Fognini mai così bene sul veloce. Basilashvili è la rivelazione

I numeri della settimana. Il georgiano si candida come rivelazione dell'anno dopo il successo su del Potro e il secondo titolo stagionale. Fognini ottimo sul cemento, ma le Finals restano un miraggio

Fognini mai così bene sul veloce. Basilashvili è la rivelazione

3 – i tornei nei quali nel 2018 Nick Kyrgios è riuscito a vincere tre partite di fila. La circostanza che due di essi – il titolo vinto Brisbane e gli ottavi raggiunti a Melbourne – risalgano a gennaio rende ancora più preoccupante lo stato di forma dell’australiano, quest’anno calato nel rendimento soprattutto quando ha giocato contro i tennisti più forti. Nick ha infatti iniziato la stagione con un bilancio di 14 vittorie e 21 sconfitte contro i top 10, ma dopo aver sconfitto in finale Dimitrov a Brisbane, ha perso i successivi sette confronti. Questa incapacità di esprimersi al massimo del suo potenziale ha determinato in buona parte la differenza con le passate stagioni, anche perché, considerando pure Tokyo – dove la scorsa settimana al secondo turno ha perso in due tie-break da Gasquet, 25 ATP – contro i giocatori tra la 11° e la 30° posizione quest’anno ha vinto quattro delle sei volte che li ha affrontati (l’altra sconfitta è arrivata contro Nishikori a Wimbledon). In realtà, per Kyrgios non si sono palesate nemmeno sconfitte davvero clamorose e indisponenti, avendo perso contro tennisti non presenti nella top 50 solo tre volte: con Karlovic a Houston (ma non era al meglio e difatti avrebbe poi saltato la stagione sul rosso), con Norrie ad Atlanta (quando si è ritirato dopo aver perso il primo set) e contro Wawrinka a Cincinnati, la cui classifica, condizionata dagli infortuni, non era “reale”. Resta però che Nick – costretto a saltare per infortunio i due mesi della primavera sulla terra rossa europea – solo cinque volte ha raggiunto i quarti nel 2018 e che solo uno di questi tornei, il Queen’s (dove ha fatto semifinale), non era un ATP 250. Inevitabilmente, la sua classifica ne sta risentendo in negativo (ha perso dieci posizioni rispetto a luglio) e non incoraggia nemmeno un po’ pensare che a Shanghai e nei tornei indoor europei l’australiano non abbia mai fatto bene.

6 – gli ultimi tornei giocati da Caroline Wozniacki, durante i quali non aveva mai vinto due partite consecutive. Con questo misero score la danese si è presentata a Pechino, dopo un 2018 che successivamente al titolo ad Auckland ed al trionfo degli Australian Open – capace di darle il primo titolo Slam della carriera riconsegnarle il numero 1 – era stato più che avaro di soddisfazioni. La danese aveva vinto un solo torneo (il Premier di Eastbourne), raggiunto una misera semifinale (Doha) e in appena un altro evento (Roland Garros) aveva vinto tre partite. A Pechino ha giocato per il dodicesimo anno consecutivo il China Open, una competizione vinta nel 2010, ma nella quale successivamente solo due volte aveva raggiunto i quarti (2011 e 2013). Caroline ha ritrovato nuovamente continuità e un elevato rendimento, raggiungendo la finale senza perdere un set, in un percorso che non le ha messo di fronte nessuna top 20. La numero 2 del ranking ha sconfitto Bencic (6-2 6-3), Martic (7-5 6-3), Kontaveit (7-5 6-4), Siniakova (duplice 6-2) e Wang (6-1 6-3). Anche contro Sevastova, prima top 20 affrontata, nella finale non ha concesso sconti: ha vinto con un duplice 6-3) e concluso alla grande una settimana magica, con la conquista del suo trentesimo titolo.

 

10 – le sconfitte subite nel 2018 da Alexander Zverev contro tennisti non inclusi nella top 20 del ranking ATP, di cui ben sei sono addirittura arrivate contro giocatori nemmeno presenti nella top 50 (il migliore in classifica ad aver fatto peggio in tal senso è Isner, con otto sconfitte contro tennisti con questo piazzamento). Numeri impietosi nel testimoniare l’attuale momento di grande difficoltà del ventunenne tedesco che l’anno scorso, durante il finale di stagione, raggiungeva l’attuale best career ranking (terzo posto). Eppure Sasha aveva iniziato molto bene il 2018: sino a metà stagione (prima di Halle, per la precisione) è stato il numero 2 delle Race, grazie alla vittoria dell’ATP 250 di Monaco di Baviera e del Masters 1000 di Madrid, alle finali a Miami e Roma, alle semi a Monte Carlo e Acapulco e al primo quarto di finale nei tornei dello Slam, raggiunto al Roland Garros. Con l’inizio dei tornei sull’erba per il tedesco si è spenta la luce: ad eccezione del titolo conquistato all’ATP 500 di Washington (dove per vincerlo ha sconfitto un solo top 30, Nishikori), ha portato a casa con successo appena sette partite in sei tornei, nelle quali Bautista Agut, 26 ATP, è stato il miglior avversario sconfitto (questa settimana a Pechino). L’inopinata sconfitta della settimana nella capitale cinese contro il 34enne Malek Jaziri, 61 ATP, conferma che nemmeno Ivan Lendl, arrivato nell’angolo di Sasha prima degli US Open, possa fare miracoli senza il necessario tempo per riuscire a entrare nella testa del giovanotto, apparso nel body language sempre più preoccupato e nervoso per il suo mediocre rendimento.

15 – i quarti di finale nel circuito maggiore raggiunti in carriera da Quiang Wang. Solo uno di questi (lo scorso maggio a Strasburgo), però, è arrivato in tornei non giocati in territorio asiatico. Un incredibile dato per la semifinalista del Premier Mandatory (la categoria più alta di tornei organizzati dalla WTA) di Pechino, capace di vincere quindici (e tredici di questi in due set) degli ultimi diciannove incontri disputati, giocando il miglior tennis della sua carriera. Un rendimento in crescendo che le ha consentito di conquistare in sequenza la semifinale a Hiroshima, vincere il torneo di Guanghzou (il terzo dopo Nanchang lo scorso luglio e Zhenzou nel 2017, tutti sul cemento all’aperto), arrivare in semi al Premier 5 di Wuhan (ritiratasi dopo aver perso il primo set contro Kontaveit) e bissare poi a Pechino, dove si è presentata col best career ranking, 28 WTA. Stabilmente nella top 100 da febbraio 2016, grazie soprattutto a piazzamenti nei piccoli International asiatici, a maggio dell’anno scorso entrava per la prima volta nella top 50, dopo il terzo turno raggiunto a Madrid. Una prima parte di 2018 negativa – eccezion fatta per gli ottavi a Indian Wells, dove sconfiggeva ottime tenniste come Mertens e Mladenovic – l’aveva fatta sprofondare al 91°posto del ranking. I quarti a Strasburgo, il terzo turno al Roland Garros (eliminando Venus Williams, seconda top ten battuta in carriera) e la vittoria dell’International di Nanchang avevano rimesso in sesto la sua classifica, prima che vivesse un mese di settembre eccellente. A Pechino ha infatti sconfitto tre top 20 per arrivare in semifinale: prima Ostapenko (duplice 6-0), poi Pliskova (6-4 6-4) – per la seconda settimana consecutiva dopo Wuhan – e Sabalenka (7-5 7-5). La tennista cinese si è poi arresa nettamente a Wozniacki, conquistando soli quattro game, ma resta sinora la settimana migliore della carriera per Wang.

17 – la posizione nella Race (la classifica che considera i soli risultati del 2018) occupata la scorsa settimana di Grigor Dimitrov. Una stagione sin qui molto deludente per il bulgaro, che aveva iniziato l’anno da terzo giocatore al mondo e sull’onda dell’entusiasmo per le ATP Finals conquistate il precedente novembre. In diciassette tornei giocati, il bulgaro quest’anno ha raggiunto una sola finale (a Rotterdam) e non conquista una semi addirittura da metà aprile (Monte Carlo). Come se non bastasse, a partire da maggio è arrivato una sola volta ai quarti (a Toronto) e appena un’altra, al Roland Garros, ha vinto due partite consecutive. In questo stesso lasso temporale solo una volta ha sconfitto un top 30. Una involuzione clamorosa, costatagli quattro eliminazioni al primo turno di cui due nei Major (Wimbledon e US Open, sconfitto entrambe le volte da Wawrinka) e dalla quale non si intravede una via d’uscita. L’ultimo capitolo di questo (momentaneo?) declino tennistico è avvenuto all’ATP 500 di Pechino, dove, dopo aver battuto (7-5 6-3) il lucky loser Sandgren, 59 ATP, è stato fermato da Lajovic, 55 ATP, capace di sconfiggerlo col punteggio di 6-4 2-6 6-4.

35 – le partite vinte sul cemento all’aperto nel 2018 da Juan Martin Del Potro. Numeri molto buoni per il gigante di Tandil, impegnato la scorsa settimana a Pechino nel suo primo torneo da trentenne (ha compiuto gli anni il 23 settembre). Nessuno degli altri top ten quest’anno ha vinto tante partite (il secondo in questa particolare graduatoria è Anderson, con 26 successi) sulla superficie preferita dall’argentino. Sul cemento il numero 4 del mondo ha raccolto il titolo al Masters 1000 di Indian Wells e all’ATP 500 di Acapulco, le finali agli US Open, a Pechino, Los Cabos (sconfitto da Fognini) e Auckland (fermato da Bautista Agut) e la semifinale a Miami. Gran parte dei suoi punti, dunque – sulle altre superfici Delpo ha comunque raggiunto una semi al Roland Garros e un quarto di finale perso di un soffio a Wimbledon, entrambe le volte fermato da Nadal – sono arrivati sul cemento all’aperto. Un numero consistente di partite vinte che gli ha consentito ad agosto per la prima volta in carriera di salire al numero 3 del mondo, una posizione che a fine anno potrebbe riconquistare, considerando che nella Race ha già quella posizione e gode di un discreto vantaggio di punti (circa 400) su Federer. A Pechino Juan Martin è arrivato in finale senza perdere un set, superando Ramos (7-5 6-2), 50 ATP; Khachanov (6-4 7-6), 24 ATP; Kraijinovic (6-3 6-0), 36 ATP; prima di usufruire del ritiro di Fognini in semifinale. In finale, forse sorpreso da un Basilashivili in stato di grazia, è parso però spento: si è arreso con un duplice 6-4 a favore del georgiano, rimandando l’appuntamento con il suo 23° (e tredicesimo sul cemento all’aperto) titolo.

43 – le partite vinte in questo 2018 da Fabio Fognini, un numero di successi già maggiore di quello mai totalizzato complessivamente nelle altre stagioni della sua carriera (precedentemente il suo record era di 42, registrato nel 2013, uno dei due anni in cui il ligure ha terminato l’anno nella top 20). Risulta interessante notare come cinque anni fa ben 28 vittorie (il 65%) erano arrivate sulla terra, quattro su superfici in condizioni indoor, due su erba e otto sul cemento all’aperto. In questa stagione, invece, il rapporto tra mattone tritato (21 successi) e hard outdooor (20) è praticamente bilanciato, sintomo di un’evoluzione tecnica che sempre più incide anche nella programmazione del numero 1 azzurro. Un numero molto alto di vittorie – basti pensare che sinora solo Nadal, Del Potro, Zverev e Thiem hanno vinto nel 2018 più partite di lui – buona parte delle quali non sono arrivate contro avversari importanti (solo due contro top 10, alla quale va aggiunta anche un successo su un top 20) o nei tornei che fanno la storia del nostro sport (sono nove le vittorie negli Slam e sei quelle nei Masters 1000). Dati che non offuscano la doverosa ammirazione per quanto fatto e, soprattutto, capaci di fornire sempre più percentuali di successo al suo tentativo di migliorare il best career ranking di 13° giocatore al mondo. A tal proposito, non va dimenticato che Fabio è attualmente 11° nella Race to London: Goffin e Dimitrov attualmente lo precedono nella classifica ufficiale, che calcola i risultati dell’anno solare, ma entrambi perderanno a novembre il migliaio di punti guadagnato alle ATP Finals. Da quest’ultima graduatoria si evincono chiaramente le chances del ligure di poter arrivare nel giro del prossimo mese a questa posizione, sebbene, con due Masters 1000 da giocare e un mese complessivo di calendario ancora da affrontare, le previsioni siano molto azzardate. Fabio ha circa 500 punti di vantaggio su un folto gruppetto (Goffin, Tsitsipas, Carreno, Raonic, Coric e Dimitrov) di tennisti che potrebbe con più probabilità insidiargli l’11°posto a fine 2018. Purtroppo, però, l’azzurro ha un’analoga distanza di punti dalla tanto prestigiosa decima piazza del ranking, occupata nella Race to London da Nishikori. Risulta molto difficile anche immaginare un sorpasso a inizio 2019, visto che il giapponese non ha punti da difendere da qui sino a febbraio prossimo, situazione analoga a quella dell’attuale tennista al nono posto nel ranking, Isner (lo statunitense ha solo la scadenza della semifinale di Bercy nei prossimi 4-5 mesi).

89 – la posizione del ranking in cui era sprofondato Nikoloz Basilashvili sei mesi fa, dopo aver perso sette partite di fila. Una serie negativa iniziata col 7-5 al quinto rimediato al terzo turno degli Australian Open contro Kyle Edmund, che ha avuto il momento più buio durante le due mortificanti sconfitte patite in Coppa Davis contro il Marocco, rappresentato da Ouahab (591 ATP) e Ahouda (698). Dopo quelle gravi macchie, alle quali erano seguite quattro sconfitte al primo turno tra New York, Delray Beach, Acapulco e Indian Wells si era concretizzata la crisi, terminata solo a Miami con la vittoria al fotofinish su Fabbiano. Sino a fine luglio, quando ad Amburgo ha vinto il locale ATP 500 sconfiggendo sul suo cammino due top 30 (Kohlshreiber e Carreno Busta), il 2018 non aveva riservato particolari soddisfazioni (tre quarti di finale, a Marrakech, Antalya e Budapest) al 26enne georgiano, capace in carriera nel circuito maggiore di raggiungere due finali (Kitzbuhel 2016 e Memphis 2017) altre tre semifinali e abile a sconfiggere solo in due circostanze dei top ten (entrambe sull’indoor, dove aveva avuto la meglio su Thiem e Berdych). Il salto nella top 40 era stato supportato dagli ottavi agli US Open e dai quarti a Metz, ma è a Pechino che si è visto il miglior Basilashvili, capace di vincere il titolo sconfiggendo nel suo percorso tre top 20, posizione alle quali si è avvicinato molto dopo questo successo. Nikoloz, dopo aver sofferto (6-7 7-5 6-2) al primo turno contro Sock, 17 ATP, è arrivato alla finale senza perdere un set, eliminando nell’ordine Verdasco (7-6 6-4), 28 ATP; Jaziri (duplice 6-2), 61 ATP; Edmund (7-6 6-4), 16 ATP. In finale, la più bella prova della carriera gli ha consentito la prima vittoria in carriera contro un top 5, Del Potro, sconfitto con un netto 6-4 6-4. Una delle più grandi rivelazioni del 2018.

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