Tie-break sul 12 pari: capisco Wimbledon, no al 'coitus interruptus'

Editoriali

Tie-break sul 12 pari: capisco Wimbledon, no al ‘coitus interruptus’

Non è un atto snobistico, stavolta. L’erba è diversa. Non come una volta, ma diversa. I match più memorabili sono quelli con il long set. Rovinare un match epico con un epilogo fortunato sarebbe sbagliato

Ubaldo Scanagatta

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Il parere opposto di Gibertini  Tie-break sul 12-12? Patetica soluzione di compromesso

Wimbledon sarà sempre più unico. E a molti darà fastidio. I vertici dello Slam londinese, nella persona del presidente Philip Brook, hanno annunciato che a seguito di un’analisi degli incontri delle ultime edizioni e del consulto con le parti interessate, dal 2019 il quinto set verrà deciso dal tie-break che si giocherà però sul 12-12 e non sul 6-6 come avviene allo US Open, l’unico Slam che non ammette l’oltranza al quinto set. D’altra parte gli inglesi chiamano il loro torneo, altezzosamente, “The Championships” come se di campionati (o tornei) non ce ne fossero altri altrettanto degni di tal nome.

 

Se gli inglesi non si caratterizzassero sempre per scelte autarchiche, sarebbero più simpatici a tutti. La guida a sinistra, la sterlina, la monarchia, la common law ben prima della Brexit… (su quest’ultima però pare che anche l’Italia dei 5 Stelle e della Lega in crescente popolarità, nonostante le critiche pesanti di economisti, giornalisti e varie intellighenzie, non sia più così né scandalizzata né critica).

Ciò detto bisogna dare atto agli inglesi, almeno nel tennis e non solo da quando il maggiore Wingfield brevettò il gioco, anche di avere avuto spesso l’occhio lungo. Di aver sempre amato e rispettato le tradizioni, ma anche di essere essere stati capaci di innovare, quando necessario. Come quando aprirono per primi il tennis ai professionisti, al tennis nel ‘68 appunto “open” sconfiggendo quell’ipocrita distinzione fra professionisti ufficiali e professionisti del sottobanco. E poi – dopo l’accettazione del tie-break del miliardario americano di Newport Jimmy van Alen nel loro tempio (“I match infiniti sono una tortura urologica!”), sia pure all’inizio recalcitrante: il primo tie-break all’All England Club venne giocato sull’8 pari nel 1971, per poi giocarlo sul 6 pari a partire dal ’79 in piena era Borg-McEnroe – l’introduzione nel 1980 del Cyclop (che faceva infuriare McEnroe: “Quella macchinetta ce l’ha con me!”) e nel 2007 dell’Hawk Eye, l’Occhio di Falco, che ha rappresentato certamente una grande e importante svolta tecnologica. Con il tennis antesignano per tutti gli sport che hanno poi adottato vari controlli tecnologici di simil fattura.

Il tennis sull’erba è oggettivamente un tennis diverso da quello che si gioca sulle altre superfici. Anche se l’erba non è più quella di una volta. Tanto che Gianni Clerici l’ha ribattezzata erba battuta e in tanti lo scopiazzano senza attribuirgli il copyright. Ma resta diversa. Non è un fattore snobistico sottolinearlo. Perfino le scarpe adottate dai giocatori sull’erba sono diverse. È un fatto, non una teoria. L’incidenza del servizio ha fatto sì che sull’erba più che su qualsiasi altra superficie, compresi i campi indoor in cemento che sono stati anch’essi rallentati negli anni, si siano distinti i veri specialisti (i cosidetti “erbivori”) e al contrario i…”Negati” (come tanti terraioli d.o.c, spagnoli, sudamericani, italiani!) che hanno reso quasi necessario nel terzo millennio un sistema di compilazione delle teste di serie anomalo, legato cioè alla performance dei vari giocatori nei tornei disputati sull’erba in un periodo circoscritto anziché all’asettico ranking stabilito dal computer ATP (come accade per tutti gli altri tornei)

E sull’erba si sono visti molti più quinti set interminabili che da qualsiasi altra parte. Tali quindi da giustificare, ai miei occhi, una trattazione diversa rispetto agli altri tornei.

Quando questi quinti set si sono registrati nelle fasi finali di un torneo sono rimasti certo più memorabili. Ci sono stati incontri certo straordinari finiti 7-6 al quinto anche all’US Open – l’unico dei 4 Slam con il tie-break al set decisivo – e non dico di no. Ma se andate in giro a chiedere quali siano stati, vedrete che anche il lettore più informato farà molta più fatica a ricordarli piuttosto che il celeberrimo 70-68 di Isner-Mahut, ma anche il 16-14 di Federer-Roddick finale di Wimbledon 2009, i due 9-7 al quinto di Ivanisevic Rafter 2001 e Nadal-Federer 2008, ma anche di Drobny e Rosewall nel ’54 ho sempre sentito parlare (insieme a tanti altri dell’epoca ante-Open), così come del celeberrimo Gonzales-Pasarell di 112 game con l’ultimo set chiuso sull’11-9 nel ’69 (ma c’era stato il 22-24 del primo set e il 16-14 del terzo a trascinare il match a 5 ore e 12 minuti, seconda maratona di sempre dopo le 11h e 5m di Isner-Mahut nel 2010).

A spingere gli inglesi a “accorciare” il tiebreak al quinto, ma senza però cancellarlo del tutto il long set, sono certo stati il match di semifinale di Anderson con Isner 26-24 quest’anno, il Cilic-Querrey di Wimbledon 2012 (17-15) e quel20-18 di Philippoussis con Schalken (ma era un terzo turno) nel 2000. Lascio stare altri tornei, come l’Australian Open dove ricordo un Roddick-El Ayanoui 21-19 al quinto, quel Roland Garros 16-14 al quinto “fratricida”  fra Clement e Santoro. Ma, insomma, negli altri Slam sono state vere eccezioni. Sull’erba no.

Per questo motivo, e senza nemmeno ricordare le maratone al quinto set di centinaia di incontri di doppio dove il servizio ha un’incidenza ancora maggiore – stavo per fare un refuso: indecenza invece di incidenza (lapsus freudiano?) – ritengo che la decisione degli inglesi di accorciare il quinto set sia più che giustificata. Chi ha vinto una maratona, che non avvenisse in finale, ha (quasi) sempre perso al turno successivo. E non è giusto che ciò accada. Può falsare un intero torneo.

Al tempo stesso interrompere un match già sul 6 pari, come si fa negli altri tornei e Slam, sull’erba è un po’ un coitus interruptus (o una eiaculatio precox?). Arriva davvero troppo presto in match, set e game dominati molto spesso dal servizio, a volte con nessuna palla break o quasi, e 3 o 4 tiebreak su 4. Perché già trovare i due giocatori al quinto set è sintomo di notevole equilibrio. Ritrovarli sul 6 pari al quinto lo è ancor di più. Strappare brutalmente quell’equilibrio con un tie-break che può essere deciso anche da un solo mini-break (un net, una corda di racchetta che si rompe, un errore arbitrale, una scivolata) non mi sembra giusto, né equo. Può trasformarsi in un gioco d’azzardo, dove la componente fortuna è davvero troppo forte.

Che alternativa avevano a Wimbledon per contemperare le varie esigenze, accorciare ma non troppo? Forse fare il tie-break già sul 9 pari, ma sarebbe apparsa ancor più la classica mossa degli inglesi che vogliono essere diversi, che vogliono fare le cose a modo loro, più per distinguersi che per altro. Per questo tutto sommato, pur soffrendo interiormente per modifiche del genere – perché da amante dei numeri e delle statistiche queste decisioni sui risultati alterano un po’ tutto il pregresso e costringono tutti a mettere degli asterischi alle annate per segnalare un cambiamento più o meno epocale dei risultati – non imputo agli inglesi stavolta l’atavico desiderio di essere diversi da tutti gli altri tornei. I tornei sull’erba sono realmente diversi. Punto. Per me hanno fatto bene. E spero di essere riusciti a convincerne anche i lettori.

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Editoriali

I manager dei tennisti hanno ucciso la Davis più di Haggerty

Con la Coppa non guadagnavano né loro né i “clienti”. Piqué: “Davis più sexy”. Significa più dollari! Dirigenti che vergogna. Il disgusto di Noah. I 4 Slam in rissa perenne. Le tre vite d’un campione

Ubaldo Scanagatta

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Non è davvero solo colpa di David Haggerty se la Coppa Davis ha recitato il De Profundis con l’edizione n.107 (vedi articolo-commento di Vanni Gibertini e anche il mio di qualche giorno fa). Il dirigente americano potrà sempre dire, anche se Yannick Noah gli ha gridato in faccia tutto il suo disgusto e quanto fosse incavolato – a lui, come al presidente della Federazione francese Giudicelli e indirettamente a tutti i presidenti delle federazioni che hanno votato per questa riforma così radicale, inclusa quindi la nostra italiana che ha cercato di nascondere fino all’ultimo le proprie intenzioni in modo più squallido che ambiguo – che se in fondo più del 75% delle nazioni aderenti alla Federazione Internazionale (ITF) hanno votato a favore, significa che essa è stata più che condivisa.

I METODI DISGUSTOSI PER IL VOTO DI SCAMBIO

 

A proposito di disgusto… soprassediamo, per carità di patria, sui metodi non meno disgustosi attraverso i quali alcuni di quei voti sarebbero stati conquistati. Per parecchie federazioni si è trattato di un vero e proprio voto di scambio cui si è prestato chi voleva ottenere wild card, chi sperava di ottenerle, chi pretendeva sconti sui diritti televisivi passati e/o futuri, chi voleva strappare promesse di vario tipo, chi aspirava a futuri incarichi nel board dell’ITF. Metodi purtroppo cui quasi nessuno sport è immune – gli scandali FIFA e UEFA da Blatter a Platini sono ben noti nel mondo del calcio, meno noti in altre discipline meno popolari ma ci sono anche lì – soprattutto quando i dirigenti si ritengono poco o mal retribuiti. E quasi sempre si ritengono tali. Ovviamente – va detto a scanso di equivoci – perché ci sia un voto di scambio ci vogliono due parti che si mettano d’accordo. Una non basta.

ROMANTICI ALLA NOAH, INGENUI ALLA CILIC E BUSINESSMEN

Si è chiaramente avvertito in questo periodo il contrasto fra chi vive le cose in maniera nostalgica per il tempo che fu e più sentimentale, quasi romantica, e chi invece ormai vede lo sport soprattutto come business e allora… business is business, i soldi sono la molla di tutto.

La Coppa Davis è certo finita per un tipo come Yannick Noah che evoca sentimenti genuini dell’innamorato dello sport al di sopra del Dio dollaro: “Ma quanto vale per un raccattapalle stringere la mano a Lucas Pouille e fare una foto con lui? Vengo da un sogno che ho vissuto fin da bambino, quando un giorno qualcuno (Arthur Ashe) mi ha stretto la mano e mi ha regalato una racchetta. Questo non accadrà più. Quello che è successo a Lille questo week-end, tra noi e i giovani, non succederà più a Singapore (né a Madrid né altrove), lo so”. Ma ha un senso però anche quel che aveva detto Marin Cilic: “Sono triste di veder scomparire una competizione per come l’abbiamo conosciuta, ma penso anche che la nuova Davis possa permettere a dei Paesi come la mia Croazia di veder crescere i propri mezzi in modo da poter permettere la promozione del tennis fra i giovani”.

Fra queste due posizioni più estreme, romantica quella di Yannick, pragmatica quella di Marin, c’era quella più intermedia, più di compromesso, di Nicolas Mahut: “C’erano altri mezzi per recuperare i soldi. I tornei dello Slam avrebbero potuto donare una parte dei loro ricavi (enormi… i giocatori si sono sempre lamentati della modestissima percentuale che è rappresentata dal montepremi; nota di UBS) e la Coppa Davis sarebbe sopravvissuta. Abbiamo provato a dare un sacco di idee. Ora io non tiro una pietra alle piccole federazioni. Ma il fatto che la Francia abbia votato a favore della riforma, questo non è davvero ammissibile”. Allora va premesso che non c’è dubbio che le federazioni ricche che hanno votato a favore della riforma, come la Francia, l’Italia, gli Stati Uniti, e altre, lo hanno fatto per scopi certamente meno nobili di quelle piccole realtà che invece dei soldi del signor Piqué – tre miliardi in 25 anni con una grossa fetta che finirebbe all’ITF e di riflesso alla federazioni sono tanti soldi – hanno effettivamente bisogno per sopravvivere e magari crescere. Sperare di crescere, perché del doman non v’è certezza.

L’AFFARISMO AUSTRALIANO SENZA SCRUPOLI

Così come va detto che se Tennis Australia ha votato invece contro – pur essendo una federazione che ha avuto dal 1991 al ’99 nel suo ex presidente federale Brian Tobin il presidente dell’ITF, predecessore di Ricci Bitti – e da sempre era stata elemento cardine dell’ITF, è stato perché all’Australia oggi conviene molto di più che si sviluppi l’altro evento a squadre, anzi gli altri due eventi a squadre: a) quello promosso in partnership con l’ATPl’ATP Cup che dai primi del gennaio 2020 fino al torneo di Sydney escluso dovrebbe decollare in sostituzione della Hopman Cup a Perth e del torneo di Brisbane (più una terza sede che potrebbe essere Darwin per un equilibrio geografico fra i vari punti cardinali dell’Australia… ma sarà più probabilmente una questione di dollari a far scegliere la terza città nella quale si disputeranno i gruppi eliminatori); b) la Laver Cup che è gestita, con il manager di Federer Tony Godsick e lo stesso Roger, sempre dalla federazione australiana con tutto il suo staff e che ha per partner anche la federazione statunitense, mai distratta quando si tratta di far business e soldi.

MAHUT HA PECCATO DI DEMAGOGIA – LA RIVALITÀ FRA SLAM

Ma anche Mahut qui ha fatto un intervento piuttosto demagogico, come potrebbe fare qualcuno che non conoscesse la reale situazione: gli Slam non appartengono all’ITF, ma sono entità a se stanti, ciascuna va per conto suo. Esiste sì un comitato del Grande Slam, con l’avvocato del Minnesota Bill Babcock che da 20 anni ne è il direttore, ma di fatto ha poteri molto limitati. Anche se le federazioni fanno parte dell’ITF, l’US Open appartiene all’USTA che può decidere di imporre il tiebreak al quinto set anche se gli altri Slam non sono d’accordo e non si va a maggioranza (come sarebbe auspicabile per dare le stesse regole a tutti). Il Roland Garros è della FFT, la federazione francese che può decidere di avere tre domeniche per la disputa del suo Slam e cominciare quindi con un giorno d’anticipo rispetto agli altri (rispetto a Wimbledon ha così due giorni di più di incassi e di diritti tv, visto che Wimbledon comincia il lunedì e chiude i Doherty Gates nella domenica di mezzo: quindi i Championships hanno solo 13 giorni “utili”).

L’Australian Open come abbiamo visto fa quel che vuole infischiandosene dell’appartenenza all’ITF e decidendo di aprire e chiudere il tetto più o meno quando fa comodo (le regole della Heat Policy le ha messe Tennis Australia e le applica secondo una flessibilità che non usa in altre situazioni; fa firmare ai giornalisti un documento nel quale questi si impegnano a non sollecitare le scommesse e poi per anni ha avuto la William Hill fra gli sponsor principali da quattro milioni di euro l’anno); Wimbledon infine appartiene all’All England Club che versa i ricavi netti per il 90 per cento alla LTA, la federazione inglese che nell’ultimo bilancio ha sì registrato un “rosso” di 7 milioni di sterline – ma c’era da costruire il tetto per il campo n.1 e tutta un’altra serie di lavori importanti da pianificare e anticipare – ma ha 150 milioni di sterline di deposito fruttifero nel proprio conto in banca. Con quella americana è la federazione più ricca. Ma quella australiana se continua così si avvicinerà.

Per mettere d’accordo su una qualsiasi cosa i quattro “proprietari” degli Slam non basterebbe neppure il miglior Kissinger. Ricorderete il discorso delle sanzioni ai giocatori, emerse anche nel caso della squalifica di Fabio Fognini allo US Open 2017. Nessun altro Slam voleva dimostrare la propria solidarietà al provvedimento preso. E se Fognini fosse diventato una star? Se si fosse trattato di un top-player? Se uno Slam squalifica un giocatore lo fa per il suo torneo, non per gli altri. Quello successivo in calendario non sarebbe mai disposto a subire le eventuali conseguenze di una squalifica eventualmente imposta a un top-player. Non ci penserebbe nemmeno. E anche sull’entità dei montepremi, e di quanto possono offrire ai giocatori in termini di servizi, per ingraziarsene la partecipazione, i quattro Slam si fanno anzi una concorrenza non indifferente. Di fatto annunciano gli incrementi di montepremi quasi a sorpresa, come per prendere in contropiede gli altri “fratelli” (coltelli?). Immaginatevi poi se i quattro proprietari degli Slam si preoccuperebbero di finanziare le attività giovanili della Croazia, dello Zimbabwe, della Thailandia e di 120 piccole nazioni sparse per i cinque continenti. Figurarsi.

MAHUT E LA CONDANNA DELL’IPOCRISIA DI GIUDICELLI

Detto questo, e sottolineata quindi l’incongruità dell’affermazione di Mahut, il doppista francese ha però ragionissima a sostenere quanto sia stata assolutamente ipocrita la condotta del suo presidente Giudicelli che aspira a succedere alla presidenza ITF di Haggerty. L’americano, dopo un secondo mandato non potrebbe essere rieletto, salvo che abbia imparato a muoversi come il nostro impareggiabile Francesco Ricci Bitti, il quale ha fatto esercizi straordinari di equilibrismo per mantenere la propria ben retribuita poltrona di presidente ITF, poco inferiore ai 500.000 euro annui fra una cosa e l’altra, per 16 anni, quattro mandati di quattro anni, senza mai cambiare niente: un capolavoro strategico di grandissimo immobilismo!

Tutti i giocatori francesi, tutta l’opinione pubblica francese era contraria alla riforma della Davis e Giudicelli invece ha sposato la causa Haggerty. Quando grazie agli introiti del Roland Garros e ai successi (anche di ricavi) della squadra di Coppa Davis – tre finali in cinque anni, 2014 sconfitti da Federer e soci, 2017 vittoriosi sul Belgio, e 2018 –, non solo a Lille ma anche altrove, la FFT ha guadagnato montagne di soldi. E in quest’ultima Coppa senza neppure poter contare su un tennista top 20. I tennisti francesi sperano che Giudicelli non se la cavi con il processo per il quale è imputato… E ciò anche se Giudicelli ha fatto comprare una pagina de l’Equipe per ringraziare, con un gigantesco MERCI (grazie), “au jouers pour l’emotion, au staff pour la preparation, aux supporters pour leur passion”, firmato Federation Francaise de Tennis.

LE ILLUSIONI DI CILIC – IL CASO DELL’UNGHERIA

Anche a proposito della dichiarazione di Cilic ho qualche riserva. Mi sa che Cilic si illude sul fatto che i soldi che arriverebbero a un centinaio di piccole povere federazioni verrebbero davvero gestiti a beneficio del tennis e dei giovani che volessero avvicinarsi al tennis. Forse Cilic non ha avuto le mie stesse occasioni di incontrare tanti dirigenti di varie federazioni, di vari Paesi (a me è capitato in tanti tornei, in tante Davis). Troppi dirigenti di troppe nazioni (e non solo in Africa, che è sempre stato un bacino importante e piuttosto influenzabile con modi non sempre leciti e trasparenti per chi era a caccia di voti) non sono affidabili. So – un esempio per tutti – che i migliori tennisti ungheresi di Davis e Fed Cup, Fucsovics e Babos, sono inferociti con il presidente della federtennis magiara Attila Richter e hanno dichiarato a più riprese che mai giocheranno per il proprio Paese finché lui resterà su quella poltrona. Perché?

Perché pare che i soldi messi in palio dall’ITF li abbia sempre intascati la federazione senza farne toccare che una minima parte ai giocatori e anche perché il torneo di Budapest da 250.000 dollari che Tiriac ha “trasferito” in Ungheria ottenendo sussidi delle autorità locali avrebbe dovuto richiedere spese di massimo 750.000/un milione di euro – di solito per un torneo si calcola fra le tre e le quattro volte per il costo del montepremi – e invece pare siano stati necessari fra le pieghe del bilancio del torneo quasi 2 milioni. Come si è fatto a spendere così tanto? Fucsovics e Babos sono convinti di saperlo. Haggerty – che era sempre stato ottimista sull’esito del voto di Orlando ad agosto – ha detto anche che non gli era possibile rivelare i nomi dei Paesi che avessero votato a favore della riforma e quali contro. Ma è chiaro che tutti i mesi precedenti sono serviti a contattare e negoziare i sì. Il suo ottimismo era dunque abbastanza giustificato dagli accordi presi. E allora a questo punto è inutile scandalizzarsi. Piuttosto, guardando avanti, cosa succederà?

GERARD PIQUÉ E LA PROPOSTA SEXY – COSA VUOLE HAGGERTY

Gerard Piqué – che si presume parli per nome e conto di Kosmos, Rakuten, Larry Ellison e forse ITF  – ha detto l’altro giorno: “Abbiamo riflettuto su diverse possibilità. Non possiamo annunciare nulla perché non abbiamo ancora trovato un accordo nella riunione tenutasi a Londra (durante le finali ATP). Ma siamo più vicini che prima della riunione”. Piqué e l’ATP avevano proposto di fondere in un unico evento la ATP Cup e la Davis, ma Haggerty (che pure ha ritenuto un progresso l’incontro di Londra) ha rifiutato. Pare che lo abbia fatto dicendo di non avere mandato per agire da tutte le federazioni. Di fatto sta trattando.

Pare anche che si stia trattando sul fatto che l’ITF potrebbe cedere una delle sue quattro settimane abitualmente spettanti alla vecchia Davis (quella di aprile: per la Laver Cup?) pur di conservare quella di febbraio per i play-off di 24 squadre che devono diventare 12 e unirsi alle 4 semifinaliste di quest’anno (e di ogni anno) più due wild card che per Madrid sono già state concesse a Inghilterra – nessuno è miglior lobbista di un inglese – e Argentina (Paese che ha votato di sicuro per la riforma Haggerty). In cambio Haggerty chiede che l’ATP ceda all’ITF una settimana a settembre da attaccare all’altra per poteri disputare sia Davis Cup con più respiro sia in futuro la Fed Cup per otto o anche 12 squadre. Ma l’ATP che ha il supporto dei giocatori (felicissimi di poter giocare l’ATP Cup prima del torneo di Sydney e in preparazione all’Open d’Australia) pare avere il coltello dalla parte del manico. A questo proposito Piqué ha aggiunto: “I giocatori lottano per i loro interessi, è normale che sia così. E quel che noi vogliamo è di rendere le cose più facili per loro. Forse si dovrà sacrificare qualcosa. Se si vuole ricreare una grande competizione è obbligatorio che i grandi giocatori la giochino. Forse non l’anno prossimo o fra due anni. Ma, a lungo andare, questo evento dovrà diventare… sexy (ha detto proprio così), interessante per i giocatori”.

NON BASTA CHE LA NUOVA DAVIS DIVENTI SEXY PER I GIOCATORI…

Speriamo allora che la Davis diventi davvero sexy per i giocatori, ma secondo me deve diventare sexy (sesso a pagamento?) soprattutto per i loro agenti, cui chi scrive si sente di imputare più che a chiunque altro (insieme ai giocatori che oggi fanno tanto i patrioti, ma hanno dimostrato di esserlo soltanto fino a quando è loro convenuto) la morte della Coppa fatta coniare da Dwight Davis 118 anni fa. Il fatto assodato è che i top-player dalla Coppa Davis hanno sempre ricavato poco o niente dal giocarla – rispetto ai guadagni che potevano fare altrove in qualche esibizione giocata in qualche Emirato – ma fino a che non l’hanno vinta, loro che hanno probabilmente sognato come tutti i ragazzini di “arrivare in Nazionale” e diventare idoli in patria, hanno fatto di tutto per riuscirci. Una volta raggiunto lo scopo e messa la Coppa in bacheca, l’anno dopo (anzi due mesi dopo) hanno spesso guardato la loro squadra che retrocedeva da lontano. Con la massima indifferenza. Ed egoismo. Ciò anche se Djokovic ha sempre detto che la vittoria in Davis nel 2010 gli aveva dato l’entusiasmo, la fiducia e la spinta a un 2011 da favola con la prima incoronazione a n.1 del mondo. E così nel 2014 Federer e Wawrinka hanno coronato il sogno che Murray aveva realizzato nel 2015 e del Potro nel 2016. E Nadal prima di tutti loro. Tutti ad abbracciarsi alla bandiera, a piangere al suono degli inni. Ma poi, passata la festa gabbato lo Santo e… chissenefrega.

… DEVE DIVENTARLA ANCHE PER GLI AGENTI

Perché, già tutti ormai nababbi, avevano così disperato bisogno di guadagnare ancora altri milioni rinunciando a disputare la Coppa Davis affossandola di fatto come hanno fatto? Un anno fa la Francia conquistò la Coppa senza incrociare sulla propria strada alcun top 40, salvo Goffin. Sì, qualche volta può essere stato un problema di programmazione, di necessità di concentrarsi su certi tornei, di non cambiare superficie, ma – credetemi – una grande influenza l’hanno avuta i loro manager (quando non anche coach, mogli e compagne). Perché gli agenti e i coach dalla partecipazione di un proprio giocatore alla Davis (il cui coach in campo era un altro) non hanno mai guadagnato nulla. Da tutti gli altri eventi, tornei ed esibizioni (Laver Cup inclusa) invece sì. E tanto, tantissimo. I grandi campioni vivono in eterno, una, due, tre vite. Gli agenti no. Tutto il resto sono balle.

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Editoriali

I mondi diversi di Haggerty, Giudicelli, Binaghi e Noah

LILLE – La Coppa Davis dice addio in croato e nel segno di Marin Cilic sulle tracce di… Goran Ivanisevic. Una vittoria così netta forse non ha precedenti

Ubaldo Scanagatta

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Da Lille, il Direttore

 

Coppa Davis addio. Quella che abbiamo vissuto e conosciuto non ci sarà più. Capisco le leggi del marketing, quelle che dicono di non gettare a mare l’avviamento di un brand storico – e nel caso della Davis si tratta di un avviamento durato 118 anni – però ha ragione Yannick Noah nel dire che quella che seguirà a questa non sarà mai la Coppa Davis. Riporto qui le sue parole anche se sono già state riportate in più posti: “Spero veramente che non la chiameranno Coppa Davis perché non lo è. Giocare due set non è la Davis, giocarla in sede neutra non è la Davis. Chi dice che è la Davis, mente. E io gli dico: “Siete dei bugiardi”. Come ho fatto quando ho parlato l’altra sera alla cena ufficiale. Ho detto al presidente (sia Giudicelli sia Haggerty; non l’ha detto a Binaghi perché il presidente della FIT non c’era ma anche la Federtennis italiana ha votato per la Kosmos Davis e i dollari): sono disgustato e molto triste. L’ho detto in faccia perché è la verità. Io sento così. Non dico che tutti debbano sentire così”.

Poi, rispondendo a una mia domanda (“Sento che tutti i giocatori francesi sembrano scettici sulla possibilità di giocare la prossima Davis-Kosmos-Piqué Cup…ma allora la Francia sparirà dagli scenari delle competizioni tennistiche a squadre?”) Yannick si è scatenato in una risposta interminabile di cui diamo il resoconto altrove qui su Ubitennis. Fra le tante frasi una è stata questa: “Devo molto alla Coppa Davis. Mi ha regalato tante di quelle cose. Come giocatore, spettatore, fan. Vi potrei raccontare la storia della Coppa Davis dell’Italia. Dove sarebbe il tennis in Italia senza la Coppa Davis? Dove? Ha rappresentato talmente tanto. Quelle persone che hanno deciso…forse non lo sanno, o magari per loro è uguale. Come ho detto ai Presidenti io non appartengo a quel mondo. Noi apparteniamo a due mondi diversi”.

L’atmosfera vissuta qui a Lille, e sì che la Francia ha perso e nettamente, senza alcuna vera suspance, effettivamente non sarà ripetibile. 24.000 spettatori che tifano in modo entusiasta, colorito e incessante per la loro squadra, e a spanne direi che di quelli almeno 2.000 fossero croati, probabilmente non li vedremo più. Il tennis non è il calcio dove le tifoserie hanno altri numeri e sono disposte a spostarsi in massa. “A Singapore di certo non andranno!” ha detto ancora Noah. Qui, poi si parla di due possibili eventi: una brutta copia della Davis a Madrid nel novembre 2019 con due semifinali che si giocano al sabato e la finale che comincia e finisce la domenica. Se anche alla Caja Magica fossero presenti 12.500 spettatori che la riempissero non potranno mai essere –salvo che in finale ci sia la Spagna – tifosi delle due squadre che avranno giocato il sabato. Anche a volerlo fortemente e sarebbe stato impossibile per tanta gente conquistare fra il sabato e la domenica disponibilità dei biglietti e organizzare viaggio e albergo in poche ore.

L’altra ipotesi è una ATP CUP che si svolgerebbe ogni anno in Australia a gennaio. Anche lì, salvo che si mobilitino assai improbabilmente per noi i 200.000 emigranti di Laygoon e Carlton a Melbourne, i 300.000 greci, altrettanti fra cinesi e filippini, che si possa addivenire a un’atmosfera sugli spalti simil Lille, mi pare fortemente improbabile. Soltanto all’epoca della guerra dei Balcani ricordo che Serbi e Croati a Flinders Park (si chiamava così) facevano quasi più risse che tifo. Quel tipo di atmosfera non la rimpiango.

Più netta e convincente di così la vittoria della Croazia non poteva essere. Dall’abolizione del Challenge Round a oggi era accaduto solo quattro volte che una squadra vincesse tutti i singolari disputati senza perdere un set (tre in questo caso, due quando un Paese aveva vinto 3-0) e fra quelle quattro sconfitte senza altro alibi che la netta superiorità dei più forti c’era purtroppo quella che patì l’Italia a San Francisco nel 1989, di fronte ai mostri McEnroe e Gerulaitis. C’ero così come c’ero allo Svezia-Usa del 1984 dove le vittime di Wilander e Sundstrom furono Connors e McEnroe, mentre non andai in Svezia nell’87 presumendo la disfatta dei fratelli indiani Amritraj. Non c’ero nemmeno quando nel ’90 gli Stati Uniti demolirono un’Australia assai modesta. Cilic in sei set fra Tsonga e Pouille, Coric in tre set con Chardy non hanno mai neppure perso il servizio. E per questa statistica potrebbe trattarsi di una “prima” assoluta. Richiederebbe una ricerca molto complessa appurare se possa essere già successo in quelle quattro occasioni citate.

Cilic va a far compagnia ai Fab Four, Federer, Nadal, Djokovic, Murray, e poi del Potro e Wawrinka nel gruppo degli “Slam-Winners” che hanno vinto anche la Davis. L’ultimo vincitore di Slam a non aver vinto la Davis resta Gaston Gaudio (Roland Garros 2004). E ora in Croazia si comincerà forse a discutere se sia stato più grande Goran Ivanisevic o Marin Cilic. Il primo è stato n.2 del mondo in tre riprese, mentre Marin al massimo è stato n.3. Goran ha vinto 22 tornei, Marin 18. Di Slam ne hanno vinto uno ciascuno, Marin US Open 2014, Goran Wimbledon 2001. Ma Marin ha vinto ora una Coppa Davis e Goran no. Marin ha perso due finali di Slam, a Wimbledon e in Australia, Goran tre ma tutte a Wimbledon. Quest’ultimo dato potrebbe far pensare che Marin sia stato tennista più completo, perché ha giocato tre finali in tre Slam e tra superfici diverse. E il suo gioco è effettivamente più completo di quello di Goran, che si affidava in particolare al suo straordinario servizio mancino. Però la personalità, il carisma, il sense of humour di Goran in Croazia hanno lasciato una traccia indelebile e mi dicevano anche oggi i giornalisti croati che nell’immaginario collettivo il mito di Goran è inscalfibile.

Vero però che Marin ha solo 30 anni e che nei prossimi tre o quattro potrebbe ottenere – approfittando anche del calo dei Fab Four – tali risultati da risalire la corrente anche in patria. Uno dei suoi rivali più agguerriti potrebbe essere proprio Borna Coric, il cui pieno potenziale non è ancora del tutto espresso. È ancora giovane e Riccardo Piatti che lavora indefessamente con lui – a proposito Riccardo ha recentemente compiuto 60 anni, auguri! – è convinto che abbia ancora grandi margini di miglioramento. Intanto, n.12, è già a ridosso dei top-ten. Sarei molto sorpreso se l’anno prossimo non vi facesse irruzione. Il tennis di un Paese di soli 4 milioni di abitanti ha raccolto in questi anni molti più risultati della nostra Italietta. Vincitori di Slam, di Coppe Davis, finali qua e là, giovani emergenti, ottimi doppisti che si arrampicano nelle prime posizioni mondiali. Li avevamo sopravanzati con le nostre donne, ma ora siamo molto indietro anche con quelle. Piatti ha contribuito molto più ai successi croati (da Ljubicic in poi) che a quelli dei nostri azzurri (dopo la conclusione dell’era Furlan, Caratti, Mordegan, Brandi, Camporese).

Speriamo che qualcosa cambi. Intanto ringraziamo di… essere andati in Cile. Quella del 1976 è stata l’unica nostra Coppa Davis vinta. E rimarrà la sola.

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Editoriali

Il declino inarrestabile della Coppa Davis per un giorno si è fermato

LILLE – Grazie a un gran bel doppio e al punto conquistato dalla Francia. Ma è solo un’illusione. E il povero David Haggerty, fischiatissimo, ispira quasi compassione

Ubaldo Scanagatta

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da Lille, il Direttore

 

Non sono pentito di essere venuto a Lille. Venerdì sera lo ero quasi. Questo sabato è stato diverso, ho rivissuto le vecchie atmosfere dei vecchi incontri, delle grandi finali dove per la verità era presente tutta la stampa internazionale, non solo quella locale. Qua come giornalisti siamo solo due italiani, entrambi di Ubitennis, Alessandro Stella e il sottoscritto, un portoghese, un ungherese, una giornalista russa. Perfino l’Associated Press ha utilizzato un corrispondente francese. Non c’è neppure un giornalista inglese! Né un americano. Loro che rappresentano Paesi che nel 1900 l’hanno inventata e giocata per primi. La prima di una ventina di finali di Coppe Davis che ho vissuto di presenza credo sia stata nel ’79 a San Francisco per USA-Italia 5-0 (e il tifoso Serafino che ci fece arrossire di vergogna…), ma in tutte quelle in cui non era coinvolta l’Italia c’erano sempre i colleghi più autorevoli di tutti i giornali più importanti che si incontravano anche a  Wimbledon, Parigi, New York. Di tutte le testate più importanti, di decine di Paesi diversi.

Che qui, in quella che presumibilmente è l’ultima edizione di una storica manifestazione nata nel 1900, la più antica dopo l’America’s Cup di vela (1851) – mentre la prima edizione della Ryder Cup di golf risale al 1927 – non siano venuti neppure i giornalisti belgi che pure stanno a 100 km da qui e che alla Davis sembravano aver  attribuito grande importanza per aver disputato una finale un anno fa e un’altra finale tre anni fa, la dice lunga sulla triste situazione di questo evento morituro. E fa capire perché David Haggerty, il presidente della federazione internazionale, si sia trovato nella scomodissima situazione – dopo anni e anni di d’immobilismo – di dover cambiare quello che non era più al passo dei tempi. Nessuna tv, salvo la francese e la croata, erano interessate alla diffusione dell’avvenimento. Ed è perché i diritti tv della Davis non li voleva più quasi nessun Paese, nessun network generalista – come una volta (RAI, BBC, FRANCE TELE)– ma nemmeno nessun network sportivo allargato a più discipline (ESPN, Eurosport, Sky), che il loro prezzo è inevitabilmente e vertiginosamente calato.

Ed è così, sia detto senza alcuno spirito critico, che Supertennis ha potuto permettersi di acquistarli. Ben per l’Italia e per gli appassionati di tennis italiani, naturalmente, ma è evidente che il problema c’era e c’è, perché oggi gli eventi sportivi si reggono quasi unicamente con la vendita dei diritti tv i quali alimentano la presenza degli sponsor internazionali. La vendita dei biglietti non va trascurata, ma non potrà mai più bastare. Neppure qui dove allo stadio Pierre Maurois c’è la possibilità di ospitare 25.000 spettatori. Figurarsi in stadi più piccoli. Quando nel 2005 andarono in finale a Bratislava Croazia e Slovacchia, i media di tutto il mondo ignorarono completamente l’avvenimento. Tutti, dai giornali americani, e sudamericani a quelli australiani ed asiatici, ma anche gli altri europei. Soprattutto da quell’anno è stato sempre così, ovunque si giocasse. Ancora negli anni Novanta io ricordo di aver seguito le finali di Mosca fra Russia e Svezia (quando venne anche Boris Yeltsin con un codazzo di notabili che impiegarono 5 minuti per sedersi… distraendo Volkov che stava servendo per il match contro Edberg), fra Russia e Stati Uniti, ma a Goteborg fra Svezia e USA (con McEnroe e Connors battuti nel 1984 da Wilander e Sundstrom), a Monaco di Baviera e in altre città tedesche fra Germania e Svezia, Germania  e Australia e…insomma ne parlava tutto il mondo, le pagine dello sport dedicavano ampio spazio a quelle finali, ma anche già alle semifinali.

Ma già Pete Sampras, eroico contro i russi quando vinse 3 incontri su 3, con Kafelnikov il primo giorno, in doppio con Todd Martin il secondo, con Chesnokov battuto al quinto e con i crampi che lo attanagliarono appena trasformato il matchpoint, al punto da essere trasportato a braccia negli spogliatoi, ebbe a sottolineare: “Credevo di aver compiuto una grande impresa e invece quando tornai negli Stati Uniti, quasi nessuno se ne era accorto. La stampa aveva quasi del tutto ignorato quel che avevo fatto”. Insomma tante cose sono cambiate, anche la Davis. Forse da quando Bjorn Borg fece capire che a lui non interessava tanto. E Jimmy Connors, il re degli individualisti, fece anche peggio. Purtroppo.

Tornando a questo weekend posso dire che i miei tre giornali (La Nazione, Il Giorno, Il Resto de Carlino), dopo un pezzo di presentazione scritto giovedì su venerdì, non sono stati nei due giorni successivi neppure interessati a ricevere articoli che non fossero flash. Il nostro massimo quotidiano sportivo, La Gazzetta dello Sport ha dedicato spazi modestissimi intorno a pag. 40, segno davvero dei tempi cambiati. C’è il weekend di calcio e della Davis non sembra interessarsene che pochi nostalgici. Ma la situazione dell’Italia, come scrivevo più su, è quella di tutti i Paesi extra Francia e Croazia. E allora se la situazione è così radicalmente cambiata occorre prenderne atto con quel pragmatismo che forse soltanto un dirigente americano poteva prendere. Attenzione, non sono l’avvocato difensore di David Haggerty. Non avrei fatto cambiamenti così radicali, ma forse senza farli l’ITF non avrebbe trovato sponsor interessati a investire 3 miliardi di dollari in 25 anni. Per carità, anni fa la ISL, convinta che i Masters 1000 potessero competere con gli Slam, fece un investimento pazzesco, promise mari e monti e fallì miseramente dopo pochi anni mettendo nei guai tutti quegli organizzatori che si erano fidati del grande progresso…che non ci fu.

Se avete avuto pazienza di ascoltare l’audio intervista con Haggerty, o la sua trascrizione, avrete forse capito che l’uomo si trova in grande difficoltà, stretto fra l’ATP che spalleggiata dai giocatori fa guerra all’ITF, fra le federazioni di oltre 100 Paesi su 150 in serie difficoltà economiche, fra una Laver Cup spuntata fuori dal nulla ma patrocinata da un personaggio carismatico come Roger Federer che con la Laver Cup ha indovinato una formula che fa divertire la gente e che è l’unica al mondo a far sì che grandi rivali si trovino a giocare fianco a fianco, fra investitori che arrivano da un altro mondo e non hanno cognizione dei vari conflitti di interesse che esistono da sempre nel tennis. Onestamente David Haggerty, ieri fischiato a lungo, sepolto di buuh (fino a che la musica li ha soverchiati) quando ha avuto l’ardire di procedere sul campo alla presentazione dell’Excellence Award a Francois Jauffret – un giocatore che, come dicevo ieri, non è stato un grande campione per via di due soli tornei vinti, ma che ricordavo aver inflitto due sonore batoste a Adriano Panatta a Montecarlo e al Roland Garros (cinque set a zero e appena 14 games lasciati a Adriano in quei cinque set!) – mi ha fatto pena. Che poteva fare? Far finta di niente? Lasciare le cose come stanno, soprattutto quando si era reso conto che l’ATP e i giocatori erano pronti a mandare in pensione ITF e Coppa Davis in un colpo solo?

Non so che cosa succederà fra un anno o due. Sono meno ottimista di Haggerty che crede ancora si possa arrivare a un evento unico che si chiami ancora Coppa Davis. E che si fida di quello che gli avrebbero detto Djokovic, Kermode e altri, al punto da ritenere che gli ultimi incontri di Londra siano stati straordinariamente proficui. Lui ci ha detto che di notte dorme sereno, ma chissà se i fischi crudeli che lo hanno subissato prima del doppio non gli risuoneranno come un incubo nelle notti a venire. Io spero solo che i soldi che sia ATP sia KOSMOS sembrano intenzionati a mettere servano a far funzionare due avvenimenti simili ma diversi. Perché tutti quei soldi fanno certamente gola ai giocatori. Che l’ATP sia disposta a cedere la gestione di un evento all’ITF, così come viceversa, non mi sembra probabile. Ma ho meno strumenti cognitivi di quelli che dice di avere Haggerty. Intanto posso dire che almeno un mio pio desiderio è stato esaudito: quest’ultima Davis non si è esaurita in due giorni. È ancora viva al terzo. E dopo due deludentissimi primi singolari si è visto finalmente un bel match, giocato da sicuri specialisti del settore.

Pavic è stato quest’anno n.1 del mondo, anche se giocando insieme a Marach. Dodig con Melo era arrivato ad essere una delle primissime coppie prima di separarsi dal brasiliano. Mahut e Herbert sono stati la prima coppia del mondo a più riprese. Lo spettacolo non è mancato, la grande atmosfera della Coppa Davis neppure. Certo, pensavo, se fosse stato un match in due set, sarebbe finito 6-4 6-4 con un break per set e quelle emozioni provate nel terzo set – prima quasi dominato dai francesi che hanno mancato palle del 3-0 e del doppio break e poi invece dai croati capaci di  risalire dall’1-3 al 6-3 – e poi nel quarto, con i tre match point annullati da Mate Pavic, non ci sarebbero state. Sono state invece i momenti più belli ed eccitanti di queste prime due giornate.

Non mi aspetto, ahimè, di riviverle nella terza giornata. Pouille – l’amico Noah, cui detti una wild card al torneo di Firenze quando aveva 18 anni! E che ieri in conferenza stampa mi ha prima detto I love you… negandomi la conferma che avrebbe scelto Pouille (“Perché lo dovrei dire? Se vuoi lo dico a te se mi giuri che non lo dirai a nessuno!” ), salvo poi chiamarmi Gianni confondendomi con Clerici! – darà di certo tutto se stesso per battere Cilic, ma dubito che riesca a farcela. Magari riuscisse a strappare un set allora il match diventerebbe divertente. Nulla contro i croati – con i quali anzi intrattengo ottimi rapporti, da Cilic che trovo ragazzo adorabile a Coric che è stato gentilissimo quando sono andato dal suo coach Riccardo Piatti a Bordighera a intervistarlo, da Ancic che è venuto lui a cercarmi in sala stampa per salutarmi, a Ljubicic che non lo ha fatto ancora ma non è detto che non lo faccia, a tanti carissimi colleghi – ma se Cilic vincesse in tre set come venerdì, mancherebbe ogni pathos. Se perdesse e il match si dovesse decidere al quinto duello, fra Coric e forse Herbert, beh sarebbe una degna conclusione di una storica, mitica, leggendaria competizione.

Buon tennis, buona domenica e buona ultima Davis a tutti.

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