Roger, Rafa, Serena e Maria contumaci. Cosa resterà delle Finals?

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Roger, Rafa, Serena e Maria contumaci. Cosa resterà delle Finals?

Per la prima volta dopo quindici anni gli appuntamenti di fine stagione vanno in scena mutilati dalla contemporanea assenza di Federer, Nadal, Serena Williams e Sharapova. I motivi di interesse non mancano, ma le Finals dovranno battere nuove strade per sopravvivere

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180 secondi con il Direttore: a Singapore Kerber e Halep di fronte oggi e in finale?

Le opinioni di Ubitennis

È che sembra siano passati vent’anni. Poi, pensandoci bene, ti accorgi che vent’anni sono quasi passati davvero. La cosiddetta Race, ossia la gara per accaparrarsi i posti ai tornei che in autunno raggruppano i migliori professionisti del settore, non li riguardava mai. Nemmeno quando, nei primi spensierati anni passati sotto i prepotenti riflettori dello star system, il loro status non era ancora consolidato. Roger e Rafa, Serena e Maria erano le sicure presenze negli eventi di fine stagione e semmai le incertezze riguardavano gli altri, gli sfidanti, che assomigliavano anche un po’ a degli sparring partner di lusso nell’immaginario collettivo della folla adorante. Ma in fondo a nessuno importava granché: quelli che contavano erano loro e loro soli e le Finals, in compagnia dei grandi tornei tutti, hanno vissuto annate grasse sugli allori di un periodo d’oro perpetuato e glorificato dalle inattingibili regine e dai Re Mida della pallina gialla.

 

La prima a segnare il territorio fu Serena, nel 2001, a vent’anni appena compiuti, in quel di Monaco di Baviera. In realtà la Williams giovane vantava i diritti già da un paio di stagioni, ma i primi infortuni dell’allora verdissima carriera e gli iniziali sintomi dello scarso attaccamento a tutto ciò che non profumasse di major agevolarono l’assenza di Miss 22 slam nelle edizioni del 1999 e del 2000. E Roger, oh Roger. Il premio Nobel svizzero all’eleganza ha iniziato a zampettare sul veloce indoor, che a quei tempi era carpet e dunque veloce per davvero, nell’edizione del 2002 a Shanghai. Che malinconia vedere quelle immagini. Il campo striminzito per l’assenza dei corridoi del doppio come ai tempi usava in manifestazioni di quel genere; Lleyton Hewitt dall’altra parte a difendere come un ossesso fino a battere in semifinale il Divo. Il Divo medesimo, sconfitto ma intento a preparare i futuri trionfi, sei, manco a dirlo record assoluto, che chiudeva a modo suo l’epoca lunga un secolo in cui le superfici determinavano in modo ferreo il modo di giocare al gioco del tennis: quando entrava la prima, Federer scendeva una volta sì e la volta dopo anche, per giocare volée baciate dal Dio del feltro. E poi back di rovescio eseguiti a occhi chiusi, accelerazioni sospinte da una ritorno di braccio con pochi precedenti nella storia della disciplina, il tutto a velocità supersonica. Che tempi, quei tempi. Periodi di cambiamento epocale, in cui lo spartiacque della storia veniva percepito in tutta la sua imponenza. Il campione della racchetta smetteva di essere anche un conseguente prodotto commerciale, destinato com’era a divenire di lì a poco un marchio globale che incidentalmente sapeva anche interpretare a meraviglia l’arte del diritto e del rovescio: così le folle iniziavano a muoversi per ammirare Maria Sharapova, diciassettenne campionessa di Wimbledon e regina alle Finals nell’esordio losangelino del 2004, per il semplice fatto che di Maria Sharapova trattavasi: da quel momento in avanti, che scutrettolasse sul rettangolo di gioco, passeggiasse su una passerella o sedesse dietro a una scrivania intenta a presentare un nuovo marchio di dolciumi recanti il proprio attraente nome sarebbe stato quasi del tutto indifferente.

Rafa Nadal, l’ultimo degli altissimi quattro a portare fama e soldoni alle finali, in predicato di esordire nell’edizione del 2005 fu costretto a rinviare il debutto a causa del bizzoso scafoide tarsale che lo inquietava in quei giorni, prologo di un rapporto problematico con l’evento di fine stagione che lo rende l’unico del quartetto d’oro a non aver mai sollevato il trofeo. Rafa in autunno ha sempre tentennato, e al chiuso boccheggia per tradizione. Egli lamenta da tempo immemorabile l’irrispettoso trattamento riservato ai draghi della terra battuta, e in effetti le geremiadi del maiorchino potrebbero non essere del tutto peregrine, perché “la superficie su cui si elegge il maestro dell’anno non può essere sempre la stessa“. Un concetto su cui è sempre aleggiata l’accusa di vittimismo, ma su cui forse mai si è riflettuto abbastanza.

Sia come sia, gli atenei dove si distribuiscono i diplomi novembrini, nel frattempo traslocati a Singapore e Londra, paiono vuoti. Per la prima volta in quindici anni, Roger, Rafa, Serena e Maria saranno contemporaneamente assenti, e la sensazione di nulla esistenziale angustia un po’ tutti. Prede a deliquio mistico, molti affezionati provano a lenire il dolore dell’anima chiamando in causa il destino, generoso nel metterci alla prova; nel prepararci al momento in cui, vicino e irremeabile, il tempo e gli acciacchi porteranno via per sempre gli indiscutibili fari di un movimento che solo gli inguaribili ottimisti reputano in grado si sopravvivere a perdite tanto dolorose. Questi ultimi sottolineano come in oriente la nuova regina venuta da Brema sia intenta a puntellare la rivoluzione dopo il colpo di stato che a New York ha destituito la tiranna Serena, peraltro parsa disinteressata a restaurare checchessia, e non mancano di far notare che a Londra potrebbe andare in scena l’atteso duello finale per il trono del ranking ATP tra l’esausto Nole e il genius loci Andy. Tutto vero, ma qualcosa manca. Certo, in nessun campo dello scibile come nel tennis la sentenza “morto un re se ne fa un altro” ha valore assoluto e inattaccabile: ci affezioneremo a Zverev, alla nuova tribù australiana e a CiCi Bellis, ma prima che i riflettori tornino a illuminare con la stessa intensità il nostro sport dovrà forse passare del tempo. Non è detto che sia un male, peraltro. Non ci crediamo molto, ma nell’attesa del giorno in cui nascerà il nuovo messia in grado di rapire l’immaginario collettivo sovrapponendo la propria immagine a quella del prodotto-tennis, e per questo in grado di vendere da solo il prodotto medesimo, chissà che i comandanti della nave non decidano di perseguire strade diverse per rendere il vecchio feltro parimenti appetibile. Un’idea potrebbe essere proprio quella di variare le superfici di gioco delle Finals, sparigliando così le carte e facendo finalmente felice l’abbacchiato Rafa. Peccato che per Rafa, a quel punto, potrebbe essere troppo tardi. Sempre che non sia già tardi ora.

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Australian Open

La crisi di risultati di Nadal, sintomo di un irrisolto problema agli addominali

Dopo l’infortunio patito a Wimbledon, Rafa Nadal ha modificato qualcosa in battuta: potrebbe originare da lì il suo calo degli ultimi mesi. Cerchiamo di analizzarne cause ed effetti mentre il maiorchino si appresta a difendere il titolo all’Australian Open

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Rafael Nadal - United Cup 2023 Sydney (foto Twitter @ATPTour_ES)

È uno dei due Big 3 rimasti in piedi, ha vinto 22 tornei del Grande Slam, è il campione uscente. Avrà anche perso i primi due match pro dell’anno (mai successo in carriera), peraltro arrivando da un finale di stagione 2022 con quattro sconfitte e una vittoria ma, quando Rafael Nadal partecipa a un major, non si possono fare i conti senza di lui. Che poi, alla vigilia dell’Happy Slam, lui stia facendo i conti con qualche problema è un altro discorso – quello che ci apprestiamo ad affrontare.

L’anno passato abbiamo visto Rafa partire a razzo con i titoli di Melbourne, Australian Open e Acapulco, arrivando imbattuto alla finale di Indian Wells, nella quale la sua costola incrinata ha avuto la peggio contro la caviglia malandata di Fritz. La stagione sulla terra monca e senza titoli prima di Parigi non è stata incoraggiante, però il quattordicesimo è arrivato nonostante il piede dolorante e fino al quarto di finale a Wimbledon tutto stava funzionando a dovere. Dall’infortunio agli addominali patito in Church Road, però, il rendimento è precipitato senza più dare segni di ripresa.

Il fondamentale che più di tutti risente di quel tipo di infortunio è senza dubbio la battuta, che certo non è il colpo più naturale di Rafael e, altrettanto di sicuro, non è come toglierlo a Opelka o Isner. Un po’ sì, però. Il suo servizio è indubbiamente cresciuto rispetto ai primi anni, senza però avvicinarsi come efficacia “diretta” a quello di altri colleghi. Prendiamo (non uno a caso) Novak Djokovic, anch’egli non nato come grande battitore, ma che ora sa affidarsi con tranquillità al colpo di inizio scambio per… non far cominciare lo scambio. Nadal ha in ogni caso saputo trasformarlo in un’arma estremamente funzionale, un po’ come la risposta al servizio e, ancora, tiriamo in ballo Nole. Perché, in termini assoluti, non c’è paragone tra le due ribattute: il serbo vicinissimo al campo, con grande abilità di lettura delle intenzioni avversarie e riflessi incredibili, lo spagnolo là dove il mattone tritato lascia il posto ai giudici di linea. Da quella posizione che innanzitutto aiuta a tenere più palle in campo, Nadal si prende tempo a sufficienza per tirare una catenata profonda e rabbiosa, un macigno come quello che insegue Indiana Jones nei “Predatori”; lui intanto recupera la posizione e, ben che vada, l’avversario è costretto a iniziare uno scambio neutro contro Rafa sulla terra battuta. E le percentuali in risposta si impennano. Allo stesso modo, il servizio gli permette di colpire in uscita con il dritto la (grande) maggioranza delle volte, magari non sempre con quell’87% dopo la prima e 77% dopo la seconda registrati a Toronto 2018, esclusa la finale dove le 43 risposte di Tsitsipas gli fecero giocare appena due rovesci. Così, quando non arriva l’immediato vincente con l’ormai classico uno-due del tennis maschile moderno, Nadal può comandare e comunque abbreviare lo scambio. Perché il ragazzo comincia ad avere un’età e un’anzianità di, ehm, servizio per cui evitare metri e metri di rincorse e recuperi a ogni “15” non può che giovargli.

 

Ecco, dunque, che comincia a formarsi un’ipotesi plausibile per le grosse difficoltà del numero 2 del mondo nei mesi post-Wimbledon: una ridotta efficacia della battuta a causa dell’infortunio. Un’interessante grafica che confronta il punto di impatto del primo servizio all’Australian Open 2022 e alla United Cup, proposta durante il suo match contro de Minaur, sembra supportare l’ipotesi.

Punti di impatto del primo servizio di Nadal. Australian Open 2022 in rosso, United Cup 2023 in giallo

Cominciamo con il notare che nel recente torneo a squadre Nadal trovava la palla più alla propria sinistra. Per un mancino, un lancio di quel tipo significa essere praticamente costretto a servire slice. Il kick è escluso, perché dovrebbe “spazzolare” la palla (immaginandola come il quadrante di un orologio) dalle ore 5 verso le 11 (o 4-10 per privilegiare l’effetto laterale da destra), ma è impossibile farlo con la palla in quella posizione: il punto di impatto deve essere sopra la testa. Non che Rafa sia famoso per i suoi kickoni, ma, oltre a rivelarne in anticipo le intenzioni, questo può essere considerato un primo sintomo di qualcosa di irrisolto a livello addominale, fosse anche “solo” il timore di rifarsi male.

Le altre due caratteristiche di quel lancio “giallo” – più avanzato e più basso – conducono nella stessa direzione: la volontà di evitare inarcamento ed estensione per coinvolgere l’addome il meno possibile. La conseguenza di un impatto più basso è una minor accuratezza, come ha spiegato durante la telecronaca Jim Courier. Anche secondo l’ex n. 1 del mondo “è verosimile che sia un aggiustamento dovuto all’infortunio di Wimbledon”.

Mettendo da parte le possibili cause, torniamo all’ultimo effetto di questa modifica del lancio dopo aver detto della mancanza di imprevedibilità e della minor accuratezza, intesa come capacità di trovare direzione e profondità. L’impatto più avanzato si risolve evidentemente in una ricaduta più marcatamente all’interno della linea di fondo: già l’avversario è messo meno in difficoltà dalla battuta, se a questo aggiungiamo che Rafa deve affrettarsi per recuperare la posizione ottimale, ecco che ne risente l’efficacia del primo colpo dopo il servizio. E da lì, a cascata, tutto il resto del gioco.

Non resta che aspettare – davvero poco, ormai – per verificare se avrà superato l’inconveniente o, almeno, saputo trovarvi un valido rimedio. In caso contrario, un Nadal troppo limitato da quel punto di vista potrebbe trovarsi in grande difficoltà già al primo turno, per un sorteggio di per sé non agevole che lo ha opposto al mancino inglese classe 2001 Jack Draper.

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ATP

Le delusioni ATP del 2022: Daniil Medvedev batte tutti

Nella classifica tra il serio e il faceto di chi ha disatteso le aspettative, dietro Medvedev c’è Sebastian Korda. Ma chi si prende il terzo posto spuntandola tra candidati del calibro di Denis Shapovalov e Diego Schwartzman?

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Daniil Medvedev – ATP Finals 2022, Torino (Foto: Giampiero Sposito)

Fine anno, tempo di bilanci. Si parte con determinate aspettative e si misura la situazione di arrivo per valutarla rispetto a quelle aspettative. Niente di più naturale farlo per sé stessi, ma molto più divertente – specie se i propri buoni propositi sono stati mancati clamorosamente – farlo per gli altri. Che, in questo caso, sono i migliori tennisti del mondo. Un’altra idea che riscuote sempre successo sono le classifiche. Nick Hornby si è rivelato maestro in questo nel suo libro Alta Fedeltà con le sue top 5, dalle migliori canzoni di Elvis Costello alle più memorabili rotture con le fidanzate. Unendo le due cose, nasce la classifica delle delusioni tennistiche del 2022, vale a dire i cinque, no, troppi, i tre giocatori che peggio hanno fatto rispetto alle aspettative. La domanda d’obbligo è, “le aspettative di chi?”.

Come recita un vecchio adagio degli avvocati, in aula mai porre una domanda di cui non sai la risposta. Non siamo a processo, ma speriamo di riuscire a rispondere entro la fine di questo articolo. Un’altra domanda che ci siamo posti riguarda l’eticità dell’operazione, perché potrebbe avere ragione Daria Abramowicz, la psicologa di Iga Swiatek, quando, di fronte all’articolo dell’Équipe su questo argomento, twitta che “idee come questa sono deludenti. Perché anche solo pensare di pubblicare questo tipo di ‘classifiche’?”.

Riflettendoci bene, tuttavia, non è che venga svelato alcun segreto – i risultati sono gli occhi di tutti, soprattutto dei tennisti eventualmente citati – e lascia perplessi il fatto che solo lei abbia il diritto di usare il termine deludente. La dottoressa Abramowicz, lo ricordiamo, si è impegnata per entrare nella classifica dei peggiori commenti ai WTA Awards, in pratica non riconoscendo il premio andato al coach di Jessica Pegula per averla portata al numero 3 del mondo. Non benissimo, Daria. Liquidata l’obiezione con malcelato piacere, possiamo procedere. In un lampo di astuzia, iniziamo dal gradino più alto del podio mettendoci colui la cui valutazione dovrebbe catalizzare facili consensi – suoi, del suo staff, di appassionati e addetti ai lavori. Partiamo allora da… (sarebbe il momento di creare un po’ di suspense, ma non si possono non mettere i nomi nel titolo, quindi già sappiamo chi è)

 

Daniil Medvedev

Essere considerato la maggiore delusione della stagione in cui si raggiunge la vetta del ranking non è impresa da tutti. Se a questo aggiungiamo che Daniil è stato il primo non Fab Four a occupare la prima posizione mondiale da Andy Roddick diciotto anni prima, ci rendiamo conto delle dimensioni di quell’impresa. Ma cominciamo dall’inizio, anzi, da un po’ prima, dal settembre 2021. Medvedev vince lo US Open, il primo Slam non solo suo ma della propria generazione, uguagliando così il numero di trofei major alzati dalla generazione precedente – sempre a New York con Thiem. A dare ulteriore lustro al successo, il nome dell’avversario battuto in finale, quel Novak Djokovic arrivato all’appuntamento vantando i primi tre Slam dell’anno in bacheca e il conseguente 27-0 di match vinti. Un appuntamento con la storia il cui peso si è dimostrato insostenibile anche per Nole; tuttavia, la prestazione serba al di sotto gli abituali standard non può in alcun modo sminuire la portata della vittoria di Medvedev, anche perché abbiamo visto troppe volte avversari in una determinata giornata superiori soccombere davanti al Big 3 di turno non esattamente in grande spolvero. Favorito all’Australian Open, mette in fila tutti quanti per poi perdere la finale da Nadal, che ci potrebbe anche stare se non fosse per il vantaggio russo di due set a zero, le tre palle break consecutive nel terzo parziale, poi consegnato sbagliando un appoggio a campo aperto. Presto il mondo del tennis si rende conto che quella è proprio ciò che sembra: una sconfitta dalla quale è difficile riprendersi. E Medvedev non si riprenderà mai davvero nel corso del 2022, purtroppo per lui ma anche per il Tour che ha bisogno sia di personaggi carismatici, sia di seri contendenti all’ormai duopolio. In febbraio arriva al n. 1 del mondo, per tre settimane, e di nuovo da metà giugno alla fine dello US Open, torneo in cui il campione uscente è sconfitto agli ottavi da Kyrgios. In mezzo, l’operazione all’ernia all’inizio della stagione su terra battuta, l’esclusione da Wimbledon e la vittoria all’ATP 250 di Los Cabos, il primo dei due titoli incamerati. L’altro, a Vienna, potrebbe essere il preludio a un cambiamento di rotta nell’ultimo scampolo di stagione, quella indoor che certo gli si confà. Seguiranno invece quattro sconfitte in altrettanti incontri, tutti tirati: a Bercy contro de Minaur e nel girone delle ATP Finals, questi persi al tie-break del terzo set. Che, se da un lato possono essere letti come sfide giocate alla pari contro Rublev, Tsitsipas e Djokovic, dall’altro – e ci sembra la lettura più corretta – sembrano proprio i tre indizi che fanno una prova, peraltro solo l’ultima di una serie pressoché ininterrotta da quella domenica australiana. Prova di cosa?

Proprio all’inizio dello US Open 2021, Francisca Dauzet, la psicoanalista e performance coach che lavora con Medvedev dal 2018, lo diceva equipaggiato di un mostruoso potenziale mentale. In effetti, pareva davvero averne molto di più rispetto agli altri della sua generazione, gli Zverev, gli Tsitsipas, i Rublev, i quali hanno spesso il loro daffare con i rispettivi demoni. Tuttavia, tornando alla prova di cui parlavamo, come c’è il giocatore spartiacque la cui caratteristica è che devi batterlo perché non ti regala il match “tranne quando te lo regala”, così Daniil è quello forte mentalmente “tranne quando non lo è”. E non lo è da quasi un anno, iniziato al secondo posto della classifica, con un secondo trofeo Slam come obiettivo reale e infatti immediatamente sfiorato, e terminato al settimo.

Al secondo posto della nostra top 3 c’è…

Sebastian Korda

Sebi è proprio un bel giocatorino. Elegante, fluido, la palla gli scorre apparentemente senza alcuno sforzo, sa fare tutto e, forse anche per questo, non rimane impresso un colpo particolare. Lui, comunque, cita il rovescio come preferito. Intendiamoci, quella di Korda non è certo stata una stagione fallimentare, tutt’altro: partito con un ranking di n. 41 ATP, ha chiuso al 33° posto, con un best come trentesimo giocatore del mondo. Le premesse erano però altre. Una giovane carriera in ascesa pressoché costante, con l’ingresso in top 100 all’inizio del 2021 che lo mostrato al grande pubblico, sebbene da tempo annunciato da quel cognome, ingombrante ma meno di altri. Proprio allora scrivevamo della lunga strada da percorrere senza fretta e così ha fatto, il figlio del campione dell’Australian Open 1998. Messo al sicuro a Parma il primo e finora unico titolo, il classe 2000 di Bradenton aveva guadagnato un’ottantina di posizioni nel corso del 2021 e, sempre senza fargli fretta, ci aspettavamo risultati decisamente migliori in questa annata.

Sebastian Korda – ATP Estoril 2022 (foto via Twitter @ATPTour_ES)

Il bilancio vittorie-sconfitte recita un più che dignitoso 34-22, mentre sono appena sei le eliminazioni al primo turno e certo c’è chi ne ha accumulate di più tra quelli che lo precedono anche di parecchie posizioni in classifica. Ecco allora quello che è mancato a Sebastian: come in campo non lo vediamo lasciare continuamente fermo l’avversario con una mazzata letale, così gli è sempre mancato lo spunto per andare oltre la sufficienza. A livello Slam, terzo turno a Melbourne e Parigi, secondo a New York, Wimbledon saltato per un problema fisico. Rimangono così il match vinto a Monte Carlo su Alcaraz, che arrivava dal titolo di Miami, in una giornata obiettivamente particolare, la semifinale a Estoril e le finali consecutive a Gijon e ad Anversa, tutti “250”. Si può naturalmente parlare di stagione di assestamento dando particolare enfasi ai risultati del 2021, ma rimane un credibile protagonista per quanto riguarda le speranze disattese.

La terza delusione è… a pagina 2

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evidenza

Atleti di mezza età: come si mantengono in forma i Ronaldo, i Nadal?

Dai campi da calcio a quelli da tennis, i grandi giocatori sono sempre più longevi. Andiamo a scoprirne i segreti

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Rafael Nadal (Instagram - @rafaelnadal)
Rafael Nadal (Instagram - @rafaelnadal)

Di Peta Bee, The Times, 5 luglio 2022

È stato per molto tempo luogo comune aspettarsi che gli atleti si ritirassero con grazia intorno ai trent’anni, momento nel quale anche i campioni del mondo e gli olimpionici difficilmente riuscivano a contrastare il declino delle abilità fisiche derivante dall’invecchiamento. Questo non vale per l’attuale gruppo di ultratrentenni, i quali sembrano avere prestazioni in costante miglioramento con l’avanzare dell’anagrafe, e riescono a mantenere il loro status d’élite ben oltre l’età che un tempo era considerata limite nello sport.

Con rispettivamente 35 e 36 anni portati brillantemente, Novak Djokovic e Rafael Nadal stanno ancora mostrando ai rivali più giovani come si gioca sull’erba di Wimbledon, mentre l’ex numero 1 del mondo Roger Federer ha manifestato la sua intenzione di tornare al tennis nel 2023 all’età di 41 anni. 

 

Nel calcio, un gioco in cui i giocatori una volta venivano regolarmente messi da parte per infortunio intorno ai trent’anni, il capocannoniere di tutti i tempi Cristiano Ronaldo avrebbe espresso al Manchester United la sua intenzione di lasciare il club, spinto dal desiderio di giocare in Champions League la prossima stagione all’età di 37 anni. Nel frattempo, sembra che il Milan stia cercando di continuare ad assicurarsi i servigi di Zlatan Ibrahimovic, nonostante i 40 anni. E nel cricket, il 39enne James Anderson, il più prolifico lanciatore inglese nella storia del cricket, non si fa certo scrupoli a continuare giocare nei Test Match [confronti tra nazionali che si svolgono su un arco di cinque giorni – N.d.T.]

Non sono solo gli uomini a sfidare le convenzioni sull’età. Dopo essersi presa una pausa dalla carriera per avere due figli, la tennista Tatjana Maria, 34 anni, ha trascorso una settimana da sogno a Wimbledon, raggiungendo, per la prima volta in carriera, la semifinale. Venus Williams, 42 anni, non è andata così lontano, ma ha comunque disputato un torneo impressionante insieme a Jamie Murray nel doppio misto.

La cosa più notevole è che questi atleti stanno gareggiando in sport che richiedono non solo resistenza, caratteristica che notoriamente raggiunge il picco in età più avanzata, ma forza, velocità e abilità. In quello che dovrebbe essere il tramonto delle loro carriere, come riescono ad estendere la loro longevità sportiva?

“I migliori atleti sono sempre stati prodighi d’impegno e resilienti”, afferma Jamie McPhee, professore di fisiologia muscolo-scheletrica al Manchester Metropolitan University Institute of Sport ed esperto degli effetti dell’invecchiamento sulle prestazioni atletiche. “Ma siamo in presenza di un nuovo livello, supportato dalla scienza e da altre risorse, il che significa che questi atleti possono prolungare la loro carriera ai vertici”. Ecco come:

Pre-abilitazione e riabilitazione

L’ottimizzazione della salute dell’atleta è fondamentale per preservare le prestazioni e gran parte di essa riguarda la prevenzione degli infortuni e la conoscenza delle pratiche di recupero. Un rapido stretching prima di una partita è stato sostituito con riscaldamenti progettati dal fisioterapista, personalizzati e concentrati sull’attivazione e sul rilascio delle fasce muscolari, utilizzando rulli di gommapiuma e elastici per esercizi.

“Il supporto della scienza dello sport è progredito in modo massiccio negli ultimi due o tre decenni”, afferma McPhee. “Se puoi prevenire gli infortuni in primo luogo, o gestirli in modo appropriato, puoi aggiungere qualche anno alla carriera di un atleta, e prima queste misure vengono adottate nella vita, più a lungo è possibile mantenere la soglia di massima prestazione”.

Nessuna ipotesi viene scartata. I biomeccanici analizzano la tecnica utilizzando piastre di forza, un sistema che misura l’impatto fisico dei movimenti di un atleta, e suggeriscono piccoli aggiustamenti che possono fare la differenza in termini di infortuni. Se gli infortuni si verificano lo stesso, i fisioterapisti sono immediatamente presenti, e dispositivi come i tapis roulant antigravitazionali consentono agli sportivi di riprendere rapidamente l’allenamento riducendo la forza di impatto con cui colpiscono il suolo.

“Ogni aspetto della vita di un atleta è ora orientato alla prevenzione degli infortuni in modo olistico, afferma McPhee. “Conosco calciatori che consultano esperti per capire dove dovrebbero essere posizionate le finestre delle loro case per ottimizzare il sonno, consci che la mancanza di quest’ultimo, accoppiata alla fatica, può portare all’accumulo di infortuni”.

Metodi di recupero

Un tempo, il massimo che un atleta potesse aspettarsi in termini di supporti al recupero era un massaggio post-allenamento. Nel 2022 il massaggio resta importante ma è solo uno strumento, all’interno di un intero arsenale ora a disposizione degli atleti. Dai rulli di gommapiuma e abbigliamento a compressione – è stato recentemente dimostrato che calze e maniche elastiche attillate aiutano a ridurre la percezione del dolore muscolare dopo l’esercizio – ai leggings gonfiabili a compressione pneumatica, fino ad arrivare alle pistole massaggianti manuali, il recupero è diventato una scienza a sé.

“Per gli atleti più anziani, sapere come evitare l’accumulo di fatica e ottimizzare il recupero è essenziale per mantenere le prestazioni e ridurre il rischio di lesioni”, afferma McPhee. “C’è una comprensione molto migliore dell’importanza del recupero per gli atleti, oltre a quella relativa alle basi di una buona alimentazione e degli schemi di sonno”. La crioterapia, sotto forma di bagni di ghiaccio o camere di ghiaccio, è ampiamente utilizzata da molti, e fra gli altri Nadal e Andy Murray ne sono sostenitori. 

Raffreddate principalmente dall’azoto liquido, le camere di ghiaccio sottopongono il corpo a temperature fino a -160 °C per due o tre minuti, il che si ritiene acceleri il recupero e riduca l’infiammazione nelle lesioni dei tessuti molli. “L’idea è che le basse temperature spingano il corpo a modificare il flusso sanguigno”, afferma McPhee. “Si suppone che in questo modo i nutrienti e l’apporto di ossigeno ai muscoli venano migliorati”.

Nutrizione

Rimane molta pseudoscienza nel mondo della nutrizione sportiva, ma lo sport d’élite ha fatto molta strada da quando bistecca e uova crude erano considerati i migliori alimenti per migliorare le prestazioni, con particolare riferimento agli atleti più anziani. “Il processo di invecchiamento è accompagnato da cambiamenti fisiologici che possono influenzare la capacità di esercizio, la massa muscolare e la forza”, afferma la nutrizionista sportiva Anita Bean, autrice di The Complete Guide to Sports Nutrition. “Ma una combinazione delle migliori pratiche di allenamento, recupero e nutrizione significa che i migliori atleti ora mangiano per allenarsi “in modo più intelligente”, il che significa che possono mantenere alti livelli di forma fisica anche dopo i 40 anni”.

Aggiunti alle pratiche quotidiane di bilanciamento dell’assunzione di cibo e liquidi per un ritorno ottimale prima, durante e dopo l’allenamento, interventi specifici possono aiutare gli atleti che invecchiano a rimanere in gioco. “Man mano che invecchi, il tuo corpo è meno in grado di rispondere agli effetti anabolici o di costruzione delle proteine ​​​​nella dieta, il che significa che è più difficile per esso trasformare le proteine ​​​​in muscoli”, afferma Bean. “Questa si chiama resistenza anabolica ed è ora noto che gli atleti più anziani hanno bisogno di una quantità relativamente maggiore di proteine, circa 1,5g per chilogrammo di peso corporeo al giorno, o 40g per pasto”.

Anche il momento del consumo di proteine ​​è importante. “Gli studi hanno dimostrato che il consumo di proteine ​​subito dopo un allenamento intenso aiuta a compensare la resistenza anabolica dell’invecchiamento, costruendo così nuova massa muscolare. E fare uno spuntino ad alto contenuto proteico, come lo yogurt greco, prima di andare a letto ha dimostrato di massimizzare gli effetti dell’esercizio di resistenza e di giovare alla sintesi proteica negli atleti più anziani”, afferma.

È stato anche dimostrato che Integratori come il succo di amarena e di barbabietola migliorano il recupero dopo un allenamento intenso e che l’integrazione di vitamina C aiuta le persone anziane a mantenere la massa muscolare.

Psicologia

Una rarità negli anni ’80 e ’90, gli psicologi dello sport sono ora disponibili per quasi tutti gli atleti d’élite per aiutare a sviluppare tratti importanti per la longevità nello sport. La dott.ssa Josephine Perry, psicologa dello sport consulente e autrice di “The Ten Pillars of Success: Secret Strategies of High Achievers (Allen & Unwin)”, [I dieci pilastri del successo: le segrete strategie dei migliori talenti] afferma che gli atleti più anziani sono spesso più pragmatici riguardo al successo sportivo, oltre ad essere più coerenti emotivamente e meglio in grado di tenere a bada i pensieri negativi durante la competizione.

“In generale, ci sono diverse mentalità, con gli atleti più giovani che sono per lo più guidati dall’ego, concentrati esclusivamente sui risultati, sui tempi e sul loro aspetto, il che può innescare effetti indesiderati come stress e ansia”, afferma. “Con gli atleti più anziani, la mentalità si sposta sulla padronanza o l’essere brillanti in quello che fanno, che è molto più stabile e ha risultati migliori”. In pratica questo si traduce in lottare per essere il meglio che possono essere, massimizzando il tempo in cui possono continuare a competere ai massimi livelli. “Passo la mia vita cercando di insegnarlo ai giovani atleti”, dice. “Viene naturale a molti atleti più anziani.”

Cita una conversazione che ha avuto di recente con Sarah Storey, l’atleta paralimpica di maggior successo della Gran Bretagna, che ha vinto l’inseguimento nel ciclismo individuale ai Giochi di Tokyo all’età di 43 anni, il suo 17° oro paralimpico e il 40° titolo mondiale. Storey, che ha due figli, ha detto che non ha intenzione di smettere di gareggiare. “Quando le ho chiesto quando si ritirerà, ha risposto: ‘Quando non vedrò alcun modo per migliorare’. E questo è tipico di molti atleti d’élite più anziani che non sono spinti dalla voglia di vincere tutto ma dal voler ‘essere al livello massimo che possono raggiungere per la durata massima possibile”.

Tracciamento dei dati

Tutto l’attuale raccolto di atleti ultratrentenni è il prodotto di una generazione ossessionata dai dati sulle prestazioni. Allenamento, sonno, assunzione di nutrienti, perdite di liquidi e frequenza cardiaca sono solo una frazione delle variabili monitorate ogni giorno durante l’allenamento. Nel calcio e nel tennis ogni giocatore indossa dispositivi GPS e accelerometri in ogni sessione e questi registrano dati 10-20 volte al secondo”, afferma McPhee. “Gli allenatori e gli analisti hanno questo enorme set di dati per ogni atleta che fornisce informazioni straordinarie sul modo in cui il loro corpo risponde a diversi carichi e diversi fattori di stress, in modo che possano adattare l’allenamento di conseguenza”.

Inoltre, le atlete utilizzano il monitoraggio mestruale per valutare le fluttuazioni dei livelli ormonali che potrebbero dar luogo a sottili cambiamenti nella forza e nella capacità articolare che a loro volta potrebbero aumentare il rischio di lesioni.

Secondo McPhee, si tratta della punta dell’iceberg tecnologico. “Nei prossimi anni, le tecniche di intelligenza artificiale isoleranno modelli di dati che si tradurranno in un allenamento progettato individualmente per ogni membro di una squadra o di una squadra intera”, afferma McPhee. “Probabilmente giocherà un ruolo importante nell’aiutare gli atleti a competere ancora più a lungo”.

Forza e condizionamento

L’invecchiamento influisce sulle prestazioni sportive in molti modi, ma l’impatto più grande è il calo della capacità di riparazione e di ringiovanimento muscolare associato a una graduale perdita della massa muscolare totale, un processo chiamato sarcopenia, che inizia a verificarsi dopo i 35 anni. 

Collettivamente, tutto questo tende a ridurre potenza, forza e tecnica ed è stato tradizionalmente il motivo per cui gli atleti negli sport che si basano su questi fattori, come il tennis, il calcio e lo sprint, hanno avuto picchi di carriera in età precedenti rispetto ai corridori di resistenza e ai ciclisti. Con il miglioramento del monitoraggio dello sport, programmi di forza e condizionamento più sofisticati su misura per le esigenze di un atleta hanno contribuito a compensare il calo.

“La forza e il condizionamento sono diventati davvero specifici secondo il tipo di sport e l’individuo”, afferma McPhee. “Si è orientati non solo verso l’aumento della massa muscolare, ma anche al miglioramento della resistenza alla fatica, e l’obiettivo è aiutare un atleta ad allenarsi in modo che possa adattarsi e migliorare tra i trenta e anche i quarant’anni“.

Sì, sollevano pesi e fanno flessioni, ma piuttosto che aumentare progressivamente quanto possono fare su panca, ad esempio, un atleta si concentrerà sulla correzione degli squilibri muscolari migliorando al contempo la qualità e la gamma di movimento, l’equilibrio e la flessibilità. “Lavoreranno sull’agilità e Ronaldo è molto abile nel mantenere il ritmo dello sprint, smentendo la convinzione che diminuisca con l’età”, afferma McPhee. “Al più alto livello si tratta di pratiche molto, molto personalizzate e si concentrano sul mantenimento di quel macchinario corporeo perfetto.”

Traduzione di Michele Brusadelli

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