Verso Italia-Francia, la sfida del '75: disastro Panatta, via Gardini

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Verso Italia-Francia, la sfida del ’75: disastro Panatta, via Gardini

Tra qualche giorno sfidiamo i galletti a Genova. Rievochiamo gli ultimi tre incontri tra le due nazionali. Partiamo da quello disputato al Roland Garros 33 anni fa e che costò la panchina a Fausto Gardini

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Nel week-end 6-8 aprile la nostra nazionale di tennis affronterà a Genova nella sfida dei quarti di finale di Coppa Davis la Francia campione in carica. Sarà l’undicesima sfida tra le due nazionali ed il bilancio è in perfetta parità, 5-5. La storia dei precedenti tra Italia e Francia è un po’ la storia del tennis europeo, perché se sulla sponda transalpina scorriamo i nomi dei famosi quattro moschettieri (Cochet, Brugnon, Borotra, Lacoste) seguiti poi dai vari Darmon, Jauffret, Dominguez, Boetsch, Forget e così via, su quella italiana leggiamo i nomi di Cucelli, Del Bello, Palmieri, Pietrangeli, Sirola, Panatta, Bertolucci, Barazzutti, fino ad arrivare ai più recenti Furlan, Gaudenzi e Nargiso. Insomma, la sintesi storica dei due movimenti tennistici.

Con questo articolo ci proponiamo di iniziare la marcia di avvicinamento alla sfida di Genova rievocando nel dettaglio gli ultimi 3 precedenti tra Italia e Francia, partendo dal contesto generale di ciò che avveniva in quegli anni nel mondo e calandoci poi gradualmente nel mondo dello sport prima ed in quello del tennis e della Davis poi. La prima sfida che andiamo ad analizzare è quella che ebbe luogo nel giugno del 1975 al Roland Garros, valevole come semifinale della Zona Europea.

 

Il 1975 è anno santo, lo ha proclamato Paolo VI che all’atto dell’apertura della Porta Santa il 24 dicembre dell’anno prima si vede sfiorare in diretta mondovisione da alcuni calcinacci che solo per miracolo non lo colpiscono. Margareth Thatcher diviene leader dei conservatori in Inghilterra, segnerà per lungo periodo le vicende politiche d’oltremanica. Il 1975 è l’anno del primo volo del Concorde, mentre in Cambogia inizia la dittatura sanguinosa di Pol Pot. Bill Gates fonda la Microsoft negli Stati Uniti, Federico Fellini vince il suo quarto oscar grazie al film Amarcord. Il Mozambico proclama la sua indipendenza e cessa di essere colonia portoghese, le isole Comore fanno lo stesso con la Francia. Muore in Spagna Francisco Franco ed un mese dopo si insedia Juan Carlos di Borbone. Finisce la guerra in Vietnam, un seguace di Charles Manson (il folle assassino di Sharon Tate, compagna del regista Roman Polanski) cerca di uccidere il presidente americano Gerald Ford, ma viene bloccato da un agente del FBI. Richard Burton e Liz Taylor si risposano per la seconda volta (e non sarà l’ultima).

In Italia siamo negli “anni di piombo”, viene rapito Vittorio Gancia, noto imprenditore veneto. Nel blitz organizzato per liberarlo dalle Forze dell’Ordine viene uccisa Mara Cagol che tentava di coprire la fuga del marito Renato Curcio, noto esponente delle Brigate Rosse. Viene approvato il nuovo diritto di Famiglia, si abolisce l’istituto della dote, si parificano i figli legittimi a quelli naturali, viene riconosciuta ad entrambi i genitori la patria potestà. Notevole crescita del PCI nelle elezioni (praticamente nel nostro paese non mancano mai), arriva al 33%, a soli 3 punti dalla Democrazia Cristiana. Il 2 novembre viene trovato il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini, sarà accusato del suo omicidio il minorenne Giovanni Pelosi. Il Festival di Sanremo attraversa il suo periodo più brutto, Mike Bongiorno e l’inseparabile Sabina Ciuffini conducono l’edizione che sarà vinta dalla sconosciuta Gilda. Il singolo più venduto nel nostro paese nel 1975 è Sabato Pomeriggio di Claudio Baglioni.

Lo sport italiano vive invece la sua epoca d’oro nello sci, quella della famosa Valanga Azzurra. Ad inizio anno nello slalom di Garmisch ci sono 3 italiani ai primi 3 posti (Piero Gros, Gustav Thoeni e Fausto Radici). La valanga azzurra. La Coppa del Mondo si decide in un incredibile slalom parallelo in Val Gardena. All’appuntamento arrivano in 3 a pari punti in testa alla classifica generale, il nostro Thoeni, il mitico Ingemar Stenmark e Franz Klammer. L’austriaco esce subito, Thoeni e Stenmark arrivano in finale, chi vince si porta a casa la Coppa. Stenmark è ancora poco esperto, Thoeni parte dal cancelletto come un fulmine e gli mette pressione, lo svedese inforca a poche porte dall’arrivo, la Coppa del Mondo rimane in Italia perché l’anno prima l’aveva vinta Piero Gros.

Nel calcio lo scudetto va alla Juve che sopravanza in classifica di due punti il Napoli (corsi e ricorsi storici), decisivo lo scontro diretto al Comunale di Torino a 6 giornate dal termine del campionato, finisce 2-1 per i bianconeri, decide Altafini (che l’anno prima giocava nel Napoli) all’89’. Per i napoletani diventerà “core ‘ngrato”. Napoli si rifà nella pallanuoto, dove lo scudetto lo vince la Canottieri allenata da Fritz Dennerlein che conclude imbattuta il campionato. Nel basket invece lo scudetto lo vince la Forst Cantù di Arnaldo Taurisano, mentre agli Europei l’Italia arriva terza, alle spalle dell’inarrivabile Jugoslavia (Dalipagic, Cosic, Slavnic, Delibasic e via dicendo) guidata dal santone Mirko Novosel e della Russia. Nei mondiali di ciclismo Merckx prova a vincere il suo quarto mondiale, si corre in Belgio, a casa sua, ma l’impresa non gli riesce, la spunta l’olandese Henny Kuiper. E’ il primo mondiale nel quale la nostra nazionale viene guidata da Alfredo Martini. Il giro d’Italia invece lo vince Fausto Bertoglio. Muhammad Alì batte Joe Frazier nella sfida di Manila, Niki Lauda riporta il campionato del Mondo piloti alla Ferrari, che vince anche quello costruttori. La stagione dell’automobilismo viene però funestata da un incredibile incidente durante il Gran Premio di Barcellona. La vettura del tedesco Stommelen perde l’alettone durante il 25° giro, sbatte contro il guard rail e finisce sulla folla. Alla fine si conteranno 4 morti e diversi feriti, la gara sarà sospesa 4 giri dopo e vedrà la vittoria (l’unica nella sua carriera) di Jochen Mass. Quella gara sarà ricordata anche perché l’italiana Lella Lombardi giungendo 6° sarà la prima e unica donna a raccogliere un punto mondiale.

Ed il nostro tennis come se la passava? Onestamente non male, il passaggio di consegne tra vecchia e nuova generazione era ormai avvenuto. A Pietrangeli e Sirola erano subentrati Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, coordinati e plasmati dal mitico Mario Belardinelli che se li era cresciuti presso il Centro Federale di Formia. Adriano era sempre vicino ai Top10 nella classifica mondiale e quell’anno esplose. Semifinale al Roland Garros, finali a Barcellona e Madrid, vittoria a Stoccolma contro Connors (allora nr.1 del ranking al quale annullò anche un match point nella finale) e finale anche a Buenos Aires, sconfitto da Guillermo Vilas. Annata che si concluse con la sua prima (ed unica) partecipazione al Master di fine stagione, dove raccolse però tre sconfitte (contro Orantes, Nastase ed Ashe). La sua consacrazione ci sarà l’anno dopo e ne conosciamo i motivi. Barazzutti si era già fatto apprezzare per la sua combattività e per le sue doti atletiche, Bertolucci rappresentava un’ottima alternativa e come doppista in coppia con Panatta non si discuteva, Tonino Zugarelli era l’uomo delle superfici veloci, al contrario dei suoi compagni.

I 4 in Davis si erano fatti onore nel 1974, dove erano arrivati ad un passo dalla finale, fermati dal Sudafrica nella finale Interzone (o semifinale che dir si voglia). I nostri eroi sprecarono un’occasione colossale per affrontare l’India in finale (la famosa finale che poi non fu mai giocata per protesta contro la politica dell’apartheid perpetrata in Sudafrica), ma l’avvicinamento a quella sfida fu davvero pessimo. Innanzitutto la nostra Federazione cercò di spostare la sfida in campo neutro per protestare (anche loro) contro l’apartheid ventilando la possibilità che i giocatori potessero boicottare l’appuntamento. Ma la richiesta venne bocciata dall’ITF. Inoltre invece di effettuare una preparazione atletica idonea ad una sfida delicata ed in condizioni anomale (sopratutto per l’altura) i nostri giocatori pensarono bene di restare fino a tre settimane  e mezzo  prima della stessa al mare – in Sardegna- , così i sudafricani ebbero vita facile e chiusero la contesa già dopo il doppio. I nostri non avevano giocato tornei da un pezzo, e così, complice anche l’altura, Zugarelli e Panatta ammassarono caterve di doppi falli. Ci fu uno scontro fra giocatori e stampa, Clerici e Tommasi in testa che furono particolarmente critici nei confronti di quella discutibile preparazione. Clerici criticò aspramente il ct Mario Belardinelli, Tommasi scrisse, anche per la scarsa personalità dimostrata nei confronti dei sudafricani fortissimi nel doppio (McMillan e Hewitt non si parlavano quasi, ma hanno vinto due Wimbledon e una volta senza perdere mai il servizio in tutto il torneo..,), ma non straordinari in singolare perchè Hewitt era ormai anziano, 34 anni e 9 mesi, mentre Ray Moore era un buon giocatore (poi diventato direttore del torneo di Indian Wells prima di essere “cacciato” per una osservazione considerata sessista) ma con una classifica inferiore ai nostri…

L’essere arrivati in semifinale ci consentì nel 1975 di saltare i primi turni della competizione e di partire direttamente dalla semifinale della Zona Europea. L’avversario non era di quelli più semplici, la Francia. Innanzitutto perché schierava due giocatori che erano probabilmente inferiori ai nostri ma che erano combattivi all’inverosimile, Francois Jauffret e Patrice Dominguez. Poi si sarebbe dovuti andare a Parigi, proprio al Roland Garros e comunque il pubblico francese si sarebbe fatto sentire e non poco. Inoltre c’era da tenere in considerazione che soprattutto Jauffret era un tennista abbastanza indigesto ad Adriano Panatta. Il tennista francese infatti era uno dei pochi capace di togliere il tempo ad Adriano, attaccandogli continuamente sul rovescio e costringendolo a fondo campo. Panatta lo sapeva ed ogni incontro con Jauffret era una sofferenza. Adriano lo riuscì a battere solo due volte su 5 incontri e ci perse sia a Parigi (anche se nel 1970 Panatta era appena ventenne mentre Jauffret aveva 8 anni in più) sia a Montecarlo nel 1976 (l’anno d’oro di Adriano). Dominguez era sicuramente meno talentuoso di Jauffret, ma era mancino ed in Davis dava l’anima. Grande amico proprio di Panatta, in molte occasioni si ritrovavano la sera a divertirsi in discoteca dopo le partite.

La sfida però era nettamente alla nostra portata, oltretutto poche settimane prima Panatta era come detto arrivato in semifinale al Roland Garros, battendo tra gli altri Ilie Nastase e venendo sconfitto solo da Bjorn Borg dopo 4 set. Insomma l’approdo alla finale Europea non sembrava assolutamente impossibile…ed invece accadde l’imponderabile. Si iniziò proprio con il singolare Jauffret-Panatta. Adriano sembrò la brutta copia di quanto visto solo pochi giorni prima su quegli stessi campi. Lento, svogliato, probabilmente non favorito dalle forti piogge che erano cadute in quei giorni su Parigi e che ostacolarono anche la stessa sfida. Il campo era molto lento e le palle abbastanza pesanti. Per quel vecchio volpone di Jauffret fu un gioco da ragazzi mettere nell’angolo il nostro numero 1 e superarlo in 3 set, 1-0 Francia. Corrado Barazzutti però non temeva la garra, Dominguez non era un mostro di continuità e dopo aver vinto il primo set raccolse appena 4 game nei tre seguenti, 1-1 e tutto in equilibrio prima del doppio. Troppo solidi Panatta e Bertolucci per la coppia Dominguez/Jauffret, netto 6-1 6-4 6-1 per i nostri, pubblico azzittito e 2-1 Italia, il gioco sembra fatto.

Anche perché la domenica sarebbero scesi in campo per primi Panatta e Dominguez. Vero che Dominguez aveva già battuto Adriano proprio a Parigi nel 1971 e a Roma nel 1973, ma ora Adriano sembrava nettamente più in forma dell’ostico francese e quindi si riteneva fattibile la vittoria del nostro nr.1. Ed invece l’orgoglio francese unito ad un Panatta in condizioni pessime crearono le basi per la rimonta dei nostri avversari. Dominguez ebbe la meglio in 4 set e tutto si decise nel singolare finale tra Barazzutti e Jauffret. La pioggia che già aveva ritardato l’inizio del primo singolare ostacolò anche lo svolgimento del secondo. Jauffret fece valere in tutto e per tutto la sua esperienza, Barazzutti fece molta fatica ad opporre resistenza alle discese improvvise del suo avversario, il pubblico recitò in pieno il suo ruolo, l’ambiente si fece carico ed ostile verso i nostri. Insomma una vera e propria corrida dove Jauffret recitava il ruolo del torero e Barazzutti provava ad incornarlo. Cala l’oscurità sul Roland Garros, Jauffret chiude il terzo set e si porta avanti due set a uno, match sospeso, si riprende l’indomani. Barazzutti il lunedì rientra in campo pronto a vendere cara la pelle, porta a casa il quarto set e riaccende le speranze italiche. Ma Jauffret la sa lunga, molto lunga. Nel quinto set non sbaglia una palla, finisce 6-3 per lui, la Francia vince 3-2 e noi veniamo subito eliminati.

Le polemiche divamparono tra gli addetti ai lavori al ritorno in Italia dei nostri. Primo a finire sul banco degli imputati Adriano Panatta (verso il quale anche in futuro non mancheranno mai le critiche per le sue prestazioni talvolta opache contro avversari di medio livello), colpevole di aver perso entrambi i singolari. Ma il dito venne puntato anche contro Fausto Gardini, ritenuto incapace di governare il talento di Adriano e soprattutto accusato di essere troppo distante dai giocatori caratterialmente. Alla fine Gardini sarà sostituito e si deciderà di far sedere sulla panchina di capitano il mostro sacro del tennis italiano, Nicola Pietrangeli. Mai scelta sarà più azzeccata, ma questa è un’altra storia. Di seguito il dettaglio della sfida del 1975

20-22 giugno 1975, Parigi, clay, outdoor, Zona Europea, semifinale B
FRANCIA-ITALIA 3-2

Jauffret-Panatta 6-1 6-4 8-6
Barazzutti-Dominguez 4-6 6-0 6-1 6-3
Bertoucci/Panatta-Dominguez/Jauffret 6-1 6-4 6-1
Dominguez-Panatta 6-3 1-6 7-5 6-3
Jauffret-Barazzutti 6-2 4-6 6-3 3-6 6-3

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Flash

Una mattina come le altre?

Fabio Fognini si prepara alla sfida contro il Re del Principato. Braccio fasciato ma nessuna smorfia di dolore. Alle 15.30 la semifinale contro Nadal

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Montecarlo, Fabio Fognini si riscalda prima della semifinale contro Nadal

Il riscaldamento di Fabio Fognini sul campo n. 2 gremito, fa ben comprendere quale sia l’attesa per il match del nostro contro Nadal. Barazzutti appare sereno mentre Fabio, neanche è entrato in campo, tra il serio e il faceto si lamenta di non poter usare il Camp des Princes adiacente. Fabio si allena senza tape al polpaccio e questo può anche essere un primo buon segno. Ma il braccio fatato che il mondo ci invidia è ancora ben fasciato e ricoperto da un manicotto nero che lo tiene al caldo.

Barazzutti gli chiede di non schiacciare troppo il colpo e di giocare con margine mentre il ritmo del riscaldamento di Fabio aumenta e strappa anche qualche applauso dalle tribune. Di là non c’è un mancino, ma c’è già il vento che non sappiamo se calerà nel pomeriggio che lo attende. Ad ogni colpo particolarmente riuscito da parte di Fognini, dal suo staff arriva un incitamento o un “Fogna” gridato in maniera non occasionale, scientificamente studiato, con ogni probabilità teso a stimolare la fiducia ed il senso di competizione del ligure.

 

Un po’ di allenamento sugli smash, per evitare gli errori fatti con Coric e poi Barazzutti prova ad offrirgli delle palle sul lato sinistro, forse per prepararlo ai ganci di Nadal, ma di certo restando ben lontano dalla loro efficacia. 40 minuti ad intensità altalenante, nessuna smorfia di dolore e diversi colpi giocati anche in piena accelerazione. Se il gomito dà fastidio, almeno pare un fastidio che non ne influenza l’efficacia del gioco. Il finale è del pubblico che gli tributa una piccola standing ovation all’uscita dal campo. Ma forse il finale vero è ancora da scrivere.

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Focus

Si può sfidare Nadal senza essere solidi, se si è tutto il resto

Fognini e il fisioterapista battono la salute di ferro di Coric. Djokovic fa il serbo di scorta ma non sembra affranto. Medvedev fa sul serio mentre Nadal deve guadagnarsi la pagnotta

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'olivo)

Le storie spesso nascono anche dalle parole, e i racconti si tramandano da che esiste l’uomo per via orale. Peccato che l’ATP non la veda così e ci costringa a conversazioni con i giocatori spesso striminzite, con l’ansia perenne di avere sbagliato l’unica domanda a tua disposizione o di ricevere come risposta la banalità di turno. Se a questo si aggiunge che le press conference fissate ad un orario, ti vengono alle volte anticipate al presente, pensi all’ubiquità come ad una dote essenziale per poter fare questo lavoro.

Avremmo voluto fare diverse domande a Djokovic, chiedergli quello che le sensazioni suggeriscono. Ma correre dalla sala stampa sino alla sala conferenze, lungo scale e sentieri, in controcorrente rispetto alla fiumana di gente che lasciava sorpresa il centrale, non è stato sufficiente. Il match lo abbiamo raccontato. Il volto serafico di Nole, ancora indosso la maglietta della sconfitta, no. Avrebbe meritato qualche didascalia in più la faccia del numero uno del mondo, che perde il terzo match su sei disputati dopo la suprema finale degli Australian Open contro Nadal.

 

In ogni caso a Djokovic la parola, ma più che la parola il “concetto Roland Garros”, in conferenza stampa è scappata di bocca. Quasi un lapsus freudiano, che ci spiega cosa ha in testa il serbo mentre la primavera incede, i punti dei Masters 1000 se ne vanno, ma gli Slam che gli servono per scavalcare la storia, restano.

Come resta nel torneo Daniil Medvedev, che gioca contro Nole la partita perfetta, ma forse l’unica di cui dispone. Il russo non entusiasma, non gioca vincenti a bizzeffe ed ha la plasticità della scoliosi dal lato del dritto, ma quando si dice “tennista solido”, con il Djokovic di questi tempi, al momento è meglio passare dalle sue parti. Solido: una volta un tennista che vinceva era definito “bravo”. Adesso è solido: se gioco bene ho giocato “solido”. E se devo descrivere il mio avversario, egli non è semplicemente “good”, bensì “tough”, che vuol dire “duro” ma anche sinonimo di sostanziale, rigido e indistruttibile.

Non lo è stato il tennis di Nadal, contro un Pella che si è rifiutato di recitare la parte dell’agnello sacrificale. Ma lo è decisamente, da tanti anni, la testa di Rafa. Mentre i nodi del suo difficile incontro si dipanavano, il pensiero andava alle parole dello zio Toni. I due non sono solo allievo e maestro, o banalmente nipote e zio: sono una unica linea d’onda, un pensiero trasmesso per via collaterale e genetica, che si propaga per via quasi telepatica. Una sorta di pensiero unico, ma indubbiamente corretto, che ha forgiato la miglior testa tennistica dei nostri tempi.

Quanto a Fabio, anche senza le sue parole (che abbiamo comunque abbondantemente riportato) possiamo raccontare con lui una storia unica e diversa nel tennis odierno e stereotipato.

Il concentrato di talento che stilla da Fognini, gorgoglia e ribolle. Sappiamo che alla soglia dei 32 anni esso non scorrerà mai fluido e regolare, e sappiamo anche che ci saranno le assenze, come quelle del primo set di stasera. Ma siamo ben coscienti della capacità di Fabio di diventare d’improvviso ingombrante al punto da riempire da solo il campo, di inondarlo di creatività che va a scomparire e dei cosiddetti “Fogna moments”. Riempirà il campo dei suoi sguardi verso il pubblico, della sua camminata da bulletto, della parola “culo” pronunciata a pieni polmoni nelle interviste in campo e di improvviso saprà far sparire qualsiasi Coric di turno quando vorrà.

Il talento puro gli viene riconosciuto da tutti. Nadal, in conferenza stampa, ne tesseva le lodi e gettava uno sguardo al tabellone che annunciava il 6 a 1 Coric nel primo set, con aria compiaciuta. Ora passerà la notte pensando di dover giocare contro Fabio in semifinale. Nessuna paura, Nadal non ne può avere. Ma qualche pensiero, il giocare con Fognini, glielo farà venire.

Perché giocare con Fognini è esercizio differente. Così come descriverlo utilizzando temi e pensieri di un racconto del passato. Un racconto di quando per descrivere un colpo, un giocatore, una persona, avevi a disposizione 1000 aggettivi e non potevi limitari a dire “solido”. Qualcuno dei nostri anziani ti avrebbe guardato male. Perché vedendo Fabio, la sua esaltazione che si alterna allo sconforto, senza mai passare per quel che noi definiremmo normale, ci viene da pensare che si può vincere, arrivare in semifinale e giocarsela contro Nadal, anche senza essere per forza solidi. Se poi si è tutto il resto.

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Interviste

Fognini: “Cosa posso fare contro Rafa? Potrei ucciderlo!”

Le parole del ligure dopo la vittoria su Coric che lo riporta in semifinale a Montecarlo dopo 6 anni: “I cesti di Barazzutti stanno servendo a qualcosa…”

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Fabio Fognini è raggiante e anche un pochino incredulo al termine del quarto di finale vinto in rimonta contro Borna Coric rinfrancato anche dall’affetto del pubblico, dei familiari e degli amici e ora può giocare la semifinale contro Nadal senza nulla da perdere: “Spero che anche domani tutto il pubblico sia dalla mia parte. In questo torneo gioco in casa, più qui che a Roma! Sono contento per i familiari e gli amici che sono venuti qui questa settimana, ma soprattutto per me” ha detto Fognini a caldo.

In relazione alla sfida impossibile che lo attende domani: “È abbastanza tardi, proverò a recuperare e fare del mio meglio domani. Cosa posso fare contro Nadal? Potrei ucciderlo!“, scherza Fabio. “Domani non ho nulla da perdere, sono le partite che mi piace giocare. Ci ho più perso che vinto ma penso di avere il gioco per potergli dare fastidio e so che lui sa che posso dargli fastidio. Ho visto che lui oggi non ha giocato benissimo, ma domani è un altro giorno. Ovviamente bisogna tenere un livello alto per tutta la partita. Spero di prendere meno sberle della prima seminale (6-2 6-1 contro Djokovic, ndr) che ho giocato a Montecarlo“.

 

Un risultato impensabile se si pensa che lunedì Fabio era arrivato a un passo dalla sconfitta al primo turno contro il qualificato Andrey Rublev. E anche oggi il primo set non lasciava molte speranze specialmente dopo l’intervento del trainer per un problema al gomito.

Spero di aver messo alle spalle il periodo difficile. Nel primo set non riuscivo a prendergli il tempo, ho avuto anche un po’ di fortuna stasera ma la fortuna non guasta e in questo periodo si prende tutto. Lui mi ha aiutato nel secondo set e ha giocato malino fino alla fine del secondo, nel terzo credo di essere stato un pochettino superiore. Sto giocando bene! I cesti di Barazzutti stanno servendo a qualcosa… non immaginavo di ritrovarmi in semifinale dopo aver quasi perso al primo turno contro Rublev. Essere rimasto lì ha pagato“.

Capitolo infortuni: “Oggi ho chiamato il fisio perché il gomito mi faceva più male degli ultimi due o tre giorni, credo per la temperatura: oggi era più umido e più freddo, quindi ho preferito immobilizzarlo con un tape“. A fine match la scritta “Fogna 2” sulla telecamera di Tennis TV ha un destinatario particolare: “È per Berrettini, lui sa di cosa stiamo parlando“.

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