La stampa italiana sul ritiro di Murray (Scanagatta, Crivelli, Clerici, Semeraro, Azzolini). Seppi invece suona la nona (Viggiani)

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La stampa italiana sul ritiro di Murray (Scanagatta, Crivelli, Clerici, Semeraro, Azzolini). Seppi invece suona la nona (Viggiani)

La rassegna stampa del 12 gennaio 2019

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Lascia in lacrime il braveheart del tennis (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport) 

UNA scena quasi straziante. Andy Murray in lacrime, la voce strozzata, praticamente afono, si alza e abbandona la sala conferenze di Melbourne Park, poi torna e, fra una pausa e l’altra, a capo chino quasi a nascondere il viso inumidito dal pianto, stupisce il mondo della racchetta e annuncia il proprio imminente ritiro. «Sto lottando con il dolore da molto tempo, venti mesi, ed è abbastanza! Ho fatto tutto quel che potevo per provare a star meglio ma non ha funzionato. Sto meglio di qualche mese fa, ma sento ancora molto dolore, troppo. È stato difficile — si ferma e riprende – Non si tratta solo del dolore, è semplicemente… troppo. Non voglio continuare così, non posso. Avevo avvertito il mio team a dicembre… ho detto loro che non potevo andare avanti così, che avevo bisogno di mettere un punto perché stavo giocando senza alcuna idea di quando il dolore si sarebbe fermato. Avrei potuto provare a continuare fino a Wimbledon perché è lì che mi piacerebbe smettere di giocare, ma oggi non sono sicuro di essere in grado di farlo». Un grande campione, lo scozzese di Dunblane, battuto non dai suoi rivali di sempre, quelli che con lui hanno fatto un’epoca conquistando più di un quarto dei 200 Slam dell’era Open, Federer (20), Nadal (17) e Djokovic (14), ma da un’anca dolorante che lo ha messo knock-down fin dalla semifinale parigina del 2017 con Wawrinka — quando lui era ancora n.1 del mondo — e ko adesso, dopo 20 mesi di sale chirurgiche, infermerie, frustrati tentativi di riabilitazione. Il più giovane dei Fab Four, il meno vincente dei 4 Beatles con racchetta a dispetto di un record comunque strepitoso considerando i marziani con cui si è dovuto misurare, 41 settimane da n.1, di 45 titoli, di 3 Slam e di 14 Masters 1000, unico tennista ad aver conquistato 2 ori in due Olimpiadi consecutive (Londra 2012 e Rio 2016) è costretto a buttare l’asciugamano in segno di resa sul suo ring, un rettangolo anziché un quadrato, dove ha corso e lottato come pochi altri, un vero guerriero, il Braveheart del tennis, lui, Sir Andrew Barron Murray, Prometeo punito per aver tentato di far gara pari con gli dei. Dopo un 2018 così disgraziato da essere riuscito ad aggiungere solo 7 vittorie alle 655 di 13 anni, lo scozzese di cui si è sempre detto «Ha la miglior ribattuta di rovescio al mondo», si ritrova precipitato a n. 257, ma ancora non molla del tutto. Vorrà comunque scendere in campo fra un paio di giorni in quell’Australian Open che lo ha visto soccombere in 5 finali per un match quasi impossibile con lo spagnolo Bautista Agut, un tennista fra i più in forma. Ma Andy non si illude. Vorrebbe romanticamente chiudere la sua straordinaria carriera nel suo giardino prediletto, il centre court dell’All England Club, dove ha trionfato due volte (2012 e 2016) e perduto 4 semifinali. Sette anni fa era riuscito a liberarsi del mito-incubo Fred Perry dopo 77 anni di insuccessi Brit a Wimbledon. Per coronare almeno quest’ultimo sogno l’irriducibile Andy si sottoporrà a un ennesimo intervento chirurgico. Più invasivo dei precedenti. Chi scrive deve farsi perdonare di averlo ribattezzato per primo il Ringo Starr dei Fab Four, perché in effetti rispetto ai tre mostri sacri, lo scozzese era stato più fortunato come studente che come tennista. Alle elementari lui e il fratello Jamie erano scampati miracolosamente al massacro di Dunblane (1996): un folle uccise a pistolettate 16 compagni di scuola, e la loro insegnante, prima di suicidarsi. Sul campo da tennis Andy ha vinto tantissimo ma meno degli altri Fab. Però la similitudine con Ringo è ingenerosa: del batterista dei Beatles si diceva che non fosse davvero il migliore in circolazione. Mentre nessun altro tennista è stato un rivale più agguerrito e serio dei magnifici tre. Federer, Djokovic e Nadal: difatti, pur con un bilancio complessivamente negativo, ha battuto 11 volte Roger e Novak, 7 volte Rafa. Ma non li batterà più. Su Ubitennis.com tutto su Andy Murray, la sua storia, le sue vittorie, i commenti dei suoi rivali.

 

Sir Andy si ferma qui (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quelle lacrime, cosa umane perché svelano i tormenti del cuore, moltiplicano la tristezza. La sua personale, perché abbandonare il palcoscenico vinti dal dolore e non per scelta è una sconfitta per ogni artista che si rispetti. E quella degli amanti del tennis, improvvisamente nudi di fronte al primo scossone alla generazione dei Fab Four. IL SOGNO WIMBLEDON I Fantastici Quattro restano in tre: Sir Andrew Barron Murray si ritira. Non subito. Non adesso. Ma l’anca destra logorata da mille battaglie, operata giusto un anno fa, non è guarita, giocare non è più un divertimento, bensì un inutile martirio: «Ho sopportato il dolore per venti mesi, le ho provate tutte. Onorerò comunque il mio impegno agli Australian Open (primo turno ostico contro Bautista Agut, ndr) perché posso ancora competere a certi livelli, anche se non quanto vorrei. Melbourne il mio ultimo torneo? E’ probabile». Andy, seppur piegato dalla sofferenza, coltiva ancora un desiderio: «A dicembre ho parlato con il mio team e ho detto che non potevo continuare cosa, che avevo bisogno di mettere un punto. Cercherò di andare avanti fino a Wimbledon perché è li che vorrei chiudere la carriera, però non sono certo di riuscirci. Sto anche pensando a un’altra operazione, ma non per tornare al tennis, semplicemente per regalarmi una miglior qualità di vita». DRAMMA Perché la sua, di vita, dal 13 marzo 1996 ha dovuto regolarsi con l’ombra tragica e brutale della morte: c’era anche lui, infatti, nella scuola di Dunblane, la sua città, quando Thomas Hamilton uccise 16 bambini in uno dei più spietati massacri della storia del Regno Unito. E quegli spari, quella gioventù in qualche modo strappata, gli rimarranno dentro a lungo, anche da campione affermato, quando nei momenti topici dei match finisce per ritrarsi, difendersi, quasi che gli faccia paura la felicità. Eppure Murray ha imparato presto cosa significhi competere e battagliare, sempre sotto lo sguardo severo di mamma Judy, prima allenatrice e unica consigliera: ha un fratello, Jamie, che da ragazzino promette più di lui; vive in un Paese, la Scozia, dove a 14 anni non ha più avversari e deve emigrare a Barcellona, per crescere; appartiene a una generazione dominata da due leggende come Federer e Nadal. Per qualche anno, la sua carriera andrà a braccetto con quella del «gemello» Djokovic, nato sette giorni dopo di lui: sono gli «altri due», quelli che raccolgono qualcosa solo quando le divinità Roger e Rafa riposano. Ma mentre Nole invertirà il trend, lui dovrà veder sfumare quattro finali Slam e sentirsi dare dello scozzese quando perde e dell’inglese quando vince prima di ingaggiare Lendl, che da giocatore era passato attraverso le stesse delusioni. DIVERSO E finalmente conquista il cuore di tutti i britannici, con l’oro olimpico a Londra, gli Us Open 2012, primo Slam maschile del Paese dopo 76 anni, due Wimbledon, un Masters e il numero uno in un’epoca in cui appena tre giocatori (Federer, Nadal e Djokovic, appunto) si dividono 50 Slam su 60. E poi Andy è diverso, nelle conferenze stampa non si limita a commentare un dritto o le condizioni del campo. E’ arguto, spiritoso, ci mette la faccia: cresciuto in un ambiente femminile, con mamma Judy e la compagna di sempre Kim, nel 2014 sfiderà le convenzioni di un mondo che discute ancora se sia giusto dare gli stessi premi a uomini e donne, ingaggiando come coach Amelie Mauresmo. Si schiererà per l’indipendenza della Scozia e quando esploderanno delicati casi doping, andrà controcorrente chiedendo maggiori controlli. Kyrgios, che lo venera, dirà che «Murray è troppo intelligente per giocare a tennis, e qualche volta se ne accorge anche in campo». Ci mancherai, Muzza.


Murray, grande anche fuori dal campo (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

AIla soglia delle 32 primavere, Andy Murray è il primo dei Fab 4 ad alzare bandiera bianca e appendere la racchetta al chiodo. Ha annunciato, in conferenza stampa, che l’Australian Open potrebbe essere il suo ultimo torneo anche se ambirebbe salutare il tennis giocato durante Wimbledon. I forti dolori all’anca gli rendono problematici anche i più semplici gesti quotidiani e gli impediscono di allenarsi con la necessaria continuità. Una notizia che ha colto impreparati i tifosi, ma che all’interno dello spogliatoio aleggiava da tempo. Ha comunicato la decisione a modo suo, confermandosi un grande anche al di fuori del campo. Andy si è sempre dimostrato acuto e intelligente, con una visione della vita a tutto tondo, tanto da influenzare il tennis in tante nuove direzioni. Scozzese di nascita, si era schierato apertamente per la secessione da Londra e per questo motivo non era stato accolto a braccia aperte dai sudditi della Regina Elisabetta. Ma con le due medaglie d’oro olimpiche, i tre Slam e i 14 Masters 1000 è arrivato anche il perdono. Non pago, non ha esitato a mandare un grande segnale di cambiamento nell’ovattato tennis maschile facendo sedere nel suo box, in qualità di coach, l’ex giocatrice francese Mauresmo. È sembrato fin da subito evidente che Andy guidava a sinistra perché obbligato, ma saltava spesso e volentieri il rito del tè alle cinque. Murray mi piacque fin da subito per quell’atteggiamento lagnoso che nascondeva una tempra da vero agonista. L’impostazione da campi rapidi si notava nelle esecuzioni slice, nella perfetta impugnatura nel gioco di volo e nella sicurezza in fase di risposta. Da dietro non mostrava un tennis particolarmente equilibrato a causa di un dritto poco penetrante e molto conservativo. Di tutt’altra pasta appariva il rovescio bimane che brillava in ogni circostanza tramite soluzioni mai banali. La mano morbida spesso sopperiva all’indole sparagnina e alla posizione sul campo troppo spesso arretrata. Aveva ben presto capito che per sedere al tavolo dei migliori avrebbe dovuto lavorare sodo per incrementare le soluzioni e risultare efficace su tutti i terreni. Dalle sconfitte imparava sempre qualcosa e perseverava nella costruzione del fisico, prendendo confidenza con la pressione e con le aspettative del popolo inglese. Alla fine , se guardiamo i risultati, non possiamo che inchinarci di fronte a un campione che, pur avendo dovuto incrociare le racchette con tre dei più grandi della storia, complessivamente li ha battuti in 29 occasioni. Si arrende solo al peggiore degli avversari: a fine carriera si collocherà primo degli umani o ultimo dei Fab 4?


Murray, lacrime in segno di resa (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

E il primo pezzo dei Fab Four che se ne va. Non il più giovane, perché Novak Djokovic è nato un paio di settimane dopo di lui, ma l’unico inglese come i Quattro di Liverpool, detentori del marchio. Un’era che inizia tramontare, o meglio che si sfalda lentamente. «Vorrei smettere di giocare a Wimbledon», ha detto ieri a Melbourne Andy Murray, la voce rotta dall’emozione, le lacrime che gli allagavano gli occhi. «Ma non so se riuscirò ad andare avanti per altri cinque o sei mesi». L’ultimo atto, la resa, l’annuncio di un tour di addio che non si sa neppure se avverrà, il capitolo finale di un calvario iniziato il 19 luglio di due anni fa, quando Andy, dolorante e claudicante, se ne è uscito dal Centre Court di Wimbledon dopo aver perso in cinque set il suo quarto di finale contro Sam Querrey. l’anca destra, che lo tormentava da anni, quasi da sempre, ormai era un giacimento di sofferenza. A Wimbledon, il torneo che era riuscito a vincere per due volte, primo inglese a 77 anni di distanza dai trionfi di Fred Perry, il local hero ha dovuto rinunciare lo scorso luglio. Era tomato in campo al Queen’s, dopo 346 giorni di stop e l’intervento chirurgico a lungo rimandato e poi accettato come un calice amaro (e inutile) dodici mesi fa proprio a Melbourne, ma alla vigilia dei “suoi” Championships aveva dovuto comunque rinunciare. Poi uno stillicidio di match giocati e tornei rifiutati, fino alla decisione finale. Ieri lo hanno salutato un po’ tutti, colleghi e sportivi famosi come Francesco Molinari, lui si è concesso un tweet insieme a mamma Judy. «Cosa c’è di meglio delle coccole di mamma dopo un giorno duro?». Sorrideva, come non gli è capitato spesso in questi mesi «A dicembre, durante la preparazione – ha spiegato – avevo avvertito il mio team che non potevo continuare così. Che avevo bisogno di metterci un punto alla fine, perché stavo continuando a giocare senza un’idea di quando il dolore sarebbe passato. Ho detto ai ragazzi: “Guardate, posso farcela a tirare avanti fino a Wimbledon”. È lì che vorrei smettere di giocare. Posso ancora giocare ad un certo livello, ma non a quello dove mi fa piacere giocare. E poi non è solo quello: il dolore è troppo. Ho fatto tutto quello che era possibile per guarire, ma non ha funzionato». È un po’ se Murray, che a Church Road nel 2012 ha vinto anche un oro olimpico, in finale su Federer (oro replicato a Rio 2016), e che poi sul Centre Court aveva alzato due volte il copione dorato, nel 2013 e nel 2016, avesse compiuto la sua missione. Il ragazzino scarmigliato e ruvido come il tweed, scozzese e anti-inglese si è trasformato in uno degli sportivi più amati delle British Isles, nonostante il tweet indipendentista alla vigilia del referendum per la secessione della Scozia i trionfi tennistici – 45 titoli, il numero 1 conservato per 41 settimane, oltre ai due Wimbledon una coppa degli US Open, cinque finali in Australia, una a Parigi e un successo anche a Roma, il trionfo in Davis del 2015 – lo hanno smacchiato, ripulito, trasformato in un beniamino del pubblico (oltre che baronetto di Sua Maestà), ma non gli hanno evitato una fine carriera precoce, a soli 31 anni. Giocherà a Melbourne, dove era arrivato sentendo ancora dolore (lo spagnolo Roberto Bautista Agul il suo avversario al primo turno testa di serie n. 22), poi chissà. «Una opzione è una seconda operazione, si tratterebbe di ricostruire la superficie dell’anca e mi consentirebbe di avere una migliore qualità di vita, senza dolore. Non ci sono garanzie, e comunque non la farei per tornare a fare il professionista, ma solo per stare meglio tutti i giorni». Con Rafa Nadal alle prese con altri malanni cronici, Roger Federer in lotta con l’età, Djokovic dominante ma già sconfitto a inizio anno, c’è insomma aria di ultimi concerti, per il complesso tennisstico più famoso della storia. Le’ it be, direbbero i loro colleghi di Liverpool.


Andy, ci mancherai (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È una ferita grave l’addolorato commiato di Andy Murray al tennis, nel bagno di lacrime che inzuppa la vigilia degli Open d’Australia. Rende di tremula gelatina i sospirosi pensieri degli amici tennisti, che niente di tutto ciò avevano previsto, e ricorda quanto perfido e crudele sia lo sport ai molti che il ragazzo di Dunblane hanno visto crescere in questi anni trascorsi in top class, e trasformarsi da bimbetto irragionevole a uomo equilibrato, per nulla attratto da quel bisogno di esibire un carattere d’acciaio che altri s’impongono a ostensione della propria virilità agonistica. IL SUO DOLORE Grave perché unisce l’uomo e il tennis in una comune lacerazione, che viene dall’improvviso prender forma delle cose. E poco importa che questo accada sia nel bene sia nel male, perché è quest’ultimo come sempre a far vibrare di suoni cupi le corde dei nostri animi, mentre allunga le sue ombre oltre ogni dove. Appare quasi pudico, Andy, nel parlare del suo dolore, nell’ammettere che uno dei tennisti più celebrati per fisicità e armonia dei gesti, nascondeva una singolare fragilità in quelle ossa da campione, lise già da tempi lontani e poco a poco divenute caduche, ormai sbrecciate e invecchiate come quelle di un anziano. È l’anca destra il problema, e lo è da anni. Andy ammette di aver convissuto con il fastidio, poi con le fitte che sorgevano senza annunciarsi, quindi con il dolore, sempre più forte. Fino a divenire esagerato… Si fece operare un anno fa, proprio in Australia, e non è servito a nulla.I medici lo dissero subito che l’anca aveva subito danni irreparabili. «Forse potrei ricorrere a un nuovo intervento», fa sapere, in guerra con un groppo alla gola che non lo fa respirare, «ma sarebbe più profondo e invasivo del primo. Ci penserò, ma se dovessi decidere di farlo, sarà solo per ritrovare i gesti di una vita normale, non per tomare al tennis. Oggi sogno di poter passeggiare, di infilarmi i calzini di allacciarmi le scarpe senza avvertire dolore». FERITA GRAVE Ma è grave la ferita che Andy mostra nell’annuncio del prossimo addio – «forse già dopo questo torneo, anche se vorrei tanto chiudere a Wimbledon» – anche perché la crepa ha sbrecciato pervla prima volta il muro del più solido castello del tennis, quello del Club dei Più Forti, dei Fab Four. È il primo ritiro fra i governanti del nostro sport. Il primo abbandono tra chi ha avuto funzioni di guida di tutto il movimento. A turno i Favolosi hanno combattuto con i dissesti del loro fisico, e sempre ne sono usciti vittoriosi. […] CARRIERA DA FAVOLA Resta la sua carriera, da quarto fra i favolosi. Tre Slam (Us Open 2012, Wimbledon 2013 e 2016), il titolo dei Championships riconsegnato alla Gran Bretagna 77 anni dopo l’impresa di Fred Perry. Poi i titoli olimpici, due, consecutivi (Londra, Rio). E i 14 Masters 1000 sparsi fra i 45 titoli conquistati. Murray è stato numero uno dal 7 novembre 2016 al 20 agosto 2017, 41 settimane. Nel giorno del primato anche suo fratello Jamie raggiunse il numero uno in doppio, e per qualche settimana la casa di mamma Judy, nella piccola Dunblane, divenne la Club House del tennis. La storia, però, adesso finisce qui. L’addio di Andy annuncia che l’età dell’oro dei tennisti favolosi è ormai giunta agli sgoccioli. Tutto cambia E anche dolorosamente, purtroppo…


Le lacrime di Andy (Il Corriere della Sera)

Sciancato per aver forzato troppo nel cercare di tenere il passo degli Immortali, Sir Andrew Barron Murray detto Andy varca la soglia della pensione a 31 anni, zoppicando. «L’Australian Open potrebbe essere il mio ultimo torneo. Speravo di poter chiudere a Wimbledon ma il dolore è troppo: non credo di poter giocare in queste condizioni fino a luglio». Le lacrime di Andy sono quelle di una generazione perduta. E non è un caso che i pochi intrusi che dal 2003 (primo dei 20 titoli Slam di Federer a Wimbledon) a oggi hanno osato intaccare il monopolio della trimurti — Federer, Nadal, Djokovic — che domina il tennis da 15 anni (51 Slam conquistati in tre) siano finiti malissimo. Juan Martin Del Potro con i polsi martoriati dalle operazioni, Stan Wawrinka con il ginocchio marcio, Marin Cilic positivo a uno stimolante e Andy Murray, giovane padre claudicante. Cresciuto bombardiere di classe da mamma Judy a Dunblane, in Scozia, a 9 anni Murray è già davanti al primo bivio della vita: alle 9.30 del 13 marzo 1996 un uomo armato entra nella sua scuola elementare e uccide 16 bambini. Andy e il fratello Jamie si salvano barricandosi nell’ufficio del preside. Si è pensato che fosse il senso di colpa di essere sopravvissuto alla strage il blocco psicologico che ha costretto Andy a perdere quattro finali Slam (2 a Melbourne, una a Londra e New York) prima di conquistare la prima, l’Us Open 2012 in cima a una gran battaglia con il Djoker. Da li in poi, lo scozzese preferito da sua maestà la regina ha vinto poco ma bene. Due Wimbledon (2013 e 2016) spezzando un digiuno britannico lungo 77 anni (l’antenato è Fred Perry), due ori olimpici (nel 2012 negandolo a Federer, nel 2016 dopo un’epica lotta con Del Potro), la Coppa Davis 2015 contro il Belgio, anche in quel caso rompendo un tabù di 79 anni. Se il potere logora chi non ce l’ha, il tennis non guarda in faccia a nessuno. L’anca sbilenca operata inutilmente un anno fa che costringe il baronetto ad appendere la racchetta al chiodo, è il lascito dell’usura dello sport moderno da cui nessuno si salva. «Sto pensando seriamente di tornare sotto i ferri. Non per tentare di essere di nuovo un tennista ma per garantirmi, forse, una qualità di vita migliore» ha detto Andy nella sala stampa attonita di Melbourne perché solo gli intimi del clan Murray sapevano che il problema è maledettamente serio. Parlandone da vivo, ricorderemo Andy Murray per la rocciosità di un tennis forgiato dalle intemperie delle Highlands scozzesi ma capace di lampi di luce anche sulla terra battuta (gli anni dell’adolescenza li ha passati in Spagna a spazzolare il rosso), per la tensione emotiva dei suoi match sul centrale dell’All England Club, capaci di far deragliare l’Inghilterra dal tè delle cinque, e per l’apertura mentale dimostrata nello scegliere, giugno 2014, un coach donna (l’ex numero uno francese Amelie Mauresmo) per risalire quella classifica Atp di cui è stato meritevole n.1 nell’anno di grazia 2016. Il numero 230 del mondo affronta lo spagnolo Bautista Agut al primo turno dell’Australian Open, e non è detto che ne esca intero. Merita un ultimo palcoscenico in Church Road, ammesso che ci arrivi. E sempre stato il più fragile dei Big Four, è il primo che lascia. Una coerenza di cui gli va reso merito.


L’erede di Perry diviso tra radici scozzesi e il tifo british (Gianni Clerici, Repubblica)

Mi si chiede un ritrattino di Andy Murray, a me che appena viene in mente che ha vinto Wimbledon (nel 2013 e 2016), e mi ricordo della volta in cui stava in posa, beato, davanti alla statua di Fred Perry. Perry, il britannico che l’aveva preceduto nell’impresa, ben tre volte a Wimbledon. Fianco a me, era il mio amico Alan Little, il capo bibliotecario, autore di una decina di libri sul tennis. Ineccepibili, quanto a esattezza cronistica. «Perché non sorridi Alan?», mi venne da dirgli, scorgendo in lui un’aria lieta sì, ma non proprio simile alla mia, quando Pietrangeli aveva vinto per la prima volta gli Internazionali d’Italia. «Perché» rispose l’amico, «ha votato per gli scozzesi, e non per noi, very english». Nel referendum del 2014, Andy era stato onestamente contemporaneo, e antibrexit. Anche se, dopo quel Sì scarabocchiato a mano, non aveva mai creduto di confermarlo, quando un collega curioso, o in cerca di notorietà, glielo chiedeva in conferenza stampa. Di Andy ricordo altresì qualcosa di personale, che spiegava il suo modo di giocare, anche quello poco british, com’era stato invece Fred Perry. Fred arrivava vicino a rete, tutte le volte che poteva, al seguito di una battuta non esplosiva quanto il diritto, ma comunque due colpi da erba. Andy aveva sì un ottimo diritto d’attacco, ma un servizio che non si poteva certo chiamare “cannon ball”. Nonostante la regolarità e il piazzamento. Capii qualcosa in più di simile scozzese britannizzato (forse sarebbe meglio anglizzato) la volta in cui sua mamma Judy mi portò a visitare Wimbledon, e il suo nuovo Centrale col tetto, sul quale un presidente mi aveva assicurato che gli inglesi non avrebbero mai messo piede. «Meglio la pioggia e la tradizione». Judy mi disse di esser stata lei a inviare Andy, ancora ragazzo, a Barcellona. «Perché il tennis non è più quello degli inglesi, né degli americani. Il tennis è diventato spagnolo. E il mio bambino come gli spagnoli giocherà». Infatti.


Seppi invece suona la nona (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

Australia e anca, ma anche il nome (Andy e Andreas). Sono diversi i motivi di comunanza tra Murray e Seppi. Solo che, per fortuna del nostro, l’anca non ha mai creato al biondino di Caldaro gli stessi gravi problemi che invece stanno per mettere fine alla carriera del rosso di Dunblane. Andreas ne ha sofferto in passato, in particolare nel 2016, ma è riuscito sempre a evitare l’intervento, che invece nel caso di Andy è stato inevitabile e che forse verrà replicato per lasciare Murray tranquillo in futuro. Seppi con regolarità, una volta ogni sei mesi (a fine anno, sfruttando la pausa agonistica del circuito, e in primavera), si sottopone a un trattamento della parte con infiltrazioni che, insieme allo stop di tre settimane, gli stanno consentendo di restare ai livelli di sempre (ha iniziato l’anno da n. 37 del mondo). L’Australia, che per Murray ha significato cinque finali agli Australian Open (2010, 2011, 2013, 2015, 2016) e due vittorie nei tornei Atp (Brisbane 2012 e 2013), è terra felice anche per Seppi, che oggi disputerà la sua prima finale a Sydney (dopo le due semifinali raggiunte nel 2006 e nel 2013) e che per quattro volte ha raggiunto gli ottavi agli Australian Open (2013, 2015, 2017, 2018). A Melbourne, oltre che per i tanti match vinti al quinto set, lo ricordano soprattutto per la partita perfetta giocata nel 2015, quando nel terzo turno eliminò Roger Federer in quattro set. Tomando all’immediato, in attesa degli Australian Open («Non so spiegare perché qui gioco sempre bene», dice l’altoatesino che gradisce il caldo ma che da Caldaro ha preso residenza a Bouldei; sui monti del Colorado), Seppi oggi a Sydney avrà un vantaggio non da poco: l’altra semifinale Simon-De Minaur è stata rinviata per pioggia, quindi il suo avversario tornerà in campo a stretto giro di finale. Meglio così, dopo aver battuto i n. 1 e 3 del torneo, Tsitsipas e Schwartzman


Wonder Serena torna in caccia (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Per Chris Evert, la Signorina di Ferro del tennis degli anni ’70 e ’80, le avversarie di Serena Williams in Australia farebbero bene «ad avere paura». Nonostante i 37 anni, un marito e una figlia a carico e mille impegni fuori dal campo, la Pantera ha un obiettivo ben preciso, ed è disposta (quasi) a tutto pur di raggiungerlo: il record di 24 Slam di Margaret Court. «Mi sembra molto, molto rilassata, e decisamente più in forma rispetto allo scorso anno», sostiene la Evert, che di Slam, battagliando anche con la Court, e poi con Martina Navratilova, ne ha vinti 18. «La riflessione spaventosa (sì, ha detto proprio così: “scary”) è che le altre a questo punto stanno pensando: “Oh mio Dio, l’anno scorso era al 60, 70 per cento e ha raggiunto due finali dello Slam. E ora sembra più magra, più in forma e si muove molto meglio…”». Mentre i Fab Four lentamente si sfaldano, lei pare ringiovanire. Dopo la famosa finale persa agli US Open con Naomi Osaka, quella della baruffa verbale con Carlos Ramos seguita da mille polemiche, Serena non ha più giocato un match ufficiale. È tornata in campo alla Hopman Cup, accendendo insieme a Roger Federer l’interesse planetario per un confronto che non si era mai visto prima. Ora però si fa sul serio. Gli ultimi otto Slam, quindi parliamo di due anni, hanno avuto otto vincitrici diverse, una anarchia prolungata e agevolata prima dall’assenza di Serena per parto, poi da un 2018 che la ex regina ha vissuto incostantemente, sette tornei giocati e neppure una colpa alzata, ma lasciando intendere che una volta smaltiti definitivamente gli effetti collaterali della gravidanza sarebbe tornata a reclamare il suo trono. Una motivazione in più, se mai fosse necessaria, gliela fornisce il nuovo ruolo che si è ritagliata, quello di leader del movimento mondiale delle mamme lavoratrici, creato a botte di post sui social network. «Serena è molto pericolosa quando è in forma e in salute – concorda Chrissie – e le sue motivazioni sono sempre state fortissime, con o senza la famiglia. Ora che ha questa doppia identità da mamma e da atleta non potranno che aumentare”. Fra l’altro l’ultimo Slam lo firmò proprio agli Australian Open nel 2017, il primo della serie “anarchica”, quando già era incinta di Alexis Olympia, e martedi nel suo debutto a Melbourne si troverà davanti un’altra tennista genitrice, la tedesca Tatjana Maria, numero 71 del mondo, mamma della vispa cinquenne Charlotte. Vedremo se, come è accaduto a Perth per merito di AO” (stesse iniziali di Australian Open, tanto per capirci), in tribuna ci sarà anche un baby-show di supporto allo spettacolo tennistico. Nei quarti di finale, fra l’altro, Serena potrebbe incontrare sua sorella ‘sorella Venus, dunque si prospetta un trionfo del tennis a conduzione famigliare. E la concorrenza? Simona Halep è una numero 1 molto tentennante, la campionessa uscente Caroline Wozniacki nei confronti della sua amica Serena ha un consolidato inferiority complex tennistico, mentre Angelique Kerber l’ha già battuta tre volte, due in una finale Slam (in Australia nel 2016 e l’anno scorso a Wimbledon), quindi è l’avversaria sulla carta più pericolosa di un gruppetto di pretendenti che comprende Naomi Osaka, Sloane Stephens, Elina Svitolna, Karolina Pliskova, Petra Kvitova e forse la rampante Aryna Sabalenka. Una insidia aggiuntiva le può arrivare dagli strascichi del drammone newyorkese. Il fumo delle polemiche per ora sembra evaporato – e Ramos a Melbourne non arbitrerà nessuno dei suoi match – ma già gli esperti in “cold case” sono in agguato. «Non ho tempo per pensare al passato», ha spiegato a Perth, dove durante gli allenamenti sfogliava “Unlearn”, un libro di Barry O’Reilly che spiega come rivedere le proprie strategie di vita «Io penso al futuro». Ecco, questo sì che dovrebbe spaventare le sue avversarie

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Coco, un milione nel salvadanaio (Zanni). “Coniglietto” Austin, l’uomo che tolse i pantaloni al tennis (Azzolini)

La rassegna stampa del 23 marzo 2019

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Coco, un milione nel salvadanaio (Roberto Zanni, Il Corriere dello Sport)

Il primo milione di dollari a 15 anni. Nel firmamento del tennis a stelle e strisce è già nata una nuova stella, almeno per il conto in banca. Si chiama Cori Gauff, per tutti “Coco”, i 15 anni li ha compiuti soltanto il 13 marzo, ma è da quando ne aveva 8 (successo in un importante torneo Usa) che ha cominciato a batterei record. Poi a13, era il 2017, è diventata la più giovane a raggiungere la finale femminile degli US Open juniores, quindi l’anno scorso il titolo al Roland Garros. Prima di Coco non c’era stata mai al mondo una numero 1 junior così giovane, precoce in tutti i sensi, al punto che ora è anche nella Top 10 assoluta (quella della tenniste professioniste) per i contratti pubblicitari. Infatti è stato calcolato che quest’anno incasserà almeno un milione di dollari grazie agli accordi pluriennali firmati con New Balance, Head e ora anche Barilla, il cui logo ha fatto il debutto sulla divisa della Gauff giovedì nell’esordio, vincente, ai Miami Open (prima volta nel tabellone principale di un torneo Wta grazie a una wild card). MI MANDA ROGER. Vive con la famiglia – Corey, il padre, con un passato nel basket, la madre Candy nell’atletica – a Delray Beach, una ottantina di chilometri a nord di Miami, ma è nata ad Atlanta ed è arrivata in Florida a 7 anni proprio per puntare tutto sul tennis. […] NUOVA SERENA? «Voglio diventare la più grande di tutti i tempi». E il messaggio lanciato da Coco, “piccola” ma solo d’età, perché è già alta 176 centimetri. II suo idolo è ovviamente Serena Williams, che ha conosciuto quando aveva 8 anni a New York al torneo “Little Mo”. Un contatto andato avanti nel tempo dal momento che poi, diverse volte, si è allenata con Patrick Mouratoglou mentre il suo coach è Robbeye Poole, ex hitting-partner proprio della 23 volte vincitrice di uno Slam. leri ha perso 6-3 6-2 dalla più navigata Kasatkina, ma il futuro le sorride.

 

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“Coniglietto” Austin, l’uomo che tolse i pantaloni al tennis (Daniele Azzolini, Tuttosport)

A far sobbalzare i passanti che arrancavano sulla salitella di Avenue de Montecarlo verso Place du Casino, in quel martedì di fine marzo del ’33 accarezzato dai tepori di una primavera insolitamente calda, non fu tanto quello strano signore con le racchette in mano avvolto in un paletot cammello grande come lo spinnaker di uno yacht, quanto il preoccupato vociare di un giovane con la divisa da marinaretto dell’Hotel de Paris, che lo inseguiva trafelato per impedirgli di salire sul taxi. «Signore, si fermi. Ha dimenticato di indossare i pantaloni». Cinque stelle lusso con vista sul porto, stanze ancora oggi da 700 euro a notte e suite da mutuo bancario, l’Hotel de Paris si distingueva già allora per le particolari attenzioni riservate a una clientela che amava tenere a balia, e nei casi più disperati aiutava con spirito da badante. “Un palcoscenico sul quale creare la vostra stessa storia; era il motto dell’albergo, sin dalla sua nascita, nel 1864. SCRIVERE LA STORIA Proprio questo stava facendo il signore in paltò, “scriveva la storia; seppure gli inizi di quella vicenda non apparissero così significativi, né tanto meno eroici. Nel vederlo uscire a passo svelto, qualcuno del servizio di Concierge aveva notato che sotto l’enorme tendone color cammello si agitavano due gambette ignude, rifinite giusto da un paio di calzini corti di cotone bianco e scarpe di tela da tennis. La sorpresa, superato lo sbigottimento, si era tramutata prima nella convinzione che i pantaloni dello sciagurato fossero rimasti in camera, poi nell’inseguimento per avvisarlo. Lo smunto signore era stato fermato con un piede ormai sul taxi, ma aveva risposto con un candido sorriso, mostrando i dentoni al marinaretto. Con una rapida mossa, quasi da esibizionista, l’enorme paletot si era aperto su un fisico mingherlino sul quale la tee-shirt a nido d’ape cadeva dritta su un paio di pantaloncini da tennis di grande eleganza, con tanto di passanti e cintola, ma corti, anzi, decisamente corti, fino al ginocchio addirittura. Una mise mai vista prima.. La moda “uomo tennis” stava per essere riscritta. Henry Wilfred Austin fu a suo modo un campione, ma vinse solo in Coppa Davis. Raggiunse due volte la finale di Wimbledon, e una anche a Parigi, e fu sempre battuto. Fu il numero due, mai il numero uno. Si misurò con alcuni fra i più grandi tennisti della storia, ma non ebbe il fisico per contrastarli nei loro giorni migliori. Riuscì a batterne molti, non tutti però, e mai nelle sfide in cui sarebbe davvero servita. Eppure, finì per incidere sul tennis ben più dei suoi avversari, splendide macchine da guerra. Fu un giocatore innovativo, indicò alla moda del tempo strade mai percorse, inventò racchette futuribili e porto il tennis maschile sulle prime pagine dei rotocalchi, pulpito modaiolo riservato fin lì alle tenniste più amate, preferite dal pubblico per le belle gambe tornite che di tanto in tanto sfuggivano al rigore delle vesti finendo al centro delle foto più spericolate. DAI FUMETTI Lo chiamavano Bunny, il coniglietto. Era un vezzeggiativo affettuoso, a suo modo. Glielo confeziono il padre, antesignano dei “babbi da guardia” che hanno invaso il circuito moderno, testa dura come pochi nel pretendere che il figlio diventasse un campione. Sulle pagine del DailyMirror in quegli anni, godeva di buona fama una strip a fumetti sulle avventure di una famiglia sin troppo “allargata”. Il padre Pip era un cagnetto, mamma Squeakun pinguino, e il figlio, il piccolo Wilfred, un coniglietto dalle orecchie più grandi di lui che riusciva sempre a trarsi d’impaccio. Magro e sempre agitato, curioso e aggraziato nei gesti come il coniglietto avventuroso, anche l’altro Wilfred, il giovane Austin, era tutto denti sporgenti e orecchie a sventola. Il soprannome gli calzava a pennello. Altri nomignoli presero forma con l’avanzare della carriera tennistica. A Wimbledon non rinunciarono mai a chiamarlo Bunny, che presto sostituì Henry Wilfred sul tabellone del torneo, ma gli affiancarono un soprannome più importante e carico di aspettative, quello di Nijinsky… Vaslav Fomich ovviamente, il ballerino di origini polacche che incantava l’Europa. La questione, a quel punto, era a suo modo semplice: può un coniglietto danzante, capace di eseguire un Fouetté Tournant e di applicare al tennis i sacri principi di un Grand Jeté, imporsi nei Championships? La risposta fu un “no” secco. Ciò non impedì a Bunny Austin di porsi al centro del tennis. Spinto dai moniti paterni, era diventato tennista per forza di cose. I successi della sorella Joan, prima fra le speranze del tennis inglese, finirono per addensarsi sulle spalle del povero Bunny, chiamato dal padre a fare di più e meglio A cinque anni venne messo a palleggiare contro il muro della nursery, e siccome serviva una rete, fu deciso che il cavallo a dondolo avesse l’altezza giusta. Colpire il muro senza colpire il cavallo fu una delle idee fisse che accompagnarono Austin per tutta la carriera. Il problema fu che i muri, nella realtà, si chiamavano Elsworth Vines, Donald Budge, Jean Borotra, Fred Perry. Ed erano decisamente restii a farsi colpire. Finché si mosse in ambito giovanile, l’agilità nel guizzare da un punto all’altro del campo fu la sua arma in più. Bunny prese le mosse da un piccolo club vicino alla casa di Norwood, dov’era nato il 20 agosto 1906, nella zona sud di Londra. Alla Repton School giocò di nascosto a cricket, ma smise prima che il padre lo scoprisse. Riprese la racchetta e nel 1921, a quindici anni, vinse il singolo Under 16 nel torneo delle scuole pubbliche al Queen’s. Nel 1924, ormai universitario a Cambridge, ebbe i primi contatti con il tennis internazionale rappresentando l’Inghilterra in una sfida giovanile contro gli Stati Uniti a Eastbourne. In Davis venne chiamato la prima volta nel 1925, ma rifiutò su consiglio del padre, che non lo vedeva ancora “campione”. Fu un errore, e gli costò un’attesa di altri tre anni. L’anno dopo, nuovamente convocato per il match giovanile contro gli Stati Uniti, Bunny si presento del tutto impreparato. Non aveva grandi colpe… Lo sciopero generale del 1926 proclamato dal 3 al 12 maggio per andare in soccorso a 1 milione e 200 mila minatori sotto pagati, oggi considerato più brillante fallimento della protesta sindacale in Gran Bretagna, produsse nove giorni di blocco totale del lavoro, che se non scalfirono il governo mostrarono al mondo fino a che punto potesse spingersi la solidarietà fra lavoratori. Cambridge chiuse i battenti e Bunny rimase in balia degli eventi: parteggiava per i minatori ma non trovava un campo per potersi allenare. Giocò ugualmente, vinse, e il match – allungatosi oltre il dovuto – gli causo un generale affaticamento. I medici gli consigliarono di fermarsi, ma Bunny si era iscritto per la prima volta a Wimbledon e non voleva mancare. Ottenne una promettente semifinale, e la pagò cara. Nuove analisi stabilirono che anche il cuore aveva bisogno di cure. Lo stop, questa volta, gli venne imposto, e fu lungo un anno intero. FRED EGOCENTRICO Fu il 1929 ad aprire le porte all’età adulta del tennis di Bunny. Il suo stile piaceva agli inglesi, più di quello del grande Fred Perry, che coglieva vittorie a lui proibite. Non scoccò mai, fra i due, la scintilla di un’amicizia vera, compiuta. Troppo differenti… «Fred era un egocentrico e voleva oscurarmi», rivelò Bunny in un’intervista, «non lo faceva con cattiveria, era il suo carattere». Ebbero in comune gli studi in una scuola pubblica, agiata quella di Perry, figlio di un parlamentare laburista (e di tre anni più giovane), comune invece quella di Austin, che studioòper diventare agente di cambio e lavorare nel mondo di una finanza ormai scossa dal crollo della Borsa di Wall Street. I due stili, però, si completavano: Perry era aggressivo, andava in campo come alla guerra; Bunny aveva una naturale grazia atletica. Ed era un antimilitarista convinto. Un successo pieno, però, Bunny lo colse ugualmente, ma in un altro campo. Sulla motonave da crociera SRM Majestic della Cunard White Star Line che lo conduceva da Southampton a New York, per i suoi primi Nationals americani, conobbe Phyllis Konstam, attrice londinese che aveva da poco terminato le riprese di Blackmail, il secondo film girato per la regia diAlfred Hitchcock (il primo fu Champagne, nel 1928, poi vennero Murder e finalmente da protagonista, The Skin Game, nel 1931) e si stava recando a Broadway per la stagione teatrale al fianco di Laurence Olivier. Era bella, alla moda, combattiva, spiritosa. La scintilla, stavolta, dette fuoco alle polveri. I due fecero coppia fissa, insieme nella vita e sulle copertine dei rotocalchi. “La coppia più amata d’Inghilterra” scrivevano i quotidiani. Sempre al centro dell’attenzione, invitati da Roosevelt e dalla Regina Mary, circondati da amici non meno noti di loro: la scrittrice e poetessa Daphne du Maurier, Charlie Chaplin cui Bunny dava lezioni di tennis, Michael re di Romania, e anche la regina di Thailandia. Quest’ultima, anzi, volle giocare con Austin un «misto” che rischio di ridurre in briciole il cerimoniale della real casa, quando lui la incitò con modi sin troppo diretti: «Tua Maestà, corri o non corri?”. Wilfred e Phyllis si sposarono nel novembre del ’31, e per il Guardian fu “il matrimonio dell’anno”. Bunny cambio vita, scegliendo di vivere dove lo avessero condotto gli impegni di Phyllis, spesso in America. Tornava in Inghilterra per i tornei e la Davis, ma con un animo diverso dal passato, più forte e combattivo, risoluto. Nel 1932 raggiunse la prima finale a Wimbledon, trovando nell’americano Elsworth Vines un ostacolo troppo alto. «Mi spazzò via dal campo», raccontò in un’intervista 66 anni dopo, «mi ritrovai 6-4 6-2 6-0, e sull’ultimo punto mi finì con un ace». Fu in quello stesso anno, in una New York resa liquida da un sole cocente, che Bunny decise di dare un taglio netto ai pantaloni. «Tutta quella flanella sudata pesava terribilmente, mi sembrava di giocare trascinando un altro me stesso sulle spalle». Si presentò in pantaloncini e andò bene, piacquero. L’anno dopo a Montecarlo divennero immediatamente di moda. Ma per il “si” definitivo serviva l’assenso della Regina Mary, grande appassionata di tennis. Con coraggio Bunny si presento nella sua mise «da calciatore” nel 1933 a Wimbledon, e sul Centre Court calò il gelo. In quindicimila si volsero verso il Royal Box per la sentenza. La Regina non fece una piega. I pantaloncini erano stati approvati. Si dedicò poi alle racchette e ne progettò una mai vista prima. La chiamo Streamline e fu messa in produzione dalla fabbrica Hazells. Era a tre segmenti e aveva la forma di un catamarano. Il manico si divideva in due stecche arcuate che si ricongiungevano al piatto corde. «La palla viaggia più veloce», spiegò. Nel 1937 gli fu utile a Parigi, in una finale inaspettata che perse con il tedesco Henner Henkel (6-1 6-4 6-3). Nel 1938 lo condusse alla seconda finale dei Championships, contro un Don Budge lanciato verso il Grand Slam. Lezione memorabile… Bunny racimolò quattro giochi appena (6-1 6-0 6-3). Fu la Davis a indicargli la via per il riscatto. La giocò dal 1929 al 1937, 48 match in singolare (ne vinse 36), e al fianco di Perry (1933-1936) conquistarono la Coppa quattro volte, la prima in Francia le altre sull’erba di Wimbledon, due volte contro gli Stati Uniti, una contro l’Australia. Nel ’33, al rientro da Parigi con la Coppa sul treno più lussuoso delle ferrovie inglesi, ribattezzato The Golden Arrow, la Freccia d’Oro (partiva da Parigi come Fleche d’Or, veniva alloggiato sul traghetto Canterbury a Calais, sbarcava a Dover per completare il percorso fino a Victoria Station), furono accolti da 10 mila tifosi inglesi festanti. IL PACIFISMO Gli ultimi anni da stella del tennis, Bunny li impegnò sul fronte della guerra che bussava alle porte. Obiettore di coscienza, si uni all’Oxford Group di Frank Buchman sostenuto dagli arcivescovi di Canterbury e di York, che predicava il Moral Rearmament, la necessità di un “riarmo morale” delle masse che facesse da scudo a una guerra “inutile”. Austin si mise alla guida di un folto gruppo di sportivi (negli Stati Uniti aderirono anche Babe Ruth, Joe di Maggio e Jesse Owens) per una lunga serie di conferenze contrarie a ogni ipotesi di conflitto. […] Non mancó, nel 2000, alla parata del Millennio sul Centre Court invitato fra i campioni ancora in vita, lui che campione a Wimbledon non era mai stato. Fu la sua ultima apparizione. Se ne andò sei giorni dopo il suo 94° compleanno. Aveva cambiato il nostro sport, ma il titolo del Guardian lo salutò come “il più ammirevole fallimento” nella storia del tennis.


A Sonego sono fatali due tie break contro Isner (La Gazzetta dello Sport)

Prestazione di sostanza nonostante la sconfitta per Sonego a Miami, dove affrontava il primo top ten in carriera, John Isner, campione in carica del Masters 1000 della Florida. Lorenzo, numero 106 del mondo uscito dalle qualificazioni, affronta con personalità la sfida contro il n. 8 Atp, in una partita ovviamente dominata dai servizi (nessuna palla break concessa dall’americano, una sola dal torinese, annullata sul 5-5 del 2° set). Conseguente l’epilogo con due tie break, il primo dominato da Isner e il secondo controllato da Sonego fino al 5-3: lì l’allievo di Arbino pasticcia su tre punti, concede il primo match point, lo annulla e a sua volta si procura una palla set sul 7-6, annullata da un ace, prima di cedere. Fuori Nishikori, finalista 2016.


Mancano i re (Tuttosport)

Le prodezze di Thiem e Andreescu al torneo di Indian Wells hanno confermato una statistica sorprendente che accomuna i due circuiti professionistici del tennis. Dopo 3 mesi completi di stagione (il Miami Open assegnerà i suoi titoli tra il 30 e il 31 marzo) ancora nessun tennista è riuscito a vincere un titolo due volte. 32 i tornei disputati finora, 19 maschili e 13 femminili, con altrettanti campioni. Solo un caso? IL PUNTO DI NARGISO E FARINA Ne abbiamo parlato con due ex tennisti, due «talent” di SuperTennis che commentano molti dei tornei che il canale ufficiale della FIT trasmette in diretta. Diego Nargiso, finalista di Davis nel 1998, parla di ricambio generazionale in atto: «Nel tennis maschile stiamo attraversando una fase di transizione: se una volta cosiddetti Fab Four si prendevano tutto, allo stato attuale non c’è un dominatore. In più, le nuove generazioni non sembrano aver ancora fatto quel salto di qualità che le può portare al passo con l’eccellenza. Zverev ha vinto il Masters, ma non sa ancora esprimersi con continuità. Anche se per il futuro vedo più Tsitsipas e Auger-Aliassime». […] Nargiso parla anche di programmazione: «Prendete Novak Djokovic: ha vinto a mani basse gli Australian Open ma non si è ripetuto perché preferisce dosarsi. Il suo obiettivo è il Grande Slam, perciò Nole gioca meno gli altri tornei. Ecco che, quindi, alla fine giocatori come Monfils e Thiem, non più giovanissimi, riescono a vincere a Rotterdam e a Indian Wells». Nargiso vede punti in comune con la sua epoca: «Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 campioni come Lendl, Edberg e McEnroe erano in declino e fenomeni come Sampras eAgassi non ancora esplosi, da qui si imposero a grandi livelli ottimi giocatori come Chang a Parigi e Cash a Londra. Anche ora , seppur non ancora a livello Slam, assistiamo ad una ripartizione dei tornei in palio». A livello femminile situazione simile. Silvia Farina, numero 11 del mondo nel 2002, non appare sorpresa: «Da quando Serena Williams non è più quella che conosciamo la concorrenza ne ha approfittata. Ma si è alzato il livello generale». Per la Farina manca una specialista della superficie: «Al giorno d’oggi tutte le tenniste sanno giocare dappertutto, a prescindere dal cemento, dalla terra rossa o dall’erba. E poi la stagione è lunga e faticosa, perciò se dopo 3 mesi nessuna tennista ha saputo ripetersi dopo aver vinto un titolo è anche perché giocatore e team, ormai, guardano in prospettiva e preferiscono spalmare la programmazione senza disperdere energie». L’impressione, tuttavia, è che nelle prossime settimane con l’avvento della stagione sul rosso questo fragile equilibrio si spezzerà.

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Rassegna stampa

Sonego può sfidare Isner (Zanni). Roland Garros, il montepremi sale a 42,6 milioni di euro (Plazzotta)

La rassegna stampa di venerdì 22 marzo 2019

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Sonego può sfidare Isner (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Dalle qualificazioni al campione uscente John lsner. Lorenzo Sonego ha fatto in fretta a conquistarsi un posto sul nuovo Centrale dei Miami Open. E per garantirsi la possibilità di sfidare al secondo turno la testa di serie n. 7 del torneo, vincitore nel 2018 nell’ultima volta a Key Biscayne, il ventitreenne torinese ha sfoggiato ieri una prova impeccabile contro lo slovacco Martin Klizan che nel ranking lo precede di 58 posizioni (48 contro 106). Due set, 6-4 6-3, per raggiungere la seconda vittoria in carriera in un Master 1000, la prima sul veloce (l’altra risale all’anno scorso, a Roma). «La partita è stata molto buona – ha spiegato Sonego – non sono abituato a giocare a questi livelli, ma sono entrato in campo tranquillo, con una incedibile voglia di vincere. Devo dire che tatticamente ho disputato un incontro perfetto, impostandolo sul rovescio di Klizan, il suo punto debole, poi ho servito bene nei momenti importanti del match e ce l’ho fatta». Un successo importante, ma che non è arrivato per caso. «In questo momento – ha continuato l’azzurro – credo di star giocando il mio miglior tennis di sempre. Sono cresciuto in diversi aspetti, ho migliorato tantissimo la risposta, sono riuscito a impostare un gioco maggiormente offensivo, vado a cercare di più il punto, perchè a questi livelli nessuno regala nulla». Questa vittoria potrebbe rappresentare una svolta. «Adesso mi trovo bene sia sulla terra che sul veloce – ha aggiunto – è il primo anno che disputo tornei importanti, devo fare esperienza. Il mio obiettivo è crescere, devo migliorare nei punti deboli, sto lavorando molto sul rovescio e la risposta. Della classifica si parlerà più avanti». Prossimo avversario John Isner: «È un giocatore che basa tutto sul servizio e il primo colpo – ha concluso Sonego – quindi sarà li che dovrò contrastarlo. Ma anche tenere l’iniziativa e cercare di metterlo in difficoltà, dovrò fare io la partita, servire bene e stare attaccato ad ogni punto».

 

Roland Garros, il montepremi sale a 42,6 milioni di euro (Claudio Plazzotta, Italia Oggi)

Una corsa infinita ai rialzi, è quella dei montepremi dei tornei del Grande Slam, che anno dopo anno assicurano ai partecipanti dei bottini sempre più ricchi. Al prossimo Roland Garros i tennisti avranno a disposizione un prize money complessivo di 42,6 milioni di euro, in crescita dell’8% rispetto alla scorsa edizione. Gli Australian Open del gennaio 2019 avevano invece distribuito circa 39 milioni di euro, gli Us Open del settembre 2018 circa 46,3 milioni di euro, e Wimbledon del luglio 2018 un montepremi di 38 milioni. La tendenza degli ultimi anni è quella di accrescere il tesoretto soprattutto per aumentare i premi ai giocatori eliminati ai primi turni. E, come spiegato ieri da Bernard Giudicelli, presidente della Federazione tennis francese, e da Guy Forget, direttore del torneo, chi sarà eliminato al primo turno del Roland Garros 2019 si metterà comunque in tasca 46 mila euro (+15% sul 2018), e poi 87 mila per la sconfitta al secondo turno (+10%) e 143 mila euro per l’addio al terzo turno (+10%). Al vincitore andranno 2,3 milioni di euro, rispetto ai 2,2 milioni del 2018. Il torneo più generoso con chi trionfa è quello di New York, con i suoi 3,3 milioni di euro nel 2018, seguito da Australian Open (2,55 milioni nel 2019), e Wimbledon a 2,25 milioni (2018). Quanto ai fatturati complessivi dei quattro tornei del Grande Slam, gli Us Open sono di gran lunga primi con circa 300 milioni di euro a edizione tra diritti tv, biglietteria, ricavi pubblicitari, sponsorizzazioni e merchandising; il torneo londinese di Wimbledon è a quota 260 milioni (meno posti sulle tribune e una filosofia piuttosto respingente nei confronti degli sponsor); chiudono Melbourne e Parigi, entrambi di poco sopra i 200 milioni di euro.

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Rassegna stampa

Federer rilancia: “Vinco più del 2018” (Zanni). Nadal Academy: dove crescono i campioni di domani (Pastorella, Perosino). Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Rossi). ATP Finals, il governo: Torino è a un passo (Ricca, Longhin)

La rassegna stampa di giovedì 21 marzo 2019

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Federer rilancia: “Vinco più del 2018” (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Il tempo passa, i tornei cambiano, anche di sede, ma il più amato dai fan rimane sempre Roger Federer. L’ennesima conferma, ma non ce n’era bisogno, al taglio del nastro dei nuovissimi Miami Open. Lasciata Key Biscayne dopo 31 anni per spostarsi a Miami Gardens, una quarantina di chilometri a nord, ieri si è svolta l’inaugurazione ufficiale del nuovo campus realizzato all’interno (e in quello che era l’enorme parcheggio) dell’Hard Rock Stadium, l’impianto nato per il football americano, ora diventato un grande contenitore sportivo. C’erano la padrona di casa (e anche di una quota dei Dolphins, la franchigia di football americano della città) Serena Williams, poi i due numeri 1, la silenziosa Naomi Osaka e Novak Djokovic, ma l’applausometro è schizzato più in alto quando sul centrale da 14.000 posti (ricavato all’interno del campo da football) ha fatto il suo ingresso Roger il Magnifico. Cori senza confini per lui, dai tifosi statunitensi a quelli argentini. «C’è un po’ di tristezza – ha spiegato Federer – per l’aver lasciato Key Biscayne, ma al tempo stesso anche una grande eccitazione: qui è tutto completamente diverso, con uno stadio dentro a uno stadio. Qualcosa del genere lo si è visto in incontri di Coppa Davis, oppure in alcune esibizioni, mai in un torneo. A Key Biscayne c’era meno spazio, ma era accogliente. Per lasciarlo dovevano avere delle buone ragioni, le conosco in parte e le comprendo. Così è come se si trattasse di un torneo nuovo. Ho già provato il campo, mi sembra che la velocità della superficie sia la stessa Mi ricorda un po’ gli US Open, quando hanno messo il tetto, anche qui ci sarà più ombra». Tre successi a Miami per Federer (2005, 2006 e 2017), il record è di Andre Agassi e Novak Djokovic (sei), e l’anno scorso una inusuale eliminazione al debutto (contro Thanasi Kokkinakis). Ma anche se compirà 38 anni in agosto Federer continua a non sentire il peso dell’età. «Quanti titoli voglio vincere ancora? Beh non altri cento…». Ride Roger prima di riprendere a parlare e candidarsi per un nuovo successo a Miami. «Non lo so quanti, di sicuro voglio vincere ancora, adesso mi sento bene, contento di quanto fatto a Dubai e anche a Indian Wells, ci sono andato molto vicino, in definitiva è più facile ora di quando ero più giovane. Spero di avere altre opportunità, l’importante è stare bene fisicamente, essere felice quando si gioca ed è quello che sento ora, direi un buon segno per il futuro». Insomma nessuna minaccia di ritiro… «Senza risultati, gioia di giocare e la buona salute, certo non potrebbe funzionare. Ho bisogno di tutto questo, ma fino a quando continuo a vincere rimango nel tour. Ho un team fantastico, una moglie meravigliosa, quattro figli, nel circuito passo bei momenti e la cosa più importante è poi produrre buoni risultati quando scendo in campo». E il 2019 dovrà essere più vincente del 2018. «Certo, il mio obiettivo è di fare meglio dell’anno scorso – ha ribadito – Anche a Miami ovviamente, visto che dodici mesi fa sono uscito subito» […]

 

Rafa Nadal Academy: ecco dove crescono i campioni di domani (Alberto Pastorella – Walter Perosino, Tuttosport)

Il Paradiso del tennis sognato sta in un posto un po’ brullo di un’isola bellissima, Palma di Maiorca. Manacor, non siamo ipocriti, non meriterebbe nemmeno una visita, ma ha un grosso pregio. Anzi due: ha dato i Natali a Rafael Nadal ed è stata scelta dal tennista spagnolo per aprire la sua Academy, primo e unico esempio di giocatore in attività che pensa alle generazioni future. Tanto basta per farla diventare l’ombelico del mondo per una marea di ragazzini (e una buona “ondata” di adulti) che da due anni e mezzo hanno cominciato a frequentarla. Alla Rafa Nadal Academy, nel programma annuale, si può essere accettati dai 12 ai 17 anni. Il costo è elevato (56 mila euro la retta), ma ci si trova al top non solo del tennis, con istruttori di primissimo livello, ma anche nella scuola, dove è stata scelta la partnership con l’American International School, un’eccellenza in grado di portare gli studenti-tennisti a poter entrare nelle più prestigiose università statunitensi, spesso con una borsa di studio sportiva. «Al momento abbiamo 140 ragazzi, provenienti da più di trenta paesi differenti in rappresentanza di tutti i continenti – ci spiega Maria Julve Garrido, del dipartimento Gruppi ed Eventi della Rafa Nadal Academy -. Lo studio non è affatto secondario, anzi: i ragazzi sono seguiti e devono ottenere risultati anche sui libri, altrimenti scattano le sanzioni. Non tutti da grandi vogliono fare i tennisti, non tutti sognano una classifica ATP o WTA: c’è anche chi è qui per studiare e fare sport». E proprio questo è uno dei motivi che ha convinto Rafael Nadal ad aprire un centro simile: a troppi tennisti (e sportivi ingenerale) non è consentito praticare sport agonistico e studiare. L’Accademia serve anche a questo. I ragazzi vivono, studiano e mangiano in una palazzina a parte, riservata esclusivamente a loro, dove hanno anche una sala fitness, una sala giochi. E stanze rigorosamente doppie. La capienza è di 200 persone, attualmente è occupato al 70% e proprio per questo si sta ancora meglio. D’estate le stanze si svuotano e vengono subito riempite da chi aderisce al Summer Camp: una full immersion nell’Academy più esclusiva. L’altra palazzina, invece, quella nella quale all’ingresso appare gigantesca l’immagine di Rafa in una delle sue posizioni più amate dagli appassionati, è in realtà un hotel a cinque stelle (quattro nella catalogazione spagnola, ma possiamo garantire il livello elevatissimo) riservato a chi invece sceglie l’Academy per uno stage settimanale o bisettimanale. Adulti e bambini sono accolti e coccolati: quando vanno a giocare a tennis, vengono seguiti dagli stessi istruttori destinati ad allenare i big. Tra gli 11 e i 18 anni, i corsi prevedono 22 ore settimanali sul campo, più 6 ore di preparazione atletica e ancora 7 ore di attività su “Come si diventa un campione”. Per i più grandi, le ore di allenamento diventano 12, più 5 di preparazione atletica: non più di tre alunni per maestro. Nelle pause dal tennis, una fantastica spa offre ogni genere di confort, la palestra è dotata delle attrezzatura più sofisticate, la piscina coperta e quella scoperta garantiscono relax e a tavola è meglio controllarsi, sennò poi in campo si fatica il doppio. Imperdibile la visita al Rafa Nadal Museum Experience […] Anche l’Italia sta scoprendo la Rafa Nadal Academy, grazie al pressante lavoro di Simone Neri, responsabile dell’Accademia per il nostro Paese: «[…] Vogliamo riuscire a trasmettere l’idea dei molteplici programmi di allenamento che abbiamo, per tutti i livelli di tennis, da quello professionale a quello amatoriale […] Abbiamo poi ben quattro tornei Future 15.000 dollari, che aprono in gennaio la stagione agonistica professionale, tre tornei ITF Senior, il nuovissimo Challenger a fine agosto e i tornei giovanili Ten Pro, che stanno riscuotendo un grande successo tra i ragazzi di tutta Europa. Credo davvero ci sia la possibilità di portare in Academy tanti tennisti Italiani, per un torneo o per un periodo di allenamento più o meno lungo. Tutti quelli che stanno già venendo, rimangono estasiati dal livello e dall’atmosfera talvolta surreale che si respira. Entrare da vicino nel mondo di Rafa significa scoprire quei valori importantissimi, che sono poi stati il segreto della sua formidabile carriera. Credo che ognuno di noi se li possa un po’ cucire addosso, rielaborarli e assaporarne il gusto, sulla propria pelle».

La lezione di zio Toni: “Tirala sempre dentro. Non complicarti la vita” (Alberto Pastorella – Walter Perosino, Tuttosport)

Come Rafa, anche i Nadal del futuro crescono sotto l’occhio attento di zio Toni. Era il punto di riferimento fino a due anni fa del campione spagnolo, adesso plasma i 140 aspiranti campioni, maschi e femmine, spagnoli e non, all’interno di quel gioiello sportivo che è la Rafa Nadal Academy di Manacor, a una cinquantina di chilometri da Palma, isola di Maiorca. «È stata un’idea di Sebastian, mio fratello e padre di Rafa, cioè costruire un polo sportivo che potesse veicolare il nome di Nadal nel mondo, ma al tempo stesso di essere un centro di incontro per tutti i bambini di Manacor e dintorni, la sua e la nostra terra. A circa due anni e mezzo dall’apertura siamo soddisfatti. Tutto si può migliorare, ovviamente, ma giorno dopo giorno l’accademia cresce nel rispetto di un principio basilare al quale teniamo molto: consentire ai ragazzi di praticare sport studiando e di studiare praticando sport. Quello che Rafa, quando era giovane, non ha potuto fare», spiega Toni Nadal affacciato sul centrale dell’Academy. Per quasi due decenni è stato l’ombra di Rafa in tutti i campi del mondo condividendo con lui sconfitte, poche, e storici trionfi, un’enormità soprattutto al Roland Garros di Parigi dove insegue la magia numero 11, ma sempre con grande compostezza. Poi la decisione di assumere la responsabilità del progetto: «Sono direttore e supervisore dell’Academy. Sono sempre stato un maniaco dell’allenamento, mi piace intervenire, dare consigli ed essere coinvolto nella crescita. Come i maestri nelle scuole, decidiamo le fortune dei nostri allievi. Mi piaceva molto lavorare con un solo atleta, mio nipote, adesso vivo intensamente il piacere di lavorare con tanti. Certo, mi manca l’adrenalina della partita vissuta nel box a bordo campo e confesso che il primo anno è stata dura seguire le partite di Rafa in televisione, a distanza, ma ora mi sento realizzato. Le mie più grandi emozioni al suo fianco? Mi ha emozionato vederlo vincere tanto, il primo e il decimo Roland Garros oppure Wimbledon, ma nella mia memoria è ancora impressa l’emozione di quando tredicenne giocava al Tennis Club Manacor». La Rafa Nadal Academy non è solo una fucina di atleti più o meno promettenti, ma è soprattutto un’idea di sport costruita intorno ad una filosofia con la quale Toni Nadal ha disegnato e accompagnato il trionfale percorso agonistico di Rafa: «Ognuno di noi è consapevole delle proprie qualità, può avere una sensazione e cercare in tutti i modi di assecondarla in ogni singolo allenamento o partita. Federer, per esempio, sapeva di essere Federer sin da quando aveva iniziato la sua carriera, soprattutto perché intimamente ci si proietta sempre verso un futuro ottimistico fatto di vittorie e successi. Nessuno prefigura per se stesso il contrario, sarebbe assurdo. È un percorso mentale importante attraverso il quale ognuno può costruire il proprio percorso. E in questo diventa fondamentale essere presi per mano da istruttori preparati: in questa fase di crescita diventa fondamentale il compromesso tra maestro e allievo. La funzione di un allenatore non è solo cosa dice, ma soprattutto come lo dice e quando lo dice. Credo molto nell’intensità fisica e mentale, non credo nella tecnologia perché proprio non riesco a stare ore davanti a un video ad analizzare movimenti o tecniche. La mia filosofia è semplice: ‘Tirala dentro e non complicarti la vita’. L’avversario non è mai un nemico, Djokovic e Federer sono stati dei rivali con i quali a volte è andata bene, a volte male, ma la sconfitta non è mai stata una tragedia. Io tifo Barcellona, ma non sono contro il Real Madrid». […] Non è una equazione esatta allenarsi alla Rafa Nadal Academy e diventare in automatico campioni. Ma in soli due anni i primi frutti si sono visti attraverso giocatori e giocatrici che stanno scalando le classifiche mondiali: «Jaume Munar, che è di Felanitx, a due passi da Manacor, è venuto da noi che gravitava intorno al numero 280 del mondo e oggi è a ridosso dei primi 50. È un atleta ancora in formazione, sulla palla è agile e unisce bene tecnica e atletismo, ma difetta ancora del colpo vincente che chiude lo scambio. Gli ho insegnato a non accontentarsi mai e a motivarsi nella vita di sportivo, poi toccherà a lui trovare le chiavi per migliorarsi ancora. È stata una grande soddisfazione l’ingresso del norvegese Casper Ruud nei primi cento: un ragazzo d’oro con una famiglia molto educata al fianco. Gli manca un po’ di grinta, però nel suo futuro vedo delle possibilità importanti. Ma proprio in questi giorni stiamo vivendo con grande gioia i successi di una ragazza che può veramente diventare una top ten: la spagnola Rosa Vicens Mas che a 18 anni ha già vinto un Futures e da numero 650 è approdata in semifinale a Tunisi. E poi c’è Pedro Vives, ha 16 anni e viene ad allenarsi da noi da Maiorca. Rafa vede in lui delle qualità e per questo motivo lo chiama spesso a fargli da sparring. Vediamo se saprà cogliere l’occasioni per migliorare se stesso e il suo gioco». Zio Toni non nasconde di essere un tradizionalista, il tennis del futuro lo lascia perplesso e fortemente contrariato: «Non mi piacciono affatto le nuove regole della Next Gen. Il tennis non si adatta ai tempi moderni come hanno fatto la pallavolo o il calcio. La gente vuole novità che abbiano un impatto immediato sul gioco, ma questo non è possibile nel nostro sport. Anche per la Coppa Davis ero molto legato alla vecchia formula, più bella e più avvincente, ma riconosco che nel calendario di oggi un cambiamento, purtroppo, era inevitabile. Quello che non sopporto è il giudizio frettoloso di Federer che ha bollato la figura di Gerard Piqué, artefice con la sua società della rivoluzione del format che riunirà in un’unica sede, nel 2019 sarà a Madrid, le 18 finaliste, come ‘un calciatore che non dovrebbe occuparsi di tennis’. A me pare incredibile che un uomo di sport debba essere etichettato in questo modo. Rafa la pensa come me e, infatti, sarà in campo per difendere i colori della Spagna».

Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Paolo Rossi, Repubblica)

Un Novak Djokovic a trecentosessanta gradi ha aperto le danze dell’ultimo torneo che si gioca oltreoceano, prima che l’Europa si prenda il tennis per la primavera e l’estate. Il serbo, nel giorno inaugurale del Master 1000 di Miami, ha parlato un po’ di tutto. Perfino una battuta sul suo nuovo compagno di doppio, un certo Fabio Fognini. «Quando abbiamo giocato ci siamo parlati in italiano. E mi sembra che a Indian Wells non sia andata malissimo, e anzi volevamo rifarlo qui a Miami ma non è stato possibile per una serie di ragioni che è troppo lungo spiegare ora e non vorrei annoiarvi». Ecco, Miami, nuova di zecca: ha cambiato casa, lasciando Key Biscayne per il tempio dei Dolphins, la squadra di football […] «A me è piaciuto, i colori e tutto il resto» ha detto il serbo promuovendo senza alcun dubbio lo sforzo organizzativo, ma in fondo Djokovic è in conflitto di interessi affettivo, con questa città della Florida. «È che io qui ho vinto il mio primo torneo importante, un fatto che mi ha dato energia per il prosieguo della mia carriera, ha fatto sì che poi tutte le cose capitassero a cascata. Ecco, per cui quando io vengo qui per me è un reimmergermi in un fiume di ricordi belli e positivi che mi danno carica». Un Djokovic tirato a lucido, che ha in mente un solo e unico obiettivo: Parigi, il secondo passo verso il Grande Slam che non viene realizzato dal 1969 (Rod Laver) cui il leader ambisce, più o meno senza mezze misure. Certo, sulla strada c’è un fantasma, ossia quel Rafa Nadal che ha salutato gli Stati Uniti d’America anzitempo per colpa di una ricaduta al ginocchio, proprio la settimana scorsa a Indian Wells […] «Sono felice che sia Roger che Rafa vogliano interessarsi maggiormente alle cose dell’ATP» ha risposto a domanda il serbo. Il punto è che la parte politica del mondo della racchetta è in fibrillazione, dopo il licenziamento di Chris Kermode, amministratore delegato del sindacato. La storia è nota, essendo stato bocciato il suo lavoro, ritenuto lontano dagli interessi dei giocatori e più vicino invece agli organizzatori dei tornei: la famosa e-mail del canadese Pospisil («Ancora oggi i nostri premi sono meno del 10% dei loro introiti») ha dato il via al cambio. «Il Consiglio dei giocatori è un organo democratico, che rappresenta centinaia di altri giocatori che lo eleggono, quindi non è che decido io, o il consiglio. Non solo: essendo Roger e Rafa esponenti di spicco del nostro sport, è ovvio che la loro opinione venga ascoltata con grande interesse per cui dico a loro ‘benvenuti’, felice che abbiano voglia di migliorare il nostro mondo con la loro esperienza». Infine, l’ultimo pensiero della sua giornata a tutto tondo è di tipo familiare, e riguarda Marko, il fratello minore che ha tentato senza fortuna di seguire le sue orme e che ora ha deciso di intraprendere la carriera di allenatore. «Beh, il tennis è pieno di storie di fratelli e sorelle, no? Io sono contento che Marko ritorni sui campi, e voglio che sia chiaro che io non c’entro nulla con la sua scelta, che è assolutamente indipendente. E sono anche certo che farà un buon lavoro, con i ragazzi che seguirà». Così parlò il leader, ascoltato e rispettato. Da oggi, pero, tutti cercheranno di batterlo senza fargli sconti.

Nell’arena della NFL o sulla pista di F1. Tennis senza confini (Stefano Semeraro, Stampa)

Il maggiore Wingfield, il codificatore del Lawn Tennis, era un tipo scorbutico ma lungimirante. Il suo famoso kit – palle, racchette, rete e picchetti contenuti in una scatola di legno – era adattabile a qualsiasi superficie, dall’erba al ghiaccio (e infatti l’ice tennis fu popolare in America a inizio Novecento). Era convinto di aver inventato il passatempo ideale per le coppiette vittoriane in cerca di svago, e si sarebbe sicuramente stupito nel leggere l’estratto conto di Federer o di Djokovic. Molto meno di vedere un torneo traslocato all’interno di uno stadio di football americano, altro sport nato fra gli Anni 60 e 70 dell’Ottocento, come è capitato al Masters 1000 di Miami. Il centrale (temporaneo) da 15 mila posti da quest’anno si adagia alla Curva Sud dell’Hard Rock Stadium, quello dei Miami Dolphins, gli altri 29 – dicasi ventinove – campi, compreso un Grand Stand da 5000 spettatori, sono invece permanenti, voluti espressamente dal proprietario dei Dolphins, Stephens Ross […] Nel 2014 si è giocato uno Stati Uniti-Inghilterra al Petco Park, la casa dei San Francisco Padres di baseball, la Francia da anni bivacca nel gelido Pierre Morouy, dove gioca il Lille, dopo aver noleggiato anche l’arena romana di Nimes. In Austria nel 1990 si inondò di terra battuta una curva del Prater, e per un match con la Francia persino uno degli hangar dell’aeroporto Schwechat di Vienna. Gli olandesi nel 1994 hanno sfruttato una banchina del porto di Rotterdam, i tedeschi un padiglione della Fiera di Dusseldorf. L’Argentina nel 2007 per ospitare Russia e Germania invase il Monumentalito, il campo di allenamento del River Plate. Gli spagnoli hanno profanato (per l’aficion taurina) persino la Plaza de Toros di Madrid, e chi nel 1992 era a Maceiò per i quarti di finale di Coppa Davis fra Brasile e Italia non ha dimenticato le tribune oscillanti sul bagnasciuga […] l’anno prossimo a Monza un Atp 250 (la stessa categoria di Doha), e per giunta sull’erba, potrebbe essere organizzato sulla pit-lane dell’autodromo, una novità assoluta. La data in ballo è la terza settimana di giugno – alla vigilia di Wimbledon – le concorrenti sono Maiorca e Skurup, in Svezia, mentre il promotore della candidatura è l’ex arbitro Giorgio Tarantola, che ha già raccolto un discreto portfolio di sponsor e un primo testimonial in Marco Cecchinato. L’erba necessaria al centrale e altri altri 5 campi, che sorgerebbero nel paddock della F1, verrebbe srotolata e arrotolata ogni anno. Un prodigio giardiniero di cui il vecchio Wingfield, connazionale di Lewis Hamilton, sarebbe fiero. La sua idea, in un secolo e mezzo, ha saputo mettere radici davvero dappertutto.

ATP di tennis, il governo: Torino è a un passo (Jacopo Ricca – Diego Longhin, Repubblica Torino)

Tutti si dicono fiduciosi, come se le Atp Finals fossero già un appuntamento torinese. I contatti tra Miami, dove il circo del tennis mondiale professionistico si è trasferito dopo il torneo di Indian Wells, Roma, dove ha sede la Fit, e Torino, dove la sindaca Chiara Appendino continua a battersi per portare uno dei tornei più importanti del tennis in città, sono costanti. I sottosegretari pentastellati Simone Valente e Laura Castelli, da un lato, e quello leghista, Giancarlo Giorgetti, dall’altro, sono al lavoro per sistemare gli ultimi dettagli sulle garanzie finanziarie, ma anche Appendino si sta spendendo perché l’impegno del governo si traduca in una fideiussione bancaria del tipo richiesto da Atp. «Sento il presidente della Fit Angelo Binaghi che è fiducioso. Se lo è lui lo sono anch’io. So che c’è da sistemare la vicenda della fideiussione ma se ne sta occupando il Credito sportivo», sottolinea Giorgetti. Il sottosegretario d’altronde collega il sostegno agli Atp al «sì» alla copertura economica alle Olimpiadi invernali del 2026 di Milano e Cortina. Per Torino ospitare il torneo di tennis dal 2021 sarà un modo per rimarginare la ferita olimpica. La prima cittadina, anche nei momenti più bui, quando da Roma non arrivavano segnali positivi ma solo indicazioni che facevano pensare che la partita fosse chiusa in negativo, ha continuato a sperare e lavorare per tenere la candidatura in piedi. Il Comune di Torino ha stanziato 1,5 milioni, mentre la Regione lunedì darà, approvandolo in prima Commissione, un contributo pluriennale di 7,5 milioni. Per il 2021 ci sono già 600mila euro iscritti a bilancio […] La certezza su chi ospiterà il torneo dal 2021 non ci sarà prima del 27 marzo, forse il termine potrebbe slittare addirittura al 31 e questo impedisce di dire che i giochi siano fatti per Torino. Una cosa è certa: i giocatori hanno ribadito ancora una volta la contrarietà al trasferimento in Asia dell’ultimo torneo dell’anno, quello che precede il periodo di riposo che la maggior parte di loro passa in Europa. Resta l’incognita di Londra, sede attuale, super favorita fino a quando ha scelto di non fare un’offerta al rialzo come si aspettavano i vertici Atp. Se questa dovesse arrivare all’ultimo potrebbe cambiare le carte in tavola, un po’ come il decreto del governo ha fatto la scorsa settimana per Torino.

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