Arrivederci Roma, tra la via Appia e Andy Murray

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Arrivederci Roma, tra la via Appia e Andy Murray

Bilancio di una settimana che si credeva migliore. Il torneo di Roma sarà anche il quinto Slam ma gli altri quattro rimangono un’altra cosa. Tra la stanchezza di Nadal, il cattivo umore di Djokovic e la soddisfazione di qualche ragazzo, Roma rimane distante dal tennis

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Roma è bellissima. E vabbè. Se avete la fortuna di pernottare dalle parti del Colosseo, in questo quartiere Monti che fa finta di rimanere agli anni 40 nonostante turisti e lounge bar, con osterie rassegnate a tradurre in inglese i rigatoni alla Gricia o la cacio e pepe, quando vi avvierete al tennis, rigorosamente con mezzi pubblici, la passeggiata ve la ricorderete a lungo. Si intravedono delle rovine, si passa dal Foro di Nerva, si guarda dubbiosi un loggiato dove c’è una sede dei Cavalieri di Malta – unico organo che non governa nessun territorio ma ha un seggio all’ONU – ci si istruisce sulle colonnacce. Il segreto è dare le spalle a quell’ingombrante magnifico anfiteatro, Flavio pare lo chiamassero, ma sapendo che c’è e dimenticandosi di quelle grate che sareste pronti a scommettere non c’erano trent’anni prima; non badare a carrozzella che va co’ du’ stranieri, immaginare cosa c’è dietro l’arco di Tito; subire il fascino del gigantismo dell’assurdo altare della patria (minuscolo per favore); imparare che la colonna traiana è una colonna coclide (pare significhi “a spirale” secondo Salerno. Ma per fortuna Andrea Girolami lo spiega meglio, è il caso di lasciargli la parola: “Coclide non ha etimo da spirale, ma dal latino cochlis-cochlidem, ‘chiocciola’. È la colonna “tortile” ad essere scolpita con sviluppo “a spirale”, mentre per la Traiana è doveroso precisare che è il fregio decorativo ad avere sviluppo continuo a “spirale”, e non la colonna stessa, altrimenti sarebbe stata appunto una colonna “tortile”…). Roma non è certo Melbourne, che nelle due settimane dello slam vive di tennis, te lo trovi tra i piedi ovunque, persino nei musei.

Il sorteggio a Piazza del Popolo è uno scimmiottamento che prelude alla sensazione che non ti aspetti, né su Roma né su un “1000”: una forma di provincialismo, o se volete da festa di piazza, sagra paesana, che accompagna l’inviato per i suoi 10 giorni. La sorpresa che il racconto da tregenda – “a Roma devi calcolare due ore per andare da un punto all’altro. Al Foro Italico? Ci perdi la giornata, lassa perdere” – è decisamente esagerato, regala un sollievo che solo l’impatto con la prima vista del Foro compensa. Negativamente. Arrivandoci dal Ponte della Musica è complicato comprendere tutti quei discorsi sulla “location”. Si vede un fabbricato brutto, davvero brutto, che si scopre essere una vecchia aula bunker dove si tenevano i processi alle Brigate Rosse durante gli anni di piombo, anche se la fonte non sembra orientarsi perfettamente nel sottobosco della sinistra extraparlamentare del tempo; chissà se è vero, diamolo per buono.

All’interno il solito bazar, con gente che raddoppia i prezzi – chi sa, parlerebbe, con cattive parole, di gentrificazione dello sport, ma questo non è calcio, non c’è niente da gentrificare, maledetti – tanto è uguale, devi stare 12 ore. È il mercato babe, non puoi farci niente. Un vialone che scimmiotta Hollywood, con la Walk of Fame costruita con qualche polemica, perché qui Panatta non è ben visto: un’indecorosa processione di piastrelle che parte qualche passo dopo l’aula bunker e arriva fino al Grandstand. Ci sono grandi progetti per il Grandstand, ma intanto si fa la gara a cercare di renderlo infrequentabile, riempendolo di gente sconosciuta. I posti per i giornalisti sono assegnati con un certo criterio; probabilmente c’è stato un tizio che è entrato, ha dato un’occhiata e ha detto “quali sono i posti peggiori? Quelli da cui non si capisce niente?. E chi se la sente di dargli torto? Però nel frattempo ci sono millanta posti vuoti e quindi va bene lo stesso. C’è qualche partita nei campi periferici, finalmente si vede questo famoso “Pietrangeli”, il campo delle statue, quello più bello del mondo. Come non arrivarci prevenuti? Come non pensare agli esperimenti di Watzlawick, alla pragmatica della comunicazione umana, non foss’altro che per fare un po’ di scena? Come che sia, siamo vicini ai giocatori, cosa che sembra esaltante, ma a patto di essere un appassionato di tennis. Altrimenti il rischio è di essere assaliti da una profonda pena per quel poveraccio che arranca, sbuffa, protesta, inveisce, perde o magari vince ma solo per perdere la volta successiva, perché in questo campo non ci giocano quelli che arrivano in finale, di solito. Però stavolta sì, non si erano fatti i conti con Murray, il più imbronciato di tutti, quello che vincerà il torneo facendo arrivare una volta a 5 solo David Goffin, e solo perché è Murray, e perdendo 25 game in tutto, nessuno gliene vincerà più di 6 tutti insieme. Ma Murray non è per tutti, ha vinto solo due slam, il poveraccio, almeno lo 0,002%, stando larghi, degli esseri umani ha fatto meglio, quindi perché seguire uno qualunque? Meglio Djokovic che sbraita e urla e che però non è simpatico ma è forte ed è uno showman ed è elastico ed è il più forte di tutti e insomma che noia; Federer che tutto vorrebbe fare tranne che giocare, e Nadal che ha l’aria di chi dice “se mi arrendo che ne sarà di me?” contenti loro.

 

Si saluta qualcuno, qualcun altro scruta misteriosamente in cagnesco, si assegnano facce ai nomi, sempre stupendosi, si cerca l’idea, si scrive qualcosa si torna finalmente all’autobus. Adesso è di nuovo Roma, finalmente, il signore a due passi dal quell’Anfiteatro lì che avrà 80 anni e insieme alla moglie che ne avrà 79 tiene il negozietto ancora aperto alle 23: “Ma che ci fa ancora sveglio a quest’ora?”. “E se andavo a dormire chi le dava le cose?”. “Vabbè ma io domani non vengo”. “E verrà n’altro”.

Il giorno dopo la passeggiata già non si guarda più, serve fare in fretta, arrivare al foro italico. È già mercoledì (e io no, diceva Bergonzoni, che è un genio) il giorno dell’evento. No, non c’entra Federer, che però dirà “mi sa che questo torneo non lo vinco” ma una cosa che fanno per i giornalisti. Se credete che qualcuno faccia un discorsetto vi sbagliate, serve solo a dar da mangiare a qualcuno, far le scorte per il resto della settimana. Arriva Binaghi, fa talmente tanta tenerezza nella sua solitudine e con quella camicia rosa da provocare un’inaspettata alzata di calice. “La solitudine di Binaghi”, sembra un bel pezzo, chissà. Il tempo di mangiare un pessimo ragù di pesce che l’occhiata al resort che ospitava il tutto ricorda l’assalto dei sardi alla Federazione. Sono tutti sardi, e tutti con la faccia arcigna. Prima che dispetto provocano una certa compassione. Ma mai come la festa in onore della Pennetta, davvero incommentabile, forse è snobismo, sicuramente è snobismo, ma quella roba lì solo a qualcuno di perverso può venire in mente. Poi però torna in mente la vera sagra paesana col bravo presentatore che non fa ridere, tenuta il giorno prima in mezzo al delirio per “il capitano”, uno che da queste parti pare famoso, e allora viene da rivalutare la Pennetta, la simpatica Schiavone, la povera Vinci, che deve trovare il modo di salvarsi da tutto questo. Bisogna aver fiducia, ce la farà Roberta a non finire così, speriamo trovi qualcuno in grado di spiegarglielo.

Ci sono state le partite, questi ragazzini buttati allo sbaraglio tra gente che gioca per la sopravvivenza. Sono contenti di prendere tre giochi a Kyrgios, trovano il giornalista che gli chiede se sa di aver fatto la storia della Sicilia oggi (o mio dio) e loro pensano dica sul serio. Tutti bravi ragazzi, davvero, con un sorriso solare; c’è l’unico che ci crede davvero che sarebbe Cecchinato, che perde da Raonic, non uno qualsiasi, e la sorpresa del torneo, quello su cui puntare, che ovviamente è il ragazzino su cui la federazione punta meno, sembra lo facciano apposta. Lorenzo Sonego ha colpi, testa e cuore, è gracile, crescerà, speriamo bene. Se la Federazione fa i numeri come con Bolelli e Giorgi fomenteremo sollevazione popolare, è una promessa.

Il giovedì già non se ne può più, si è visto tutto quello che si doveva vedere, si sorride mestamente della rassegna stampa preparata dalla torneo, che presenta articoli di siti che fanno un terzo dei nostri lettori di dicembre ma hanno il pregio di non disturbare il manovratore, poi dice che uno ci resta male. Federer sembra dello stesso umore, prova in tutti i modi a perdere contro Thiem e finalmente ci riesce, col rammarico di tutti, ma figurarsi che gli frega. I “1000” valgono quanto una Coppa Italia, basta vedere come li tratta Djokovic che perde 6-0 il primo set contro Bellucci. C’è il tempo di una bella partita, del povero Nadal che alla sua età ancora deve remare e remare, sfiancarsi, contro Nicolino Kyrgios, che invece non si stancherà mai, al limite litigherà, al limite vincerà meno, ma si divertirà molto di più di quanto lo spagnolo potrà mai sognare. Nadal vince e si regala Djokovic, un altro venerdì di passione, ma intesa in quel senso lì, non in quello di buono. Djokovic è terribilmente più forte, finisce col dare l’impressione di Federer, di uno che scende in campo decidendo di non stancarsi troppo e vada come vada e poi lì diventa il tennista di borgata, quello che non vuole perdere manco a bocce, figurarsi contro Nadal. La partita ha una curiosa caratteristica: piace agli under 60 ma non agli over 60. Costretti a scegliere siamo forse condizionati dall’età, vecchi sì ma non fino a questo punto. C’è del bello anche in quella sofferenza, è uno sport cattivo il tennis, non è fatto per tirare fuori il meglio di sé. Ma del resto lo sappiamo, lo sport non forma il carattere, piuttosto lo rivela, anche nello spettatore. Djokovic vince e replica il giorno dopo, quando pioggia e vento regalano raffreddori. C’è stato il tempo per le colazioni con vista anfiteatro, la pioggia fa un po’ Francia ma pazienza, forse è meglio così.

Si spera di tornare a casa presto, davvero non se ne può più. Nishikori vince un primo set francamente brutto, Djokovic ha voglia di andarsene e poi rimane intrappolato. Si deve rimanere fino a mezzanotte, non si finisce prima delle due, dicono che l’articolo ne risenta, non hanno ragione ma non importa, per fortuna c’è Brera, lo leggano.

Finalmente è domenica, ma c’è ancora il tempo di farsi venire un po’ di sangue amaro. Si ascolta il racconto di un’esperienza che fa sembrare una disfatta la battaglia di Napoleone ad Austerlitz, con questo presidente del CONI con gli improbabili capelli da uomo di potere, però in carriera, perché non basta mai. Si presentano numeri che nessuno capisce, viene il ricordo di altre situazioni, più serie forse o semplicemente più discorsive, in cui i relatori non l’avrebbero passata così liscia. All’uditorio pare basti, beati loro, anzi no, non sanno cosa si perdono. Chiedono se Djokovic farà di Roma la sua seconda casa, certo, come no, non vede l’ora. Supertennis stacca quando il direttore fa una domanda, accanto al delicato uomo che ha detto “dovrebbero sparare alle gambe a chi rifiuta la convocazione in nazionale”, Binaghi non intenerisce più, si comporta come ci si aspetta da lui, non troppo elegantemente si aggrappa ai codici linguistici conosciuti, quelli che sentite in televisione a base di “non mi faccio fare la predica sul sociale”. Mai nessuno che dica “embè? io la faccio lo stesso, che pensa di fare?” Confortato da Repubblica dice che i risultati italiani sono ottimi, siamo nei quarti di Coppa Davis e la Schiavone ha vinto Roland Garros perché sfruttava Tirrenia, che sia chiaro a tutti non serve a sfornare giocatori, ma chissà a cosa. L’uomo con i capelli da potente si lancia in un azzardato paragone con i prezzi dei biglietti di Champions League, l’evento principale di uno sport lievemente più popolare. In un crescendo di delirio si mormora un “per ora”, meglio andare a vedere la partita. Non prima di un’altra grottesca sceneggiata, con Panatta premiato da Ricci Bitti, con l’uomo che voleva sparare alle gambe insieme a quello con la camicia rosa che ridacchiano, nervosi e protervi.

Stavolta Djokovic ci riesce a perdere, Murray non è né Nadal né Nishikori, gli riserva lo stesso trattamento degli altri, sei game e via, ci si vede a Parigi. La partita non cambierà nulla per Djokovic, ma forse cambierà qualcosa per Murray, lo sapremo prestissimo. Djokovic si arrabbia lo stesso, ha paura di farsi male, appare poco sereno, chissà la tensione tra qualche giorno. Murray ha l’aria di uno che ha finito la giornata di lavoro, non è troppo divertito, forse non ha gradito l’atmosfera, quando dice che è contento di iscrivere il suo nome nell’albo d’oro del torneo ha l’aria di non ricordare di che torneo stessero parlando tutti.

È finita, l’ultima carbonara a Testaccio, per rendere omaggio all’ultimo luogo comune su Roma. Che nostalgia però, non si è vista la via Appia, accidenti.

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Uno contro tutti: Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras

Oggi introduciamo ben tre nuovi numeri uno, che insieme ad Agassi si insediano nella terza e ultima fase del regno di Pete Sampras, che si conclude nel novembre del 2000

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Yevgeny Kafelnikov

Il 24 agosto 1998, alla vigilia degli US Open, Pete Sampras torna in vetta al ranking per la sesta volta. La sua estate di preparazione al major di casa non è stata memorabile: tre tornei e nessun titolo con lo scivolone finale a New Haven dove, forse poco motivato, si è arreso al terzo turno all’indiano Leander Paes, uno che farà fortuna nei doppi, specialità nella quale collezionerà ben 18 slam in carriera. Tuttavia, a New York il favorito è Pete che infatti arriva in semifinale lasciando per strada un solo set. Qui però deve vedersela con un australiano che ha l’attacco nel sangue e che l’ha sconfitto di recente nella finale di Cincinnati recuperandogli un set: Patrick Rafter. Degno erede della scuola dei canguri, Rafter a Flushing Meadows è il campione in carica avendo vinto il titolo non senza sorpresa nel 1997 battendo in finale l’anglo-canadese Greg Rusedski. Sampras e Rafter non si amano molto e sono alla sfida diretta numero 11. Delle dieci precedenti, l’australiano ha vinto la prima (tre tie-break nei quarti a Indianapolis nel 1993) e appunto l’ultima, a Cincinnati; in mezzo otto successi del numero 1, di cui un paio sofferti. 

Sulla lunga distanza parrebbe che Pete dovesse essere favorito e invece, pur in vantaggio due set a uno, alla fine è Rafter a prevalere 6-7 6-4 2-6 6-4 6-3 e continuare il suo cammino verso il secondo titolo degli US Open consecutivo (in finale regolerà il connazionale Mark Philippoussis). Ben saldo in testa alla classifica ATP, Sampras chiuderà la stagione al n°1 per la sesta volta consecutiva (un record tuttora ineguagliato) ma fino al termine della stagione dovrà accontentarsi di un solo titolo (Vienna) e rimedierà ben cinque sconfitte. Di queste, la più cocente e imprevedibile sarà proprio l’ultima, patita per mano dello spagnolo Alex Corretja nella semifinale dell’ATP World Tour Championship ad Hannover. Considerato a giusta ragione un terraiolo (anche in virtù della vittoria a Roma nel 1997 e della finale persa con Moya al Roland Garros nel giugno scorso), Corretja ha saputo adattare il suo tennis al duro tanto che, nella stagione in corso, ha vinto più tornei sul veloce (Dubai, Indianapolis e Lione) che sulla terra (Gstaad). Nessuno però lo ritiene in grado di fare il colpaccio nel torneo dei Maestri; invece, recuperando da 0-2, Alex mette a segno la vittoria più prestigiosa vendicandosi di Moya e succedendo nell’albo d’oro proprio a Sampras.

Bisognoso di riposo dopo l’intensa attività di fine 1998, il n°1 salta gli Australian Open e inizia la stagione direttamente a San Josè, dove supera tre turni prima di dare forfait in semifinale. A Scottsdale, Sampras perde al secondo turno contro il connazionale Gambill mentre al debutto nel Super 9 di Indian Wells sono due spagnoli a rendergli amara la trasferta californiana: Felix Mantilla, che lo batte al debutto, e Carlos Moya, che conquista la finale e con essa la prima posizione mondiale. Il regno dell’iberico durerà appena due settimane e si chiuderà in Florida il 28 marzo. A Key Biscayne Carlos cede al terzo turno a Grosjean mentre a Sampras basta spingersi fino ai quarti (dove a batterlo, tanto per cambiare, è Richard Krajicek) per ridiventare re del mondo. I carnefici dei due che lottano per la vetta del ranking si giocheranno il titolo in finale e a prevalere sarà l’olandese.

 
Carlos Moya – Australian Open 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

Questo però è un Sampras a scartamento ridotto, desideroso solo di approdare la sua isola sicura, fatta di erba sotto i piedi. Nelle cinque settimane in cui siede di nuovo sul trono, Pete non gioca nemmeno un incontro e così il russo Yevgeny Kafelnikov – che nello stesso periodo colleziona ben quattro sconfitte consecutive a Estoril (Pavel), Barcellona (Squillari), Monte Carlo (Ljubicic) e Praga (Fromberg) – diventa numero uno del mondo. Ancora una volta il meccanismo di attribuzione dei punti mostra il suo lato debole e non mancano le giuste perplessità sull’investitura del “Principe di Sochi”, uomo da due Slam in bacheca (Roland Garros 1996 e Australian Open nella stagione in corso) che inquina le sue sei settimane da re con numeri assai poco lusinghieri: il terzo turno a Roma, battuto da Kuerten, e la semifinale a St.Polten (sconfitto da Zabaleta) sono l’antipasto della rovinosa caduta al secondo turno di Parigi, dove lo slovacco Dominik Hrbaty gli lascia appena nove giochi (6-4 6-1 6-4) e inaugura il suo positivo bilancio contro i numeri 1 in carriera, che si chiuderà con 4 vittorie e 3 sconfitte. Eliminato al primo turno anche al Queen’s (da Sargsian), il 16° numero 1 della storia chiude mestamente la sua esperienza e cede di nuovo lo scettro a Sampras.

Sui prati, Sampras ritrova vigore e motivazioni e la doppietta londinese Queen’s-Wimbledon ne legittima il ruolo di sovrano ma ancora una volta il computer ha un punto di vista diverso e il giorno dopo la finale dei Championships, nonostante Pete abbia battuto Agassi in tre set al termine di una prestazione maiuscola (lui stesso definirà quello come “il miglior match della mia carriera”), sarà proprio Andre a scalzarlo dal trono. Nei tre anni e mezzo trascorsi dall’ultima volta che si era seduto lì (era l’11 febbraio 1996), Agassi è stato sulle montagne russe: ha vinto l’oro olimpico ad Atlanta, è stato 141 al mondo alla fine del 1997, è ripartito dai challenger per ritrovare punti e fiducia, è rientrato in Top-10 nel 1998 e infine ha concluso il Career Grand Slam vincendo il Roland Garros nel 1999. Il cervellone elettronico però, non ancora pago, scombussola di nuovo le idee agli appassionati e il 26 luglio, ovvero il giorno in cui inizia il torneo di Los Angeles, retrocede Agassi al n°3 alle spalle di Sampras e del 17° numero 1 della storia, l’australiano Patrick Rafter. 

Patrick Rafter

Campione degli US Open nel biennio 97-98, Rafter si insedia a palazzo reale senza aver giocato e sarà l’unico leader ATP a non disputare nemmeno un incontro come tale; il suo regno durerà infatti una sola settimana, durante la quale Pat non scenderà in campo. Il 2 agosto è Sampras a prendere il suo posto, giusto in tempo per fare suo il torneo di Cincinnati e ritirarsi a Indianapolis contro Vincent Spadea, infortunio che lo terrà lontano dalle scene per diversi mesi e gli farà saltare gli US Open. In assenza del numero 1, a New York il favorito è Agassi che infatti vince il torneo battendo in finale Todd Martin e inaugura la sua quarta vita da re, la più duratura. Dal 13 settembre 1999 al 10 settembre 2000, Andre terrà il bastone del comando per un anno esatto. Il suo finale di stagione è contrassegnato da un solo titolo (Bercy, dove diventa il primo e unico tennista campione dei due eventi parigini nello stesso anno) e ben quattro sconfitte, l’ultima delle quali nella finale dell’ATP World Tour Championship contro Sampras.

La sensazione è che Pete, nonostante tutto, sia ancora il migliore di tutti ma a salvare Agassi, stranamente, è quella continuità che in carriera non ha mai avuto. Così, chiuso il 1999 in testa al ranking, Agassi inaugura il nuovo millennio conquistando gli Australian Open a spese dei due che lo seguono nel ranking (Sampras, n°3, in semifinale e Kafelnikov, n°2, in finale) e niente fa presagire ciò che avverrà nel resto dell’anno, ovvero che quello rimarrà il suo unico titolo del 2000. Fino al Roland Garros, Andre eccelle solo in Davis (quattro vittorie su quattro) mentre nei tornei ATP rimedia diverse battute d’arresto fino al Roland Garros, dove è chiamato a difendere il titolo. Qui, dopo l’agile debutto contro Dupuis, incappa al secondo turno in Karol “Gattino” Kucera, slovacco allievo di “Gattone” Mecir, del quale replica per sommi capi il gioco. Agassi è avanti di un set e serve per il secondo sul 5-4 ma dal 15 pari in poi entra in un tunnel che lo conduce ben presto negli spogliatoi; con un parziale incredibile di 15 giochi a 1 Kucera accede al turno successivo (2-6 7-5 6-1 6-0) non senza meraviglia: “Aveva il match in mano e d’un tratto ci siamo trovati un set pari; quella è stata un’iniezione di fiducia per me” dirà lo slovacco in conferenza stampa dopo la sua terza vittoria in carriera contro il n°1 del mondo. E non sarà l’ultima.

Dopo l’ostilità della terra, pure l’erba si dimostra nemica di Andre Agassi. Al Queen’s è costretto a ritirarsi al secondo turno contro Gianluca Pozzi mentre a Wimbledon, dopo essersi salvato di un soffio con Todd Martin (10-8 al quinto), arriva in semifinale e gioca una bella partita contro Patrick Rafter, che però l’australiano fa sua 6-4 al quinto qualificandosi per la finale in cui soccomberà a Pete Sampras. Nei due Super 9 americani la presenza di Agassi è quasi impalpabile (fuori al primo turno in Canada per mano di Jerome Golmard e costretto al ritiro nel secondo match a Cincinnati contro Fernando Vicente; Washington potrebbe essere la città del riscatto ma in finale Andre si fa sorprendere da Corretja e così allo US Open arriva la cambiale più grossa, quella che gli costa la poltrona. Un debutto agevole con Kevin Kim non fa testo perché al secondo turno il francese Arnaud Clement lo domina 6-3 6-2 6-4 e di fatto riconsegna la corona a Pete Sampras, che perderà in finale contro il russo Marat Safin.

Malmesso fisicamente, Pete si prende qualche settimana di riposo e sceglie di rientrare direttamente alla Masters Cup di Lisbona ma a quel tempo non sarà più lui il padrone delle ferriere. Il suo lungo regno, iniziato il 12 aprile 1993, si conclude il 19 novembre del 2000 ma del suo successore parleremo nella prossima puntata.

Questa la chiudiamo con le cifre di Sampras, che sono rilevanti: 286 settimane da n°1 (16 più di Lendl, record) con un bilancio di 335 incontri vinti e 64 persi (82,9%) in 100 tornei, di cui 36 vinti. Soprattutto, primato a cui Pete tiene particolarmente, sei stagioni consecutive chiuse in vetta al ranking. E poco importa se in tutto questo tempo altri sei colleghi hanno indossato la corona.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SEDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1998SAMPRAS, PETERAFTER, PATRICK76 46 62 46 36US OPENH
1998SAMPRAS, PETEFERREIRA, WAYNE64 67 36BASILEAS
1998SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD76 46 67STOCCARDA INDOORH
1998SAMPRAS, PETERUSEDSKI, GREG46 67 36PARIGI BERCYS
1998SAMPRAS, PETESTOLTENBERG, JASON67 64 46STOCCOLMAH
1998SAMPRAS, PETECORRETJA, ALEX64 36 67MASTERS H
1999SAMPRAS, PETEGAMBILL, JAN-MICHAEL64 36 46SCOTTSDALEH
1999SAMPRAS, PETEMANTILLA, FELIX67 63 36INDIAN WELLSH
1999MOYA, CARLOSGROSJEAN, SEBASTIEN63 46 67MIAMIH
1999KAFELNIKOV, YEVGENYKUERTEN, GUSTAVO57 16ROMAC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYZABALETA, MARIANO57 36ST.POLTENC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYHRBATY, DOMINIK46 16 46ROLAND GARROSC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYSARGSIAN, SARGIS63 36 36QUEEN’SG
1999SAMPRAS, PETESPADEA, VINCENT46 63 RIT.INDIANAPOLISH
1999AGASSI, ANDREHAAS, TOMMY06 76 46GRAND SLAM CUPH
1999AGASSI, ANDREKUCERA, KAROL46 57BASILEAS
1999AGASSI, ANDREENQVIST, THOMAS36 64 06STOCCARDA INDOORH
1999AGASSI, ANDRESAMPRAS, PETE16 57 46MASTERS H
2000AGASSI, ANDRECLAVET, FRANCISCO16 26SCOTTSDALEH
2000AGASSI, ANDREARAZI, HICHAM36 63 36INDIAN WELLSH
2000AGASSI, ANDREKUERTEN, GUSTAVO16 46MIAMIH
2000AGASSI, ANDREVANEK, JIRI46 RIT.ATLANTA C
2000AGASSI, ANDREHRBATY, DOMINIK46 46ROMAC
2000AGASSI, ANDREKUCERA, KAROL62 57 16 06ROLAND GARROSC
2000AGASSI, ANDREPOZZI, GIANLUCA64 23 RIT.QUEEN’SG
2000AGASSI, ANDRERAFTER, PATRICK57 64 57 64 36WIMBLEDONG
2000AGASSI, ANDREGOLMARD, JEROME67 67CANADA OPENH
2000AGASSI, ANDREVICENTE, FERNANDO63 36 01 RIT.CINCINNATIH
2000AGASSI, ANDRECORRETJA, ALEX26 36WASHINGTONH
2000AGASSI, ANDRECLEMENT, ARNAUD36 26 46US OPENH

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Ricostruire una carriera dopo il Coronavirus: l’esempio di Julia Elbaba

Julia Elbaba è stata numero 372 del mondo, poi gli infortuni ne hanno condizionato la carriera. Dopo un’esperienza come cronista, ha capito che il suo destino è la racchetta e ci riproverà. Anche grazie ad Andreescu

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Julia Elbaba (dal suo profilo Twitter)

Quale impatto ha avuto la pandemia sulle carriere di molti tennisti? Quanti giovani agli esordi che sono stati costretti a fermarsi definitivamente, quanti giocatori e giocatrici che stavano rientrando da un infortunio sono dovuti ritornare ai box pur in perfetta salute? La risposta è impossibile da dare al momento, ma il podcast di Tennis.com ha provato a offrire uno scorcio, intervistando la 26enne Julia Elbaba, ex leggenda del tennis collegiale statunitense con un best ranking di numero 372.

Elbaba è stata numero uno a livello di college e detiene il record di vittorie nella Ivy League (circuito che raggruppa otto delle più prestigiose università degli USA): 133. La sua carriera professionistica però non è mai decollata, anche a causa di numerosi infortuni. “Ho un fisico molto mascolino, ma è genetico. Probabilmente avere tanta massa muscolare mi rende più soggetta a infortuni“. L’ultimo stop, causato da un problema al gomito destro patito a inizio 2019, è durato più di un anno e, proprio quando Julia era pronta al rientro, la diffusione del COVID-19 ha rimesso in pausa il suo sogno.

A rincarare la dose di brutte notizie è arrivata la decisione della USTA di sospendere il programma sviluppo giocatori con base a New York, la città in cui Julia vive e si allena. “La sera prima del mio compleanno ho ricevuto la brutta notizia che il programma sviluppo giocatori di New York sarebbe stato chiuso per le difficoltà finanziarie. Non sono mai stata una molto disposta a trasferirmi in Florida o in un altro stato per il tennis, mi piace stare a casa con la mia famiglia intorno, quindi è stato un duro colpo“. Insomma era di fronte ad un bivio: continuare o smettere.

 

Nell’anno in cui il gomito non le ha permesso di competere, Julia ha provato a esplorare altre opzioni, sporgendosi oltre la siepe per vedere cosa la vita avesse da offrirle al di fuori del tennis. Le varie esperienze però non hanno fatto altro che rinnovare e rafforzare la sua voglia di giocare e di riprovarci. “Ho messo a frutto la mia laurea in comunicazioni e media. Ho provato a cercare qualcosa nell’ambito dell’informazione sportiva e ho trovato un posto a Newsday. Non mi occupavo di sport, ma più di cronaca. Si è trattata di una bellissima esperienza, ma alla fine mi è servita per realizzare quanto adoro giocare a tennis. Non c’è niente di meglio che correre in campo“.

In attesa di avere una chance di ritornare in campo, Julia commenta la situazione dello US Open. Da buona newyorchese, quello che normalmente sarebbe il quarto Slam dell’anno è vissuto come una grande festa e anche nella versione dimidiata del 2020 sarà comunque un sollievo per tutti gli appassionati dopo questi mesi difficili. “Credo che la cosa più bella degli US Open siano i fan. A New York ci sono gli spettatori più pazzi del tennis, magari non quelli più di classe, ma sicuramente sono molto coinvolti e emozionati di assistere. L’ambiente è elettrico. Lo US Open senza pubblico sarà strano, ma sempre meglio che non avere affatto lo US Open“.

Allo US Open dei “grandi” Julia non ha ancora preso parte come giocatrice, ma l’anno scorso ha fatto esperienza dal lato dei media. Un’esperienza che l’ha arricchita e che le ha permesso di vedere da vicino la cavalcata vittoriosa dell’amica Bianca Andreescu. I retroscena di quelle due magiche settimane sono davvero interessanti e restituiscono un’immagine di Bianca davvero innocente e spensierata, quasi incredula di avere una chance. “Ci ho giocato molte volte contro in tornei ITF, ma sempre in doppio. Avremmo dovuto cenare insieme un paio di sere prima del suo primo turno, ma ho avuto un imprevisto e non ce l’abbiamo fatta. Le ho detto che stava giocando molto bene e lei mi rispondeva “So che posso farlo, spero di riuscire a giocare bene” e io la rassicuravo, dicendole di essere più sicura perché stava davvero andando bene. Sperava di giocare una partita sull’Arthur Ashe, direi che ce l’ha fatta!“.

Quella vittoria è stata uno dei pungoli che ha spinto Elbaba a non gettare la spugna. Nessuna invidia, ma solo tanta voglia di tornare in campo. “Mi dispiaceva ma soprattutto per il fatto che lei era in campo, mentre io a malapena riuscivo a stendere il braccio. In realtà è stata d’ispirazione per me“.

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L’incredibile mistero che circonda una leggenda del tennis, Alice Marble

Se pensate che la vita di John McEnroe sia stata ricca di colpi di scena, allora forse non conoscete la storia della ‘Garbo del tennis’: Alice Marble

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Alice Marble (foto AP)

Robert Weintraub ha raccontato la vita di Alice Marble, campionessa statunitense degli anni Trenta, tratta dal libro “The Divine Miss Marble: A life of Tennis, Fame and Mystery”. Si tratta di una storia piuttosto incredibile, e Ubitennis ha tradotto l’estratto pubblicato sul New York Post; potete leggere l’articolo originale qui.


Le Alpi svizzere dominavano il paesaggio. Le montagne non sapevano che corresse il 1945, o che il mondo fosse in guerra. A quelle vette innevate non interessava il dramma che stava per concludersi molto più in basso. Su una serpeggiante strada di montagna, una macchina sportiva scivolava lungo stretti tornanti e la conducente, la protagonista di questa storia, cercava di impedire che il veicolo precipitasse nella valle sottostante. Non molto dietro c’era un’altra automobile, all’inseguimento, sempre più vicina.

La conducente della prima automobile era un’icona internazionale, una grande del tennis che sei anni prima aveva vinto il titolo più importante di questo sport, Wimbledon, nell’ultima occasione in cui il torneo si era giocato prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Si era anche laureata per quattro volte campionessa nazionale degli Stati Uniti e aveva ottenuto qualunque riconoscimento degno di nota nell’era precedente alla guerra. Era conosciuta anche per la sua oratoria, la sua abilità canora, il suo aspetto, il suo stile, la sua familiarità con le élite di Hollywood e Wall Street, e per la sua personalità ottimista e magnetica. La sua fama era particolarmente cresciuta in seguito al ritorno sulle scene dopo due anni di inattività, causati da una malattia che l’aveva colpita in quelle che sembravano le stagioni migliori della sua carriera. Lottando, aveva saputo tornare al top.

 

Insomma, era più o meno l’ultima persona che avremmo immaginato in fuga per avere salva la vita su una montagna europea, con le prove dei crimini di guerra dei nazisti sul sedile del passeggero e costretta a stringere gli occhi per riuscire a vedere nell’inchiostro della notte, restia a rallentare a scapito del rischio di morire carbonizzata.

Poco dopo, l’altra macchina la costrinse a fermarsi. Ne seguì un confronto, e la preziosa prova che aveva rubato poco prima le fu strappata con forza dalle mani. Alice si voltò e scappò via, il respiro irregolare per l’alta quota.

Echeggiò uno sparo. Un colpo alla schiena, una sensazione di bruciore, poi più niente. Che cosa diavolo stava facendo lei, lì? O per quel che vale, vi si trovava davvero?

Alice Marble era stata la tennista di maggior spicco negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale. Il Wimbledon Lawn Tennis Museum, nel suo “Pocket History of Champions”, ha scritto di lei: “La storia del tennis femminile può essere suddivisa in due ere: prima e dopo Alice Marble. Fu lei a inventare l’odierno stile di gioco aggressivo”. Negli articoli e nei report dell’era si diceva spesso che “giocava come un uomo” perché il suo feroce serve-and-volley e lo slancio potente dei suoi colpi erano così travolgenti che poteva essere fermata solo quando era lei stessa ad andare fuori giri. Alice conquistò 18 vittorie in quelli che oggi si chiamerebbero tornei dello Slam, cioè gli US Nationals e Wimbledon. Il numero include titoli in singolare, nel doppio e nel doppio misto, tutti conquistati tra il 1936 e il 1940, tranne uno. Poi la guerra costrinse Alice a dedicarsi ad attività ben differenti.

Alice era una personalità fuori scala per quei tempi. La chiamavano “Alice Marvel”, “La Garbo del tennis”, la “bomba bionda”. Causò un certo trambusto giocando in pantaloncini invece che in gonna. La stampa non mancava mai nel ricordare ai suoi lettori che “le sue gambe sono due colonne di mogano levigato, scoperte fino alle ginocchia, la sua figura è perfetta”, come riportò un cronista ammaliato. “Miss Marble è adorabile anche appena uscita dal campo”, diceva il famoso scrittore inglese Charles Graves descrivendo la presenza scenica di Alice. “Sono poche le ragazze di cui si può dire lo stesso. E in campo si nota il suo fisico statuario. Cammina come un pugile”.

Ma Alice divenne altrettanto celebre per i momenti in cui il suo aspetto e la sua salute erano lontane da quelle dei giorni migliori. Una serie di malattie la portarono a uno svenimento sulla terra rossa del Roland Garros a Parigi, a cui seguì una diagnosi di tubercolosi. La sua così breve carriera sembrava sul punto di essere stroncata. Messa fuori gioco e confinata in un sanatorio, Alice finì nel dimenticatoio per un paio d’anni, almeno fino a uno spettacolare ritorno che la riportò ai vertici del tennis. La vittoria degli US Nationals del 1936 innalzò Alice a nuove vette di popolarità, tanto che a un certo punto era solita ricevere circa 500 lettere al giorno dai suoi fan, che includevano quesiti sulla salute o sull’amore in aggiunta a frequenti richieste di matrimonio.

La sua capacità di combinare eccellenza tennistica e mondanità faceva di lei un personaggio molto richiesto, e le aprì molte porte. Era regolarmente invitata a partecipare a programmi radiofonici per ospitate, interviste o performance canore. La sua voce da contralto le procurò grandi elogi, tanto che le fu anche chiesto di cantare in locali della New York e della Londra bene. E poi la sua capacità di scrittura era straordinaria, specie per una che aveva abbandonato anzitempo gli studi per dedicarsi al tennis. Alice vergava frequentemente articoli per giornali e riviste, e fece anche parte dello staff che diede vita ai fumetti di Wonder Woman. Scrisse un monologo sulla sua “volontà di vincere”, e si mise a girare instancabilmente per gli Stati Uniti per recitarlo. Il suo gusto per la moda le permise di avviare una carriera parallela come disegnatrice di abbigliamento sportivo ma anche di vestiti di uso quotidiano.

Alice era un’atleta con doti naturali che mai si erano viste nel tennis femminile fino ad allora. Passò da umili origini nella sua San Francisco alla conquista dello sport dei reali. Suo padre morì quando lei era ancora una bambina e da lì in poi la sua famiglia visse alle soglie della povertà.

E lei trovò conforto nello sport. Quando era ancora una teenager, Alice era conosciuta in città per le sue qualità di giocatrice di baseball e anche per le sue apparizioni come mascotte non ufficiale per le partite dei San Francisco Seals, la squadra più forte dell’epoca precedente all’espansione ad ovest della MLB. Non appena scoprì il tennis, Alice prese a frequentare stabilmente i campi del Golden Gate Park. Anni dopo, uno scrittore del London Times fece notare che “il suo apprendimento della tecnica, che era stato rapido e per così dire molto pratico, le tornò utile quando si confrontò con giocatrici più scolastiche”. Il tennis era uno sport per ricchi oziosi, per la fauna dei country club, per le persone che potevano competere senza il problema di doversi guadagnare da vivere con il gioco, quindi a quei tempi era strettamente riservato agli amatori. Una descrizione che non era adatta per Alice, ma le ristrettezze che condizionarono i suoi primi passi la servirono bene quando iniziò a scalare il ranking.

Diventò la miglior giocatrice della California ad appena 17 anni, e il giorno del suo diciottesimo compleanno stava giocando gli US Nationals, antesignani dell’attuale US Open. Nel 1931 si spostò a est per la prima volta per giocare ai massimi livelli di questo sport. Le cose andarono male inizialmente, e questo la convinse del fatto che un bravo coach avrebbe potuto aiutarla a sfruttare al meglio il suo potenziale.

Il suddetto coach fu Eleanor “Teach” Tennant, uno dei personaggi più pittoreschi e vincenti, ancorché dimenticati, della storia del tennis. Anche lei aveva lottato per emergere dall’anonimato delle zone più povere di San Francisco, fino a diventare la principale coach della California meridionale, potendo annoverare nella sua clientela alcune tra le più importanti giocatrici del tempo. Tra queste, fu Carol Lombard, la “regina della commedia demenziale”, ad appiopparle il nomignolo con cui è passata alla storia. Lombard era una giocatrice molto seria, anche se quando Tennant le suggeriva di colpire la palla più in alto o in una posizione migliore lei le rispondeva con un sarcastico “Yes, Teacher dear [Va bene, cara maestra]”. Dopo un po’ di tempo, Lombard lo accorciò in “Teach”, e da quel momento la coach si chiamò Eleanor “Teach” Tennant.

Alice ed Eleanor si unirono per formare uno dei binomi allenatrice/allieva più vincenti di sempre negli sport individuali. La loro vicinanza andò molto al di là del tipico rapporto fra atleta e coach. Essenzialmente, Eleanor adottò Alice e la prese in carico per più di dieci anni. Le due vivevano insieme, cenavano insieme, viaggiavano insieme. Eleanor gestiva gli averi di Alice, ne curava dieta, allenamenti e vita sociale. Fu in quella fase che Alice vinse i trofei più importanti che il tennis potesse offrire.

Attraverso Eleanor, Alice fu introdotta in circoli generalmente preclusi ai tennisti. Frequentava gli attori del giro di Tennant, e strinse una grande amicizia con Lombard e con suo marito, Clark Gable. Era una presenza fissa a quello Xanadu americano [luogo idillico descritto da Coleridge in “Kubla Khan”, ndr] che era il San Simeon, il palazzo di William Randolph Hearst sull’Oceano Pacifico. A dispetto delle sue umili origini, Alice era l’ospite prediletta delle famiglie più ricche di entrambe le coste e fu molto vicina a Will Du Pont, erede di una famosa azienda chimica del Delaware.

Il rapporto di Alice con Du Pont fu sempre enigmatico, al pari di quello con Eleanor. Visti i successi ottenuti, Marble sposò appieno la visione della sua allenatrice. Alice la chiamò “la mia madre adottiva” dalle colonne del Daily Mail di Londra, ed Eleanor definiva Alice “la mia figlioccia”. Un altro cronista descrisse Eleanor come “la psichiatra” della campionessa, evidenziando “la franchezza delle sue critiche nei confronti di Alice”.

Per tutto il periodo in cui furono inseparabili, le due furono perseguitate da rumors inerenti ad una loro presunta relazione romantica. Nessuna delle due ha mai confermato un eventuale affaire, non una sorpresa visti i tempi di cui si parla. Dopo qualche breve lampo di tolleranza negli anni Venti, l’omosessualità era stata duramente repressa e spinta alla clandestinità dalla reazione contrariata del pubblico. Dichiararsi apertamente gay o bisessuale, o anche solo “etero con l’occhiolino” come Cole Porter [famoso musicista, ndr], avrebbe certamente danneggiato la rampante carriera di Alice, piena com’era di opportunità fuori dal campo.

Col passare del tempo, nonostante l’ammissione di relazioni e innamoramenti con altre donne, Alice confermò sempre che lei ed Eleanor non avevano mai avuto una relazione fisica. Tra di loro c’era certamente amore, ma nell’accezione spirituale del termine. E quando il loro rapporto terminò insieme alla carriera di Alice, stroncata al suo culmine dalla Seconda Guerra Mondiale, il distacco fu scioccante, vista la simbiosi che c’era stata tra le due per oltre un decennio.

Ma i dettagli dei rapporti di Alice con Tennant e Du Pont impallidiscono in confronto con altre e più intense relazioni (qualcuno le definirebbe “da film”) che lei affermò di aver avuto. Alice sostenne di essersi sposata durante la guerra con un ufficiale dell’aeronautica militare la cui morte avrebbe portato Alice ad acconsentire ad una missione di spionaggio volta a rintracciare e individuare un altro dei suoi amanti, un uomo del quale lei non ha mai fatto il nome che era in combutta con i nazisti. Fu quella relazione, unita al desiderio di vendicare la morte del marito, che probabilmente fece finire Alice su quella strada di montagna, in un inseguimento automobilistico che si concluse con un proiettile nella schiena.

Alice rivelò queste avventure solo nelle sue seconde memorie, “Courting Danger”, pubblicate un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1990. Quasi tutti le hanno creduto sulla parola, anche se delle recensioni e dei progetti storiografici non completati hanno provato a metterne in dubbio la veridicità.

Sono solo l’ultimo di una lunga serie di ammiratori di Alice Marble. È sempre stato facile apprezzarla conoscendo la sua vita solo superficialmente, ma addentrandomi nella tana del coniglio (d’altronde si chiamava Alice) i misteri si sono infittiti. Per scrivere questo libro ho viaggiato attraverso gli Stati Uniti e ho setacciato gli archivi internazionali in un tentativo di spazzare via i misteri sulle sue contraddizioni, di capire come potessero esistere simili zone d’ombra nella vita di un personaggio costantemente sotto i riflettori della vita pubblica. Ho visitato i luoghi simbolo della sua infanzia e della sua carriera. Ho seguito e approfondito ogni traccia, ogni indizio – alcuni, più di quanti sperassi, hanno solo portato ad altri punti interrogativi. Ho esaminato vecchia corrispondenza e pezzi di lettere scritti da Alice, registrazioni che ha inciso, articoli che ha scritto, e documenti che lei non avrebbe mai pensato potessero essere cercati da qualcuno. E sono entrato in contatto con le poche persone rimaste che l’hanno conosciuta, sperando che potessero fornirmi qualche informazione sui “Marble Mystery”.

Alla fine del lavoro di investigazione resta in me l’idea di una donna unica, rivoluzionaria e affascinante. Pensavo questo di lei già prima di scavare all’interno della sua vita. Alice Marble sarà anche misteriosa, ma non delude mai.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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