La "povera" Italia contro un Paese molto ricco, ma in campo non scendono né soldi né Fognini

Editoriali del Direttore

La “povera” Italia contro un Paese molto ricco, ma in campo non scendono né soldi né Fognini

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Corrado Barazzutti ha scelto Seppi e Bolelli lasciando in panchina il No.1 d’Italia, come non aveva mai fatto. Per la prima volta il “capitano” la pensa come me. C’è da preoccuparsi? Tutte le interviste del sorteggio

Coppa Davis, con Fognini l’Italia vince sempre ma Barazzutti non lo sceglie per i due singolari (Pentagallo)

Se non fosse che secondo me era prevedibile, la notizia sarebbe che Corrado Barazzutti ha rinunciato per la prima volta al suo No.1 e portafortuna Fabio Fognini, preferendogli Andreas Seppi e Simone Bolelli augurandosi che i due ripetano prestazioni all’altezza di quelle fornite dal primo contro Federer e dal secondo contro Raonic. Due top-ten dal record un tantino diverso rispetto a Kukushkin e Golubev, con tutto il rispetto per questi due giocatori che hanno raggiunto rispettivamente un best ranking di 48 e 33.

 

Il timore, da più persone espresso, è che i due russi “emigrati” in Kazakhstan attirati dal profumo dei tenge – la moneta kazaka, 1 euro corrisponde a 250 KZT – si esaltino in casa e si trasformino. Golubev ha battuto qui Goffin (gennaio 2014) e Melzer (2013), i più modesti Chiudinelli e Lammer (e fuori casa Berdych quando a Ostrava conquistò un punto quasi decisivo), mentre Kukushkin ha battuto qui Wawrinka (poi battuto anche da Golubev a Ginevra un anno fa).
Si parla di tennis, di Coppa Davis, di chi vincerà questo primo turno che appare molto equilibrato fra due nazioni che lo scorso anno sono state entrambe battute dalla Svizzera poi vittoriosa nella Coppa – il Kazakhstan diversamente da noi vinceva 2-1 a Ginevra -, ma si approfitta anche per dare una rapida occhiata ad una città ed un Paese che non avevo mai visto. Ed è una impressione… forte. Fortemente inattesa, quasi certamente per la mia scarsa preparazione culturale in materia.

Non ho mai visto nella stessa città tanti grattacieli ed edifici in costruzione come qui ad Astana. Un cantiere aperto. Letteralmente. Si vede che petrolio e gas scorrono a fiumi nelle tasche dei kazaki e a giudicare da quel che vedo gli investimenti sulla città, voluti dal presidente Narsultan Nazarbayer, sono enormi.

Il sorteggio si è svolto nel Palazzo dell’Indipendenza, costruito 5 anni fa, davanti alla moschea più grande di Astana, anch’essa di recentissima costruzione. Ho fatto delle foto con il telefonino e spero che rendano l’idea, mentre scrivo in una sala stampa che, unica stanza dello stadio denominato Centro Nazionale del Tennis a non essere riscaldata, è un frigorifero. Ma almeno il wifi funziona, diversamente dal palazzo in cui si è svolto il sorteggio.

Raggiungere Astana è quasi complicato come andare in Australia. Anche se le ore effettive di volo non sono più di 7 da Roma a Mosca e poi da Mosca ad Astana (circa 3 ore e mezzo ciascun volo), io che ho preso il Freccia d’Argento da Firenze alle 8,22 del mattino di mercoledì per arrivare in tempo al volo Transaero da Fiumicino delle 13,20, sono arrivato dopo la mezzanotte italiana ad Astana, vale a dire alle 5,30 del mattino qui per via del fuso orario. C’erano 24 gradi sottozero, ma curiosamente non si sentiva tutto il freddo che temevo. Si sta peggio in sala stampa!

A Mosca arrivava anche Matteo Renzi ieri, ma non l’ho incrociato. Avesse il petrolio e il gas del Kazakhstan quanti problemi in meno avrebbe il nostro Matteo. Mentre per oltre 3 ore aspettavo con tanta altra gente la coincidenza per Astana (aereo strapieno), c’erano tanti passeggeri intenti a consultare computer, tablet e telefonini, come ormai ovunque: però non m’era mai capitato di vedere tre russi (immagino fossero russi…) che sul computer sembravano impegnatissimi in partite di scacchi, immagino contro il computer. Non fra loro. Non si conoscevano. Erano seduti ognuno lontano dall’altro. Si vede che Kasparov e Spasski hanno fatto proseliti. Da noi al massimo si vedono le signore che fanno i solitari e qualcuno il sudoku. Sul Boeing della Transaero anziché i soliti annunci delle hostess che dissuadono ad aprire i computer in fase di decollo ed atterraggio, ci si premurava di avvertire che con non so più quanti rubli e 20 dollari si poteva avere la connessione internet durante tutto il viaggio e, se su Transaero, anche per i voli in coincidenza dello stesso giorno. Se le hostess l’avessero annunciato con un inglese appena appena più comprensibile, ne avrei approfittato subito.

Astana ricorda una città lunare dei film di fantascienza, e la città universitaria dove insegna Daniele Malafarina, sembra una città del futuro, pronta per un film “2001: Odissea nello spazio”.

Oggi via Internet, se vi incuriosisce, potreste vedere grattacieli pazzeschi fatti in tutte le forme, triangolari, trapezoidali, ellittici, e con tutti i materiali. Qua e là spuntano anche Piramidi di cristallo. Ho avuto la sensazione che da qui sia passato il celebre architetto Calatrava. Per la foggia di alcune sopraelevazioni, ponti ed altro. Ma in realtà la maggior parte degli edifici sono stati progettati da giapponesi. Che secondo alcuni si riconoscono anche per il fatto che accanto a grandi arterie come le autostrade americane hanno sistemato degli svincoli strettissimi, ad imbuto tipo certe stradine dei centri giapponesi appunto, per cui si verificano degli stranissimi imbottigliamenti di traffico.

Che in Kazakhstan ci sia gente che sta piuttosto bene lo si capisce anche dalla qualità delle macchine: grandi marche tedesche (Mercedes, Bmw, Audi) oltre alle Kia, Toyota, Hyundai, e quasi tutte nuove.

Ma non vi tedierò oltre con queste descrizioni approssimative, che sono soltanto il frutto di poco più un’oretta complessiva per i vari trasferimenti dall’aeroporto alla città universitaria e poi al palazzo dell’Indipendenza e quindi al Centro Tennis.

Il palazzetto dello sport, piccolo ma accogliente per massimo 2.500 persone, è – riscaldamento a parte – raccolto, se vogliamo pure bello, ma spreca tanto spazio. Dalla struttura esterna si sarebbe detto capace di ospitare oltre 5.000 persone, ma ne contiene meno della metà. Se non fanno il tutto esaurito…
Faranno rumore, fracassodice Golubev con il suo accento piemontardo – sono più entusiasti che competenti…aggiunge a bassa voce l’ex pupillo di Massimo Puci (che ora segue come coach il giovane e promettente Matteo Donati, il nostro miglior prospect insieme a Gianluigi Quinzi). “le poche volte che sono a Bra mi alleno con lui, è davvero  bravo” garantisce Andrei Golubev.

Ho incontrato qui al palasport una mia vecchia conoscenza, “Muro” Mihal: lui, ex coach per 3 anni di Marian Vajda (il coach di Novak Djokovic), e sempre per 3 anni anche sia di Karol Kucera (ex n.6 del mondo nonché bestia nera di Pete Sampras) sia di Domini. La “povera” Italia contro un Paese molto ricco, Hrabaty, è uno slovacco diventato il direttore tecnico, l’head coach del tennis kazako da questo gennaio.

“I mezzi che ha il Kazakhstan per supportare il tennis sono impressionanti rispetto al mio Paese, la Slovacchiami dice “Muro”io devo seguire una sessantina di ragazzi fra i 10 e i 18 anni reclutati in tutto il Paese, e trasferiti periodicamente qui al centro tennis nazionale di Astana. Ne ho intravisti alcuni davvero buoni, eccellenti promesse. Li abbiamo divisi in diversi gruppi, per età e livello, gruppi che chiamiamo ‘Orange Bowl, Green Bowl, Red Bowl…e sono certo che qualcuno di questi ragazzi verrà fuori.”

Anche Muro indossa una divisa gialla fornita al tennis kazako dalla Lotto. “Hanno stretto un accordo con la Lotto” mi conferma “Muro” Mihal.

L’atmosfera è rilassata. I tennisti kazaki, come sapete, sono in realtà russi “acquisiti”, forse sarebbe più giusto dire adottati. E sono grati al presidente Nursultan Nazarbayer che qui è considerato poco meno di Dio e che ha dato questo indirizzo per promuovere il tennis.

Nel palazzo dell’Indipendenza troneggia un grandissimo dipinto nel quale sembra che tutti i politici più importanti del mondo, vivi e defunti, omaggiano il presidente del Kazakhstan che camminando su un tappeto passa in mezzo a gente come Obama, Putin, Berlusconi (eh sì c’è a che lui), Chirac e poi tanti altri che ho fotografato con il telefonino senza avere il tempo di riconoscerli. Se la foto che ho mandato è decente magari li riconoscerete voi. Chiaro che si tratta di una finzione fantasiosa, ma il quadro d’insieme alla fine si fa guardare.

Avete presente la puntualità degli svizzeri? Beh qui non si sa cosa sia. Il sorteggio era fissato per mezzogiorno, e l’arbitro svizzero. Egli sarà rimasto scioccato quando tutti se la sono presa comoda, hanno portato a spasso per il palazzo i tennisti italiani, facendogli vedere un plastico illuminato della città di Astana con a riproposizione del fiume che l’attraversa, delle due grande arterie principali ed infinite, di tutti i palazzi portati a termine…che sono tantissimi ma raddoppieranno in pochi anni, ne sono certo.

Così la cerimonia del sorteggio si è tenuta con una mezzora abbondante di ritardo, e quando la Zhanar, la ragazza che fa da capo ufficio stampa ci ha detto che con il pulmino della Davis ci avrebbe dato un passaggio allo Stadio….beh abbiamo atteso un’ora abbondante, con lei che sorridente diceva “Relax, relax!”, mentre friggevamo per la mancanza del wi-fi e l’impossibilità di trasmettere qualunque cosa, salvo che usando il telefonino (due euro al minuto…).

Quest’atmosfera rilassata si è trasmessa anche ai giocatori. Nessuno sembra preoccupato né teso.

Fognini come al solito era il più scanzonato, e quando Egli ha annunciato la coppia italiana per il doppio di sabato, Lorenzi e Fognini, Fabio rideva e diceva, rivolgendosi a me, “Eh non cambia mai eh Corrado eh?”. Rideva perfino Barazzutti. Ormai questa del doppio che non gioca e viene fotografato inutilmente è diventato una gag.

“Spero proprio di non giocarlo” ha detto Paolo Lorenzi spiegando: “Vorrebbe dire che qualcuno ha dei problemi, o Simone o Fabio”.

Paolo dovrà andare a letto presto comunque, niente Juventus-Fiorentina in tv per lui stasera: alle 21 in Italia vuol dire alle una di notte qua in Kazakhstan.

Sull’esito del match non si sbilancia nessuno, al massimo qualcuno dei nostri- ascoltate le interviste – dice che “forse abbiamo il 51 per cento dei favori del pronostico”. E poi le inevitabili banalità di tutti: “Partiamo da 0 a 0, le classifiche parlano a nostro favore – dice Barazzutti – ma contano poco alla fine”.

Bolelli è contento di giocare per primo, e anche di affrontare Kukushkin quindi per averlo già battuto, ma sa bene che “batterlo qui sarebbe un’altra cosa”

Kukushkin è russo di Volgograd “Non troppo lontano di qui, un migliaio di chilometri” osserva..quasi per dire “sono davvero mezzo kazako”. Se noi in Italia fossimo saliti mille chilometri più su potevamo prenderci Federer e Wawrinka. Ve lo immaginate?

E’ stato n.48 del mondo come best ranking ma quest’anno era partito alla grande raggiungendo la finale di Sydney...”Sì, ma lì sono cominciati anche i miei guai, sono arrivato stanchissimo dopo 8 partite in 8 giorni all’Australian open e ho perso da Jaziri 7-6 al quarto (e il tunisino avrebbe poi battuto anche RogerVasselin), poi mi sono ammalato e mi sono dovuto fermare. Ma ora sto bene” -dice aprendosi ad un sorriso un po’ sforzato, non così aperti come quelli di Golubev.

Anche Golubev a Melbourne aveva deluso: 61 62 76 con il vecchio guerriero finlandese Nieminen.

I nostri avversari insomma non hanno fatto grandi risultati ultimamente ma qui si dimostrano affiatati, uniti e si sa che in Davis conta molto anche questo. Anche i nostri, però lo sono, e tecnicamente dovrebbero essere superiori.

Una buona notizia è che stamani hanno montato le apparecchiature per l’HawkEye. Su questo campo “Veloce ma non velocissimo, più ruvido che liscio…” così si dice, le palle non lasciano il segno e chissà come saranno i giudici di linea. Una volta, prima dell’avvento del “Falco” potevano essere decisivi. Ora potranno esserlo soltanto entro certi limiti. A me Egli come arbitro non è mai piaciuto granché.

Proprio le palle sembrano poter costituire un problemino: sono dure e veloci appena uscite dal tubo, diventano “gatti arrotolati” dopo cinque/sei games. Ovviamente questa cosa comporta anche problemi tecnici di adeguamento. Chi saprà farlo meglio?

Bolelli ha una certa responsabilità: il punto iniziale di Coppa Davis talvolta indirizza tutto un match. E Seppi, che pure in Australia ha ricordato come il suo singolare vinto su Ward con la Gran Bretagna sul 2 pari sia stato uno dei suoi exploit più importanti, non è sempre stato un mostro di solidità nervosa in Coppa Davis. Ricordate Genova?

Vabbé, tocchiamo ferro. Tutti si attendono un incontro equilibrato, senza nessun punto scontato. La vera sorpresa forse sarebbe una vittoria netta di una delle due squadre. L’appuntamento è per il mezzogiorno di ghiaccio kazako, le sette del mattino in Italia e in tv.

Primo match: Bolelli (49 Atp)-Kukushkin (58 Atp), a seguire Seppi 35 (Atp)-Golubev (91 Atp).

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Editoriali del Direttore

Il caos provocato dal Roland Garros e le possibili ritorsioni di ATP e WTA

Francesi colpevoli ma non troppo. Roma e Italian Open alla finestra. Anche Rafa Nadal egoista? Ma allora Roger Federer? Gaudenzi e Calvelli malcapitati coraggiosi. Non è la prima guerra nel tennis

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I trofei del Roland Garros (foto via Twitter, @rolandgarros)

La mossa a sorpresa dei francesi, con il rinvio del Roland Garros al mese di settembre, in barba a cinque tornei fra ATP e WTA e alla Laver Cup, non poteva non scatenare un putiferio di reazioni. Non è pensabile che il presidente della federtennis, il francese (corso come Napoleone) Giudicelli e il direttore del torneo Guy Forget non se lo aspettassero. Hanno voluto mettere il cappello sulla prima data valida e sono andati dritti per la loro strada, pensando che sì… gli altri centri di potere del tennis non avrebbero gradito, ma magari tanti giocatori sì, perché soprattutto quelli che non sono invitati a Boston per la Laver Cup, a uno Slam non rinunciano tanto volentieri. Solo gli Slam garantiscono – quale più quale meno – intorno ai 40.000 euro a chi perde al primo turno.

IL (SOLITO) PROBLEMA DEL CALENDARIO

Come ho scritto pochi minuti dopo aver appreso l’annuncio-bomba, concordando abbastanza con la terminologia con cui si è espresso Vasek Pospisil (che però aveva torto nel dire che nessuno era stato interpellato), è stata una dichiarazione egoistica, menefreghista, arrogante per il modo molto francese di comunicarla. Ed è stata o una sorta di guerra a tutto l’establishment dei centri di potere che governano il tennis, oppure – nel migliore dei casi – una aperta provocazione volta a raggiungere l’obiettivo di una ristrutturazione del calendario. Una ristrutturazione che tutti quegli stessi organismi che gestiscono il tennis invocano da sempre, ma ciascuno vorrebbe gestirlo in modo da fare gli interessi propri. E così l’accordo non si è mai raggiunto.

LE POSSIBILI RITORSIONI DEI GIOCATORI

Magari lo scacco dei francesi a ATP, WTA, Australian Open e USTA – più che a Wimbledon che mantiene sempre un certo distacco, noblesse oblige frase francese che gli inglesi impersonano meglio – si rivolterà contro gli stessi francesi come un boomerang, nel cui lancio soprattutto gli australiani sono grandi maestri. Le “ritorsioni” dei giocatori, ATP come WTA, potrebbero rivelarsi di vario tipo.

La prima: boicottare in massa il Roland Garros settembrino. La seconda (dopo aver constatato di non poter riuscire a conquistare un’unanimità sindacale tipo Wimbledon 1973 perché molti giocatori premerebbero per giocare ugualmente uno Slam dopo aver subito già troppe cancellazioni per via del Coronavirus; fra questi Andrey Rublev è stato chiaro: “Meglio giocare uno Slam che rinunciarvi. Noi non abbiamo stipendi. Ma montepremi.Se non si gioca non si guadagna”): togliere i punti ATP a chi gioca il Roland Garros a settembre. La terza: minacciare di toglierli anche nel maggio 2021 (ipotesi che potrebbe non dispiacere anche agli altri tre Slam). La quarta: cancellare il Masters 1000 di Bercy che appartiene alla stessa federazione francese, regalando ad un’altra città l’ambita data.

 

GLI ALLEATI DI PARIGI

Parigi e la federtennis francese potrebbero trovare, d’altro canto, insperati alleati in quei tornei della stagione “rossa” che il Coronavirus ha cancellato e dei quali l’eventuale rinvio delle Olimpiadi, dei Masters 1000 di Canada e Cincinnati nonché al limite dello stesso US Open – chi può sapere come sarà messa la Grande Mela a fine agosto? – potrebbe favorire la insperata resurrezione. All’insegna del detto latino più cinico fra tutti, mors tua vita mea. E allora ecco che Roma – se di nuovo città aperta – e altre sedi di cancellati tornei sulla terra battuta potrebbero rifarsi sotto, ben felici – anche dopo aver pensato il peggio sulla mossa di Giudicelli e Forget – di far da prologo al Roland Garros settembrino. Molto meno probabile mi pare l’ipotesi di un Torino o Milano indoor che a novembre, di concerto con l’ATP, cancellasse l’ATP Next Gen o sostituisse Bercy…

Oggi è in programma una riunione in videoconferenza del consiglio della Federtennis. Scommetterei che verrà assunta una posizione pilatesca, d’attesa. Del tipo: noi ci siamo, se ci date uno slot siamo pronti ad occuparlo. Non mi aspetto nessuna condanna nei confronti dei francesi. Semplicemente perché anche i nostri Machiavelli se intravedranno una opportunità di disputare il torneo più in qua, ad agosto come a settembre o ottobre, prima o dopo lo Slam parigino, non la scarteranno di certo.

IL SILENZIO ASSENSO DI NADAL

Tornando alla mossa rivoluzionaria francese – del resto chi più dei francesi ha la titolarità per scatenare una rivoluzione? – non c’è dubbio che in tempi di pandemia e di lotta che dovrebbe essere universalmente solidale essa è invece apparsa all’intero microcosmo tennistico come un atto assolutamente unilaterale. Anche per la tempistica e il modo in cui è stata comunicata. Che si siano preoccupati di conquistare il consenso del re del Roland Garros Rafa Nadal è stato quasi un gesto dovuto. Se Rafa gli avesse detto subito di no, la loro posizione si sarebbe fortemente indebolita. L’assenso di Nadal l’hanno raccontato Giudicelli e Forget. Il silenzio di Nadal – che almeno fino a ieri non si era pronunciato ma non aveva neanche smentito – pare interpretabile come un silenzio assenso. È criticabile allora anche l’egoismo di Rafa (che supporta anche la Davis di ITF e Piquè almeno fino a che la si gioca a Madrid)? Certo che sì, ma d’altra parte allora che dire di Federer e della sua Laver Cup che dal nulla si è accaparrata una settimana del calendario (che avrebbe fatto tanto comodo alla Coppa Davis per evitare quegli orari allucinanti del novembre scorso)? 

A pagina 2: il coraggio dei nuovi boss ATP, Roland Garros colpevole ma non troppo, le guerre di potere

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