Amicizia e rivalità nelle epoche: ma Andy Murray si fida di Novak Djokovic?

Editoriali del Direttore

Amicizia e rivalità nelle epoche: ma Andy Murray si fida di Novak Djokovic?

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L'Italia della Coppa Davis 1976 contro il Cile

Quando manca la fiducia manca anche l’amicizia. Non si può pensare male di una persona e chiamarlo amico. Adriano Panatta e Corrado Barazzutti. Rafa Nadal e Roger Federer

Quanto accaduto nella finale dell’Australian Open, con Novak Djokovic che ha dato più volte l’impressione al pubblico presente e a quello davanti alla tv, ma soprattutto al suo avversario, di avere qualche problema fisico, più o meno serio ma poi rivelatosi molto poco serio, e le successive dichiarazioni, per certi versi sorprendenti, di Andy Murray “Mi sono distratto” parente stretto di un altro concetto più accusatorio “Mi ha distratto”, finiscono per porre un interrogativo anche per due coetanei che si conoscono e si frequentano da quando avevano 11/12 anni coltivando gli stessi sogni e sopportando gli stessi sacrifici, lontano da casa, con tante aspettative da parte dei loro clan familiari a pesare sulle loro spalle.

Possono due campioni che puntano entrambi a vincere gli Slam e a sedersi sullo stesso trono del tennis mondiale, essere davvero amici al punto di sacrificare la loro inevitabile rivalità al massimo rispetto reciproco quando si affrontano? Oppure quando si tratta di vincere una finale importante occorre essere capaci di non guardare in faccia a nessuno ed ispirarsi soltanto al mio concittadino Machiavelli secondo il quale – almeno gli si attribuisce comunemente un pensiero simile (anche se qualcuno in tempi moderni lo contesta)- “il raggiungimento di ogni fine giustifica il mezzo”?

 

E mi domando se a volte non sia proprio la grande vicinanza di età, cammino e frequentazione, l’assiduità di un rapporto maturato fin dalla più giovane età, a non creare piccole scintille di gelosia, che poi prendono fuoco quando meno uno se lo aspetta. Perché può venir naturale che i difetti di uno – nobody is perfect -via via diventino sempre più insopportabili ed intollerabili per l’altro. Se fra due persone, e anche i campioni sono persone, viene a mancare la stima e la fiducia reciproca, e uno pensa anzi sempre che l’altro “voglia fare troppo il furbo” e “lo freghi”, beh l’amicizia va a farsi benedire e chi, nonostante ciò, si professa amico è in realtà molto semplicemente un ipocrita. E’ certo difficile sognare di battere l’altro, di scalzarlo dalla sua posizione, eppoi essergli davvero amico nel profondo del cuore.

Fra Rafa Nadal e Roger Federer corre indubbiamente buon sangue e stima reciproca perché ciascuno dei due non può non ammirare l’altro, sia per i risultati raggiunti, sia per tutte le volte che pur giocando bene uno dei due ha finito ugualmente per  perdere dall’altro. Però fra i due c’è un discreto distacco anagrafico, cinque anni, e questo spiega perché inizialmente Rafa guardasse a Roger come ad un mito, un esempio da imitare, e perché poi, dopo averci preso qualche lezione che non si aspettava – soprattutto sulla terra rossa – Roger che è l’emblema vivente dell’uomo politically correct, ha cominciato a pensare che non era sempre lui ad aver giocato male.

E’ questa, di solito, la debolezza e la forza di Roger: dal suo punto di vista lui non dovrebbe mai perdere! E se succede è più spesso colpa sua, a sentir lui. Basta leggere le sue dichiarazioni se non si è stati presenti ad ascoltarle. Sconfitto più  di una volta da Nadal, anzi il più delle volte, Roger è stato costretto ad ammettere, per primo a se stesso,  che anche quel mancino di Maiorca aveva delle qualità sorprendenti. Da lì l’ammirazione per Nadal che aveva poi sempre manifestato con (apparente -sincera? – umiltà la sua grande ammirazione per Roger (qualità non indifferente agli occhi di Roger).

Ciò significa che i due oggi sono veri amici? Mah, io non credo. Età a parte sono troppo diversi, anche se – a contrario – non è scritto da nessuna parte che per essere amici si debba essere uguali o simili, nè avere gli stessi gusti, le stesse abitudini o hobby. Il fatto che uno sia svizzero -e tendente ad atteggiamenti per l’appunto neutrali da buon svizzero, sposato e “legatissimo” (?!) alla moglie e con 4 figli  – e l’altro un isolano spagnolo ancora scapolo seppur più che fidanzato, non esclude affatto che i due possano essere grandi amici. Secondo me magari  lo diventeranno, un po’ come è successo ai due grandi rivali di fine anni ’70, John McEnroe e Bjorn Borg. Sembravano diversissimi, in tutto e per tutto, anche se era una bufala quello stereotipo che si leggeva su molti giornali che definivano e titolavano Bjorn “Ice-Borg”.

Bjorn non faceva mai una piega in campo…o quasi (ricordate come reagì per il lancio delle monetine al Foro Italico nella finale del ’78 vinta al quinto su Panatta?). Era di ghiaccio solo lì. Ma fuori era un vulcano. Per le donne è sempre andato matto, e se all’inizio aveva trovato in Mariana Simionescu una “simil Mirka Federer”, poi però, dacchè i due si separarono, Bjorn ne ha combinate più di Carlo in guerra, stimolato anche da un altro amico, Adriano Panatta, che gli presentò l’ipotesi di una vita diversa, Loredana Bertè…e non solo. Ma aveva un debole, il buon Bjorn, anche per le birre, l’alcool, e forse qualcosina di più: per questo andava molto d’accordo con McEnroe e con il povero Vitas Gerulaitis. Quante ne hanno combinate insieme quei tre! Loro erano certamente amici, e può anche essere che il ritiro prematuro di Bjorn a 26 anni, abbia contribuito a farli sentire tale. Se Borg avesse continuato a battere McEnroe come nell’epica finale dell’80 e del mega leggendario tiebreak, forse SuperEgo McEnroe non l’avrebbe ammesso alla ristretta cerchia dei suoi amici del cuore.

Venendo ai giorni nostri…durante un incontro di un paio d’anni fa a Wimbledon organizzato dalla Lavazza con Judy Murray e Tony Nadal, la mamma di Andy disse chiaramente che suo figlio ormai aveva un rapporto migliore, di maggior amicizia e complicita’ con Rafa piuttosto che con Novak, e che i due giocavano perfino a PlayStation ( o qualche altro gioco al computer che ora mi sfugge) a distanza. Judy fu proprio chiara: “Fra Andy e Novak c’è meno feeling di una volta”. Ma questo discorso esula un po’ dal tema. Serve solo a dire che non è che l’essere cresciuti insieme signific hidover essere grandi amici per forza. Magari i due, Andy e Novak, lo ridiventeranno, come tanti rivali che si ritrovano anni dopo il fine carriera, nel momento in cui affiorano tanti ricordi e ci si dimentica un po’ di più i reciproci “dispettucci” e financo eventuali scorrettezze. Oggi John McEnroe e Ivan Lendl non si amano di certo, ma si detestano meno di una volta e possono perfino provare a scherzare insieme. Anche se non si inviteranno mai a cena.

Ricordo bene quando dovendo giocare un’esibizione nella mia Firenze, e trovandosi entrambi ad Anversa, Sergio Palmieri -che era insieme a  Carlo Pennisi il coorganizzatore dell’esibizione – tentò di convincere John,che aveva noleggiato un aereo privato, a dare un passaggio anche a Ivan. Invano, non ci fu verso. Ma anche lì siamo fuori tema, non c’era mai stata (neppur millantata…) vera amicizia. Nell’ambito delle squadre di Coppa Davis o di Fed Cup si è invece spesso spacciata per amicizia un rapporto che non era tale. A volte per la troppa differenza di stile, carattere, personalità, background di due giocatori che magari si sono trovati a giocare l’uno al fianco dell’altro per diverse centinaia di volte in doppio, condividendo quindi gioie e dolori ogni volta.

Il romano della ricca borghesia Nicola Pietrangeli era troppo diverso, ad esempio, da Orlando Sirola, istriano di Fiume, serio, anzi serioso, con alle spalle tutta un’altra famiglia, vita, situazione economica e aspirazioni (Nicola era ricco, e non tanto per il padre rappresentante in Italia della Lacoste, quanto per una clamorosa vincita multimilionaria della madre russa al lotto francese; Orlando era povero in canna). Si saranno abbracciati un migliaio di volta, tre finali di Slam ed una vinta, nove finali al Foro Italico e mai vinta una, hanno fatto mille trasferte insieme, si volevano bene alla fine, ma uno leggero, spesso ai confini della superficialità, l’altro burbero, poco flessibile…come quando pretese la squalifica dell’esordiente Panatta per come si era comportato a Zagabria in Davis compromettendo l’esito del match dopo una serie di reazioni maleducate. Sirola, da istriano nei confronti della ex Jugoslavia, non poteva sopportare di poter essere in qualche modo corresponsabile di quelle. Pietrangeli si sarebbe guardato bene, dal prendere posizioni così radicali. E quando ci fu da sostituire Sirola, ormai inviso a Panatta e reo di aver consentito al ceco Kukal a Grugliasco di recuperare dai crampi che avrebbero potuto dar partita vinta a Mimì Di Domenico, per eccesso di FairPlay – Mimì perse incredibilmente la partita e con lui anche l’Italia – tutti se la presero con Sirola e, dopo un brevissimo interregno di Giordano Maioli quale capitano, proprio Nicola Pietrangeli diventò per una prima volta capitano di Coppa Davis (soltanto per un anno;  nel ’73 gli subentrò Fausto Gardini, eppoi nel ’75-’76 tornò Nicola, capitano per 11 incontri complessivi). Nicola dimostrò amicizia ad Orlando in quei frangenti? Mica tanta. Ma forse Orlandone, il gigante buono, non se ne sorprese granché.

Fra Fausto Gardini e Nicola Pietrangeli, un milanese pragmatico e un romano da “dolce vita”, non poteva esserci vera amicizia. Ma anche fra Fausto Gardini e Beppe Merlo non ce n’era tanta. E’ rimasto storico l’episodio di Merlo colto dai crampi nella finale degli Internazionali d’Italia 1955: altro che Djokovic e Murray! Gardini mentre Merlo era sdraiato a terra, cominciò a saltargli davanti e ad invocare il ritiro all’arbitro dell’epoca (“Il tennis deve essere continuo” citava la regola d’allora, altro che MTO!). Questi, mentre il povero Beppino si contorceva dal dolore, fu costretto a decretare il suo forfait. Il pubblico subissò di fischi Gardini, ma nell’albo d’oro di quell’anno figura e figurerà per sempre il suo nome e non quello di Merlo che aveva avuto la partita in mano. Così, anche se Murray era avanti 2-0 nel quarto e Djokovic sembrava in crisi spaventosa, nell’albo d’oro dell’Australian Open figura nell’anno del Signore 2015 per la quinta volta Novak Djokovic e per zero volte Andy Murray, sconfitto per la quarta volta in finale…con il rischio che i ragazzi del 2040 scorrendo l’albo d’oro del solo Australian Open dicano quel che si dice oggi di Fred Stolle, tre volte consecutive finalista a Wimbledon e sempre battuto: “Doveva essere un grande perdente!”. Che poi Stolle abbia dominato un US Open nel ’66 (finale su Newcomb) e un Roland Garros nel ’65 (su Tony Roche) nessuno pare tener conto. Speriamo che nel 2040 si ricordino che Andy Murray ha vinto i due Slam di più grande caratura, Wimbledon 2013 (77 anni dopo Fred Perry, quello delle magliette con l’alloro)” e US Open 2012! Più eventuali altri Majors…

Ma per via dell’Australian Open e “per essersi distratto”, anche Andy Murray rischia di esser ricordato come un grande perdente a meno che nei prossimi anni non centri un bel po’ di  Slam. Con l’inevitabile declino anagrafico di Federer, gli acciacchi ricorrenti di Nadal, è possibile che i due coetanei separati alla nascita (nell’87) da una sola settimana, si ritrovino davanti in diverse finali, soprattutto su campi non in terra battuta. E’ pensabile che Andy e Novak diventino più amici? Io dico di no. Almeno finchè saranno rivali e avversari.

Per tornare al tennis di casa nostra  fra Sirola, Gardini, Pietrangeli e Merlo, nessuno era davvero super-amico dell’altro. E fra i loro eredi? Panatta e Bertolucci erano amicissimi e Barazzutti e Zugarelli fecero quadrato dall’altra parte, ma i fatti dicono che poi Barazzutti ha percorso la sua carriera federale e Zugarelli non se l’è filato più nessuno, ivi incluso lo stesso Barazzutti che forse una mano avrebbe potuto dargliela se più che un vero amico in Tonino non avesse soprattutto trovato un alleato per contrastare in qualche modo Adriano e Paolo. Fra questi ultimi due beh, l’amicizia c’era – seppur Adriano se la legò al dito quando, silurato dal presidente federale Paolo Galgani (che non ha combinato meno guai di Binaghi), Bertolucci accettò il ruolo di capitano che era stato di Adriano e che diversi altri interpellati avevano rifiutato per non prestarsialle operazioni politiche di Galgani. L’incrinatura fu così pesante che quando con la gestione Binaghi fu fatto fuori Bertolucci per nominare capitano Barazzutti – e ciò  sebbene Corrado fosse inviso alla stragrande maggioranza dei giocatori – Panatta (che aveva contribuito alla elezione di Binaghi prima di litigarci pesantemente anche nelle aule dei tribunali, come tutti sanno) non mosse un dito lì per lì in difesa dell’amico Paolo.

Ma poi l’amicizia naturale fra Paolo e Adriano, il primo nativo di Forte dei Marmi, il secondo a lungo lì residente, ha preso il sopravvento. Ma, in quel caso, Adriano e Paolo, con il secondo che poteva dare l’impressione di essere un po’ vassallo del primo, non erano veri rivali. Barazzutti, friulano tignoso e testardo come pochi, aveva soppiantato Bertolucci come secondo singolarista di Davis e quindi il vero rivale di Adriano era lui. E lo battè anche in finale agli Assoluti (gara che a quel tempo contava assai). Bertolucci divenne decisivo per il doppio, ma mai così decisivo come uno che doveva giocare due singolari. Mah, in questo excursus semi-storico, mi sono un po’ perso, riguardo al discorso “Campioni rivali…ma amici si può?”, però un po’ di legna sul fuoco perchè i lettori ne discutano forse – sia pure in maniera confusa (ho scritto a tempo record: Voltaire diceva “Scusate se ho scritto troppo a lungo, se sono stato troppo prolisso, ma avevo poco tempo”) -sono riuscito a metterla. Buona lettura e, mi raccomando, buoni commenti (avevo fatto un sacco di refusi scrivendo in semi-oscurità sull’Ipad, e me ne scuso con i primi lettori. Ora qualcuno dovrei essere riuscito ad eliminarlo.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Editoriali del Direttore

Il caos provocato dal Roland Garros e le possibili ritorsioni di ATP e WTA

Francesi colpevoli ma non troppo. Roma e Italian Open alla finestra. Anche Rafa Nadal egoista? Ma allora Roger Federer? Gaudenzi e Calvelli malcapitati coraggiosi. Non è la prima guerra nel tennis

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I trofei del Roland Garros (foto via Twitter, @rolandgarros)

La mossa a sorpresa dei francesi, con il rinvio del Roland Garros al mese di settembre, in barba a cinque tornei fra ATP e WTA e alla Laver Cup, non poteva non scatenare un putiferio di reazioni. Non è pensabile che il presidente della federtennis, il francese (corso come Napoleone) Giudicelli e il direttore del torneo Guy Forget non se lo aspettassero. Hanno voluto mettere il cappello sulla prima data valida e sono andati dritti per la loro strada, pensando che sì… gli altri centri di potere del tennis non avrebbero gradito, ma magari tanti giocatori sì, perché soprattutto quelli che non sono invitati a Boston per la Laver Cup, a uno Slam non rinunciano tanto volentieri. Solo gli Slam garantiscono – quale più quale meno – intorno ai 40.000 euro a chi perde al primo turno.

IL (SOLITO) PROBLEMA DEL CALENDARIO

Come ho scritto pochi minuti dopo aver appreso l’annuncio-bomba, concordando abbastanza con la terminologia con cui si è espresso Vasek Pospisil (che però aveva torto nel dire che nessuno era stato interpellato), è stata una dichiarazione egoistica, menefreghista, arrogante per il modo molto francese di comunicarla. Ed è stata o una sorta di guerra a tutto l’establishment dei centri di potere che governano il tennis, oppure – nel migliore dei casi – una aperta provocazione volta a raggiungere l’obiettivo di una ristrutturazione del calendario. Una ristrutturazione che tutti quegli stessi organismi che gestiscono il tennis invocano da sempre, ma ciascuno vorrebbe gestirlo in modo da fare gli interessi propri. E così l’accordo non si è mai raggiunto.

LE POSSIBILI RITORSIONI DEI GIOCATORI

Magari lo scacco dei francesi a ATP, WTA, Australian Open e USTA – più che a Wimbledon che mantiene sempre un certo distacco, noblesse oblige frase francese che gli inglesi impersonano meglio – si rivolterà contro gli stessi francesi come un boomerang, nel cui lancio soprattutto gli australiani sono grandi maestri. Le “ritorsioni” dei giocatori, ATP come WTA, potrebbero rivelarsi di vario tipo.

La prima: boicottare in massa il Roland Garros settembrino. La seconda (dopo aver constatato di non poter riuscire a conquistare un’unanimità sindacale tipo Wimbledon 1973 perché molti giocatori premerebbero per giocare ugualmente uno Slam dopo aver subito già troppe cancellazioni per via del Coronavirus; fra questi Andrey Rublev è stato chiaro: “Meglio giocare uno Slam che rinunciarvi. Noi non abbiamo stipendi. Ma montepremi.Se non si gioca non si guadagna”): togliere i punti ATP a chi gioca il Roland Garros a settembre. La terza: minacciare di toglierli anche nel maggio 2021 (ipotesi che potrebbe non dispiacere anche agli altri tre Slam). La quarta: cancellare il Masters 1000 di Bercy che appartiene alla stessa federazione francese, regalando ad un’altra città l’ambita data.

 

GLI ALLEATI DI PARIGI

Parigi e la federtennis francese potrebbero trovare, d’altro canto, insperati alleati in quei tornei della stagione “rossa” che il Coronavirus ha cancellato e dei quali l’eventuale rinvio delle Olimpiadi, dei Masters 1000 di Canada e Cincinnati nonché al limite dello stesso US Open – chi può sapere come sarà messa la Grande Mela a fine agosto? – potrebbe favorire la insperata resurrezione. All’insegna del detto latino più cinico fra tutti, mors tua vita mea. E allora ecco che Roma – se di nuovo città aperta – e altre sedi di cancellati tornei sulla terra battuta potrebbero rifarsi sotto, ben felici – anche dopo aver pensato il peggio sulla mossa di Giudicelli e Forget – di far da prologo al Roland Garros settembrino. Molto meno probabile mi pare l’ipotesi di un Torino o Milano indoor che a novembre, di concerto con l’ATP, cancellasse l’ATP Next Gen o sostituisse Bercy…

Oggi è in programma una riunione in videoconferenza del consiglio della Federtennis. Scommetterei che verrà assunta una posizione pilatesca, d’attesa. Del tipo: noi ci siamo, se ci date uno slot siamo pronti ad occuparlo. Non mi aspetto nessuna condanna nei confronti dei francesi. Semplicemente perché anche i nostri Machiavelli se intravedranno una opportunità di disputare il torneo più in qua, ad agosto come a settembre o ottobre, prima o dopo lo Slam parigino, non la scarteranno di certo.

IL SILENZIO ASSENSO DI NADAL

Tornando alla mossa rivoluzionaria francese – del resto chi più dei francesi ha la titolarità per scatenare una rivoluzione? – non c’è dubbio che in tempi di pandemia e di lotta che dovrebbe essere universalmente solidale essa è invece apparsa all’intero microcosmo tennistico come un atto assolutamente unilaterale. Anche per la tempistica e il modo in cui è stata comunicata. Che si siano preoccupati di conquistare il consenso del re del Roland Garros Rafa Nadal è stato quasi un gesto dovuto. Se Rafa gli avesse detto subito di no, la loro posizione si sarebbe fortemente indebolita. L’assenso di Nadal l’hanno raccontato Giudicelli e Forget. Il silenzio di Nadal – che almeno fino a ieri non si era pronunciato ma non aveva neanche smentito – pare interpretabile come un silenzio assenso. È criticabile allora anche l’egoismo di Rafa (che supporta anche la Davis di ITF e Piquè almeno fino a che la si gioca a Madrid)? Certo che sì, ma d’altra parte allora che dire di Federer e della sua Laver Cup che dal nulla si è accaparrata una settimana del calendario (che avrebbe fatto tanto comodo alla Coppa Davis per evitare quegli orari allucinanti del novembre scorso)? 

A pagina 2: il coraggio dei nuovi boss ATP, Roland Garros colpevole ma non troppo, le guerre di potere

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Editoriali del Direttore

Il Roland Garros slitta di quattro mesi: si giocherà dal 20 settembre al 4 ottobre

Il rinvio del Roland Garros è una dichiarazione di guerra o una provocazione per l’apertura di una trattativa alla riforma del calendario? Si giocherebbe una settimana dopo l’US Open. Gli Internazionali d’Italia nella data di Parigi?

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Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

Il clamoroso annuncio della Federazione francese (ore 16,48) di spostare la disputa del Roland Garros da maggio a settembre-ottobre (20 settembre- 4 ottobre) ha preso tutti in contropiede. ATP, WTA e tutti i giocatori compresi (furiosi, direi imbestialiti). Forse lo sapeva solo Haggerty, presidente ITF, la federazione internazionale di cui Bernard Giudicelli, presidente della Federtennis francese, è vicepresidente. Si vedrà in seguito se questo annuncio è anche una dichiarazione di guerra all’ATP e alla WTA e forse una dura, durissima provocazione per riaprire una trattativa sul calendario, al fine di:

  • a) impedire che Indian Wells e Miami potessero mettere il  cappello su quelle stesse date come a un certo punto era trapelato  (e chissà, magari pure un Wimbledon costretto al rinvio)
  • b) conquistare una settimana in più per la Coppa Davis in barba alla Laver Cup tanto cara a Roger Federer e a quei top player che con l’evento previsto a Boston dal 25 al 27 settembre guadagnano (divertendosi) montagne di soldi.

Può la Federtennis francese, pur supportata prevedibilmente dall’ITF, mettersi in guerra contro giocatori e giocatrici, facendosi forza soltanto sul prestigio di uno Slam, degli Slam? L’ATP diventò un sindacato molto più forte per una vicenda molto meno prepotente nel 1973, quando un’ottantina dei giocatori più forti del mondo decise di boicottare Wimbledon per protestare contro una sola federazione, quella jugoslava, che aveva sanzionato e squalificato Nikki Pilic reo di essersi rifiutato di giocare in Coppa Davis (dove giocava gratis) per seguire invece il programma dei suoi tornei. Fu una battaglia di principio, quella dell’affermazione del professionismo nel tennis. A Wimbledon disputarono la finale due tennisti dell’Est comunista, il ceco Kodes e il russo Metreveli che non poterono scioperare come gli altri.

 

Il clamoroso annuncio francese a mio avviso finirà per decretare anche la cancellazione degli Internazionali d’Italia. Dopo che tutti i politici e gli opinionisti italiani hanno dato di irresponsabili a governanti francesi e britannici per aver sottovalutato la pandemia del Coronavirus, voglio proprio vedere con quale coraggio, con quale incoscienza, invece in Italia si potrebbe pensare di fare giocare gli Internazionali come se nulla fosse. Già solo proseguire nei lavori di ristrutturazione al Foro Italico mi sembrerebbe strano. Però francamente non so se la FIT sia assicurata per il lucro cessante (20 milioni di euro circa?).

Vero che lo scorso anno la Federtennis si distinse per i non dissimulati tentativi di non rimborsare i biglietti studiando tutti i possibili stratagemmi per non farlo, ma credo che a questo punto sarà il Governo italiano a decidere misure analoghe a quelle del Governo francese, visto che gli Internazionali d’Italia avrebbero dovuto disputarsi a partire dal 10 maggio, due settimane prima del Roland Garros. E ovviamente le qualificazioni si dovrebbero giocare nella settimana ancora precedente.:

UN POSSIBILE COLPO DI SCENA?

Ma ci potrebbe essere un colpo di scena: gli Internazionali d’Italia potrebbero scivolare al posto del Roland Garros, spostarsi di 15 giorni più in là sperando che l’effetto Coronavirus fosse scemato. Potrebbe essere una carta disperata, ma perché non tentarla? Di sicuro all’ATP non dispiacerebbe. E Binaghi e soci pur di salvare capra e cavoli ci potrebbero provare. Ma se Monte-Carlo, Madrid altri tornei volessero conquistarsi le settimane lasciate vacanti dal Roland Garros a chi l’ATP darebbe priorità senza scatenare un putiferio per il privilegio assegnato?

L’annuncio del presidente Giudicelli ha colto tutti di sorpresa, anche se i prodromi, se non proprio le avvisaglie, si potevano avvertire quando a seguito del decreto del presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e del ministro dell’interno Christophe Castaner che aveva bloccato una grandissima parte dei cantieri edili di lavoro, tutto si era fermato anche a Porte D’Auteuil. Era prevista per il 23 maggio la festosa inaugurazione del nuovo tetto retrattile con 16 ali di diverse centinaia di tonnellate ciascuno che avrebbe coperto il Philippe Chatrier, ma la festa non ci sarà. La fase di sospensione dei lavori avrebbe dovuto come minimo riguardare 15 giorni per “i lavori non essenziali”. Ma avrebbe però potuto essere prolungata, stante l’incertezza sullo sviluppo della pandemia. L’appello del Governo era stato volto a favorire il lavoro in via telematica.

I cancelli nella mattinata di martedì erano rimasti chiusi, le gru erano abbandonate nel mezzo delle vie di scorrimento del Roland Garros, dei 600 operai normalmente impegnati per la conclusione dei lavori non c’era quasi più traccia.

I lavori fermi a Parigi

Le misure prese dal Governo francese hanno fatto dichiarare ai responsabili della federtennis francese: È impossibile per noi continuare per rispettare le date originariamente programmate”.Nel comunicato della FFT si legge di seguito: “L’intero mondo è sotto gli effetti della crisi della salute pubblica per via del COVID-19. Per assicurare la salute e la sicurezza di chiunque sia coinvolto nell’organizzazioen del torneo, la FFT ha deciso che l’edizione 2020 del Roland Garros si disputerà dal 20 settembre al 4 ottobre”.

Cioè esattamente una settimana dopo la conclusione dell’US Open – con un arduo intemerato passaggio dal cemento di Flushing Meadows alla terra rossa di Parigi (che cosa sceglierà Rafa Nadal se davvero ci fossero due Slam così ravvicinati? Avrebbe 4000 punti ATP da difendere nei due Slam! Vero che anche fra Roland Garros e Wimbledon per anni c’erano solo due settimane e il passaggio da una superficie all’altra non era così banale…) e di fatto… montando sopra il weekend previsto a Boston per la disputa della Laver Cup. Roba mai successa nella storia del tennis, il cui maggior rivoluzionamento del calendario avvenne fra il 1977 e il 1985, quando l’Australian Open passò ad essere l’ultimo Slam dell’anno nel calendario dopo essere stato sempre il primo. Qualcuno ricorderà anche che per molti anni gli Internazionali d’Italia si svolgevano dopo quelli di Francia.

Una mossa super-coraggiosa o super-incosciente? Vedremo. Di certo la Federtennis francese, a giudicare dalla prime reazioni dei giocatori, incluso il board-member canadese Vasek Pospisil (sempre uno dei più ribelli allo status quo già da anni), non ha avvertito nessuno delle proprie intenzioni: È follia! (madness). Nessuna comunicazione con i giocatori né con l’ATP. We have ZERO say in questo sport (contiamo zero). It’s time. È tempo” (tweet poi cancellato e sostituito con una versione leggermente più edulcorata, ma dopo aver dato a tutti la possibilità di leggerlo).

Significa, ovviamente, “è tempo che noi tennisti reagiamo”. Come reagiranno loro che già da anni si lamentavano perché i quattro Slam facevano guadagni pazzeschi mentre le percentuali spettanti agli attori protagonisti dello spettacolo, i giocatori, erano a loro dire modeste, insufficienti? Sono anni che c’era guerra più o meno sotterranea fra le varie sigle che governano il tennis. Adesso è venuta allo scoperto. Nelle prossime ore ne sentiremo delle belle.

Proseguiva ll comunicato francese: “È impossibile sapere quale sarà la situazione il 18 maggio (quando sarebbero dovute cominciare le gare di qualificazione), ma le misure di contenimento (imposte dal Coronavirus) ci hanno reso impossibile continuare a lavorare per preparare il torneo che a questo punto non possiamo mantenere nelle date previste.

Per agire responsabilmente e proteggere la salute dei suoi impiegati, dei fornitori di servizi durante il periodo organizzativo la FFT ha scelto l’unica opzione che gli consente di mantenere in piedi l’edizione 2020 pur continuando a combattere la lotta contro il COVID-19. In questo importante momento della sua storia, e poiché i progressi nella modernizzazione dello stadio dicono che il torneo può essere mantenuto, la FFT era felice di poterlo fare. Quindi il Roland Garros si giocherà dal 20 settembre al 4 ottobre. La decisione è stata presa nell’interesse della comunità dei giocatori professionisti (Vedremo se la intenderanno così, e vedremo cosa ne penseranno i direttori dei tornei di settembre-fine ottobre; n.di UBS) la cui programmazione è già stata compromessa, e nell’interesse di tanti fan del tennis e del Roland Garros”.

“Abbiamo preso queste diffiicile e coraggiosa decisione in questa situazione senza precedenti che si è evoluta fortemente dallo scorso weekend. Stiamo agendo responsabilmente e dobbiamo lavorare insieme lottando per assicurare la salute e la sicurezza di tutti” ha dichiarato Giudicelli. È stato intanto annunciato con grande tempestività che tutti i biglietti acquistati verranno rimborsati o cambiati in conseguenza della nuove date. Verranno date successivamente informazioni al riguardo.

È chiaro che c’erano, ci sono, in ballo tantissimi soldi che la federazione francese non vuole perdere dopo averne investiti già tantissimi per tutti i lavori di ammodernamento del Roland Garros. Se non ricordo male il ricavato utile di ogni edizione del Roland Garros sfiora i 100 milioni di euro. Non sono noccioline. Non ci si rinuncia facilmente. E poi a favore di chi? Dei tornei ATP del circuito asiatico? La FFT ha preso anche una decisione contro il proprio torneo di Metz, oltre che quello di San Pietroburgo. Cinque tornei ATP 250, un WTA Premier 5 a Wuhan e un Premier Mandatory a Pechino si dovrebbero disputare in quelle stesse due settimane.

Adesso quanto tempo passerà prima che la nostra Federtennis prenda anch’essa una decisione altrettanto tempestiva? Essa certamente non può mettersi contro ATP e WTA come hanno fatto i francesi. Gli Internazionali d’Italia fanno parte di quei due circuiti. Non sono due Slam.

Forse non tutto il male verrà per nuocere, come tante volte succede nelle situazioni semi-disperate. Potrebbe finalmente essere riformato quel calendario assurdo che secondo John McEnroe sarebbe stato riformato soltanto se il mondo del tennis avesse avuto un “commissioner” come hanno gli sport professionistici americani. Fino ad oggi le varie sigle, ATP, WTA, ITF non hanno mai consentito di organizzare il calendario in un modo ragionevole. Basti pensare a che cosa è successo con la nuova Davis Cup by Piquè-Rakuten versus l’ATP Cup per la quale l’Australia, da una parte componente ITF ma dall’altra co-organizzatrice di Federer-Laver Cup e ATP Cup, ha tenuto il piede in tre staffe! Un miracolo di equilibrismo. E di opportunismo. Il problema del Coronavirus e della salute pubblica è primario, ma come sempre sono anche i soldi che comandano. Anche se tutti si mascherano dietro a scelte di tipo ideologico.

Bernard Giudicelli, presidente della FFT, ha dichiarato: “Abbiamo preso una decisione coraggiosa in questa situazione senza precedenti, stiamo agendo con responsabilità e dobbiamo lavorare insieme per assicurarci della salute e della sicurezza di tutti”.


DIRETTA FACEBOOK – Il punto di vista di Luca Baldissera e Vanni Gibertini

Rivoluzione francese: Il Roland Garros a fine settembre

Pubblicato da Ubitennis su Martedì 17 marzo 2020

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