Fognini mai così bene sul veloce. Basilashvili è la rivelazione

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Fognini mai così bene sul veloce. Basilashvili è la rivelazione

I numeri della settimana. Il georgiano si candida come rivelazione dell’anno dopo il successo su del Potro e il secondo titolo stagionale. Fognini ottimo sul cemento, ma le Finals restano un miraggio

Ferruccio Roberti

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3 – i tornei nei quali nel 2018 Nick Kyrgios è riuscito a vincere tre partite di fila. La circostanza che due di essi – il titolo vinto Brisbane e gli ottavi raggiunti a Melbourne – risalgano a gennaio rende ancora più preoccupante lo stato di forma dell’australiano, quest’anno calato nel rendimento soprattutto quando ha giocato contro i tennisti più forti. Nick ha infatti iniziato la stagione con un bilancio di 14 vittorie e 21 sconfitte contro i top 10, ma dopo aver sconfitto in finale Dimitrov a Brisbane, ha perso i successivi sette confronti. Questa incapacità di esprimersi al massimo del suo potenziale ha determinato in buona parte la differenza con le passate stagioni, anche perché, considerando pure Tokyo – dove la scorsa settimana al secondo turno ha perso in due tie-break da Gasquet, 25 ATP – contro i giocatori tra la 11° e la 30° posizione quest’anno ha vinto quattro delle sei volte che li ha affrontati (l’altra sconfitta è arrivata contro Nishikori a Wimbledon). In realtà, per Kyrgios non si sono palesate nemmeno sconfitte davvero clamorose e indisponenti, avendo perso contro tennisti non presenti nella top 50 solo tre volte: con Karlovic a Houston (ma non era al meglio e difatti avrebbe poi saltato la stagione sul rosso), con Norrie ad Atlanta (quando si è ritirato dopo aver perso il primo set) e contro Wawrinka a Cincinnati, la cui classifica, condizionata dagli infortuni, non era “reale”. Resta però che Nick – costretto a saltare per infortunio i due mesi della primavera sulla terra rossa europea – solo cinque volte ha raggiunto i quarti nel 2018 e che solo uno di questi tornei, il Queen’s (dove ha fatto semifinale), non era un ATP 250. Inevitabilmente, la sua classifica ne sta risentendo in negativo (ha perso dieci posizioni rispetto a luglio) e non incoraggia nemmeno un po’ pensare che a Shanghai e nei tornei indoor europei l’australiano non abbia mai fatto bene.

6 – gli ultimi tornei giocati da Caroline Wozniacki, durante i quali non aveva mai vinto due partite consecutive. Con questo misero score la danese si è presentata a Pechino, dopo un 2018 che successivamente al titolo ad Auckland ed al trionfo degli Australian Open – capace di darle il primo titolo Slam della carriera riconsegnarle il numero 1 – era stato più che avaro di soddisfazioni. La danese aveva vinto un solo torneo (il Premier di Eastbourne), raggiunto una misera semifinale (Doha) e in appena un altro evento (Roland Garros) aveva vinto tre partite. A Pechino ha giocato per il dodicesimo anno consecutivo il China Open, una competizione vinta nel 2010, ma nella quale successivamente solo due volte aveva raggiunto i quarti (2011 e 2013). Caroline ha ritrovato nuovamente continuità e un elevato rendimento, raggiungendo la finale senza perdere un set, in un percorso che non le ha messo di fronte nessuna top 20. La numero 2 del ranking ha sconfitto Bencic (6-2 6-3), Martic (7-5 6-3), Kontaveit (7-5 6-4), Siniakova (duplice 6-2) e Wang (6-1 6-3). Anche contro Sevastova, prima top 20 affrontata, nella finale non ha concesso sconti: ha vinto con un duplice 6-3) e concluso alla grande una settimana magica, con la conquista del suo trentesimo titolo.

 

10 – le sconfitte subite nel 2018 da Alexander Zverev contro tennisti non inclusi nella top 20 del ranking ATP, di cui ben sei sono addirittura arrivate contro giocatori nemmeno presenti nella top 50 (il migliore in classifica ad aver fatto peggio in tal senso è Isner, con otto sconfitte contro tennisti con questo piazzamento). Numeri impietosi nel testimoniare l’attuale momento di grande difficoltà del ventunenne tedesco che l’anno scorso, durante il finale di stagione, raggiungeva l’attuale best career ranking (terzo posto). Eppure Sasha aveva iniziato molto bene il 2018: sino a metà stagione (prima di Halle, per la precisione) è stato il numero 2 delle Race, grazie alla vittoria dell’ATP 250 di Monaco di Baviera e del Masters 1000 di Madrid, alle finali a Miami e Roma, alle semi a Monte Carlo e Acapulco e al primo quarto di finale nei tornei dello Slam, raggiunto al Roland Garros. Con l’inizio dei tornei sull’erba per il tedesco si è spenta la luce: ad eccezione del titolo conquistato all’ATP 500 di Washington (dove per vincerlo ha sconfitto un solo top 30, Nishikori), ha portato a casa con successo appena sette partite in sei tornei, nelle quali Bautista Agut, 26 ATP, è stato il miglior avversario sconfitto (questa settimana a Pechino). L’inopinata sconfitta della settimana nella capitale cinese contro il 34enne Malek Jaziri, 61 ATP, conferma che nemmeno Ivan Lendl, arrivato nell’angolo di Sasha prima degli US Open, possa fare miracoli senza il necessario tempo per riuscire a entrare nella testa del giovanotto, apparso nel body language sempre più preoccupato e nervoso per il suo mediocre rendimento.

15 – i quarti di finale nel circuito maggiore raggiunti in carriera da Quiang Wang. Solo uno di questi (lo scorso maggio a Strasburgo), però, è arrivato in tornei non giocati in territorio asiatico. Un incredibile dato per la semifinalista del Premier Mandatory (la categoria più alta di tornei organizzati dalla WTA) di Pechino, capace di vincere quindici (e tredici di questi in due set) degli ultimi diciannove incontri disputati, giocando il miglior tennis della sua carriera. Un rendimento in crescendo che le ha consentito di conquistare in sequenza la semifinale a Hiroshima, vincere il torneo di Guanghzou (il terzo dopo Nanchang lo scorso luglio e Zhenzou nel 2017, tutti sul cemento all’aperto), arrivare in semi al Premier 5 di Wuhan (ritiratasi dopo aver perso il primo set contro Kontaveit) e bissare poi a Pechino, dove si è presentata col best career ranking, 28 WTA. Stabilmente nella top 100 da febbraio 2016, grazie soprattutto a piazzamenti nei piccoli International asiatici, a maggio dell’anno scorso entrava per la prima volta nella top 50, dopo il terzo turno raggiunto a Madrid. Una prima parte di 2018 negativa – eccezion fatta per gli ottavi a Indian Wells, dove sconfiggeva ottime tenniste come Mertens e Mladenovic – l’aveva fatta sprofondare al 91°posto del ranking. I quarti a Strasburgo, il terzo turno al Roland Garros (eliminando Venus Williams, seconda top ten battuta in carriera) e la vittoria dell’International di Nanchang avevano rimesso in sesto la sua classifica, prima che vivesse un mese di settembre eccellente. A Pechino ha infatti sconfitto tre top 20 per arrivare in semifinale: prima Ostapenko (duplice 6-0), poi Pliskova (6-4 6-4) – per la seconda settimana consecutiva dopo Wuhan – e Sabalenka (7-5 7-5). La tennista cinese si è poi arresa nettamente a Wozniacki, conquistando soli quattro game, ma resta sinora la settimana migliore della carriera per Wang.

17 – la posizione nella Race (la classifica che considera i soli risultati del 2018) occupata la scorsa settimana di Grigor Dimitrov. Una stagione sin qui molto deludente per il bulgaro, che aveva iniziato l’anno da terzo giocatore al mondo e sull’onda dell’entusiasmo per le ATP Finals conquistate il precedente novembre. In diciassette tornei giocati, il bulgaro quest’anno ha raggiunto una sola finale (a Rotterdam) e non conquista una semi addirittura da metà aprile (Monte Carlo). Come se non bastasse, a partire da maggio è arrivato una sola volta ai quarti (a Toronto) e appena un’altra, al Roland Garros, ha vinto due partite consecutive. In questo stesso lasso temporale solo una volta ha sconfitto un top 30. Una involuzione clamorosa, costatagli quattro eliminazioni al primo turno di cui due nei Major (Wimbledon e US Open, sconfitto entrambe le volte da Wawrinka) e dalla quale non si intravede una via d’uscita. L’ultimo capitolo di questo (momentaneo?) declino tennistico è avvenuto all’ATP 500 di Pechino, dove, dopo aver battuto (7-5 6-3) il lucky loser Sandgren, 59 ATP, è stato fermato da Lajovic, 55 ATP, capace di sconfiggerlo col punteggio di 6-4 2-6 6-4.

35 – le partite vinte sul cemento all’aperto nel 2018 da Juan Martin Del Potro. Numeri molto buoni per il gigante di Tandil, impegnato la scorsa settimana a Pechino nel suo primo torneo da trentenne (ha compiuto gli anni il 23 settembre). Nessuno degli altri top ten quest’anno ha vinto tante partite (il secondo in questa particolare graduatoria è Anderson, con 26 successi) sulla superficie preferita dall’argentino. Sul cemento il numero 4 del mondo ha raccolto il titolo al Masters 1000 di Indian Wells e all’ATP 500 di Acapulco, le finali agli US Open, a Pechino, Los Cabos (sconfitto da Fognini) e Auckland (fermato da Bautista Agut) e la semifinale a Miami. Gran parte dei suoi punti, dunque – sulle altre superfici Delpo ha comunque raggiunto una semi al Roland Garros e un quarto di finale perso di un soffio a Wimbledon, entrambe le volte fermato da Nadal – sono arrivati sul cemento all’aperto. Un numero consistente di partite vinte che gli ha consentito ad agosto per la prima volta in carriera di salire al numero 3 del mondo, una posizione che a fine anno potrebbe riconquistare, considerando che nella Race ha già quella posizione e gode di un discreto vantaggio di punti (circa 400) su Federer. A Pechino Juan Martin è arrivato in finale senza perdere un set, superando Ramos (7-5 6-2), 50 ATP; Khachanov (6-4 7-6), 24 ATP; Kraijinovic (6-3 6-0), 36 ATP; prima di usufruire del ritiro di Fognini in semifinale. In finale, forse sorpreso da un Basilashivili in stato di grazia, è parso però spento: si è arreso con un duplice 6-4 a favore del georgiano, rimandando l’appuntamento con il suo 23° (e tredicesimo sul cemento all’aperto) titolo.

43 – le partite vinte in questo 2018 da Fabio Fognini, un numero di successi già maggiore di quello mai totalizzato complessivamente nelle altre stagioni della sua carriera (precedentemente il suo record era di 42, registrato nel 2013, uno dei due anni in cui il ligure ha terminato l’anno nella top 20). Risulta interessante notare come cinque anni fa ben 28 vittorie (il 65%) erano arrivate sulla terra, quattro su superfici in condizioni indoor, due su erba e otto sul cemento all’aperto. In questa stagione, invece, il rapporto tra mattone tritato (21 successi) e hard outdooor (20) è praticamente bilanciato, sintomo di un’evoluzione tecnica che sempre più incide anche nella programmazione del numero 1 azzurro. Un numero molto alto di vittorie – basti pensare che sinora solo Nadal, Del Potro, Zverev e Thiem hanno vinto nel 2018 più partite di lui – buona parte delle quali non sono arrivate contro avversari importanti (solo due contro top 10, alla quale va aggiunta anche un successo su un top 20) o nei tornei che fanno la storia del nostro sport (sono nove le vittorie negli Slam e sei quelle nei Masters 1000). Dati che non offuscano la doverosa ammirazione per quanto fatto e, soprattutto, capaci di fornire sempre più percentuali di successo al suo tentativo di migliorare il best career ranking di 13° giocatore al mondo. A tal proposito, non va dimenticato che Fabio è attualmente 11° nella Race to London: Goffin e Dimitrov attualmente lo precedono nella classifica ufficiale, che calcola i risultati dell’anno solare, ma entrambi perderanno a novembre il migliaio di punti guadagnato alle ATP Finals. Da quest’ultima graduatoria si evincono chiaramente le chances del ligure di poter arrivare nel giro del prossimo mese a questa posizione, sebbene, con due Masters 1000 da giocare e un mese complessivo di calendario ancora da affrontare, le previsioni siano molto azzardate. Fabio ha circa 500 punti di vantaggio su un folto gruppetto (Goffin, Tsitsipas, Carreno, Raonic, Coric e Dimitrov) di tennisti che potrebbe con più probabilità insidiargli l’11°posto a fine 2018. Purtroppo, però, l’azzurro ha un’analoga distanza di punti dalla tanto prestigiosa decima piazza del ranking, occupata nella Race to London da Nishikori. Risulta molto difficile anche immaginare un sorpasso a inizio 2019, visto che il giapponese non ha punti da difendere da qui sino a febbraio prossimo, situazione analoga a quella dell’attuale tennista al nono posto nel ranking, Isner (lo statunitense ha solo la scadenza della semifinale di Bercy nei prossimi 4-5 mesi).

89 – la posizione del ranking in cui era sprofondato Nikoloz Basilashvili sei mesi fa, dopo aver perso sette partite di fila. Una serie negativa iniziata col 7-5 al quinto rimediato al terzo turno degli Australian Open contro Kyle Edmund, che ha avuto il momento più buio durante le due mortificanti sconfitte patite in Coppa Davis contro il Marocco, rappresentato da Ouahab (591 ATP) e Ahouda (698). Dopo quelle gravi macchie, alle quali erano seguite quattro sconfitte al primo turno tra New York, Delray Beach, Acapulco e Indian Wells si era concretizzata la crisi, terminata solo a Miami con la vittoria al fotofinish su Fabbiano. Sino a fine luglio, quando ad Amburgo ha vinto il locale ATP 500 sconfiggendo sul suo cammino due top 30 (Kohlshreiber e Carreno Busta), il 2018 non aveva riservato particolari soddisfazioni (tre quarti di finale, a Marrakech, Antalya e Budapest) al 26enne georgiano, capace in carriera nel circuito maggiore di raggiungere due finali (Kitzbuhel 2016 e Memphis 2017) altre tre semifinali e abile a sconfiggere solo in due circostanze dei top ten (entrambe sull’indoor, dove aveva avuto la meglio su Thiem e Berdych). Il salto nella top 40 era stato supportato dagli ottavi agli US Open e dai quarti a Metz, ma è a Pechino che si è visto il miglior Basilashvili, capace di vincere il titolo sconfiggendo nel suo percorso tre top 20, posizione alle quali si è avvicinato molto dopo questo successo. Nikoloz, dopo aver sofferto (6-7 7-5 6-2) al primo turno contro Sock, 17 ATP, è arrivato alla finale senza perdere un set, eliminando nell’ordine Verdasco (7-6 6-4), 28 ATP; Jaziri (duplice 6-2), 61 ATP; Edmund (7-6 6-4), 16 ATP. In finale, la più bella prova della carriera gli ha consentito la prima vittoria in carriera contro un top 5, Del Potro, sconfitto con un netto 6-4 6-4. Una delle più grandi rivelazioni del 2018.

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Gol di Torino! È una delle 4 città scelte dall’ATP

Tokio favorita n.1 a sostituire Londra per 5 anni di Masters ATP dal 2021. Torino se la batte alla pari con Singapore. Più di Manchester? Le chances

Ubaldo Scanagatta

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Il Pala Alpitour di Torino (foto palaalpitour.it)

Fa certo piacere, e inorgoglisce certamente il sindaco Appendino – che ne aveva bisogno dopo che la sua città e il suo partito sono sembrati spesso più pronti a dire di no che di sì alle varie proposte di investimenti nello sport (ogni riferimento al no di Raggi alle Olimpiadi di Roma non è casuale) – che Torino sia rientrata nello stretto giro delle città candidate a sostituire Londra. Significa che anche la presentazione fatta dalla Federtennis, insieme ai meriti acquisiti per aver ospitato a Milano le Next Gen, è stata efficace. Onore al merito. La struttura del Pala Alpitour ha ospitato i mondiali di volley, tiene 15.000 spettatori, e se di per sé non vale la 02 Arena, è però meglio integrata con la cittadella olimpica e il resto della splendida città, molto più di quanto non lo sia la struttura londinese di North Greenwich che, tranne che per Canary Wharf e il distretto finanziario, è lontana da tutto e tutti.

Segnalato che due delle città di cui si era molto parlato come ipotetiche candidate, San Pietroburgo e Abu Dhabi, sono finite fuori gioco – la prima perché non avrebbe rispettato le scadenze imposte dall’ATP, la seconda perché forse i presunti 700 milioni di budget erano una bufala, molto più di una presunta cattiva immagine di quell’Emirato – Torino è in pratica l’unica città europea in lista. Sì, perché mi parrebbe davvero inconcepibile che dopo 12 anni a Londra le finali ATP possano andare a Manchester e restare in Inghilterra. Anche se Manchester si era candidata a ospitare le finali WTA ed è stata battuta sul rettilineo finale da Shenzhen che si è aggiudicata le finali per 10 anni. Secondo me però una scelta Manchester verrebbe considerata da tutti come uno schiaffo del CEO britannico Chris Kermode a tutti gli altri Paesi. L’aver inserito Manchester – che proprio per via della candidatura WTA era più pronta si tutte le altre città – rappresenta probabilmente un contentino all’orgoglio del Regno Unito in… Brexit e un segno del potere quasi assoluto di mister Kermode.

 

Premesso che, appunto, essere nella short list dell’ATP è già un successo anche se dovesse tramutarsi in altri sopportabili costi magari vani per un ulteriore sforzo in vista della decisione finale che verrà annunciata a marzo nel corso del torneo di Indian Wells, quali sono le vere chances di Torino per ospitare cinque anni di Finals? A questo punto se dovessi immaginare un ranking previsionale, direi che Tokyo è in cima. E Manchester, come detto, in fondo. Fra Torino e Singapore c’è equilibrio, perché il capoluogo piemontese può far valere la sua europeità, l’essere davvero facilmente raggiungibile da tutta Europa – con e senza TAV – e quando dico questo non mi riferisco tanto ai giocatori che pur essendo oggi in massima parte europei si muovono ovunque e dovunque con grande facilità e privilegiano sempre i soldi a tutto il resto. Mi riferisco agli spettatori. Londra è stato anche un successo di pubblico. Perché è facilmente raggiungibile e perché la formula del Masters consente a chiunque voglia vedere per tre giorni i migliori tennisti dell’anno di programmare un anno prima il viaggio.

Arrivare a Singapore è tutta un’altra cosa. Prima di tutto costa una sassata. E difatti per le finali WTA, pur ben organizzate, il vero problema è sempre stato la scarsa affluenza. Ma è certo probabile che Singapore possa attrarre l’ATP – e di riflesso i tennisti – mettendo sul tavolo molti più soldi. Quindi nel caso di un ballottaggio fra Torino e Singapore la scelta sarebbe di tipo… filosofico. Meglio il pubblico e l’Europa rimettendo dei soldi, o meglio i soldi? Ma alla fin fine questo tipo di ballottaggio non avrebbe ragione d’essere se Tokyo giocasse appieno tutte le sue carte. Tutto si gioca in quella parte dell’emisfero nei prossimi anni, a cominciare dalle Olimpiadi. Poi si dice la Laver Cup… e chissà se non anche la fase finale della Davis-Piqué Cup che gode di grandi finanziamenti giapponesi grazie alla Rakuten, l’azienda di commercio elettronico giapponese che ha fatturati pazzeschi.

A Tokyo non manca lo stadio, non mancano i soldi, non sarà difficile trovare gli sponsor (non solo Nitto lo sponsor attuale delle ATP Finals, ma anche Uniqlo, Rakuten, Seiko…), non manca il pubblico, non manca una scelta geopolitica dopo anni e anni di sedi europee. Anche se proprio da Tokyo cominciò l’epopea del Masters nel 1970 (come opportunamente menzionato dal comunicato ATP) prima di spostarsi – sottolinea ancora il comunicato dell’ATP che tende a mostrare come non si siano fatte scelte che privilegiassero un solo continente – in città di tutto il globo terracqueo: New York, Sydney, Shanghai. Se andiamo a contare le edizioni, vediamo però che l’Europa fin qui ha recitato una parte importante. Il Vecchio Continente ha prevalso di una sola edizione… contro tutto il Resto del Mondo: 26 volte a 25 (incluse le due londinesi ancora da disputare) sulle 51 edizioni totali. Mai l’Italia però. E il nostro Paese, con Torino che ha fatto progressi enormi sotto tutti i profili – in passato era una città molto meno attraente rispetto a oggi – e si trova a un tiro di schioppo da Milano per chi volesse fare un turismo di tipo newyorkese a novembre ha indiscutibilmente notevoli pregi turistico-culinari. Da non trascurare anche un dato emerso ieri dopo quanto successo a Strasburgo: ci sono 68 nazioni che hanno subito o rischiato più attentati terroristici rispetto al nostro Paese; non è un particolare di zero rilievo… Incrociamo le dita però.

LE PAROLE DI APPENDINO SU FACEBOOK

“C’è una straordinaria notizia di cui tutte e tutti dobbiamo essere molto orgogliosi: Torino è nella short list delle 5 città candidate per ospitare le ATP finals di tennis dal 2021 al 2025! Hanno mostrato interesse oltre 40 città nel mondo ma hanno superato la prima fase solo TORINO con Tokyo, Singapore, Londra e Manchester. La sfida è ancora lunga e difficile ma questo non ci spaventa. Anzi, ci spinge ad affrontarla con una determinazione ancora maggiore, supportata dalla consapevolezza di possedere tutto ciò che serve per vincerla: un impianto attrezzato perfetto per ospitare manifestazioni sportive internazionali di altissimo livello, le elevate competenze maturate in materia di organizzazione e gestione di grandi eventi sportivi, il sostegno del Governo, di tutte le istituzioni e dei vertici dello sport italiano e della FIT.

E Torino, soprattutto, è un raro mix tra storia e slancio verso il futuro: da un lato può mettere sul piatto della candidatura un patrimonio ambientale, architettonico e culturale di città d’arte sempre più apprezzata e dall’altro infrastrutture, propensione all’innovazione, tecnologia e sinergie con le realtà produttive di un territorio unico. Le Atp Finals sono uno dei cinque tornei di tennis più importanti al mondo, nonché uno dei più ambiti appuntamenti sportivi internazionali, in grado di portare alla città che le ospita non solo prestigio (un audience medio di 95 milioni di persone), ma anche importanti ricadute di carattere turistico e economico, basta pensare che ogni edizione conta oltre 250.000 spettatori”.

IL COMUNICATO STAMPA DELL’ATP

L’ATP ha annunciato la lista finale delle città candidate ad ospitare le Finals dal 2021 al 2025. Le città di Manchester (Inghilterra), Singapore, Tokyo (Giappone) e Torino (Italia) sono state selezionate dall’ATP e avanzeranno adesso, insieme a Londra, alla fase finale. L’annuncio della short list arriva dopo un processo di selezione iniziato nell’agosto di quest’anno, che ha visto oltre 40 diverse città mondiali interessate ad ospitare il prestigioso evento di fine stagione. Nella fase finale, l’ATP, con la consulenza dell’agenzia esterna Deloitte, condurrà dei sopralluoghi nelle città candidate al fine di valutare ulteriormente i rispettivi progetti. La decisione finale verrà presa non prima di marzo 2019.

Queste le parole di Chris Kermode, CEO ATP: “Il livello di interesse suscitato in giro per il mondo riflette l’immenso patrimonio di questo unico evento, così come il successo ottenuto alla O2 Arena dal 2009. È stato un processo altamente competitivo, e tutte le città incluse nella short list meritano un grande credito per la passione e la visione creativa che hanno dimostrato nei rispettivi piani. Non c’è alcun dubbio che Londra abbia fissato degli standard di riferimento decisamente elevati, ma con l’annuncio odierno della short list crediamo di essere in una posizione favorevole per dar vita ad un nuovo, emozionante, capitolo di un evento che rappresenta ormai l’apice assoluto del tennis maschile”.

TUTTE LE CITTÀ CHE HANNO OSPITATO IL MASTERS ATP

  • Tokyo, Giappone 1970
  • Parigi, Francia 1971
  • Barcellona, Spagna 1972
  • Boston, USA 1973
  • Melbourne, Australia 1974
  • Stoccolma, Svezia 1975
  • Houston, USA 1976
  • New York, USA 1977–1989
  • Francoforte, Germania 1990–1995
  • Hannover, Germania 1996–1999
  • Lisbona, Portogallo 2000
  • Sydney, Australia 2001
  • Shanghai, Cina 2002
  • Houston, USA 2003–2004
  • Shanghai, Cina 2005–2008
  • Londra, Regno Unito 2009–2020
  • 2021–2025 ?

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Tra il ricorso pendente e l’appuntamento in Fed: quando rivedremo Errani?

La squalifica per doping dell’azzurra scade l’8 febbraio, giusto in tempo per una possibile convocazione di Tathiana Garbin. Difficile immaginare un rientro anticipato, visto che la giustizia svizzera non si è ancora espressa

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Le storie su Instagram di Sara Errani raccontano di allenamenti quotidiani e tendenziale buon umore, nel rassicurante rifugio dell’academy di Pablo Lozano a Valencia. La faentina è squalificata fino al prossimo 8 febbraio per il caso letrozolo e – a oggi – non ha ottenuto sconti rispetto alla pena complessiva di dieci mesi stabilita nello scorso giugno dal TAS di Losanna, che è andato a quintuplicare l’iniziale condanna stabilita a luglio 2017 dal tribunale indipendente del Tennis Antidoping Programme. Sottolineiamo la provvisorietà della situazione in quanto c’è un ricorso pendente da parte dei legali di Errani al Tribunale Federale Svizzero (TFS), grado di giustizia ordinaria al quale ci si può appellare contro i verdetti del tribunale arbitrale dello sport.

Il ricorso era stato presentato d’urgenza, proprio nel mese di giugno, con l’obiettivo di ottenere una sospensiva del verdetto del TAS che consentisse all’attuale numero 107 del mondo di tornare in campo in attesa della sentenza definitiva. Alla resa dei conti però la sospensiva non è stata concessa, lasciando invariati gli effetti della squalifica, con il TFS che si è preso più tempo del previsto (si parlava di circa quattro mesi) per la decisione definitiva ancora non arrivata. Se anche adesso fosse questione di giorni, come pare, l’estrema vicinanza alla scadenza naturale della squalifica renderebbe il verdetto del giudice federale elvetico poco funzionale a un rientro anticipato di Errani nel gennaio australiano.

 

Allo stato attuale delle cose – quindi con la conferma dell’8 febbraio come fine pena – Errani farebbe giusto in tempo a rendersi convocabile da Tathiana Garbin per la sfida del World Group II di  Fed Cup in programma il 9 e 10 febbraio, guarda caso proprio in Svizzera. Il cerchio di un periodo da dimenticare si potrebbe così chiudere ritrovando la maglia azzurra e l’amata Fed, con la quale non si era lasciata nel migliore dei modi in occasione del ko contro il Belgio rimediato ad aprile a Genova. Con un’Italia giovanissima che trarrebbe sicuro beneficio dalla sua esperienza.

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A2 maschile e femminile: Paris riporta Brescia nella massima serie

Giocherà l’A1 femminile anche il Circolo Tennis Siena. Al maschile salgono Vomero, Torre del Greco, Siracusa e Bologna

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Alberto Paris con le ragazze della Bal Lumezzane, squadra promossa in Serie A1

Dal Tennis Forza e Costanza al Tennis Club Lumezzane, da Alberto Paris a… Alberto Paris. A quindici anni di distanza dal Forza e Costanza, che militò nel Campionato nazionale di Serie A1 nel 2004, un’altra squadra bresciana avrà l’onore di competere in mezzo alle big del tennis italiano. Un risultato storico conquistato dalla Bal Lumezzane nel play-off promozione contro lo Sporting Club Sassuolo, e che porta anche la firma di Paris, 53enne tecnico nazionale che di una realtà è direttore e responsabile tecnico, dell’altra è direttore sportivo e capitano del team, capace di due promozioni in due anni, dalla B alla A1. Domenica scorsa, quando Georgia Brescia ha regalato il punto della vittoria al suo team, in panchina c’era proprio lui, che peraltro la Serie A l’ha disputata anche da giocatore negli Anni ’80. E che più recentemente è stato il promotore della collaborazione instaurata da una manciata di anni tra Forza e Costanza e Tc Lumezzane, grazie alla volontà delle rispettive presidentesse, Annamaria Capuzzi Beltrami e Nerina Bugatti. In barba alle invidie che spesso inquinano i rapporti fra club diversi della stessa provincia, le due hanno unito le forze in una joint-venture che può fare scuola a livello nazionale, perché ha portato risultati di spessore. Da anni, vista l’importanza data dalla Federtennis alla presenza nelle squadre di alto livello di almeno un elemento del vivaio, tutte le ragazze più promettenti tra le giovani del Forza e Costanza vengono tesserate per il Tennis Club Lumezzane, proprio nell’ottica di una futura promozione nella formazione di A. Ragion per cui il Forza e Costanza, che col club “gemello” condivide pure una buona fetta degli insegnanti, può sentire come sua almeno una piccola parte di questo traguardo prestigioso.

“È stata una collaborazione studiata per far crescere una squadra che al tempo era in Serie B – racconta Paris –, e ora è arrivata fino alla A1. Già da qualche anno c’erano dei rapporti stretti fra le due società, che sono andati via via intensificandosi, fino a festeggiare insieme un risultato storico. Sia per il Tennis Club Lumezzane, che se paragonato a tanti altri club che frequentano la Serie A è una realtà piuttosto piccola, sia per Brescia in generale. A memoria non ricordo una squadra femminile bresciana in grado di arrivare fino alla Serie A1, e questo dev’essere un grande motivo d’orgoglio per tutta la città e anche per l’intera provincia. Non servirà soltanto come promozione al club, ma rappresenterà una vetrina in grado di dar lustro a tutta la Brescia del tennis. Un’opportunità che, oltre alle protagoniste in campo, ha numerosi altri artefici: il Forza e Costanza, Alberto Paris e la lungimiranza delle due presidentesse, alleate da tempo per puntare a un traguardo diventato realtà lo scorso weekend.

 

Ufficio Stampa Tennis Forza e Costanza Brescia


FEMMINILE, CHI SALE IN A1 E CHI RIMANE IN A2 – Insieme alla Bal Lumezzane, a salire in A1 sarà anche il Circolo Tennis Siena, grazie al successo nel doppio di spareggio sul team B del Tennis Beinasco (fresco campione d’Italia con la squadra A). Rimarranno invece in A2 la squadra B del Circolo della Stampa Sporting Torino e il Circolo Tennis Bologna.

A2 MASCHILE, PROMOSSI E SALVI – A giocare nella massima serie il prossimo anno saranno il Tennis Club Vomero, il New Tennis Torre del Greco, il Match Ball Siracusa e il Circolo Tennis Bologna. Si sono invece assicurati la permanenza in A2 il Tennis Club Siracusa, il Tennis Club Schio, il Circolo Tennis Trento e il Tennis Club Treviglio.

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