressione che Novak lo temesse, ne fosse preoccupato. Forse era preoccupato del suo esordio sulla terra dopo due mesi di stop, fatto sta che l’urlo che ha cacciato quando ha vinto il primo set la dicono lunga.

Novak Djokovic – ATP Montecarlo 2021 (via Twitter, @atptour)

Oggi come oggi Jannik gioca il suo tennis basandosi su due colpi, in particolare il rovescio. E qualche gran dritto, incrociati come lungolinea, se la palla non gli arriva troppo bassa. Ma il servizio è da migliorare, come percentuale di prime, come angoli, come potenza, come velocità, come lancio di palla. La volée è da migliorare, sia come posizione sia come tocco. La smorzata è da migliorare. Il lob è da migliorare. Lo smash, al volo come al rimbalzo, è da migliorare. La tenuta fisica è da migliorare (questo lo ha ammesso anche lui stesso, che negli scambi lunghi fa fatica). L’approccio alla partita è da migliorare. La strategia di gioco, che a volte può essere anche semplicemente pazienza, oppure scelta del momento per spingere o per tenere, la capacità di pensare a un attacco in controtempo, a un serve& volley al momento giusto, al fattore sorpreso, è da migliorare. Oggi si può spendere per lui ancora l’ossimoro caro a Rino Tommasi: “un regolarista falloso”. Ma va aggiunto un bel… per ora!

Con tutti questi limiti – di cui per fortuna Jannik e il suo team sono perfettamente consapevoli (il guaio sarebbe se non lo fossero) e quindi sono certo che non si offenderanno se li ho elencati impietosamente – Jannik è a ridosso dei top 10. Considerando validi soltanto i punti ATP da metà agosto – quando si è interrotta la pausa COVID – a oggi Jannik sarebbe lì lì.

Quelli accennati sono limiti soltanto per chi viene considerato capace di migliorarli tutti, con il tempo e la pazienza che invoca Riccardo Piatti, perché per uno che ha le sue caratteristiche – solidità, maturità, potenza, serietà, determinazione, convinzione nei propri mezzi, formidabile timing sulla palla con entrambi i fondamentali, naturalezza e fluidità straordinarie (che i pur bravi Thiem, Tsitsipas, Zverev a mio avviso non hanno altrettanto sviluppato su tutti e due i lati…) per un ragazzo di 19 anni – è giusto, anzi sacrosanto, porsi obiettivi ambiziosi di crescita, di progresso.

Ripeto: anche contro Djokovic – che si è potuto allenare sulla terra rossa e proprio su quei campi da più di una settimana – Jannik ha mostrato personalità. Ha giocato decisamente male un paio di game, quello finale del primo set su tutti, il settimo game del secondo set quando poteva recuperare sul 2-4 il break, e si sa che nel tennis un paio di game, a volte un paio di punti, bastano a farti perdere una partita. Ma negli scambi ha retto molto meglio di tanti altri giocatori di nome contro il n.1 del mondo. Se avesse avuto uno un tantino più debole, e per tale intendo un Bautista Agut n.11 già battuto due volte, un Carreno Busta n.12, un Goffin n.15 – per non scomodare paragoni con un top-ten – l’esito secondo me sarebbe stato diverso. La verità è che da lui si pretende troppo e troppo presto. Pretese oggi assurde.

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Editoriali del Direttore

Il tennis azzurro lassù è sempre più blu

Quattro italiani nella top 30 del ranking ATP: Berrettini, Fognini, Sinner e Sonego. Non accadeva dal 1977

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Lorenzo Sonego - ATP Cagliari 2021

Ero abituato a seguire anche uno solo, oppure due e magari tre tennisti italiani fra i primi 100 del mondo. Spesso nelle retrovie. Per quasi 40 anni. Adesso, dopo che ieri Lorenzo Sonego ha vinto a Cagliari il suo secondo torneo ATP ed è entrato a vele spiegate fra i primi 30 del mondo, ne abbiamo ben quattro fra i primi 30. Non parliamo più di momento magico, ma semmai di periodo magico. Un periodo che sembra destinato a prolungarsi felicemente nel 2021 e negli anni a venire. E non mi sembra vero.

Eccezion fatta per motivi anagrafici per il quasi trentaquattrenne Fognini (n.18) cui va dato merito per averci tenuto in piedi fra i top 20 negli ultimi tre lustri, infatti tre dei nostri attuali moschettieri sono giovani e in grande progresso. Ha 19 anni Jannik Sinner n.22 ATP, ne hanno 25 Matteo Berrettini n.10 e Lorenzo Sonego n.28. Mentre alle loro spalle incalza Lorenzo Musetti un altro diciannovenne di grandi speranze che, sebbene al momento sia appena n.84 per aver giocato pochi tornei, ieri Tsitsipas mi ha detto di considerare favorito nell’odierno match nel Masters 1000 di Montecarlo contro il russo Karatsev, n.29 ATP e semifinalista all’Open d’Australia.

Dieci azzurri tra i primi 100 del mondo (con Travaglia 67, Caruso 89, Cecchinato 92, Seppi 96 e Mager 97) ci mettono alla pari con Francia e Spagna nelle graduatorie mondiali top100, ma 4 nei primi 30 li ha solo la Russia di Medvedev 2, Rublev 8, Khachanov 23 e Karatsev 29, e la Spagna ne ha solo tre anche se di gran qualità, Nadal 3, Bautista Agut 11 e Carreno Busta 12.

 

L’ultima volta che potemmo vantare 4 azzurri contemporaneamente fra i primi 30 risale al 3 luglio 1977 grazie a Panatta 17, Barazzutti 20, Bertolucci 22 e Zugarelli 27. La generazione migliore di sempre resta al momento ancora quella, perché Panatta è stato 4, Barazzutti 7, Bertolucci 12 e Zugarelli 24, però io penso che questa potrà far meglio. Anche se forse non già dopo Montecarlo dove il sorteggio non è stato davvero dei migliori.

Il più atteso dei nostri dopo l’exploit della finale di Miami, Jannik Sinner, sa che se batte Ramos-Vinolas (già un osso duro; è stato finalista a Montecarlo nel 2017 ed era in semifinale a Marbella sabato) avrà al secondo turno Djokovic, due volte campione nel Principato. Anche Sonego poteva capitar meglio: l’ungherese Fucsovics è tosto, ci ha perso 3 volte su 4 e semmai poi c’è Zverev n.6 ATP. E Musetti, se passa Karatsev, ha Tsitsipas n.5. Sono quasi certo che dopo Madrid, Roma e per il resto dell’anno staremo ancora meglio.

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Editoriali del Direttore

EDITORIALE – Azzurro cupo per Montecarlo. Sono pessimista

Non avendo mai immaginato che Fognini potesse vincere il torneo del Principato (era quasi k.o. con Rublev…), spero di sbagliarmi di nuovo. Se Berrettini e Fognini fossero in forma… Ma il sorteggio di Sinner, Musetti e Sonego è stato pessimo

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Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL TABELLONE DI MONTECARLO


Speravo francamente in un sorteggio migliore, per sognare almeno un italiano dei cinque in tabellone, nei quarti o addirittura in semifinale. Ora, visto il tabellone, mi parrebbe un miracolo. Fossero stati in piena forma i due di miglior classifica, Berrettini e Fognini, avrei avuto maggior fiducia. Ma temo che non lo siano. Chi parla già di oggi di Sinner al secondo turno con Djokovic commette forse un errore che spero Jannik non commetta.
Dimentica forse che quattro anni fa a Montecarlo Ramos-Vinolas arrivò in finale per arrendersi al solito Nadal.

Non è più quel Ramos-Vinolas, d’accordo, ma Jannik arriva dagli USA senza un torneo sulla terra alle spalle, un po’ come capitava alle star americane d’un tempo… che poi incappavano in clamorose figuracce e faccio i debiti scongiuri. Tengo presente infatti anche che Jannik è uscito un tantino traumatizzato dalla finale di Miami, nella quale – secondo me – pensava di uscirne vittorioso dopo uno splendido torneo. Non è mai facile riprendersi da una sconfitta, a meno che i primi game si mettano subito bene. I giocatori dicono, e sembrano banali: “Un passo alla volta, mai guardare più in là”.

Ma noi giornalisti siamo diversi, il tabellone invece lo guardiamo, lo dobbiamo guardare. E allora ci chiediamo: che Djokovic sarebbe quello che scenderebbe in campo contro Sinner al primo match dopo l’infortunio addominale che lo colpì in Australia? Chissenefrega oggi se era stiramento come sostengono in tanti oppure strappo come ha sempre dichiarato lui. Un fatto solo è incontrovertibile: Novak non ha più giocato un match di gara da quando ha dato una lezione di tennis a Daniil Medvedev nella finale dell’Open d’Australia, due mesi fa. E se dovesse affrontare in quello che sarà il suo primo match uno Jannik Sinner emerso vittoriosamente dal duello con Ramos-Vinolas (che giocherà oggi la semifinale di Marbella contro Carreno Busta), beh Novak giocherà da favorito ma non da vincitore in partenza anche se, come Sinner del resto, gioca quasi in casa su campi che conosce benissimo e sui quali ha trionfato due volte.

A Musetti è toccato Karatsev, il russo emergente del 2021, ma del quale si sono fin qui potute apprezzare le qualità tennistiche sul cemento outdoor mentre per quanto riguarda la terra rossa bisogna andare a ripescare soprattutto nel circuito challenger, quando ad agosto dello scorso anno vinse 15 partite su 16 e conquistò i titoli di Praga e Ostrava. Va detto che Musetti, al di là del tennis vario e piacevole, sembra ancora fragilino ai massimi livelli. E Karatsev, n.27 del mondo, è già un giocatore che si è affermato ad alti livelli. Insomma fiducia sì, ma senza illudersi. E comunque, se anche Musetti facesse un exploit ai danni di Karatsev, al secondo turno ci sarebbe Tsitsipas. Insomma, è stato fortunato a conquistarsi una wild card rifiutata a giocatori meglio classificati di lui, ma non è stato per nulla fortunato nel sorteggio.

L’altro Lorenzo, Sonego, ha in Fucsovics un bruttissimo pesce. Ci perse 7-6 al terzo due anni fa a Monaco di Baviera e l’ungherese che quest’anno ha perso tre volte da Rublev ma fatto ottimi risultati qua e là. Al Roland Garros era giunto negli ottavi, battendo Medvedev, Ramos-Vinolas, Monteiro prima di perdere dal solito Rublev, la sua bestia nera. Se Lorenzo superasse il primo turno avrebbe Sasha Zverev. Insomma anche per lui poteva andare meglio, molto meglio.

Arrivo così ai due top-ranked italiani. Un Fognini che non fosse stato dominato da Munar a Marbella mi avrebbe dato fiducia contro Kecmanovic e anche contro Paire o Thompson. Ma in questo stato voglio fare come San Tommaso: prima lo vedo giocare e poi mi sbilancio in un pronostico. Stessa cosa mi sento di dire sul conto di Matteo Berrettini. Anche lui, come Djokovic, ha sofferto di un problema addominale a Melbourne. Ma probabilmente peggiore perché lui è stato costretto a ritirarsi, non ha potuto portare a termine l’Open. E il fatto che due mesi dopo non si sia sentito di “rischiare” nel singolare di Cagliari che avrebbe potuto essere un bel test, ma sia sceso in campo solo nel doppio in coppia con il fratello Jacopo mi lascia molti dubbi. Vero che in doppio si serve un game ogni quattro, mentre in singolo ogni due, però preparare un Masters 1000 in singolare giocando solo un paio di partite in doppio non mi sembra una scelta strategica tranquillizzante.

Sono sempre stato ottimista. Lo ero ad esempio prima di Miami e mi ero sbilanciato prima ancora che Sinner affrontasse Khachanov al secondo turno quando dissi in radio che secondo me Sinner aveva chances di fare molta strada, fino anche alla semifinale (non dissi finale perché pensavo che Medvedev sarebbe arrivato in finale in quella metà di tabellone). Ma non riesco ad essere ottimista prima di questo torneo di Montecarlo. E spero tanto di sbagliarmi. Devo dire che non avrei mai pensato, due anni fa, che Fognini sarebbe riuscito a vincere il torneo. Lo avevo visto contro Rublev a un passo dalla sconfitta. Rimasi lì fino a venerdì, ma avevo fissato un viaggio di famiglia – che ringrazio di aver potuto fare visto tutto quel che è successo dopo con la pandemia – e non vidi il weekend finale di Montecarlo. Mi auguro quindi, di veder smentito anche questa volta il mio pessimismo.

Aggiungo però che anche se le cose dovessero andare come me le aspetto, continuerei a ritenere che questo è il miglior momento per il tennis italiano negli ultimi 40 anni. Soprattutto in prospettiva, magari, perché la miglior generazione azzurra per ora resta quella degli Anni Settanta. Lo dice il ranking ATP che vide Panatta salire a n.4, Barazzutti a n.7, Bertolucci a n.12, Zugarelli a n.24. Gli attuali nostri top-players ancora quei traguardi non li hanno raggiunti. Penso che li raggiungeranno, però, perché giovani come Sinner e Musetti così competitivi non li abbiamo mai avuti. Ma va dato tempo al tempo. E guai a chi non ha pazienza.

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