La stampa italiana sul ritiro di Murray (Scanagatta, Crivelli, Clerici, Semeraro, Azzolini). Seppi invece suona la nona (Viggiani)

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La stampa italiana sul ritiro di Murray (Scanagatta, Crivelli, Clerici, Semeraro, Azzolini). Seppi invece suona la nona (Viggiani)

La rassegna stampa del 12 gennaio 2019

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Lascia in lacrime il braveheart del tennis (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport) 

UNA scena quasi straziante. Andy Murray in lacrime, la voce strozzata, praticamente afono, si alza e abbandona la sala conferenze di Melbourne Park, poi torna e, fra una pausa e l’altra, a capo chino quasi a nascondere il viso inumidito dal pianto, stupisce il mondo della racchetta e annuncia il proprio imminente ritiro. «Sto lottando con il dolore da molto tempo, venti mesi, ed è abbastanza! Ho fatto tutto quel che potevo per provare a star meglio ma non ha funzionato. Sto meglio di qualche mese fa, ma sento ancora molto dolore, troppo. È stato difficile — si ferma e riprende – Non si tratta solo del dolore, è semplicemente… troppo. Non voglio continuare così, non posso. Avevo avvertito il mio team a dicembre… ho detto loro che non potevo andare avanti così, che avevo bisogno di mettere un punto perché stavo giocando senza alcuna idea di quando il dolore si sarebbe fermato. Avrei potuto provare a continuare fino a Wimbledon perché è lì che mi piacerebbe smettere di giocare, ma oggi non sono sicuro di essere in grado di farlo». Un grande campione, lo scozzese di Dunblane, battuto non dai suoi rivali di sempre, quelli che con lui hanno fatto un’epoca conquistando più di un quarto dei 200 Slam dell’era Open, Federer (20), Nadal (17) e Djokovic (14), ma da un’anca dolorante che lo ha messo knock-down fin dalla semifinale parigina del 2017 con Wawrinka — quando lui era ancora n.1 del mondo — e ko adesso, dopo 20 mesi di sale chirurgiche, infermerie, frustrati tentativi di riabilitazione. Il più giovane dei Fab Four, il meno vincente dei 4 Beatles con racchetta a dispetto di un record comunque strepitoso considerando i marziani con cui si è dovuto misurare, 41 settimane da n.1, di 45 titoli, di 3 Slam e di 14 Masters 1000, unico tennista ad aver conquistato 2 ori in due Olimpiadi consecutive (Londra 2012 e Rio 2016) è costretto a buttare l’asciugamano in segno di resa sul suo ring, un rettangolo anziché un quadrato, dove ha corso e lottato come pochi altri, un vero guerriero, il Braveheart del tennis, lui, Sir Andrew Barron Murray, Prometeo punito per aver tentato di far gara pari con gli dei. Dopo un 2018 così disgraziato da essere riuscito ad aggiungere solo 7 vittorie alle 655 di 13 anni, lo scozzese di cui si è sempre detto «Ha la miglior ribattuta di rovescio al mondo», si ritrova precipitato a n. 257, ma ancora non molla del tutto. Vorrà comunque scendere in campo fra un paio di giorni in quell’Australian Open che lo ha visto soccombere in 5 finali per un match quasi impossibile con lo spagnolo Bautista Agut, un tennista fra i più in forma. Ma Andy non si illude. Vorrebbe romanticamente chiudere la sua straordinaria carriera nel suo giardino prediletto, il centre court dell’All England Club, dove ha trionfato due volte (2012 e 2016) e perduto 4 semifinali. Sette anni fa era riuscito a liberarsi del mito-incubo Fred Perry dopo 77 anni di insuccessi Brit a Wimbledon. Per coronare almeno quest’ultimo sogno l’irriducibile Andy si sottoporrà a un ennesimo intervento chirurgico. Più invasivo dei precedenti. Chi scrive deve farsi perdonare di averlo ribattezzato per primo il Ringo Starr dei Fab Four, perché in effetti rispetto ai tre mostri sacri, lo scozzese era stato più fortunato come studente che come tennista. Alle elementari lui e il fratello Jamie erano scampati miracolosamente al massacro di Dunblane (1996): un folle uccise a pistolettate 16 compagni di scuola, e la loro insegnante, prima di suicidarsi. Sul campo da tennis Andy ha vinto tantissimo ma meno degli altri Fab. Però la similitudine con Ringo è ingenerosa: del batterista dei Beatles si diceva che non fosse davvero il migliore in circolazione. Mentre nessun altro tennista è stato un rivale più agguerrito e serio dei magnifici tre. Federer, Djokovic e Nadal: difatti, pur con un bilancio complessivamente negativo, ha battuto 11 volte Roger e Novak, 7 volte Rafa. Ma non li batterà più. Su Ubitennis.com tutto su Andy Murray, la sua storia, le sue vittorie, i commenti dei suoi rivali.


Sir Andy si ferma qui (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quelle lacrime, cosa umane perché svelano i tormenti del cuore, moltiplicano la tristezza. La sua personale, perché abbandonare il palcoscenico vinti dal dolore e non per scelta è una sconfitta per ogni artista che si rispetti. E quella degli amanti del tennis, improvvisamente nudi di fronte al primo scossone alla generazione dei Fab Four. IL SOGNO WIMBLEDON I Fantastici Quattro restano in tre: Sir Andrew Barron Murray si ritira. Non subito. Non adesso. Ma l’anca destra logorata da mille battaglie, operata giusto un anno fa, non è guarita, giocare non è più un divertimento, bensì un inutile martirio: «Ho sopportato il dolore per venti mesi, le ho provate tutte. Onorerò comunque il mio impegno agli Australian Open (primo turno ostico contro Bautista Agut, ndr) perché posso ancora competere a certi livelli, anche se non quanto vorrei. Melbourne il mio ultimo torneo? E’ probabile». Andy, seppur piegato dalla sofferenza, coltiva ancora un desiderio: «A dicembre ho parlato con il mio team e ho detto che non potevo continuare cosa, che avevo bisogno di mettere un punto. Cercherò di andare avanti fino a Wimbledon perché è li che vorrei chiudere la carriera, però non sono certo di riuscirci. Sto anche pensando a un’altra operazione, ma non per tornare al tennis, semplicemente per regalarmi una miglior qualità di vita». DRAMMA Perché la sua, di vita, dal 13 marzo 1996 ha dovuto regolarsi con l’ombra tragica e brutale della morte: c’era anche lui, infatti, nella scuola di Dunblane, la sua città, quando Thomas Hamilton uccise 16 bambini in uno dei più spietati massacri della storia del Regno Unito. E quegli spari, quella gioventù in qualche modo strappata, gli rimarranno dentro a lungo, anche da campione affermato, quando nei momenti topici dei match finisce per ritrarsi, difendersi, quasi che gli faccia paura la felicità. Eppure Murray ha imparato presto cosa significhi competere e battagliare, sempre sotto lo sguardo severo di mamma Judy, prima allenatrice e unica consigliera: ha un fratello, Jamie, che da ragazzino promette più di lui; vive in un Paese, la Scozia, dove a 14 anni non ha più avversari e deve emigrare a Barcellona, per crescere; appartiene a una generazione dominata da due leggende come Federer e Nadal. Per qualche anno, la sua carriera andrà a braccetto con quella del «gemello» Djokovic, nato sette giorni dopo di lui: sono gli «altri due», quelli che raccolgono qualcosa solo quando le divinità Roger e Rafa riposano. Ma mentre Nole invertirà il trend, lui dovrà veder sfumare quattro finali Slam e sentirsi dare dello scozzese quando perde e dell’inglese quando vince prima di ingaggiare Lendl, che da giocatore era passato attraverso le stesse delusioni. DIVERSO E finalmente conquista il cuore di tutti i britannici, con l’oro olimpico a Londra, gli Us Open 2012, primo Slam maschile del Paese dopo 76 anni, due Wimbledon, un Masters e il numero uno in un’epoca in cui appena tre giocatori (Federer, Nadal e Djokovic, appunto) si dividono 50 Slam su 60. E poi Andy è diverso, nelle conferenze stampa non si limita a commentare un dritto o le condizioni del campo. E’ arguto, spiritoso, ci mette la faccia: cresciuto in un ambiente femminile, con mamma Judy e la compagna di sempre Kim, nel 2014 sfiderà le convenzioni di un mondo che discute ancora se sia giusto dare gli stessi premi a uomini e donne, ingaggiando come coach Amelie Mauresmo. Si schiererà per l’indipendenza della Scozia e quando esploderanno delicati casi doping, andrà controcorrente chiedendo maggiori controlli. Kyrgios, che lo venera, dirà che «Murray è troppo intelligente per giocare a tennis, e qualche volta se ne accorge anche in campo». Ci mancherai, Muzza.


Murray, grande anche fuori dal campo (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

AIla soglia delle 32 primavere, Andy Murray è il primo dei Fab 4 ad alzare bandiera bianca e appendere la racchetta al chiodo. Ha annunciato, in conferenza stampa, che l’Australian Open potrebbe essere il suo ultimo torneo anche se ambirebbe salutare il tennis giocato durante Wimbledon. I forti dolori all’anca gli rendono problematici anche i più semplici gesti quotidiani e gli impediscono di allenarsi con la necessaria continuità. Una notizia che ha colto impreparati i tifosi, ma che all’interno dello spogliatoio aleggiava da tempo. Ha comunicato la decisione a modo suo, confermandosi un grande anche al di fuori del campo. Andy si è sempre dimostrato acuto e intelligente, con una visione della vita a tutto tondo, tanto da influenzare il tennis in tante nuove direzioni. Scozzese di nascita, si era schierato apertamente per la secessione da Londra e per questo motivo non era stato accolto a braccia aperte dai sudditi della Regina Elisabetta. Ma con le due medaglie d’oro olimpiche, i tre Slam e i 14 Masters 1000 è arrivato anche il perdono. Non pago, non ha esitato a mandare un grande segnale di cambiamento nell’ovattato tennis maschile facendo sedere nel suo box, in qualità di coach, l’ex giocatrice francese Mauresmo. È sembrato fin da subito evidente che Andy guidava a sinistra perché obbligato, ma saltava spesso e volentieri il rito del tè alle cinque. Murray mi piacque fin da subito per quell’atteggiamento lagnoso che nascondeva una tempra da vero agonista. L’impostazione da campi rapidi si notava nelle esecuzioni slice, nella perfetta impugnatura nel gioco di volo e nella sicurezza in fase di risposta. Da dietro non mostrava un tennis particolarmente equilibrato a causa di un dritto poco penetrante e molto conservativo. Di tutt’altra pasta appariva il rovescio bimane che brillava in ogni circostanza tramite soluzioni mai banali. La mano morbida spesso sopperiva all’indole sparagnina e alla posizione sul campo troppo spesso arretrata. Aveva ben presto capito che per sedere al tavolo dei migliori avrebbe dovuto lavorare sodo per incrementare le soluzioni e risultare efficace su tutti i terreni. Dalle sconfitte imparava sempre qualcosa e perseverava nella costruzione del fisico, prendendo confidenza con la pressione e con le aspettative del popolo inglese. Alla fine , se guardiamo i risultati, non possiamo che inchinarci di fronte a un campione che, pur avendo dovuto incrociare le racchette con tre dei più grandi della storia, complessivamente li ha battuti in 29 occasioni. Si arrende solo al peggiore degli avversari: a fine carriera si collocherà primo degli umani o ultimo dei Fab 4?


Murray, lacrime in segno di resa (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

E il primo pezzo dei Fab Four che se ne va. Non il più giovane, perché Novak Djokovic è nato un paio di settimane dopo di lui, ma l’unico inglese come i Quattro di Liverpool, detentori del marchio. Un’era che inizia tramontare, o meglio che si sfalda lentamente. «Vorrei smettere di giocare a Wimbledon», ha detto ieri a Melbourne Andy Murray, la voce rotta dall’emozione, le lacrime che gli allagavano gli occhi. «Ma non so se riuscirò ad andare avanti per altri cinque o sei mesi». L’ultimo atto, la resa, l’annuncio di un tour di addio che non si sa neppure se avverrà, il capitolo finale di un calvario iniziato il 19 luglio di due anni fa, quando Andy, dolorante e claudicante, se ne è uscito dal Centre Court di Wimbledon dopo aver perso in cinque set il suo quarto di finale contro Sam Querrey. l’anca destra, che lo tormentava da anni, quasi da sempre, ormai era un giacimento di sofferenza. A Wimbledon, il torneo che era riuscito a vincere per due volte, primo inglese a 77 anni di distanza dai trionfi di Fred Perry, il local hero ha dovuto rinunciare lo scorso luglio. Era tomato in campo al Queen’s, dopo 346 giorni di stop e l’intervento chirurgico a lungo rimandato e poi accettato come un calice amaro (e inutile) dodici mesi fa proprio a Melbourne, ma alla vigilia dei “suoi” Championships aveva dovuto comunque rinunciare. Poi uno stillicidio di match giocati e tornei rifiutati, fino alla decisione finale. Ieri lo hanno salutato un po’ tutti, colleghi e sportivi famosi come Francesco Molinari, lui si è concesso un tweet insieme a mamma Judy. «Cosa c’è di meglio delle coccole di mamma dopo un giorno duro?». Sorrideva, come non gli è capitato spesso in questi mesi «A dicembre, durante la preparazione – ha spiegato – avevo avvertito il mio team che non potevo continuare così. Che avevo bisogno di metterci un punto alla fine, perché stavo continuando a giocare senza un’idea di quando il dolore sarebbe passato. Ho detto ai ragazzi: “Guardate, posso farcela a tirare avanti fino a Wimbledon”. È lì che vorrei smettere di giocare. Posso ancora giocare ad un certo livello, ma non a quello dove mi fa piacere giocare. E poi non è solo quello: il dolore è troppo. Ho fatto tutto quello che era possibile per guarire, ma non ha funzionato». È un po’ se Murray, che a Church Road nel 2012 ha vinto anche un oro olimpico, in finale su Federer (oro replicato a Rio 2016), e che poi sul Centre Court aveva alzato due volte il copione dorato, nel 2013 e nel 2016, avesse compiuto la sua missione. Il ragazzino scarmigliato e ruvido come il tweed, scozzese e anti-inglese si è trasformato in uno degli sportivi più amati delle British Isles, nonostante il tweet indipendentista alla vigilia del referendum per la secessione della Scozia i trionfi tennistici – 45 titoli, il numero 1 conservato per 41 settimane, oltre ai due Wimbledon una coppa degli US Open, cinque finali in Australia, una a Parigi e un successo anche a Roma, il trionfo in Davis del 2015 – lo hanno smacchiato, ripulito, trasformato in un beniamino del pubblico (oltre che baronetto di Sua Maestà), ma non gli hanno evitato una fine carriera precoce, a soli 31 anni. Giocherà a Melbourne, dove era arrivato sentendo ancora dolore (lo spagnolo Roberto Bautista Agul il suo avversario al primo turno testa di serie n. 22), poi chissà. «Una opzione è una seconda operazione, si tratterebbe di ricostruire la superficie dell’anca e mi consentirebbe di avere una migliore qualità di vita, senza dolore. Non ci sono garanzie, e comunque non la farei per tornare a fare il professionista, ma solo per stare meglio tutti i giorni». Con Rafa Nadal alle prese con altri malanni cronici, Roger Federer in lotta con l’età, Djokovic dominante ma già sconfitto a inizio anno, c’è insomma aria di ultimi concerti, per il complesso tennisstico più famoso della storia. Le’ it be, direbbero i loro colleghi di Liverpool.


Andy, ci mancherai (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È una ferita grave l’addolorato commiato di Andy Murray al tennis, nel bagno di lacrime che inzuppa la vigilia degli Open d’Australia. Rende di tremula gelatina i sospirosi pensieri degli amici tennisti, che niente di tutto ciò avevano previsto, e ricorda quanto perfido e crudele sia lo sport ai molti che il ragazzo di Dunblane hanno visto crescere in questi anni trascorsi in top class, e trasformarsi da bimbetto irragionevole a uomo equilibrato, per nulla attratto da quel bisogno di esibire un carattere d’acciaio che altri s’impongono a ostensione della propria virilità agonistica. IL SUO DOLORE Grave perché unisce l’uomo e il tennis in una comune lacerazione, che viene dall’improvviso prender forma delle cose. E poco importa che questo accada sia nel bene sia nel male, perché è quest’ultimo come sempre a far vibrare di suoni cupi le corde dei nostri animi, mentre allunga le sue ombre oltre ogni dove. Appare quasi pudico, Andy, nel parlare del suo dolore, nell’ammettere che uno dei tennisti più celebrati per fisicità e armonia dei gesti, nascondeva una singolare fragilità in quelle ossa da campione, lise già da tempi lontani e poco a poco divenute caduche, ormai sbrecciate e invecchiate come quelle di un anziano. È l’anca destra il problema, e lo è da anni. Andy ammette di aver convissuto con il fastidio, poi con le fitte che sorgevano senza annunciarsi, quindi con il dolore, sempre più forte. Fino a divenire esagerato… Si fece operare un anno fa, proprio in Australia, e non è servito a nulla.I medici lo dissero subito che l’anca aveva subito danni irreparabili. «Forse potrei ricorrere a un nuovo intervento», fa sapere, in guerra con un groppo alla gola che non lo fa respirare, «ma sarebbe più profondo e invasivo del primo. Ci penserò, ma se dovessi decidere di farlo, sarà solo per ritrovare i gesti di una vita normale, non per tomare al tennis. Oggi sogno di poter passeggiare, di infilarmi i calzini di allacciarmi le scarpe senza avvertire dolore». FERITA GRAVE Ma è grave la ferita che Andy mostra nell’annuncio del prossimo addio – «forse già dopo questo torneo, anche se vorrei tanto chiudere a Wimbledon» – anche perché la crepa ha sbrecciato pervla prima volta il muro del più solido castello del tennis, quello del Club dei Più Forti, dei Fab Four. È il primo ritiro fra i governanti del nostro sport. Il primo abbandono tra chi ha avuto funzioni di guida di tutto il movimento. A turno i Favolosi hanno combattuto con i dissesti del loro fisico, e sempre ne sono usciti vittoriosi. […] CARRIERA DA FAVOLA Resta la sua carriera, da quarto fra i favolosi. Tre Slam (Us Open 2012, Wimbledon 2013 e 2016), il titolo dei Championships riconsegnato alla Gran Bretagna 77 anni dopo l’impresa di Fred Perry. Poi i titoli olimpici, due, consecutivi (Londra, Rio). E i 14 Masters 1000 sparsi fra i 45 titoli conquistati. Murray è stato numero uno dal 7 novembre 2016 al 20 agosto 2017, 41 settimane. Nel giorno del primato anche suo fratello Jamie raggiunse il numero uno in doppio, e per qualche settimana la casa di mamma Judy, nella piccola Dunblane, divenne la Club House del tennis. La storia, però, adesso finisce qui. L’addio di Andy annuncia che l’età dell’oro dei tennisti favolosi è ormai giunta agli sgoccioli. Tutto cambia E anche dolorosamente, purtroppo…


Le lacrime di Andy (Il Corriere della Sera)

Sciancato per aver forzato troppo nel cercare di tenere il passo degli Immortali, Sir Andrew Barron Murray detto Andy varca la soglia della pensione a 31 anni, zoppicando. «L’Australian Open potrebbe essere il mio ultimo torneo. Speravo di poter chiudere a Wimbledon ma il dolore è troppo: non credo di poter giocare in queste condizioni fino a luglio». Le lacrime di Andy sono quelle di una generazione perduta. E non è un caso che i pochi intrusi che dal 2003 (primo dei 20 titoli Slam di Federer a Wimbledon) a oggi hanno osato intaccare il monopolio della trimurti — Federer, Nadal, Djokovic — che domina il tennis da 15 anni (51 Slam conquistati in tre) siano finiti malissimo. Juan Martin Del Potro con i polsi martoriati dalle operazioni, Stan Wawrinka con il ginocchio marcio, Marin Cilic positivo a uno stimolante e Andy Murray, giovane padre claudicante. Cresciuto bombardiere di classe da mamma Judy a Dunblane, in Scozia, a 9 anni Murray è già davanti al primo bivio della vita: alle 9.30 del 13 marzo 1996 un uomo armato entra nella sua scuola elementare e uccide 16 bambini. Andy e il fratello Jamie si salvano barricandosi nell’ufficio del preside. Si è pensato che fosse il senso di colpa di essere sopravvissuto alla strage il blocco psicologico che ha costretto Andy a perdere quattro finali Slam (2 a Melbourne, una a Londra e New York) prima di conquistare la prima, l’Us Open 2012 in cima a una gran battaglia con il Djoker. Da li in poi, lo scozzese preferito da sua maestà la regina ha vinto poco ma bene. Due Wimbledon (2013 e 2016) spezzando un digiuno britannico lungo 77 anni (l’antenato è Fred Perry), due ori olimpici (nel 2012 negandolo a Federer, nel 2016 dopo un’epica lotta con Del Potro), la Coppa Davis 2015 contro il Belgio, anche in quel caso rompendo un tabù di 79 anni. Se il potere logora chi non ce l’ha, il tennis non guarda in faccia a nessuno. L’anca sbilenca operata inutilmente un anno fa che costringe il baronetto ad appendere la racchetta al chiodo, è il lascito dell’usura dello sport moderno da cui nessuno si salva. «Sto pensando seriamente di tornare sotto i ferri. Non per tentare di essere di nuovo un tennista ma per garantirmi, forse, una qualità di vita migliore» ha detto Andy nella sala stampa attonita di Melbourne perché solo gli intimi del clan Murray sapevano che il problema è maledettamente serio. Parlandone da vivo, ricorderemo Andy Murray per la rocciosità di un tennis forgiato dalle intemperie delle Highlands scozzesi ma capace di lampi di luce anche sulla terra battuta (gli anni dell’adolescenza li ha passati in Spagna a spazzolare il rosso), per la tensione emotiva dei suoi match sul centrale dell’All England Club, capaci di far deragliare l’Inghilterra dal tè delle cinque, e per l’apertura mentale dimostrata nello scegliere, giugno 2014, un coach donna (l’ex numero uno francese Amelie Mauresmo) per risalire quella classifica Atp di cui è stato meritevole n.1 nell’anno di grazia 2016. Il numero 230 del mondo affronta lo spagnolo Bautista Agut al primo turno dell’Australian Open, e non è detto che ne esca intero. Merita un ultimo palcoscenico in Church Road, ammesso che ci arrivi. E sempre stato il più fragile dei Big Four, è il primo che lascia. Una coerenza di cui gli va reso merito.


L’erede di Perry diviso tra radici scozzesi e il tifo british (Gianni Clerici, Repubblica)

Mi si chiede un ritrattino di Andy Murray, a me che appena viene in mente che ha vinto Wimbledon (nel 2013 e 2016), e mi ricordo della volta in cui stava in posa, beato, davanti alla statua di Fred Perry. Perry, il britannico che l’aveva preceduto nell’impresa, ben tre volte a Wimbledon. Fianco a me, era il mio amico Alan Little, il capo bibliotecario, autore di una decina di libri sul tennis. Ineccepibili, quanto a esattezza cronistica. «Perché non sorridi Alan?», mi venne da dirgli, scorgendo in lui un’aria lieta sì, ma non proprio simile alla mia, quando Pietrangeli aveva vinto per la prima volta gli Internazionali d’Italia. «Perché» rispose l’amico, «ha votato per gli scozzesi, e non per noi, very english». Nel referendum del 2014, Andy era stato onestamente contemporaneo, e antibrexit. Anche se, dopo quel Sì scarabocchiato a mano, non aveva mai creduto di confermarlo, quando un collega curioso, o in cerca di notorietà, glielo chiedeva in conferenza stampa. Di Andy ricordo altresì qualcosa di personale, che spiegava il suo modo di giocare, anche quello poco british, com’era stato invece Fred Perry. Fred arrivava vicino a rete, tutte le volte che poteva, al seguito di una battuta non esplosiva quanto il diritto, ma comunque due colpi da erba. Andy aveva sì un ottimo diritto d’attacco, ma un servizio che non si poteva certo chiamare “cannon ball”. Nonostante la regolarità e il piazzamento. Capii qualcosa in più di simile scozzese britannizzato (forse sarebbe meglio anglizzato) la volta in cui sua mamma Judy mi portò a visitare Wimbledon, e il suo nuovo Centrale col tetto, sul quale un presidente mi aveva assicurato che gli inglesi non avrebbero mai messo piede. «Meglio la pioggia e la tradizione». Judy mi disse di esser stata lei a inviare Andy, ancora ragazzo, a Barcellona. «Perché il tennis non è più quello degli inglesi, né degli americani. Il tennis è diventato spagnolo. E il mio bambino come gli spagnoli giocherà». Infatti.


Seppi invece suona la nona (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

Australia e anca, ma anche il nome (Andy e Andreas). Sono diversi i motivi di comunanza tra Murray e Seppi. Solo che, per fortuna del nostro, l’anca non ha mai creato al biondino di Caldaro gli stessi gravi problemi che invece stanno per mettere fine alla carriera del rosso di Dunblane. Andreas ne ha sofferto in passato, in particolare nel 2016, ma è riuscito sempre a evitare l’intervento, che invece nel caso di Andy è stato inevitabile e che forse verrà replicato per lasciare Murray tranquillo in futuro. Seppi con regolarità, una volta ogni sei mesi (a fine anno, sfruttando la pausa agonistica del circuito, e in primavera), si sottopone a un trattamento della parte con infiltrazioni che, insieme allo stop di tre settimane, gli stanno consentendo di restare ai livelli di sempre (ha iniziato l’anno da n. 37 del mondo). L’Australia, che per Murray ha significato cinque finali agli Australian Open (2010, 2011, 2013, 2015, 2016) e due vittorie nei tornei Atp (Brisbane 2012 e 2013), è terra felice anche per Seppi, che oggi disputerà la sua prima finale a Sydney (dopo le due semifinali raggiunte nel 2006 e nel 2013) e che per quattro volte ha raggiunto gli ottavi agli Australian Open (2013, 2015, 2017, 2018). A Melbourne, oltre che per i tanti match vinti al quinto set, lo ricordano soprattutto per la partita perfetta giocata nel 2015, quando nel terzo turno eliminò Roger Federer in quattro set. Tomando all’immediato, in attesa degli Australian Open («Non so spiegare perché qui gioco sempre bene», dice l’altoatesino che gradisce il caldo ma che da Caldaro ha preso residenza a Bouldei; sui monti del Colorado), Seppi oggi a Sydney avrà un vantaggio non da poco: l’altra semifinale Simon-De Minaur è stata rinviata per pioggia, quindi il suo avversario tornerà in campo a stretto giro di finale. Meglio così, dopo aver battuto i n. 1 e 3 del torneo, Tsitsipas e Schwartzman


Wonder Serena torna in caccia (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Per Chris Evert, la Signorina di Ferro del tennis degli anni ’70 e ’80, le avversarie di Serena Williams in Australia farebbero bene «ad avere paura». Nonostante i 37 anni, un marito e una figlia a carico e mille impegni fuori dal campo, la Pantera ha un obiettivo ben preciso, ed è disposta (quasi) a tutto pur di raggiungerlo: il record di 24 Slam di Margaret Court. «Mi sembra molto, molto rilassata, e decisamente più in forma rispetto allo scorso anno», sostiene la Evert, che di Slam, battagliando anche con la Court, e poi con Martina Navratilova, ne ha vinti 18. «La riflessione spaventosa (sì, ha detto proprio così: “scary”) è che le altre a questo punto stanno pensando: “Oh mio Dio, l’anno scorso era al 60, 70 per cento e ha raggiunto due finali dello Slam. E ora sembra più magra, più in forma e si muove molto meglio…”». Mentre i Fab Four lentamente si sfaldano, lei pare ringiovanire. Dopo la famosa finale persa agli US Open con Naomi Osaka, quella della baruffa verbale con Carlos Ramos seguita da mille polemiche, Serena non ha più giocato un match ufficiale. È tornata in campo alla Hopman Cup, accendendo insieme a Roger Federer l’interesse planetario per un confronto che non si era mai visto prima. Ora però si fa sul serio. Gli ultimi otto Slam, quindi parliamo di due anni, hanno avuto otto vincitrici diverse, una anarchia prolungata e agevolata prima dall’assenza di Serena per parto, poi da un 2018 che la ex regina ha vissuto incostantemente, sette tornei giocati e neppure una colpa alzata, ma lasciando intendere che una volta smaltiti definitivamente gli effetti collaterali della gravidanza sarebbe tornata a reclamare il suo trono. Una motivazione in più, se mai fosse necessaria, gliela fornisce il nuovo ruolo che si è ritagliata, quello di leader del movimento mondiale delle mamme lavoratrici, creato a botte di post sui social network. «Serena è molto pericolosa quando è in forma e in salute – concorda Chrissie – e le sue motivazioni sono sempre state fortissime, con o senza la famiglia. Ora che ha questa doppia identità da mamma e da atleta non potranno che aumentare”. Fra l’altro l’ultimo Slam lo firmò proprio agli Australian Open nel 2017, il primo della serie “anarchica”, quando già era incinta di Alexis Olympia, e martedi nel suo debutto a Melbourne si troverà davanti un’altra tennista genitrice, la tedesca Tatjana Maria, numero 71 del mondo, mamma della vispa cinquenne Charlotte. Vedremo se, come è accaduto a Perth per merito di AO” (stesse iniziali di Australian Open, tanto per capirci), in tribuna ci sarà anche un baby-show di supporto allo spettacolo tennistico. Nei quarti di finale, fra l’altro, Serena potrebbe incontrare sua sorella ‘sorella Venus, dunque si prospetta un trionfo del tennis a conduzione famigliare. E la concorrenza? Simona Halep è una numero 1 molto tentennante, la campionessa uscente Caroline Wozniacki nei confronti della sua amica Serena ha un consolidato inferiority complex tennistico, mentre Angelique Kerber l’ha già battuta tre volte, due in una finale Slam (in Australia nel 2016 e l’anno scorso a Wimbledon), quindi è l’avversaria sulla carta più pericolosa di un gruppetto di pretendenti che comprende Naomi Osaka, Sloane Stephens, Elina Svitolna, Karolina Pliskova, Petra Kvitova e forse la rampante Aryna Sabalenka. Una insidia aggiuntiva le può arrivare dagli strascichi del drammone newyorkese. Il fumo delle polemiche per ora sembra evaporato – e Ramos a Melbourne non arbitrerà nessuno dei suoi match – ma già gli esperti in “cold case” sono in agguato. «Non ho tempo per pensare al passato», ha spiegato a Perth, dove durante gli allenamenti sfogliava “Unlearn”, un libro di Barry O’Reilly che spiega come rivedere le proprie strategie di vita «Io penso al futuro». Ecco, questo sì che dovrebbe spaventare le sue avversarie

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Ercoli)

La rassegna stampa di venerdì 5 agosto 2022

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Lorenzo Ercoli, Corriere dello Sport)

A ventisei anni stava per abbandonare il tennis, tre stagioni dopo incanta Umago con una semifinale e si porta a un passo dalla top 100 mondiale. Potrebbe sembrare la trama del sequel di “Match Point”, scritta e diretta da Woody Allen, ma è semplicemente la storia di Franco Agamenone. Il racconto del tennista italo-argentino, dal 2020 in campo con nazionalità italiana, inizia nel 1993 a Cordoba, ma ha dei marcati tratti tricolore. «C’è stato un periodo in cui facevo fatica ad entrare in campo e a ogni sconfitta crollavo mentalmente. Prima di trasferirmi in Italia avevo quasi smesso di crederci», raccontava qualche tempo fa l’attuale numero 108 del mondo, a inizio 2020 ripartito fuori dalle prime mille posizioni. Giovane, Franco si era subito fatto strada come uno dei prospetti più interessanti del tennis argentino, ma non appena sono mancati i risultati nei primi anni di professionismo, sono venute meno anche le condizioni di stabilità economica. La rinascita parte da Lecce, dove ha trovato un ambiente ideale e soprattutto un maestro perfetto, Andrea Trono. Ingaggiato dal CT Mario Stasi come semplice giocatore per il campionato a squadre, Franco strega il capitano, che fa di tutto per convincerlo a provarci un’ultima volta. L’opera va a buon fine e regala un nuovo tennista alla batteria tricolore: «Qualche anno fa non stavo bene, ma ci ho provato di nuovo e a Lecce ho trovato la situazione perfetta. La gente mi vuole molto bene ed in qualche modo qui riesco a respirare l’odore di casa: sono davvero felice». La consacrazione di Franco è arrivata a più di 11.000 km dall’Argentina, la stessa distanza percorsa dai suoi bisnonni quando, come centinaia di migliaia di italiani a cavallo tra il 1902 ed il 1912, migrarono in Sud America alla ricerca di un futuro migliore. Più di cent’anni dopo Franco ha percorso la rotta inversa per cercare fortuna qui, lontano dagli affetti più cari. In tempi recenti la famiglia Agamenone è stata lontana per più di un anno e mezzo, la reunion è avvenuta a giugno in occasione della trasferta di Wimbledon. «Per chi ha famiglia in Argentina non è facile fare questo lavoro perché siamo sempre in giro e tornare a casa è molto più difficile per noi che per i giocatori europei. Rivederci dopo quasi due anni è stato un momento toccante per tutti. Siamo stati insieme per un mese e i miei genitori sono rimasti molto sorpresi dai miei miglioramenti in campo». Giocatore sopra il metro e novanta, Agamenone ha scoperto all’improvviso di poter giocare un tennis diverso, in grado di poterlo portare a vincere anche sul cemento. Nelle ultime due stagioni ha impreziosito la sua ascesa con i titoli Challenger di Praga, Kiev e Roma, ma i veri capolavori sono la partecipazione al tabellone principale del Roland Garros e la recente semifinale all’ATP 250 di Umago dove si è fermato al cospetto del n.1 d’Italia Jannik Sinner «Sono contento. Ho sempre creduto di poter arrivare vicino alla top 100 e adesso sono convinto di potermi spingere oltre: non ho paura di sognare. Il mio segreto? Non penso mai alla classifica ma solo a migliorare, il resto viene da sé».

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Burreddu). Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Fiorino)

La rassegna stampa di mercoledì 3 agosto 2022

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport)

Due anni fa stava per smettere. «Volevo farlo, sì. Fortuna che i miei genitori mi hanno fatto riflettere. Loro sono per la libertà: scegli tu, ma sempre con attenzione. E’ che non mi divertivo più, mi ero rotto. Ero bloccato». Se Giulio Zeppieri avesse lasciato il tennis, oggi mancherebbe un tassello prezioso al maestoso mosaico dello sport italiano. Andate a rivedervi la bellezza delle tre ore giocate da Zeppo (è così che lo chiamano) contro Alcaraz, a Umago, in semifinale, e capirete che il tennis azzurro ha colori infiniti. Uno è lui. «E’ stata la prima sfida contro un giocatore di quel livello. Carlos, sulla terra, è tra i primi tre del mondo. Io fermato dai crampi. Doveva andare così, quasi mi scappava da ridere. Però quel match mi ha fatto capire che a quel livello passo starci e che però devo lavorare ancora tanto. Il mio tennis è moderno, aggressivo per comandare lo scambio. Il gioco migliore lo faccio così, non quando temporeggio».

Il primo a contattarla dopo la partita contro Alcaraz?

 

La mia ragazza. Ma tutti sono contenti per me. E orgogliosi.

Come ha cominciato?

A scuola, prima elementare. C’erano due corsi pomeridiani di tennis, scelsi un po’ a caso. Facevo tantissimi sport. Calcio, nuoto, sci, baseball, basket. Sono iper competitivo. Quando, a dodici anni, ho capito di esserlo ad alto livello, ho pensato di potermi anche divertire.

Per lei che cos’è lo sport?

Apertura mentale. Vedo posti nuovi, conosco gente, altre culture. E poi mamma mi ha inculcato un pensiero: mai stare con le mani in mano.

Ha capito cosa ci vuole per essere un grande tennista?

Sì, da un po’: bisogna lavorare tutti i giorni, il talento non basta e la testa fa molto, il 70%. Ora sto giocando meglio di rovescio rispetto a prima, sto cercando di fare più lavori a rete. Il servizio e il dritto sono i miei colpi migliori, ma sto lavorando su tutto, per essere completo.

Qual è il suo sogno?

Diventare un tennista professionista e essere contento della mia vita. Guardare indietro e dire: no, non ho rimpianti. Mi piacerebbe vincere Roma o uno tra tutti gli Slam. Per ora l’obiettivo è migliorare. So che questo è un anno interlocutorio. Se finisco cento al mondo, bene. Ma non è un pensiero fisso. Vivo a Roma da qualche mese con altri cinque ragazzi, tutti tennisti, più piccoli e anche più grandi. E’ stato un passo importante. Io sono romano, ma sono cresciuto a Latina: gli amici , la famiglia, tutto lì. Lasciare casa non è facile. Però è un passo che andava fatto. Anche così si diventa grandi. 

Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

Un’ondata azzurra imperversa su New York Matteo Berrettini e Jannik Sinner sono pronti a guidare una spedizione italiana da record per gli Us Open, ultimo Slam stagionale al via il 22 agosto sui campi in cemento di Flushing Meadows con il tabellone di qualificazione, al quale sono iscritti per la prima volta nella storia ben 22 azzurri. I cinque italiani già sicuri di un posto nel main draw – oltre al romano e all’altoatesino ci sono Fabio Fognini, Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti – aspettano buone notizie dal plotone guidato da Franco Agamenone e Giulio Zeppieri. Dopo l’ottima prestazione contro Carlos Alcaraz, il tennista di Latina si prepara all’appuntamento negli States con tanta più consapevolezza. «Sono molto elettrizzato all’idea di poter giocare a New York – confessa Zeppieri – Immagino che assisteremo a tanti derby». Musetti, appena entrato per la prima volta in top 30 dopo essere diventato ad Amburgo il terzo italiano più giovane a conquistare un titolo ATP, è entusiasta. «Partirò martedì prossimo per Cincinnati. Spero di giocare più partite possibili prima degli Us Open per potermi riabituare alla superficie. Voglio mantenere la stessa mentalità propositiva di questo periodo». Nell’entry list femminile figurano invece Martina Trevisan, Camila Giorgi (chiamata a difendere prima il prestigioso titolo conquistato alla Rogers Cup), Jasmine Paolini e Lucia Bronzetti. Nel tabellone cadetto proveranno invece a sbaragliare la concorrenza altre tre azzurre: Sara Errani, Lucrezia Stefanini ed Elisabetta Cocciaretto. «Sarà un’esperienza nuova perché gli Us Open li ho giocati soltanto a livello juniores – rivela la marchigiana – ma darò il massimo per qualificarmi». Tra uomini e donne, dunque, i tennisti azzurri iscritti allo Slam americano sono 34. Una marea tricolore.

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