Arrivederci Roma, tra la via Appia e Andy Murray

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Arrivederci Roma, tra la via Appia e Andy Murray

Bilancio di una settimana che si credeva migliore. Il torneo di Roma sarà anche il quinto Slam ma gli altri quattro rimangono un’altra cosa. Tra la stanchezza di Nadal, il cattivo umore di Djokovic e la soddisfazione di qualche ragazzo, Roma rimane distante dal tennis

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Roma è bellissima. E vabbè. Se avete la fortuna di pernottare dalle parti del Colosseo, in questo quartiere Monti che fa finta di rimanere agli anni 40 nonostante turisti e lounge bar, con osterie rassegnate a tradurre in inglese i rigatoni alla Gricia o la cacio e pepe, quando vi avvierete al tennis, rigorosamente con mezzi pubblici, la passeggiata ve la ricorderete a lungo. Si intravedono delle rovine, si passa dal Foro di Nerva, si guarda dubbiosi un loggiato dove c’è una sede dei Cavalieri di Malta – unico organo che non governa nessun territorio ma ha un seggio all’ONU – ci si istruisce sulle colonnacce. Il segreto è dare le spalle a quell’ingombrante magnifico anfiteatro, Flavio pare lo chiamassero, ma sapendo che c’è e dimenticandosi di quelle grate che sareste pronti a scommettere non c’erano trent’anni prima; non badare a carrozzella che va co’ du’ stranieri, immaginare cosa c’è dietro l’arco di Tito; subire il fascino del gigantismo dell’assurdo altare della patria (minuscolo per favore); imparare che la colonna traiana è una colonna coclide (pare significhi “a spirale” secondo Salerno. Ma per fortuna Andrea Girolami lo spiega meglio, è il caso di lasciargli la parola: “Coclide non ha etimo da spirale, ma dal latino cochlis-cochlidem, ‘chiocciola’. È la colonna “tortile” ad essere scolpita con sviluppo “a spirale”, mentre per la Traiana è doveroso precisare che è il fregio decorativo ad avere sviluppo continuo a “spirale”, e non la colonna stessa, altrimenti sarebbe stata appunto una colonna “tortile”…). Roma non è certo Melbourne, che nelle due settimane dello slam vive di tennis, te lo trovi tra i piedi ovunque, persino nei musei.

Il sorteggio a Piazza del Popolo è uno scimmiottamento che prelude alla sensazione che non ti aspetti, né su Roma né su un “1000”: una forma di provincialismo, o se volete da festa di piazza, sagra paesana, che accompagna l’inviato per i suoi 10 giorni. La sorpresa che il racconto da tregenda – “a Roma devi calcolare due ore per andare da un punto all’altro. Al Foro Italico? Ci perdi la giornata, lassa perdere” – è decisamente esagerato, regala un sollievo che solo l’impatto con la prima vista del Foro compensa. Negativamente. Arrivandoci dal Ponte della Musica è complicato comprendere tutti quei discorsi sulla “location”. Si vede un fabbricato brutto, davvero brutto, che si scopre essere una vecchia aula bunker dove si tenevano i processi alle Brigate Rosse durante gli anni di piombo, anche se la fonte non sembra orientarsi perfettamente nel sottobosco della sinistra extraparlamentare del tempo; chissà se è vero, diamolo per buono.

All’interno il solito bazar, con gente che raddoppia i prezzi – chi sa, parlerebbe, con cattive parole, di gentrificazione dello sport, ma questo non è calcio, non c’è niente da gentrificare, maledetti – tanto è uguale, devi stare 12 ore. È il mercato babe, non puoi farci niente. Un vialone che scimmiotta Hollywood, con la Walk of Fame costruita con qualche polemica, perché qui Panatta non è ben visto: un’indecorosa processione di piastrelle che parte qualche passo dopo l’aula bunker e arriva fino al Grandstand. Ci sono grandi progetti per il Grandstand, ma intanto si fa la gara a cercare di renderlo infrequentabile, riempendolo di gente sconosciuta. I posti per i giornalisti sono assegnati con un certo criterio; probabilmente c’è stato un tizio che è entrato, ha dato un’occhiata e ha detto “quali sono i posti peggiori? Quelli da cui non si capisce niente?. E chi se la sente di dargli torto? Però nel frattempo ci sono millanta posti vuoti e quindi va bene lo stesso. C’è qualche partita nei campi periferici, finalmente si vede questo famoso “Pietrangeli”, il campo delle statue, quello più bello del mondo. Come non arrivarci prevenuti? Come non pensare agli esperimenti di Watzlawick, alla pragmatica della comunicazione umana, non foss’altro che per fare un po’ di scena? Come che sia, siamo vicini ai giocatori, cosa che sembra esaltante, ma a patto di essere un appassionato di tennis. Altrimenti il rischio è di essere assaliti da una profonda pena per quel poveraccio che arranca, sbuffa, protesta, inveisce, perde o magari vince ma solo per perdere la volta successiva, perché in questo campo non ci giocano quelli che arrivano in finale, di solito. Però stavolta sì, non si erano fatti i conti con Murray, il più imbronciato di tutti, quello che vincerà il torneo facendo arrivare una volta a 5 solo David Goffin, e solo perché è Murray, e perdendo 25 game in tutto, nessuno gliene vincerà più di 6 tutti insieme. Ma Murray non è per tutti, ha vinto solo due slam, il poveraccio, almeno lo 0,002%, stando larghi, degli esseri umani ha fatto meglio, quindi perché seguire uno qualunque? Meglio Djokovic che sbraita e urla e che però non è simpatico ma è forte ed è uno showman ed è elastico ed è il più forte di tutti e insomma che noia; Federer che tutto vorrebbe fare tranne che giocare, e Nadal che ha l’aria di chi dice “se mi arrendo che ne sarà di me?” contenti loro.

 

Si saluta qualcuno, qualcun altro scruta misteriosamente in cagnesco, si assegnano facce ai nomi, sempre stupendosi, si cerca l’idea, si scrive qualcosa si torna finalmente all’autobus. Adesso è di nuovo Roma, finalmente, il signore a due passi dal quell’Anfiteatro lì che avrà 80 anni e insieme alla moglie che ne avrà 79 tiene il negozietto ancora aperto alle 23: “Ma che ci fa ancora sveglio a quest’ora?”. “E se andavo a dormire chi le dava le cose?”. “Vabbè ma io domani non vengo”. “E verrà n’altro”.

Il giorno dopo la passeggiata già non si guarda più, serve fare in fretta, arrivare al foro italico. È già mercoledì (e io no, diceva Bergonzoni, che è un genio) il giorno dell’evento. No, non c’entra Federer, che però dirà “mi sa che questo torneo non lo vinco” ma una cosa che fanno per i giornalisti. Se credete che qualcuno faccia un discorsetto vi sbagliate, serve solo a dar da mangiare a qualcuno, far le scorte per il resto della settimana. Arriva Binaghi, fa talmente tanta tenerezza nella sua solitudine e con quella camicia rosa da provocare un’inaspettata alzata di calice. “La solitudine di Binaghi”, sembra un bel pezzo, chissà. Il tempo di mangiare un pessimo ragù di pesce che l’occhiata al resort che ospitava il tutto ricorda l’assalto dei sardi alla Federazione. Sono tutti sardi, e tutti con la faccia arcigna. Prima che dispetto provocano una certa compassione. Ma mai come la festa in onore della Pennetta, davvero incommentabile, forse è snobismo, sicuramente è snobismo, ma quella roba lì solo a qualcuno di perverso può venire in mente. Poi però torna in mente la vera sagra paesana col bravo presentatore che non fa ridere, tenuta il giorno prima in mezzo al delirio per “il capitano”, uno che da queste parti pare famoso, e allora viene da rivalutare la Pennetta, la simpatica Schiavone, la povera Vinci, che deve trovare il modo di salvarsi da tutto questo. Bisogna aver fiducia, ce la farà Roberta a non finire così, speriamo trovi qualcuno in grado di spiegarglielo.

Ci sono state le partite, questi ragazzini buttati allo sbaraglio tra gente che gioca per la sopravvivenza. Sono contenti di prendere tre giochi a Kyrgios, trovano il giornalista che gli chiede se sa di aver fatto la storia della Sicilia oggi (o mio dio) e loro pensano dica sul serio. Tutti bravi ragazzi, davvero, con un sorriso solare; c’è l’unico che ci crede davvero che sarebbe Cecchinato, che perde da Raonic, non uno qualsiasi, e la sorpresa del torneo, quello su cui puntare, che ovviamente è il ragazzino su cui la federazione punta meno, sembra lo facciano apposta. Lorenzo Sonego ha colpi, testa e cuore, è gracile, crescerà, speriamo bene. Se la Federazione fa i numeri come con Bolelli e Giorgi fomenteremo sollevazione popolare, è una promessa.

Il giovedì già non se ne può più, si è visto tutto quello che si doveva vedere, si sorride mestamente della rassegna stampa preparata dalla torneo, che presenta articoli di siti che fanno un terzo dei nostri lettori di dicembre ma hanno il pregio di non disturbare il manovratore, poi dice che uno ci resta male. Federer sembra dello stesso umore, prova in tutti i modi a perdere contro Thiem e finalmente ci riesce, col rammarico di tutti, ma figurarsi che gli frega. I “1000” valgono quanto una Coppa Italia, basta vedere come li tratta Djokovic che perde 6-0 il primo set contro Bellucci. C’è il tempo di una bella partita, del povero Nadal che alla sua età ancora deve remare e remare, sfiancarsi, contro Nicolino Kyrgios, che invece non si stancherà mai, al limite litigherà, al limite vincerà meno, ma si divertirà molto di più di quanto lo spagnolo potrà mai sognare. Nadal vince e si regala Djokovic, un altro venerdì di passione, ma intesa in quel senso lì, non in quello di buono. Djokovic è terribilmente più forte, finisce col dare l’impressione di Federer, di uno che scende in campo decidendo di non stancarsi troppo e vada come vada e poi lì diventa il tennista di borgata, quello che non vuole perdere manco a bocce, figurarsi contro Nadal. La partita ha una curiosa caratteristica: piace agli under 60 ma non agli over 60. Costretti a scegliere siamo forse condizionati dall’età, vecchi sì ma non fino a questo punto. C’è del bello anche in quella sofferenza, è uno sport cattivo il tennis, non è fatto per tirare fuori il meglio di sé. Ma del resto lo sappiamo, lo sport non forma il carattere, piuttosto lo rivela, anche nello spettatore. Djokovic vince e replica il giorno dopo, quando pioggia e vento regalano raffreddori. C’è stato il tempo per le colazioni con vista anfiteatro, la pioggia fa un po’ Francia ma pazienza, forse è meglio così.

Si spera di tornare a casa presto, davvero non se ne può più. Nishikori vince un primo set francamente brutto, Djokovic ha voglia di andarsene e poi rimane intrappolato. Si deve rimanere fino a mezzanotte, non si finisce prima delle due, dicono che l’articolo ne risenta, non hanno ragione ma non importa, per fortuna c’è Brera, lo leggano.

Finalmente è domenica, ma c’è ancora il tempo di farsi venire un po’ di sangue amaro. Si ascolta il racconto di un’esperienza che fa sembrare una disfatta la battaglia di Napoleone ad Austerlitz, con questo presidente del CONI con gli improbabili capelli da uomo di potere, però in carriera, perché non basta mai. Si presentano numeri che nessuno capisce, viene il ricordo di altre situazioni, più serie forse o semplicemente più discorsive, in cui i relatori non l’avrebbero passata così liscia. All’uditorio pare basti, beati loro, anzi no, non sanno cosa si perdono. Chiedono se Djokovic farà di Roma la sua seconda casa, certo, come no, non vede l’ora. Supertennis stacca quando il direttore fa una domanda, accanto al delicato uomo che ha detto “dovrebbero sparare alle gambe a chi rifiuta la convocazione in nazionale”, Binaghi non intenerisce più, si comporta come ci si aspetta da lui, non troppo elegantemente si aggrappa ai codici linguistici conosciuti, quelli che sentite in televisione a base di “non mi faccio fare la predica sul sociale”. Mai nessuno che dica “embè? io la faccio lo stesso, che pensa di fare?” Confortato da Repubblica dice che i risultati italiani sono ottimi, siamo nei quarti di Coppa Davis e la Schiavone ha vinto Roland Garros perché sfruttava Tirrenia, che sia chiaro a tutti non serve a sfornare giocatori, ma chissà a cosa. L’uomo con i capelli da potente si lancia in un azzardato paragone con i prezzi dei biglietti di Champions League, l’evento principale di uno sport lievemente più popolare. In un crescendo di delirio si mormora un “per ora”, meglio andare a vedere la partita. Non prima di un’altra grottesca sceneggiata, con Panatta premiato da Ricci Bitti, con l’uomo che voleva sparare alle gambe insieme a quello con la camicia rosa che ridacchiano, nervosi e protervi.

Stavolta Djokovic ci riesce a perdere, Murray non è né Nadal né Nishikori, gli riserva lo stesso trattamento degli altri, sei game e via, ci si vede a Parigi. La partita non cambierà nulla per Djokovic, ma forse cambierà qualcosa per Murray, lo sapremo prestissimo. Djokovic si arrabbia lo stesso, ha paura di farsi male, appare poco sereno, chissà la tensione tra qualche giorno. Murray ha l’aria di uno che ha finito la giornata di lavoro, non è troppo divertito, forse non ha gradito l’atmosfera, quando dice che è contento di iscrivere il suo nome nell’albo d’oro del torneo ha l’aria di non ricordare di che torneo stessero parlando tutti.

È finita, l’ultima carbonara a Testaccio, per rendere omaggio all’ultimo luogo comune su Roma. Che nostalgia però, non si è vista la via Appia, accidenti.

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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