La stampa italiana sul ritiro di Murray (Scanagatta, Crivelli, Clerici, Semeraro, Azzolini). Seppi invece suona la nona (Viggiani)

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La stampa italiana sul ritiro di Murray (Scanagatta, Crivelli, Clerici, Semeraro, Azzolini). Seppi invece suona la nona (Viggiani)

La rassegna stampa del 12 gennaio 2019

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Lascia in lacrime il braveheart del tennis (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport) 

UNA scena quasi straziante. Andy Murray in lacrime, la voce strozzata, praticamente afono, si alza e abbandona la sala conferenze di Melbourne Park, poi torna e, fra una pausa e l’altra, a capo chino quasi a nascondere il viso inumidito dal pianto, stupisce il mondo della racchetta e annuncia il proprio imminente ritiro. «Sto lottando con il dolore da molto tempo, venti mesi, ed è abbastanza! Ho fatto tutto quel che potevo per provare a star meglio ma non ha funzionato. Sto meglio di qualche mese fa, ma sento ancora molto dolore, troppo. È stato difficile — si ferma e riprende – Non si tratta solo del dolore, è semplicemente… troppo. Non voglio continuare così, non posso. Avevo avvertito il mio team a dicembre… ho detto loro che non potevo andare avanti così, che avevo bisogno di mettere un punto perché stavo giocando senza alcuna idea di quando il dolore si sarebbe fermato. Avrei potuto provare a continuare fino a Wimbledon perché è lì che mi piacerebbe smettere di giocare, ma oggi non sono sicuro di essere in grado di farlo». Un grande campione, lo scozzese di Dunblane, battuto non dai suoi rivali di sempre, quelli che con lui hanno fatto un’epoca conquistando più di un quarto dei 200 Slam dell’era Open, Federer (20), Nadal (17) e Djokovic (14), ma da un’anca dolorante che lo ha messo knock-down fin dalla semifinale parigina del 2017 con Wawrinka — quando lui era ancora n.1 del mondo — e ko adesso, dopo 20 mesi di sale chirurgiche, infermerie, frustrati tentativi di riabilitazione. Il più giovane dei Fab Four, il meno vincente dei 4 Beatles con racchetta a dispetto di un record comunque strepitoso considerando i marziani con cui si è dovuto misurare, 41 settimane da n.1, di 45 titoli, di 3 Slam e di 14 Masters 1000, unico tennista ad aver conquistato 2 ori in due Olimpiadi consecutive (Londra 2012 e Rio 2016) è costretto a buttare l’asciugamano in segno di resa sul suo ring, un rettangolo anziché un quadrato, dove ha corso e lottato come pochi altri, un vero guerriero, il Braveheart del tennis, lui, Sir Andrew Barron Murray, Prometeo punito per aver tentato di far gara pari con gli dei. Dopo un 2018 così disgraziato da essere riuscito ad aggiungere solo 7 vittorie alle 655 di 13 anni, lo scozzese di cui si è sempre detto «Ha la miglior ribattuta di rovescio al mondo», si ritrova precipitato a n. 257, ma ancora non molla del tutto. Vorrà comunque scendere in campo fra un paio di giorni in quell’Australian Open che lo ha visto soccombere in 5 finali per un match quasi impossibile con lo spagnolo Bautista Agut, un tennista fra i più in forma. Ma Andy non si illude. Vorrebbe romanticamente chiudere la sua straordinaria carriera nel suo giardino prediletto, il centre court dell’All England Club, dove ha trionfato due volte (2012 e 2016) e perduto 4 semifinali. Sette anni fa era riuscito a liberarsi del mito-incubo Fred Perry dopo 77 anni di insuccessi Brit a Wimbledon. Per coronare almeno quest’ultimo sogno l’irriducibile Andy si sottoporrà a un ennesimo intervento chirurgico. Più invasivo dei precedenti. Chi scrive deve farsi perdonare di averlo ribattezzato per primo il Ringo Starr dei Fab Four, perché in effetti rispetto ai tre mostri sacri, lo scozzese era stato più fortunato come studente che come tennista. Alle elementari lui e il fratello Jamie erano scampati miracolosamente al massacro di Dunblane (1996): un folle uccise a pistolettate 16 compagni di scuola, e la loro insegnante, prima di suicidarsi. Sul campo da tennis Andy ha vinto tantissimo ma meno degli altri Fab. Però la similitudine con Ringo è ingenerosa: del batterista dei Beatles si diceva che non fosse davvero il migliore in circolazione. Mentre nessun altro tennista è stato un rivale più agguerrito e serio dei magnifici tre. Federer, Djokovic e Nadal: difatti, pur con un bilancio complessivamente negativo, ha battuto 11 volte Roger e Novak, 7 volte Rafa. Ma non li batterà più. Su Ubitennis.com tutto su Andy Murray, la sua storia, le sue vittorie, i commenti dei suoi rivali.


Sir Andy si ferma qui (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quelle lacrime, cosa umane perché svelano i tormenti del cuore, moltiplicano la tristezza. La sua personale, perché abbandonare il palcoscenico vinti dal dolore e non per scelta è una sconfitta per ogni artista che si rispetti. E quella degli amanti del tennis, improvvisamente nudi di fronte al primo scossone alla generazione dei Fab Four. IL SOGNO WIMBLEDON I Fantastici Quattro restano in tre: Sir Andrew Barron Murray si ritira. Non subito. Non adesso. Ma l’anca destra logorata da mille battaglie, operata giusto un anno fa, non è guarita, giocare non è più un divertimento, bensì un inutile martirio: «Ho sopportato il dolore per venti mesi, le ho provate tutte. Onorerò comunque il mio impegno agli Australian Open (primo turno ostico contro Bautista Agut, ndr) perché posso ancora competere a certi livelli, anche se non quanto vorrei. Melbourne il mio ultimo torneo? E’ probabile». Andy, seppur piegato dalla sofferenza, coltiva ancora un desiderio: «A dicembre ho parlato con il mio team e ho detto che non potevo continuare cosa, che avevo bisogno di mettere un punto. Cercherò di andare avanti fino a Wimbledon perché è li che vorrei chiudere la carriera, però non sono certo di riuscirci. Sto anche pensando a un’altra operazione, ma non per tornare al tennis, semplicemente per regalarmi una miglior qualità di vita». DRAMMA Perché la sua, di vita, dal 13 marzo 1996 ha dovuto regolarsi con l’ombra tragica e brutale della morte: c’era anche lui, infatti, nella scuola di Dunblane, la sua città, quando Thomas Hamilton uccise 16 bambini in uno dei più spietati massacri della storia del Regno Unito. E quegli spari, quella gioventù in qualche modo strappata, gli rimarranno dentro a lungo, anche da campione affermato, quando nei momenti topici dei match finisce per ritrarsi, difendersi, quasi che gli faccia paura la felicità. Eppure Murray ha imparato presto cosa significhi competere e battagliare, sempre sotto lo sguardo severo di mamma Judy, prima allenatrice e unica consigliera: ha un fratello, Jamie, che da ragazzino promette più di lui; vive in un Paese, la Scozia, dove a 14 anni non ha più avversari e deve emigrare a Barcellona, per crescere; appartiene a una generazione dominata da due leggende come Federer e Nadal. Per qualche anno, la sua carriera andrà a braccetto con quella del «gemello» Djokovic, nato sette giorni dopo di lui: sono gli «altri due», quelli che raccolgono qualcosa solo quando le divinità Roger e Rafa riposano. Ma mentre Nole invertirà il trend, lui dovrà veder sfumare quattro finali Slam e sentirsi dare dello scozzese quando perde e dell’inglese quando vince prima di ingaggiare Lendl, che da giocatore era passato attraverso le stesse delusioni. DIVERSO E finalmente conquista il cuore di tutti i britannici, con l’oro olimpico a Londra, gli Us Open 2012, primo Slam maschile del Paese dopo 76 anni, due Wimbledon, un Masters e il numero uno in un’epoca in cui appena tre giocatori (Federer, Nadal e Djokovic, appunto) si dividono 50 Slam su 60. E poi Andy è diverso, nelle conferenze stampa non si limita a commentare un dritto o le condizioni del campo. E’ arguto, spiritoso, ci mette la faccia: cresciuto in un ambiente femminile, con mamma Judy e la compagna di sempre Kim, nel 2014 sfiderà le convenzioni di un mondo che discute ancora se sia giusto dare gli stessi premi a uomini e donne, ingaggiando come coach Amelie Mauresmo. Si schiererà per l’indipendenza della Scozia e quando esploderanno delicati casi doping, andrà controcorrente chiedendo maggiori controlli. Kyrgios, che lo venera, dirà che «Murray è troppo intelligente per giocare a tennis, e qualche volta se ne accorge anche in campo». Ci mancherai, Muzza.


Murray, grande anche fuori dal campo (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

AIla soglia delle 32 primavere, Andy Murray è il primo dei Fab 4 ad alzare bandiera bianca e appendere la racchetta al chiodo. Ha annunciato, in conferenza stampa, che l’Australian Open potrebbe essere il suo ultimo torneo anche se ambirebbe salutare il tennis giocato durante Wimbledon. I forti dolori all’anca gli rendono problematici anche i più semplici gesti quotidiani e gli impediscono di allenarsi con la necessaria continuità. Una notizia che ha colto impreparati i tifosi, ma che all’interno dello spogliatoio aleggiava da tempo. Ha comunicato la decisione a modo suo, confermandosi un grande anche al di fuori del campo. Andy si è sempre dimostrato acuto e intelligente, con una visione della vita a tutto tondo, tanto da influenzare il tennis in tante nuove direzioni. Scozzese di nascita, si era schierato apertamente per la secessione da Londra e per questo motivo non era stato accolto a braccia aperte dai sudditi della Regina Elisabetta. Ma con le due medaglie d’oro olimpiche, i tre Slam e i 14 Masters 1000 è arrivato anche il perdono. Non pago, non ha esitato a mandare un grande segnale di cambiamento nell’ovattato tennis maschile facendo sedere nel suo box, in qualità di coach, l’ex giocatrice francese Mauresmo. È sembrato fin da subito evidente che Andy guidava a sinistra perché obbligato, ma saltava spesso e volentieri il rito del tè alle cinque. Murray mi piacque fin da subito per quell’atteggiamento lagnoso che nascondeva una tempra da vero agonista. L’impostazione da campi rapidi si notava nelle esecuzioni slice, nella perfetta impugnatura nel gioco di volo e nella sicurezza in fase di risposta. Da dietro non mostrava un tennis particolarmente equilibrato a causa di un dritto poco penetrante e molto conservativo. Di tutt’altra pasta appariva il rovescio bimane che brillava in ogni circostanza tramite soluzioni mai banali. La mano morbida spesso sopperiva all’indole sparagnina e alla posizione sul campo troppo spesso arretrata. Aveva ben presto capito che per sedere al tavolo dei migliori avrebbe dovuto lavorare sodo per incrementare le soluzioni e risultare efficace su tutti i terreni. Dalle sconfitte imparava sempre qualcosa e perseverava nella costruzione del fisico, prendendo confidenza con la pressione e con le aspettative del popolo inglese. Alla fine , se guardiamo i risultati, non possiamo che inchinarci di fronte a un campione che, pur avendo dovuto incrociare le racchette con tre dei più grandi della storia, complessivamente li ha battuti in 29 occasioni. Si arrende solo al peggiore degli avversari: a fine carriera si collocherà primo degli umani o ultimo dei Fab 4?


Murray, lacrime in segno di resa (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

E il primo pezzo dei Fab Four che se ne va. Non il più giovane, perché Novak Djokovic è nato un paio di settimane dopo di lui, ma l’unico inglese come i Quattro di Liverpool, detentori del marchio. Un’era che inizia tramontare, o meglio che si sfalda lentamente. «Vorrei smettere di giocare a Wimbledon», ha detto ieri a Melbourne Andy Murray, la voce rotta dall’emozione, le lacrime che gli allagavano gli occhi. «Ma non so se riuscirò ad andare avanti per altri cinque o sei mesi». L’ultimo atto, la resa, l’annuncio di un tour di addio che non si sa neppure se avverrà, il capitolo finale di un calvario iniziato il 19 luglio di due anni fa, quando Andy, dolorante e claudicante, se ne è uscito dal Centre Court di Wimbledon dopo aver perso in cinque set il suo quarto di finale contro Sam Querrey. l’anca destra, che lo tormentava da anni, quasi da sempre, ormai era un giacimento di sofferenza. A Wimbledon, il torneo che era riuscito a vincere per due volte, primo inglese a 77 anni di distanza dai trionfi di Fred Perry, il local hero ha dovuto rinunciare lo scorso luglio. Era tomato in campo al Queen’s, dopo 346 giorni di stop e l’intervento chirurgico a lungo rimandato e poi accettato come un calice amaro (e inutile) dodici mesi fa proprio a Melbourne, ma alla vigilia dei “suoi” Championships aveva dovuto comunque rinunciare. Poi uno stillicidio di match giocati e tornei rifiutati, fino alla decisione finale. Ieri lo hanno salutato un po’ tutti, colleghi e sportivi famosi come Francesco Molinari, lui si è concesso un tweet insieme a mamma Judy. «Cosa c’è di meglio delle coccole di mamma dopo un giorno duro?». Sorrideva, come non gli è capitato spesso in questi mesi «A dicembre, durante la preparazione – ha spiegato – avevo avvertito il mio team che non potevo continuare così. Che avevo bisogno di metterci un punto alla fine, perché stavo continuando a giocare senza un’idea di quando il dolore sarebbe passato. Ho detto ai ragazzi: “Guardate, posso farcela a tirare avanti fino a Wimbledon”. È lì che vorrei smettere di giocare. Posso ancora giocare ad un certo livello, ma non a quello dove mi fa piacere giocare. E poi non è solo quello: il dolore è troppo. Ho fatto tutto quello che era possibile per guarire, ma non ha funzionato». È un po’ se Murray, che a Church Road nel 2012 ha vinto anche un oro olimpico, in finale su Federer (oro replicato a Rio 2016), e che poi sul Centre Court aveva alzato due volte il copione dorato, nel 2013 e nel 2016, avesse compiuto la sua missione. Il ragazzino scarmigliato e ruvido come il tweed, scozzese e anti-inglese si è trasformato in uno degli sportivi più amati delle British Isles, nonostante il tweet indipendentista alla vigilia del referendum per la secessione della Scozia i trionfi tennistici – 45 titoli, il numero 1 conservato per 41 settimane, oltre ai due Wimbledon una coppa degli US Open, cinque finali in Australia, una a Parigi e un successo anche a Roma, il trionfo in Davis del 2015 – lo hanno smacchiato, ripulito, trasformato in un beniamino del pubblico (oltre che baronetto di Sua Maestà), ma non gli hanno evitato una fine carriera precoce, a soli 31 anni. Giocherà a Melbourne, dove era arrivato sentendo ancora dolore (lo spagnolo Roberto Bautista Agul il suo avversario al primo turno testa di serie n. 22), poi chissà. «Una opzione è una seconda operazione, si tratterebbe di ricostruire la superficie dell’anca e mi consentirebbe di avere una migliore qualità di vita, senza dolore. Non ci sono garanzie, e comunque non la farei per tornare a fare il professionista, ma solo per stare meglio tutti i giorni». Con Rafa Nadal alle prese con altri malanni cronici, Roger Federer in lotta con l’età, Djokovic dominante ma già sconfitto a inizio anno, c’è insomma aria di ultimi concerti, per il complesso tennisstico più famoso della storia. Le’ it be, direbbero i loro colleghi di Liverpool.


Andy, ci mancherai (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È una ferita grave l’addolorato commiato di Andy Murray al tennis, nel bagno di lacrime che inzuppa la vigilia degli Open d’Australia. Rende di tremula gelatina i sospirosi pensieri degli amici tennisti, che niente di tutto ciò avevano previsto, e ricorda quanto perfido e crudele sia lo sport ai molti che il ragazzo di Dunblane hanno visto crescere in questi anni trascorsi in top class, e trasformarsi da bimbetto irragionevole a uomo equilibrato, per nulla attratto da quel bisogno di esibire un carattere d’acciaio che altri s’impongono a ostensione della propria virilità agonistica. IL SUO DOLORE Grave perché unisce l’uomo e il tennis in una comune lacerazione, che viene dall’improvviso prender forma delle cose. E poco importa che questo accada sia nel bene sia nel male, perché è quest’ultimo come sempre a far vibrare di suoni cupi le corde dei nostri animi, mentre allunga le sue ombre oltre ogni dove. Appare quasi pudico, Andy, nel parlare del suo dolore, nell’ammettere che uno dei tennisti più celebrati per fisicità e armonia dei gesti, nascondeva una singolare fragilità in quelle ossa da campione, lise già da tempi lontani e poco a poco divenute caduche, ormai sbrecciate e invecchiate come quelle di un anziano. È l’anca destra il problema, e lo è da anni. Andy ammette di aver convissuto con il fastidio, poi con le fitte che sorgevano senza annunciarsi, quindi con il dolore, sempre più forte. Fino a divenire esagerato… Si fece operare un anno fa, proprio in Australia, e non è servito a nulla.I medici lo dissero subito che l’anca aveva subito danni irreparabili. «Forse potrei ricorrere a un nuovo intervento», fa sapere, in guerra con un groppo alla gola che non lo fa respirare, «ma sarebbe più profondo e invasivo del primo. Ci penserò, ma se dovessi decidere di farlo, sarà solo per ritrovare i gesti di una vita normale, non per tomare al tennis. Oggi sogno di poter passeggiare, di infilarmi i calzini di allacciarmi le scarpe senza avvertire dolore». FERITA GRAVE Ma è grave la ferita che Andy mostra nell’annuncio del prossimo addio – «forse già dopo questo torneo, anche se vorrei tanto chiudere a Wimbledon» – anche perché la crepa ha sbrecciato pervla prima volta il muro del più solido castello del tennis, quello del Club dei Più Forti, dei Fab Four. È il primo ritiro fra i governanti del nostro sport. Il primo abbandono tra chi ha avuto funzioni di guida di tutto il movimento. A turno i Favolosi hanno combattuto con i dissesti del loro fisico, e sempre ne sono usciti vittoriosi. […] CARRIERA DA FAVOLA Resta la sua carriera, da quarto fra i favolosi. Tre Slam (Us Open 2012, Wimbledon 2013 e 2016), il titolo dei Championships riconsegnato alla Gran Bretagna 77 anni dopo l’impresa di Fred Perry. Poi i titoli olimpici, due, consecutivi (Londra, Rio). E i 14 Masters 1000 sparsi fra i 45 titoli conquistati. Murray è stato numero uno dal 7 novembre 2016 al 20 agosto 2017, 41 settimane. Nel giorno del primato anche suo fratello Jamie raggiunse il numero uno in doppio, e per qualche settimana la casa di mamma Judy, nella piccola Dunblane, divenne la Club House del tennis. La storia, però, adesso finisce qui. L’addio di Andy annuncia che l’età dell’oro dei tennisti favolosi è ormai giunta agli sgoccioli. Tutto cambia E anche dolorosamente, purtroppo…


Le lacrime di Andy (Il Corriere della Sera)

Sciancato per aver forzato troppo nel cercare di tenere il passo degli Immortali, Sir Andrew Barron Murray detto Andy varca la soglia della pensione a 31 anni, zoppicando. «L’Australian Open potrebbe essere il mio ultimo torneo. Speravo di poter chiudere a Wimbledon ma il dolore è troppo: non credo di poter giocare in queste condizioni fino a luglio». Le lacrime di Andy sono quelle di una generazione perduta. E non è un caso che i pochi intrusi che dal 2003 (primo dei 20 titoli Slam di Federer a Wimbledon) a oggi hanno osato intaccare il monopolio della trimurti — Federer, Nadal, Djokovic — che domina il tennis da 15 anni (51 Slam conquistati in tre) siano finiti malissimo. Juan Martin Del Potro con i polsi martoriati dalle operazioni, Stan Wawrinka con il ginocchio marcio, Marin Cilic positivo a uno stimolante e Andy Murray, giovane padre claudicante. Cresciuto bombardiere di classe da mamma Judy a Dunblane, in Scozia, a 9 anni Murray è già davanti al primo bivio della vita: alle 9.30 del 13 marzo 1996 un uomo armato entra nella sua scuola elementare e uccide 16 bambini. Andy e il fratello Jamie si salvano barricandosi nell’ufficio del preside. Si è pensato che fosse il senso di colpa di essere sopravvissuto alla strage il blocco psicologico che ha costretto Andy a perdere quattro finali Slam (2 a Melbourne, una a Londra e New York) prima di conquistare la prima, l’Us Open 2012 in cima a una gran battaglia con il Djoker. Da li in poi, lo scozzese preferito da sua maestà la regina ha vinto poco ma bene. Due Wimbledon (2013 e 2016) spezzando un digiuno britannico lungo 77 anni (l’antenato è Fred Perry), due ori olimpici (nel 2012 negandolo a Federer, nel 2016 dopo un’epica lotta con Del Potro), la Coppa Davis 2015 contro il Belgio, anche in quel caso rompendo un tabù di 79 anni. Se il potere logora chi non ce l’ha, il tennis non guarda in faccia a nessuno. L’anca sbilenca operata inutilmente un anno fa che costringe il baronetto ad appendere la racchetta al chiodo, è il lascito dell’usura dello sport moderno da cui nessuno si salva. «Sto pensando seriamente di tornare sotto i ferri. Non per tentare di essere di nuovo un tennista ma per garantirmi, forse, una qualità di vita migliore» ha detto Andy nella sala stampa attonita di Melbourne perché solo gli intimi del clan Murray sapevano che il problema è maledettamente serio. Parlandone da vivo, ricorderemo Andy Murray per la rocciosità di un tennis forgiato dalle intemperie delle Highlands scozzesi ma capace di lampi di luce anche sulla terra battuta (gli anni dell’adolescenza li ha passati in Spagna a spazzolare il rosso), per la tensione emotiva dei suoi match sul centrale dell’All England Club, capaci di far deragliare l’Inghilterra dal tè delle cinque, e per l’apertura mentale dimostrata nello scegliere, giugno 2014, un coach donna (l’ex numero uno francese Amelie Mauresmo) per risalire quella classifica Atp di cui è stato meritevole n.1 nell’anno di grazia 2016. Il numero 230 del mondo affronta lo spagnolo Bautista Agut al primo turno dell’Australian Open, e non è detto che ne esca intero. Merita un ultimo palcoscenico in Church Road, ammesso che ci arrivi. E sempre stato il più fragile dei Big Four, è il primo che lascia. Una coerenza di cui gli va reso merito.


L’erede di Perry diviso tra radici scozzesi e il tifo british (Gianni Clerici, Repubblica)

Mi si chiede un ritrattino di Andy Murray, a me che appena viene in mente che ha vinto Wimbledon (nel 2013 e 2016), e mi ricordo della volta in cui stava in posa, beato, davanti alla statua di Fred Perry. Perry, il britannico che l’aveva preceduto nell’impresa, ben tre volte a Wimbledon. Fianco a me, era il mio amico Alan Little, il capo bibliotecario, autore di una decina di libri sul tennis. Ineccepibili, quanto a esattezza cronistica. «Perché non sorridi Alan?», mi venne da dirgli, scorgendo in lui un’aria lieta sì, ma non proprio simile alla mia, quando Pietrangeli aveva vinto per la prima volta gli Internazionali d’Italia. «Perché» rispose l’amico, «ha votato per gli scozzesi, e non per noi, very english». Nel referendum del 2014, Andy era stato onestamente contemporaneo, e antibrexit. Anche se, dopo quel Sì scarabocchiato a mano, non aveva mai creduto di confermarlo, quando un collega curioso, o in cerca di notorietà, glielo chiedeva in conferenza stampa. Di Andy ricordo altresì qualcosa di personale, che spiegava il suo modo di giocare, anche quello poco british, com’era stato invece Fred Perry. Fred arrivava vicino a rete, tutte le volte che poteva, al seguito di una battuta non esplosiva quanto il diritto, ma comunque due colpi da erba. Andy aveva sì un ottimo diritto d’attacco, ma un servizio che non si poteva certo chiamare “cannon ball”. Nonostante la regolarità e il piazzamento. Capii qualcosa in più di simile scozzese britannizzato (forse sarebbe meglio anglizzato) la volta in cui sua mamma Judy mi portò a visitare Wimbledon, e il suo nuovo Centrale col tetto, sul quale un presidente mi aveva assicurato che gli inglesi non avrebbero mai messo piede. «Meglio la pioggia e la tradizione». Judy mi disse di esser stata lei a inviare Andy, ancora ragazzo, a Barcellona. «Perché il tennis non è più quello degli inglesi, né degli americani. Il tennis è diventato spagnolo. E il mio bambino come gli spagnoli giocherà». Infatti.


Seppi invece suona la nona (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

Australia e anca, ma anche il nome (Andy e Andreas). Sono diversi i motivi di comunanza tra Murray e Seppi. Solo che, per fortuna del nostro, l’anca non ha mai creato al biondino di Caldaro gli stessi gravi problemi che invece stanno per mettere fine alla carriera del rosso di Dunblane. Andreas ne ha sofferto in passato, in particolare nel 2016, ma è riuscito sempre a evitare l’intervento, che invece nel caso di Andy è stato inevitabile e che forse verrà replicato per lasciare Murray tranquillo in futuro. Seppi con regolarità, una volta ogni sei mesi (a fine anno, sfruttando la pausa agonistica del circuito, e in primavera), si sottopone a un trattamento della parte con infiltrazioni che, insieme allo stop di tre settimane, gli stanno consentendo di restare ai livelli di sempre (ha iniziato l’anno da n. 37 del mondo). L’Australia, che per Murray ha significato cinque finali agli Australian Open (2010, 2011, 2013, 2015, 2016) e due vittorie nei tornei Atp (Brisbane 2012 e 2013), è terra felice anche per Seppi, che oggi disputerà la sua prima finale a Sydney (dopo le due semifinali raggiunte nel 2006 e nel 2013) e che per quattro volte ha raggiunto gli ottavi agli Australian Open (2013, 2015, 2017, 2018). A Melbourne, oltre che per i tanti match vinti al quinto set, lo ricordano soprattutto per la partita perfetta giocata nel 2015, quando nel terzo turno eliminò Roger Federer in quattro set. Tomando all’immediato, in attesa degli Australian Open («Non so spiegare perché qui gioco sempre bene», dice l’altoatesino che gradisce il caldo ma che da Caldaro ha preso residenza a Bouldei; sui monti del Colorado), Seppi oggi a Sydney avrà un vantaggio non da poco: l’altra semifinale Simon-De Minaur è stata rinviata per pioggia, quindi il suo avversario tornerà in campo a stretto giro di finale. Meglio così, dopo aver battuto i n. 1 e 3 del torneo, Tsitsipas e Schwartzman


Wonder Serena torna in caccia (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Per Chris Evert, la Signorina di Ferro del tennis degli anni ’70 e ’80, le avversarie di Serena Williams in Australia farebbero bene «ad avere paura». Nonostante i 37 anni, un marito e una figlia a carico e mille impegni fuori dal campo, la Pantera ha un obiettivo ben preciso, ed è disposta (quasi) a tutto pur di raggiungerlo: il record di 24 Slam di Margaret Court. «Mi sembra molto, molto rilassata, e decisamente più in forma rispetto allo scorso anno», sostiene la Evert, che di Slam, battagliando anche con la Court, e poi con Martina Navratilova, ne ha vinti 18. «La riflessione spaventosa (sì, ha detto proprio così: “scary”) è che le altre a questo punto stanno pensando: “Oh mio Dio, l’anno scorso era al 60, 70 per cento e ha raggiunto due finali dello Slam. E ora sembra più magra, più in forma e si muove molto meglio…”». Mentre i Fab Four lentamente si sfaldano, lei pare ringiovanire. Dopo la famosa finale persa agli US Open con Naomi Osaka, quella della baruffa verbale con Carlos Ramos seguita da mille polemiche, Serena non ha più giocato un match ufficiale. È tornata in campo alla Hopman Cup, accendendo insieme a Roger Federer l’interesse planetario per un confronto che non si era mai visto prima. Ora però si fa sul serio. Gli ultimi otto Slam, quindi parliamo di due anni, hanno avuto otto vincitrici diverse, una anarchia prolungata e agevolata prima dall’assenza di Serena per parto, poi da un 2018 che la ex regina ha vissuto incostantemente, sette tornei giocati e neppure una colpa alzata, ma lasciando intendere che una volta smaltiti definitivamente gli effetti collaterali della gravidanza sarebbe tornata a reclamare il suo trono. Una motivazione in più, se mai fosse necessaria, gliela fornisce il nuovo ruolo che si è ritagliata, quello di leader del movimento mondiale delle mamme lavoratrici, creato a botte di post sui social network. «Serena è molto pericolosa quando è in forma e in salute – concorda Chrissie – e le sue motivazioni sono sempre state fortissime, con o senza la famiglia. Ora che ha questa doppia identità da mamma e da atleta non potranno che aumentare”. Fra l’altro l’ultimo Slam lo firmò proprio agli Australian Open nel 2017, il primo della serie “anarchica”, quando già era incinta di Alexis Olympia, e martedi nel suo debutto a Melbourne si troverà davanti un’altra tennista genitrice, la tedesca Tatjana Maria, numero 71 del mondo, mamma della vispa cinquenne Charlotte. Vedremo se, come è accaduto a Perth per merito di AO” (stesse iniziali di Australian Open, tanto per capirci), in tribuna ci sarà anche un baby-show di supporto allo spettacolo tennistico. Nei quarti di finale, fra l’altro, Serena potrebbe incontrare sua sorella ‘sorella Venus, dunque si prospetta un trionfo del tennis a conduzione famigliare. E la concorrenza? Simona Halep è una numero 1 molto tentennante, la campionessa uscente Caroline Wozniacki nei confronti della sua amica Serena ha un consolidato inferiority complex tennistico, mentre Angelique Kerber l’ha già battuta tre volte, due in una finale Slam (in Australia nel 2016 e l’anno scorso a Wimbledon), quindi è l’avversaria sulla carta più pericolosa di un gruppetto di pretendenti che comprende Naomi Osaka, Sloane Stephens, Elina Svitolna, Karolina Pliskova, Petra Kvitova e forse la rampante Aryna Sabalenka. Una insidia aggiuntiva le può arrivare dagli strascichi del drammone newyorkese. Il fumo delle polemiche per ora sembra evaporato – e Ramos a Melbourne non arbitrerà nessuno dei suoi match – ma già gli esperti in “cold case” sono in agguato. «Non ho tempo per pensare al passato», ha spiegato a Perth, dove durante gli allenamenti sfogliava “Unlearn”, un libro di Barry O’Reilly che spiega come rivedere le proprie strategie di vita «Io penso al futuro». Ecco, questo sì che dovrebbe spaventare le sue avversarie

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Rassegna stampa

La “decima” di Federer ad Halle nella stampa italiana (Oriani, Grilli, Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 24 giugno 2019

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La decima di Roger. Ad Halle taglia un altro traguardo (Massimo Oriani, La Gazzetta dello Sport)

Prima o poi finirà, perché nessuno ha mai sconfitto il tempo. E allora qualche lacrimuccia ci righerà il viso. Perché veder giocare Roger Federer rappresenta la sublimazione della bellezza che lo sport esprime nelle sue diverse forme. King Roger ha fatto 10. Ma pure 102. E aggiungiamoci anche 19. Numeri con i quali si potrebbe riempire un’enciclopedia. Il trionfo sull’erba tedesca, il decimo nel torneo di Halle, è stato anche il suo 102° in camera, ormai a soli 7 dal primato di Jimmy Connors. E il 19° sulla superficie che predilige (…).

Avrebbe potuto esserci Berrettini dall’altra parte della rete, invece c’era David Goffin, sconfitto 7-6 (2) 6-1. Poco male, Matteo, 23 anni, ha tempo per rifarsi. Tempo che invece per lo svizzero sembra essersi fermato. A 37 anni, 10 mesi e 16 giorni, è il più vecchio a conquistare un torneo Atp dal 1977, quando il 43enne Ken Rosewall trionfò a Hong Kong. Roger giocò la prima volta ad Halle nel 2000. Aveva 18 anni. Allora in campo a contendergli il titolo c’erano anche Ivan Ljubicic, che ora lo allena, e Thomas Johansson, oggi coach di Goffin. «Nei primi 10 giochi è stato più bravo lui – si schermiva poi Roger -. Ha avuto delle grosse chance per chiudere il set. Poi ho disputato un ottimo tie break. Alla fine ho giocato del gran tennis, non potrei essere più felice. Ogni volta che ho vinto ad Halle poi ho fatto bene anche a Wimbledon. Certo, non è garanzia di successo, sono nel Tour da abbastanza tempo per capirlo. La cosa più importante è che sto bene fisicamente. Ora mi riposerò per un paio di giorni e poi inizierò la preparazione per Londra». Federer ha raggiunto la doppia cifra di successi in un torneo per la prima volta in carriera (a Basilea è fermo a 9, con 8 vittorie a Wimbledon e Dubai), affiancando Nadal come unico di sempre, nell’era Open, a riuscire nell’impresa: il maiorchino ha vinto 12 volte il Roland Garros, 11 Barcellona e Montecarlo. (…)

 

«Arrivare a quota 10 titoli qui è davvero qualcosa di speciale» ha chiuso Federer, che a Wimbledon dovrebbe essere testa di serie n.2 (evitando quindi Djokovic sino all’eventuale finale) per via dell’algoritmo che tiene conto del seeding e dei risultati sull’erba. (…)

Federer sente aria di Wimbledon e vince ad Halle per la decima volta (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Quell’erba così spelacchiata, e la folla adorante tutt’intorno, in attesa di un suo gesto regale, fosse un dritto a sventaglio o una carezza sotto rete, devono essergli sembrati – su scala naturalmente ridotta – troppo simili a corme apparirà il sacro Centrale di Wimbledon tra una ventina di giorni, per non approfittarne. E non poteva certo essere il buon Goffin a turbare la domenica tedesca di Roger Federer che malgrado un tennis ancora imperfetto per i suoi canoni ha conquistato per la decima volta la vittoria ad Halle, il suo torneo preferito (staccata Basilea, dove ha trionfato 9 volte), raggiungendo Nadal nell’esclusivo club dei giocatori capaci di vincere un torneo dieci o più volte (Rafa, il solito esagerato, ha vinto 12 volte al Roland Garros,11 a Montecarlo e Barcellona). Per il campione svizzero, è il terzo successo del 2019 (è il primo a riuscirci) dopo Dubai e Miami, il numero 102 (19° sull’erba) di una carriera infinita, a -7 dal record di Jimmy Connors, che non sembra più così irraggiungible come appariva qualche anno fa. Dopo aver tanto sofferto in settimana contro Tsonga e Bautista Agut, il campione svizzero è sembrato in difficoltà ande nel primo set di ieri, dove Goffin – che ha confermato i progressi già messi in nostra meno Zverev e il nostro Berrettini (da oggi 20° al mondo, suo nuovo record) – ha spesso comandato il palleggio, soprattutto quando riusciva a caricare il suo splendido rovescio a due mani. Un tie-break alla Federer, però, ha scavato un solco tra i due e nel secondo set non c’è più stata partita.

(…)

A dimostrazione che il tennis moderno è (anche) uno sport per veterani, ha fatto festa ieri un altro ragazzo dell’ ’81, quel Feliciano Lopez  (…) che sta disputando la sua ultima stagione agonistica e che abbiamo visto a maggio nelle nuove vesti di direttore del torneo di Madrid. Sceso al numero 113 della classifica mondiale (è arrivato però fino al 12° posto, nel 2015) e costretto ormai a giocare le qualificazioni nella maggior patte dei tornei, il mancino di Toledo he sfruttato al meglio la wild card regalatagli dal Queen’s Cub di Londra – l’ultimo torneo dove aveva vinto, due anni fa – e con il suo commovente tennis d’attacco ha avuto la meglio ieri, dopo quasi tre ore di lotta, di un altro giovanotto, il trentaquattrenne francese Simon. (…)

Federer cuore d’oro, regali ai raccattapalle (Gianni Clerici, La Repubblica)

Ho visto, nelle immagini tv, non soltanto Roger Federer nella sua finale, ad Halle, ma ho intuito, in uno dei motoscafi scortati da elicotteri, Barack Obama sul lago di Como. Tutti sapete chi sono i due personaggi, ma c’è una similitudine che li apparenta più di quanto si creda. Federer è il tennista che ha vinto di più. Nella cittadina tedesca, ha fatto in modo di vincere il suo 102° torneo. Obama è stato il Presidente degli Stati Uniti. Nel vederli, o quanto meno nell’intuirli, ho pensato alla loro perfetta educazione, per avere sentito più volte Obama in manifestazioni pubbliche, e molte volte Federer in conferenze stampa dal vivo. Stavolta però, dopo aver battuto il belga Goffin, Roger si è quietato e ha iniziato una sorta di cerimonia degna di Obama. Ha distribuito a tutti i raccattapalle – ripeto: a tutti, almeno 60 – una medaglia, infilandogliela al collo. Ha creato non meno di 4 discorsi per i vari organizzatori del torneo, soprattutto per Herr Weber, il cui padre, Gerry, ebbe per primo l’idea di inventare un campo in erba nell’Europa continentale.

(…) Per chi non abbia assistito alla partita di tennis, mi par giusto dire che Federer ha impiegato solo un set per convincere il suo avversario Goffin di essergli superiore.

(…). Ora Goffin, giunto quasi a 29 anni, non mi sembra più in forma del suo straordinario avversario a 38, ma tiene tuttavia un onorevole standard con il quale ha raggiunto il tie-break, prima che lo svizzero lo superasse 7 a 2. Dopo il set iniziale Federer ha trovato meno resistenza e maggior efficienza a rete per vincere, e per la 10a volta, il torneo di Halle, su 13 disputati. Arriva così, a quota 102, a minacciare Connors a 109 tornei. (…)

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Rassegna stampa

Halle, Berrettini out. Federer per la 10°. Barty verso il n. 1 (Cocchi). Niente decima sull’erba. Berrettini dà buca al Re (Grilli). Federer per il 10 con lode (Guerrini)

La rassegna stampa di domenica 23 giugno 2019

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Halle, Berrettini out. Federer per la 10°. Barty verso il n. 1 (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Che David Goffin sarebbe stato un rivale pericoloso si sapeva. E infatti Matteo Berrettini ha fermato la sua corsa al secondo titolo sull’erba proprio in semifinale. Ad Halle il 23enne romano, alla prima semifinale di un torneo Atp 500 e a meno di una settimana dal successo di Stoccarda, è uscito battuto 7-6(4) 6-3 dal belga ora numero 33 al mondo. Alla nona partita in due settimane si è dunque interrotta la serie positiva di Matteo, che prima di questo confronto sui prati aveva perso un solo set, subendo un unico break nel derby di secondo turno contro Seppi, quando ha ceduto la battuta dopo 69 turni di servizio. Federer avanti Sfuma così per Matteo il sogno di una finale sull’erba contro Roger Federer che oggi, contro David Goffin tenterà di conquistare il decimo titolo ad Halle. Roger si è liberato facilmente del francese Herbert, specialista del doppio. Lo svizzero ha chiuso la pratica in un’oretta con un doppio 6-3. Per lui è la finale numero 155 in carriera, con 101 trofei, l’ultimo lo scorso marzo al Masters 1000 di Miami. «Sono davvero felice di avere un’altra occasione qui ad Halle. Quando lo scorso anno ho perso, non sapevo se sarei riuscito a tornare». Nell’anno del ritiro Feliciano Lopez, a 37 anni, batte Felix Auger Aliassime e vola in finale al Queen’s Club di Londra dove è impegnato anche in doppio con Andy Murray. Si contenderà il titolo con Gilles Simon che ha eliminato Daniil Medvedev. Ashleigh Barty è in finale oggi a Birmingham dove affronterà la tedesca Julia Goerges. Un doppio obiettivo per la campionessa del Roland Garros: vincere ll titolo e conquistare così la vetta del ranking femminile superando Naomi Osaka. Ashley scatenata

Niente decima sull’erba. Berrettini dà buca al Re (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

 

Peccato. Niente finale da sogno contro Roger Federer per Matteo Berrettini, battuto nella semifinale del torneo di Halle dal belga Goffin, in grande progresso dopo un anno da dimenticare. Peccato, ma il ragazzo romano – reduce dal successo erbivoro di Stoccarda – ha comunque poco da rimproverarsi. Forse ieri è stato meno incisivo alla risposta (solo il 38% di punti vinti sul secondo servizio dell’avversario), non riuscendo così a mettere troppo sotto pressione il belga. Bravo Goffin a reggere con la sua agilità e facilità di corsa la potenza degli scambi dell’azzurro, anche sulla temuta diagonale del dritto, bravo a rispondere sempre meglio, gioco dopo gioco. Decisivo probabilmente è stato il primo set, perso dall’azzurro malgrado abbia ottenuto un punto in più rispetto al belga (42 contro 41). […] Nella seconda partita, Berrettini si è salvato da 15-40 sul 2-3, ma all’ottavo gioco ha perso il servizio per la seconda volta nella settimana (la prima, nel secondo turno contro Seppi). Sul 5-3 Goffin non ha tremato ed ha chiuso facilmente, conquistando la prima Cede a Goffin e manca la finale con Federer, che lo elogia: «Da tener d’occhio a Wimbledon» finale dopo un anno e mezzo. Per Matteo la consolazione del suo nuovo record in classifica (da 22° salirà alla 20^ o 21^ posizione) e la sempre maggiore considerazione da parte degli avversari, come dimostrano le parole pronunciate venerdì da Federer. «Ho seguito i progressi di Berrettini e sono rimasto molto colpito – ha affermato il campione di Basilea – Vincere a Stoccarda senza perdere mai il servizio è stato impressionante. È un tennista da tenere d’occhio anche a Wimbledon». Oggi contro Goffin l’elvetico andrà a caccia del suo decimo titolo sull’erba di Halle, il numero 102 di una carriera infinita, a -7 dal record di Jimmy Connors. Da un Re eterno a una Regina possibile. Se oggi la Barty, campionessa al Roland Garros, vincerà il torneo di Birmingham, diventerà la nuova numero 1 del tennis femminile, scavalcando la Osaka.

Federer per il 10 con lode (Piero Guerrini, Tuttosport)

Roger Federer fa 13, finali. Lui ci sarà, ma non troverà Matteo Berrettini. La lunga corsa sui prati del romano si ferma dopo 8 successi,16 set annessi e uno solo concesso, al cospetto di David Goffin. Non è tanto questione di stanchezza, piuttosto di qualità del belga che è giocatore originale, non omologato al tennis di oggi. Eppure Matteo ha lottato ancora. Ha avuto le prime palle break, due consecutive nel sesto gioco, annullate con coraggio dal belga, che poi alla terza opportunità con un ace ha ottenuto il 3-3. Berrettini è arrivato anche 5-4 e 6-5, poggiando sul solito servizio bomba. Ma al tie break ha ceduto. E poi Goffin è salito in cattedra. Berrettini anche nella sconfitta ha confermato maturità e tenuta mentale di alto livello, ma Goffin ha strappato il servizio che è valso la finale alla seconda opportunità nell’ottavo gioco. Poco da rimproverare per il romano che questa settimana non andrà ad Eastbourne e ricaricherà le pile in vista di Wimbledon, al via il primo luglio. Piuttosto, in prospettiva Wimbledon proprio Re Roger ha battuto un colpo importante, crescendo partita dopo partita ad Halle fino a raggiungere la sua tredicesima finale. Goffin ha vinto una sola volta su otto precedenti. Oggi Federer insegue il titolo 102, alla finale 155. Numeri inenarrabili che neppure illustrano la sua grandezza unica. […] La buona notizia arriva da Eastbourne al femminile, dove si registra il rientro di Camila Giorgi, nel torneo con 8 top ten. La 27enne marchigiana, numero 39 del ranking mondiale, per l’infortunio al polso ferma da tre mesi, dal torneo di Miami, è stata sorteggiata al primo turno con Su-Wei Hsieh. E’ stata l’ultima italiana a raggiungere i quarti a Wimbledon.

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Rassegna stampa

Berrettini, avanti un altro inseguendo il re Federer (Cocchi, Azzolini, Grilli, Clerici)

La rassegna stampa del 22 giugno 2019

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Berrettini, avanti un altro inseguendo il re Federer (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Come si diverte questo Matteo Berrettini erbivoro. Ama il veloce, vince sulla terra e, adesso, dopo il primo titolo sui prati di Stoccarda, conquista a Halle la prima semifinale di un Atp 500 in carriera. Ieri, nei quarti di finale, ha spedito a casa (per la terza volta) Karen Khachanov in due set e oggi, in semifinale, lo aspetta David Goffin. Il folletto belga ha battuto un Sascha Zverev ancora in fase di ricostruzione dopo la lunga crisi che l’ha colpito da inizio stagione. Ora nel suo box è tornato anche Ivan Lendl pronto a risollevare il suo giocatore in prospettiva Wimbledon. Pericoli. Non sarà un match facile quello di Matteo contro il belga, veloce in risposta e pericoloso con le sue traiettorie incrociate, ma il romano ha già dimostrato di farsi trovare pronto nei momenti che contano: «E’ quello su cui stiamo lavorando e che per me fa davvero la differenza – ha detto Vincenzo Santopadre, coach di Berrettini fin da quando era un bambino -. A questo livello è ovvio che ogni rivale è pericoloso e ha qualità che possono metterti in difficoltà, ma Matteo sa bene che per prima cosa deve essere pronto lui. Se tu scendi in campo preparato e consapevole, allora puoi giocartela». Se l’è giocata eccome Berrettini: sesta semifinale in carriera, la quarta nelle ultime otto settimane, nove vittorie su nove sull’erba, compresi i match di Davis. Insomma, un exploit sui prati che pochi avrebbero immaginato: «Per fortuna o purtroppo, Matteo ci sta abituando a continue sorprese in positivo – spiega ancora Santopadre -. Su questa superficie si è trovato benissimo fin dai match a Calcutta in Davis. […] Un atteggiamento completamente diverso rispetto allo scorso anno quando aveva giocato qualche partita sull’erba prima di Wimbledon». Salta Eastbourne. Intanto, proprio in vista dell’appuntamento Slam, Berrettini si è cancellato dal torneo di Eastbourne della settimana prossima: «Bisogna preservare le energie, diciamo che l’erba adesso l’abbiamo testata, a Wimbledon bisogna arrivare freschi». Intanto, dopo la vittoria in tre set contro Bautista Agut, Roger Federer, all’inseguimento della vittoria numero 10 sull’erba tedesca, conquista la semifinale contro Herbert. Il francese ieri ha superato il campione in carica Borna Coric vittima di un infortunio alla schiena. All’orizzonte, per Berrettini, il sogno di una finale sull’erba con Roger: «Sì, sogno è la parola esatta – conclude Santopadre -. Non si sono mai incontrati, sarebbe un privilegio, un premio per tutti i bei risultati fatti fino a ora».

Matteo, erba d’oro (Massimo Grilli, Il Corriere dello Sport)

 

Koshmar: Incubo, nella lingua russa. E un autentico koshmar è diventato il sempre più strabiliante Berrettini per il moscovita Karen Khachanov, testa di serie numero 3 di Halle e 9 del mondo, battuto per la terza volta quest’anno, la seconda sull’erba tedesca in due settimane. Dopo aver dominato l’avversario negli ottavi di Stoccarda (6-4 6-2 il punteggio) ieri Matteo si è praticamente ripetuto (6-2 7-6): dopo un primo set mai in discussione, nella seconda partita c’è stato maggiore equilibrio, per merito soprattutto di Khachanov che ha alzato molto il suo livello di gioco. il ragazzo romano però non è stato mai in serio pericolo, se sorvoliamo sulle tre palle break annullate nel secondo gioco, trovando regolarmente nei momenti difficili la giusta contromossa, fosse l’ennesima bastonata da fondocampo o la smorzata di dritto che ormai esegue a memoria. Nel tie break, poi, ha sfruttato l’unico passaggio a vuoto del russo per chiudere sotto rete con un paio di ricami da Top Ten. Ecco, è difficile non esagerare con le iperboli nel descrivere il momento di questo ragazzo romano di 23 anni che si disimpegna sempre meglio sull’erba – 9 partite vinte su 9 nel 2019 su questa superficie – che nelle ultime due settimane ha perso solo un set e che nell’anno vanta un interessante bottino di 31 vittorie in 43 partite (percentuale del 72%; Fognini, il nostro numero 1, ha vinto il 59% delle gare disputate). «Sono soddisfatto perché nel secondo set Khachanov era rientrato bene in partita – ha detto Berrettini, alla prima semifinale in un Atp 500 – ma non ho mollato e ho portato a casa la partita Come mi sento? Tutto sta andando molto veloce, devo ancora rendermi bene conto di cosa sta succedendo, ma credo di star giocando un buon tennis, e giocare sull’erba mi piace tanto…». QUINTA FINALE. Berrettini – 22° nel ranking ma già sicuro della 20° posizione – insegue oggi la sua quinta finale stagionale (ha vinto il Challenger di Phoenix, poi a Budapest e Stoccarda, mentre a Monaco di Baviera è stato respinto dal cileno Garin) ma non sarà facile sbarazzarsi di Goffin (prima sfida tra i due), che ieri ha rimontato da 2-4 nel terzo set contro il sempre altalenante Z.verev. Il belga, numero 33 del mondo ma 7° due anni fa, è in ripresa dopo una serie di infortuni anche bizzarri: nel 2017, al Roland Garros, si storse una caviglia, impigliatasi nel telone a bordo campo in un tentativo di recupero, mentre nel 2018 ha perso un mese di gioco dopo che a Marsiglia una pallina lo aveva ferito all’occhio in seguito ad una volée steccata. Questa di Halle è la terza semifinale stagionale (dopo Marsiglia ed Estoril) e non arriva in finale dal Masters del 2017, il picco della sua carriera. […] David, 28 anni, risponde bene, è agile e veloce. Insomma, sarà un test probante per il Berrettini ispirato di questi giorni. Certo, all’orizzonte c’è la finale con un certo Federer.

Matteo sogna Roger (Daniele Azzolini, Tuttosport)

E’ diventato oggetto di studio, Matteo Berrettini. Non ancora per i colpi che porta, per i gesti che fa, per ciò che dice, e nemmeno per i salti sulla panca cui obbliga coach Rianna, che in queste giornate di Halle sta dando il cambio a Vincenzo Santopadre e segue Beretta con lo stesso trasporto di un vecchio rockettaro quando gli Ac/Dc indicano l’autostrada più sulfurea. Certe attenzioni, forse, verranno più in là, quando la rincorsa di Matteo ai piani alti sarà conclusa. […] L’Atp fa sapere, a titolo di esempio, che Matteo è fra i 13 tennisti che negli ultimi 20 anni hanno chiuso un torneo senza cedere il servizio. In tredici per ventuno occasioni in cui l’evento ha preso forma, con Federer a quattro tornei confezionati senza concessioni e Matteo secondo (non da solo) con due tornei, Gstaad 2018 e Stoccarda quest’anno. A questi si aggiungono altri dati significativi, più personali e non meno incoraggianti. La seconda vittoria su un Top Ten, i 69 servizi consecutivi incamerati prima del break comminato da Seppi nel derby poi risolto al terzo set, e una posizione molto vicina alla Top 20, seppure minacciata dall’incalzare di Auger-Aliassime (ieri vittorioso al Queen’s su Tsitsipas) e David Goflin, che ad Halle ha risposto eliminando Sascha Zverev, il quale quando la potenza non basta più, non sa quale strada intraprendere. I due Top Ten, si diceva. In realtà uno, battuto due volte, Karen Khachanov, alla terza disavventura con Berrettini (la prima, se non altro, in posizione esterna ai primi 10). Fatti i conti, si potrebbe dire che il russo abbia un problema con Berrettini, oppure, più semplicemente, che sia meno forte. Non è il caso di generalizzare, ma se vogliamo restare all’erba, allora sì, la risposta è affermativa, Karen è meno forte, anche perché continua ad affrontarla come fosse una superficie come le altre. Discorso inverso per Beretta, che match dopo match mostra un’attitudine sempre più vicina agli standard richiesti dai prati tennistici, usa benissimo i due colpi principali del repertorio, e non si fa stuzzicare troppo sul rovescio, che a tratti usa d’attesa, altre in approccio per andare a rete, e il più delle volte per confezionare smorzate a misura d’avversario. Con questi presupposti, Khachanov, pure sospinto dalla volontà di vendicare l’offesa di Stoccarda, non poteva pensare di avere strada facile. In più se l’è complicata non poco con un lento ingresso in partita, subito tramutato da Matteo in un violento 4-0. Nel secondo set i due si sono concessi qualche regalo. Palla break per l’italiano nel primo game, tre per il russo nel secondo, due per Berrettini nel terzo e nel quinto e una per Khachanov nell’ottavo. Tutte disinnescate, in un’atmosfera sempre più calda. Tutto risolto dal tie break, che Matteo ha giocato senza errori. Subito 3-1, ha retto all’urto disperato di Khachanov portandosi 5-2 per chiudere 7-4. Ora Goffin (ore 13, diretta Supertennis TV), studioso dei rivali mai incontrato prima, mentre dall’altra Federer ha faticato il suo per la nona vittoria (a zero) su BautistaAgut, sollevato però dal non doversi misurare contro Coric (ritiratosi contro Herbert) che lo superò ad Halle in finale 2018. L’idea di una finale Federer-Berrettini comincia a prendere forma.

Berrettini a rete ricorda Panatta e Budge Patty (Gianni Clerici, La Repubblica)

Il ragazzo che vorrebbe diventare giornalista sportivo, al quale suggerisco spesso buoni scrittori che si occupano di sport (l’ultimo è Martin Amis), nel momento in cui Matteo Berrettini batte Karen Khachanov sull’erba di Halle mi domanda, «ma lei, dottore, non ha mai visto un giocatore simile?». Per una volta m’illumina la mente il ricordo di Budge Patty, quando assistetti alla finale di Wimbledon del 1950 e vidi l’amico battervi un altro amico, Jaroslav Drobny. […] Ai tornei Budge si allenava sempre tre o quattro ore, e avendo trovato in me un ragazzo servizievole capace di tirargli decine di palle mentre volleava , mi assuefaceva ad un ruolo di allenatore, perché il termine coach ancora non era diffuso, se non negli Usa. Berrettini mi ricorda Patty, per quel suo diritto abbreviato – ma non impugnato tanto chiuso – per un colpo dal gesto limitato, un rovescio brevissimo e un conseguente drop. Budge potrebbe essere suo nonno, è nato nel 1924 e vinse solo nel ’50 realizzando una doppietta col Roland Garros. Berrettini non ha ancora la sua manina a rete, ma, nel terzo successo su Khachanov (già battuto a Stoccarda e Sofia) ha dimostrato grandi capacità offensive. A parte il primo set, la difficoltà maggiore è stata sul 2-5 nel tie-break del secondo. È solo il secondo italiano, dopo Panatta, che vada a rete istintivamente, Berrettini. Così, come l’americano di Parigi – dove era andato ad abitare – Budge Patty, non è difficile chiamare Berrettini Panatta jr augurandogli altrettanta fortuna, certo maggiore di quella che aveva avuto il fratello di Adriano, Claudio.

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