Addio a Jana Novotna, campionessa di cristallo

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Addio a Jana Novotna, campionessa di cristallo

Lutto nel mondo del tennis e dello sport. Dopo una lunga malattia, si è spenta Jana Novotna, campionessa dalla classe infinita e dalla rara dolcezza. Ex n. 2 in singolare (24 titoli) e n. 1 in doppio (76), Jana negli ultimi anni aveva iniziato la carriera di coach

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Dopo il pianto di gioia del nuovo Maestro 2017 Grigor Dimitrov nella serata di domenica, nella stessa giornata della dipartita del grande Pancho Segurasono lacrime di grande dolore quelle con cui si risveglia, lunedì 20 novembre, il mondo del tennis e dello sport. Jana Novotna non ce l’ha fatta. A 49 anni, dopo una lunga battaglia contro un male incurabile, Jana si è spenta in Repubblica Ceca, circondata dall’affetto della sua famiglia. Con lei se ne va una delle stelle più luminose del firmamento del tennis, un’atleta dal talento cristallino e dall’eleganza rara, nonché personalità delicata e discreta.

Una carriera brillante quella di Jana Novotna, elegante “danzatrice” in campo, dal repertorio completo, dotata di un sopraffino savoir faire, soprattutto nei pressi della rete. Ex n. 2 del mondo, la Novotna ha dato lustro alla sua bacheca con 24 sigilli, tra cui, il più prestigioso, il tanto agognato piatto di Wimbledon, conquistato nel 1998 in finale contro la francese Nathalie Tauziat. Si issa inoltre in altre 17 finali, tra cui una all’Australian Open nel 1991 e altre due nello slam londinese, nel 1993 e nel 1997. La sua inesauribile abilità le permette di eccellere anche nel doppio, tant’è che riuscirà a raggiungere la vetta del ranking della specialità nell’agosto del 1990 e a vantare ben 76 titoli, tra cui due Australian Open (in coppia con Helena Sukova e Arantxa Sanchez); tre Roland Garros (con Helena Sukova, Gigi Fernandez e Martina Hingis); quattro Wimbledon (due volte con Helena Sukova; con Sanchez e Hingis) e tre US Open (con Sanchez, Davemport e Hingis). Vince anche in doppio misto, due volte a Melbourne, una a Wimbledon e a New York, sempre con l’americano Jim Pugh.

Un tennis cristallino, quello di Jana. E aggressivo. Sempre. Un serve&volley da manuale, accompagnato da agilità e colpi di risoluzione, sempre in spinta. Ma, come il cristallo, la tennista ceca ha spesso ceduto alla grande fragilità. Tanti, troppi i fantasmi di cui era in preda in campo. Come quello più fatale che, nel 1993, nella centesima finale di singolare femminile a Wimbledon, le fa commettere un sanguinoso doppio fallo a pochi passi dalla vittoria, permettendo così a Steffi Graf di recuperare e vincere il titolo. Inconsolabile runner up, Novotna cede ai nervi e alla delusione, scoppiando in lacrime sulla spalla della Duchessa di Kent durante la cerimonia di premiazione.

 

Jana Novotna e la Duchessa di Kent, in un momento di straordinaria intensità

Maledetti fantasmi senza i quali Jana avrebbe potuto essere ancora più grande, in un’epoca in cui, nel fiore degli anni, si è trovata di fronte avversarie rulli compressori e più “glaciali” di lei, come Steffi Graf o Monica Seles; o gli enfant prodige più “incoscienti”, come Martina Hingis. Fantasmi che, finalmente, a Church Road, dopo il “disastro”, verranno debellati. Dopo le due finali perse nel 1993 e nel 1997 (contro la Hingis), nel 1998 la campionessa ceca guida finalmente il proprio destino verso il trionfo, nella vittoria più bella in carriera.

La Novotna vanta, inoltre, una vittoria in Federation Cup, nel 1988 (contro la Russia) e tre medaglie olimpiche, una di bronzo in singolare ad Atlanta e due d’argento, a Seoul e ancora ad Atlanta. Nel 2005 entra a far parte della International Tennis Hall of Fame.

Dopo l’addio alle competizioni, negli ultimi anni aveva abbracciato la carriera di coach; e, con la sua dipartita, il tennis non perde solo una delle giocatrici dal tennis più spettacolare di sempre, ma anche una grande fonte di ispirazione per tanti giovani atleti e campioni in erba che avrebbero potuto costruire il loro futuro accompagnati da una grande Maestra. Oggi, in cielo, una nuova stella ha cominciato a brillare. Riposa in pace, Jana.

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Flash

Svitolina dietro una racchetta: “Il tennis mi ha dato la vita”

I racconti più significativi di Behind the Racquet. Oggi è il turno di Elina Svitolina: “Se diventerò una top 10 sarò felice, pensavo. Ma mi sono ritrovata a piangere dopo le sconfitte”

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L’assenza di tennis giocato perdura – anche se il 3 agosto l’astinenza sarà lenita dall’inizio del Ladies Open di Palermo – e in queste settimane abbiamo pensato di tradurre in italiano alcune delle storie raccontate dai tennisti a “Behind the Racquet” che sono passate in sordina; le principali, quelle di cui vi abbiamo già parlato, le trovate qui.

Oggi parliamo di Elina Svitolina. La 25enne ucraina è una delle giocatrici più combattive del circuito WTA, un’autentica “overachiever” che ha firmato un indeterminato con la Top 10 grazie a un tennis di una solidità eccezionale con cui ha spesso e volentieri battuto avversarie più alte e potenti, culminando (per ora) con il trionfo alle WTA Finals del 2018. Proprio in queste settimane ha vinto la prima parte dell’esibizione bett1Aces di Berlino, battendo in finale Petra Kvitova con il punteggio di 3-6 6-1 10-5 – è andata peggio l’esibizione successiva svoltasi nell’hangar dell’aeroporto di Tempelhof dove ha perso in semifinale contro Anastasija Sevastova per 6-1 6-1.

Per una tennista di questo tipo, lo sforzo fisico e mentale, sempre ai limiti del surmenage, è ancora maggiore, perché non ci sono mai quindici facili né avversarie da sommergere in scioltezza. Leggiamo dunque il racconto della campionessa ucraina, alle volte quasi vinta dalla pressione ma oggi consapevole dell’importanza di ogni tassello del suo percorso, che le si può solo augurare porti a delle vittorie Slam. Di seguito le sue parole:

 

Rispetto agli altri giocatori, il mio percorso è stato graduale. Mi muovevo sempre un passo alla volta, cercando di non perdere il ritmo per migliorare il mio gioco. Ho giocato gli eventi da 10.000 dollari, poi quelli da 25.000 e poi lentamente ho iniziato a entrare nei tabelloni degli Slam. Infine mi sono ritrovata sui palcoscenici più grandi cercando di entrare nella Top 10, ma mi sentivo troppo sotto pressione.

Non importa quale sia il tuo ranking, vuoi sempre migliorare. Quando ero la numero 30 al mondo, pensavo: ‘Se diventerò una Top 10 sarò felice’, ma quando mi sono ritrovata nella Top 10, piangevo dopo alcune sconfitte. [La voglia di fare meglio] non finisce mai e non è mai abbastanza. Ho imparato a godermi ogni partita, anche le battaglie più dure. Ora sono nella Top 10 da oltre tre anni. È importante mantenere una certa continuità a livello mentale, e anche questa lezione l’ho aggiunta al mio gioco.

Quando stavo passando dal circuito junior a quello pro, avevo molti dubbi. La gente si aspetta che migliori velocemente e che ti confronti con altre giocatrici che hanno la tua stessa età ma hanno un ranking migliore. Senti questa voce negativa nella tua testa ma devi mettere da parte i dubbi e impegnarti ogni giorno perché nel tennis tutti lavorano sodo ma solo pochi giocatori ottengono risultati costanti. È molto importante crearsi un proprio percorso e questo sarà d’aiuto per superare i momenti più duri.

Elina Svitolina – WTA Finals Shenzhen 2019 (foto via Twitter, @WTAFinals)

Credo che la cosa più impegnativa sia stata gestire il coinvolgimento dei miei genitori. Non importava quando o dove giocavo, loro mi seguivano sempre. I genitori che sono veramente coinvolti nel tennis, soprattutto quando il tennis è il tuo mestiere, aggiungono un sacco di pressione in più. Il mix di pressione della mia famiglia e delle mie aspettative è stato davvero difficile da gestire, soprattutto quando perdevo al primo turno e faticavo a migliorare la mia classifica. I miei genitori volevano che vincessi ogni singola partita. A un certo punto, è importante che ogni genitore si allontani e i miei genitori se ne sono resi conto cinque anni fa. È stato molto importante per me essere indipendente. Nel momento in cui i miei genitori hanno smesso di viaggiare con me, non ho più dovuto contare su di loro. Se perdevo una partita, incolpavo solo me stessa e attraverso questo processo ho trovato la mia strada.

A volte penso ancora alla mia infanzia. Forse sarebbe stato meglio se i miei genitori non mi fossero stati così addosso. Eppure questi momenti difficili mi hanno aiutato ad arrivare dove sono e mi hanno fatto diventare la persona che sono oggi.

Sono stata in viaggio fin da giovane. Ho un fratello maggiore che giocava a tennis e abbiamo iniziato a viaggiare per seguirlo nei tornei quando ero molto piccola. Era complicato stare lontana da casa, ma quando pensavo ai miei obiettivi e a quello che volevo raggiungere, mi sentivo motivata. Ero solita resettare i miei obiettivi più o meno ogni due anni, in modo da evitare di sentirmi incastrata in un loop continuo di viaggi e sconfitte, dato che perdevo quasi ogni settimana. Mi ponevo obiettivi sia a breve che a lungo termine. Pormi obiettivi mi ha aiutato a vivere il momento. Giocare davanti alla folla e vincere i tornei mi ha dato energia e motivazione.

Il tennis mi ha dato tutto quello che ho oggi. Sono molto fortunata ad averlo scelto come professione perché mi ha insegnato molto. Il tennis mi ha insegnato la disciplina, mi ha fatto conoscere grandi persone e mi ha mostrato luoghi incredibili. Non do queste cose per scontate. Il tennis mi ha dato la vita“.

A cura di Lorenzo Zantedeschi

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Italiani

Quella volta che Andrea Gaudenzi gettò il cuore oltre l’ostacolo, ma non bastò

4 dicembre 1998, Forum di Assago di Milano, terra rossa: finale di Coppa Davis. Andrea rimonta Norman al quinto set, poi si sente un rumore sinistro. E il sogno svanisce

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Dicembre 1998. L’anno nefasto del Cermis e dell’alluvione di Sarno volge al termine e l’Italia che si lecca le ferite prova a dare di sé la miglior versione possibile aggrappandosi come spesso gli accade allo sport. Se Pantani con la doppietta Giro-Tour ha già scritto tra primavera e estate un’indimenticabile pagina di ciclismo, l’inverno chiama all’appuntamento con la storia la squadra azzurra di Coppa Davis. I ragazzi capitanati da Pasta Kid, al secolo Paolo Bertolucci, si sono infatti guadagnati l’accesso alla finalissima contro la Svezia da disputarsi tra le mura amiche. L’epilogo, che si scoprirà poi essere amaro, restituisce agli appassionati di racchette e palline pelose un momento sportivo di rara intensità emotiva che vale la pena di ricordare proprio in questi giorni in cui, un ventennio più tardi, lo sfortunato protagonista di allora torna a essere un punto di riferimento per il tennis mondiale. Il tennis toglie e il tennis dà, dunque, un po’ come la vita, della quale la disciplina che fu di Rod Laver è sempre un meraviglioso paradigma.

Milano, Italia. La possibilità che il trofeo di Cile ‘76 vecchio più di due decadi non resti più solo nella bacheca è almeno sulla carta abbastanza concreta perché il team italiano ormai da qualche stagione si mantiene su ottimi livelli di rendimento. Merito anche di Andrea Gaudenzi, talento purissimo da giovane quando fu numero uno ITF e plurivincitore Slam poi evoluto a indomabile gladiatore nel mondo dei grandi grazie alla cura Leitgeb, il mentore di Muster, sempre a proposito di personalità forgiate nell’acciaio. Nato a Faenza nel 1973, Gaudenzi non è mai stato un ragazzo banale, non fosse altro per una qualità dialettica nelle esternazioni superiore alla media degli stereotipati colleghi.

Assegnato all’esordio tra i professionisti alle cure dell’indimenticabile doppista Bob Hewitt (che poi ha fatto cose piuttosto dimenticabili), in un rapporto peraltro mai decollato, è appunto in Austria che il faentino ingrana le marce alte. Un esempio, il suo, di abnegazione e umiltà che lo francobolla all’affetto della gente, agli occhi della quale incarna il mito di colui che ce l’ha fatta con due spicci in tasca e un cuore grande così.

Numero 18 del ranking mondiale all’età di ventidue anni, con tre titoli in bacheca, la semifinale fratricida di Monte Carlo e gli scalpi di Sampras e Federer, è appunto la Davis la manifestazione che più ne ha esaltato le doti da feroce agonista. Fascetta tricolore legata in testa e corporatura decisa, per un lustro abbondante le gesta di Gaudenzi, narrate con enfasi da un cantore ancora più corpulento, sono un must tutto italiano in un periodo storico globalmente avaro di soddisfazioni. Gaudenzi in campo suda e sbuffa; Galeazzi al microfono urla scomposto e sbuffa anch’esso. È la classe operaia che va in paradiso e che fa innamorare un’intera generazione.

Per l’atto finale di Davis la federazione attrezza così il Forum di Assago con il campo in terra battuta più lento della storia del tennis, una palude, un po’ per mettere in difficoltà gli avversari svedesi sulla carta meglio attrezzati per le superfici rapide e molto per esaltare l’attitudine terricola di Andrea che rasenta l’arte. Gaudenzi, però, è al rientro da una fastidiosa operazione alla spalla. Il nostro secondo singolarista designato è Sanguinetti, uno capace di grandi exploit ma che soffre il mattone tritato non meno di quanto Lendl in vita sua abbia subito i prati, cioè molto, ragion per cui sulle spalle muscolose di Gaudenzi poggiano gran parte delle speranze di successo.

All’esordio di un venerdì che finirà per essere maledetto, l’avversario è Norman, un vichingo che qualche anno più in là raggiungerà la seconda piazza del ranking mondiale grazie a colpi di rimbalzo che filano come traccianti, e si intuisce fin dagli albori che il match non sarà una passeggiata per nessuno dei contendenti. Tennis brutale, più passionale che bello, nel clima da torcida che notoriamente unicizza la più importante kermesse per nazioni dove anche il pubblico è differente, tendente al calcistico. Nel pomeriggio che diventa sera, Gaudenzi sporca i colpi esasperando le rotazioni per disinnescare il rivale e Norman, imperterrito, lascia andare il braccio come un cecchino al fronte. Stratega il primo, colpitore quell’altro. Ciò che però li accomuna è una feroce voglia di prevalere.

Benché imbottito di antidolorifici, Andrea soffre le pene dell’inferno per quella spalla non ancora del tutto ristabilita al punto che non serve avere l’occhio lungo per capire che l’azzurro possa contare solo sulle traiettorie incrociate, quelle che per biomeccanica meno sollecitano l’articolazione malandata, come se al ciclista prima della volata venisse a mancare il lungo rapporto. Dopo cinque ore che a definire collose si sbaglia per difetto, è tempo di quinto set. Norman ha più benzina nel serbatoio, lo certifica un inequivocabile linguaggio del corpo, e in un amen vola sul 4 a 0 con a monte tutta l’inerzia del mondo. “Non volevo prendere un 6-0 in una finale”, dirà qualche anno dopo Gaudenzi, fatto sta che sospinto da quindicimila tifosi indemoniati, trasfigurato dal dolore ma con il fuoco dentro di chi riconosce l’occasione per cui ci si è dannati l’anima una vita, Andrea risale la montagna.

Intorno all’adagio pallonaro per il quale se con l’attacco si vendono i biglietti è con le difese che si sollevano i trofei, l’azzurro scolpisce nel marmo la rimonta. Corre spingendo forte sui quadricipiti e rispedisce al di là della rete tutto ciò che gli capiti a tiro, è un muro di gomma, e il risultato è che le certezze dell’avversario col passare dei minuti si sgretolano, una a una. La bordata liberatoria scagliata con il servizio che vale l’eroico sorpasso è però accompagnata da un rumore sinistro: il palasport è una bolgia dantesca ma lo sentono tutti. È il tendine della spalla, quella spalla, che si spezza in due come un elastico messo in croce dalla ripetizione di tensioni al limite del sopportabile. Il cambio di campo che fa seguito all’undicesimo gioco, con l’azzurro avanti per sei giochi a cinque, è un minuto surreale avvolto dal silenzio assordante che rammenta quanto lo sport sia talvolta un esercizio ludico crudele.

 

Come fu per Dorando Pietri, il sogno di Gaudenzi si inceppa con lo striscione d’arrivo a un palmo. L’Italia tutta implode su sé stessa in quel frangente e, incapace di reagire alla resa del suo uomo simbolo, l’insalatiera d’argento finisce per essere sollevata dagli svedesi. Andrea non era pronto per la guerra ma per quella guerra scelse di sacrificare il resto della carriera ritagliandosi un posto d’onore nella storia dello sport italiano, quello puro, fatto più di emozioni che almanacchi. Quando si dice innalzare l’asticella dei propri limiti.

Appesa la racchetta al chiodo qualche anno più tardi, Gaudenzi, laureatosi in giurisprudenza a Bologna si è rapidamente affermato come imprenditore di successo. Dopo un Master in Business Administration all’università di Monaco e diversi incarichi nell’ambito dei digital media si è occupato anche della produzione delle immagini televisive dei tornei quale membro del Board della divisione media dell’Associazione dei tennisti professionisti. Risultato di un lavoro evidentemente apprezzato dall’establishment è che dallo scorso gennaio, e per i successivi quattro anni, Gaudenzi ricopre il prestigioso ruolo di Chairman proprio dell’ATP. Dai playground alla scrivania il passo è dunque stato breve per l’uomo che ha preso il posto dell’uscente Kermode, stimato e sostenuto dai suoi ex colleghi tennisti in questa nuova avventura dirigenziale.

Gaudenzi è oggi parte di un tennis italiano che risolleva la testa in maniera impetuosa, sul campo come nella politica che gravita intorno. Al faentino – en passant, uno dei tre soli italiani menzionati da Agassi nella celebre autobiografia Open a testimonianza dello spessore internazionale conseguito negli anni di attività – vanno pertanto i complimenti per l’impegno assunto. Laureato ad honorem all’università della fatica estrema, non sarà certo una responsabilità da Presidente, anche in questo periodo sui generis di lockdown, a intimorirlo. E allora game, set and match Gaudenzi, per questa seconda carriera. Come in quelle giornate intrise di polvere rossa e passione in cui ha inchiodato al televisore l’esigente popolo del tennis senza mai risparmiare testa, cuore e gambe.

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Personaggi

Wimbledon 1960: quando l’erba era più verde per Ramanathan Krishnan

Ramanathan Krishnan ricorda la sua pioneristica striscia vincente nell’edizione 1960 dei Championships, che lo vide raggiungere le semifinali superando la quarta testa di serie, il cileno Luis Ayala

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Nel corso degli ultimi sessant’anni, Ramanathan Krishnan ha spesso incontrato persone che gli consegnavano fotografie scattategli a Wimbledon nel 1960. Ciò aveva consentito all’oggi ottantatreenne di costruire un’ampia collezione di polaroid gelosamente custodite, ad immortalare la sua storica corsa fino alle semifinali di Wimbledon nel singolare maschile, una prodezza che avrebbe ripetuto l’anno successivo. Nessun indiano, né prima né dopo, si è spinto così lontano nel singolare dei tornei dello Slam.

Sicuramente, però, ha anche incontrato persone che gli chiedevano quelle stesse fotografie in bianco e nero. Krishnan acconsentiva, concedendo ai suoi fan un cimelio. Ora, è arrivato al punto in cui non ha più fotografie per sé. “Ma ho la mia memoria”, scherza. In un batter d’occhio, inizia a rimettere in fila gli eventi dal 20 giugno all’1 luglio 1960. Ma inizia un anno prima. “Per capire cosa successe a Wimbledon nel 1960” dice, dobbiamo tornare alla stagione 1959.

 

“Quello fu per me un anno molto buono e vinsi molti tornei, tra cui lo US Hard Court Championships di Denver (il torneo del Grande Slam di New York si giocava sull’erba di Forest Hills a quell’epoca). Grazie a queste vittorie, avevo raggiunto la terza posizione nella classifica mondiale”. Quei risultati gli avrebbero dovuto assicurare una testa di serie per Wimbledon l’anno successivo. All’epoca, i tornei del Grand Slam avevano solo otto teste di serie nei tabelloni dei singolari, a differenza delle attuali trentadue.

“Questo significava che avresti incontrato una testa di serie solamente nei quarti di finale” spiega Krishnan, che nel 1954 divenne il primo giocatore indiano a vincere uno Slam Juniores conquistando il titolo di Wimbledon. “Di conseguenza, ovviamente, era estremamente importante essere testa di serie. È quasi paragonabile ad avere il vantaggio di giocare oggi in casa un tie di Coppa Davis”.

IN QUARANTENA

A Wimbledon, gli era toccata la settima testa di serie – la prima volta che gli era stato concesso un seed in un torneo dello Slam. Ma il suo arrivo in Inghilterra coincise con un momento in cui Krishnan non era nelle migliori condizioni fisiche. “Nell’aprile di quell’anno, qualche mese prima di Wimbledon, ero andato in Thailandia con la squadra indiana per la Davis, ma dovetti ritirarmi perché mi venne la varicella, ricorda. “Fui messo in quarantena per 14 giorni in un ospedale di Bangkok, senza possibilità di allenarmi. Proprio quando mi ripresi, dovetti precipitarmi nuovamente a Madras (l’odierna Chennai) perché avevo programmato di sposarmi. E provengo da una famiglia molto religiosa, quindi dovemmo visitare diversi templi nelle successive settimane. Questo significava niente tennis.

Arrivato a giugno, Krishnan riuscì a giocare una sfida di Coppa Davis nelle Filippine prima di trasferirsi in Inghilterra per la sua luna di miele. E per Wimbledon. Raggiunse l’Inghilterra più tardi di quanto avrebbe voluto, e questo gli lasciò poco spazio per partite di allenamento, che erano diventate ancora più importanti, dato che aveva impiegato molto tempo per riprendersi dalla malattia. Al torneo del Queen’s, dove era il detentore del titolo, Krishnan perse nei quarti di finale contro lo spagnolo Andrés Gimeno. Il suo successivo incontro sarebbe stato a Wimbledon. “L’unica cosa a mio favore” dice, “era di essere una testa di serie. Ma non avevo molte partite alle spalle, non ero pronto fisicamente.

PASSAGGIO DIFFICILE

Nel primo turno, Krishnan affrontò il poco conosciuto qualificato australiano John Hillebrand. Faticò a trovare ritmo, riuscendo a vincere il match solamente al quinto set. “Ero molto nervoso durante quella partita” spiega. “Sapevo di non essere fisicamente a posto e di non aver giocato molto negli ultimi tempi. Così, i colpi non mi uscivano bene. Lo avrei potuto battere facilmente in qualsiasi altra circostanza, ma ora stavo faticando. Riuscii a cavarmela solamente al quinto”. Il giorno seguente, giocò un match di doppio in cinque set, in coppia con il connazionale Naresh Kumar, opposti alla coppia americana Butch Buchholz e Chuck McKinley.

“Fu un incontro lungo”, dice. “Ben oltre le tre ore. Ma giocammo sul Centre Court, e il match mi diede la possibilità, soprattutto, di fare un buon allenamento. Di trovare un po’ di forma e di ritmo. Nonostante perdemmo quella partita, ebbi sensazioni molto migliori riguardo al mio gioco. E ciò mi aiutò a preparare il singolare. Al secondo turno, Krishnan fronteggiò Gimeno. Perse il primo set ed era in svantaggio 0-3 nel secondo quando notò che la gente cominciava a lasciare lo stadio. “Avevo perso contro Gimeno al Queen’s una settimana prima. Così la gente pensava che sarebbe finita presto”, dice. “Fu allora che cercai di trarre ispirazione dal mio match di doppio e dalla stagione 1959, nella quale avevo fatto molto bene. Iniziai a lottare e vinsi i successivi 12 giochi”.

Chiuse la sfida al quinto set contro lo spagnolo – che in seguito vinse l’Open di Francia del 1972 – prima di sbarazzarsi del tedesco Wolfgang Stuck in tre veloci set. Nel quarto turno, l’indiano giocò un’altra dura partita al quinto set contro il sudafricano Ian Vermaak, vincendo 3-6 8-6 6-0 5-7 6-2. Ciò significava che aveva raggiunto i quarti di finale di uno Slam per la prima volta nella sua carriera. Ed ora si sarebbe scontrato contro giocatori compresi nelle teste di serie, a partire dal quarto favorito del torneo, il cileno Luis Ayala.

RECORD STORICO

Di quattro anni più vecchio di Krishnan, Ayala era stato due volte finalista agli Open di Francia – aveva perso l’incontro valido per il titolo solamente un mese prima. Non aveva mai perso contro un indiano, e si presentava all’incontro come il giocatore più riposato, avendo giocato solo una partita al quinto set su quattro partite, rispetto ai tre giocati da Krishnan. Ma l’indiano aveva ormai ritrovato la forma. Tenne botta e agguantò una vittoria in tre combattuti set, vincendo 7-5 10-8 6-2, diventando il primo indiano a raggiungere le semifinali di uno Slam.

NERVI A FIOR DI PELLE

Ma una volta che quel pensiero si insinuò nella sua mente, lo stesso fece la tensione. “In qualche modo questi pensieri iniziarono a farsi strada dentro di me, sono in semifinale”, ricorda Krishnan. Continuavo a pensare che ero ad un solo match dalla finale, e che se avessi vinto, sarei stato il campione di Wimbledon. Avrei dovuto mantenermi calmo e tutto d’un pezzo. Invece, mi feci mettere in soggezione. Tutto questo, contro qualcuno che avevo battuto così tante volte in precedenza”.

In semifinale, Krishnan si scontrò con un altro giocatore esperto, il favorito, l’australiano Neale Fraser. A quel tempo, Fraser era il detentore del titolo degli US Open, e aveva vinto dieci titoli in doppio (sette nel maschile e tre nel misto). Come se ciò non bastasse, il campione uscente era in buona forma. “Un anno prima, avevo battuto Fraser per vincere il titolo al Queen’s, e lo avevo sconfitto molte altre volte nel circuito”, dice Krishnan. In tutta la mia carriera, avrei finito per perdere da lui solamente due volte. Una volta a Wimbledon, e poi in Coppa Davis. C’era una cosa strana con gli australiani. Perdevano le partite del circuito, ma quelle che contavano, le partite importanti, le giocavano ad un livello che non avevi visto prima”.

Sul centrale, con il vento, il già potente servizio di Fraser iniziò a diventare ancora più frizzante. “Non lo riuscii a gestire. Ero già nervoso, e mi feci sfuggire l’opportunità. Tutti i miei colpi erano bloccati, e non stavo giocando libero. Anche volendo, però, lui era assolutamente ingiocabile al servizio”, aggiunge Krishnan. La sua corsa si sarebbe arrestata là, alle semifinali, con la sconfitta per 6-3 6-2 6-2 contro il giocatore che avrebbe finito per aggiudicarsi il torneo.

EROE E PIONIERE

Ma Krishnan aveva fatto abbastanza. Di ritorno in India, il suo trionfo fu festeggiato in un modo che non si sarebbe mai aspettato. “Mi chiamavano dappertutto per interviste e cerimonie di premiazione”, ricorda Krishnan. C’era così tanto amore nei miei confronti. Stavo giocando bene, e mi stavo anche comportando bene quando ero sul circuito. Quindi, questo era forse il motivo per il quale c’era più rispetto per me”. Un’intera generazione di giocatori di tennis indiani crebbe idolatrandolo.

In un’intervista di qualche anno fa con l’Indian Express, Vijay Amritraj – l’unico giocatore indiano ad eccezione di Ramesh, il figlio di Krishnan, ad aver raggiunto i quarti di finale di un Grande Slam nell’Era Open – ricordò di aver battuto Krishnan nella finale dei campionati nazionali del 1972, da diciannovenne ancora quasi sconosciuto. “Quella fu la svolta della mia carriera”, affermò. Krishnan, un anno più tardi, nell’edizione 1961 dei Championships, cadde al medesimo punto, stavolta perdendo dal grande Rod Laver. A quel punto, però, si era già affermato come uno dei migliori giocatori del circuito amatoriale.

Ancora oggi, se gli si chiede nel sessantesimo anniversario di quella grande striscia vincente in Inghilterra cosa rappresenti Wimbledon 1960 per lui, cosa abbia significato per la sua carriera, Krishnan non ci mette molto a rispondere. “Ho 83 anni ora” dice, non riuscendo a nascondere l’emozione nella voce. È qualcosa che è successo sessanta anni fa, e ne stiamo ancora parlando. Ne conservo un buon ricordo, nella mia memoria, nessuna fotografia. Me lo ricordo bene. Così, sì, ha significato tutto per me.

Traduzione a cura di Marco Michelotti

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