Tie-break sul 12 pari: capisco Wimbledon, no al 'coitus interruptus'

Editoriali del Direttore

Tie-break sul 12 pari: capisco Wimbledon, no al ‘coitus interruptus’

Non è un atto snobistico, stavolta. L’erba è diversa. Non come una volta, ma diversa. I match più memorabili sono quelli con il long set. Rovinare un match epico con un epilogo fortunato sarebbe sbagliato

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Il parere opposto di Gibertini  Tie-break sul 12-12? Patetica soluzione di compromesso

Wimbledon sarà sempre più unico. E a molti darà fastidio. I vertici dello Slam londinese, nella persona del presidente Philip Brook, hanno annunciato che a seguito di un’analisi degli incontri delle ultime edizioni e del consulto con le parti interessate, dal 2019 il quinto set verrà deciso dal tie-break che si giocherà però sul 12-12 e non sul 6-6 come avviene allo US Open, l’unico Slam che non ammette l’oltranza al quinto set. D’altra parte gli inglesi chiamano il loro torneo, altezzosamente, “The Championships” come se di campionati (o tornei) non ce ne fossero altri altrettanto degni di tal nome.

 

Se gli inglesi non si caratterizzassero sempre per scelte autarchiche, sarebbero più simpatici a tutti. La guida a sinistra, la sterlina, la monarchia, la common law ben prima della Brexit… (su quest’ultima però pare che anche l’Italia dei 5 Stelle e della Lega in crescente popolarità, nonostante le critiche pesanti di economisti, giornalisti e varie intellighenzie, non sia più così né scandalizzata né critica).

Ciò detto bisogna dare atto agli inglesi, almeno nel tennis e non solo da quando il maggiore Wingfield brevettò il gioco, anche di avere avuto spesso l’occhio lungo. Di aver sempre amato e rispettato le tradizioni, ma anche di essere essere stati capaci di innovare, quando necessario. Come quando aprirono per primi il tennis ai professionisti, al tennis nel ‘68 appunto “open” sconfiggendo quell’ipocrita distinzione fra professionisti ufficiali e professionisti del sottobanco. E poi – dopo l’accettazione del tie-break del miliardario americano di Newport Jimmy van Alen nel loro tempio (“I match infiniti sono una tortura urologica!”), sia pure all’inizio recalcitrante: il primo tie-break all’All England Club venne giocato sull’8 pari nel 1971, per poi giocarlo sul 6 pari a partire dal ’79 in piena era Borg-McEnroe – l’introduzione nel 1980 del Cyclop (che faceva infuriare McEnroe: “Quella macchinetta ce l’ha con me!”) e nel 2007 dell’Hawk Eye, l’Occhio di Falco, che ha rappresentato certamente una grande e importante svolta tecnologica. Con il tennis antesignano per tutti gli sport che hanno poi adottato vari controlli tecnologici di simil fattura.

Il tennis sull’erba è oggettivamente un tennis diverso da quello che si gioca sulle altre superfici. Anche se l’erba non è più quella di una volta. Tanto che Gianni Clerici l’ha ribattezzata erba battuta e in tanti lo scopiazzano senza attribuirgli il copyright. Ma resta diversa. Non è un fattore snobistico sottolinearlo. Perfino le scarpe adottate dai giocatori sull’erba sono diverse. È un fatto, non una teoria. L’incidenza del servizio ha fatto sì che sull’erba più che su qualsiasi altra superficie, compresi i campi indoor in cemento che sono stati anch’essi rallentati negli anni, si siano distinti i veri specialisti (i cosidetti “erbivori”) e al contrario i…”Negati” (come tanti terraioli d.o.c, spagnoli, sudamericani, italiani!) che hanno reso quasi necessario nel terzo millennio un sistema di compilazione delle teste di serie anomalo, legato cioè alla performance dei vari giocatori nei tornei disputati sull’erba in un periodo circoscritto anziché all’asettico ranking stabilito dal computer ATP (come accade per tutti gli altri tornei)

E sull’erba si sono visti molti più quinti set interminabili che da qualsiasi altra parte. Tali quindi da giustificare, ai miei occhi, una trattazione diversa rispetto agli altri tornei.

Quando questi quinti set si sono registrati nelle fasi finali di un torneo sono rimasti certo più memorabili. Ci sono stati incontri certo straordinari finiti 7-6 al quinto anche all’US Open – l’unico dei 4 Slam con il tie-break al set decisivo – e non dico di no. Ma se andate in giro a chiedere quali siano stati, vedrete che anche il lettore più informato farà molta più fatica a ricordarli piuttosto che il celeberrimo 70-68 di Isner-Mahut, ma anche il 16-14 di Federer-Roddick finale di Wimbledon 2009, i due 9-7 al quinto di Ivanisevic Rafter 2001 e Nadal-Federer 2008, ma anche di Drobny e Rosewall nel ’54 ho sempre sentito parlare (insieme a tanti altri dell’epoca ante-Open), così come del celeberrimo Gonzales-Pasarell di 112 game con l’ultimo set chiuso sull’11-9 nel ’69 (ma c’era stato il 22-24 del primo set e il 16-14 del terzo a trascinare il match a 5 ore e 12 minuti, seconda maratona di sempre dopo le 11h e 5m di Isner-Mahut nel 2010).

A spingere gli inglesi a “accorciare” il tiebreak al quinto, ma senza però cancellarlo del tutto il long set, sono certo stati il match di semifinale di Anderson con Isner 26-24 quest’anno, il Cilic-Querrey di Wimbledon 2012 (17-15) e quel20-18 di Philippoussis con Schalken (ma era un terzo turno) nel 2000. Lascio stare altri tornei, come l’Australian Open dove ricordo un Roddick-El Ayanoui 21-19 al quinto, quel Roland Garros 16-14 al quinto “fratricida”  fra Clement e Santoro. Ma, insomma, negli altri Slam sono state vere eccezioni. Sull’erba no.

Per questo motivo, e senza nemmeno ricordare le maratone al quinto set di centinaia di incontri di doppio dove il servizio ha un’incidenza ancora maggiore – stavo per fare un refuso: indecenza invece di incidenza (lapsus freudiano?) – ritengo che la decisione degli inglesi di accorciare il quinto set sia più che giustificata. Chi ha vinto una maratona, che non avvenisse in finale, ha (quasi) sempre perso al turno successivo. E non è giusto che ciò accada. Può falsare un intero torneo.

Al tempo stesso interrompere un match già sul 6 pari, come si fa negli altri tornei e Slam, sull’erba è un po’ un coitus interruptus (o una eiaculatio precox?). Arriva davvero troppo presto in match, set e game dominati molto spesso dal servizio, a volte con nessuna palla break o quasi, e 3 o 4 tiebreak su 4. Perché già trovare i due giocatori al quinto set è sintomo di notevole equilibrio. Ritrovarli sul 6 pari al quinto lo è ancor di più. Strappare brutalmente quell’equilibrio con un tie-break che può essere deciso anche da un solo mini-break (un net, una corda di racchetta che si rompe, un errore arbitrale, una scivolata) non mi sembra giusto, né equo. Può trasformarsi in un gioco d’azzardo, dove la componente fortuna è davvero troppo forte.

Che alternativa avevano a Wimbledon per contemperare le varie esigenze, accorciare ma non troppo? Forse fare il tie-break già sul 9 pari, ma sarebbe apparsa ancor più la classica mossa degli inglesi che vogliono essere diversi, che vogliono fare le cose a modo loro, più per distinguersi che per altro. Per questo tutto sommato, pur soffrendo interiormente per modifiche del genere – perché da amante dei numeri e delle statistiche queste decisioni sui risultati alterano un po’ tutto il pregresso e costringono tutti a mettere degli asterischi alle annate per segnalare un cambiamento più o meno epocale dei risultati – non imputo agli inglesi stavolta l’atavico desiderio di essere diversi da tutti gli altri tornei. I tornei sull’erba sono realmente diversi. Punto. Per me hanno fatto bene. E spero di essere riusciti a convincerne anche i lettori.

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Editoriali del Direttore

Chi farà 34 fra Rafa Nadal e Nole Djokovic? Lo spagnolo è più fresco, il serbo forse più cattivo

Non so se vedrò il match fra i due vincitori di 33 Masters 1000 al Foro, in tribuna stampa o con un biglietto. In tv? La difficoltà di un pronostico che 53 duelli non hanno saputo indirizzare

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Rafa Nadal - Roma 2019 (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

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Ho potuto vedere pochissimo delle quattro semifinali di ieri, e non con il miglior stato d’animo per quanto incredibilmente successomi con il ritiro dell’accredito da parte della FIT per motivi che non possono essere chiaramente quelli dichiarati.

 

Prima di addentrarmi nei risultati che hanno portato alla finale maschile fra il n.1 del mondo Djokovic e il n.2 Nadal che disputeranno la novantanovesima (!) finale di un Masters 1000 avendone vinte ben 66 (33 Rafa e 33 Nole, spettacolo!), nonché a quella femminile fra la n.7 Pliskova e la n.42 Konta, con la ceca che ha un bilancio di 4 vittorie e una sconfitta negli head to head, voglio davvero ringraziare con tutto il cuore tutti quei lettori – davvero un numero impressionate – che hanno subito sentito di volermi manifestare la loro solidarietà avendo capito l’assoluta pretestuosità del provvedimento federale.

Esso – mi corre l’obbligo di spiegare proprio per il rispetto che nutro per voi lettori – si fonda sull’assunto che avendo il direttore de La Nazione fatto richiesta di accredito stampa per me per quella testata – sulla form on line non si poteva inserirne che una – io non avrei potuto collaborare per altre testate in ossequio a una strana ed incomprensibile regola che fra una trentina di regolette scritte come quelle delle assicurazioni è stata fatta firmare a tutti i giornalisti al momento del ritiro dell’accredito, al loro arrivo cioè, da qualunque parte del mondo arrivassero. O la firmavi o non ti davano l’accredito. L’hanno firmata tutti, ovviamente e inevitabilmente, anche se sono tanti i colleghi italiani e stranieri che lavorano per più testate, radio, giornali, podcast, siti e ai quali non è stato detto assolutamente nulla.

Io avevo meno motivo di tutti questi colleghi di preoccuparmi, dopo 40 anni di accrediti sempre per La Nazione e da 10 anche per Ubitennis.

Infatti alla testata de La Nazione sono collegate da sempre altre testate dello stesso gruppo editoriale e network, e cioè Il Resto del Carlino, Il Giorno e Ubitennis. Gli articoli che un qualunque “accreditato” da La Nazione scrive su La Nazione escono anche su Il Resto del Carlino, su Il Giorno e su Ubitennis (sebbene i rispettivi direttori restino liberi di pubblicarne uno, tutti, alcuni). Così anche gli articoli di Ubitennis, testata che dirigo da 10 anni, escono regolarmente sui siti del QN, Quotidiano Nazionale, de La Nazione, de Il Resto del Carlino, de Il Giorno. Sostenere che se scrivo per una di quelle testate io non possa o non debba scrivere per le altre è una tale assurdità – assurda quanto la regola improvvisamente impugnata ad oggi solo per il sottoscritto… sarà mica discriminazione personale? – che non sarà difficile argomentare nelle sedi più opportune.

Chiudo questa noiosa pappardella scusandomene con tutti voi e ringraziando ancora tutti. E in particolar modo chi – volendo darmi anche nei prossimi giorni il suo apprezzato appoggio qui su Ubitennis (meglio evitare Facebook…) – lo farà nella maniera più civile ed educata, evitando parole ed apprezzamenti che mi possano procurare conseguenze legali se rivolte al presidente federale Binaghi, al dirigente FIT Baccini incaricato quest’anno del discorso accrediti e apparentemente  – a quanto si è potuto constatare con vari colleghi amici presenti ieri al Foro e per telefono anche con l’incredulo Presidente del Coni Malagò – il regista dell’operazione ritiro accredito…, al direttore della comunicazione Valesio (non Vanesio, era un refuso) che sembrerebbe avere soltanto firmato il ritiro del mio accredito per poi rendersi irreperibile, per me come per quei colleghi che lo hanno invano cercato.

Un mio legale, l’avvocato Massimo Rossi, ha provveduto a inviare una diffida alla FIT invocando la pronta restituzione dell’accredito. Terrò informati coloro che fossero interessati sui prossimi sviluppi e… mi dispiace moltissimo aver tediato tutti gli altri su questa vicenda che mi amareggia moltissimo, che non avrei mai immaginato potesse capitarmi, che dipinge in maniera palese il modus vivendi et agendi di alcuni personaggi.  

Inutile dire che sono orgoglioso di essere un uomo libero. Ho sempre scritto quel che sapevo, che pensavo e che avevo sentito con le mie orecchie da Federer, da Djokovic, Thiem, Goffin, Fognini (anche se poi ha fatto retromarcia), Cecchinato e tanti altri giocatori, tanti colleghi, tanti spettatori. Se il mio articolo, l’ultimo uscito ieri mattina, oppure i precedenti, non sono piaciuti ai federales… me ne farò una ragione. Ma non cambio certo idea né modo di informarvi. Nessuno è obbligato a consultare un sito che non gli piaccia.

Tornando a ciò che giustamente interessa di più, confesso di non avere – sarà la stanchezza di una giornata di 14 ore certamente pesanti – spunti originalissimi da sottolineare. Come al solito proverò ad esprimere le mie opinioni… liberi tutti di… non condividerle.

Nadal ha mostrato di essere in crescendo di forma e condizione. Forse anche di fiducia. L’aver raggiunto la prima finale sul “rosso” quest’anno l’avrà rafforzata. Anche per il modo in cui l’ha fatto. Sei game persi nei primi tre match, Chardy, Basilashvili, Verdasco (reduce da un successo su un top-ten e su un top-twenty), sette con Tsitsipas che non si può dire che abbia giocato male. Solo che il campo di Madrid era più veloce, un po’ per l’altitudine là, un po’ per l’umidita tiberina qua. E la pioggia di questi giorni, anche di ieri mattina, non ha certo contribuito a velocizzare la superficie al Foro. Non è un caso che a Madrid Nadal abbia in genere avuto qualche problemino in più rispetto a Parigi, Montecarlo e pure Roma, torneo vinto otto volte in 11 finali, non una… e nemmeno SOLO (!) quattro come Djokovic.

In questi giorni Rafa non ha fatto che ripetere che torneo dopo torneo, match dopo match, si sentiva sempre meglio. Pretattica? Non credo. A me è parso sincero, credibile, persuaso di quanto ci ha detto via via. Mi ha colpito l’altro giorno quando ha dichiarato, forse proprio rispondendo a me che gli dicevo se non aveva subito contraccolpi psicologici per non essersi qualificato per neppure una finale nei precedenti tornei sulla terra battuta: “Nel 2015 quando un torneo l’avevo vinto sono arrivato a Parigi che giocavo sicuramente peggio di ora”.

È favorito allora Rafa con Djokovic nel duello n.54 della loro straordinaria rivalità? Con Nole che ha vinto 28 sfide e Rafa 25, con Rafa che ne ha vinte 4 a Roma e Djoker 3? Come si fa a dirlo? Lo so che è banale ma ogni partita fra loro due può fare storia a sé. Non dico che dipenda da quale parte del letto scendono, però mentre di certo si può ritenere che Rafa sia piuttosto fresco e fiducioso, solo Nole può sapere se è molto stanco o no per i sei durissimi set combattuti con i due argentini, quello lungo e quello corto, Delpo e il Peque.

Nadal ha avuto qualche ora in più per il recupero, Djokovic è reduce da due maratone giocate quasi in piena notte, fino alle una e dieci contro del Potro – il match migliore del torneo – fino alle 23 con Schwartzman. Partite in cui ha dovuto rincorrere tantissimo, pedalando soprattutto con Juan Martin del Potro che sparava i soliti missili di dritto negli angoli facendogli fare il tergicristallo. Nessuno è più atleta del formidabile Djoker, ma certi sforzi si possono anche pagare. Contro Schwartzman a un certo punto mi è parso stanco, però Nole ha una solidità mentale oggi ben diversa da quel periodo di crisi attraversato nel 2017. E ha una capacità guerriera non inferiore a quella di Nadal.

Come è riuscito a rimettere in piedi la partita quasi persa con Delpo, che lo stava prendendo a pallate, è stato pazzesco. Certo Delpo ha sbagliato sul primo matchpoint un dritto che grida vendetta, o meglio… urla “BRACCINOOO!” proprio nel momento decisivo. Però Novak, anche per recuperare 3 palle break per il 3-1 nel terzo era stato fenomenale.

Se uno ha vinto 28 volte e l’altro 25, è chiaro che – fatti salvi i periodi di chiara maggior vena dell’uno o dell’altro – a decidere chi vinca sono fattori imponderabili dall’esterno. Uno pensa che Rafa Nadal è il più forte tennista dell’epoca sulla terra rossa perché lo dice il suo record pazzesco. Ma un altro può osservare a pieno diritto che sebbene Rafa sia molto migliorato di rovescio, nel confronto fra i fondamentali… Djokovic ha due colpi, dritto e rovescio, quasi ugualmente efficaci, mentre in Rafa il divario fra il dritto e il rovescio è sempre notevole.

A parità di freschezza per me il miglior Djokovic è più completo se si giocasse su cemento, erba e indoor. Ma il miglior Nadal sulla terra conserva forse qualche atout in più. Forse Djokovic è più cattivo, più determinato. Lo vedrei capace di vincere anche in rimonta. Rafa meno. Quest’anno certe volte mi ha dato l’impressione di essere più incline di un tempo alla rassegnazione se le cose non si mettevano bene per lui fin dall’inizio. Ma ciò detto a filo di sensazione la palla di vetro per immaginare se oggi si vedrà il miglior Djokovic e il miglior Nadal proprio non ce l’ho. Magari Nole accusa la stanchezza dopo un po’ e Rafa gli monta sopra. Di sicuro vincerà chi riuscirà a tenere maggiormente l’iniziativa. Perché a nessuno dei due piace subirla, guerrieri orgogliosi e di razza. E il pubblico? In buona parte delle città neutrali ci sarebbe più tifo per Nadal. Ma a Roma per Nole stravedono. Vedremo, o vedrete voi, chi vincerà all’applausometro.

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Editoriali del Direttore

Il forfait di Roger Federer poteva essere evitato da una maggiore professionalità

Un Roger, sempre sfortunato qui, ha sottolineato senza peli sulla lingua, un ripetuto errore dell’organizzazione del torneo. L’elenco dei rimproveri di troppi giocatori. Cinque le maggiori magagne

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Roger Federer - Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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Chi ha detto torneo bagnato torneo fortunato? Questi Internazionali d’Italia di fortuna ne hanno avuta ben poca, almeno fin qui. Il forfait di Federer dispiace a tutti e costa molto caro…anche se Binaghi non decidesse di ridurre del 50% il costo del biglietto per venire incontro ai suoi tifosi della prima ora. Sembrava che Federer se lo sentisse, ancor prima che scivolasse e si fosse messo paura. Lo ha fatto presente con grande chiarezza, a più riprese e… se leggete più in basso saprete tutto e capirete meglio.

 

A PROPOSITO DI EDIZIONE FIN QUI SFORTUNATA

Si è cominciato con i ritiri di tre campionesse di Slam, Serena Williams, Caroline Wozniacki, Jelena Ostapenko, poi c’è stata la prima giornata cancellata interamente dalla pioggia in mezzo secolo che ha costretto per la prima volta nella storia del terzo millennio tutti i sopravvissuti Fab 3 – Murray è in fuorigioco – a giocare due match nello stesso giorno. Per l’appunto hanno tutti coloro che si sono qualificati per i quarti hanno dovuto giocare e vincere due partite. Per l’appunto – ancora – cinque di quegli otto vincitori, erano già stati contemporaneamente nei quarti esattamente dieci anni fa, anno del Signore 2009. Quando non ci si preoccupava ancora delle condizioni atletiche dei top-player, né tantomeno si ipotizzavano infortuni o pensionamenti alle viste.

UNA PIOGGIA DI CRITICHE E CINQUE ACCUSE PIÙ SERIE

Nel frattempo sull’organizzazione del torneo romano si è abbattuta – quasi fosse la congiura di Catilina – una pioggia mai vista di critiche e accuse pesantissime proveniente da una folta moltitudine di giocatori.

Molti sconfitti – che in quanto tali potevano far pensare si trattasse di rosiconi in cerca di alibi (Thiem, Goffin, Cecchinato, Fognini) – ma anche alcuni vincitori (Djokovic e Federer di cui più sotto pubblico le critiche davvero pesanti e supergiustificate… anche alla luce del ritiro di cui è stato vittima) si sono uniti al coro dei primi rendendo le proteste generali più credibili quantomeno per questi cinque ordini d’argomentazione:

a) l’inutile attesa di una sessantina di giocatori di mercoledì (non si potevano liberare e mandare a casa oltre la metà di quelli anziché farli stare a vegetare nella players lounge?)
b) la programmazione di giovedì che ha reso anche il pubblico particolarmente insofferente dal momento che in gran parte non riusciva a vedere ciò che il biglietto avrebbe dovuto garantirgli
c) le condizioni insufficienti di troppi campi (il velocissimo 2 per la pochissima terra rossa, il Grand Stand per la scarsa compattezza del terreno, il 5… Lleyton Hewitt confinato in periferia fino a tarda notte giurò che non sarebbe mai più tornato e non l’ha mai più fatto)
d) l’idea di innaffiare i campi, anche il centrale, a fine set senza preoccuparsi elementarmente di asciugare le righe che restavano bagnate e scivolose…come ha potuto suo malgrado scoprire Federer che aveva anche avvertito l’arbitro della loro pericolosità
e) troppe volte negli anni gli orari sono risultati sbagliati, con match finiti a notte fonda in un ambiente spaventosamente umido e foriero di infortuni per qualunque atleta

NON È DAVVERO IL QUINTO SLAM. ANZI. SE NE DISCUTE LO STATUS DI MASTERS 1000

Credetemi: l’opinione generale di gran parte dei giocatori, e dei colleghi stranieri, è che quello di Roma – ferma restando l’indiscutibile incomparabile bellezza della città, del Pietrangeli davvero unico, della location angusta e tuttavia spettacolare – sia un Masters 1000 non all’altezza degli altri della stessa categoria, altro che quinto Slam. Troppi pochi campi (per questioni insuperabili di spazio) e (invece superabili) troppo mal tenuti. “Your groundsmen are bad” è stato il commento di un professionista che citava invece la grandezza di Eddie Seaward, il groundsman di Wimbledon scomparso una settimana fa.

LO METTONO IN DUBBIO ANCHE GLI SPETTATORI. PERCHÉ?

Poi, a prescindere dalle considerazioni critiche dei grandi protagonisti dello show tennistico, anche gli spettatori hanno rimproverato all’organizzazione un eccesso di cinismo davvero poco giustificabile, anche in tempi in cui la logica del massimo profitto viene abbastanza compresa ed accettata.

Ma il rincaro progressivo dei biglietti – siano esso stato ante o post arrivo di Federer –  i puerili tentativi di giustificazioni, le programmazioni certamente indecorose (tipo quella dell’ultima ora di mercoledì sera, nel tentativo di evitare qualsiasi rimborso ai possessori dei biglietti ground e Grand Stand) nei confronti di appassionati che  avevano compiuto sacrifici economici e logistici per ritrovarsi ore e ore sotto la pioggia, con ripari scarsi e di fortuna e toilette in pessimo stato, il raddoppio degli ingressi nella giornata di giovedì che ha finito per suscitare preoccupazione perfino nei vigili del fuoco per gli ordinari motivi di sicurezza legati ad un eccesso di folla incontrollabile (come far uscire i possessori dei ground che si erano asserragliati sul Pietrangeli?) – non potevano passare sotto silenzio (almeno per una stampa non complice).

UNA FEDERAZIONE TROPPO CINICA, POCA RISPETTOSA DEL PUBBLICO

Ho ribadito più volte lo stesso concetto. Una federazione che istituzionalmente deve preoccuparsi di promuovere soprattutto il tennis e di gratificare i propri appassionati, non deve puntare cinicamente a penalizzarli ulteriormente dopo una giornata persa e già certamente deludente di per se stessa. Quegli spettatori delusi sono quelli che vanno tenuti buoni per l’anno prossimo, per quelli a venire. Qualunque modesto imprenditore lo capirebbe. E non li spingerebbe a recarsi invece a Montecarlo, a Madrid, al Roland Garros.

I TANTI FORFAIT SONO LEGATI ANCHE ALLA VICINANZA CON IL ROLAND GARROS?

A tutte le disavventure citate si sono aggiunte questo venerdì i forfait di Naomi Osaka, la n.1 del mondo, non una tennista qualsiasi (dopo che anche la n.2 Kvitova e la n.3 Halep erano uscite di scena per andare a far compagnia alla regina delle ultime due edizioni Svitolina e alle ritirate dei primissimi giorni) e poi di Roger Federer, il tennista più amato ed atteso, quello che sembrava poter compensare da solo con la sua presenza alle fasi finali del torneo la fuoriuscita contemporanea dei 4 italiani che fino a giovedì mattina erano ancora in gara e suscitavano tante speranze.

IL RITIRO DI FEDERER NON È FRUTTO DEL CASO MA DI UN ERRORE. LO SPIEGA LUI

“No Roger no party!” ha subito scritto qualcuno che era rimasto più impressionato dal record dei ritiri e dei millimetri di pioggia caduti in un mercoledì di metà maggio che da quelli legati agli incassi e ai biglietti ripetutamente annunciati dalla FIT. Ma, esaurita, questa lunga premessa veniamo al ritiro di Federer. Che ieri sera doveva avere avuto qualche premonizione dopo la brutta scivolata che subito gli aveva fatto temere il peggio.

Riporto qui in inglese quanto aveva detto a proposito della sua discussione con l’arbitro. E che mette di nuovo nel mirino – e non meno pesantemente di altri – l’organizzazione del torneo.

What was the debate with the umpire about the court? You felt it was slippery or something? (Qual era la discussione con l’arbitro sul campo? Hai avvertito che era scivoloso?)
ROGER FEDERER: I don’t quite understand how players just go with it. They water the court, call time, players kind of check the lines. They’re like, Okay, I guess we can play. (Non capisco proprio come i giocatori possano accettare questo stato di cose… Bagnano i campi, chiamano il ‘time’, i giocatori controllano le righe e dicono ok…).

The lines are wet. Wet lines means you slide. When I slid, caught myself, I did hurt my toe for like two games. My leg also was hurting a little bit. I don’t know. I just don’t understand! They don’t make us play because Carlos told me, You don’t have to play. I told him, Why did you call time? You make us stand there and feel the pressure from 10,000 people and live audience. (Ma le righe sono bagnate, e quando sono bagnate ci scivoli sopra. Quando sono scivolato mi sono fatto male all’alluce per due game. Anche la mia gamba mi faceva un po’ male. Non capisco! Carlos mi ha detto: “Non devi giocare…” e allora io gli ho detto, ma allora perché chiami il “time”? Ci obblighi a stare in piedi lì, a sentire la pressione di 10.000 persone e l’audience televisiva live…”).

The player will always cave at the end, say, I guess I have to play. Can’t wait. It’s going to take five minutes basically. That’s what it’s going to take until the lines are dry. (Il tennista alla fine cede, si sente in dovere di giocare. Non può aspettare… Dovrebbe aspettare 5 minuti, cioè quanto ci vuole perché le righe siano asciutte).

I don’t think we should play with wet lines. Nobody wants an injured player because of something silly like this just to keep the match going. That’s why I thought it was great what the ball kids did, to dry the lines. It’s quickly done. I know it’s a bit of a pain to do it. It’s for safety of the players. (Non credo che si dovrebbe giocare con le righe bagnate. Nessuno dovrebbe desiderare un giocatore infortunato perché un qualcosa di sciocco ti obbliga ad andare avanti. Ecco perché pensavo che era ottimo che i raccattapalle stavano facendo (in quel momento): asciugavano le righe. Ci vuole poco. Capisco che sia un poco fastidioso (doloroso…) aspettare. Ma è per la sicurezza dei giocatori).

That’s just what I was referring to. How about just we sit here and then you call us rather than calling us and I have to make the call? I’ll just keep playing because that’s what you do by looking at the line for the fifth time, still seeing that it’s wet. I don’t know. I can’t go sit down again. The show must go on. (Questo è quello cui mi riferivo. Perché non possiamo stare seduti e tu chiami noi ma non pubblicamente (con il time…) e sono io che devo dirti cosa fare. Mi trovo a continuare a giocare, a guardare la riga ancora bagnata per cinque volte, constatando che è ancora bagnata. E non posso a quel punto tornare a sedermi perché…lo show must go on!)

That’s really what it was about. I’m amazed how the players are, Okay, we’ll play with wet lines. It’s been going on like this for years. I’ve always thought it’s dangerous with wet lines.

Questo è quel di cui sto parlando. Mi stupisce che i giocatori accettino, che dicano, ok si continua a giocare con le righe bagnate. Questa cosa va avanti da anni. Io ho sempre pensato che è pericoloso…”.

ERRORI NON GIUSTIFICABILI. INACCETTABILI

Beh, ragazzi, di cosa stiamo parlando allora? Avete capito perché ho fatto quel titolo che vi può sembrare provocatorio, o – ai miei abituali detrattori -. può apparire frutto di un pregiudizio anti-FIT? Errori di questo tipo, in un torneo professionistico che dovrebbe essere fra i primi 9 dopo i 4 Slam, non sono accettabili né giustificabili. Così come non è accettabile che i campi non siano perfetti (Djokovic lo va ripetendo da anni). Questo non è un torneo junior (e io riprendo uno spunto di Fognini che proprio questo ha sottolineato in un suo GIF). Già un torneo combined di queste dimensioni non è facile da gestire perché il Foro è bello ma troppo piccolo. Troppi pochi campi. Basta che succeda quel che è successo mercoledi ed è un casino. Pagato in gran parte dagli spettatori, ma anche da parecchi giocatori.

UN RITIRO PRECAUZIONALE. ROGER HA RAGGIUNTO IL SUO OBIETTIVO

Data a Federer quel che è di Federer dico che a mio avviso il suo ritiro è stato soprattutto precauzionale. Se non ci fosse stato il Roland Garros dietro l’angolo avrebbe giocato anche contro Tsitsipas. E, chissà se non sarebbe sceso in campo anche…nel caso avesse avuto di fronte un avversario più abbordabile del greco in questo momento (ma quest’ultima è un’illazione più forte della precedente, lo ammetto: nessuna delle due è suffragata da vere certezze). Se hai un minimo dolorino in qualsiasi parte del corpo, ci vuole pochissimo a che per motivi di postura esso si trasformi in uno stiramentino o anche peggio. In fondo Roger venendo a Roma dopo la sconfitta nei quarti a Madrid ha ottenuto quel che voleva: ha giocato altre due partite (Sousa e Coric) in eccellente preparazione per Parigi su campi meno diversi di quelli madrileni. Le due partite in più che avrebbe preferito giocare a Madrid. È venuto a Roma cinque giorni, s’è allenato con un po’ di colleghi (tra cui il giovane Sinner…).

Affrontare uno dopo l’altro Tsitsipas e nel migliore dei casi poi Nadal e poi pure Djokovic in soli tre giorni non avrebbe avuto molto senso. Avrebbe rischiato di incrinare un equilibrio fisico già precario a 37 anni e mezzo e di farsi male e …in caso di vittoria gli avrebbe procurato solo maggior pressione al Roland Garros mentre in caso di sconfitta un inevitabile calo di fiducia nelle proprie chances parigine. Se con quelli ci perdi due set su tre, come li batte tre su cinque?

LE 11 PRESENZE SFORTUNATE DI FEDERER A ROMA

Di sicuro a Roma non fa bene l’eccessiva vicinanza con il Roland Garros. I tanti, troppi ritiri, si spiegano anche così. Fossi dirigente FIT una mia priorità sarebbe certamente battermi per allontanarsene di una settimana. Di sicuro Federer a Roma, quattro finali perse: non è davvero fortunato. Qui ringrazio caldamente il lettore che ha ricapitolato le sue disavventure romane e cui propongo immediata assunzione a patto che non sia così preparato soltanto su Federer. Copio e incollo il suo CV romano:

-2003: finale persa contro Mantilla
-2006: finale persa contro Nadal dopo aver avuto due matchpoint sul 6-5 15-40 quinto set ed essere poi stato in vantaggio 5-3 nel tb
-2007: sconfitto agli ottavi da Volandri (partia giocata malissimo; era però reduce da un infortunio)
-2008: sconfitta ai quarti contro Stepanek in due tb (conduceva 3-1 servizio nel primo tb, 5-2 nel secondo)
-2009: sconfitta contro Djokovic in semifinale, conduceva 3-1 nel terzo set
– 2010: sconfitta contro Gulbis al secondo turno in tre set dopo aver vinto il primo 6-2
-2011: sconfitta contro Gasquet agli ottavi in tre set. dopo aver vinto il primo perde 2 tb
-2013: sconfitta in finale contro Nadal, 6-1, 6-3, minor numero di game racimolati contro lo spagnolo insieme alla finale RG 2008
-2014: sconfitta ai sedicesimi contro Chardy in tre set. Chardy annulla il matchpoint a Federer sul 6-5 tb terzo set con un disperato dritto incrociato in corsa 
-2016: sconfitta agli ottavi contri Thiem, partecipazione al torneo dubbia fino all’ultimo per problemi alla schiena
-2019: torna a giocare il torneo dopo tre anni, gioca due match in un giorno e il giorno dopo si ritira per infortunio…

INVECE RAFA NADAL…

Invece per Rafael Nadal le cose funzionano diversamente, al di là dei sette trionfi già celebrati. Deve affrontare Tsitsipas che intanto è già sicuro di salire a n.6 ma arriva al duello-rivincita della semifinale di Madrid avendo perso 6 games in 6 set. Uno a set di media fra Chardy, Basilashvili e Verdasco, quest’ultimo irresistibile solo per tre game.

DJOKOVIC E DEL POTRO, UN MATCH FANTASTICO

Mentre il match vinto da Schwartzman sul deludente Nishikori non ha entusiasmato – era difficile che potesse farlo – Djokovic e del Potro hanno dato grande spettacolo, decisamente la migliore partita del torneo insieme a quella di Federer vs Coric e con un andamento tutto sommato abbastanza simile per il fatto che il vincitore, Djokovic, ha annullato due match point all’argentino che li ha avuti sul 6-4 nel tiebreak del secondo set. I due match point di Coric contro Federer erano invece arrivati nel terzo set. Nel duello fra il n.1 del mondo e il n.9 i due match point per “la Torre di Tandil” – ribadisco – ci sono stati nel tiebreak del secondo set dopo che Delpo aveva vinto il primo per 6-4.

Nel primo di quei due match point Delpo, che aveva servito, ha sbagliato un dritto assai comodo, facile per lui, certo per la tensione. Un errore pagato caro. Nel terzo set Delpo ha avuto tre palle break per il 3-1, e anche lì ne ha mancato una con un dritto che non avrebbe mai dovuto sbagliare. Djokovic è stato il solito incredibile e irriducibile difensore, capace di incredibili recuperi sui micidiali missili di dritto di Delpo. Sfumate quelle tre opportunità, come spesso accade, è stato il serbo a conquistare il break nel game successivo sebbene Delpo si fosse portato avanti 40-30 con una straordinaria demivolee giocata in ginocchio e con un tocco pazzesco. Di fronte al quale Djokovic non ha saputo trattenersi: è andato sotto rete e ha voluto dare il cinque a Delpo. Un momento bellissimo. Ma da quel momento in poi Nole ha infilato una serie di sette punti consecutivi. E riuscendo a tenere poi gli ultimi suoi servizi senza rischiare il break.

La partita è finita alle una e dieci del mattino, dopo 3 ore e 8 minuti di incredibile, splendida battaglia. Tanto per cambiare, in più d’una occasione, Djokovic ha rimproverato a un campo imperfetto qualche cattivo rimbalzo. Incluso quello che gli ha annullato beffardamente una palla break per il 5 pari nel primo set. Set che ha perso 64. Poi però Nole ha vinto il secondo annullando i due match point e il terzo.

LA NOTIZIA PIÙ BELLA: AVER RITROVATO IL VERO DEL POTRO (PERFINO DI ROVESCIO)

La notizia più bella, però, è che Del Potro sembra proprio davvero recuperato. Non ha giocato bene solo di dritto, ma anche col rovescio ha fatto diversi vincenti, soprattutto in lungolinea. Soprattutto lo ha tirato forte anche in palleggi prolungati contro un Djokovic che spingeva forte anche lui. Non lo avevo più visto così da tempo, e soprattutto sulla terra rossa, quasi che avesse dimenticato tutte le operazioni patite al polso. Alla luce di quanto visto contro Djokovic il tennis ha ritrovato un suo grande protagonista.

Per quanto riguarda Djokovic non credo che ne risentirà più di tanto nella semifinale serale contro l’altro argentino Schwartzman (28 cm più basso…) che ha dominato Nishikori nei quarti. Nole ha battuto “El Peque”, il piccoletto, due volte su due, sempre in Slam: all’US Open nel 2014 e al Roland Garros nel 2017 (in cinque set però).

E oggi per le semifinali maschili e femminili cosa aspettarsi? Ne parlo in un altro editoriale che uscirà fra qualche ora, e nel quale sottolineo una curiosità di tipo… giornalistico. Qualunque risultato andrà bene. Quel che non si potrebbe sopportare sarebbe un altro piovasco con dei rinvii a domani. Il tempo si preannuncia dispettoso, ma domani domenica ahinoi ancor di più. Eppure questo torneo ha già sofferto abbastanza.

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Editoriali del Direttore

Quattro semifinaliste europee e nessun giornalista. Vale la pena fare uno sforzo per l’immagine del torneo?

Due top-ten non bastano? Siamo sicuri che non si possa fare nulla di più? Occorrerebbe una visione meno provinciale. E uno status

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Johanna Konta - Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Nel torneo femminile sono approdate alle semifinali quattro tenniste europee. Una ceca, Karolina Pliskova n.7 e una greca Maria Sakkari n.39, nella metà in basso. Un’olandese, Kiki Bertens n.4 e un’inglese, Johanna Konta n.42 nella metà alta del tabellone.

Nessuna di queste nazioni ha un rappresentante fra i giornalisti accreditati. È evidente che la colpa primaria non può essere di chi organizza, ma della situazione economica della stampa cartacea e forse di un certo disinteresse per il tennis femminile, in parte registrato anche in Italia dove tutto sommato le vittorie delle quattro ragazze Schiavone, Pennetta, Vinci e Errani, non hanno suscitato molta più attenzione del successo di Fognini e Montecarlo, della semifinale di Cecchinato al Roland Garros, dei primi exploit di Berrettini e perfino di Sinner. Il tennis femminile non attira quanto quello maschile, in un Paese di machi come il nostro.

 

Ciò detto, però non credete che chi organizza un torneo internazionale dovrebbe cercare di favorire la propria immagine facendo tutto il possibile per procurarsi un’adeguata promozione ed immagine? Forse, al di là della crisi economica di gran parte delle testate cartacee olandesi, inglesi, ceche e greche, non c’era sufficiente fiducia nelle loro chances di arrivare in fondo. Sono curioso di constatare se nel weekend qualche collega di questi quattro Paesi apparirà. Ma certo anche le previsioni meteo, soprattutto per domenica, non incoraggiano ad affrontare una trasferta dell’ultima ora.

Questo è il primo anno in cui non è presente a Roma neppure un giornalista britannico. Anche i colleghi inglesi, se solo aveste letto quel che hanno scritto in questi anni Barry Flatman del Sunday Times, Richard Evans di Fox, Times e varie testate, Simon Briggs del Daily Telegraph, non hanno mai particolarmente apprezzato lo scarso senso dell’ospitalità di un direttore del torneo che oltre a deludere scopertamente Fabio Fognini (“Ma ci sarà vita oltre Palmieri? Dirigerà anche le finali ATP di Torino e la Next Gen”, mi chiedevano un paio di colleghi francesi dopo aver appreso delle dichiarazioni di Fabio) non è mai stato gradito nemmeno ai giornalisti, perennemente snobbati oltre ogni dire, confinati all’ex ostello.

L’Equipe ha scritto oggi un articolo intitolatoMasters 1000 de Rome: le couacs de l’organisation’ (gli scricchiolii dell’organizzazione). Sotto si legge nel sottotitolo (che traduco): Il forfait di Roger Federer, infortunato a una gamba a causa delle righe fradicie del Grand Stand, mette in luce le numerose carenze dell’organizzazione del Masters 1000 di Roma. I giocatori lamentano…

Le prime righe dell’articolo dicono: “Il Masters 1000 di Roma, che si disputa ogni anno al Foro Italico, è per molti il più bel torneo del mondo insieme al suo omologo californiano Indian Wells. Lo deve soprattutto al campo Pietrangeli, semi-interrato e circondato da 17 magnifiche statue di marmo. Ma questo monumento non è sufficiente a nascondere i numerosi difetti del sito, assai angusto. Come conseguenza non ci sono parcheggi per gli spettatori, sono pochi i campi di allenamento per i giocatori, con criteri di prenotazione molto limitati e ci sono campi adiacenti appiccicati gli uni agli altri. Situazioni simpatiche per un circolo che disputi incontri sociali, meno per un Masters 1000…”.

Vi tradurrò, o in un prossimo articolo, o qui in un commento in evidenza, il resto dell’articolo. Intanto vi dico – per farvi capire il disagio dei giornalisti che desiderino coprire al meglio un torneo e che quindi disertano Roma… – che in quasi tutti gli altri tornei i giornalisti ITWA (La International Tennis Writers Association) hanno accesso alla players lounge, possono cioè incontrare i giocatori al di fuori delle banalissime conferenze stampa. E anche per i non ITWA members, ci sono pass temporanei in un numero limitato che consentono il medesimo accesso a Wimbledon come a Parigi, a Miami, Indian Wells e altrove. Ma a Roma no.

E allora perché mai i nostri colleghi dovrebbero venire a spendere soldi? Vi ho già detto nei giorni scorsi che a Roma chi non ha acquistato diritti tv non può filmare neppure i propri stand-up (che non credo costituirebbero un’insidia per Supertennis… se quello è l’obiettivo primario di Binaghi e soci). Di nuovo ripeto: ma perché mai un giornalista straniero dovrebbe venire fin qui? Di giornalisti americani, che non risiedano a Roma, qui ce n’è uno solo, che è un freelance. I giornali non li mandano perché non potrebbero avere contenuti che giustifichino le spese di un inviato.

Di spagnoli, sebbene qui ci sia un certo Nadal, che dopo 8 trionfi se non è il favorito n.1 poco ci manca, eppure non c’è proprio nessuno. Tedeschi nemmeno a parlarne. I francesi invece ci sono, 4 o 5, ma solo perché c’è il Roland Garros alle viste. Anche loro si dicevano stupiti del cinismo mostrato dalla FIT nel preoccuparsi soprattutto di non restituire il prezzo dei biglietti ai propri… clienti! Vi ho scritto qualche riga più su l’inizio del loro articolo. Avrete presto anche il resto.

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