La piccola biblioteca di Ubitennis: one more Francesca

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La piccola biblioteca di Ubitennis: one more Francesca

Per gli immancabili venerdì letterari di Ubitennis un libro che ricostruisce la storia sportiva e la personalità della leonessa d’Italia, esclusa dagli Internazionali

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Musso M., Il meraviglioso mondo di Francesca (Francesca Schiavone si racconta), Lìmina Edizioni, 2011, pagg. 326.

Nella prefazione a “Il Meraviglioso Mondo di Francesca”, Rino Tommasi inquadra esattamente che cosa dobbiamo attenderci dalla lettura di questo libro: “Il racconto di Matteo Musso rivela l’eccellente e quasi complice rapporto che deve esserci stato tra l’autore e la campionessa, confermato anche dalla discrezione con cui nella cronaca, precisa e puntuale, ci sono situazioni esclusivamente tennistiche senza il minimo riferimento a quella cronaca rosa che si ritrova invece nelle biografie delle campionesse del tennis (Graf, Evert, Navratilova, Lenglen)”. (Pag. 4).

Si percepisce subito, infatti, fin dalle prime righe, che l’autore è un fan di Francesca Schiavone. La conosce da anni, almeno dall’impresa dell’Italia in Fed Cup nel 2006, quando le ragazze di capitan Barazzutti conquistano il primo titolo a squadre contro il Belgio di Justine Henin (seguiranno altri due trionfi, nel 2009 e nel 2010, entrambi contro gli Stati Uniti e entrambi con Francesca tra le protagoniste). Matteo e Francesca non solo si conoscono da tempo, ma nutrono stima uno per l’altra, aspetto questo, che, molto probabilmente, ha determinato il carattere dell’opera e il suo taglio esclusivamente “sportivo”. Interessante anche il metodo espositivo adottato da Musso. In genere una biografia è scritta in terza persona dall’autore, che non è il soggetto dell’opera. Un’autobiografia, invece, è raccontata in prima persona dal protagonista stesso, oppure è un libro intervista. L’opera di Matteo Musso è un crocevia tra queste varianti. È narrato in terza persona ma gli “interventi” di Francesca (evidenziati nel testo dal carattere corsivo) sono frequentissimi, tanto che alla fine l’opera è un po’ biografia e un po’ autobiografia.

 

Con questa continua alternanza di voci si dipana, lungo oltre 300 pagine, la cronaca della carriera agonistica della Schiavone. Il libro, uscito nel 2011, si ferma a un periodo ancora radioso della carriera di Francesca e copre un arco di tempo di oltre vent’anni. Si inizia dai primi colpi tirati a nove anni all’Accademia Inter di Milano, a due passi dalla sua casa in via Cilea, quartiere Gallarate, fino alla seconda finale in terra parigina, quel Roland Garros 2011 che avrebbe dovuto consacrarla per la seconda volta campionessa di Francia ma che la vede sconfitta dalla cinese Na Li.

Il libro si divide idealmente in quattro parti. La prima (cap. 1) riguarda gli inizi, i primi tentativi con il tennis, l’alternanza fra tennis e altre discipline fino alla scelta definitiva per lo sport della racchetta. È una progressione costante, dai titoli a squadre vinti tra il 1993 e 1994 con il Tc Milano e il titolo italiano Under 14, fino al 2000, vero anno di svolta, con la partecipazione a tornei internazionali e l’ingresso nelle prime 100 della classifica WTA. Francesca ragazzina ha la stessa grinta, determinazione, voglia di migliorare, imparare, allenarsi, divertirsi, competere che ha oggi, a 37 anni, alle soglie del ritiro, annunciato per la fine del 2017. La seconda parte, dal 2001 al 2006 (capp. 2, 3 e 4), si apre con il resoconto di un episodio oggi dai più dimenticato, ovvero l’adesione della Schiavone, nel 2001, alla “grande protesta” dei tennisti italiani contro la FIT, rea di non aver coinvolto gli atleti nella scelta dei capitani di Davis e Fed Cup e dei rappresentanti del consiglio. Questa adesione costò a Francesca la wild card per gli Internazionali d’Italia, a cui parteciperà partendo dalle qualificazioni.

Il 2001, tuttavia, è un anno importante soprattutto per i quarti di finale raggiunti al Roland Garros, dove verrà sconfitta da Martina Hingis (al tempo N. 1 WTA). Interessanti sono le parole di Francesca su questa esperienza fondamentale, che getta le basi della lunga rincorsa al trionfo parigino del 2010. Ecco la dichiarazione rilasciata dopo la vittoria contro la sudafricana Cara Black (N. 37 WTA) che le apre le porte dei quarti di finale: Arrivare alla seconda settimana del Roland Garros non è un sogno: sto migliorando, di giorno in giorno. Battere una più esperta nelle condizioni più difficili dà maggiore consapevolezza dei propri mezzi, è costruttivo soprattutto dentro. E nei momenti più difficili so che è decisiva la tua voglia di vincere, quanto hai sofferto prima, quanto lavoro ci hai messo, quello che hai passato, soprattutto quando non mi piaceva allenarmi, ma ho continuato. È quella la forza”. (Pag. 53). E queste sono le parole dopo aver perso dalla campionessa svizzera: “All’inizio del match con la Hingis avevo addosso troppa adrenalina e non sono riuscita a canalizzarla nel modo migliore, e poi devo ancora imparare a spostarmi al momento giusto sul colpo giusto, dritto o rovescio che sia. Lei non sbaglia mai la scelta”. (Pag. 55).

Schiavone analizza il proprio gioco e studia quello dell’avversario. Osserva i grandi tennisti per imparare e adattare i loro punti di forza alle caratteristiche del suo tennis. Ecco cosa dice a questo proposito: “Alla Hingis prenderei il tempo e come vede la palla, a Sampras la semplicità e il servizio. Di Rafter vorrei la volée e la posizione a rete, di Hewitt la grinta. Di Ferrero mi piace tantissimo il dritto a sventaglio: come vorrei averlo anch’io”. (Pag. 54).

Questa peculiare visione del tennis di Francesca ritorna lungo tutta la sua carriera. Non smette mai di trarre stimoli dagli altri, dall’ambiente circostante, dalle persone, tecnici, allenatori, giocatori, con cui entra in contatto. Il bisogno di un rapporto empatico con il prossimo e la passione viscerale per il tennis sono le caratteristiche che la accompagnano da sempre, assieme alla necessità di migliorare continuamente il proprio gioco. Ma per migliorare il proprio gioco bisogna conoscerlo e, soprattutto, conoscere se stessi, saper gestire le emozioni, indirizzare le energie verso un obiettivo che può anche non essere la vittoria a tutti i costi ma il “miglioramento”, parola magica che ritorna in moltissime interviste in anni diversi anche lontani fra loro. Per soddisfare questa pressante esigenza interiore si rivolge al dottor Parmigiani, che dal 1998 è il mental coach della Schiavone.

Questo, d’altronde, è per Francesca un periodo di incontri fondamentali, come quello, nel 2002, con l’allenatore argentino Panajotti, con cui raggiungerà traguardi importanti, come i quarti di finale agli US Open del 2003 e sempre i quarti agli Australian Open del 2006. Nel 2007 arriverà il primo titolo WTA, a Bad Gastein, nel 2009 ci sarà l’importante vittoria alla Kremlin Cup di Mosca. Non si può dimenticare, poi, l’incontro forse più importante di Francesca, quello con Corrado Barazzutti, che la convocherà ripetutamente in Fed Cup e che nel 2009 diventerà il suo coach. Interessanti, in questo contesto di crescita continua, le parole di Francesca, che stigmatizzano alcuni aspetti della vita quotidiana del tennista in generale e della sua in particolare. La solitudine: “In realtà io non so cosa significhi vivere normalmente, da anni la mia vita è questa. Non posso fare confronti. Posso dire che nei momenti estremi, di grande felicità o di dolore profondo, non hai intorno nessuno per condividere queste emozioni. C’è il telefono, ci sono le mail per restare in contatto, e vanno benissimo. Ma ti manca la possibilità di curare un rapporto da vicino, di coltivarlo. Non solo sentimentale, anche di amicizia”. (Pag. 83). Il tempo libero: “Il mio tempo libero? Amo mangiare, oziare, giocare a qualcosa, magari sfidare qualcuno, mettermi alla prova. In alcuni momenti mi piace stare con gli amici, in altri, da sola. Da anni tengo un diario, dove scrivo tutto, sempre di seguito, perché è il mio discorso, la mia vita (…) Scrivo quello che provo: ci sono tante pagine nere, d’amore e di gioia. Ci sono io”. (Pag. 84). Le letture: “Sei, sette anni fa leggevo spesso testi di psicologia, di filosofia zen, sulla liberazione del proprio spirito, e cose di questo genere. Oggi non lo faccio più, non perché non voglia più imparare, ma semplicemente perché ho scelto la mia strada e vado verso una direzione precisa (…) Oggi leggo per rilassarmi, cose più semplici, da Ken Follet a Stieg Larsson”. (Pag. 84).

La terza parte del libro (cap. 5) è quella più interessante. Per oltre 60 pagine si dipana in modo dettagliato, con ritmo incalzante, incontro dopo incontro, set dopo set, game dopo game, il racconto della meravigliosa, vittoriosa cavalcata verso il titolo di Parigi del 2010, con la superba finale giocata contro Samantha Stosur che, detto per inciso, era data nettamente favorita. Man mano che cadono le teste delle avversarie (Kulikova, Ferguson, Li, Kirilenko, Wozniacki, Dementieva), il sogno diventa sempre più reale, fino all’apoteosi del 6-3 7-6 inflitto all’australiana e quelle parole, ormai famose, pronunciate durante il discorso di ringraziamento e indirizzate agli appassionati arrivati in massa dall’Italia per sostenerla: “Ma che facce avete?”. Mi ha colpito e divertito, a proposito della finale, anzi della vigilia della finale, la risposta di Francesca a chi le chiedeva come avesse preparato l’incontro il giorno prima del grande match: “Prima della finale ho fatto cose assurde. Il giorno precedente, verso le sei di sera, ho chiesto che qualcuno venisse a farmi una manicure, cosa che io non faccio mai. Mi sono chiesta perché. Ed era perché io volevo alzare quella coppa e quando l’alzavo volevo avere le unghie fatte bene e che tutto fosse perfetto. È una cosa assurda”. (Pag. 158).

Dopo la vittoria a Parigi le cose cambiano, arriva la top ten (migliore posizione N. 4 nel gennaio 2011), il record di essere l’unica tennista italiana ad aver vinto una prova del Grande Slam, primato detenuto fino alla vittoria di Flavia Pennetta agli US Open 2015. Arriva anche un’esposizione mediatica mai avuta prima, inviti a trasmissioni televisive, interviste, servizi fotografici, arrivano i complimenti dei grandi campioni del passato: McEnroe, Navratilova, Wilander. Tutti sottolineano il particolare modo di giocare di Francesca, la capacità di variare, la scelta di affidarsi alla tattica più che alla potenza, quel rovescio a una mano così efficace e raro nel tennis femminile, il gioco prepotentemente d’attacco, la personalità grintosa, appassionata, che non nasconde mai le emozioni, belle o brutte che siano.

La quarta parte del libro (capp. 6, 7 e 8) è dedicata al dopo Parigi 2010. È un periodo di alti e bassi fino al nuovo acuto della finale, persa, sempre a Parigi, l’anno successivo. Prima, c’era stata quella partita pazzesca (ottavi di finale), vittoriosa, contro la Kuznetsova all’Australian Open: 6-4 1-6 16-14 in 4 ore e 44 minuti di lotta senza esclusione di colpi. Degne di nota sono le interviste incluse nel libro, che completano l’immagine della Schiavone tennista “vista dall’esterno”. I personaggi che hanno dato il loro contributo in questo senso sono nomi noti e, alcuni, notissimi del panorama tennistico italiano e internazionale: Barbara Rossi, Raffaella Reggi, Tathiana Garbin, Rita Grande, Martina Navratilova, Vincenzo Martucci.

Il libro si conclude con una vera e propria intervista a Francesca, realizzata durante il Roland Garros 2011. Matteo Musso, però, si congeda da noi con un’interessante “coda”. Dopo l’intervista, infatti, il lettore può consultare una ricca appendice: “Tutti i numeri di Francesca”, dove sono riportati gli incontri disputati nel circuito maggiore dalla Leonessa dal 1996 al 2011, corredati di luoghi, date, avversarie, risultati, montepremi.

Carlo Cocconi

Nota di Pier Paolo Zampieri

Tra le tante cose che mi piacciono del tennis ci sono gli occhi. Il modo in cui cercano la palla che galleggia nell’aria, come se il destino dell’universo dipendesse da quell’istante, il rallenty di quando si abbassano nel momento in cui hanno perso la partita, le dilatazioni orgasmatiche verso il cielo dopo una vittoria, la sfida e il rispetto verso l’avversario dall’altra parte della rete che è sempre e solo uno specchio. Tra tutti gli occhi, soprattutto nelle tenniste, mi piacciono quelli in cui il professionismo non ha espulso quel grammo di pazzia che è il perno di ogni storia. Bene, non so se Francesca sia stata davvero la più forte tennista italiana, sicuramente nei suoi occhi c’è ancora oggi tutta la gioia e la pazzia di una ragazza che, non invitata al gran ballo, ha osato morsicare il tetto del mondo. Quegli occhi meravigliosi mi dicono che anche se gli anni sono 37 e il sipario si avvicina, c’è ancora fame, se non di un trofeo di uno di quegli applausi che fanno venire giù lo stadio. Che è poi il vero e unico motivo per cui i bambini cominciano a giocare a tennis e solo i pazzi, per fortuna, continuano.

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WTA Lione: Jasmine Paolini batte in scioltezza Andreeva e si regala la sfida contro Caroline Garcia

Facile successo per la nostra giocatrice contro la giovanissima qualificata russa. Grande sfida contro la beniamina di casa nei quarti

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J. Paolini b. [Q] E. Andreeva 6-2 6-3

Vince e convince Jasmine Paolini che lascia appena cinque game alla diciottenne russa Erika Andreeva, conquistando i quarti di finale dell’Open 6e Sens Métropole de Lyon. La tennista italiana affronterà domani non prima delle 17.30 la testa di serie numero 1 e idolo di casa Caroline Garcia: l’asticella si alza, ma la toscana è pronta per giocarsela a viso aperto.

Inizio di partita convincente da parte di Paolini che concede poco al servizio e comanda con i colpi di inizio gioco, specie con il dritto con il quale riesce a spingere soprattutto con lo sventaglio. Emerge un po’ di inesperienza da parte di Andreeva che, quando riesce ad aprirsi il campo, spesso sbaglia la scelta finale o la conclusione. La toscana riesce a ottenere il break nel quarto gioco sfruttando gli errori della russa e consolida il suo vantaggio con due turni di battuta laboriosi, ma entrambi tenuti ai vantaggi nonostante qualche imperfezione di troppo in fase offensiva. L’azzurra torna a rispondere con continuità nell’ultimo game e forza gli errori della giovane russa: il dritto della tennista di Castelnuovo Garfagnana ha fatto la differenza nel bene e nel male nel primo parziale vinto per 6-2.

 

La russa sembra prendere coraggio nel secondo set: qualche smorzata giocata molto bene e segni di incitamento per far sentire la presenza a Paolini. Nel quarto gioco la giocatrice italiana sbaglia due risposte di troppo e non riesce ad arrivare a palla break, malgrado qualche seconda in più della sua avversaria. L’attuale numero 66 del mondo serve particolarmente bene, concedendo le briciole alla classe 2004 di Krasnojarsk. Andreeva sul 2-3 regala: doppio fallo in apertura di game, prime di servizio che scarseggiano e l’allieva di Renzo Furlan spinge bene sin dalla risposta per prendersi il comando degli scambi e spostare la sua avversaria. Oltre a servire in maniera perfetta, Paolini continua a rispondere come un treno e si procura un match point: un rovescio nello scambio che esce di un soffio nega la gioia all’azzurra, ma la chiusura è solo rimandata al game successivo con tre punti diretti con il servizio e un rovescio in diagonale: la numero 3 d’Italia arriva lanciata alla sfida contro Caroline Garcia, non avendo concesso neanche una palla break. In precedenza la francese aveva rimontato Alison Van Uytvanch 2-6 6-0 6-1

Il tabellone completo

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Programma denso per Sinner, Sonego e Musetti. Berrettini aspetta Acapulco: il febbraio dei tennisti italiani

Dopo un Australian Open deludente, per i principali azzurri è tempo di cercare punti importanti per la classifica verso Indian Wells e Miami: ecco i loro prossimi impegni

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Nazionale Italiana - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Musetti e Berrettini fuori al primo turno, Sonego al secondo: per quasi tutti i principali tennisti italiani è stato un Australian Open sicuramente inferiore alle aspettative. Solo il bilancio di Sinner è sufficiente, essendosi arreso solo al quinto set a Tsitsipas, il finalista del torneo. Chiusa la parentesi dell’estate australiana, con il mese di febbraio gli alfieri azzurri voltano pagina e si buttano a capofitto negli ATP 500 e ATP 250 in calendario con l’obiettivo di mettere insieme punti importanti per la classifica in vista di Indian Wells e Miami. Facciamo allora un breve punto sul programma di febbraio dei principali tennisti italiani tenendo presente che Fabio Fognini è attualmente ai box per infortunio e che l’Italia non partecipa ai Qualifiers di Coppa Davis di questo weekend perchè già ammessa alla fase a gironi di settembre.

Sinner sceglie i tornei indoor europei

Da Jannik Sinner a Melbourne sono arrivati segnali confortanti, ma ora è tempo di migliorare la classifica: l’attuale numero 17 non rende pienamente merito alle sue potenzialità e l’obiettivo non può che essere quello di riavvicinarsi ai primi dieci del mondo per incontrare tennisti del livello di Tsitsipas più avanti degli ottavi nei principali tornei. Ecco perché il programma dell’altoatesino prevede tre tornei sulla superficie forse a lui più congeniale, il veloce indoor. Nel mese di febbraio Jannik ha optato per i tornei europei al coperto: sarà in campo in Francia, nei 250 di Montpellier e Marsiglia. In mezzo l’ATP 500 di Rotterdam a cui l’anno scorso non potè partecipare per via del Covid.

Musetti e la gira sudamericana su terra battuta

Lorenzo Musetti si gode il suo best ranking al n.18, ma ha bisogno di mettere fieno in cascina in questa prima parte dell’anno per difendere con più serenità le cambiali in scadenza da giugno in poi. Per questo – a differenza di quanto accadde nel 2022 – ha optato per un ritorno su quella che rimane la sua superficie preferita, la terra rossa. Giocherà la “gira sudamericana” sul mattone tritato partendo dall’Argentina Open di Buenos Aires (ATP 250), poi si trasferirà in Brasile per il Rio Open (ATP 500), infine volerà in Cile per l’altro ATP 250 di Santiago.

 

Berrettini, settimane di allenamento verso Acapulco

Scelta in controtendenza rispetto ai suoi compagni di Nazionale per Matteo Berrettini, che al momento è iscritto a un solo torneo in questo mese, l’ATP 500 di Acapulco che si gioca a cavallo tra febbraio e marzo. Il tennista romano, nonostante sia scivolato al n.22 ATP, ha scelto – come fanno molti top player – di effettuare un richiamo di preparazione in un mese che può essere interpretato come la vera off-season per i tennisti di vertice. Una mossa che potrebbe essere dettata anche dalla necessità di lavorare sulla forma fisica e sulla prevenzione degli infortuni per puntare ad arrivare al meglio della forma alla stagione della terra rossa europea. Da Montecarlo al Roland Garros, Matteo non difende alcun punto perché l’anno scorso non giocò per infortunio.

Sonego tra l’Europa e i ricchi tornei arabi

Lorenzo Sonego fa all-in e dopo la sconfitta al secondo turno di Melbourne contro Hurkacz punta a disputare quattro tornei in questo mese, con l’obiettivo di tornare saldamente nella Top 50 (oggi è 51). Non ha molti punti da difendere: l’anno scorso di questi tempi raccolse come miglior risultato una semifinale a Buenos Aires. Quest’anno per il torinese niente terra rossa sudamericana ma tornei sul veloce, sperando di ripetere l’exploit di Metz 2022. Vedremo Sonego a Montpellier (250) e Rotterdam (500), poi volerà nella penisola araba, dove è dentro ai tornei di Doha (250) e Dubai (500).

Terra rossa sudamericana per Marco Cecchinato

L’ultimo tennista italiano nella Top 100, Marco Cecchinato (attualmente al numero 95 ATP), ha in programma di volare in Sudamerica per sfruttare i tornei su terra battuta. Attualmente è dentro al tabellone principale di Cordoba, al via la prossima settimana. Poi dovrebbe giocare le qualificazioni a Buenos Aires e Rio De Janeiro; è iscritto anche a Santiago, dove al momento è fuori dal main draw di due posti.

Il febbraio dei principali tennisti italiani: il programma
6/12 febbraio: Sinner e Sonego a Montpellier, Cecchinato a Cordoba
13/19 febbraio: Musetti a Buenos Aires, Sinner e Sonego a Rotterdam
20/26 febbraio: Musetti a Rio De Janeiro, Sinner a Marsiglia, Sonego a Doha
27 febbraio/3 marzo: Musetti a Santiago, Berrettini ad Acapulco, Sonego a Dubai

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Camilla Rosatello: “Alla United Cup Berrettini e Musetti mi trattavano come una loro pari. Da Swiatek ho capito cosa significa giocare al top” [ESCLUSIVA]

Protagonista in doppio misto alla United Cup, Camilla Rosatello parla apertamente ad Ubitennis anche di Australian Open: “È solo un caso che i miei compagni siano usciti tutti al primo turno”

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Camilla Rosatello esulta tra Vavassori e Musetti per il Team Italia - United Cup 2023 (Photo Credit: Tennis Australia/Dan Peled)

Il primo, intenso mese della stagione 2023 si prepara ad andare in archivio. La United Cup e i successi degli imbattibili Novak Djokovic e Aryna Sabalenka – entrambi vincitori di un altro torneo oltre l’Australian Open e ancora senza sconfitte – sono stati gli highlights di questo scoppiettante gennaio oceanico. Se il primo Slam della stagione non ha regalato molte gioie all’Italia del tennis, con il solo Jannik Sinner approdato alla seconda settimana, a fare da contraltare c’è il successo sfiorato nella neonata United Cup, competizione mista al primo anno di vita che ha già però impressionato positivamente giocatori e addetti ai lavori.

L’Italia è andata ad un passo dall’impresa, arrendendosi soltanto in finale di fronte ai fortissimi Stati Uniti. Abbiamo intervistato una delle protagoniste della squadra azzurra, Camilla Rosatello, sempre protagonista in doppio misto seppur con compagni diversi. Gentile, disponibile e molto educata, Camilla è attualmente numero 235 del mondo in singolare e 174 in doppio e, guardandosi indietro di qualche anno, può vantare una vittoria contro chi oggi sembra inscalfibile. A fine agosto 2017 infatti, al primo turno di qualificazioni dello US Open, Rosatello rimontò e vinse 5-7 6-4 6-3 contro l’allora n°110 del ranking Aryna Sabalenka.

Immagino che la United Cup sia stata una grande esperienza: com’è stato giocare al fianco di Berrettini e Musetti?

 

CAMILLA ROSATELLO: “È stato fantastico, un’esperienza che mi ha aiutato e può aiutarmi molto nell’arco di questa stagione. Devo dire che siamo stati da subito una bella squadra, fuori dal campo si sono creati dei bei rapporti umani ed è quindi stato più facile giocare insieme. Io ho una classifica e loro ne hanno un’altra, quindi avrebbero potuto farmi pesare il fatto di essere meno forte, però questa è una sensazione che non ho mai avuto. Mi hanno sempre aiutato e trattato come una giocatrice alla loro pari, quindi è stato molto più semplice esprimermi. Credo che sia partito tutto dal nostro rapporto fuori dal campo: eravamo molto uniti e andavamo sempre fuori a cena insieme, come se fosse quasi una Coppa Davis o una Fed Cup. Così era più facile gestire momenti di pressione e difficoltà durante i match, conoscendoci meglio fuori è anche più facile sapere come aiutarci dentro“.

Che cosa si prova ad avere dall’altra parte della rete la n°1 del mondo? Che cosa pensavi prima di scendere in campo? Ci hai parlato?

CAMILLA ROSATELLO: “Ero onorata di poter giocare contro di lei, non tutti hanno questa possibilità. È stato bello ma molto difficile, giocare contro lei e Hurkacz non era una partita facile a prescindere. Swiatek rispondeva molto bene anche al servizio di Musetti, mi ha fatto capire che ci sono molti margini di miglioramento e mi ha mostrato il livello top del tennis femminile. È stato bellissimo affrontarla, l’ho presa come un’esperienza molto positiva. Non ci ho mai parlato, ma mi sembra molto educata: salutava sempre tutti, però non siamo mai andate oltre il semplice saluto”.

Consocevi meglio qualche altra giocatrice? Che rapporto avevi invece con con Lucia Bronzetti, Martina Trevisan e gli altri membri della squadra?

CAMILLA ROSATELLO: “Una giocatrice che conoscevo da tempo è Haddad Maia, giravamo spesso insieme qualche anno fa. Quando queste persone diventano più forti spesso diventano più riservate, invece ‘Bia’ non è cambiata per niente ed è rimasta con i piedi per terra. Con lei avevo un po’ più di rapporto e ho scambiato qualche parola in più, così come Bencic, che è sempre molto educata e carina. Conoscevo anche Maria Sakkari, ma dopo aver perso la prima partita contro Martina non era proprio il momento migliore per scambiare due chiacchiere.

Passando alle mie compagne, conoscevo molto bene Lucia: ci siamo allenate molto tempo insieme facendo anche diversi tornei, era quella che conoscevo di più. Avevo già avuto a che fare anche con Martina, ma era tanto che non la vedevo, così come con Matteo Berrettini. Chi non avevo mai visto invece era Lorenzo Musetti, forse al massimo una o due volte, ma non ci avevo mai parlato. Con Vavassori e Bortolotti, invece, avevamo fatto dei tornei in Spagna a novembre 2022, parlando anche di United Cup. Abbiamo creato davvero un bel gruppo, si lottava tutti per un unico obiettivo ma si viveva tutto in modo molto sereno, tranquillo e divertente.”

Quanto tempo prima dell’inizio della United Cup avete iniziato a sentirvi o vedervi?

CAMILLA ROSATELLO: Avevamo fatto un gruppo su WhatsApp tempo prima, già da metà dicembre avevamo iniziato ad organizzare gli arrivi e scherzavamo e ridevamo tanto sul gruppo. Non conoscevo Vincenzo Santopadre, ma si è rivelato una persona davvero fantastica: sa unire la parte più seria, quando sei in campo, con quella divertente che serve a farti rilassare e non avere troppa tensione. È stato un capitano fantastico, non c’è dubbio: ci ha aiutato tantissimo”.

Se dovessi scegliere una persona sola della squadra con cui uscire a cena, allenatori inclusi, chi sceglieresti?

CAMILLA ROSATELLO: Direi Musetti, perché con lui ho creato un bel legame nonostante fosse colui che conoscevo meno. Quindi sì, o lui o Lucia Bronzetti.

Prima abbiamo parlato di Iga Swiatek, com’è invece giocare contro un top10 come Hurkacz? Quanto è stato difficile rispondere al suo servizio?

CAMILLA ROSATELLO: Se avessi risposto qualche volta te lo saprei dire! Ho preso tantissimi ace in quelle due settimane, non ne ho mai presi così tanti in tutta la vita. Il campo era anche piuttosto veloce ed era già complicato rispondere ad una donna che serve bene, figuriamoci ad un uomo. Su questo aspetto Matteo e Muso mi hanno aiutato molto, mi dicevano di fare attenzione ad alcuni particolari come il lancio di palla o i movimenti. Poi comunque, alla fine, ero costretta a scegliere un angolo: coprire tutto era impensabile, soprattutto nel caso dei servizi ad uscire perché la palla si allargava molto. Chiedevo spesso aiuto a Berrettini e Musetti sugli angoli da coprire“.

Ti farebbe piacere giocare di nuovo la United Cup il prossimo anno? Vi aspettavate di arrivare in finale già dalla prima edizione?

CAMILLA ROSATELLO: Assolutamente sì, la rigiocherei con grande piacere! Non abbiamo mai parlato di obiettivi in realtà, ognuno durante i suoi match pensava a far bene e portare a casa il suo risultato. Non c’era secondo me l’idea di andare subito in finale, anche se ovviamente volevamo dare il massimo perché comunque stavamo vestendo la maglia della Nazionale. Per me avere indosso la maglia azzurra è sempre qualcosa di fantastico, ma non so se tutti si aspettavano che avremmo raggiunto la finale“.

Come vivevate il tempo fuori dal campo tra un match e l’altro e nei giorni in cui dovevate viaggiare? C’era qualcuno scaramantico in squadra per cui magari avevate sempre le stesse abitudini?

CAMILLA ROSATELLO: Di solito i giorni di riposo erano dedicati agli allenamenti. È stato bello, per me, aver avuto la possibilità di allenarmi anche con i ragazzi e non soltanto con le ragazze. Un giorno, ad esempio, si sono allenati insieme Matteo e Martina, un’altra volta è toccato a me con Lorenzo. Quanto a scaramanzie direi di no, andavamo spesso in un solo ristorante ma perché ci piaceva molto lì! Sui viaggi, secondo me potevano essere gestiti un po’ meglio. Quando siamo andati da Brisbane a Sydney avevamo soltanto un giorno di recupero e l’abbiamo speso per viaggiare: un giorno in più non sarebbe stato male”.

Per essere la prima edizione nel complesso è andata bene, ma di certo si potrebbero migliorare alcuni aspetti, come ad esempio quelle delle varie location e spostamenti. Tu che cosa proporresti?

CAMILLA ROSATELLO: “Secondo me dovrebbe essere aggiunta una quarta città per disputare le finali. Gli USA sono stati favoriti rimanendo sempre a Sydney. Anche se avrebbero vinto comunque, perché avevano una grande squadra dove alla fine il più ‘scarso’ era Tiafoe, penso siano stati ulteriormente agevolati dalle varie circostanze. Noi, per dire, siamo partiti alle 7 del mattino avendo finito la sera prima a mezzanotte. Tra fare le valigie e tutto il resto avremo dormito tutti 4 ore, non è stato proprio il massimo.

Però ci è ancora andata bene, perché la Grecia ad esempio era nelle nostre stesse condizioni, ma ha dovuto fare tre ore e mezza di volo unite alle tre ore di fuso. In più loro giocavano con 38/40 gradi outdoor fino al giorno prima, invece a Sydney era indoor. Avendo noi giocato di sera la Final4 abbiamo avuto un po’ più di tempo per recuperare. La Polonia invece è arrivata alle 17.30 e il mattino dopo era subito in campo. Swiatek, infatti, ha fatto davvero fatica proprio a livello fisico, anche perché le condizioni erano molto diverse. Il campo a Sydney era molto più lento rispetto a Brisbane“.

Parlando di Australian Open, purtroppo tutti i tuoi compagni (Berrettini, Musetti, Bronzetti e Trevisan, ndr) sono usciti al primo turno. Pensi sia solo una coincidenza o magari c’è stata qualche difficoltà di adattamento?

CAMILLA ROSATELLO: Le due settimane di United Cup sono state molto intense. Io, per dire, arrivata alla domenica ero distrutta e dovevo subito ripartire il giorno dopo. Non so risponderti per loro, ma sicuramente avranno avuto quasi una settimana di tempo per adattarsi. Penso che le loro uscite premature siano state soltanto una coincidenza.

Hai visto qualche loro partita dal vivo?

CAMILLA ROSATELLO: Non sono riuscita, sono dovuta ripartire subito e non ho avuto modo di vederli. Anche in TV era complicato assistere ai match per via del fuso orario. Ho visto un piccolo pezzo della partita di Sinner contro Tsitsitsipas, ma per il resto durante la notte dormivo!”

Tra United Cup, Coppa Davis e Fed Cup credi che possa arrivare qualche successo dell’Italia?

CAMILLA ROSATELLO: Secondo me sì, anche se ormai Davis e Fed Cup sono molto più ridotte all’osso. Non si premia la profondità della squadra, bastano uno o due top20: penso sia più una questione di punte. Credo che in questo momento ci siano più possibilità di vincere a livello maschile, ci sono più giocatori in alto. Tuttavia, sul lungo termine si potrà arrivare anche ad una vittoria in Fed Cup”.

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