Il mondo e il tennis di Matteo Berrettini

ATP

Il mondo e il tennis di Matteo Berrettini

INDIAN WELLS – Bella chiacchierata in libertà con il giovane azzurro. Le prime esperienze tra i grandi: sensazioni, speranze, obiettivi. Primo turno contro Medvedev da Lucky Loser

Pubblicato

il

da Indian Wells, il nostro inviato

La prima cosa che si nota, stando accanto al giovane tennista romano Matteo Berrettini, è che è davvero un ragazzone alto. Siamo ben oltre l’1.90, spalle quadrate, 85 chili di muscoli, insomma quello che si definisce un gran bell’atleta. E questa è solo una delle caratteristiche che lo distinguono dal prototipo del giocatore italiano, spesso brevilineo: un fisico perfetto per il power-game moderno, che Matteo interpreta in modo molto efficace, con risultati che lo hanno portato alla soglia dei top-100, l’elite mondiale del nostro sport. Ma oltre alla potenza del servizio e del dritto, c’è molto altro, e lo si può capire solo parlandoci per un po’ in modo rilassato, fuori dai consueti canali “istituzionali” delle sale interviste e degli incontri con i media. Il leggendario “prato” del Tennis Garden di Indian Wells, ovvero lo splendido spazio di erba verdissima e soffice, delle dimensioni di un campo da calcio, che si trova tra l’ingresso del ristorante giocatori e i campi di allenamento sul lato sud dell’impianto, è perfetto per fare quattro chiacchiere.

Oh, qui dove ti giri ti giri, vedi solo campioni, bisogna saper prendere quello che fanno meglio“, racconta Matteo, con una luce ammirata nello sguardo, quella di un bambino che va al luna park per la prima volta. Il primo giro di giostra a questi livelli, in effetti, Berrettini lo aveva fatto a Melbourne Park un paio di mesi fa, però qui in California l’atmosfera, l’ambiente e il relax che si respirano sono ancora più belli. E ha ragione: mentre mi parla del suo match perduto all’ultimo turno di qualificazioni passano accanto a noi Berdych, Thiem, Cilic, richiamati dai fan che si assiepano sulle transenne poco più in là, quel confine arbitrario eppure invalicabile che separa il pubblico dai privilegiati con un pass al collo come noi, che sia “Player” o “Media”. “Certo, non sono uno di quelli che chiamano gridando perché io vada là a firmargli gli autografi, ma un giorno mi piacerebbe esserlo“, spiega Matteo con un sorriso al contempo timido e sicuro di sé. Senza dubbio, è sincero. Ormai è scesa la sera, è quasi buio, la partita che gli è sfuggita al terzo set poche ore prima, come dice lui, “je rode ancora“. Ma come detto, si vede dallo sguardo che Matteo è un ragazzo sincero: “Le partite girano su pochi punti, lui si è meritato la vittoria più di me. Questo è il tennis, a volte non si riescono ad avere le sensazioni giuste, devo dire che l’avversario ha spinto, ha cominciato a spostarmi, non sbagliava e si muoveva bene“. Appunto.

 

Dispiace perché era la mia prima volta qui, ci tenevo a fare bella figura. Ma ci saranno altre occasioni, cominciando da Miami tra due settimane. Queste esperienze mi serviranno in futuro”. Gli chiedo se ci si sente bene, in mezzo all’elìte del tennis: “Qui è positivo per i giovani che arrivano, perchè puoi vedere come i più grandi si gestiscono, si allenano, quello che fanno per rimanere in cima tanto tempo. Proprio ieri con Vincenzo (Santopadre, il coach di Matteo, n.d.r.) parlavamo di David Ferrer, lui anni fa proprio a questo torneo l’aveva visto che stava sempre in palestra, e la gente diceva ma questo è sempre lì, fatto sta che ancora adesso lui corre come un matto e fisicamente è un treno. Credo sia questa la differenza più grande tra quelli che stanno al top per tanto tempo, e quelli che magari arrivano su, e poi tornano giù. Poi ovvio che bisogna avere delle qualità, però quest’aria qui è quella che ti fa lavorare bene, che ti stimola tanto“.

E quindi, in questi mesi di sensazioni da tennis del massimo livello, c’è stato qualcuno che ti ha copito particolarmente? “Ho visto un allenamento di Nick Kyrgios, e mi ha impressionato la facilità con cui gioca, è talmente rilassato che sembra quasi non sia del tutto presente, secondo me. Che servizio! …il lancio basso, tira a settemila e non la leggi. Ha tutti i colpi, risponde bene, una facilità mostruosa e per quanto è alto si muove pure bene. Talento impressionante“. Insieme a Lorenzo Sonego e a Salvatore Caruso, Matteo ha condiviso una splendida esperienza in Australia. “C’è un bel rapporto con gli altri giovani italiani, ovvio il tennis è uno sport individuale, ma ci si stimola a vicenda. Magari uno fa un gran risultato, e tu dici cazzarola, devo superarlo, e poi la settimana dopo lo fai tu. Credo che questo ci aiuti molto a spingerci sempre più avanti, ci sosteniamo tra noi, stiamo vivendo queste esperienze insieme per la prima volta, che siano gli Slam o i Master 1000. Tra quelli più esperti il mio punto di riferimento, oltre a Vincenzo, è Flavio Cipolla, che in questo momento sta riprendendo a giocare. Con lui ho un bellissimo rapporto, mi aiuta tanto. Ogni tanto mi sento con Paolo Lorenzi, che è un esempio da seguire non solo in ambito tennistico ma nella vita in generale, con la sua dedizione in tutto quello che fa“.

Mi colpisce il pensiero di Matteo soprattutto nel momento in cui, inevitabilmente, si ritorna a parlare di carriera, di punti, di ranking, di ingresso nella top-100, l’agognato traguardo che pare inevitabile per definire se uno è un “vero” professionista di livello internazionale oppure no. “Tu forse non mi crederai, ma io non gioco per raggiungere la migliore classifica, in questo momento. Io voglio stare bene in campo, assaporare fino in fondo queste esperienze, mettere ogni giorno un tassello in più e sentire che miglioro me stesso. Per esempio oggi non l’ho fatto, non mi sono goduto il momento. Chiaro che alla fine della carriera essere stato numero 20 o numero 90 cambia, eccome, ma l’importante è sapere di aver dato tutto. Può succedere che uno fa il suo massimo, e arriva a essere 101, perché non dipende poi solo da te, lo puoi desiderare quanto vuoi, ma ci sono pure gli altri. Alla fine, la cosa fondamentale è lavorare sempre su se stessi, ed essere felici magari anche solo di stare in un posto come questo, che è un vero paradiso del tennis“.

Rispetto a tante dichiarazioni preconfezionate che sentiamo anno dopo anno, torneo dopo torneo, intervista dopo intervista, ascoltare un ragazzo di 21 anni che riflette in questo modo è un gran motivo di ottimismo per il suo futuro, questo è sicuro. Ma modestie di rito a parte, Matteo è indubbiamente il nostro migliore prospetto, soprattutto valutandolo dal punto di vista tecnico. Nel suo essere un italiano atipico c’è il gran servizio, il gioco più adatto ai campi duri e medio-rapidi, anche se la terra rossa, il primo “amore tennistico”, non si scorda mai. Tornando alla tecnica, si parla della prima palla oltre i 220 kmh, del drittone, del rovescio che a volte scappa, ma in cambio c’è un ottimo slice e gran sensibilità sulle palle corte. “L’imprevedibilità è qualcosa su cui lavoriamo tanto, come dici tu di gran mazzuolatori ce ne sono a pacchi, la colpiscono bene e forte tutti. Se io adesso mi metto a giocare con il numero 700 tu non noti la differenza, perché effettivamente come colpi non c’è, magari uno serve meglio, un altro gioca meglio di rovescio, ma la differenza vera la fa il saper trovare l’arma giusta al momento giusto, e noi stiamo cercando di fare quello. Lo slice, sul cemento, è importantissimo, mi permette a volte di rifiatare, o di girarmi col dritto, sono schemi che sto anche scoprendo, insieme a Vincenzo e Flavio, che sono due che comunque giocavano solo in back da quella parte, e sto migliorando grazie a loro“.

Cosa direbbe Berrettini a un under, a un giovane che vorrebbe fare il suo percorso? Come si passa da “semplice” junior forte ai tabelloni principali di Slam e Masters 1000? “Io credo che la cosa fondamentale sia non avere fretta, non avere l’ansia di cercare di arrivare prima possibile, non mettersi orologi in testa che segnano obiettivi che poi magari uno non riesce a raggiungere. E non lavorare solo per il risultato, che è la mentalità più difficile da accettare quando sei piccolo. A 14 anni tu perdi una partita, e ti dicono che non è importante, tu guardi il maestro e gli dici sì, però mi rode. Ma quella è una cosa fondamentale, oltre alla vittoria e alla sconfitta ci sono tante altre cose da capire di un match, di cui magari negli anni non ti ricorderai nemmeno più, ma se sai prendere le cose giuste da quell’esperienza, il meglio, potrebbero essere tra quelle che ti fanno diventare un giocatore vero. Calma e serenità, io ho lavorato così, senza fretta di voler a tutti i costi avere il numerino più piccolo davanti al nome. Il consiglio che darei ai giovani è questo, e poi di godersi quello che fanno, perchè siamo fortunati“. Complimenti, sinceramente complimenti, Matteo.

Matteo Berrettini e Denis Shapovalov, Indian Wells 2018

Due giorni dopo questa conversazione, cioè oggi, Berrettini si è allenato con Denis Shapovalov, un bel training tirato di un’ora, in cui al super-rovescio del canadese, l’azzurro ha opposto il suo gran dritto, senza assolutamente sfigurare, anzi. E quasi come ricompensa per tanto impegno, nonchè con buona dose di ironia della sorte vista l’ammirazione confidatami mentre si chiacchierava, è arrivato mentre scrivevo il ritiro dal torneo per Nick Kyrgios, con Matteo Lucky Loser, atteso al primo turno dal difficile match contro il russo Daniil Medvedev, 57 ATP. Ma se abbiamo ben compreso il Berrettini-pensiero, su cosa trarre per crescere da vittoria e sconfitta, qual è il problema?

(ascoltate qui sotto l’audio integrale dell’intervista)

Continua a leggere

ATP

Djokovic, agenda piena: anche Adelaide prima dell’Australian Open

Dopo l’esibizione di Abu Dhabi e l’ATP Cup, il serbo scenderà in campo anche nella settimana immediatamente precedente allo Slam australiano. Dove difenderà il titolo

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Australian Open 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

La scelta va in controtendenza: Novak Djokovic ha riempito la sua agenda fino all’Australian Open. Ai già noti impegni del Mubadala Tennis Championships (esibizione ad Abu Dhabi) e della neonata ATP Cup, il numero due del mondo ha aggiunto l’iscrizione al 250 di Adelaide in programma dal 12 al 18 gennaio. Sarà quindi in campo anche nella settimana che precede immediatamente lo Slam di Melbourne. Decisione atipica per i big, nello specifico anche per il serbo che solo tre volte in carriera ha optato per questa soluzione.

I precedenti – per quanto dilazionati nel tempo – non sono incoraggianti: nell’ormai lontano 2006 è passato da ‘s-Hertogenbosch prima del ko ai sedicesimi di Wimbledon contro Mario Ancic. Nel 2009 ha optato per una soluzione paragonabile a quella attuale: due tornei (Brisbane e Sydney) prima di Melbourne, dove però la corsa si è fermata ai quarti di finale contro Andy Roddick. Più di recente, nell’estate 2017, la parentesi di Eastbourne ha preceduto l’eliminazione ai quarti di Wimbledon per mano di Tomas Berdych.

Stringendo il focus sull’approccio al primo Slam dell’anno – il preferito del serbo che l’ha conquistato sette volte, l’ultima a gennaio – la strada scelta è stata quasi sempre diversa rispetto a ciò che vedremo tra qualche settimana e a quanto accaduto nel precedente del 2009. Nel 2007 – unica apparizione ad Adelaide prima del 2020 – il serbo vinse il torneo in finale contro Chris Guccione per poi fermarsi agli ottavi dell’Australian Open contro Federer. Dal 2015 al 2019 il calendario è stato abbastanza uniforme: con la sola eccezione del 2018, Djokovic ha sempre preparato il primo Major passando da Doha (appuntamenti non immediatamente successivi). Due i successi in Qatar (2015 e 2016), tre quelli a Melbourne Park (2015, 2016 e 2019).

A cambiare il quadro per la prossima stagione è chiaramente intervenuto il nuovo torneo per nazioni che verrà ospitato proprio in Australia. Per non andare in sovrapposizione, l’esibizione di Mubadala (ci sarà anche Nadal) è stata anticipata di una settimana rispetto alla passata stagione (19-21 dicembre) al fine di consentire ai giocatori spostamenti più comodi verso l’emisfero Sud.

Djokovic, insieme a Dusan Lajovic, difenderà i colori della Serbia dal 3 gennaio nel girone di ATP Cup di Brisbane che comprende anche Cile, Francia e Sudafrica. Da consigliere in quota giocatori, il serbo ha parlato di recente a Madrid dell’opportunità di un tavolo di discussione tra ATP e ITF per arrivare a una fusione tra la nuova Davis e l’ATP Cup. Strada ancora lunga da percorrere. L’obiettivo più importante e più immediato rimane per lui la difesa del titolo dell’Australian Open. Con Adelaide tappa intermedia.

Continua a leggere

ATP

Tsitsipas vince una bella edizione delle Finals: è Maestro a soli 21 anni

LONDRA – La finale è la degna conclusione di uno splendido torneo. Thiem si fa rimontare ma esce dal campo con onore. Stefanos è il più giovane Maestro dal 2001

Pubblicato

il

Stefanos Tsitsipas - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Spazio sponsorizzato da Generali

Con Immagina Benessere di Generali eviti le lunghe liste d’attesa e hai gli esami di alta diagnostica subito disponibili e rimborsabili

[6] S. Tsitsipas b. [5] D. Thiem 6-7(6) 6-2 7-6(4) (da Londra, il nostro inviato)

Stefanos Tsitsipas soffia la polvere dai libri di storia dell’ATP vincendo il torneo di fine stagione a soli 21 anni e tre mesi. Il greco è il ‘Maestro’ più giovane dallo Hewitt poco più che ventenne che si impose nel 2001, ed è soprattutto il vincitore all’esordio più giovane dai tempi del 19enne McEnroe nel 1978, praticamente una vita fa. Maestro a 21 anni come, nel recente passato, Zverev lo scorso anno (21 anni e sette mesi) e soprattutto Djokovic nel 2008 (21 anni e sei mesi).

 

Un torneo già di grande livello trova quindi nella finale una conclusione meravigliosa. Tsitsipas ha battuto con merito un grandissimo Thiem, capace di risorgere dopo aver vinto un primo set di livello eccelso ed equilibratissimo e perso nettamente il secondo. La maggiore propositività di Tsitsipas, molto solido anche in difesa, oggi avrebbe steso sin da subito molti giocatori. Non Thiem, che ha annullato un set point e poi ha sfruttato l’unico vero errore di Tsitsipas, un rovescio quasi steccato che Thiem ha trasformato nel 7-4 finale. Nel secondo set l’austriaco è però sparito dal campo, seppellito da una versione di Tsitsipas simile a un Federer ateniese. Non tanto per qualche colpo di pregio ma per la capacità di variare degna dello svizzero, come volare in campo per chiudere a rete, offrire dal fondo parabole di rovescio e dritti imprevedibili. Il terzo set è stato l’epilogo più alto di queste Finals, con Tsitsipas che salito 3-1 ha subito l’orgoglio e il grande gioco di Thiem, che ha subito contro-breakkato portando il match al tie-break. Stefanos è salito fino al 4-1 con due servizi a disposizione, ma ancora una volta in un’arena ormai tutta per Stefanos, Dominic ha impattato sul 4-4. Un altro errore di dritto però, il suo colpo più deficitario oggi, ha mandato Tsitsipas sull’Olimpo, Maestro a 21 anni.

PRIMA DELLA PARTITAStefan Edberg, Maestro nel 1989, segue da ospite d’onore nello Star Box B (quello dietro il giudice di sedia), in attesa di premiare il vincitore di questa edizione. Nell’altro box degli ospiti d’onore, lo Star Box A (esattamente di fronte al B, quasi perché i VIP si guardino negli occhi invidiando i privilegi altrui o vantandosi dei propri), ci sono Hugh Grant e Woody Harrelson. Entrambi sono grandi appassionati sportivi. nel calcio capita spesso di vedere il bellone di Notting Hill sugli spalti di Craven Cottage per i match del Fulham, mentre il capo della polizia Bill Willoughby di Tre Manifesti a Ebbing Missouri compare ogni tanto con maglie da calcio del tutto imprevedibili (un vecchio tweet lo immortalava addirittura con quella della Reggina). L’ultima immagine di Harrelson ‘sport addicted’ è però il magico show offerto a Wimbledon, quando con addosso un’evidente sbornia ha tentato di riguadagnare il suo posto sul Central Court, venendo invece respinto dallo steward. Nacque addirittura un account Twitter celebrativo, poi tornato alla normalità, ma chi non conosce la storia può rimediare cliccando qui. I precedenti dicono 4-2 Thiem, con Tsitsipas che ha vinto solo uno dei quattro incontri sul duro al 1000 (Toronto 2018).

UN ROVESCIO COSTA CARO A STEF – La finale parte molto bene, anche se notiamo qualche posto vuoto qua e là: è un peccato per l’ultimo grande match dell’anno (Davis by Cosmos a parte) ma i prezzi sono da grande evento londinese. L’intensità degli scambi è subito molto forte, i servizi ben oliati ma gli scambi superiori ai tre colpi sono parecchi. Sul 1-1 40-0 servizio Tsitsipas, Thiem indovina un gran rovescio lungolinea, uno dei colpi migliori e più dolorosi per l’avversario, ma è troppo presto per capire se lo potrà utilizzare spesso nella partita. Il finalista degli ultimi due Roland Garros annulla una palla break sul 2-1 e poi sul 4-3, mentre nel gioco prima, è il due volte giustiziere di Federer (qui ieri e all’Australian Open, non proprio due vittorie in tornei da poco) a salvare il servizio in un’occasione. Il tie-break viene deciso da un rovescio sbagliato da Stefanos nel momento peggiore e dopo aver annullato con uno smash a rete un set point. Poco più di un’ora di grande tennis, che si porta a casa il freddo viennese.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

TUTTO DA RIFARE PER DOMINIC – Nel secondo set Zeus interviene subito e affianca a Tsitsipas Ade, Dio degli inferi, perché la ferocia con cui reagisce per rispondere al set perso sembra del tutto adatta a mandare l’amico Dominic negli inferi. Naturalmente Ermes dai piedi alati è con lui dal primo turno contro Medvedev. Due divinità dalla tua spiegano bene perché il semifinalista di Melbourne, Roma e Shanghai si porti sul 4-0, ma il campo lo fa certamente meglio. Giunto sul 5-2 40-15 e servizio, la seconda sopra i 200 km orari sul secondo set point rimanda tutto al terzo set, dove Dominic è chiamato a non pensare neanche per un attimo perché in un amen ha perso il set di vantaggio ottenuto dopo più di un’ora di battaglia. Sul 3-0 pesante per Stefanos, la pausa è buona per inquadrare sui maxi-schermi il succitato Woody Harrelson. Anche per quanto detto sopra, un attore così poliedrico e insieme un personaggio così bizzarro, è difficile da odiare e infatti il pubblico si esalta in un’espressione di entusiastica sorpresa cui Woody risponde con un saluto e un’espressione delle sue. Il set non ha storia, complice anche la rottura prolungata dell’austriaco (25 punti a 12, nessun punto portato a casa da Thiem con la seconda di servizio).

LOTTA SENZA QUARTIERE – Apre Thiem al servizio e sul 30 pari un punto da colpi di velocità siderale viene deciso da un vincente lungo linea del n.6 del mondo che manda in visibilio tutta l’O2 Arena. Thiem deve annullare una palla break, ma il servizio viene ceduto due giochi dopo. Dopo 1 ora e 49 minuti di partita, sull’1 pari del terzo, si rompe l’equilibrio. Serve l’austriaco, ma il greco sale 15-40; la prima viene annullata da una buona volèe di Dominic (nonostante l’indegno urletto di disturbo appena prima del colpo di un cretino, versione peggiore dei discendenti della grande civiltà greca), ma sulla seconda il compagno di Kiki Mladenovic manda in rete il dritto in uscita dal servizio. Tsitsipas sembra inarrestabile, conferma il break e sale 3-1. A impressionare di Tsitsipas è l’intelligenza tattica ben superiore ai suoi 21 anni. I colpi difensivi liftati del greco per recuperare il campo quando viene cacciato indietro sotto le bombarde dell’artigliera asburgica sono eloquenti a tal proposito, un’astuzia degna di Ulisse ma senza il suo opportunismo (lui non avrebbe mai lottato alla morte con Nadal, meno male che nel XI secolo abbiamo Stefanos!).

A questo punto il trofeo dei Maestri sembra prendere la strada di Atene, ma la fanteria austriaca ha già mostrato le sue capacità di ricorrere alla rete e di non mollare niente (se non come Nadal – come lui a rifiutare la sconfitta chi altri? – certamente come Michael Chung). Quando Stefanos serve per sul 3-2 15 pari, spedisce inopinatamente lungo uno schiaffo al volo a rete e lo paga a carissimo prezzo: Dominic recupera correndo come Bolt (copyright del collega Ferri) e alla seconda palla del contro-break si giova di un errore di rovescio del greco, che lo scaraventa dall’Olimpo alla terra, nel luogo dove i comuni mortali contano le ore, a Greenwich. Nel momento a lui più sfavorevole e con un pubblico tutto per il semidio ateniese, Thiem mette in campo due dritti anomali mostruosi, giocati girando attorno alla palla, mostruosi perché non indirizzati lungolinea ma strettissimi a lambire la rete.

EPILOGOSul 5 pari, il Colosseo contemporaneo trova la sua estasi. “Tsitsipas, Tsitsipas, Tsitsipas”. L’acustica è perfetta, la battaglia di più. Ma Dominic Thiem, che per il pubblico è ora il cattivo, non fa una piega e serve da Dio sotto gli occhi dell’Olimpo. Dopo quasi due ore e mezza di sublime battaglia, l’epilogo al tie-break è il più giusto, il più epico. Sul 2-1 per il greco, la perfezione di Tsitsipas costringe Thiem ai due errori meno gratuiti di sempre, ma sul 4-1 il roccioso Thiem prima fa due punti sul servizio avversari, agganciandolo sul 4 pari, ma a quel punto dimostra anche lui di essere umano e fragile, con un dritto in rete che pone fine alla contesa. Sul 6-4, Tsitsipas chiude al primo match point e si laurea Maestro 2019.

Stefanos Tsitsipas a terra – ATP Finals 2019 (via Twitter, @atptour)

Il tabellone completo del torneo
Il ranking ATP aggiornato

Continua a leggere

ATP

Thiem: “Ho un buon rapporto con Tsitsipas, ma sul campo è sempre battaglia”

LONDRA – Le ambizioni dell’austriaco crescono, alla vigilia della sua venticinquesima finale in carriera. Questa sarà la più importante

Pubblicato

il

Dominic Thiem - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Spazio sponsorizzato da Generali

Con Immagina Benessere di Generali eviti le lunghe liste d’attesa e hai gli esami di alta diagnostica subito disponibili e rimborsabili

da Londra, il nostro inviato

Dominic Thiem è forse l’unico giocatore, tra quelli nati negli anni ’90, che sinora è stato capace di inserirsi con una certa continuità all’inseguimento delle quattro leggende del tennis. Il suo salto di qualità è arrivato soprattutto negli ultimi due anni, un lasso di tempo in cui ha vinto otto tornei (metà dei quali sul veloce, dove a inizio carriera difettava parecchio), battuto nove volte giocatori compresi in top 5 – tra questi due volte Nadal, due volte Djokovic, tre volte Federer – e raggiunto due volte la finale al Roland Garros. Adesso l’austriaco sembra pronto per fare persino qualcosa in più, ovvero iniziare a togliere qualche titolo pesante ai mostri sacri, come ha già saputo fare quest’anno battendo Federer in finale a Indian Wells. Intanto giocherà da favorito contro Tsitsipas (inizio del match alle 19 italiane), che ha battuto in quattro confronti diretti su sei.

 

Domani affronterai Stefanos Tsitsipas che hai avuto modo di conoscere meglio alla Laver Cup. Ce ne puoi parlare un po’?
Ho sempre avuto un buon rapporto con lui ma sicuramente alla Laver Cup ci siamo conosciuti tutti meglio. C’era una bellissima chimica tra tutti noi. Ci siamo divertiti molto. Sono tutti ragazzi simpatici. E anche negli altri tornei passiamo dei bei momenti insieme. Ma quando siamo sul campo combattiamo una battaglia e per due o tre ore mettiamo da parte l’amicizia.

Quella di domani sarà una finale con due giocatori con il rovescio a una mano, cosa che non capitava da 13 anni. Ci sapresti dire cosa fa si che questo modo di giocare il rovescio renda lo spettacolo più interessante e gradevole?
È una bella cosa perché per un lungo periodo ci sono stati pochi giocatori con questa caratteristica. Ora grazie a me, Stefanos, Shapovalov avremo modo di vederlo per 10 o 15 anni e credo sia grandioso. Se lo si sa giocare bene come noi sulle superfici indoor offre grandi vantaggi perché offre molte opzioni.

Poco fa Zverev ha detto che secondo lui nel 2020 qualcuno vincerà un torneo dello Slam per la prima volta. Condividi?
Sì. Non al 100%, ma lo credo possibile anche io pur se i primi tre continueranno ad essere ancora i favoriti. Per quel che mi riguarda spero che nel 2020 riesca a proseguire nella mia crescita che mi pare vada nella giusta direzione. Perciò dopo questo torneo mi prenderò un po’ di riposo ma poi tornerò ad allenarmi per migliorare ancora. Sono molto motivato e credo che nel 2020 farò ancora meglio di quest’anno.

A fine anno sarai numero 4 al mondo. È meglio che essere il numero 3 per qualche settimana durante l’anno? Ci sono 5 anni di differenza tra te e Tsitsipas come tra Federer e Nadal. Ti fa pensare a nulla questo fatto?
In vista dell’Australian Open è certamente importante. Meglio arrivare allo Slam come quarta testa di serie che come quinta. Per quanto riguarda la differenza d’età è una curiosa coincidenza. Ho visto una foto in cui ci alleniamo insieme nel 2016. Credo che nessuno dei due potesse anche solo immaginare che tre anni dopo saremmo arrivati qui.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement