A cinque anni dalla morte di Roberto Lombardi, il mio piccolo grande compagno di telecronache

Editoriali del Direttore

A cinque anni dalla morte di Roberto Lombardi, il mio piccolo grande compagno di telecronache

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Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne

Morì il 18 marzo 2010 uno dei migliori telecronisti della storia del tennis. E non mi riferisco soltanto a quella italiana

Sono già passati cinque anni, ma è sempre molto vivo in me il ricordo di Roberto Lombardi, compagno prima di doppio dal Trofeo Bonfiglio in poi e poi soprattutto di 500 telecronache e forse più in quella coppia che i “grandi maestri” Rino Tommasi e Gianni Clerici, avevano ribattezzato “Il Duo Primavera”.

Roberto era la voce tecnica, quella che oggi a Sky viene chiamata “Talent”, in questo continuo ed insopportabile saccheggio della lingua inglese. Ma, sebbene lui avesse molta più passione e competenza di me per gli aspetti tecnici del gioco, non di rado ci scambiavamo anche i ruoli, proprio per esercitarsi a sostenere parti diverse, visto che secondo il “boss” – Rino – da ex prima categoria di tennis e da giornalisti dovevamo abituarci a saper fare sia il conduttore – oggi si dice chi fa il lead e si preoccupa anche di ricordare il punteggio – sia la voce tecnica. E pure gli intervistatori “per crearsi rapporti con i giocatori che non si possono stabilire se si commenta il tennis da una cabina a Milano”.

 

Infatti a Roberto poteva capitare di dover fare il “conduttore” quando gli capitava di far coppia con Gianni, e a me la voce tecnica quando affiancavo Rino come è successo centinaia di volte.

E’ stato Rino a voler fortemente, sulla scia delle tv americane, sempre una coppia a commentare il tennis, altrimenti troppo monotono se commentato da una voce sola.

A Telecapodistria prima e a Tele+ poi i dirigenti delle varie tv erano inizialmente contrari, questioni di costi, il doppio commento costava di più. Ma Rino impose prima Gianni a Berlusconi cui non piaceva il timbro di voce dello scriba, poi il sottoscritto e da ultimo anche Roberto Lombardi. Poi tutti si convinsero che la qualità se ne giovava alla grande e Tele+, che allora non aveva una grande offerta di sport (il calcio non era ancora riuscita a prenderlo) fece gran parte dei suoi primi 300.000 abbonamenti grazie al tennis. Dopo di che anche in tutti gli altri sport, calcio incluso, il commento solitario sarebbe stato bandito.

Confesso che ogni volta che sento commenti televisivi che non aggiungono granché di nuovo ed originale rispetto a quanto si può leggere su Wikipedia e sugli ATP-WTA Media Guide, mi vengono in mente i tre amici con i quali abbiamo fatto squadra per tanti anni.

Non sta certo a me dire se eravamo migliori o peggiori di quelli che ci hanno seguito, ma so per certo che ci divertivamo, che c’era grande affiatamento ed amicizia, e che Roberto scorgeva aspetti che a noi altri spesso sfuggivano e anche se talvolta poteva dare l’impressione di eccederne nel farne sfoggio (“Si vede che ha difficoltà nell’articolazione scapola-omerale” “E’ chiaro che è il sinistro l’occhio dominante”… quanto mi divertivo a prenderlo in giro!) in realtà era più che giustificato, per un profondo studioso della tecnica, della meccanica, dell’attrezzistica, del tennis come lui, la sua esigenza di far capire che non si trattava di considerazioni improvvisate e banali.

Eravamo amici fin da ragazzini, come ho avuto modo di scrivere già cinque anni fa, in un primo ricordo postumo nel giorno della sua scomparsa (che potete eventualmente rileggere qui sotto insieme al ricordo di altri che lo hanno conosciuto ed apprezzato).

I suoi ultimi anni erano stati terribili, per via della brutta malattia che lo aveva colpito, ma lui li aveva sopportati con straordinario coraggio. Parlava ormai a fatica, ma non voleva mollare. Nemmeno sulla sedia rotella e con la maschera dell’ossigeno per riprendere fiato ai cambi di campo (più utili a lui che ai tennisti). Era sempre stato un combattente di razza. Non era di famiglia ricca e neppure benestante e nemmeno poter frequentare l’università e laurearsi in matematica era stato facile. Così come non era stato facile diventare n.6 d’Italia e raggiungere due finali dei Campionati Italiani Assoluti per via dei modesti mezzi economici, della bassa statura (un metro e 70 scarsi) e di un fisico leggero, come inevitabilmente un po’ anche i suoi colpi. Il rovescio era bellissimo, però. E la grinta straordinaria, come nella vita.

Mi mancherà sempre. Ho non meno di cento cassette con le nostre telecronache. Sono in soffitta, un po’ abbandonate. Chissà se mai le risentirò. Ma Roberto non lo scorderò mai. E se un giorno i miei figli vorranno riascoltare la mia voce, sentiranno anche la sua, quella di Rino, quella di Gianni. Il solo modo per sopravvivere a noi stessi.

P.S. Prego i lettori di risparmiarmi almeno qui sotto le conversazioni da Forum privato. Non voglio impedire i vostri commenti, purché siano attinenti al ricordo di Roberto.

 

Il ricordo di Ubaldo scritto il 18 marzo 2010:
Al ritorno dall’Australia avevo chiamato Caterina, la sua splendida compagna che conosco dacchè, da ragazzini, partecipavamo agli stessi tornei di seconda categoria. Mi aveva dato speranze, perché Roberto, ormai da tempo costretto ad una seggiola a rotelle, ad una maschera per l’ossigeno, a un’assistenza continua, sembrava reagire discretamente alla sua terribile malattia.

Da Roma si era trasferito a Milano per potersi curare meglio. E per Caterina, medico, era più facile continuare a svolgere la sua professione: “Per lui poter continuare a fare le telecronache di tennis è tutto. Forse abbiamo trovato una via che gli consentirà, dopo un intervento e un mese di silenzio assoluto, una metodologia che gli potrà permettere di parlare ed esser pronto per maggio e i tornei di Roma e Wimbledon. Per Roberto è vitale…”.

Un paio di giorni fa Rino Tommasi mi aveva detto di aver parlato con Caterina _ con Roberto era ormai diventato impossibile da tempo, aveva difficoltà a muovere le mani, tenere il cellulare era uno sforzo enorme _ e di aver capito invece che le cose erano improvvisamente molto peggiorate. “Caterina mi ha detto che si sono sposati….questa è l’unica notizia bella”.

Mi ero segnato l’altra sera di chiamarlo ieri. Non l’ho poi fatto e stamani mi ha raggiunto la terribile notizia della sua morte. Ci conoscevamo da 47 anni, non da uno. Da quando io andai a 14 anni _ e lui, classe 1950, ne aveva 13 _ a giocare un torneo di tennis nella sua Alessandria. Lui era considerato, più di me, una grande speranza. Era il favorito n.1, ma perse o nei quarti o in semifinale, non ricordo più se da Ribaudo o Gaddoni, che poi io battei in finale.

Diventammo subito amici. E da quei giorni ogni volta che lui veniva a giocare un qualche torneo nei pressi di Firenze veniva ospite a casa mia. La sua famiglia non navigava nell’oro, per così dire, ma lui era molto orgoglioso, molto fiero. Voleva ripagare l’affetto dei suoi genitori non solo giocando bene a tennis nonostante un fisico tutt’altro che statuario _ un metro e 70 scarsi, direi a occhio _ ma continuando gli studi. Fino a laurearsi in matematica. Per i numeri, e tutto quel che aveva sapore di scienza, aveva una smisurata passione. Quasi infantile a volte: amava cercare di sorprendermi usando paroloni che mi parevano incomprensibili.
Finimmo per giocare spesso il doppio l’uno al fianco dell’altro _ lui più singolarista ma in possesso di un gran bel rovescio e un’ottima risposta da sinistra, io più doppista con il vizio….di studiare la strategia di gioco _ mai immaginando che un giorno ci saremmo trovati al fianco anche nelle cabine televisive di tutto il mondo, quando il direttore di Tele+ Rino Tommasi, dopo essersi consultato con Gianni Clerici (che si lamentava per la stanchezza che gli procurava il dover commentare troppi match.) e con il sottoscritto (che faceva il doppio mestiere di telecronista e intervistatore), decise di “sperimentare” Roberto come quarto telecronista. In breve, accanto al Duo Matusa” noi venimmo ribattezzati _ da Rino stesso – “il Duo Primavera”.

Non ho contato quante telecronache abbiamo fatto insieme. 500, 1000, non so. Come non ricordo tutti i tornei di doppio che abbiamo fatto accanto, anche se qui nel mio studio ci sono alcune coppe che portano il suo e il mio nome accanto, come quello di San Pellegrino Terme, quando battemmo Adriano Panatta e Stefano Matteoli, che era il doppio n.1 della nazionale juniores per la quale sia Roberto sia io venimmo convocati al centro tecnico nazionale di Formia per due anni di fila, nel periodo natalizo, il solo che due studenti come noi potevano permettersi. Giocammo insieme anche il Trofeo Bonfiglio, passando qualche turno e perdendo poi di stretta misura (o magari vincemmo non ricordo nemmen bene adesso) con la coppia ceca Hutka-Pisecki. (Il primo è quel giocatore che avrebbe avuto il matchpoint al Roland Garros con Panatta nel ’76, quando poi Adriano vinse il torneo).

Roberto _ che dolore dover usare adesso l’imperfetto _ era un ragazzo intelligente, sempre ansioso di migliorarsi, ambizioso, sempre apparentemente molto sicuro di sé. Ricordo bene quando cominciò, sulla scia delle sue prime esperienze di telecronista al mio fianco, ad imparare il mestiere di giornalista, a scrivere cioè. Scrivere non è come parlare. Cominciò collaborazioni anche con giornali prestigiosi, il Corriere della Sera ad esempio _ non solo riviste di tennis _ e ci teneva da morire a non passare soltanto per l’ex tennista che, esperto del gioco come pochi, poteva scrivere soltanto di tecnica. Chiese a Gianni Clerici di aiutarlo a individuare i libri da leggere per migliorarsi culturalmente, divorò i “classici”, e ci teneva a inserire nei suoi pezzi le citazioni letterarie che lo avevano maggiormente colpito.

Fra noi gli sfottò erano continui. Anche in corso di telecronaca. Quando lui si lanciava a parlare, per descrivere un movimento scorretto al servizio di un qualche tennista “di una probabile distrazione dell’articolazione della scapola omerale” io ribattevo: “Scusa Roberto, aspetta un momento che vado a leggermi un dizionario medico!”, e naturalmente era molto fiero dei suoi neologismi: “il taglio sotto la palla”, “il dritto anomalo” e altre definizioni che ora non mi vengono a mente, erano suo copyright.

Ricordo anzi che una volta, un po’ scherzando e un po’ no, mi fece presente: “Guarda che “taglio sotto la palla…lo dico sempre io”. Una volta si era messo in testa anche di prepararsi insieme a me una sorta di copione di battute o commenti, ma capimmo presto entrambi che la spontaneità pagava di più.
Non aveva un carattere facilissimo, e del resto non ce l’ho nemmeno io, motivo per cui abbiamo avuto anche qualche scontro…convinti entrambi di avere sempre ragione. Quante volte ci siamo rimproverati a vicenda l’eccessiva prolissità! Però certi ricordi, le telecronache di quei match tipo Connors-Krickstein all’US open, sono indimenticabili.

E l’amicizia di mezzo secolo ha resistito anche a momenti più difficili, come quelli che hanno portato lui a continuare a lavorare per Tele+ e io a venirne via, per una serie di ragioni molto complesse e inutili qui da spiegare.
Rino, nel pubblicare sul suo libro autobiografico “Da Kinshasa a Las Vegas via Wimbledon una foto dei…quattro moschettieri del tennis su Tele+” _ come qualcuno prendendoci in giro soleva chiamarci _ ha scritto una didascalia che per me e credo anche per Roberto ha rappresentato il più bel complimento alla nostra carriera comune con il microfono in mano.

Ho decine di fotografie in casa mia di Roberto con me, e da tennisti e da telecronisti, ma non digitali. E non so scannerizzarle, nemmeno quella che vedete pubblicata (e che, così scura, non è nemmeno di grande qualità). Per poterne mettere una sul sito mi sono dovuto rivolgere a Daniele Azzolini e all’organizzazione di Matchpoint che me l’ha cortesemente scannerizzata dal libro di Rino e mandata.

In effetti penso che Roberto con la sua competenza tecnica indiscutibile _ e ancor più approfondita negli ultimi anni grazie al suo impegno come presidente della scuola nazionale maestri e ai suoi contatti con grandi tecnici del tennis mondiale _ fosse il mio partner ideale in tv.
Ritornando al Lombardi tennista voglio precisare che come singolarista è stato molto più forte di me. E’ arrivato a n.6 d’Italia, ha giocato due finali degli Assoluti _ cito a memoria _ ha colto anche vittorie su giocatori importanti, lui che era cresciuto alla scuola alessandrina del maestro Cornara, come poi Barazzutti (classe 1953, grande rivale da sempre di Roberto…anche se poi, uniti nel segno FIT, si sarebbero poi ritrovati a condividere telecronache televisive per il canale federale; i due non sono mai andati troppo d’accordo, ma ultimamente avevano trovato modo di mediare le loro diversità), come anche Gianni Rivera, mandrogno come lui e suo idolo: Roberto era sfegatato tifoso milanista per quello.

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzini di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.
Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato…lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”.

Quello che nella vita ha vissuto tanti momenti belli, insieme a me, insieme ad altri, alle ragazze che corteggiavamo insieme (a lui piacevano sempre quelle più alte…) ma che era passato anche attraverso momenti davvero difficili, come quando aveva perso la sua prima moglie, anch’ella, come poi Caterina, adorabile. A Caterina, ai familiari di Roberto, con il pianto nel cuore, dico solo arrivederci. A sabato per il suo funerale, all’ospedale di Niguarda, in quell’altro mondo per un doppietto che sono sicuro riusciremo ad organizzare.

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Editoriali del Direttore

Olimpiadi Tokyo 2020: nulla da fare per Giorgi e Fognini. La ‘maledizione’ di Hubert de Morpurgo

TOKYO – Tennisti azzurri lasciano Tokyo con zero medaglie olimpiche Perfino in un anno in cui il tennis italiano aveva brillato, Ma Berrettini e Sinner non c’erano. I 9 falli di piede di Fognini non sono…accettabili!

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Camila Giorgi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Per come andavano le cose quest’anno, con il tennis italiano che ha certamente vissuto un periodo magico, si potrebbe parlare dell’infinito protrarsi della… “maledizione di De Morpurgo”.

Infatti dacchè il barone Hubert Louis de Morpurgo, conquistò un bronzo nel 1924 ai Giochi di Parigi – quando giocarono 124 tennisti di 27 nazioni, l’oro andò all’americano Vinnie Richards, l’argento al francese Henri Cochet; il tennis era incluso fra le discipline fin dalla prima Olimpiade di Atene del 1896, si affrontarono 13 tennisti di 7 nazioni   – non c’è più stato verso di conquistare un medaglia.

E sì che de Morpurgo era un italiano per modo di dire. Infatti era nato a Trieste, il 12 gennaio 1896, quando il capoluogo giuliano era una città austriaca che divenne italiana soltanto dopo la prima guerra mondiale. Ma non è solo per questo motivo che lo si poteva definire un italiano sui generis. La sua mamma, Mary Catherine Lili Branson era inglese. Il padre, Julius von Morpurgo, era un barone di origini tedesche. A Hubert fu fatto prendere un passaporto cecoslovacco, forse perché l’essere nato a Trieste in tempi incerti non dava sufficienti garanzie di continuità.

 

Più cosmopolita di così! E anche globetrotter in tempi in cui quelli che potevano permettersi di viaggiare alla grande, e di giocare ovunque a tennis, appartenevano certamente a un’assoluta elite iper-privilegiata. Lui, di famiglia ovviata agiata oltre che aristocratica, era stato campione junior inglese nel 1911, perchè aveva frequentato in Gran Bretagna la high school. Poi si era trasferito a Parigi e lì aveva vinto nel 1915 i campionati studenteschi universitari.  Insomma, Hubert de Morpurgo può dire di essere stato campione inglese, francese, italiano, cecoslovacco.

Così quando la rivista americana Tennis scrisse di lui che lui era il Tilden del suo Paese – forse perché aveva un ottimo servizio, un bel dritto piatto, una buona copertura della rete anche se sullo smash era piuttosto falloso – non era scontato capire bene a quale Paese si riferisse. Anche perché quelle righe furono date alle stampe ben prima che Benito Mussolini, nel 1929, lo nominasse direttore tecnico del tennis italiana, dopo che de Morpurgo aveva raggiunto i quarti a Wimbledon 1928 e prima che centrasse le semifinali al Roland Garros 1930, in entrambi i casi perdendo da Henri Cochet, uno dei quattro celebri mousquetaires francesi.

La nomina da parte del Duce – appassionato di tennis di cui è rimasta famosa la frase che disse al suo Maestro Mario Belardinelli dopo l’ennesimo rovescio sbagliato “Noi tireremo dritto!” – fu fatta, alla vigilia della prima edizione degli Internazionali d’Italia che, per cinque anni furono giocati a Milano prima di trasferirli al Foro Italico.

De Morpurgo giocò quella prima edizione, approdando alle due finali, del singolare come del doppio. Perse entrambe da – appunto – Big Bill Tilden: 6-1 6-1 6-2 in singolare, 6-0 6-3 6-3 da Tilden e Wilbur Coen, lui in coppia con Placido Gaslini. Fu comunque il Barone a decidere di giocare nobilmente per l’Italia… così almeno una medaglia di bronzo la federazione italiana, nata al mio Circolo Tennis Firenze delle Cascine il 18 maggio 1910 con primo presidente il marchese “secolare vinattiere” Piero Antinori, la può vantare. Prima o poi la vincerà anche il presidente Binaghi, me lo sento.

Paolino Canè e Raffaella Reggi nel 1984 a Los Angeles, vinsero una medaglia di… finto bronzo. Non valeva. Il tennis era …”sport dimostrativo”. Nel 1981 era stato deciso che il tennis sarebbe stato riammesso ai Giochi, 60 anni dopo Anversa (1928). Ma si sarebbe ufficializzato il rientro nel 1988 a Seul. La doppia impresa di Canè e Reggi non è dunque finita in alcun palmares. E ancor meno c’è finito quel torneo che si svolse a Guadalajara nel ’68, durante i Giochi di Città del Messico, e che fu vinto dopo cinque set da Manolo Santana su Manolo Orantes che, diciannovenne, nei quarti aveva sconfitto Nicola Pietrangeli, ormai trentaquattrenne.

Insomma, per quanto riguarda Tokyo 2020 il medagliere azzurro dovrà sperare nel contributo di altre discipline. Restano zero le medaglie tennistiche dopo quella primissima e unica conquistata dal Barone.

Hubert De Morpurgo

Purtroppo era prevedibile che ciò accadesse fin dal momento in cui Matteo Berrettini aveva dovuto dare il suo addolorato forfait a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi. Il romano finalista a Wimbledon sarebbe stato testa di serie n.6, la posizione poi occupata da Carreno Busta che, battuto stamattina il tedesco Koepfer, giocherà questo giovedì per una medaglia nei quarti contro Medvedev, il russo sofferto giustiziere di Fabio Fognini (6-2 3-6 6-2).

Un punteggio bugiardo. Fognini è stato molto più in partita di quanto non dica in particolare il 6-2 del terzo set, che potrebbe far presumere un crollo che non c’è stato. Medvedev aveva dovuto superare una grossa crisi fisica, per il calore e l’umidità di una giornata che non aveva nulla in comune con quella fresca di martedì (causata dalla grande depressione denominata Nepartak e ovunque presentata come un tifone che però non c’è stato).

Medvedev, di cui registriamo a parte la furibonda reazione ad una domanda rivoltagli in inglese malcerto da un collega di cui Daniil ha chiesto in modo assai brusco addirittura l’espulsione dai Giochi, ha dovuto superare un momento difficilissimo nel secondo set e poi salvare tre palle break consecutive nel primo game del terzo. Quindi altre tre sul 4-2 per lui dopo aver conquistato il break decisivo nel secondo game in cui forse  Fabio ha commesso l’errore di ripensare alle occasioni perdute nel game precedente. Dall’0-40 del primo game Fabio ha infatti ceduto dieci punti di fila. E quel break non è più riuscito a recuperarlo.

Il Medvedev che ha battuto Fognini non mi è parso imbattibile. Certo per batterlo bisogna avere una capacità di concentrazione diversa da quella di cui è evidentemente capace Fognini. Anche in una giornata in cui ha complessivamente giocato bene. E, come ha detto lui, alla pari con il secondo tennista più forte del mondo.

Ma un tennista che non fa serve&volley non può incappare su nove falli di piede! Basta stare un minimo attento prima di andare a servire. Ho capito che faceva un caldo insopportabile, quello che ha costretto Badosa a ritirarsi dopo il primo set e ha messo in crisi lo stesso Medvedev che diceva di non riuscire più a respirare. Però che ci vorrà mai a guardare la riga di fondo e, all’atto di servire, stare attento a mettere i piedi cinque centimetri più indietro? Soprattutto quando ti rendi conto che i giudici di linea qui sono “gendarmi” inflessibili, pignoli al millimetro. Nell’arco di un match equilibrato e ben giocato, rinunciare a priori a nove prime palle di servizio, innervosendosi immancabilmente prima di giocare la “seconda” è un handicap che non si può concedere al n.2 del mondo.

Fabio ha fatto solo due doppi falli, l’ultimo sul match point…, ma è inevitabile che quando giochi la “seconda” non puoi che farlo in modo conservativo, la giochi più piano. E con un avversario che risponde come Medvedev non fare che una brutta fine. Non esistono sensori che inseriti nelle scarpe (nella testa?) di Fognini lo avvertano quando sta per toccare la linea bianca?

A questo punto fra i quattro che hanno raggiunto i quarti di finale della metà bassa del tabellone, Khachanov (vittorioso su Schwartzman) e Humbert (su Tsitsipas), Medvedev sembra il più serio candidato a un posto in finale. Dove, per quanto concerne la metà alta, qualunque nome diverso da Djokovic – che nei quarti trova Nishikori e poi il vincente di Zverev-Chardy – sarebbe una gran sorpresa. Anche se Zverev non ha sempre perso con Djokovic: il bilancio è 6-2 per Nole, con Sasha che ha vinto due finali, a Roma 2017 e a Londra ATP Finals 2018.

Piuttosto, dopo l’accenno di poco fa all’assenza di Berrettini, non c’è dubbio che anche la rinuncia di Jannik Sinner ci abbia tolto un’altra gran bella possibilità. Soprattutto se si pensa che un quarto di finale lo giocheranno due sue recenti vittime: Khachanov e Humbert. Qui c’erano solo 16 teste di serie e Jannik n.23 ATP avrebbe potuto capitare ovunque. Anche dove si trovano Humbert e Khachanov.

Le Olimpiadi sono decisamente un torneo che fa storia a sé. Al Roland Garros per la prima volta nella storia del tennis francese i nostri “cugini” d’Oltralpe non avevano avuto un solo giocatore, uomo o donna al terzo turno. Qui hanno due tennisti nei quarti, in lotta per una medaglia. E gli svizzeri che non hanno né Federer né Wawrinka, hanno Bencic in semifinale con chance niente male per un posto in finale dovendo affrontare la kazaka Rybakina che ha battuto la deludente Muguruza. Inoltre Bencic e Golubic sono in semifinale in doppio e dovranno giocare contro il non irresistibile duo brasiliano Pigossi-Stefani!

Francamente, anche se questa giornata con i duelli di ottavi Medvedev-Fognini e ancor più (di quarti) Giorgi-Svitolina, avevano risvegliato l’interesse dei giornalisti presenti a Tokyo sul tennis, non ero per nulla ottimista. Vero che il cammino di Camila Giorgi fino ai quarti di finale era stato tutt’altro che scontato. Durante il percorso aveva battuto la finalista di Wimbledon Karolina Pliskova per la seconda volta consecutiva, conquistando la dodicesima vittoria su una top-ten. Il che testimonia le sue eccellenti qualità potenziali, ma sottolinea anche certi limiti di tenuta psicologica.

Oggi per esempio è partita con uno 0-4 nel primo set, poi 1-5, e con un 1-4 nel secondo set, frutto di due break. Ma come si fa recuperare? Poi si dirà che è un peccato perché degli ultimi quattro game del primo set Camila ne ha fatti tre, e degli ultimi 5 del secondo idem. Quindi poteva esserci partita, si dirà. E partita c’è stata perché Svitolina che fino ai primi due set point mancati sul 5-1 non aveva fiatato, ha cominciato dal 5-3 a sottolineare con dei ruggiti ogni colpo spinto con maggior intensità, mentre il suo fresco sposo Gael Monfils si faceva anche lui via via più vocale dalla tribuna in cui era circondato dalle maglie giallocelesti dei dirigenti ucraini.

Non ero ottimista, pur avendo visto giocare benissimo Camila nei turni precedenti, perché come ho detto a Vanni Gibertini anche nel podcast della quarta giornata fatto per Ubi Radio, secondo me Elina Svitolina era la peggior avversaria che potesse capitare a Camila. A Camila non danno noia le donne che tirano, forte, come Pliskova, ma quelle che tirano più piano – e lei nell’intervista post match lo ha anche detto – che le danno palle da spingere più che da incontrare, palle spesso non uguali. Anche pallonetti a candela se necessario. E sul 5-4 del primo set, servizio Svitolina e 0-15, Cami ha steccato uno smash contro sole che forse le è costata la possibile rimonta, insieme a un pizzico di fortuna, una riga presa di un millimetro dall’ucraina sul 30-15 con la successiva palla di Cami che si è fermata sul nastro sopo aver dato l’illusoria sensazione di poter passare.

Ma il problema che le dava la Svitolina consisteva anche nelle sue eccellenti capacità difensive e di recupero. Mentre Pliskova sulla riga di fondocampo – che è lunga 8 metri e 23 – gioca straordinariamente bene e colpisce alla grande se la palla le cade nel raggio dei sei metri centrali (circa eh…), ma sull’ultimo degli otto metri a sinistra come a destra arriva male e sparacchia spesso fuori di metri senza sapersi difendere, Svitolina invece corre e recupera il recuperabile. Correndo sulla sua destra fa dei dritti con il taglio sotto che ricordano proprio le armi difensive del suo consorte Monfils.

Con una tennista che recupera tre volte di più quel che non recupera la Pliskova, Camila finiva per sbagliare dopo tre-quattro affondi che contro la ragazzona ceca le avrebbero procurato il punto, mentre con l’ucraina andava ancora fatto. Dai, picchia e mena, alla fine arrivava l’errore. Nihil novi sub sole. Me l’aspettavo, purtroppo. Non mi facevo illusioni. Speravo in qualche “basso” della Svitolina. Ma non c’è stato nella misura in cui sarebbe servito. Appena qualcosina. Peccato, perché secondo me era proprio lei, più della Vondrousova al turno successivo, l’ostacolo più serio.

È andata così. A Tokyo zero medaglie ma a Parigi, fra tre soli anni, avremo più chance perché i vari Berrettini, Sinner, Musetti, Sonego saranno tutti cresciuti ancora. E Camila Giorgi, sui 32 anni, con la forza e il fisico che ha, sarà ancora competitiva, e magari più continua, oltre che tatticamente un pochino più smaliziata. È mai possibile, ad esempio, che non possa lavorare un minimo sullo slice, sulla smorzata? Vabbè, di coach in pectore sono pieni i circoli di tennis…e io non mi voglio sostituire a papà Sergio.

Il tabellone maschile delle Olimpiadi con i risultati aggiornati

Il tabellone femminile delle Olimpiadi con i risultati aggiornati

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Editoriali del Direttore

Osaka ultima tedofora alle Olimpiadi di Tokyo, con qualche dubbio che si insinua prepotente

TOKYO – Non posso credere che due mesi fa non fosse stato già deciso che lo avrebbe fatto. E allora, anche ammessa la sua innocenza sulla discussa presa di posizione pre-Roland Garros, non sarà stata IMG a preparare quella strategia? Vorrei chiederle…

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Naomi Osaka accende il braciere olimpico - Tokyo 2020 (via Twitter, @usopen)

Non ho la presunzione di aver già individuato, neppur generalizzando, le caratteristiche di un popolo, il giapponese, con cui sono entrato in contatto per la prima volta soltanto da mercoledì sera, quando dopo aver riempito una decina di moduli, cinque in aereo e cinque all’aeroporto, mi ci sono volute quattro ore per uscire dall’ultimo controllo.

Ho pensato a quanto noi italiani ci lamentiamo dell’eccesso di burocrazia che affligge il nostro Paese, ma dopo questa esperienza non credo che – per quanto mi riguarda – mi lamenterò più.

Ho sempre sentito dire, e mi pare di averne avuto continua riprova in queste 48 ore, che la flessibilità non rientri nelle attitudini più precipue del popolo giapponese. Così come quasi maniacale mi è parsa la propensione – in parte apprezzabile quando non diventi eccessiva – a organizzare tutto nei minimi particolari… dai quali però poi non si deflette, caschi il mondo.

 

Arrivo al nocciolo: che due mesi fa, il 24 maggio, gli organizzatori giapponesi non sapessero e non avessero almeno preavvertito Naomi Osaka del fatto che sarebbe stata la più probabile – o anche soltanto una possibile –ultima tedofora per accendere il braciere olimpico e dare il via ai Giochi di Tokyo, scusatemi ma io proprio non ci credo.

Secondo me – che non ho il dono dell’onniscienza – lei era stata preavvertita. E con lei, direttamente o indirettamente, anche la sua società di management, l’IMG, che non è in mano a degli sprovveduti. Tutt’altro. Le Olimpiadi per Tokyo, più di 50 anni dopo quelle ospitate nel ‘64 , erano un’occasione importante, importantissima, dieci anni dopo quel terribile terremoto che l’aveva flagellata. Il Giappone ama lo sport, ha avuto grandi campioni fra i lottatori, i motociclisti, qualche giocatore di baseball, ma al momento nessun atleta gode della popolarità internazionale di Naomi, la tennista più pagata del mondo e le cui dichiarazioni – dall’epoca di Black Lives Matter – sono diventate celebri anche al di fuori del microcosmo tennis.

Ora a me sta umanamente simpatica Naomi. Mi è sempre sembrata anche un tipo genuino, sebbene IMG abbia certamente offuscato un po’ tanta naturalezza creando e facendole indossare quelle mascherine dedicate a vittime del razzismo che Naomi ha mostrato turno dopo turno all’ultimo US Open, certamente frutto di un’operazione di marketing tutt’altro che casuale. Se oggi, avendo pur vinto infinitamente di meno, Naomi guadagna quanto e più di Serena Williams, questo significa che dietro a lei c’è un team che le pensa e le sfrutta tutte. Quest’ultimo colpo di ieri sera non ha prezzo. Farà impennare ancora più le sue azioni.

Ebbene tutto ciò – e scusate se vi apparirò maligno (e ripeterò qui la solita frase Andreottiana che a pensare male si fa peccato ma… a volte ci si azzecca) – mi fa riflettere sulla presa di posizione di Naomi alla vigilia di Parigi. Quando cioè ha detto che non avrebbe più voluto sentirsi obbligata, ed eventualmente multata, a rispondere presente alle rituali conferenze stampa post match.

Con ciò chiedendo una chiara eccezione e un privilegio, capace di suscitare una discriminazione nei confronti di tutti gli altri campioni, uomini e donne, che invece si sottopongono a quelle… forche caudine che poi – a dire il vero – non sono nemmeno tali e per solito si esauriscono in 15 minuti dei quali le domande ne occupano sì e no tre o quattro.

Dapprima Naomi aveva motivato la sua richiesta attribuendola in parte a giornalisti poco preparati che le chiedevano cose cui aveva già risposto tante altre volte, poi li aveva anche accusati di scarsa sensibilità riferendo a quando alcuni colleghi avevano messo un po’ troppo il dito sulla piaga nei confronti di tenniste appena sconfitte. E forse si riferiva anche a se stessa per quelle volte in cui qualcuno l’aveva messa un po’ alla strette chiedendole conto dei suoi risultati piuttosto deludenti conseguiti sulla terra rossa e sull’erba.

In un secondo momento poi Naomi ha tirato fuori l’inedita storia di una sua depressione ricorrente e risalente a un paio d’anni fa. E su questo secondo argomento, mai prima manifestato e soprattutto non palesato a Guy Forget direttore del torneo del Roland Garros e al presidente della federtennis francese Gilles Moretton, le opinioni si erano divise. Chi le credeva e chi no. Chi citava, a mio avviso sbagliando nei modi, ai suoi enormi guadagni dando per scontato che i ricchi… non piangano (anche se è forse vero che i poveri avrebbero qualche motivo serio in più per farlo), chi aveva sposato la tesi che il management di Naomi avesse architettato tutto (un boomerang mediatico?) e quasi senza preavvertirla delle possibili conseguenze, per fare un altro colpo sensazionale (quasi quanto, a suo tempo, le sue foto in bikini sul famoso numero speciale di Sports Illustrated).

Io non mi permetto davvero di dubitare sulla malattia depressiva di Naomi, ci mancherebbe. Quella ante-Parigi è stata comunque un’uscita infelice, perché nella migliore delle ipotesi ha avuto come conseguenza quella di farle saltare sia Parigi sia Wimbledon (tornei cui obiettivamente sarebbe diventato difficile, se non imbarazzante, partecipare a seguito di quanto aveva dichiarato e delle polemiche che ne erano seguite).

Ora è vero che Naomi su quelle due superfici non era considerata una delle primissime favorite, ma è anche vero che in campo femminile può capitare che a Parigi vadano in semifinale quattro giocatrici che mai avevano fatto tanta strada e che in finale Kreijcikova si trovi a vincere la finale su Pavlyuchenkova. Insomma, chi può dire che Naomi non avrebbe potuto fare altrettanta strada?

Dopo aver visto stanotte Naomi accendere la fiamma olimpica mi sono chiesto se il suo team non avesse spinto sull’acceleratore di una mossa magari sentita ma forse non così determinata, pensando di ampliare la risonanza di ciò che ruota attorno a Naomi. Tanti sponsor, tanti soldi.

E qui in Giappone, sarà forse perchè Djokovic viene considerato superfavorito nel torneo maschile e sarà certo perché Naomi è giapponese, e ora più giapponese che mai (ricorderete che quando per legge ha dovuto scegliere un solo passaporto, quello giapponese, c’erano state grandi incertezze per lei cresciuta negli Stati Uniti e poco a suo agio con il giapponese al punto da preferire rispondere in inglese), fatto sta che ancora prima della cerimonia olimpica, le copertine sui magazine e i servizi sulle varie TV, erano molto di più su lei che su Novak.

Ripeto, per non dare adito a dubbi. Forse lei ha sempre detto il vero, ma i suoi agenti hanno cercato di cavalcare l’onda e a giudicare dai risultati di notorietà, dopo che forse all’inizio sembravano aver fatto una topica, forse oggi possono pensare di averla azzeccata. Naomi è magari criticata da qualcuno che non le crede, ma in termini di popolarità è diventata ancora più famosa.

Per quanto mi riguarda, proverò a chiederle questo – anche se dubito che avrò una risposta diretta (più facile che mi dica “Voglio concentrarmi su questa Olimpiade…”): “Ma ti senti meglio, se non guarita, dopo i problemi che ci hai denunciato due mesi fa? Perché, sai, qui la pressione mentale su te mi sembra molto più forte di quanto avrebbe potuto essere a Parigi…”. Figuriamoci se non trova modo di svicolare. IMG l’avrà certo istruita.

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Editoriali del Direttore

Berrettini non è arrivato alla finale di Wimbledon per caso. Si ripeterà in altri Slam, su erba e cemento

LONDRA – Matteo Berrettini ha dato l’impressione di poter fare ancora meglio e di più. Ma Djokovic è il miglior tennista del mondo: 20 Slam che potrebbero diventare 25 o più. Matteo sarà protagonista di altre finali

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Capisco che possa apparire banale, ma secondo me Matteo Berrettini va soprattutto ringraziato. Oggettivamente raggiungere una finale di Wimbledon è una grossa impresa. E averla compiuta dopo aver vinto anche il torneo del Queen’s ne incrementa il valore. Undici partite vinte sull’erba di fila prima di una sconfitta finale assai dignitosa al termine di una partita durata 3 ore e 24 minuti – non un’oretta e mezzo – con un fenomeno come Djokovic che negli ultimi 10 anni ha vinto 6 Wimbledon. Non per caso.

Come detto in altre occasioni, nessuno può battere chi non gli si presenta di fronte. Berrettini ha battuto tutti quelli che ha incontrato, undici avversari fra Queen’s e Wimbledon, salvo il n.1 del mondo. Qui a Wimbledon come a Parigi, E quando aveva perso la semifinale dello US Open l’aveva persa con Rafa Nadal che poi vinse il torneo.

Poteva battere anche Djokovic? Nessuno è sempre imbattibile, ma Djokovic vince più di tutti e se è vero che Matteo ha manifestato qualche rimpianto riguardo alla propria prestazione, e forse ha ragione (e diremo poi il perché), anche Djokovic non ha forse giocato al meglio delle sue possibilità, era stranamente nervoso all’inizio (due doppi falli nel primo game, subito palla break) e ha perso il l’unico set, il primo, nel quale era stato avanti 5-2. Nessuno può sapere se Djokovic non avrebbe alzato la propria asticella se Berrettini avesse giocato ancora meglio di quel che ha fatto. Ma a Djokovic è accaduto spesso di elevare il proprio livello se l’avversario faceva crescere il suo.

 

La finale non è stata sempre bellissima, ma nel complesso è stata godibile. Si poteva temere alla vigilia che Berrettini pagasse lo scotto dell’esordio in una finale a Wimbledon e oggi si può dire che così non è stato anche se non abbiamo visto il miglior Berrettini e lui non si è piaciuto. Però come si fa a sapere se non sia stato proprio Djokovic a condizionarlo, al di là del discorso legato alla sua inesperienza, all’inevitabile emozione. Wimbledon, il Centre Court, la gente che grida Matteo, Matteo sul campo più leggendario fra tutti.

Sai che l’avversario è il miglior ribattitore del mondo, che un servizio qualsiasi può non bastare, viene fatto di strafare, di esagerare. E così la percentuale di primi servizi, di solito superiore al 70%, contro Djokovic scende al 59%. E tutti allora a dire: Berrettini oggi, a dispetto dei 16 ace, ha servito male. O non come al solito. I dati nudi e crudi dicono questo, ma non tengono conto di tanti altri fattori, primo fra tutti…chi hai davanti! La prima di servizio è mancata, certo, ma probabilmente per i motivi che ho appena accennato. E se non entra la prima è più facile per il più grande ribattitore che dovendo rispondere alla seconda si giochino più scambi.

E chi è favorito se si giocano più scambi? Djokovic perché si muove meglio, è più rapido, recupera tutto e di più perché ha gambe e agilità assolutamente uniche. E soprattutto ha un rovescio (in particolare lungolinea) che Berrettini si sogna, anche se il suo slice è enormemente migliorato. Ma non al punto, ad esempio, di fare una decina di punti con i passanti, quando l’astuto stratega serbo si ricorda che la miglior difesa è l’attacco e decide di venire a rete più spesso del solito. A prendersi un discreto bottino di punti. Ovviamente lo fa sul rovescio di Matteo. Che di passanti vincenti di rovescio ne ha giocati meno delle dita di una mano.

Matteo non poteva che cercare di tenere il pallino del gioco in mano. Quindi rischiando. Se rischi tanto, e fai 55 vincenti, fai anche tanti errori: 44. E allora coloro che hanno osservato come la percentuale di prime palle di Matteo fosse inferiore al solito (per i motivi di cui sopra però…), sosterranno anche che Matteo ha sbagliato troppi dritti. Ma chi lo sostiene non sembra tenere conto del fatto che dall’altra parte della rete c’è un certo Djokovic che più scambia, più palleggia e più punti ti farà. Chiaro che tirando a tutta randa per accorciare gli scambi sbagli di più e sembrano errori gratuiti. Ma non lo sono.

Quanto dico non è un alibi per tutto. Il secondo break subito nel secondo set, per esempio, è frutto di una mancanza di concentrazione ancora perfettibile. Avevo lodato Matteo l’altro giorno per il break imposto a Hurkacz nel primo game del quarto set, quando avrebbe potuto risentire psicologicamente della perdita del terzo. Stavolta è stato meno solido mentalmente. Avevo lodato la gran mano mostrata da Matteo contro Ivashka, questa volta contro una situazione e un avversario che gli mettevano più pressione, i tocchi sono stati più rozzi e imprecisi. Palle corte meno assassine, recuperi su dropshot meno vincenti.

Ha commesso, come già una volta contro Hurkacz, l’errore di chiedere il Falco dopo una prima di servizio perdendo ritmo e concentrazione e commettendo il quasi inevitabile doppio fallo che ha contribuito in partenza al break subito sull’1 pari del terzo set. In quel game peraltro Djokovic ha però giocato sul 30 pari un rovescio passante in cross straordinario su un missile di Matteo, che avrebbe poi cacciato in rete un rovescio slice. E nel game successivo Matteo ha avuto due palle break non impossibile da trasformare, soprattutto la prima quando un passante di dritto avrebbe potuto garantirgli il contro-break per il 2 pari, anziché il 3-1. Sul mio bloc notes ho trovato questo appunto: la folla che ha cominciato a far echeggiare le grida “Matteo, Matteo!” ha fatto allungare i tempi fra un punto e l’altro, ha consentito a Djokovic di concentrarsi maggiormente, di caricarsi, e ne sono venuti fuori due bei punti per il serbo.

Ecco, io credo che già alla seconda finale di Slam – cui credo Matteo approderà in tempi non lontani (la penso come Wilander, anche se un lettore superstizioso vorrebbe attribuirci poteri capaci di scacciare queste ipotesi futuribili) – queste ingenuità non si ripeteranno più. Questi episodi hanno spinto qualcuno a credere che il Djokovic di ieri non fosse il miglior Djokovic, ma quando c’era bisogno Novak era subito migliore.

Insomma onore ai meriti di Matteo che ha fatto conquistare al tennis spazi inusuali sui media, perfino in tempi di febbre collettiva per l’EuroCalcio e i ragazzi di Mancini campioni d’Europa. Matteo, terzo nella Race verso le finali di Torino, ha fatto un grandissimo spot per quell’evento che ci attende a metà novembre nel capoluogo piemontese. E a Tokyo penso che potrà farne un altro, soprattutto se alle assenze di Federer e Nadal si dovesse aggiungere anche quella di Novak che ieri ha definito la sua partecipazione ai Giochi molto incerta, “al 50%”.

Novak è combattuto, per la recrudescenza della pandemia in Oriente, per il Golden Slam (come Steffi Graf nel 1988 a Seul) che sfumerebbe pur essendo certamente alla sua portata. Ma è indubbio che questo possa essere l’anno buono per il Grande Slam, se Novak eviterà di colpire un altro giudice di linea con una pallata.  Eh, già Novak ha raggiunto i rivali di sempre, Roger e Rafa, a quota 20 Major – un cammino accelerato intrapreso non tanto fa, 3 anni e mezzo direi – e se non avesse avuto la sfortuna di centrare la giudice di linea allo US open sarebbe probabilmente già a quota 21.

Mi stupirebbe, visti i chiari di luna, se Novak non vincesse 25 Slam, tanti insomma da dissipare ogni dubbio su chi sia stato il tennista più forte di questa epoca. Che poi non sia il più bello da vedere… quello è tutto un altro paio di maniche. Ci hanno viziati Federer per un verso, Nadal dall’altro. Due marziani che, come ha ricordato Novak, sono stati uno stimolo perenne a migliorarsi. Novak potrebbe fare altrettanto nei confronti di Matteo che certamente misurandosi in occasioni e con avversari del genere, non potrà che migliorarsi.

Ma intanto, ribadisco quanto detto all’inizio, gli appassionati di tennis gli devono tutti un grande, grandissimo grazie. Augurandogli di restare fra i primi 3/5 della race fino a Torino. E oltre.

Il tabellone maschile di Wimbledon con tutti i risultati aggiornati


IL COMMENTO AUDIO DEL DIRETTORE

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