La stampa italiana commenta l'introduzione del quinto set a Melbourne (Crivelli, De Ponti, Lombardo). Berrettini: "Sarò al top in 3 anni" (Marchetti)

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La stampa italiana commenta l’introduzione del quinto set a Melbourne (Crivelli, De Ponti, Lombardo). Berrettini: “Sarò al top in 3 anni” (Marchetti)

La rassegna stampa di sabato 22 dicembre 2018

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Tie break nel quinto set, anche Melbourne cede (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La valanga non si arresta. E il tennis, per anni (e secoli) sempre fedele a se stesso, in pochi mesi si piega alle esigenze della velocità richiesta dalla tv e dai nuovi fruitori social, nonché ai lamenti dei giocatori, oppressi da un calendario ormai infinito e quindi propensi ad accorciare le fatiche in campo. ANTICIPO Perciò, dopo Wimbledon, anche gli Australian Open rinunciano ufficialmente al dogma del quinto set senza tie break e lo faranno già dall’edizione che scatterà il 14 gennaio prossimo. Ma siccome ogni Slam è geloso della sua unicità, la formula scelta dagli organizzatori degli antipodi introduce la quarta regola diversa per i quattro Major, prevedendo certamente il tie break sul 6-6, ma con la regola della vittoria a 10, come si usa da tempo in alcuni tornei di doppio. Insomma, il super tie break, applicato al quinto set degli uomini e al terzo set delle donne, dei doppi e del doppio misto, nonché alle partite di qualificazione (che si giocano 2 su 3). Craig Tiley, direttore degli Australian Open, la spiega così: «Abbiamo chiesto il parere a giocatori, sia in attività sia a ex, a commentatori, agenti e analisti della tv se preferissero un long set oppure no e questa è stata la loro decisione. Abbiamo optato per un tie break a 10 punti sul 6 pari del set decisivo per assicurare ai fan ancora una conclusione spettacolare, con un tie break lungo che permetta di avere ancora tante emozioni. In più si stempera un po’ il dominio del servizio. Crediamo che questa sia la soluzione migliore per giocatori e pubblico». Dopo l’annuncio del cambiamento a inizio dicembre, si pensava che la rivoluzione potesse essere applicata dal 2020, appunto dopo le consultazioni del caso. […]DIVERSITA II risultato, però, è che alla fine i quattro tornei dello Slam hanno adottato quattro sistemi diversi per chiudere una partita al quinto set. In Australia si ricorrerà al super tie break a 10 sul 6-6, a Parigi si continuerà a non giocare il tie break nel set decisivo (ma non si escludono colpi di scena da qui a maggio), a Wimbledon ci sarà il tie break normale ma sul 12-12 e negli Us Open rimarrà, come accade dal 1970, il tie break normale sul 6-6, la soluzione più lineare. Un segnale del fermento che sta percorrendo il tennis, sospeso tra storia e novità, ma anche di una certa confusione e incomunicabilità, quasi fosse più importante mostrare i muscoli che il raziocinio. Quel che è certo è che da oggi possono essere archiviati almeno due record del quinto set nell’era del tie break, in attesa di capire cosa accadrà al Roland Garros (dove il quinto set più lungo per game giocati è un 18-16, capitato due volte). Si tratta del celeberrimo 70-68 di Isner su Mahut a Wimbledon 2010 e del più modesto 22-20 del primo turno fra Karlovic, vincitore e Zeballos a Melbourne 2017. L’ultima maratona down under. ?


Berrettini: “Sarò al top in tre anni” (Christian Marchetti, Il Corriere dello Sport)

 

II piumino verde di Matteo Berrettini spicca in un nebbione che sembra importato dalla Transilvania. Altro che Bel Poggio, Salaria. Più o meno Roma, perché il luogo dove sorge la Rome Tennis Academy ricorda più la location di un raduno precampionato in quota. Quattro campi in terra, «superficie su cui sono nato e cresciuto», altrettanti in veloce, «superficie dove invece le mie caratteristiche migliori vengono fuori», sotto i capannoni. Sotto uno di questi, l’Academy ha organizzato la presentazione della struttura organizzativa, guidata dai tecnici Vincenzo Santopadre e Stefano Cobolli. C’è anche Giovanni Malagò, che sveste i panni di presidente del Coni per indossare quelli di ex presidente del Circolo Canottieri Aniene. Club con cui il 22enne Matteo ha di recente vinto un altro scudetto a squadre. Lo guardi (Matteo, non lo scudetto) e pensi che sia proprio il prototipo del campione a chilometri zero: romano, che si allena nella sua città, per giunta nella struttura creata dal padre Luca assieme al produttore televisivo Massimiliano Lancellotti e dove c’è anche il fratello Jacopo. CAPODANNO. «Sono talmente a casa che devo stare attento a non presentarmi al campo in pantofole. Mi alleno qui con Vincenzo da quando avevo 14 anni», informa Berrettini, numero 54 del mondo dopo un 2018 da applausi. «In realtà, conduco una vita piuttosto movimentata. Non so quanti voli prendo e, anche solo per una cena con gli amici, oramai devo fissare un appuntamento. Sto poco a casa», e Lavinia, la giovanissima girlfriend conosciuta durante una lezione di tennis tenuta dal nostro all’Aniene, quando era infortunato, fa “sì” con la testa. Serata ideale quando si trova a Roma? «Netflix e divano», risponde lei. «Le discoteche le lascio ad altri», rifinisce freddo lui. Natale a casa, il 27 su uno di quei voli. Il 31 si riattacca con il 250 di Doha, poi l’altro 250 ad Auckland il 7 gennaio e, la settimana successiva, gli Australian Open. «Sto svolgendo una preparazione piuttosto lunga. Molto lavoro sul fisico ma anche molto sul rovescio e sul servizio. Devo migliorare la seconda palla. I miei obiettivi per il 2019? La classifica non fa parte di questi. Mi sto dando da fare, ma in un progetto a lungo termine. Probabilmente, il miglior momento della mia carriera arriverà tra due o tre anni, ma devo anzitutto colmare il gap fisico». HEMINGWAY. Adriano Panana, Umberto Rianna ed Ernest Hemingway. Il primo non fa altro che usare superlativi per il più giovane tennista italiano tra i primi cento e rammaricarsi per lo stato del tennis romano. «Strano che una città grande come questa trovi difficoltà a esprimere giocatori di primo piano. Mi fa piacere che Adriano spenda delle belle parole per me. Ricordo ancora quando da ragazzino mi disse che avrei raggiunto i 220 km/h col servizio. Io scoppiai a ridere. E i 220 li ho raggiunti». Il tecnico federale Rianna rientra invece nella filosofia dell’imparare dalle sconfitte che Matteo ha praticamente tatuata. «Del 2018 ricordo la vittoria al “Pietrangeli” contro Tiafoe (al mio angolo saranno stati in venti…), il debutto sul Centrale del Foro Italico, ovviamente il mio primo titolo a Gstaad, ma anche un suo discorso dopo l’eliminazione a Bastad». Infine lui, Hemingway. «Nel tempo libero mi piace leggere. Per la grande gioia del mio mental coach, ho finito da poco, ammetto con molta fatica, “Per chi suona la campana”. Altrimenti mi piacciono molto i fumetti». La campana di Matteo è già suonata. Tre esempi. Il primo: «Voglio partire forte in questo 2019, consapevole tuttavia che le cose vanno fatte passo dopo passo». ll secondo: «Dovrei anche andare in Davis. Le nuove regole? Saranno secondarie». L’ultimo: «Devo essere consapevole che tutte le settimane saranno importanti, ma che non ce n’è una più importante delle altre. È fondamentale per la continuità». Il nebbione della Transilvania? Bello che diradato


Melbourne, svolta tie break (Diego De Ponti, Tuttosport)

Gli Australian Open sdogano il tie break nel set decisivo. Sign of the times direbbero gli artisti, ma il vento dei cambiamenti che sta investendo il tennis soffia sempre più forte ed investe anche le cattedrali più inviolabili di questa disciplina Agli Australian Open quello decisivo non sarà più un long set. Già dalla prossima edizione dello Slam Down Under, in programma dal 14 al 27 gennaio 2019, sul 6 pari del set decisivo – il quinto per gli uomini, il terzo per le donne – si giocherà un super tie-break a 10 punti (come quello che già da qualche anno si disputa nel doppio). La decisione è maturata al termine di una delle consultazioni più capillari nella storia del tornea «Abbiamo chiesto il parere a giocatori, sia in attività che ex, a commentatori, agenti e analisti della tv se preferissero un long set oppure no e questa è stata la loro decisione», ha dichiarato Craig They, direttore degli Australian Open. «Abbiamo optato per un tie break a 10 punti sul 6 pari del set decisivo per assicurare ai fan ancora una conclusione spettacolare a queste battaglie epiche, con un tie break lungo che permette di avere ancora tante emozioni. In più si stempera un po’ il dominio del servizio che ha un ruolo prevalente nel tie break tradizionale. Noi crediamo che questa sia la soluzione migliore per giocatori e pubblico». […]. La decisione degli organizzatori di Melbourne segue quella recente di un altro Major, Wimbledon, che ha stabilito di introdurre il tie break (classico, a 7 punti) ma sul 12 pari del set decisivo. Per quanto riguarda gli altri Slam, al Roland Garros non si gioca il tie break nel set decisivo mentre agli Us Open sì (classico, a 7 punti)


Il lento suicidio del tennis che ha fretta (Marco Lombardo, Il Giornale)

All’inizio lo chiamarono sudden death, la morte improvvisa. E il significato era che il suo inventore, Jimmy Van Alen, in realtà avrebbe voluto uccidere (sportivamente, s’intende) Pancho Segura, che vinceva e vinceva giocando e rigiocando. E infatti dopo il 22-24, 1-6, 16-14, 6-3, 11-9 con cui Pancho battò Pasarell nella finale di Wimbledon 1969 in 5 ore e 12 minuti, quello che diventerà tie break entrò in vigore l’anno dopo a New York. E cominciò la sua storia. Da allora ad oggi il tennis è un’altra cosa, e soprattutto è finito in mano ai giocatori, che lo vogliono al loro totale servizio: più ricco, più uguale e – soprattutto – più veloce. Così adesso il tie break è diventato l’arma con cui accontentare tennisti e televisioni (quelle che portano i soldoni), per far correre in fretta le partite e abolire quell’inutile romanticismo che faceva tanto sport. La lunghezza annoia, il business invece mai. Per questo nel 2019 anche gli Slam si adegueranno al diktat, ma per mantenere un minimo di faccia alla fine ci si è coperti di ridicolo. In pratica: gli Open di Australia introdurranno il tie break sul 6-6 del quinto set ma ai 10 punti e non ai 7 in vigore dappertutto; Wimbledon se lo inventa sul 12-12 del quinto set alla faccia di John Isner, l’americano «colpevole» di aver portato Anderson a vincere 26-24 dopo 6 ore la semifinale più lunga della storia (2018) e già detentore con Mahut del record di 11 ore e 5 per un match durato tre giorni e finito 70-68 al quinto (2010); Parigi invece resta com’è, senza tie break e senza punteggio in inglese, come richiede la grandeur; New York, come sempre, ammazzerà il gioco in tutti i set. E il tennis? «Resterà l’epica» cantano in coro gli organizzatori, come se nessuno avesse capito che la fretta consacra la mediocrità. D’altronde è cambiato tutto: campi, racchette, campioni che sembrano tali ma che invece hanno la personalità divisa in parti uguali che non fa mai un intero. E quindi via alle sperimentazioni, ai no ad, ai set a 4 punti, ai tie break appunto in vari formati, a una coppa Davis che più che un’insalatiera sembra un barattolo con partite in confezione spray. Il tennis è dunque anch’esso il segno dei tempi: tutto e subito, quel che resterà dopo, pazienza. Il problema è che alla fine, più che improvvisa, la sua sta diventando una morte lenta.


Il richiamo del campo, l’idea impossibile di Rios sulla scia di Borg (Paolo Rossi, La Repubblica)

Nessuno vuole prenderlo sul serio. «Sono stato morso dal verme del desiderio di ritornare». Nessuno gli crede, a Marcelo Rios. Anche se lui ha continuato, ha ribadito: «Voglio essere in grado di vincere, fare nuovamente la storia e cercare di diventare il giocatore più anziano in assoluto a vincere un torneo professionistico». Chi ricorda il tennista cileno? Mancino, con il codino, assolutamente talentuoso, una sorta di McEnroe del Sudamerica. A Santo Stefano compirà 43 anni, essendo un classe ’75, ed ora ha fatto ventilare questa ipotesi, riprendere la racchetta. Ha chiesto (ma non ancora ottenuto) una wild card, un invito, per il Challenger di Columbus, Ohio, al via il prossimo 7 gennaio. Una boutade? Molto possibile, conoscendo e ricordando il personaggio, non proprio esempio di disciplina e regolatezza. Che, comunque, è stato numero uno del mondo nel 1998 e ha anche giocato la sua ultima partita Atp nel 2004. «Ma dai, non ha nulla da fare» dice scherzando Riccardo Piatti. «Il tennis di oggi è tutt’altra cosa rispetto ai suoi tempi…». E l’opinione del coach dell’Accademia di Bordighera è confermata anche da Filippo Volandri, che di anni ne ha 37. «E di tornare a giocare non ci penso proprio! Però lo capisco, Rios: ci pensi da morire, a rigiocare. Ma se non sei allenato non vai da nessuna parte». La storia del tennis è piena di tentativi di ritorni, finiti tutti nell’ambito della tristezza: «Forse non vi ricordate Thomas Muster, e stiamo parlando dell’austriaco la cui abnegazione era nota: al suo ritorno la pallina non viaggiava, si fermava a metà campo. E giocava contro giovanissimi. Sono figure barbine, che poi rovinano i ricordi» spiega ad esempio Massimo Sartori, che è l’allenatore di Andreas Seppi. Andando a ritroso, ecco le immagini di Bjorn Borg sulla terra rossa del Country Club di Montecarlo. Lo svedese aveva deposto la racchetta nel 1983 e, nel ’90, annunciò la sua intenzione, che avvenne nel 1991. Quella partita fu un colpo al cuore per i suoi fans: impegnato contro lo spagnolo Jordi Arrese, Borg racimolò soltanto cinque giochi. Eppure il grande rivale di Mac s’era allenato con Ivanisevic e Becker in gran segreto, ma fu costretto ad accettare la sentenza: non era più competitivo, con la Donnay di legno. «Eppure fisicamente c’era, ma era il suo tennis il problema, senza pressione» . Per questo l’idea di Rios viene presa con le pinze: «Ma dai, non ci credo: davvero ha detto così?». Vincenzo Santopadre, anche lui mancino, di anni ne ha 47. «Se la deve vedere prima con me…». Santopadre si diletta ancora con la Serie A (con l’Aniene), ma palleggia anche con Matteo Berrettini, il suo pupillo. Il coach romano si sforza di voler prendere sul serio le intenzioni di Rios: «Dovrebbe allenarsi tanto, dare continuità. Io non me lo ricordo per essere un giocatore di questo tipo, tutti gli riconoscevamo questo talento che lo aveva portato in cima al mondo. Io dico che magari ha detto questa cosa con cuore, con sincerità. Perché ha davvero ancora amore per il tennis, perché vorrebbe giocare qualche partita, ma io penso sporadicamente. Alla sua età forse è verosimile vederlo impegnato nel doppio, non in singolare». Per questo Nicola Pietrangeli insiste sempre nel suo assunto: «Ognuno è campione nella propria epoca, è inutile che insistete, sono inutili i paragoni». Ma anche i ritorni, a questo punto.

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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