La stampa italiana sul ritiro di Murray (Scanagatta, Crivelli, Clerici, Semeraro, Azzolini). Seppi invece suona la nona (Viggiani) – Ubitennis

Rassegna stampa

La stampa italiana sul ritiro di Murray (Scanagatta, Crivelli, Clerici, Semeraro, Azzolini). Seppi invece suona la nona (Viggiani)

La rassegna stampa del 12 gennaio 2019

Stefano Tarantino

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Lascia in lacrime il braveheart del tennis (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport) 

UNA scena quasi straziante. Andy Murray in lacrime, la voce strozzata, praticamente afono, si alza e abbandona la sala conferenze di Melbourne Park, poi torna e, fra una pausa e l’altra, a capo chino quasi a nascondere il viso inumidito dal pianto, stupisce il mondo della racchetta e annuncia il proprio imminente ritiro. «Sto lottando con il dolore da molto tempo, venti mesi, ed è abbastanza! Ho fatto tutto quel che potevo per provare a star meglio ma non ha funzionato. Sto meglio di qualche mese fa, ma sento ancora molto dolore, troppo. È stato difficile — si ferma e riprende – Non si tratta solo del dolore, è semplicemente… troppo. Non voglio continuare così, non posso. Avevo avvertito il mio team a dicembre… ho detto loro che non potevo andare avanti così, che avevo bisogno di mettere un punto perché stavo giocando senza alcuna idea di quando il dolore si sarebbe fermato. Avrei potuto provare a continuare fino a Wimbledon perché è lì che mi piacerebbe smettere di giocare, ma oggi non sono sicuro di essere in grado di farlo». Un grande campione, lo scozzese di Dunblane, battuto non dai suoi rivali di sempre, quelli che con lui hanno fatto un’epoca conquistando più di un quarto dei 200 Slam dell’era Open, Federer (20), Nadal (17) e Djokovic (14), ma da un’anca dolorante che lo ha messo knock-down fin dalla semifinale parigina del 2017 con Wawrinka — quando lui era ancora n.1 del mondo — e ko adesso, dopo 20 mesi di sale chirurgiche, infermerie, frustrati tentativi di riabilitazione. Il più giovane dei Fab Four, il meno vincente dei 4 Beatles con racchetta a dispetto di un record comunque strepitoso considerando i marziani con cui si è dovuto misurare, 41 settimane da n.1, di 45 titoli, di 3 Slam e di 14 Masters 1000, unico tennista ad aver conquistato 2 ori in due Olimpiadi consecutive (Londra 2012 e Rio 2016) è costretto a buttare l’asciugamano in segno di resa sul suo ring, un rettangolo anziché un quadrato, dove ha corso e lottato come pochi altri, un vero guerriero, il Braveheart del tennis, lui, Sir Andrew Barron Murray, Prometeo punito per aver tentato di far gara pari con gli dei. Dopo un 2018 così disgraziato da essere riuscito ad aggiungere solo 7 vittorie alle 655 di 13 anni, lo scozzese di cui si è sempre detto «Ha la miglior ribattuta di rovescio al mondo», si ritrova precipitato a n. 257, ma ancora non molla del tutto. Vorrà comunque scendere in campo fra un paio di giorni in quell’Australian Open che lo ha visto soccombere in 5 finali per un match quasi impossibile con lo spagnolo Bautista Agut, un tennista fra i più in forma. Ma Andy non si illude. Vorrebbe romanticamente chiudere la sua straordinaria carriera nel suo giardino prediletto, il centre court dell’All England Club, dove ha trionfato due volte (2012 e 2016) e perduto 4 semifinali. Sette anni fa era riuscito a liberarsi del mito-incubo Fred Perry dopo 77 anni di insuccessi Brit a Wimbledon. Per coronare almeno quest’ultimo sogno l’irriducibile Andy si sottoporrà a un ennesimo intervento chirurgico. Più invasivo dei precedenti. Chi scrive deve farsi perdonare di averlo ribattezzato per primo il Ringo Starr dei Fab Four, perché in effetti rispetto ai tre mostri sacri, lo scozzese era stato più fortunato come studente che come tennista. Alle elementari lui e il fratello Jamie erano scampati miracolosamente al massacro di Dunblane (1996): un folle uccise a pistolettate 16 compagni di scuola, e la loro insegnante, prima di suicidarsi. Sul campo da tennis Andy ha vinto tantissimo ma meno degli altri Fab. Però la similitudine con Ringo è ingenerosa: del batterista dei Beatles si diceva che non fosse davvero il migliore in circolazione. Mentre nessun altro tennista è stato un rivale più agguerrito e serio dei magnifici tre. Federer, Djokovic e Nadal: difatti, pur con un bilancio complessivamente negativo, ha battuto 11 volte Roger e Novak, 7 volte Rafa. Ma non li batterà più. Su Ubitennis.com tutto su Andy Murray, la sua storia, le sue vittorie, i commenti dei suoi rivali.


Sir Andy si ferma qui (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quelle lacrime, cosa umane perché svelano i tormenti del cuore, moltiplicano la tristezza. La sua personale, perché abbandonare il palcoscenico vinti dal dolore e non per scelta è una sconfitta per ogni artista che si rispetti. E quella degli amanti del tennis, improvvisamente nudi di fronte al primo scossone alla generazione dei Fab Four. IL SOGNO WIMBLEDON I Fantastici Quattro restano in tre: Sir Andrew Barron Murray si ritira. Non subito. Non adesso. Ma l’anca destra logorata da mille battaglie, operata giusto un anno fa, non è guarita, giocare non è più un divertimento, bensì un inutile martirio: «Ho sopportato il dolore per venti mesi, le ho provate tutte. Onorerò comunque il mio impegno agli Australian Open (primo turno ostico contro Bautista Agut, ndr) perché posso ancora competere a certi livelli, anche se non quanto vorrei. Melbourne il mio ultimo torneo? E’ probabile». Andy, seppur piegato dalla sofferenza, coltiva ancora un desiderio: «A dicembre ho parlato con il mio team e ho detto che non potevo continuare cosa, che avevo bisogno di mettere un punto. Cercherò di andare avanti fino a Wimbledon perché è li che vorrei chiudere la carriera, però non sono certo di riuscirci. Sto anche pensando a un’altra operazione, ma non per tornare al tennis, semplicemente per regalarmi una miglior qualità di vita». DRAMMA Perché la sua, di vita, dal 13 marzo 1996 ha dovuto regolarsi con l’ombra tragica e brutale della morte: c’era anche lui, infatti, nella scuola di Dunblane, la sua città, quando Thomas Hamilton uccise 16 bambini in uno dei più spietati massacri della storia del Regno Unito. E quegli spari, quella gioventù in qualche modo strappata, gli rimarranno dentro a lungo, anche da campione affermato, quando nei momenti topici dei match finisce per ritrarsi, difendersi, quasi che gli faccia paura la felicità. Eppure Murray ha imparato presto cosa significhi competere e battagliare, sempre sotto lo sguardo severo di mamma Judy, prima allenatrice e unica consigliera: ha un fratello, Jamie, che da ragazzino promette più di lui; vive in un Paese, la Scozia, dove a 14 anni non ha più avversari e deve emigrare a Barcellona, per crescere; appartiene a una generazione dominata da due leggende come Federer e Nadal. Per qualche anno, la sua carriera andrà a braccetto con quella del «gemello» Djokovic, nato sette giorni dopo di lui: sono gli «altri due», quelli che raccolgono qualcosa solo quando le divinità Roger e Rafa riposano. Ma mentre Nole invertirà il trend, lui dovrà veder sfumare quattro finali Slam e sentirsi dare dello scozzese quando perde e dell’inglese quando vince prima di ingaggiare Lendl, che da giocatore era passato attraverso le stesse delusioni. DIVERSO E finalmente conquista il cuore di tutti i britannici, con l’oro olimpico a Londra, gli Us Open 2012, primo Slam maschile del Paese dopo 76 anni, due Wimbledon, un Masters e il numero uno in un’epoca in cui appena tre giocatori (Federer, Nadal e Djokovic, appunto) si dividono 50 Slam su 60. E poi Andy è diverso, nelle conferenze stampa non si limita a commentare un dritto o le condizioni del campo. E’ arguto, spiritoso, ci mette la faccia: cresciuto in un ambiente femminile, con mamma Judy e la compagna di sempre Kim, nel 2014 sfiderà le convenzioni di un mondo che discute ancora se sia giusto dare gli stessi premi a uomini e donne, ingaggiando come coach Amelie Mauresmo. Si schiererà per l’indipendenza della Scozia e quando esploderanno delicati casi doping, andrà controcorrente chiedendo maggiori controlli. Kyrgios, che lo venera, dirà che «Murray è troppo intelligente per giocare a tennis, e qualche volta se ne accorge anche in campo». Ci mancherai, Muzza.


Murray, grande anche fuori dal campo (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

AIla soglia delle 32 primavere, Andy Murray è il primo dei Fab 4 ad alzare bandiera bianca e appendere la racchetta al chiodo. Ha annunciato, in conferenza stampa, che l’Australian Open potrebbe essere il suo ultimo torneo anche se ambirebbe salutare il tennis giocato durante Wimbledon. I forti dolori all’anca gli rendono problematici anche i più semplici gesti quotidiani e gli impediscono di allenarsi con la necessaria continuità. Una notizia che ha colto impreparati i tifosi, ma che all’interno dello spogliatoio aleggiava da tempo. Ha comunicato la decisione a modo suo, confermandosi un grande anche al di fuori del campo. Andy si è sempre dimostrato acuto e intelligente, con una visione della vita a tutto tondo, tanto da influenzare il tennis in tante nuove direzioni. Scozzese di nascita, si era schierato apertamente per la secessione da Londra e per questo motivo non era stato accolto a braccia aperte dai sudditi della Regina Elisabetta. Ma con le due medaglie d’oro olimpiche, i tre Slam e i 14 Masters 1000 è arrivato anche il perdono. Non pago, non ha esitato a mandare un grande segnale di cambiamento nell’ovattato tennis maschile facendo sedere nel suo box, in qualità di coach, l’ex giocatrice francese Mauresmo. È sembrato fin da subito evidente che Andy guidava a sinistra perché obbligato, ma saltava spesso e volentieri il rito del tè alle cinque. Murray mi piacque fin da subito per quell’atteggiamento lagnoso che nascondeva una tempra da vero agonista. L’impostazione da campi rapidi si notava nelle esecuzioni slice, nella perfetta impugnatura nel gioco di volo e nella sicurezza in fase di risposta. Da dietro non mostrava un tennis particolarmente equilibrato a causa di un dritto poco penetrante e molto conservativo. Di tutt’altra pasta appariva il rovescio bimane che brillava in ogni circostanza tramite soluzioni mai banali. La mano morbida spesso sopperiva all’indole sparagnina e alla posizione sul campo troppo spesso arretrata. Aveva ben presto capito che per sedere al tavolo dei migliori avrebbe dovuto lavorare sodo per incrementare le soluzioni e risultare efficace su tutti i terreni. Dalle sconfitte imparava sempre qualcosa e perseverava nella costruzione del fisico, prendendo confidenza con la pressione e con le aspettative del popolo inglese. Alla fine , se guardiamo i risultati, non possiamo che inchinarci di fronte a un campione che, pur avendo dovuto incrociare le racchette con tre dei più grandi della storia, complessivamente li ha battuti in 29 occasioni. Si arrende solo al peggiore degli avversari: a fine carriera si collocherà primo degli umani o ultimo dei Fab 4?


Murray, lacrime in segno di resa (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

E il primo pezzo dei Fab Four che se ne va. Non il più giovane, perché Novak Djokovic è nato un paio di settimane dopo di lui, ma l’unico inglese come i Quattro di Liverpool, detentori del marchio. Un’era che inizia tramontare, o meglio che si sfalda lentamente. «Vorrei smettere di giocare a Wimbledon», ha detto ieri a Melbourne Andy Murray, la voce rotta dall’emozione, le lacrime che gli allagavano gli occhi. «Ma non so se riuscirò ad andare avanti per altri cinque o sei mesi». L’ultimo atto, la resa, l’annuncio di un tour di addio che non si sa neppure se avverrà, il capitolo finale di un calvario iniziato il 19 luglio di due anni fa, quando Andy, dolorante e claudicante, se ne è uscito dal Centre Court di Wimbledon dopo aver perso in cinque set il suo quarto di finale contro Sam Querrey. l’anca destra, che lo tormentava da anni, quasi da sempre, ormai era un giacimento di sofferenza. A Wimbledon, il torneo che era riuscito a vincere per due volte, primo inglese a 77 anni di distanza dai trionfi di Fred Perry, il local hero ha dovuto rinunciare lo scorso luglio. Era tomato in campo al Queen’s, dopo 346 giorni di stop e l’intervento chirurgico a lungo rimandato e poi accettato come un calice amaro (e inutile) dodici mesi fa proprio a Melbourne, ma alla vigilia dei “suoi” Championships aveva dovuto comunque rinunciare. Poi uno stillicidio di match giocati e tornei rifiutati, fino alla decisione finale. Ieri lo hanno salutato un po’ tutti, colleghi e sportivi famosi come Francesco Molinari, lui si è concesso un tweet insieme a mamma Judy. «Cosa c’è di meglio delle coccole di mamma dopo un giorno duro?». Sorrideva, come non gli è capitato spesso in questi mesi «A dicembre, durante la preparazione – ha spiegato – avevo avvertito il mio team che non potevo continuare così. Che avevo bisogno di metterci un punto alla fine, perché stavo continuando a giocare senza un’idea di quando il dolore sarebbe passato. Ho detto ai ragazzi: “Guardate, posso farcela a tirare avanti fino a Wimbledon”. È lì che vorrei smettere di giocare. Posso ancora giocare ad un certo livello, ma non a quello dove mi fa piacere giocare. E poi non è solo quello: il dolore è troppo. Ho fatto tutto quello che era possibile per guarire, ma non ha funzionato». È un po’ se Murray, che a Church Road nel 2012 ha vinto anche un oro olimpico, in finale su Federer (oro replicato a Rio 2016), e che poi sul Centre Court aveva alzato due volte il copione dorato, nel 2013 e nel 2016, avesse compiuto la sua missione. Il ragazzino scarmigliato e ruvido come il tweed, scozzese e anti-inglese si è trasformato in uno degli sportivi più amati delle British Isles, nonostante il tweet indipendentista alla vigilia del referendum per la secessione della Scozia i trionfi tennistici – 45 titoli, il numero 1 conservato per 41 settimane, oltre ai due Wimbledon una coppa degli US Open, cinque finali in Australia, una a Parigi e un successo anche a Roma, il trionfo in Davis del 2015 – lo hanno smacchiato, ripulito, trasformato in un beniamino del pubblico (oltre che baronetto di Sua Maestà), ma non gli hanno evitato una fine carriera precoce, a soli 31 anni. Giocherà a Melbourne, dove era arrivato sentendo ancora dolore (lo spagnolo Roberto Bautista Agul il suo avversario al primo turno testa di serie n. 22), poi chissà. «Una opzione è una seconda operazione, si tratterebbe di ricostruire la superficie dell’anca e mi consentirebbe di avere una migliore qualità di vita, senza dolore. Non ci sono garanzie, e comunque non la farei per tornare a fare il professionista, ma solo per stare meglio tutti i giorni». Con Rafa Nadal alle prese con altri malanni cronici, Roger Federer in lotta con l’età, Djokovic dominante ma già sconfitto a inizio anno, c’è insomma aria di ultimi concerti, per il complesso tennisstico più famoso della storia. Le’ it be, direbbero i loro colleghi di Liverpool.


Andy, ci mancherai (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È una ferita grave l’addolorato commiato di Andy Murray al tennis, nel bagno di lacrime che inzuppa la vigilia degli Open d’Australia. Rende di tremula gelatina i sospirosi pensieri degli amici tennisti, che niente di tutto ciò avevano previsto, e ricorda quanto perfido e crudele sia lo sport ai molti che il ragazzo di Dunblane hanno visto crescere in questi anni trascorsi in top class, e trasformarsi da bimbetto irragionevole a uomo equilibrato, per nulla attratto da quel bisogno di esibire un carattere d’acciaio che altri s’impongono a ostensione della propria virilità agonistica. IL SUO DOLORE Grave perché unisce l’uomo e il tennis in una comune lacerazione, che viene dall’improvviso prender forma delle cose. E poco importa che questo accada sia nel bene sia nel male, perché è quest’ultimo come sempre a far vibrare di suoni cupi le corde dei nostri animi, mentre allunga le sue ombre oltre ogni dove. Appare quasi pudico, Andy, nel parlare del suo dolore, nell’ammettere che uno dei tennisti più celebrati per fisicità e armonia dei gesti, nascondeva una singolare fragilità in quelle ossa da campione, lise già da tempi lontani e poco a poco divenute caduche, ormai sbrecciate e invecchiate come quelle di un anziano. È l’anca destra il problema, e lo è da anni. Andy ammette di aver convissuto con il fastidio, poi con le fitte che sorgevano senza annunciarsi, quindi con il dolore, sempre più forte. Fino a divenire esagerato… Si fece operare un anno fa, proprio in Australia, e non è servito a nulla.I medici lo dissero subito che l’anca aveva subito danni irreparabili. «Forse potrei ricorrere a un nuovo intervento», fa sapere, in guerra con un groppo alla gola che non lo fa respirare, «ma sarebbe più profondo e invasivo del primo. Ci penserò, ma se dovessi decidere di farlo, sarà solo per ritrovare i gesti di una vita normale, non per tomare al tennis. Oggi sogno di poter passeggiare, di infilarmi i calzini di allacciarmi le scarpe senza avvertire dolore». FERITA GRAVE Ma è grave la ferita che Andy mostra nell’annuncio del prossimo addio – «forse già dopo questo torneo, anche se vorrei tanto chiudere a Wimbledon» – anche perché la crepa ha sbrecciato pervla prima volta il muro del più solido castello del tennis, quello del Club dei Più Forti, dei Fab Four. È il primo ritiro fra i governanti del nostro sport. Il primo abbandono tra chi ha avuto funzioni di guida di tutto il movimento. A turno i Favolosi hanno combattuto con i dissesti del loro fisico, e sempre ne sono usciti vittoriosi. […] CARRIERA DA FAVOLA Resta la sua carriera, da quarto fra i favolosi. Tre Slam (Us Open 2012, Wimbledon 2013 e 2016), il titolo dei Championships riconsegnato alla Gran Bretagna 77 anni dopo l’impresa di Fred Perry. Poi i titoli olimpici, due, consecutivi (Londra, Rio). E i 14 Masters 1000 sparsi fra i 45 titoli conquistati. Murray è stato numero uno dal 7 novembre 2016 al 20 agosto 2017, 41 settimane. Nel giorno del primato anche suo fratello Jamie raggiunse il numero uno in doppio, e per qualche settimana la casa di mamma Judy, nella piccola Dunblane, divenne la Club House del tennis. La storia, però, adesso finisce qui. L’addio di Andy annuncia che l’età dell’oro dei tennisti favolosi è ormai giunta agli sgoccioli. Tutto cambia E anche dolorosamente, purtroppo…


Le lacrime di Andy (Il Corriere della Sera)

Sciancato per aver forzato troppo nel cercare di tenere il passo degli Immortali, Sir Andrew Barron Murray detto Andy varca la soglia della pensione a 31 anni, zoppicando. «L’Australian Open potrebbe essere il mio ultimo torneo. Speravo di poter chiudere a Wimbledon ma il dolore è troppo: non credo di poter giocare in queste condizioni fino a luglio». Le lacrime di Andy sono quelle di una generazione perduta. E non è un caso che i pochi intrusi che dal 2003 (primo dei 20 titoli Slam di Federer a Wimbledon) a oggi hanno osato intaccare il monopolio della trimurti — Federer, Nadal, Djokovic — che domina il tennis da 15 anni (51 Slam conquistati in tre) siano finiti malissimo. Juan Martin Del Potro con i polsi martoriati dalle operazioni, Stan Wawrinka con il ginocchio marcio, Marin Cilic positivo a uno stimolante e Andy Murray, giovane padre claudicante. Cresciuto bombardiere di classe da mamma Judy a Dunblane, in Scozia, a 9 anni Murray è già davanti al primo bivio della vita: alle 9.30 del 13 marzo 1996 un uomo armato entra nella sua scuola elementare e uccide 16 bambini. Andy e il fratello Jamie si salvano barricandosi nell’ufficio del preside. Si è pensato che fosse il senso di colpa di essere sopravvissuto alla strage il blocco psicologico che ha costretto Andy a perdere quattro finali Slam (2 a Melbourne, una a Londra e New York) prima di conquistare la prima, l’Us Open 2012 in cima a una gran battaglia con il Djoker. Da li in poi, lo scozzese preferito da sua maestà la regina ha vinto poco ma bene. Due Wimbledon (2013 e 2016) spezzando un digiuno britannico lungo 77 anni (l’antenato è Fred Perry), due ori olimpici (nel 2012 negandolo a Federer, nel 2016 dopo un’epica lotta con Del Potro), la Coppa Davis 2015 contro il Belgio, anche in quel caso rompendo un tabù di 79 anni. Se il potere logora chi non ce l’ha, il tennis non guarda in faccia a nessuno. L’anca sbilenca operata inutilmente un anno fa che costringe il baronetto ad appendere la racchetta al chiodo, è il lascito dell’usura dello sport moderno da cui nessuno si salva. «Sto pensando seriamente di tornare sotto i ferri. Non per tentare di essere di nuovo un tennista ma per garantirmi, forse, una qualità di vita migliore» ha detto Andy nella sala stampa attonita di Melbourne perché solo gli intimi del clan Murray sapevano che il problema è maledettamente serio. Parlandone da vivo, ricorderemo Andy Murray per la rocciosità di un tennis forgiato dalle intemperie delle Highlands scozzesi ma capace di lampi di luce anche sulla terra battuta (gli anni dell’adolescenza li ha passati in Spagna a spazzolare il rosso), per la tensione emotiva dei suoi match sul centrale dell’All England Club, capaci di far deragliare l’Inghilterra dal tè delle cinque, e per l’apertura mentale dimostrata nello scegliere, giugno 2014, un coach donna (l’ex numero uno francese Amelie Mauresmo) per risalire quella classifica Atp di cui è stato meritevole n.1 nell’anno di grazia 2016. Il numero 230 del mondo affronta lo spagnolo Bautista Agut al primo turno dell’Australian Open, e non è detto che ne esca intero. Merita un ultimo palcoscenico in Church Road, ammesso che ci arrivi. E sempre stato il più fragile dei Big Four, è il primo che lascia. Una coerenza di cui gli va reso merito.


L’erede di Perry diviso tra radici scozzesi e il tifo british (Gianni Clerici, Repubblica)

Mi si chiede un ritrattino di Andy Murray, a me che appena viene in mente che ha vinto Wimbledon (nel 2013 e 2016), e mi ricordo della volta in cui stava in posa, beato, davanti alla statua di Fred Perry. Perry, il britannico che l’aveva preceduto nell’impresa, ben tre volte a Wimbledon. Fianco a me, era il mio amico Alan Little, il capo bibliotecario, autore di una decina di libri sul tennis. Ineccepibili, quanto a esattezza cronistica. «Perché non sorridi Alan?», mi venne da dirgli, scorgendo in lui un’aria lieta sì, ma non proprio simile alla mia, quando Pietrangeli aveva vinto per la prima volta gli Internazionali d’Italia. «Perché» rispose l’amico, «ha votato per gli scozzesi, e non per noi, very english». Nel referendum del 2014, Andy era stato onestamente contemporaneo, e antibrexit. Anche se, dopo quel Sì scarabocchiato a mano, non aveva mai creduto di confermarlo, quando un collega curioso, o in cerca di notorietà, glielo chiedeva in conferenza stampa. Di Andy ricordo altresì qualcosa di personale, che spiegava il suo modo di giocare, anche quello poco british, com’era stato invece Fred Perry. Fred arrivava vicino a rete, tutte le volte che poteva, al seguito di una battuta non esplosiva quanto il diritto, ma comunque due colpi da erba. Andy aveva sì un ottimo diritto d’attacco, ma un servizio che non si poteva certo chiamare “cannon ball”. Nonostante la regolarità e il piazzamento. Capii qualcosa in più di simile scozzese britannizzato (forse sarebbe meglio anglizzato) la volta in cui sua mamma Judy mi portò a visitare Wimbledon, e il suo nuovo Centrale col tetto, sul quale un presidente mi aveva assicurato che gli inglesi non avrebbero mai messo piede. «Meglio la pioggia e la tradizione». Judy mi disse di esser stata lei a inviare Andy, ancora ragazzo, a Barcellona. «Perché il tennis non è più quello degli inglesi, né degli americani. Il tennis è diventato spagnolo. E il mio bambino come gli spagnoli giocherà». Infatti.


Seppi invece suona la nona (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

Australia e anca, ma anche il nome (Andy e Andreas). Sono diversi i motivi di comunanza tra Murray e Seppi. Solo che, per fortuna del nostro, l’anca non ha mai creato al biondino di Caldaro gli stessi gravi problemi che invece stanno per mettere fine alla carriera del rosso di Dunblane. Andreas ne ha sofferto in passato, in particolare nel 2016, ma è riuscito sempre a evitare l’intervento, che invece nel caso di Andy è stato inevitabile e che forse verrà replicato per lasciare Murray tranquillo in futuro. Seppi con regolarità, una volta ogni sei mesi (a fine anno, sfruttando la pausa agonistica del circuito, e in primavera), si sottopone a un trattamento della parte con infiltrazioni che, insieme allo stop di tre settimane, gli stanno consentendo di restare ai livelli di sempre (ha iniziato l’anno da n. 37 del mondo). L’Australia, che per Murray ha significato cinque finali agli Australian Open (2010, 2011, 2013, 2015, 2016) e due vittorie nei tornei Atp (Brisbane 2012 e 2013), è terra felice anche per Seppi, che oggi disputerà la sua prima finale a Sydney (dopo le due semifinali raggiunte nel 2006 e nel 2013) e che per quattro volte ha raggiunto gli ottavi agli Australian Open (2013, 2015, 2017, 2018). A Melbourne, oltre che per i tanti match vinti al quinto set, lo ricordano soprattutto per la partita perfetta giocata nel 2015, quando nel terzo turno eliminò Roger Federer in quattro set. Tomando all’immediato, in attesa degli Australian Open («Non so spiegare perché qui gioco sempre bene», dice l’altoatesino che gradisce il caldo ma che da Caldaro ha preso residenza a Bouldei; sui monti del Colorado), Seppi oggi a Sydney avrà un vantaggio non da poco: l’altra semifinale Simon-De Minaur è stata rinviata per pioggia, quindi il suo avversario tornerà in campo a stretto giro di finale. Meglio così, dopo aver battuto i n. 1 e 3 del torneo, Tsitsipas e Schwartzman


Wonder Serena torna in caccia (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Per Chris Evert, la Signorina di Ferro del tennis degli anni ’70 e ’80, le avversarie di Serena Williams in Australia farebbero bene «ad avere paura». Nonostante i 37 anni, un marito e una figlia a carico e mille impegni fuori dal campo, la Pantera ha un obiettivo ben preciso, ed è disposta (quasi) a tutto pur di raggiungerlo: il record di 24 Slam di Margaret Court. «Mi sembra molto, molto rilassata, e decisamente più in forma rispetto allo scorso anno», sostiene la Evert, che di Slam, battagliando anche con la Court, e poi con Martina Navratilova, ne ha vinti 18. «La riflessione spaventosa (sì, ha detto proprio così: “scary”) è che le altre a questo punto stanno pensando: “Oh mio Dio, l’anno scorso era al 60, 70 per cento e ha raggiunto due finali dello Slam. E ora sembra più magra, più in forma e si muove molto meglio…”». Mentre i Fab Four lentamente si sfaldano, lei pare ringiovanire. Dopo la famosa finale persa agli US Open con Naomi Osaka, quella della baruffa verbale con Carlos Ramos seguita da mille polemiche, Serena non ha più giocato un match ufficiale. È tornata in campo alla Hopman Cup, accendendo insieme a Roger Federer l’interesse planetario per un confronto che non si era mai visto prima. Ora però si fa sul serio. Gli ultimi otto Slam, quindi parliamo di due anni, hanno avuto otto vincitrici diverse, una anarchia prolungata e agevolata prima dall’assenza di Serena per parto, poi da un 2018 che la ex regina ha vissuto incostantemente, sette tornei giocati e neppure una colpa alzata, ma lasciando intendere che una volta smaltiti definitivamente gli effetti collaterali della gravidanza sarebbe tornata a reclamare il suo trono. Una motivazione in più, se mai fosse necessaria, gliela fornisce il nuovo ruolo che si è ritagliata, quello di leader del movimento mondiale delle mamme lavoratrici, creato a botte di post sui social network. «Serena è molto pericolosa quando è in forma e in salute – concorda Chrissie – e le sue motivazioni sono sempre state fortissime, con o senza la famiglia. Ora che ha questa doppia identità da mamma e da atleta non potranno che aumentare”. Fra l’altro l’ultimo Slam lo firmò proprio agli Australian Open nel 2017, il primo della serie “anarchica”, quando già era incinta di Alexis Olympia, e martedi nel suo debutto a Melbourne si troverà davanti un’altra tennista genitrice, la tedesca Tatjana Maria, numero 71 del mondo, mamma della vispa cinquenne Charlotte. Vedremo se, come è accaduto a Perth per merito di AO” (stesse iniziali di Australian Open, tanto per capirci), in tribuna ci sarà anche un baby-show di supporto allo spettacolo tennistico. Nei quarti di finale, fra l’altro, Serena potrebbe incontrare sua sorella ‘sorella Venus, dunque si prospetta un trionfo del tennis a conduzione famigliare. E la concorrenza? Simona Halep è una numero 1 molto tentennante, la campionessa uscente Caroline Wozniacki nei confronti della sua amica Serena ha un consolidato inferiority complex tennistico, mentre Angelique Kerber l’ha già battuta tre volte, due in una finale Slam (in Australia nel 2016 e l’anno scorso a Wimbledon), quindi è l’avversaria sulla carta più pericolosa di un gruppetto di pretendenti che comprende Naomi Osaka, Sloane Stephens, Elina Svitolna, Karolina Pliskova, Petra Kvitova e forse la rampante Aryna Sabalenka. Una insidia aggiuntiva le può arrivare dagli strascichi del drammone newyorkese. Il fumo delle polemiche per ora sembra evaporato – e Ramos a Melbourne non arbitrerà nessuno dei suoi match – ma già gli esperti in “cold case” sono in agguato. «Non ho tempo per pensare al passato», ha spiegato a Perth, dove durante gli allenamenti sfogliava “Unlearn”, un libro di Barry O’Reilly che spiega come rivedere le proprie strategie di vita «Io penso al futuro». Ecco, questo sì che dovrebbe spaventare le sue avversarie

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Alessia Gentile

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Fognini e Giorgi out, l’Italia saluta l’Open (Luca Baldissera, La Nazione)

Non abbiamo più italiani in gara all’Open di Australia. Erano otto all’avvio, sette uomini e una donna, tre di quei sette più Camila sono arrivati al terzo turno, pero poi agli ottavi e alla seconda settimana non c’è arrivato nessuno. Hanno perso infatti tutti e due gli ultimi superstiti, i nostri numeri uno, Fabio Fognini e Camila Giorgi. Ma anche se Fabio ha perso per la sesta volta su sei dalla sua bestia nera, lo spagnolo Carreno Busta, e Camila per la quinta su sei dalla ceca Pliskova, le due sconfitte sono state nolto diverse. La prima è arrivata a seguito di una partita sconfortante, la seconda di una esaltante. Carreno Busta non ha fatto niente di straordinario per battere un Fognini spento, piatto, vivo soltanto nel terzo set e nella prima parte del quarto. Alla fine Fognini ha perso 62 64 26 64 in 2,30, giocando come sa soltanto per mezz’ora. Karolina Pliskova invece si è esibita all’altezza della sua miglior fama, da ex n.1 del mondo solo due anni fa. E Camila ha fatto match pari con lei giocando alla grande. Purtroppo, dopo aver perso il primo set che avrebbe potuto magari vincere e vinto il secondo che avrebbe potuto perdere, nel terzo ha perduto un game interminabile, 13 minuti, alla quarta pallabreak. E lì la Pliskova si è involata fino alla vittoria (64 36 62 in 2h e 11 il punteggio finale). «Sono molto contenta di esserne venuta fuori vincendo», ha detto la ceca. Per il resto la “old generation” ha fin qui retto benissimo il confronto con la “Next”. I vari Djokovic, Raonic e Nishikori sono giunti agli ottavi per sfidare rispettivamente Medvedev, Zverev e Carreno Busta, dopo che nella notte Nadal avrà giocato con Berdych, Tiafoe con Dimitrov, Cilic con Bautista Agut. Stamattina alle 9 italiane Federer affronta Tsitsipas, primo test serio per lo svizzero — sei volte vincitore in Australia — che incredibilmente ieri è stato bloccato da un addetto alla sicurezza della Rod Laver Arena perché non aveva il pass per accedere agli spogliatoi. Giocheranno invece 24 ore dopo  la n.1 del mondo Halep e Serena Williams. Un sorteggio maligno le ha messe di fronte già negli ottavi.


Camila Giorgi vede la luce di una vita da top player (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Hanno perso sia Camila Giorgi sia Fabio Fognini. Essendo lontano dall’Australia, mi chiedo quel che gli avrei domandato, perché Camila incontrava la Pliskova, oggi numero quattro ma già numero uno nel 2017, e Fognini giocava la sua sesta partita contro Carreno Busta, avendo perso le prime cinque. Questo Carreno Busta è uno spagnolo anomalo che pare trovarsi meglio sul cemento che sul rosso, dov’è nato. Possiede sicuramente armi che mettono più che in difficoltà Fabio, e quindi mi riservo di chiedere a Fognini – la prossima volta – che cosa non funziona contro di lui, essendone stato vittima 6-2, 6-4, 2-6, 6-4. Ho invece visto le difficoltà della Giorgi contro la Pliskova, difficoltà più che previste, tra una numero quattro e una numero ventotto, che però Camila stava, per due set e mezzo, eguagliando. Quando si crede di conoscere una persona, ci si domanda spesso se la nostra vita ha avuto modo di influire sulla sua. Non ho fatto il coach, salvo con Vitas Gerulaitis, perché eravamo i due che rientravano per ultimi all’hotel ma, insieme al mio concittadino Riccardo Piatti, abbiamo in qualche modo influito sulla vita di Camila il giorno che suo padre Sergio chiese al presidente di un club di Como se potesse sponsorizzare una bambina e la sua famiglia, permettendo così alla piccola di diventare una professionista del gioco del tennis. Vistala giocare, dicemmo di sì. E di lì la bambina finì per ritrovarsi, oggi, sulla Rod Laver Arena di Melbourne, contro Karolina Pliskova. Non vi sommergo di notizie sulla vita di Camila, estremamente congiunta con quella del padre, che ha avuto i suoi fastidi, dapprima con un tribunale di Miami, in seguito con la federazione, e che Camila chiama tuttora «il mio coach», sebbene di un vero coach immagino avrebbe bisogno per evitare rapporti familiari sul campo. Sia come sia, oggi Camila non è stata da meno di una top player mondiale, ribattendo vincente su vincente alla boema sino al quarto game del terzo set. Perduto il primo set e vinto il secondo – nel 4° game del terzo ha avuto 4 vantaggi per raggiungere il 2 pari – Camila si è poi lasciata sommergere per il definitivo score di 6-4, 3-6, 6-2. Penso che a 27 anni potrebbe iniziare una nuova vita, dopo averne passata una prima complessa sui campi e, forse, fuori.


La carica dei ventenni. Ora tocca a Tsitsipas contro Maestro Federer (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nell’antica Grecia la chiamavano Sofia: il possesso di conoscenze e la connessa abilità nel metterle in pratica. Basta traslarla nell’epoca moderna e applicarla al tennis di oggi per scovarne l’interprete più sublime: Roger Federer, non a caso detto il Maestro. Con leggerezza, modulando gli sforzi e il livello del gioco, il Divino è approdato per la 17^ volta (e senza perdere un set) alla seconda settimana dello Slam down under, la posizione ideale per il campione in carica che mira al terzo successo di fila e al settimo in assoluto a Melbourne, così da salutare Emerson e Djokovic nel club dei plurivincitori australi e rimanere un uomo solo al comando. Ormai i numeri e i traguardi di Federer non appartengono alla storia terrena: il 21° Slam, il 100° torneo in carriera, la possibilità di diventare il primo a conquistare 5 Major dopo i trent’anni rappresentano solo il corollario a un ventennio da fenomeno mai visto. Stamattina, alle nove italiane, Roger giocherà la sua partita 101 nella Rod Laver Arena. Praticamente casa sua. Davanti a lui, un ragazzo ateniese dotato senz’altro di sapienza tennistica, ma senza alcuna esperienza sul Centrale australiano. Sarà la sua prima volta. E infatti il vecchio saggio, che lo ha appena battuto a inizio anno nell’esibizione di lusso della Hopman Cup, dispensa esperienza: «Qui cambia tutto, la partita è tre su cinque, è un ottavo di uno Slam e ognuno reagisce in modo diverso al feeling con il campo. Ma sono felice che sia ancora nel torneo, sta giocando bene ormai da tempo, sarà una bella partita. Lui è molto bravo a variare, sa scendere anche a rete. Penso che vedremo un bel tennis d’attacco». […] Tsitsi, all’apparenza, non trema: «La partita in Hopman Cup è stata importante per provare a capire le sue armi, il suo dominio comincia dal servizio e perciò dovrò essere molto aggressivo alla risposta. Certo, sono consapevole di giocare contro una leggenda». Nell’empireo, però, non tutti conoscono la santità dello svizzero: ieri, quando è arrivato a Melbourne Park per allenarsi, Federer si è accorto di non avere il pass e un addetto della security, ligio al dovere, gli ha impedito di entrare negli spogliatoi. Senza fare polemiche Roger ha aspettato dieci minuti che lo raggiungesse coach Ljubicic con annesso accredito. Si chiama umiltà. Meditate, aspiranti campioni, meditate.


È uno Slam da quota 100 (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Stamattina ci proverà Stefanos Tsitsipas, il lato ellenico della Next Gen, e magari contro mastro Federer se la giocherà meglio degli altri suoi colleghi ragazzini di lusso. Ma per ora gli Australian Open sono il trionfo del vecchio che avanza, dell’usato sicuro che dopo la resa di Andy Murray – all’ortopedia, non certo alla concorrenza – è rappresentato sempre dai soliti tre: Roger Federer; anni 37, Rafa Nadal, 32, e Novak Djokovic, 31. Sommate e otterrete la quota 100 dell’eccellenza. Distantissima da ogni ipotesi di scivolo pensionistico. Al terzo turno Federer ha concesso una lezioncina a Taylor Fritz, 21 anni e tanti hamburger ancora da mangiare. Senza badge allo stadio non entra neppure lui – ieri un addetto lo ha bloccato – ma possiede il lasciapassare per l’eternità. Nadal lo ha imitato pasteggiando con la polpa tenera di Alex De Minaur, anni 19, Demone ancora troppo acerbo per spaventare lo spagnolo, e ieri Djokovic ha completato il tris contro Denis Shapovalov, 20 anni, il talento mancino che piace a tutti. «Se ripensiamo alle ultime due stagioni», ha detto a “Marca” Patrick Mouratoglou, pigmalione di Tsitsipas e storico coach di Serena Wlliams, «vediamo che la vecchia guardia è sempre forte. Se sono al meglio, non vedo chi possa batterli». Secondo il guru francese non dobbiamo aspettarci un exploit della linea verde nemmeno stavolta. «Per battere i più forti in uno Slam i più giovani dovrebbero prima riuscirci in uno dei tornei minori, ma non sta accadendo. Federer ha vinto gli ultimi due Australian Open, a Perth si è confermato ad alto livello, e non credo che l’età lo stia rallentando più di tanto, almeno a giudicare da come si muove in campo in questi giorni. Tsitsipas? Dobbiamo essere pazienti. L’anno scorso ha vinto il suo primo titolo a Stoccolma, è arrivato in finale a Barcellona e Toronto. Ha molti margini di miglioramento, ma la strada da fare è ancora tanta». Un segreto dell’eterna gioventù del trio Medusa, oltre che nel talento naturale sta nella loro capacità di adattarsi, mentalmente, tecnicamente e tatticamente, al tempo che cambia, alle sfide che si rinnovano. I giovani, certo, migliorano di giorno in giorno. Ma Roger, Rafa e Nole nel frattempo si sono spostati già un passo avanti. «Sono contento di giocare contro di loro», ha spiegato Federer ragionando proprio sul match con Tsitsipas. «I giovani non hanno nulla da perdere. Io non conosco bene i loro punti di forza, ma d’altra parte non lo sanno bene neppure loro, stanno ancora scoprendo il loro gioco». Roger l’ha detto usando i guanti bianchi, Nadal dopo di lui lo ha spiegato senza tanti giri di parole: «Volevo che che in campo Alex si sentisse a disagio, che non riuscisse ad avere il controllo dello scambio. Ci divertiamo ancora a giocare», aggiunge Rafa. «La nuova generazione sta crescendo, i match fra vecchi e giovani piacciono a tutti, e non si devono preoccupare: prima o poi toccherà a loro». Appunto, Rafa: prima o poi?


Attacchi e coraggio, le armi di Stefanos (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

La Next Gen, in questo Australian Open, ha provato ad alzare la voce per legittimare un cambio al vertice. Fino a questo momento, però, i tre fenomeni hanno retto con disinvoltura ai tentativi delle giovani leve di disarcionarli. Fritz, De Minaur e Shapovalov hanno raccolto le briciole contro Federer, Nadal e Djokovic e demandano a Stefanos Tsitsipas la possibilità di essere vendicati. Impresa ardua ma non impossibile per il ventenne greco. Per superare Roger Federer dovrà sciorinare un tennis impulsivo alla continua ricerca dell’affondo vincente. I tentativi di Stefanos poggiano su solide basi costituite da consistenti colpi di rimbalzo dove all’elegante rovescio si affianca una ficcante esecuzione del dritto a sventaglio. Per scardinare la concreta versione sin qui esibita da Roger dovrà mettere in campo una tattica impregnata di coraggio senza cadere nell’incoscienza. Sarà uno scontro generazionale da ammirare con gli occhi e da gustare con una lunga e appagante colazione.


Simona balla da sola (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Balla da sola, Simona Halep, senza il coach che l’ha condotta a credere un po’ di più in se stessa, senza una voce che le indichi la strada in un tennis che lei, piccolina contro le molte grandi, è sempre stata costretta a interpretare anima e corpo, gettandosi a capofitto nelle partite. Balla da sola, Simona, fra i tanti amici che la seguono, con il capitano rumeno della Fed Cup, Florin Segarceanu, che prova a farle da supporto, perché nessuno potrebbe sostituire Darren Cahill nel cuore della Halep. Ma Darren, ormai, è una voce al telefono. Ha lasciato la sua piccola creazione a fine anno,  obbligato a un ritorno in famiglia da problemi che non riusciva più a gestire in giro per il mondo. Si sentono, si parlano, e lui sa ancora cosa dirle, ma Simona in campo ci va da sola, perché questa è la sua nuova condizione mentale. E ora che la stagione nuova è cominciata, tutto sommato non le dispiace. «Farcela con le mie forze, scegliere la strada giusta tenendo conto di tutto ciò che ho imparato in questi anni, confrontarmi con Darren dopo che ho preso la mia decisione, mi rende felice». Numero uno di un tennis al femminile che non ha mai supposto possa esistere qualcuna migliore di Serena Williams, e dunque in grado di farne le veci. Anche lei, all’inizio. Ma ora meno: «Non mi sento più una numero uno al condizionale, con i “se” e con i “ma”. Serena è la più grande fra tutte noi, inarrivabile per le vittorie conquistate, e per quello che ha dato al movimento del tennis femminile. l’ammirazione nei suoi confronti è profonda. Ma ora che lei gioca meno di una volta, io ho i punti per stare là in cima. E non vedo perché non dovrei sentirmi numero uno a pieno titolo». In fondo, Simona è l’unica che abbia provato a spezzare quella condizione di eterna sottomissione all’aliena Serena. Non ha nemmeno le caratteristiche fisiche per interpretare un tennis “come quello della Williams”. Lei è la più piccola del gruppo, e lo è da sempre. È stata costretta a farsi largo dando di più: più anticipo, più corsa, più aggressività, più voglia di farcela. E’ da quattro anni fra le prime dieci, e numero uno a fine anno da due stagioni consecutive. Quattro anni che le hanno messo addosso quel po’ di sicurezza che andava cercando, lei nata piccola piccola e con il seno grosso grosso, del quale un po’ si vergognava, fino a decidere di farselo ridurre – da una sesta a una terza – per poter giocare a tennis più liberamente. E oggi finalmente disposta ad accettarsi per quello che è. Così, il prossimo confronto con Serena, assume contorni particolari e un valore di molto superiore a un qualsiasi match degli ottavi di finale. «Non mi intimidisce più battermi contro Serena. Sarà che ci ho perso così tante volte. Forse lei non è più quella di una volta, non saprei dirlo con sicurezza, certo gioca meno di prima e ha tante altre cose per la testa. È una mamma. Ma io la capisco, anche per me è stato importante uscire dal tennis come unico scopo della mia vita, fare altro, divertirmi di più. Mi ha alleggerito la vita, e mi ha dato una mano a combattere i problemi fisici che mi porto dietro, quelli alla schiena soprattutto che so che mi potrebbero bloccare da un momento all’altro. Non avessi compiuto questi passi, sarei rimasta da sola con i miei guai, e sarebbe stato peggio. Invece, mi concedo un po’ di più, vivo un po’ di più, esco con gli amici. E se perdo, so che posso cercare di fare meglio la volta successiva». Ieri Simona ha eliminato Venus, la sister trentanovenne (quasi), e Venus le ha fatto i complimenti. Più tardi, Serena ha preso a pallate la 18enne Dajana Yastremska, ucraina che prima o poi vedremo in Top Ten. Il problema, semmai, è proprio questo: Serena è tornata a prendere a pallate tutte quante, in tre partite ha lasciato appena nove game. Simona lo sa. Ma ha imparato a non preoccuparsene più.

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Rassegna stampa

È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Semeraro). Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Bertolucci). Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero). La Zarina e l’erede (Crivelli)

La rassegna stampa di sabato 19 gennaio 2019

Stefano Tarantino

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Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero, La Gazzetta dello Sport)

Non è una sorpresa, ma una piacevole riscoperta. Tomas Berdych è tornato: la schiena non fa più male, il lungo stop è dimenticato. A Doha il ceco aveva mandato un messaggio (finale), a Melbourne ha chiarito il concetto. Riecco Tomas con quel suo tennis pulito e potente che in Australia ha lasciato pochi game a Edmund e Haase e un set, il primo, a Schwartzman, che poi è stato travolto. Adesso l’asticella si alza, sul percorso di Berdych c’è Rafa Nadal, che finora ha passeggiato. «Ma sarà una partita tosta — profetizza Simone Vagnozzi, coach di Cecchinato, battuto in semifinale a Doha dal ceco —. Tomas si era presentato in Qatar in buone condizioni fisiche, in Australia i campi sono più veloci e quindi si trova ancor più a suo agio». C’è anche un po’ di Italia nella rinascita di Berdych, che si è legato a Hydrogen e prima dell’inizio della stagione aveva partecipato a Milano alla presentazione del nuovo team del marchio veneto. Nell’occasione aveva pronunciato parole che oggi sembrano profetiche: «È stato inusuale stare fuori per infortunio così a lungo. Adesso voglio solo divertirmi. Non importa la classifica (dopo gli incontri di ieri è virtualmente n.79, n.d.r.), ma voglio sfidare i più forti e fare buoni risultati». Come tante volte in passato e soprattutto nel 2010: «Quell’edizione di Wimbledon resta nel mio cuore: sconfissi Federer nei quarti e Djokovic in semifinale, poi persi con Nadal in finale. Ho grande rispetto per loro tre: ammiro la determinazione che li ha fatti tornare al top dopo i guai fisici. Il loro segreto non è solo la testa, c’è una combinazione di fattori: esperienza, tecnica, voglia di vincere». Tutte qualità che, in misura minore, non mancano nemmeno a Berdych che tra tanti incontri ne ricorda uno «italiano»: «A Roma nel 2015 vinsi con Fognini sul Pietrangeli una partita fantastica. Fabio ha fatto il definitivo salto di qualità, è pronto per entrare nei top ten. E anche Cecchinato è un tennista che mi piace: è grintoso e preparato». Intanto Berdych a 33 anni si gode l’ottimo stato di forma del momento: «Sono felice e mi concentro sul mio tennis. Quando smetterò mi dedicherò completamente a mia moglie e allargheremo la famiglia. Ma per adesso mi diverto ancora moltissimo a giocare» […]


La Zarina e l’erede (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La Russia. La Florida. Il padre allenatore. La sfacciataggine della giovinezza sbattuta in faccia alle avversarie, unita a un’inestinguibile sete di vittoria coltivata fin dalla culla. Manco fossero uscite dalla stesso film. A dicembre, la zarina e l’erede si sono addirittura trovate sedute insieme al ricevimento per il matrimonio di Max Eisenbud, il potente agente di entrambe. Adesso, sono tutte e due al tavolo degli ottavi di finale degli Australian Open, ed è incredibile come le storie di Maria Sharapova e Amanda Anisimova siano sovrapponibili, in attesa che lo divengano anche i risultati in carriera. A dividerle, per il momento, ci sono solo i natali (Masha è siberiana e Amanda è nata in New Jersey e ha nazionalità americana) e l’età: 31 a 17. Ma il viaggio della speranza negli States dei genitori, la scelta di Miami e dintorni per assecondare le ambizioni delle figlie, l’iniziale coaching in famiglia e la forza mentale già sviluppata da teenager su un campo da tennis raccontano la medesima storia. A Melbourne, una risorge e l’altra sorge come un nuovo sole. Da quando è rientrata dopo il pasticciaccio del Meldonium, aprile 2017, la Sharapova non aveva mai fatto sua una partita così intensa e di qualità come la battaglia in tre set contro la Wozniacki, campionessa uscente dello Slam down under. Un trionfo condito da 37 vincenti e dal pepe di una rivalità ferocissima, ai limiti dell’insopportabilità: la danese, che da ottobre ha rivelato di giocare con l’artrite reumatoide, ha sempre sposato la linea dura verso i condannati per doping, criticando le wild card assegnate alla russa reintegrata; e poi è la miglior amica di Serena Williams. Certo, Masha come sempre non fa nulla per piacere alle colleghe, ma è la più amata dai tifosi con oltre 27 milioni di followers sui social e sembra ricandidarsi a contendente per il successo in un torneo vinto 11 anni fa e di cui è stata tre volte finalista: «È per match come questi che continuo ad allenarmi, è una ricompensa molto bella» […] Intanto la figlia di Kostantin, ex dirigente di banca inventatosi allenatore come ormai accade spesso, diventa la prima giocatrice nata dopo il 2000 (compirà 18 anni il 31 agosto) a raggiungere gli ottavi di un Major e la più giovane americana ad arrivare così lontano in Australia da Jennifer Capriati (1993) e Serena Williams (1998). Una discreta compagnia. La ragazzina (si fa per dire: è alta 1.80, tira comodini con tutti i fondamentali e conosce perfino l’arte ormai perduta del rovescio lungolinea) si prende il lusso di annichilire una delle possibili favorite, la valchiria bielorussa Sabalenka, 11 del mondo, che non trova mai le armi per opporsi all’intelligente bombardamento della numero 87 (è la top 100 più giovane), capace di fulminarla con 21 vincenti e con il colpo dell’anno, un passante in corsa praticamente in braccio alla prima fila dopo tre salvataggi miracolosi: «Ho sicuramente giocato qualche buon scambio, in questo momento ho un feeling eccezionale con il torneo». In tre partite, Amanda ha lasciato per strada appena 17 game mostrando la qualità principale dei campioni, la freddezza nei momenti caldi, senza lasciarsi impressionare dal blasone delle rivali. In carriera, del resto, ha vinto 7 partite su 11 quando l’avversaria era testa di serie del torneo, e anche se potrebbe giocare tra le juniores ancora nei 2019, ormai appartiene a un livello ben più alto […] Ma la sbarbatella ha le idee chiare: «Semplicemente, voglio vincere il torneo». L’ultima teenager a conquistare uno Slam fu la Sharapova a New York nei 2006. E poi dite che la storia non si ripete.


È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Nel 2009 Nadal ha vinto il suo (per ora) unico Australian Open: semifinale mancina e stracciamuscoli con l’amico Verdasco, finale strappalacrime – quelle di Federer, ricorderete… – contro l’avversario di sempre. All’hashtag #tenyearschallenge, che in questi giorni infuria sui social all’insegna del “come eravamo, come siamo” metteteci pure quella di un Rafa migliorato. Almeno nel servizio. In tre turni vinti a Melbourne per ora il Cannibale gentile si è divorato mezza Australia, e non solo quella minore: Duckworth, Ebden e ieri l’aspirante demone Alex De Minaur; derubricato a povero diavoletto in tre set facili facili. Grazie anche, ma non solo, all’aiutino di un nuovo movimento del servizio. «Il cambiamento lo abbiamo deciso dopo la sconfitta per ritiro agli US Open dello scorso anno contro Del Potro», ha spiegato il suo coach Charly Moya, finalista in Australia nel 1997. «Rafa voleva cambiare qualcosa, era convinto che il servizio fosse il suo lato debole. Il problema agli addominali e l’operazione alla caviglia destra hanno ritardato un po’ i tempi, dopo la riabilitazione ci siamo finalmente messi al lavoro e ora si trova bene con il nuovo movimento». Più fluido, più penetrante. Più adatto al Rafa 32enne di oggi, che non si può più permettere di ramazzare palline in ogni angolo del campo per cinque ore, come gli riusciva dieci anni fa, ma deve provare ad aggredire di più, e più in fretta, scambio e avversari. «Il nuovo servizio si basa tu tre pilastri fondamentali», ha spiegato Francisco Roig, l’ex pro’ spagnolo che lo segue da sempre, affiancato da Moya dopo l’addio di Zio Toni. «Il primo consiste nel liberare prima la mano durante il lancio di palla. Il secondo prevede che Rafa mantenga una posizione più composta, senza torcersi e piegarsi troppo nel caricamento, per usare tutta la sua altezza. Il terzo è focalizzato sul piede destro, che deve entrare in campo quando Rafa ricade sul terreno». Risultato: più spinta orizzontale, grazie ad un lancio di palla più spuntato in avanti, e la pallina che schizza più veloce dopo il rimbalzo. Anche con la seconda palla, più spesso tagliata esterna, in slice. «In questo modo gli avversari non possono limitarsi ad una rimessa in gioco, ma devono affrontare un rimbalzo sempre diverso». Un intervento che da fuori può sembrare minimo, ma che ha richiesto lunghi allenamenti […] Non è la prima volta che Nadal ritocca il suo meccanismo biomeccanico. In passato ha provato a ricalibrare (di poco) il diritto, aggiungendo anche qualche grammo di peso alla racchetta, intervenendo sul bilanciamento e variando il “drilling”, la spaziatura fra le corde, per ottenere più potenza. Ai tempi del suo primo successo a New York aveva poi già “irrobustito il servizio”, e da qualche tempo cerca di chiudere prima gli scambi, come del resto anche Federer: campione è chi campione sa rimanere, accettando di adeguarsi al tempo che passa. Nadal non sarà mai un Karlovic o un Isner sia contro Duckworth sia contro De Minaur ha picchiato sei ace; ma ieri ha servito il 75% di prime palle, vincendoci l’84% di punti. Un buon rendimento alla battuta gli servirà di sicuro negli ottavi contro un altro veterano “rigenerato”, Tomas Berdych […]


Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Puoi non conoscerne il nome ma il tennis lineare, semplice e stilisticamente corretto che esprime ti rimanda per forza di cose alla mitica scuola ceca. Karolina Pliskova, odierna avversaria nell’ultimo match di giornata della nostra Camila Giorgi, è dotata infatti di fisico longilineo e lunghe leve, che la ragazza è in grado di gestire con equilibrio. Per certi versi ricorda un’indossatrice più che una tennista e non rinuncia, anche sotto sforzo, all’elegante postura, ai passi leggeri e alla grazia negli appoggi. L’ampiezza dello swing, favorito dalle lunghe leve le consente di trovare migliori angoli nella battuta, un maggior allungo laterale e potenzialità di spinta sulla palla. Nonostante le gambe da fenicottero e i piedi poco reattivi, riesce a essere precisa e ordinata negli appoggi grazie al perfetto timing e alla ineccepibile tecnica esecutiva. La classifica e gli scontri diretti vedono la Giorgi sfavorita, ma non battuta in partenza. Il tennis ad alto rischio, ma rapido e veloce dell’italiana può contenerla, facendola muovere lateralmente e con poco tempo a disposizione per impattare la palla […]

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Rassegna stampa

L’urlo di Giorgi e Fognini: l’Italia sogna (Gibertini). Il servizio lento che protegge la salute di re Rafa (Clerici). Muguruza fa le 3 di mattina: “E adesso vado a colazione” (Cocchi). Australia, dal fair play agli stracci che volano (Semeraro)

La rassegna stampa di venerdì 18 gennaio 2019

Alessia Gentile

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L’urlo di Giorgi e Fognini: l’Italia sogna (Vanni Gibertini, La Nazione)

Poker. Dopo l’habitué Seppi e la rivelazione “ammazzagiganti” del brevilineo Fabbiano, anche Fabio Fognini e Camila Giorgi sono approdati al terzo turno dell’Australian Open. Entrambi hanno vinto senza perdere un set, contro la diciassettenne polacca che aveva vinto Wimbledon junior (e anche il torneo giovanile olimpico) Swiatek e con l’argentino Mayer contro il quale finora il bilancio era di 3-2 per Fabio, ma i cinque match si erano giocati tutti sulla terra. I “nostri” (soprattutto Camila che ha dominato in 59 minuti perdendo due game), non hanno mai dato la sensazione di essere a rischio. Un anno fa Fognini e Seppi giunsero insieme agli ottavi, prima volta in questo torneo. Persero entrambi, ma se stavolta ci approdassero in tre, sarebbe la prima volta in assoluto nella storia degli Slam dell’era Open (cioè dal ’68 in poi). Le cose sembrano essersi rovesciate. Prima l’onor patrio era salvato dalle donne, dalle quattro moschettiere Schiavone, Pennetta, Vinci ed Errani (quest’ultima, scontata la squalifica del “tortellino” tornerà in gara nel mese prossimo), ora ci difendono meglio gli uomini, anche se Fognini viaggia verso i 32 anni, Seppi verso i 35 e Fabbiano a maggio avrà 30 anni. Sono Cecchinato, 25 anni, e Berrettini, 22 ad aprile, ad avere ancora diversi anni davanti a loro e probabili progressi. Per qualche misteriosa ragione i tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi. Le stesse Schiavone, Pennetta e Vinci hanno colto i migliori exploit dopo i 30 anni. In campo femminile, meno male che abbiamo Camila Giorgi, capace di battere 9 top-ten in carriera ma ancora incapace di mostrarsi continua, tant’è che oggi vanta la sua miglior classifica,, n. 27 Wta, ma per salire ancora dovrebbe qui passare un altro turno e battere un’altra top-ten, l’ex n. 1 del mondo e testa di serie n. 7 Karolina Pliskova, che proprio sul cemento esprime il suo miglior tennis. Infatti la sola vittoria di Camila in cinque duelli precedenti è stata ottenuta sulla terra battuta, a Praga. Anche la Pliskova, che ha mezzi tecnici notevoli, è piuttosto discontinua. Quindi si può sperare. Ieri ha vinto agevolmente Djokovic su Tsonga, faticosamente al quinto set Zverev su Chardy e Nishikori su Karlovic, nonché Raonic in 4 set tutti al tiebreak su Wawrinka. Si è fatto male e ritirato Thiem n.7.


Il servizio lento che protegge la salute di re Rafa (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Nadal non vince in Australia dal 2009. Al suo esordio di quest’anno, seguito a vari accidenti muscolari che lo hanno costretto a rifarsi un ginocchio, a ripulirsi una caviglia, e a occuparsi clinicamente degli addominali per quattro mesi, gli spettatori che conoscono di più il tennis, hanno notato in lui qualcosa di nuovo. Rafa stava infatti servendo in modo simile al passato, ma con un atteggiamento lievemente dissimile. Era al suo esordio nel torneo contro un invitato australiano, James Duckworth, e quindi si poteva permettere una partita simile a un allenamento. Gli statistici avevano rilevato nella sua battuta 122 aces in 49 match del 2018, quindi il 66% di prime. Con la sua battuta di lunedì avrebbe migliorato sino al 67, inclusi 6 aces. Ma, al di là delle statistiche, si è notata nel maiorchino una partenza più lenta del braccio, prima della seconda fase, quella che giunge dopo l’incontro palla racchetta. Nadal ha detto in conferenza stampa che la dolcezza iniziale evita una eventuale ferita al braccio, e insieme al dorso. «La tecnica di un tennista si evolve tutta la carriera soprattutto per proteggersi» ha osservato. Dello stesso parere non potevano non essere i suoi due allenatori, Carlos Moya e Francisco Roig, subentrati a quel fenomeno dello zio Toni, che trasse fuori un tennista mancino da un bambino che teneva la penna con la destra. […]


Fognini e Giorgi, grinta e sicurezza al terzo turno (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Convince Fabio Fognini che vince il match del secondo turno contro Leo Mayer, un avversario che conosceva molto bene e che avrebbe potuto creargli qualche grattacapo in più: «Ho giocato molto bene — ha commentato dopo la partita — ho servito anche bene. Peccato per quella piccola distrazione nel terzo set, quando ero avanti di un break e ho rischiato di complicare il match. Quel set avrei potuto anche perderlo, invece al tie break ho chiuso la partita senza troppi rischi». Segnali positivi dunque in vista del prossimo appuntamento al terzo turno contro Carreno Busta: «Non guardo il tabellone — spiega — preferisco andare avanti giorno per giorno». Vola al terzo turno in meno di un’ora Camila Giorgi che ha piegato il due set la 17enne polacca Iga Swiatek, numero 177 del ranking mondiale e campionessa di Wimbledon Junior, promossa dalle qualificazioni e alla sua prima esperienza in questo Slam. La ragazza dal servizio potente ieri ha messo a segno 6 ace contro la numero uno azzurra, ma non sono bastati per impensierire Camila, che mette in campo un’altra prestazione convincente dopo quella di apertura contro la slovena Jakupovic. «È solo inizio stagione, ma probabilmente sto giocando il mio miglior tennis — ha commentato Camila dopo la vittoria — sono molto solida soprattutto sul servizio. È il risultato del lavoro fatto in allenamento e in preparazione, ci ho lavorato molto e continuo a farlo». Per la 27enne questa è la 7a partecipazione agli Australian Open, dove aveva raggiunto il terzo turno anche nel 2015, quando fu poi eliminata in tre set da Venus Williams. Questa volta, nella corsa alla seconda settimana del torneo, si trova contro un’avversaria ben più pericolosa delle due affrontate finora: contro la ex numero 1 Karolina Pliskova ci vorrà la Camila precisa e convincente vista in questi primi due turni a Melbourne.


Muguruza fa le 3 di mattina: “E adesso vado a colazione” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Straordinari notturni, o meglio mattutini, a Melbourne dove Garbine Muguruza e Johanna Konta hanno terminato alle 3.12 del mattino il loro match iniziato a mezzanotte e mezza. Ha prevalso la spagnola di origine venezuelana che ha piegato la britannica in tre set di fronte a qualche centinaio di spettatori nottambuli sulla Margaret Court Arena, uno stadio che ne contiene circa settemila. «Davvero, non posso credere che ci fosse gente disposta a seguirci fino a notte fonda» ha detto la vincitrice di Wimbledon 2017. Il protrarsi dei match della sessione diurna oltre l’orario previsto ha fatto sì che le due rivali scendessero in campo superata la mezzanotte. Lo stop per la pioggia ha fatto il resto. Il match che fino a ieri era iniziato più tardi nella storia del torneo era stato quello tra Mertens e Gavrilova un anno fa, quando si era partiti alle 23.59. Ma c’è un precedente di match terminato all’alba: le 4.34 dell’incontro tra Hewitt e Baghdatis nel 2008. La Muguruza, intervistata su cosa a avrebbe fatto dopo il match ha risposto col sorriso: «Beh, credo che andrò a fare colazione…». Si frega le mani Timea Bacsinszky, la svizzera che dovrà incontrare una Muguruza sicuramente meno fresca del previsto: «Cercherò di recuperare nel miglior modo possibile perché a parte l’orario — ha spiegato Garbine — è stato un match piuttosto stancante». […]


Australia, dal fair play agli stracci che volano (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

L’Australia del tennis è stata per decenni la patria del fair play, educata dal sergente di ferro Harry Hopman che ha tirato su tre generazioni di fenomeni gentili, oltre che vincenti, da Emerson a Laver, da Hoad a Newcombe. Altri tempi, decisamente passati, perchè oggi, la terra magica del tennis, è un reality greve e maleducato. Non in campo, dove la etnicamente molto composita nouvelle vague locale dei tre Alex – De Minaur (cresciuto ad Alicante da genitori latini), Popyrin (nato a Sydney ma di origini russe) e l’ossigenatissimo Bolt – si sta facendo valere. Ma fuori, dove infuria una polemica cattiva, velenosa, che ha al centro Lleyton Hewitt e Bernard Tomic. Bernie, il bad boy del tennis mondiale, tre giorni fa aveva sputato veleno contro l’ex numero 1 e capitano di Coppa Davis, accusandolo di pensare solo a se stesso e di gestire in maniera poco trasparente – tradotto: intascandosi dei soldi – le convocazioni e le wild card nei tornei australiani. «Si è ritirato, ma continua a giocare (in effetti anche agli Open ha appena perso in doppio; ndr), una volta odiava la federazione e ora ne paria solo bene, in più non fa giocare Kyrgios e Kokkinakis (e neppure lui, ovviamente; ndr). Come mai tutto questo? Ah, certo, lo stipendio, e i suoi interessi personali… Onestamente è tempo che se ne vada, perché nessuno più lo sopporta». Kyrgios, che è già uscito dal tabellone, si è tenuto lontano dalla polemica, Kolkkinakis ha reagito stizzito a chi gli chiedeva un commento, ma da un anno ormai non parla con il capitano. Hewitt, l’ex antipaticissimo trasformatosi con l’età in venerato maestro, ha risposto ad alzo zero. «Sono le cose che ti aspetti da Bernie: perde al primo turno di uno Slam e ne tira fuori una nuova. Mi dà fastidio, perché in campo i nostri ragazzi stanno vincendo e lui gli ruba spazio nelle notizie. La verità è che stiamo cercando di mantenere uno standard culturale per chi è chiamato a rappresentare l’Australia in Coppa Davis. E Bernie non ci si è neanche avvicinato». De Minaur ha un 109 tatuato sul petto, perché è stato il 109° australiano a giocare in Coppa, Kyrgios con la Davis ha un rapporto conflittuale ma sta lavorando con gli psicologi. Tomic, più famoso per i match buttati apposta e le frasi insopportabilmente arroganti («Che mi importa se perdo, con il tennis farò molti più soldi di voi e a trent’anni mi godrò la vita»), è un capitolo a parte. «Per un anno e mezzo ha minacciato me e la mia famiglia, cercando di ricattarmi, ora per fortuna non ha più il numero del mio cellulare – racconta Hewitt – La cosa che mi dispiace di più è che ho speso tanto tempo con lui, ho cercato di dargli ogni opportunità. Ma ora basta, non gli parlo più. Non so perché si comporta così, forse c’è qualcuno che lo sobilla…». Ovvero Ivica Tomic, detto John, iracondo padre-padrone-coach nato in Croazia, famoso per gli insulti rivolti ad arbitri, giornalisti e per il pugno con cui ha spaccato la faccia ad un ex sparring partner del figlio. Povera Australia.


La leggerezza di Giomila (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Il miglior tennis della mia vita…». In quanti possono dire una frase del genere? Sono espressioni che lo sport tende a tenere secretate, per motivi sin troppo comprensibili E molteplici. Su tutti trionfa la scaramanzia, che molti dei tennisti praticano nei modi più variopinti, accomunati però da da gesti che si vorrebbero segreti in realtà talmente ripetitivi da diventare parte del corredo tennistico di ognuno. Ivan Lendl non cambiava mai i polsini tergisudore, Borg lasciava che la barba crescesse incolta durante i tornei del Grand Slam, Panatta si affidava ad alcuni chiodi di ferro trovati chissà dove. […] A dire di non aver mai giocato così bene è la nostra Camila Giorgi, che per sua fortuna se ne infischia dei dettami della Legge di Murphy, forse perché è fra le poche iscritte al movimento di idee organizzato dalle sorelle Williams, quello secondo cui a tennis si è forti se si evita di farne l’unico scopo della propria vita. Camila, lo sapete, ha una sua griffe di abbigliamento sportivo con la mamma, e da quest’anno per la prima volta non si limita a indossare gli abitini che le vengono cuciti addossa ma funge da testimonial della sua fresca attività, sotto il marchio di Giomila. Cosi, appare più spensierata di altre quando parla di sé, delle sue intenzioni, dei suoi sogni, certo assai più di quando parla di tennis o descrive le sue avversarie. La prossima, battuta ieri la polacca diciassettenne Swiatek, è l’ex numero uno Karolina Pliskova, che nella descrizione rilasciata da Camila è «una tennista», «sì, brava», «una che tira colpi». E tanto basta. Ma lei si sente al meglio, «perché ho lavorato tanto sul servizio, e comincio a ricavare punti anche da quello», ed è pronta a fare il suo gioco, per provare a entrare fra le prime 25 del mondo. […]

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