La piccola biblioteca di Ubitennis: one more Francesca

Italiani

La piccola biblioteca di Ubitennis: one more Francesca

Per gli immancabili venerdì letterari di Ubitennis un libro che ricostruisce la storia sportiva e la personalità della leonessa d’Italia, esclusa dagli Internazionali

Pubblicato

il

Musso M., Il meraviglioso mondo di Francesca (Francesca Schiavone si racconta), Lìmina Edizioni, 2011, pagg. 326.

Nella prefazione a “Il Meraviglioso Mondo di Francesca”, Rino Tommasi inquadra esattamente che cosa dobbiamo attenderci dalla lettura di questo libro: “Il racconto di Matteo Musso rivela l’eccellente e quasi complice rapporto che deve esserci stato tra l’autore e la campionessa, confermato anche dalla discrezione con cui nella cronaca, precisa e puntuale, ci sono situazioni esclusivamente tennistiche senza il minimo riferimento a quella cronaca rosa che si ritrova invece nelle biografie delle campionesse del tennis (Graf, Evert, Navratilova, Lenglen)”. (Pag. 4).

Si percepisce subito, infatti, fin dalle prime righe, che l’autore è un fan di Francesca Schiavone. La conosce da anni, almeno dall’impresa dell’Italia in Fed Cup nel 2006, quando le ragazze di capitan Barazzutti conquistano il primo titolo a squadre contro il Belgio di Justine Henin (seguiranno altri due trionfi, nel 2009 e nel 2010, entrambi contro gli Stati Uniti e entrambi con Francesca tra le protagoniste). Matteo e Francesca non solo si conoscono da tempo, ma nutrono stima uno per l’altra, aspetto questo, che, molto probabilmente, ha determinato il carattere dell’opera e il suo taglio esclusivamente “sportivo”. Interessante anche il metodo espositivo adottato da Musso. In genere una biografia è scritta in terza persona dall’autore, che non è il soggetto dell’opera. Un’autobiografia, invece, è raccontata in prima persona dal protagonista stesso, oppure è un libro intervista. L’opera di Matteo Musso è un crocevia tra queste varianti. È narrato in terza persona ma gli “interventi” di Francesca (evidenziati nel testo dal carattere corsivo) sono frequentissimi, tanto che alla fine l’opera è un po’ biografia e un po’ autobiografia.

 

Con questa continua alternanza di voci si dipana, lungo oltre 300 pagine, la cronaca della carriera agonistica della Schiavone. Il libro, uscito nel 2011, si ferma a un periodo ancora radioso della carriera di Francesca e copre un arco di tempo di oltre vent’anni. Si inizia dai primi colpi tirati a nove anni all’Accademia Inter di Milano, a due passi dalla sua casa in via Cilea, quartiere Gallarate, fino alla seconda finale in terra parigina, quel Roland Garros 2011 che avrebbe dovuto consacrarla per la seconda volta campionessa di Francia ma che la vede sconfitta dalla cinese Na Li.

Il libro si divide idealmente in quattro parti. La prima (cap. 1) riguarda gli inizi, i primi tentativi con il tennis, l’alternanza fra tennis e altre discipline fino alla scelta definitiva per lo sport della racchetta. È una progressione costante, dai titoli a squadre vinti tra il 1993 e 1994 con il Tc Milano e il titolo italiano Under 14, fino al 2000, vero anno di svolta, con la partecipazione a tornei internazionali e l’ingresso nelle prime 100 della classifica WTA. Francesca ragazzina ha la stessa grinta, determinazione, voglia di migliorare, imparare, allenarsi, divertirsi, competere che ha oggi, a 37 anni, alle soglie del ritiro, annunciato per la fine del 2017. La seconda parte, dal 2001 al 2006 (capp. 2, 3 e 4), si apre con il resoconto di un episodio oggi dai più dimenticato, ovvero l’adesione della Schiavone, nel 2001, alla “grande protesta” dei tennisti italiani contro la FIT, rea di non aver coinvolto gli atleti nella scelta dei capitani di Davis e Fed Cup e dei rappresentanti del consiglio. Questa adesione costò a Francesca la wild card per gli Internazionali d’Italia, a cui parteciperà partendo dalle qualificazioni.

Il 2001, tuttavia, è un anno importante soprattutto per i quarti di finale raggiunti al Roland Garros, dove verrà sconfitta da Martina Hingis (al tempo N. 1 WTA). Interessanti sono le parole di Francesca su questa esperienza fondamentale, che getta le basi della lunga rincorsa al trionfo parigino del 2010. Ecco la dichiarazione rilasciata dopo la vittoria contro la sudafricana Cara Black (N. 37 WTA) che le apre le porte dei quarti di finale: Arrivare alla seconda settimana del Roland Garros non è un sogno: sto migliorando, di giorno in giorno. Battere una più esperta nelle condizioni più difficili dà maggiore consapevolezza dei propri mezzi, è costruttivo soprattutto dentro. E nei momenti più difficili so che è decisiva la tua voglia di vincere, quanto hai sofferto prima, quanto lavoro ci hai messo, quello che hai passato, soprattutto quando non mi piaceva allenarmi, ma ho continuato. È quella la forza”. (Pag. 53). E queste sono le parole dopo aver perso dalla campionessa svizzera: “All’inizio del match con la Hingis avevo addosso troppa adrenalina e non sono riuscita a canalizzarla nel modo migliore, e poi devo ancora imparare a spostarmi al momento giusto sul colpo giusto, dritto o rovescio che sia. Lei non sbaglia mai la scelta”. (Pag. 55).

Schiavone analizza il proprio gioco e studia quello dell’avversario. Osserva i grandi tennisti per imparare e adattare i loro punti di forza alle caratteristiche del suo tennis. Ecco cosa dice a questo proposito: “Alla Hingis prenderei il tempo e come vede la palla, a Sampras la semplicità e il servizio. Di Rafter vorrei la volée e la posizione a rete, di Hewitt la grinta. Di Ferrero mi piace tantissimo il dritto a sventaglio: come vorrei averlo anch’io”. (Pag. 54).

Questa peculiare visione del tennis di Francesca ritorna lungo tutta la sua carriera. Non smette mai di trarre stimoli dagli altri, dall’ambiente circostante, dalle persone, tecnici, allenatori, giocatori, con cui entra in contatto. Il bisogno di un rapporto empatico con il prossimo e la passione viscerale per il tennis sono le caratteristiche che la accompagnano da sempre, assieme alla necessità di migliorare continuamente il proprio gioco. Ma per migliorare il proprio gioco bisogna conoscerlo e, soprattutto, conoscere se stessi, saper gestire le emozioni, indirizzare le energie verso un obiettivo che può anche non essere la vittoria a tutti i costi ma il “miglioramento”, parola magica che ritorna in moltissime interviste in anni diversi anche lontani fra loro. Per soddisfare questa pressante esigenza interiore si rivolge al dottor Parmigiani, che dal 1998 è il mental coach della Schiavone.

Questo, d’altronde, è per Francesca un periodo di incontri fondamentali, come quello, nel 2002, con l’allenatore argentino Panajotti, con cui raggiungerà traguardi importanti, come i quarti di finale agli US Open del 2003 e sempre i quarti agli Australian Open del 2006. Nel 2007 arriverà il primo titolo WTA, a Bad Gastein, nel 2009 ci sarà l’importante vittoria alla Kremlin Cup di Mosca. Non si può dimenticare, poi, l’incontro forse più importante di Francesca, quello con Corrado Barazzutti, che la convocherà ripetutamente in Fed Cup e che nel 2009 diventerà il suo coach. Interessanti, in questo contesto di crescita continua, le parole di Francesca, che stigmatizzano alcuni aspetti della vita quotidiana del tennista in generale e della sua in particolare. La solitudine: “In realtà io non so cosa significhi vivere normalmente, da anni la mia vita è questa. Non posso fare confronti. Posso dire che nei momenti estremi, di grande felicità o di dolore profondo, non hai intorno nessuno per condividere queste emozioni. C’è il telefono, ci sono le mail per restare in contatto, e vanno benissimo. Ma ti manca la possibilità di curare un rapporto da vicino, di coltivarlo. Non solo sentimentale, anche di amicizia”. (Pag. 83). Il tempo libero: “Il mio tempo libero? Amo mangiare, oziare, giocare a qualcosa, magari sfidare qualcuno, mettermi alla prova. In alcuni momenti mi piace stare con gli amici, in altri, da sola. Da anni tengo un diario, dove scrivo tutto, sempre di seguito, perché è il mio discorso, la mia vita (…) Scrivo quello che provo: ci sono tante pagine nere, d’amore e di gioia. Ci sono io”. (Pag. 84). Le letture: “Sei, sette anni fa leggevo spesso testi di psicologia, di filosofia zen, sulla liberazione del proprio spirito, e cose di questo genere. Oggi non lo faccio più, non perché non voglia più imparare, ma semplicemente perché ho scelto la mia strada e vado verso una direzione precisa (…) Oggi leggo per rilassarmi, cose più semplici, da Ken Follet a Stieg Larsson”. (Pag. 84).

La terza parte del libro (cap. 5) è quella più interessante. Per oltre 60 pagine si dipana in modo dettagliato, con ritmo incalzante, incontro dopo incontro, set dopo set, game dopo game, il racconto della meravigliosa, vittoriosa cavalcata verso il titolo di Parigi del 2010, con la superba finale giocata contro Samantha Stosur che, detto per inciso, era data nettamente favorita. Man mano che cadono le teste delle avversarie (Kulikova, Ferguson, Li, Kirilenko, Wozniacki, Dementieva), il sogno diventa sempre più reale, fino all’apoteosi del 6-3 7-6 inflitto all’australiana e quelle parole, ormai famose, pronunciate durante il discorso di ringraziamento e indirizzate agli appassionati arrivati in massa dall’Italia per sostenerla: “Ma che facce avete?”. Mi ha colpito e divertito, a proposito della finale, anzi della vigilia della finale, la risposta di Francesca a chi le chiedeva come avesse preparato l’incontro il giorno prima del grande match: “Prima della finale ho fatto cose assurde. Il giorno precedente, verso le sei di sera, ho chiesto che qualcuno venisse a farmi una manicure, cosa che io non faccio mai. Mi sono chiesta perché. Ed era perché io volevo alzare quella coppa e quando l’alzavo volevo avere le unghie fatte bene e che tutto fosse perfetto. È una cosa assurda”. (Pag. 158).

Dopo la vittoria a Parigi le cose cambiano, arriva la top ten (migliore posizione N. 4 nel gennaio 2011), il record di essere l’unica tennista italiana ad aver vinto una prova del Grande Slam, primato detenuto fino alla vittoria di Flavia Pennetta agli US Open 2015. Arriva anche un’esposizione mediatica mai avuta prima, inviti a trasmissioni televisive, interviste, servizi fotografici, arrivano i complimenti dei grandi campioni del passato: McEnroe, Navratilova, Wilander. Tutti sottolineano il particolare modo di giocare di Francesca, la capacità di variare, la scelta di affidarsi alla tattica più che alla potenza, quel rovescio a una mano così efficace e raro nel tennis femminile, il gioco prepotentemente d’attacco, la personalità grintosa, appassionata, che non nasconde mai le emozioni, belle o brutte che siano.

La quarta parte del libro (capp. 6, 7 e 8) è dedicata al dopo Parigi 2010. È un periodo di alti e bassi fino al nuovo acuto della finale, persa, sempre a Parigi, l’anno successivo. Prima, c’era stata quella partita pazzesca (ottavi di finale), vittoriosa, contro la Kuznetsova all’Australian Open: 6-4 1-6 16-14 in 4 ore e 44 minuti di lotta senza esclusione di colpi. Degne di nota sono le interviste incluse nel libro, che completano l’immagine della Schiavone tennista “vista dall’esterno”. I personaggi che hanno dato il loro contributo in questo senso sono nomi noti e, alcuni, notissimi del panorama tennistico italiano e internazionale: Barbara Rossi, Raffaella Reggi, Tathiana Garbin, Rita Grande, Martina Navratilova, Vincenzo Martucci.

Il libro si conclude con una vera e propria intervista a Francesca, realizzata durante il Roland Garros 2011. Matteo Musso, però, si congeda da noi con un’interessante “coda”. Dopo l’intervista, infatti, il lettore può consultare una ricca appendice: “Tutti i numeri di Francesca”, dove sono riportati gli incontri disputati nel circuito maggiore dalla Leonessa dal 1996 al 2011, corredati di luoghi, date, avversarie, risultati, montepremi.

Carlo Cocconi

Nota di Pier Paolo Zampieri

Tra le tante cose che mi piacciono del tennis ci sono gli occhi. Il modo in cui cercano la palla che galleggia nell’aria, come se il destino dell’universo dipendesse da quell’istante, il rallenty di quando si abbassano nel momento in cui hanno perso la partita, le dilatazioni orgasmatiche verso il cielo dopo una vittoria, la sfida e il rispetto verso l’avversario dall’altra parte della rete che è sempre e solo uno specchio. Tra tutti gli occhi, soprattutto nelle tenniste, mi piacciono quelli in cui il professionismo non ha espulso quel grammo di pazzia che è il perno di ogni storia. Bene, non so se Francesca sia stata davvero la più forte tennista italiana, sicuramente nei suoi occhi c’è ancora oggi tutta la gioia e la pazzia di una ragazza che, non invitata al gran ballo, ha osato morsicare il tetto del mondo. Quegli occhi meravigliosi mi dicono che anche se gli anni sono 37 e il sipario si avvicina, c’è ancora fame, se non di un trofeo di uno di quegli applausi che fanno venire giù lo stadio. Che è poi il vero e unico motivo per cui i bambini cominciano a giocare a tennis e solo i pazzi, per fortuna, continuano.

Leggi tutte le recensioni della Piccola Biblioteca di Ubitennis!

Continua a leggere
Commenti

Flash

Piatti: “Sinner tiene moltissimo alla maglia azzurra. Alle 3 di notte era a giocare il doppio”

Sul Messaggero il coach di Jannik parla della stagione e del futuro: “Durante il lockdown gli ho fatto vedere i filmati dei Big 3 per imparare a gestire ogni fase del match”

Pubblicato

il

Jannik Sinner - Finale Coppa Davis Torino 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

La stagione dei tennisti italiani si è purtroppo conclusa. Diciamo “purtroppo” perché la Davis Cup by Rakuten è ancora in corso, ma la selezione azzurra si è fermata ai quarti di finale, sconfitta dalla Croazia di Cilic e del miglior doppio del mondo Mektic/Pavic. Inizia dunque leggermente in anticipo l’off season e con essa il tempo dei bilanci. Vincenzo Martucci ha intervistato Riccardo Piatti, coach di Jannik Sinner, per il Messaggero, cercando di fare il punto sulla stagione dell’italiano a partire proprio dall’ultimo appuntamento, quello della Coppa Davis, nella quale Jannik ha vinto tre singolari e perso due doppi, incluso quello decisivo contro i croati nei quarti.

Sinner, solitamente molto pacato e quasi algido in campo, si è lasciato coinvolgere dal clima Davis e ha spesso chiamato il sostegno del pubblico di casa. La cosa però non ha sorpreso Piatti, che conosce bene il proprio pupillo. “Lui è proprio così: un ragazzo che ama questo sport e si diverte a giocarlo. Quando è all’Accademia di Bordighera si ferma a giocare coi più giovani, con mio figlio Rocco e gli altri ragazzi anche a calcio e a basket. Gli viene spontaneo.”

Il coach stronca subito anche ogni polemica riguardo alla scelta di Sinner di non prendere parte alle Olimpiadi di Tokyo. “È ridicolo pensare che Jannik non sia italiano al 100%: tiene moltissimo alla bandiera e alla maglia azzurra, a Torino s’è visto come comunichi col pubblico e ami coinvolgerlo. È stato onesto come sempre: prima non si sentiva pronto, era stanco, ha fatto quello che ha ritenuto giusto. Infatti, eccolo giocare alle tre di notte per provare il doppio insieme a Fognini. Ecco lo Jannik di Torino.”

 

Contro Cilic, Sinner ha dimostrato ancora una volta di saper emergere dalle difficoltà e di poter ribaltare match nei quali le cose non funzionano sempre nel modo migliore. Questo è uno degli aspetti su cui coach Piatti ha lavorato di più con Jannik, perché come si sa il tennis non è solo questione di saper tirare dritto o rovescio. “Durante il lockdown gli ho fatto vedere tanti filmati di Federer, Nadal e Djokovic nelle finali importanti, ma non nelle fasi in cui hanno giocato bene e hanno vinto con tre vincenti uno dietro l’altro, ma quelle in cui giocavano male. Così Jannik sa che anche a una campione può succedere: fa parte del gioco, del mentale, del tennis. A lui non deve succedere. All’ingresso del Piatti Tennis center c’è scritto: “Non siamo qui per risolvere i problemi ma per crearveli”. Non è lui la mosca bianca, sono gli altri gli anormali, quelli che non arrivano al100 del mondo e ne avrebbero le possibilità: si sono creati un sacco di problemi, mentre in realtà basta essere semplici, riflettere sulle sconfitte, chiedersi perché e come si può migliorare. Anche quella contro Tiafoe rimarrà impressa a Jannik, come la Davis: ha vissuto l’esperienza per la sua nazione, per la squadra.”

Riguardo all’esperienza del doppio, Piatti è piuttosto soddisfatto e continuerà a consigliare (se non a obbligare) Jannik di giocarlo per poter migliorare sotto rete. “È stata una delle cose che ha fatto meglio quest’anno: con Hurkacz, Bolelli, Feliciano Lopez, Opelka col quale ha vinto Atlanta, Korda, ancora Hurkacz. Voglio che provi con compagnia diversi, che giochi tanti servizio-volée, che impari a venire avanti a giocare la volée bassa.” Ora però è tempo per il meritato riposo, tanto per Jannik quanto per Piatti e il suo entourage, così da potersi concentrare al meglio sulla stagione 2022. “Per dieci giorni riposa e noi dello staff non lo vogliamo vedere: ci porta via tanta energia, vuole giocare, vuole sempre fare qualcosa… Poi preparazione a Montecarlo e il 27 si parte per l’Australia.”

Continua a leggere

Flash

Coppa Davis, Volandri: “Primo mattoncino per il futuro”. Sinner: “Giocare per la nazione è totalmente diverso”

I protagonisti azzurri commentano l’uscita di scena contro la Croazia. Fognini: “Fatico a stare lontano da casa”

Pubblicato

il

Filippo Volandri e Jannik Sinner - Finali Coppa Davis 2021 (photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Difficile per l’Italia del tennis digerire una sconfitta arrivata in casa nel doppio decisivo, tuttavia come si è visto in campo la superiorità della Croazia nell’ultimo match è stata evidente e dunque il capitano Filippo Volandri in conferenza stampa ha giustamente elogiato la sua squadra: “Sono molto orgoglioso dei miei ragazzi, abbiamo cercato di vincere, questa settimana è stata fantastica ma abbiamo dovuto gestire varie emergenze con gli infortuni di Simone [Bolelli] e Matteo [Berrettini]. Parlando poi in proposito dell’ultimo match ha aggiunto: “Tutte le squadre contro cui abbiamo giocato avevano un doppio pazzesco. I colombiani e gli americani erano fortissimi. I croati sono i migliori al mondo”. E il PalaAlpitour deve portare bene alla nazione balcanica, che a Torino, nel 2016, con la sua squadra di basket aveva estromesso l’Italia dall’Olimpiade di Rio de Janeiro vincendo all’overtime (84-78) lo spareggio decisivo.

La vera delusione per il risultato di ieri sta nel match che ha aperto la giornata durante il quale si è consumata una vera e propria sorpresa quando il n. 276 Gojo ha battuto in tre set il nostro numero 2. Lorenzo [Sonego] sapeva che dal suo lato il punto era necessario e ha sentito più tensione del solito, nel terzo set ha sentito troppo il dovere di vincere la partita. Questo succede in coppa Davis, la sua miglior partita è stata contro Opelka, che era la partita più difficile. Oggi ha dovuto combattere con tante emozioni, ha avuto una bella reazione nel secondo set, ma è andata così“.

In questa fase finale della Davis Cup c’è stato anche l’esordio nella competizione di Jannik Sinner il quale ha risposto alla chiamata con tre vittorie in singolare e due sconfitte in doppio al fianco di Fognini. È molto diverso da un torneo normale, tutti hanno dato il 100%. Spero di essere cresciuto in queste partite” ha commentato l’altoatesino. Ormai abbiamo imparato a conoscerlo e sappiamo quanta importanza metta nel processo di apprendimento come ha ribadito nuovamente. “Ho imparato tante cose già nelle Finals; giocare qua è totalmente diverso perché giochi per tutto il team e non per te stesso. C’è più responsabilità perché giochi per la nazione, ovviamente il doppio lo devo ancora imparare, credo che Fabio abbia tanta esperienza e mi ha insegnato tanto, anche con Bolelli. Mi ha fatto piacere stare in questo gruppo, non è facile fare il Capitano, anche per lui era la prima volta, ma ci ha lasciato abbastanza liberi”.

Volandri è poi tornato a parlare concentrandosi sul futuro e scacciando via pensieri di rammarico per il risultato. “Abbiamo messo un primo mattoncino per qualcosa di più importante in futuro. Sul doppio siamo stati sfortunati perché Bolelli è il numero 9 del mondo in doppio e Matteo avrebbe potuto dare un grosso aiuto anche lì ma non abbiamo potuto averli a disposizione”. Su un possibile trasferimento delle fasi finali della Coppa Davis per la prossima stagione invece: “Su Abu Dhabi non saprei, a me piace giocare la Davis in casa o comunque nelle sedi delle squadre che la giocano. La proposta di Nole di giocare in sei location differenti è molto interessante”.

 

Infine ha parlato anche il 34enne Fabio Fognini che ieri sera ha disputato il suo 67esimo incontro con la maglia azzurra. “Faccio sempre più fatica a stare lontano da casa per periodi prolungati. Penso che giocherò tornei ravvicinati. Futuro in nazionale? C’è un ricambio in atto, dovrò meritarmi la convocazione, ci sono tanti giovani molto forti”. In precedenza aveva anche voluto ricordare il Professor Parra e il grande apporto che ha dato a tutto il team: Sono molto triste per la scomparsa di Parra, abbiamo passato bei momenti insieme”.

Continua a leggere

Coppa Davis

Coppa Davis: Fognini e Sinner, niente impresa. Mektic e Pavic portano la Croazia a Madrid

Troppo forte la coppia croata per gli azzurri. L’Italia esce ai quarti di finale e deve rinviare i sogni di gloria. La Croazia va in semifinale e attende la Serbia di Djokovic o il Kazakistan

Pubblicato

il

da Torino il nostro inviato

N. Metkic/M. Pavic (CRO) – J. Sinner/F. Fognini (ITA) 6-3 6-4

L’orchestra croata suona all’impazzata e i sostenitori biancorossi esultano. Ne hanno ben d’onde perché i campioni del 2018 hanno espugnato il Pala-Alpitour staccando il biglietto per Madrid e per la semifinale contro la vincente di Serbia-Kazakistan.

 


Per l’Italia è una cocente delusione, ma dopo il clamoroso ko di Sonego contro il numero 276 del mondo Borna Gojo e la grande rimonta di Jannik Sinner contro Marin  Cilic, battere il doppio croato Mektic-Pavic, coppia più forte al mondo, era un’impresa ai limiti dell’impossibile per Fognini e Jannik, preferito a Bolelli.

La squadra di capitan Volandri, non dimentichiamolo, orfana del suo numero uno Matteo Berrettini infortunatosi durante le Atp Finals (ma anche i croati hanno dovuto rinunciare al lungodegente Borna Coric), ha pagato forse lo scotto dell’inesperienza di Lorenzo Sonego, esordiente  in Davis e la necessità di improvvisare la composizione del doppio. E così il sogno di eguagliare la mitica formazione del 1976 si è infranto sullo scoglio croato. Ma è una squadra giovane e sicuramente nei prossimi anni avrà la chance di arrivare fino in fondo a questa manifestazione.

La partita
Loro sono il numero 1 e il numero 2 del mondo nelle classifiche di doppio e quest’anno hanno vinto nove tornei tra cui Wimbledon, le Olimpiadi di Tokyo, Roma, Montecarlo e Miami.
Per trovare Fabio Fognini e Jannik Sinner in classifica dobbiamo andare oltre la pagina dei primi 100 e inoltre i due hanno giocato insieme per la prima volta l’altra notte (hanno finito alle 02.30) contro i colombiani, perdendo di misura.
Ma quanto contano le classifiche in un doppio decisivo in Coppa Davis?
In ogni caso Fabio uno slam in doppio lo ha vinto con Bolelli qualche anno fa e Jannik…beh è Jannik! Come ha detto Capitan Volandri, può giocare singolo, doppio e triplo.

Alla prova del campo però la coppia croata si dimostra subito di livello superiore alla nostra, purtroppo  improvvisata. I game con Fognini al servizio sono quelli critici per i nostri, non solo perché Fabio è poco incisivo con quel colpo ma anche perché Jannik a rete ha ancora difficoltà nella scelta della posizione e del tempo di inserimento. Il break infatti arriva con Fabio in battuta (3-1) e sul 5-2 gli azzurri sono bravi ad annullare con coraggio e qualche numero ben 5 set point. Pavic con il suo servizio mancino  è però implacabile e in 37 minuti la Croazia si aggiudica il primo set.

Fabio e Jannik parlano molto, cercando un’intesa che per i nostri avversari ha vecchia data. Fognini appare un po’ spento emotivamente, difatti è sempre e solo Sinner ad invocare l’aiuto del pubblico con ampi gesti.

I nostri si salvano dal break nel terzo gioco del secondo parziale, sempre sul sevizio Fogna, grazie ad una prodezza con il rovescio del ligure ma non hanno chance nei turni di battuta croati.


Pavic per fortuna concede qualcosina a rete ma è ancora e sempre nel turno di battuta di Fognini che andiamo in difficoltà e finiamo per concedere nuovamente il vantaggio ai croati (4-3) con un doppio fallo dell’ex numero 1 azzurro che si trattiene a stento fallo svegliare la racchetta al suolo.
Il pubblico prova a scaldare gli azzurri con un mogio popopopopo ma Pavic è inscalfibile e chiude i giochi con un ace dopo un ‘ora e diciannove minuti di dominio croato.

 
 
 
 
 
View this post on Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

A post shared by Ubitennis (@ubitennis)

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement