Murray: “Il miglior tennis lo giochi quando non pensi troppo”

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Murray: “Il miglior tennis lo giochi quando non pensi troppo”

Wimbledon, ottavi di finale: [1] A. Murray b. B. Paire 7-6(1) 6-4 6-4. L’intervista del dopo partita ad Andy Murray

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Dopo esserti lamentato della mancanza di preparazione su erba e dell’infortunio all’anca, sei più fiducioso ora?
Diciamo che, come ho detto all’inizio, ero in grado di giocare sette partite. In questo match sono riuscito a colpire la palla in modo molto pulito, mentre nelle prime due partite sentivo di non avere ritmo.

Hai giocato contro quattro giocatori davvero poco ortodossi. È questo che ti ha consentito di ritrovare il ritmo giusto?
Sì, sono stati quattro giocatori molto diversi l’uno dall’altro. Benoit (Paire ndt) ha giocato molti dropshot ma mai come Dustin (Brown ndt). Comunque negli ultimi due match ho potuto giocare più scambi lunghi e oggi mi sono sentito meglio.

Benoit ha detto di averti testato con delle palle corte per vedere come ti muovevi e constatato che eri rapido come una lepre. È un movimento istintivo?
Mi sono mosso bene, meglio che durante l’incontro con Fognini. Del resto sono stato costretto a muovermi molto. La cosa piacevole di oggi è che sono riuscito ad arrivare sui suoi colpi in ogni parte del campo e gli ho reso difficile superarmi con i suoi. La velocità della mia seconda palla sembra discreta, mentre la prima è lievemente più lenta del solito. Ma quest’anno è accaduto per tutti i giocatori, quindi potrebbe essere un problema di palle.

 

I neuroscienziati dicono che il gioco è talmente rapido che non si ha tempo di pensare.
Penso che il miglior tennis lo gioco quando non penso. Fai affidamento sull’istinto. Ecco perché è importante l’allenamento perché i tuoi movimenti diventano automatici e non analizzi troppo. Il fatto è che di solito quando pensi, alla fine pensi in negativo.

Traduzione di Milena Ferrante

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Conosciamo Lorenzo Giustino, il napoletano di Barcellona che ha conquistato Parigi

L’azzurro ha vinto contro Moutet il secondo match più lungo della storia del torneo. “Ho cercato i vincenti fino alla fine, non mi regalava nulla”. Sei italiani al secondo turno, sulla sua strada c’è Schwartzman

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Sto benissimo, andrò anche a farmi un giro per quanto mi sento fresco“. Ci scherza su, Lorenzo Giustino, propensione naturale alla battuta anche dopo la serata più bella della sua vita sportiva. O meglio, la due giorni: perché il romanzo da sei ore di cui è stato protagonista vincente è iniziato domenica. Il successo contro Corentin Moutet, 71 del mondo, gli ha fatto salire il conto in banca di 84.000 euro. Un quinto del totale guadagnato fino ieri in una carriera da operaio del tennis, arrivata a 29 anni senza la gioia del successo in un match nel circuito maggiore. Lorenzo, napoletano cresciuto e residente a Barcellona, si è ripreso tutto con gli interessi. Insieme al clamore suscitato dal secondo match più lungo di sempre al Roland Garros, secondo solo alle sei ore e 33 minuti di Santoro-Clement del 2004. Il primo per un italiano, superando Camporese-Becker dell’Australian Open 1991 (cinque ore e 11 minuti).

MARATONA – Domenica sera lo stop intorno alle 22:30, causa pioggia, con il tabellone fermo sul 4-3 e servizio per l’azzurro nel terzo set (dopo che ne avevano vinto uno per parte). “Mi sono messo a guardare insieme al mio allenatore Gianluca Carbone la partita tra Chardy e Rodionov – ha raccontato, sempre col sorriso – e ho detto: vuoi vedere che finisco anche io con un punteggio tipo 12-10 al quinto?“. È chiaramente andata anche peggio, con un quinto parziale durato tre ore e diventato guerra di nervi oltre che di colpi. Epopee generate dall’assenza del tie break, in partite che però poi rischiano di eliminare sul piano delle energie entrambi i giocatori. “Siamo rimasti solidi e centrati, sbagliando entrambi pochissimo – ha raccontato in sala stampa – per questo siamo arrivati al 18-16 del quinto. Nel finale in ogni caso ho provato a essere aggressivo, i punti dovevo farli cercando i vincenti perché lui non mi regalava davvero nulla“.

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Lorenzo Giustino, 29 anni da Napoli, ha vinto la partita più lunga giocata da un italiano nella storia dei tornei dello Slam. L'incontro è cominciato ieri, è stato sospeso sul punteggio di 0-6 7-6 4-3 e servizio per Giustino, è ricominciato oggi e si è prolungato fino al 18-16 nel quinto set: come è noto, al Roland Garros non esiste il tie-break al set decisivo. Giustino l'ha spuntata dopo oltre 6 ore, togliendosi la soddisfazione di vincere il suo primo incontro in un Major Si tratta di una partita da record su più fronti: è l'ottavo match più lungo dell'Era Open, il secondo qui al Roland Garros dopo il Santoro-Clement del 2004 e il quarto in assoluto negli Slam. Ecco la top 10 degli incontri più lunghi: 1️⃣ 11:05 – Isner b. Mahut – Wimbledon 2010 2️⃣ 06:43 – L. Mayer b. Souza – Coppa Davis 2015 3️⃣ 06:36 – Anderson b. Isner – Wimbledon 2018 4️⃣ 06:33 – Santoro b. Clement – Roland Garros 2004 5️⃣ 06:22 – McEnroe b. Wilander – Coppa Davis 1982 6️⃣ 06:21 – Becker b. McEnroe – Coppa Davis 1987 7️⃣ 06:15 – Clerc b. McEnroe – Coppa Davis 1980 8️⃣ 06:05 – GIUSTINO b. MOUTET – RG 2020 9️⃣ 06:04 – Clement b. Rosset – Coppa Davis 2001 🔟 06:01 – Tahiri b. Muller – Coppa Davis 2005 #rolandgarros #rolandgarros2020 #giustino #lorenzogiustino #record #tennis #instatennis #instasports

 

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COMBATTENTE – Per rendere l’idea dell’eccezionalità di quanto accaduto: Giustino, che ha nella vetrina di casa i trofei di nove Futures e un Challenger (Almaty 2019), ha giocato un totale di appena sei partite nel circuito maggiore. Nel tabellone principale di uno Slam ci era finito solo un’altra volta, da lucky loser all’ultimo Australian Open, perdendo in tre set da Raonic. Per ben 17 volte si era fermato alle qualificazioni. Ha messo piede a Parigi da numero 157 del mondo (è stato anche 127, un anno fa, prima di essere frenato da qualche guaio fisico) e stavolta si è finalmente arrampicato nel main draw con le sue mani: nei giorni scorsi ha battuto in serie Maximilian Marterer, Hugo Grenier e Dustin Brown sulla distanza dei tre set. “Sono molto migliorato negli ultimi due anni – ha raccontato -, non solo sul piano tecnico ma anche dal punto di vista mentale. L’ho dimostrato non solo in questa impresa, ma anche nelle qualificazioni, lottando in due casi fino ai terzi set vinti 7-5 e 7-6“.

ALLE RADICI – Lorenzo Giustino nasce tennisticamente a Barcellona, dove si è trasferito a sette anni insieme ai genitori che hanno scelto di lasciare Napoli per regalare ai figli un orizzonte più ampio (ora però sono rientrati in patria). Il fratello Gennaro, oggi, è medico a New York, dopo essersi specializzato in cardiologia al San Raffaele. Il giovanissimo Lorenzo inizia a palleggiare nell’accademia di Manuel Orantes, promette bene e si guadagna le attenzioni di guide di spessore: il suo primo allenatore è Albert Torras, diventato poi coach di Federico Delbonis. Ma anche Sergi Bruguera e il padre Luis hanno contribuito significativamente alla sua formazione da terraiolo, provando anche (senza esito) a suggerirgli di acquisire la cittadinanza sportiva spagnola.

Ha sempre avuto buone capacità di adattamento all’avversario e ha svelato, di recente, come la fase matura della sua carriera sia orientata alla qualità del lavoro e alla cura dei dettagli, dopo tanta quantità. Al secondo turno troverà forse uno dei giocatori più adatti ai campi e al clima di Parigi: Diego Schwartzman, fresco finalista di Roma. Ostacolo altissimo, ben più dei centimetri che l’argentino porterà sul campo. Nel frattempo, il napoletano di Barcellona ha contribuito al record: mai nell’era Open sei italiani si erano spinti al secondo turno del Roland Garros (in attesa che si concluda il match di Mager). Lui era decisamente il meno pronosticabile.

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Interviste

Berrettini: “Qui devo colpire a tutto braccio, non mi dispiace. Deve sbloccarsi un po’ la testa”

Matteo supera agevolmente il primo ostacolo: l’atteggiamento sembra quello giusto. “Mi adatto velocemente. I 6 italiani al secondo turno? Mi motiva ancora di più”

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Matteo Berrettini - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il terzo set è stato il più difficile, ma sentivo di essere molto in fiducia. Bisogna rimanere lì, concentrati, perché tutto può cambiare in ogni momento. Sono stato bravo a tenerlo sott’acqua“. Descrive così Matteo Berrettini la vittoria piuttosto agevole contro Vasek Pospisil, nel cui curriculum resterà fino al 2021 una sola gioia sulla terra nel circuito maggiore.

Rispetto ad altri, Matteo sembra essersi adattato abbastanza bene alle condizioni di gioco: “Le palle sono pesanti, piove e fa freddo. Tutto insieme non aiuta ed è molto diverso da Roma. Ho tirato le corde tre chili in meno e tutto sommato ho sensazioni positive; avevo iniziato con la tensione normale e mi sono accorto che la palla non camminava!” ha proseguito Matteo, lasciandosi sfuggire un sorriso. “Sicuramente molti altri giocatori hanno sentito lo stesso problema, ma quello che devi fare è abituarti. Oggi mi sono sentito bene in campo: mi sono accorto che devo colpire tutte le palle a tutto braccio, e non è una cosa che mi dispiace. Il servizio paga un pochino meno, ma se sei preciso sulla terra comunque ti apri il campo“.

Sul prossimo avversario, il sudafricano Lloyd Harris. “Ci ho giocato due volte contro da juniores, una volta proprio qui a Parigi nel 2014. Anche all’epoca si vedeva che avrebbe sviluppato un buon servizio. Gli piace giocare aggressivo, gioca meglio sul duro ma può essere pericoloso anche sulla terra. Non ci gioco da parecchio, dovrò un po’ adattarmi all’inizio“. Incrociando le dita, l’atteggiamento di Matteo sembra quello giusto e la serenità ne è diretta conseguenza, assieme all’ambizione di fare strada nel torneo: “Mi adatto abbastanza velocemente tra una superficie e l’altra, anche venendo da New York ci ho messo un paio di giorni – non è tantissimo. Deve sbloccarsi un po’ la testa: ho fatto molta fatica nei primi giorni, poi mi sono detto che trovare la strada per essere più pronto possibile“.

 

Una battuta anche sull’ottimo torneo disputato sinora dai tennisti italiani, in nove al secondo turno (sei uomini e tre donne). “Ovviamente serve avere ragazzi abbastanza pronti da giocare a questo livello, ma credo sia anche un po’ la conseguenza di quello che ha fatto Marco due anni fa e del lavoro della federazione sui giovani come me, Musetti e Sinner. Poi c’è il lavoro degli allenatori dei tennisti un po’ più grandi, come Caruso e Travaglia. Sono davvero contento per i tifosi italiani ed è molto positivo per me, perché mi motiva ancora di più. Ci aiutiamo e ci spingiamo a vicenda“.

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Bublik spiega la sua filosofia: “Il tennis è in buona parte fortuna”

Il tennista kazako, che ieri al Roland Garros ha conseguito la sua prima vittoria su un Top 10 contro Monfils, ha parlato della sua visione rilassata del mondo e di quando ha smesso di preoccuparsi del futuro, fra Goethe e Bill Gates

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Alexander Bublik - Roland Garros 2020 (via Twitter, @atptour)

Si scrive Alexander Bublik, si legge Jeffrey Lebowski. Intervistato dal direttore Scanagatta al termine della vittoria di lunedì contro Gael Monfils, il ventitreenne russo di passaporto kazako ha dichiarato, come The Dude del film dei fratelli Coen che ha ispirato il Dudeismo, una religione sbertucciata dai più ma assolutamente presa sul serio dai suoi fedeli, di ritenere superflue le preoccupazioni per il futuro, perché “se va bene ok, altrimenti va bene lo stesso”, e questo vale anche se non soprattutto per il tennis.

Secondo Bublik, che in conferenza è un diesel – parte piano ma alla lunga spazia per un imperdibile one-man show – il tennis “è molto semplice: se non stai prendendo le righe, allora vuol dire che non devi mirarle”. Soprattutto, il male assoluto della racchetta è pensare troppo, “perché se pensi troppo perdi”. Non c’è tattica o premeditazione nemmeno quando si parla dei suoi famigerati servizi da sotto, di cui lui ritiene di fare un parco utilizzo (“In fondo ne ho fatto solo uno a partita negli ultimi tre match”) e che oggi gli ha fruttato un ace e magari un’occhiataccia del francese, ma non è dato saperlo, perché se anche fosse a lui non interesserebbe: “Non studio gli avversari prima dei match, mi concentro sul mio gioco, e anche quando faccio ace con il servizio da sotto non guardo l’avversario, non me ne frega niente, quindi non saprei dire come abbia reagito. In fondo se ci si pensa bene la strategia migliore al servizio è fare 25 ace in due set, come è successo ad Amburgo contro Ramos [ne ha fatti 17, comunque tantissimi, ndr]”.

Proprio la battuta che potremmo definire “alla Chang” è uno snodo fondamentale della zeitgeist di Bublik, secondo il quale non solo il tennis è uno sport semplice e scevro di preparazione tattica (al prossimo turno affronterà Sonego, di cui coerentemente sa poco o nulla), ma è anche un’attività umana in cui la Dea Bendata la fa da padrona, mutatis mutandis: Il tennis è anche 20-30 percento fortuna, perché a volte fai un ace all’incrocio e il giorno dopo non lo fai e perdi. Chiaramente c’è una questione di abilità quando un Top 10 gioca contro il N.150, ma quando due giocatori dello stesso livello si affrontano, la fortuna è importante. Nel servizio da sotto la fortuna conta al 50, forse anche al 70 percento; per esempio, oggi ho fatto ace anche se lui aveva i piedi sulla riga, ho solo avuto fortuna con il timing del colpo”.

Non sono mancati dei commenti sulla vittoria di oggi, e anche sul suo significato: La parte peggiore dell’affrontare Monfils è… affrontare Monfils! Lui è partito male, perché mi ha sì breakkato ma mi ha anche dato tanto tempo per rientrare in partita. Sono contento perché verso la fine del quarto stavo lottando contro me stesso, e sono contento di essere riuscito a tirarmene fuori. È la mia prima vittoria su un Top 10, e per di più sulla terra, che non è certamente la mia superficie preferita. Questo mi fa pensare di potermela giocare contro chiunque, a parte forse Rafa o Dominic”.

La verità, però, è che vittoria di oggi è sì importante, per carità, ma fino a un certo punto, perché anche un risultato di questo tipo deve essere raggiunto senza preoccupazioni né elucubrazioni di sorta; queste le sue parole sul finale di partita, quando è riuscito a chiudere pur avendo perso il terzo: Non so come sono tornato in partita, forse sono solo cresciuto, non lo so, whatever [che giustamente sembra essere la sua parola inglese preferita, ndr]”.

Che il kazako fosse un tipo particolare era chiaro, ma le sfaccettature che emergono da questa intervista lo rendono ancora più affascinante, perché anche la semplicità è frutto di vissuti e di ragionamenti. Infatti, per quanto svagato possa apparire, il suo pensiero ha delle basi e delle cause molto precise, e anche il servizio da sotto, che come reificazione/feticcio sarebbe il suo White Russian (e d’altronde lui è un White Russian) in realtà è legato a delle scelte precise: “Lo eseguo solo da sinistra, perché è l’unico angolo in cui riesco davvero a fare una palla corta”.

Quand’è che Alexander ha smesso di preoccuparsi (senza però amare la bomba, per citare un altro film famoso)? “Nel 2018, quando sono sceso fino al N.220 o giù di lì [253, ndr] e pensavo di voler mollare il tennis; questo mi ha aiutato durante la pandemia, non mi stresso perché non c’è niente che possa fare a riguardo. Nel tennis vedi tanta gente che crolla mentalmente, soprattutto a livello Challenger e Futures, perché se arrivi a giocare uno Slam vuol dire che non hai così tanta pressione sulle spalle, e soprattutto hai realizzato i tuoi obiettivi”.

One of the best lobs you'll ever see 😂

Pubblicato da ATP Tour su Martedì 29 settembre 2020

La questione dell’ambizione (o della sua mancanza) è centrale per Bublik, che a 16 anni diceva proprio alla sua ultima vittima che l’avrebbe battuto entro tre primavere ma che oggi, memore degli alti e bassi delle scorse stagioni, la prende con spirito: Non sono ambizioso, devi avere obiettivi ma senza essere ambizioso, perché se poi fallisci diventi un alcolista o un nevrotico – per questo non mi alleno 15 ore al giorno né dormo con la racchetta. I grandi come Roger, Rafa, Elon Musk, Bill Gates, loro ce la fanno, ma sono una manciata di persone, tutti gli altri non raggiungono le stesse vette”.

Oggi dice che il suo obiettivo a lungo termine è vivere una vita normale, con moglie e figli, ma soprattutto, in questo momento, ciò di cui Bublik parla molto è la necessità di avere una guida più anziana, ulteriore segno che l’indifferenza è solo apparente, ed è anzi solo un mezzo per imparare a controllare quello che posso controllare, so che se il mio avversario tira un vincente lungolinea su una palla break non c’è niente che possa fare”.

Il suo sensei è un amico di 75 anni, di cui non fa il nome, la cui grande qualità è quella di indirizzarlo verso maestri ancora più venerabili, quelli che si possono trovare nei libri giusti: Non leggo per divertimento, leggo per trovare risposte; per esempio, anche il mental coach è importante, ma penso che le risposte si trovino nei libri, hai solo bisogno di qualcuno di più anziano di te che ti consigli cosa leggere. Finisco un paio di libri al mese, in questo momento sto leggendo il Faust di Goethe per la seconda volta”.

Anche in questo caso, però, la risposta è più complessa, e anche il rapporto fra Mentore e Telemaco si deve articolare su canali precisi secondo il Bublik-pensiero: “Non credo nel dare consigli, bisogna far vedere come si fa – le persone intelligenti con cui parlo non ti danno consigli, ma piuttosto un pensiero con cui lavorare. Ogni spunto è cangiante con questo ragazzo, e forse dietro a quest’attitudine sì che c’è una strategia, quella di non volerci dire chi è, anche se di sicuro sappiamo cos’è, vale a dire un gran tennista e una persona di raro interesse, anche se magari non fonderà una religione.

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