Mr. Haggerty e il delitto perfetto

Editoriali del Direttore

Mr. Haggerty e il delitto perfetto

Ad Orlando ad agosto si deciderà la fine o meno della Coppa Davis (almeno nella formula attuale). Riuscirà il presidente ITF nel suo intento? O rimedierà una nuova brutta figura come l’anno scorso?

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Abbiamo più volte scritto nell’ultimo periodo di come l’ITF nella persona soprattutto del presidente David Haggerty stia cercando di modificare a tutti i costi il format dell’attuale Coppa Davis, competizione con una storia di 117 anni e dalla grandissima tradizione e (ci permettiamo di aggiungere) fascino. Al di là delle opinioni puntualmente riportate dei vari tennisti, capitani e giornalisti, anche lo stesso direttore Scanagatta ha in un paio di occasioni detto la sua tirando scherzosamente in ballo il sottoscritto (che in redazione è soprannominato Patria-man per lo sviscerato amore verso i tennisti italiani e le competizioni a squadre, Davis e Fed, per le quali ho il piacere di essere responsabile per Ubitennis). È chiaro che avere passione per un evento e leggere di tentativi di modificarla (o forse sarebbe meglio dire stravolgerla) non fa mai piacere, anzi, ti prende un senso di ribellione. Così come è anche vero che i continui tentativi in questa direzione devono comunque far riflettere e forse comprendere che qualche accorgimento andrebbe apportato. Inoltre nell’analisi di tutto ciò andrebbe anche valutato tutto il contesto del mondo del tennis negli anni 2000 e partendo da qui fare le opportune considerazioni.

Vediamo di provarci con questo articolo. Partiamo da dove eravamo e dove siamo arrivati tennisticamente parlando. Siamo passati dalle racchette di legno e da un tennis diciamo semi-professionistico ad attrezzi fantascientifici, tecnologicamente all’avanguardia, ad un gioco supersonico rispetto a quello di soli 30 anni fa, a tornei che si susseguono senza lasciarti un attimo di tregua, a superfici nel corso del tempo modificate quasi per renderle (stiamo estremizzando) uniformi (la cosidetta “terba” o superfici veloci ma in verità molto “lente). Siamo passati da 3 slam sull’erba ad uno, siamo passati dalle finali tutte sulla distanza del 3 su 5 a finali tutte sulla distanza del 2 su 3 (eccezion fatta per gli Slam e per la Davis). L’apoteosi di questo cambiamento l’abbiamo vista nel torneo Next Gen giocatosi a Milano lo scorso dicembre: giudici di linea elettronici (altro che Var nel calcio), set a 4, no let sui servizi, no vantaggi e via dicendo. Certo era un esperimento, ma il timore e che si possa procedere in questa direzione nel futuro.

Ma perché tutti questi cambiamenti? Beh, innanzitutto perché il tennis da sport di nicchia si è evoluto in sport diffuso. Inoltre nel corso del tempo gli sponsor, gli introiti, i soldi che girano attorno a questo mondo sono cresciuti a dismisura (e non dimentichiamoci anche dell’affare delle scommesse che poi hanno di conseguenza portato altri problemi). Vogliamo poi parlare dei soldi delle TV e quindi dell’interesse delle stesse ad avere un ruolo decisivo negli orari, nella programmazione dei match e così via. Ecco allora che il tennis non viene visto più in funzione del gioco in sé per sé ma in funzione di quanti soldi in più può far fruttare a tutti i vari attori in gioco. Tutto ciò rischia però di far deragliare il sistema in nome del famoso Dio Denaro. Qualcuno potrebbe dire, bella scoperta! Vero, il problema sarebbe rendersene conto in tempo.

 

Non si capisce come un tennista terraiolo puro come Guillermo Vilas giocasse più di 120 partite in un anno mentre oggi si contano più tennisti infortunati che sani (soprattutto tra i migliori). Si dirà, si ma oggi gli attrezzi ed il tennis sono cambiati. Corretto, ma non è che oggi le riabilitazioni e i recuperi da infortuni vari vengano accelerati oltremodo per non perdere la possibilità di racimolare qualche dollaro in più? C’è pure da dire che una volta si giocavano tutte le finali dei vari tornei 3 su 5, oggi come scritto prima tutte (o quasi) 2 su 3. Si sostiene che questa misura è stata presa per evitare che chi giochi una finale dispendiosa 3 su 5 in un torneo non sia poi costretto a rinunciare a quello della settimana successiva, asserendo oltretutto che il pubblico sugli spalti (e anche a casa) non gradiscano di base tempi lunghi per assistere ad un evento sportivo. Ma ne siamo proprio sicuri? Sarei curioso di chiedere ad uno spettatore della finale del Foro Italico tra Federer e Nadal del 2006 se si fosse in quell’occasione annoiato. L’impressione (da parte di chi scrive) è che l’ATP sappia di rappresentare un movimento che produce tanti soldi e che faccia di tutto per tirare acqua al suo mulino. Ci sta, però poi bisognerebbe anche porsi dei limiti, perché alla fine si fa di tutto per favorire i giocatori e le loro esigenze ma poi in molti tornei i draw sono zoppi e di limitato valore tecnico ed allora tanto vale tornare al tennis di una volta.

Il ragionamento fatto per il tennis vale di conseguenza anche per la Davis. E’ vero, fino forse a tutti gli anni ’90 la competizione era onorata da tutti i migliori, poi pian piano l’interesse è andato da parte degli stessi scemando, soprattutto da parte di chi semmai l’ha vinta e quindi ha raggiunto il suo scopo. In parte ciò è corretto, fermo restando che Murray ha continuato a giocarla se in forma anche dopo averla vinta, Djokovic dopo averla vinta l’ha difesa l’anno successivo e poi ha giocato in altre occasioni (oltretutto giocando un’altra finale), Nadal è stato da poco convocato per i quarti di finale contro la Germania sulla terra di Valencia. Così come è vero che al netto di polemiche interne alle squadre i migliori francesi sono sempre presenti e lo stesso vale per i croati o per gli americani.

Il presidente Haggerty rispetto al forse eccessivo immobilismo del suo predecessore, l’italiano Ricci Bitti (che nella sua ultima audizione all’ITF pregò di salvaguardare la tradizione della manifestazione) si è votato completamente alla rivoluzione della Davis. Primo tentativo, format quasi immutato, tutti i singolari sulla distanza del 2 su 3, doppi 3 su 5, competizione su due giorni. Sicuro del fatto suo il presidente portò la proposta in consiglio ma non raggiunse il quorum richiesto (2/3 dei votanti). Tramite però una sorta di stratagemma la proposta è stata comunque adottata per i vari raggruppamenti zonali mentre non è stato toccato il World Group. Haggerty però da vero uomo business ha fiutato l’errore ed allora eccolo tornare alla carica con una proposta stavolta davvero rivoluzionaria, ma soprattutto portatrice di tanti soldi (il famoso Dio Denaro di cui sopra), da dividere tra federazioni. Fautore di questa idea la multinazionale Kosmos appoggiata dalla giapponese Rakuten. Il progetto lo sapete un po’ tutti, tutte le gare racchiuse in una sola settimana in un’unica sede, 16 nazioni partecipanti più 2 wild card e così via. Insomma, in un solo colpo, via il fattore campo, via il 3 su 5, via 3 week-end su 4 dedicati alla Davis nel calendario. Nella sostanza la fine della Coppa Davis che la tradizione ci ha fatto conoscere.

Una volta reso noto il progetto tutti gli attori hanno provato a dire la loro. C’è chi è favorevole, chi invece invoca il rispetto della tradizione della manifestazione e disapprova questa rivoluzione. Non ultimo il buon Lleyton Hewitt (“i soldi non possono essere tutto”). Più volte anche noi della redazione abbiamo discusso sulla Davis, sul suo Format, su eventuali cambiamenti da apportare. E’ chiaro che se la inseriamo nel contesto del mondo del tennis odierno qualcosa va cambiato, soprattutto sul calendario. Servirebbe una collocazione più concentrata dei vari turni, anche se giova dire che a suo tempo furono proprio i big a chiedere in una lettera all’ITF di giocare due turni della Davis nelle settimane immediatamente seguenti gli Australian Open (gli ottavi di finale del World Group) e gli US Open (semifinali e play-off). Ma ciò implicherebbe un dialogo incrociato ITF-ATP che come tante volte il buon Gibertini ha sostenuto non ci sarà mai e poi mai. E già qui emerge la prima crepa. In seconda battuta, al di là di assegnare punti ranking a chi la gioca si dovrebbe prevedere (visto l’andazzo che ha preso il sistema) anche dei montepremi da dividere ai giocatori, perché come sosteneva a suo tempo il nostro Direttore, la possibilità di percepire (non dalle proprie federazioni ma dall’ITF) denari forse smuoverebbe anche gli entourage degli stessi tennisti che oggi sono con ogni probabilità i primi a disincentivarne la partecipazione. Purtroppo sono lontani i tempi in cui si giocava per l’amor patrio e per la gloria.

Chiudiamo questa ampia parentesi riprendendo le dichiarazioni in esclusiva raccolte dai nostri inviati a Miami dal giornalista Jon Wertheim. Soprattutto il passaggio “in un mondo dove oggi si corre a 300 all’ora e impensabile chiedere a uno spettatore di assistere per oltre 3 ore ad un match di tennis tra un Cilic ed un del Potro (il riferimento è al singolare della finale di Davis di due anni fa, ndr). 90 minuti potrebbero bastare...”. Ecco, pensare che un bel match, ricco di colpi di scena, con il tifo acceso sugli spalti, debba avere per motivi commerciali una durata contenuta è un limite che secondo chi scrive stiamo dando a questo sport. In Davis (o in uno Slam sia ben chiaro) un match palpitante, emozionante, può durare anche 4 ore e più. Certo, tra i tanti incontri capiterà anche un Higueras-Barazzutti (per citare due giocatori che proprio non ispiravano il pubblico) o un Bemelmans-Fucsovics (singolare di uno degli ottavi della Davis di quest’anno), ma se in ballo c’è un punto decisivo in un match tra due nazionali si fa fatica a pensare che la partecipazione degli spettatori non ci sia. Anche perché in campo si difendono i colori nazionali ed il pubblico di casa a prescindere tifa (al contrario di ciò che può avvenire in un torneo). Riprendendo l’esempio precedente, un Bemelmans-Fucsovics di Davis ha ben altro seguito che un Bemelmans-Fucsovics in un qualsiasi torneo.

Come la chiudiamo allora la questione? Innanzitutto va condiviso pienamente il pensiero di Lleyton Hewitt, “se Haggerty non raggiunge la maggioranza richiesta con la nuova proposta farà bene a dimettersi”, perché se il presidente ITF nemmeno con l’appoggio dei soldi riesce a convincere la maggioranza del board vuol dire che se ne deve fare una ragione e che ha fallito. Al tempo stesso sarebbe il caso che se si decide di salvaguardare la tradizione della Davis nei suoi aspetti essenziali bisogna mettersi tutti attorno ad un tavolo e capire quali modifiche si possono apportare per facilitare la partecipazione dei migliori. Fermo restando (opinione di chi scrive) che non è detto che se non giochino Djokovic o Nadal una sfida di Davis non regali emozioni, colpi di scena o pathos. Certo sarebbe sempre meglio vedere i migliori in campo, ma il fascino di una competizione a squadre in uno sport tipicamente individuale non ha pari e la Davis ce lo insegna in ogni week-end che il calendario le dedica. Ma poi, siamo sicuri che con il nuovo progetto i cosiddetti “big” ci saranno sempre? Ci pensi signor Haggerty, ci pensi bene.

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Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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