Arrivederci Roma, tra la via Appia e Andy Murray

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Arrivederci Roma, tra la via Appia e Andy Murray

Bilancio di una settimana che si credeva migliore. Il torneo di Roma sarà anche il quinto Slam ma gli altri quattro rimangono un’altra cosa. Tra la stanchezza di Nadal, il cattivo umore di Djokovic e la soddisfazione di qualche ragazzo, Roma rimane distante dal tennis

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Roma è bellissima. E vabbè. Se avete la fortuna di pernottare dalle parti del Colosseo, in questo quartiere Monti che fa finta di rimanere agli anni 40 nonostante turisti e lounge bar, con osterie rassegnate a tradurre in inglese i rigatoni alla Gricia o la cacio e pepe, quando vi avvierete al tennis, rigorosamente con mezzi pubblici, la passeggiata ve la ricorderete a lungo. Si intravedono delle rovine, si passa dal Foro di Nerva, si guarda dubbiosi un loggiato dove c’è una sede dei Cavalieri di Malta – unico organo che non governa nessun territorio ma ha un seggio all’ONU – ci si istruisce sulle colonnacce. Il segreto è dare le spalle a quell’ingombrante magnifico anfiteatro, Flavio pare lo chiamassero, ma sapendo che c’è e dimenticandosi di quelle grate che sareste pronti a scommettere non c’erano trent’anni prima; non badare a carrozzella che va co’ du’ stranieri, immaginare cosa c’è dietro l’arco di Tito; subire il fascino del gigantismo dell’assurdo altare della patria (minuscolo per favore); imparare che la colonna traiana è una colonna coclide (pare significhi “a spirale” secondo Salerno. Ma per fortuna Andrea Girolami lo spiega meglio, è il caso di lasciargli la parola: “Coclide non ha etimo da spirale, ma dal latino cochlis-cochlidem, ‘chiocciola’. È la colonna “tortile” ad essere scolpita con sviluppo “a spirale”, mentre per la Traiana è doveroso precisare che è il fregio decorativo ad avere sviluppo continuo a “spirale”, e non la colonna stessa, altrimenti sarebbe stata appunto una colonna “tortile”…). Roma non è certo Melbourne, che nelle due settimane dello slam vive di tennis, te lo trovi tra i piedi ovunque, persino nei musei.

Il sorteggio a Piazza del Popolo è uno scimmiottamento che prelude alla sensazione che non ti aspetti, né su Roma né su un “1000”: una forma di provincialismo, o se volete da festa di piazza, sagra paesana, che accompagna l’inviato per i suoi 10 giorni. La sorpresa che il racconto da tregenda – “a Roma devi calcolare due ore per andare da un punto all’altro. Al Foro Italico? Ci perdi la giornata, lassa perdere” – è decisamente esagerato, regala un sollievo che solo l’impatto con la prima vista del Foro compensa. Negativamente. Arrivandoci dal Ponte della Musica è complicato comprendere tutti quei discorsi sulla “location”. Si vede un fabbricato brutto, davvero brutto, che si scopre essere una vecchia aula bunker dove si tenevano i processi alle Brigate Rosse durante gli anni di piombo, anche se la fonte non sembra orientarsi perfettamente nel sottobosco della sinistra extraparlamentare del tempo; chissà se è vero, diamolo per buono.

All’interno il solito bazar, con gente che raddoppia i prezzi – chi sa, parlerebbe, con cattive parole, di gentrificazione dello sport, ma questo non è calcio, non c’è niente da gentrificare, maledetti – tanto è uguale, devi stare 12 ore. È il mercato babe, non puoi farci niente. Un vialone che scimmiotta Hollywood, con la Walk of Fame costruita con qualche polemica, perché qui Panatta non è ben visto: un’indecorosa processione di piastrelle che parte qualche passo dopo l’aula bunker e arriva fino al Grandstand. Ci sono grandi progetti per il Grandstand, ma intanto si fa la gara a cercare di renderlo infrequentabile, riempendolo di gente sconosciuta. I posti per i giornalisti sono assegnati con un certo criterio; probabilmente c’è stato un tizio che è entrato, ha dato un’occhiata e ha detto “quali sono i posti peggiori? Quelli da cui non si capisce niente?. E chi se la sente di dargli torto? Però nel frattempo ci sono millanta posti vuoti e quindi va bene lo stesso. C’è qualche partita nei campi periferici, finalmente si vede questo famoso “Pietrangeli”, il campo delle statue, quello più bello del mondo. Come non arrivarci prevenuti? Come non pensare agli esperimenti di Watzlawick, alla pragmatica della comunicazione umana, non foss’altro che per fare un po’ di scena? Come che sia, siamo vicini ai giocatori, cosa che sembra esaltante, ma a patto di essere un appassionato di tennis. Altrimenti il rischio è di essere assaliti da una profonda pena per quel poveraccio che arranca, sbuffa, protesta, inveisce, perde o magari vince ma solo per perdere la volta successiva, perché in questo campo non ci giocano quelli che arrivano in finale, di solito. Però stavolta sì, non si erano fatti i conti con Murray, il più imbronciato di tutti, quello che vincerà il torneo facendo arrivare una volta a 5 solo David Goffin, e solo perché è Murray, e perdendo 25 game in tutto, nessuno gliene vincerà più di 6 tutti insieme. Ma Murray non è per tutti, ha vinto solo due slam, il poveraccio, almeno lo 0,002%, stando larghi, degli esseri umani ha fatto meglio, quindi perché seguire uno qualunque? Meglio Djokovic che sbraita e urla e che però non è simpatico ma è forte ed è uno showman ed è elastico ed è il più forte di tutti e insomma che noia; Federer che tutto vorrebbe fare tranne che giocare, e Nadal che ha l’aria di chi dice “se mi arrendo che ne sarà di me?” contenti loro.

 

Si saluta qualcuno, qualcun altro scruta misteriosamente in cagnesco, si assegnano facce ai nomi, sempre stupendosi, si cerca l’idea, si scrive qualcosa si torna finalmente all’autobus. Adesso è di nuovo Roma, finalmente, il signore a due passi dal quell’Anfiteatro lì che avrà 80 anni e insieme alla moglie che ne avrà 79 tiene il negozietto ancora aperto alle 23: “Ma che ci fa ancora sveglio a quest’ora?”. “E se andavo a dormire chi le dava le cose?”. “Vabbè ma io domani non vengo”. “E verrà n’altro”.

Il giorno dopo la passeggiata già non si guarda più, serve fare in fretta, arrivare al foro italico. È già mercoledì (e io no, diceva Bergonzoni, che è un genio) il giorno dell’evento. No, non c’entra Federer, che però dirà “mi sa che questo torneo non lo vinco” ma una cosa che fanno per i giornalisti. Se credete che qualcuno faccia un discorsetto vi sbagliate, serve solo a dar da mangiare a qualcuno, far le scorte per il resto della settimana. Arriva Binaghi, fa talmente tanta tenerezza nella sua solitudine e con quella camicia rosa da provocare un’inaspettata alzata di calice. “La solitudine di Binaghi”, sembra un bel pezzo, chissà. Il tempo di mangiare un pessimo ragù di pesce che l’occhiata al resort che ospitava il tutto ricorda l’assalto dei sardi alla Federazione. Sono tutti sardi, e tutti con la faccia arcigna. Prima che dispetto provocano una certa compassione. Ma mai come la festa in onore della Pennetta, davvero incommentabile, forse è snobismo, sicuramente è snobismo, ma quella roba lì solo a qualcuno di perverso può venire in mente. Poi però torna in mente la vera sagra paesana col bravo presentatore che non fa ridere, tenuta il giorno prima in mezzo al delirio per “il capitano”, uno che da queste parti pare famoso, e allora viene da rivalutare la Pennetta, la simpatica Schiavone, la povera Vinci, che deve trovare il modo di salvarsi da tutto questo. Bisogna aver fiducia, ce la farà Roberta a non finire così, speriamo trovi qualcuno in grado di spiegarglielo.

Ci sono state le partite, questi ragazzini buttati allo sbaraglio tra gente che gioca per la sopravvivenza. Sono contenti di prendere tre giochi a Kyrgios, trovano il giornalista che gli chiede se sa di aver fatto la storia della Sicilia oggi (o mio dio) e loro pensano dica sul serio. Tutti bravi ragazzi, davvero, con un sorriso solare; c’è l’unico che ci crede davvero che sarebbe Cecchinato, che perde da Raonic, non uno qualsiasi, e la sorpresa del torneo, quello su cui puntare, che ovviamente è il ragazzino su cui la federazione punta meno, sembra lo facciano apposta. Lorenzo Sonego ha colpi, testa e cuore, è gracile, crescerà, speriamo bene. Se la Federazione fa i numeri come con Bolelli e Giorgi fomenteremo sollevazione popolare, è una promessa.

Il giovedì già non se ne può più, si è visto tutto quello che si doveva vedere, si sorride mestamente della rassegna stampa preparata dalla torneo, che presenta articoli di siti che fanno un terzo dei nostri lettori di dicembre ma hanno il pregio di non disturbare il manovratore, poi dice che uno ci resta male. Federer sembra dello stesso umore, prova in tutti i modi a perdere contro Thiem e finalmente ci riesce, col rammarico di tutti, ma figurarsi che gli frega. I “1000” valgono quanto una Coppa Italia, basta vedere come li tratta Djokovic che perde 6-0 il primo set contro Bellucci. C’è il tempo di una bella partita, del povero Nadal che alla sua età ancora deve remare e remare, sfiancarsi, contro Nicolino Kyrgios, che invece non si stancherà mai, al limite litigherà, al limite vincerà meno, ma si divertirà molto di più di quanto lo spagnolo potrà mai sognare. Nadal vince e si regala Djokovic, un altro venerdì di passione, ma intesa in quel senso lì, non in quello di buono. Djokovic è terribilmente più forte, finisce col dare l’impressione di Federer, di uno che scende in campo decidendo di non stancarsi troppo e vada come vada e poi lì diventa il tennista di borgata, quello che non vuole perdere manco a bocce, figurarsi contro Nadal. La partita ha una curiosa caratteristica: piace agli under 60 ma non agli over 60. Costretti a scegliere siamo forse condizionati dall’età, vecchi sì ma non fino a questo punto. C’è del bello anche in quella sofferenza, è uno sport cattivo il tennis, non è fatto per tirare fuori il meglio di sé. Ma del resto lo sappiamo, lo sport non forma il carattere, piuttosto lo rivela, anche nello spettatore. Djokovic vince e replica il giorno dopo, quando pioggia e vento regalano raffreddori. C’è stato il tempo per le colazioni con vista anfiteatro, la pioggia fa un po’ Francia ma pazienza, forse è meglio così.

Si spera di tornare a casa presto, davvero non se ne può più. Nishikori vince un primo set francamente brutto, Djokovic ha voglia di andarsene e poi rimane intrappolato. Si deve rimanere fino a mezzanotte, non si finisce prima delle due, dicono che l’articolo ne risenta, non hanno ragione ma non importa, per fortuna c’è Brera, lo leggano.

Finalmente è domenica, ma c’è ancora il tempo di farsi venire un po’ di sangue amaro. Si ascolta il racconto di un’esperienza che fa sembrare una disfatta la battaglia di Napoleone ad Austerlitz, con questo presidente del CONI con gli improbabili capelli da uomo di potere, però in carriera, perché non basta mai. Si presentano numeri che nessuno capisce, viene il ricordo di altre situazioni, più serie forse o semplicemente più discorsive, in cui i relatori non l’avrebbero passata così liscia. All’uditorio pare basti, beati loro, anzi no, non sanno cosa si perdono. Chiedono se Djokovic farà di Roma la sua seconda casa, certo, come no, non vede l’ora. Supertennis stacca quando il direttore fa una domanda, accanto al delicato uomo che ha detto “dovrebbero sparare alle gambe a chi rifiuta la convocazione in nazionale”, Binaghi non intenerisce più, si comporta come ci si aspetta da lui, non troppo elegantemente si aggrappa ai codici linguistici conosciuti, quelli che sentite in televisione a base di “non mi faccio fare la predica sul sociale”. Mai nessuno che dica “embè? io la faccio lo stesso, che pensa di fare?” Confortato da Repubblica dice che i risultati italiani sono ottimi, siamo nei quarti di Coppa Davis e la Schiavone ha vinto Roland Garros perché sfruttava Tirrenia, che sia chiaro a tutti non serve a sfornare giocatori, ma chissà a cosa. L’uomo con i capelli da potente si lancia in un azzardato paragone con i prezzi dei biglietti di Champions League, l’evento principale di uno sport lievemente più popolare. In un crescendo di delirio si mormora un “per ora”, meglio andare a vedere la partita. Non prima di un’altra grottesca sceneggiata, con Panatta premiato da Ricci Bitti, con l’uomo che voleva sparare alle gambe insieme a quello con la camicia rosa che ridacchiano, nervosi e protervi.

Stavolta Djokovic ci riesce a perdere, Murray non è né Nadal né Nishikori, gli riserva lo stesso trattamento degli altri, sei game e via, ci si vede a Parigi. La partita non cambierà nulla per Djokovic, ma forse cambierà qualcosa per Murray, lo sapremo prestissimo. Djokovic si arrabbia lo stesso, ha paura di farsi male, appare poco sereno, chissà la tensione tra qualche giorno. Murray ha l’aria di uno che ha finito la giornata di lavoro, non è troppo divertito, forse non ha gradito l’atmosfera, quando dice che è contento di iscrivere il suo nome nell’albo d’oro del torneo ha l’aria di non ricordare di che torneo stessero parlando tutti.

È finita, l’ultima carbonara a Testaccio, per rendere omaggio all’ultimo luogo comune su Roma. Che nostalgia però, non si è vista la via Appia, accidenti.

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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