Torino-ATP Finals allo sprint finale. Atteso il via libera del governo (Crivelli, Azzolini, Costa, Catalano)

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Torino-ATP Finals allo sprint finale. Atteso il via libera del governo (Crivelli, Azzolini, Costa, Catalano)

La rassegna stampa di martedì 12 febbraio 2019

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La partita di Torino. Il Masters dei grandi: siamo allo sprint finale (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Una settimana da dio. Per avvicinarsi al paradiso. Sette giorni che possono schiudere le porte del cielo a Torino e al suo sogno di ospitare il Masters dal 2021 al 2025, facendo dell’Italia il cuore del tennis mondiale insieme ai quattro paesi che ospitano gli Slam. Il calendario è già fissato: la scelta della sede che accoglierà i migliori 8 giocatori del mondo nel tradizionale appuntamento di fine stagione verrà comunicata durante il torneo di Indian Wells, che inizia con le qualificazioni il 4 marzo. In lizza, oltre a Londra che si ripropone per proseguire l’avventura con le Finals iniziata nel 2009, ci sono l’altra inglese Manchester, Singapore, Tokyo (che nel 1970 tenne a battesimo la prima edizione del torneo) e appunto Torino. Da questo gotha, scremato dall’Atp da una trentina di richieste, uscirà perciò la 15a città ad accogliere l’evento, a meno che non rivinca la capitale inglese. Nei prossimi giorni, però, è previsto un adempimento fondamentale: ognuna delle candidate dovrà versare una fideiussione di 70 milioni di dollari (62 milioni di euro) a garanzia dei primi due anni, attraverso una filiale americana di un istituto di credito di proprio gradimento. Ed è qui che si innesta la sinergia richiesta con forza dal presidente della Federtennis, Angelo Binaghi. L’idea di portare per la prima volta da noi un torneo dell’importanza del Masters è stata subito sposata in toto da Governo, Regione Piemonte, Comune, Coni e Fit, cui si è aggiunta la neocostituita Sport e Salute, tanto è vero che Torino è approdata allo step decisivo. Ora pera occorre mettere in campo lo sforzo determinante, come spiega Binaghi: «È evidente che la federazione, che ha un bilancio di circa 20 milioni di euro, non possa accollarsi il peso dell’intera fideiussione, perché le cifre sono molto più importanti rispetto a quelle degli Internazionali di Roma. Perciò è fondamentale che si arrivi in tempi brevissimi alla costituzione di una società che ripartisca al suo interno le responsabilità economiche, con la partecipazione preponderante di Sport e Salute, che ha un bilancio di oltre 400 milioni. Sulle quote non faccio questioni di principio, potrebbe essere il 50 per cento in capo a loro e il resto diviso tra noi, Regione e Comune». Tra l’altro, la particolare natura di Sport e Salute, che è un ente di diretta emanazione governativa, sottrae un passaggio complicato, quello delle garanzie finanziarie che il Governo dovrebbe mettere a disposizione della società in questione […] Perché in ballo non c’è solo l’opportunità di organizzare un torneo che resta l’appuntamento più importante del tennis dopo gli Slam, ma anche il prestigio e l’immagine extrasportiva dell’Italia: «Il Masters — conclude Binaghi — sarebbe l’evento agonistico più importante del nostro paese almeno per cinque anni e ottenerlo non sarebbe una vittoria della Fit o mia, ma di tutti. Gli interessi di bottega non c’entrano, sarebbe un volano eccezionale pure per il turismo e l’indotto, come ha spiegato in modo cristallino e ficcante la sindaca Appendino alla presentazione del progetto» […]


Biglietti, sponsor, contatti sui social. Un giro d’affari da 60 milioni di euro (ri.cr., Gazzetta dello Sport)

 

Organizzare il Masters costa, non c’è dubbio: solo per garantirsi la possibilità di approdare alla short list delle candidate. A dicembre Torino ha dovuto garantire all’Atp 18 milioni di euro tra montepremi e tassa d’accesso. E se gli Internazionali d’Italia hanno un fatturato di circa 32 milioni, per le Finals uno studio della Fit e del Comune ipotizza, per il primo anno, un fatturato di oltre 50 milioni. Come sede del torneo, Torino ha scelto il PalaAlpitour, cioè il Palalsozaki dell’Olimpiade 2006, capienza 14.350 spettatori, presentando un ambizioso progetto di coinvolgimento di tutte le energie culturali, turistiche e enogastronomiche della città e dell’area metropolitana. Perché l’evento, costi a parte, sicuramente genera grandi profitti. Il paragone più semplice, ovviamente, è con l’ultima edizione, la decima consecutiva ospitata dalla 02 a Londra e vinta da Sascha Zverev. Dal 2009, sono stati oltre due milioni e mezzo gli appassionati che hanno assistito all’evento londinese. Nel 2018 gli spettatori dall’11 al 18 novembre sono stati 243.819, ma l’indotto (bar, ristoranti e negozi all’interno dell’arena) ha portato il totale delle presenze a 358.472. Poi c’è la cessione degli spazi commerciali e delle suite del palazzetto destinate ai partner economici più facoltosi. Insomma, tra biglietti venduti, incassi dagli sponsor e dai diritti tv, è facile prevedere che siano stati superati i 60 milioni di euro di introiti. Il Masters macina numeri incredibili anche sui nuovi media che servono ad amplificare al massimo la percezione dell’evento nel mondo, a beneficio anche degli sponsor. L’anno scorso ci sono state cinque milioni di interazioni social sui canali Atp, quasi 37 milioni di visualizzazioni per i video, un totale di contatti sulle piattaforme Atp che ha superato i 200 milioni […]


L’affare ATP Finals (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] A Londra, che regna da dieci anni e vuole continuare a farlo, ora che siamo a un passo dal rinnovo delle royalties e in quattro si sono fatte avanti a insidiarla (Torino, Manchester, Singapore e Tokyo) il Masters di tennis, le ATP Finals come lo chiamano oggi, lo hanno sistemato all’interno di uno dei più grandi centri commerciali che si siano mai visti. La “02”, la grande Arena sulla “Greenwich Peninsula” nata per lo sport e i concerti rock, 20 mila posti a sedere sotto un tendone spesso tre dita sul quale operano due società di maestri scalatori (“Up at the 02”) per insegnare ai bambini ad arrampicarsi in montagna (per dire che la utilizzano in ogni sua parte, sotto e sopra), si affianca a oltre 40 ristoranti, negozi di tutti i tipi, 12 discoteche, 2 sale da bowling, ed è sede di grandi multinazionali. Da luglio 2007, data dell’inaugurazione, la 02 si vanta di avere accolto 60 milioni di persone, una popolazione grande come quella italiana. Non è un caso che il Masters abbia trovato una sede così. Fa parte della sua Natura, che è sempre stata prodiga eppure inquieta. All’inizio fu una sfida per la pace interna al movimento tennistico,e la pace – si sa – si regge assai meglio se vi sono dati economici concreti a sostenerla. Nacque da un’idea di Jack Kramer, gran giocatore in anni in cui il tennis degli amateurs offriva ben pochi avversari, poi professionista e infine organizzatore, uno che con le sue scelte, le alleanze e le idee che promuoveva finì per tracciare il percorso utile a guidare il tennis oltre la crisi successiva alla nascita dell’Era Open. L’anno fu il 1970, fra i più turbolenti dopo la decisione presa (fine 1967) di riunire professionisti e dilettanti sotto un’egida comune. Molti dei giocatori più forti avevano contratti professionali, e molti degli organizzatori che li pagavano pretendevano che in cima ai loro pensieri vi fossero i loro tornei. Il calendario della stagione, in quelle condizioni, finì rapidamente per trasformarsi in un’orribile zuppa tennistica, nella quale ogni avvenimento affogava senza possibilità di emergere sugli altri. Il Wct del petroliere texano Lamar Hunt aveva bloccato tutti i tennisti americani. Quasi tutti gli australiani più forti stavano con la National Tennis League di George McCall. Altri otto, fai quali John Newcombe, si misero nelle mani di Dave Dixon, che li fece conoscere come gli Handsome Eight, gli “otto belli”. La Filt, così allora si chiamava la federazione internazionale, rispose affidandosi a Kramer cui lasciò il compito di costituire un circuito di tornei importanti, o in grado di diventare tali. Kramer eseguì, inventò il Grand Prix, trovo un sacco di soldi (un milione e 600 mila dollari), vi spinse dentro tre dei quattro Slam (tutti tranne l’Open d’Australia) ed ebbe l’intelligenza di aprire le porte a chiunque dei tennisti sotto contratto avesse voluto partecipare. Alla fine del Grand Prix pose un Masters, un torneo riservato ai più forti. Il primo lo giocarono in sei a Tokyo, deciso da una classifica a punti, e vinse Stan Smith. In palio vi erano 50 mila dollari e un messaggio: se il tennis dev’essere Open, meglio che a gestirlo siano i tennisti. Era l’idea finale di Kramer. Nel 1972 nacque l’Atp, e negli anni successivi i grandi organizzatori del tennis professionale furono degradati a manager dei singoli tennisti. Oggi, 49 anni dopo, i dollari in palio sono molti di più […]


Così Torino vuole giocarsela (D.A., Tuttosport)

La sfida a Londra vale dunque 85 milioni di dollari l’anno per i prossimi 5 anni. Quasi 500 milioni per il solo tennis, più un indotto che può spingersi su valutazioni superiori al miliardo. Cifre che hanno attratto una moltitudine di città, oggi ridotte a cinque dopo la prima scrematura, in attesa della decisione che verrà presa a Indian Wells, sede del primo Masters Series della stagione, al via il 7 di marzo. Contro Londra si agitano in quattro, Torino, Singapore, Manchester e Tokyo, sollevando ognuna i proprio buoni diritti, Singapore e Tokyo quelli di città emergenti di un movimento tennistico asiatico che si annuncia come un’onda (orda?) travolgente sul prossimo futuro, Manchester con le sue aziende e i buoni rapporti con l’economia araba, Torino infine con i buonissimi risultati ottenuti ogni qual volta è stata chiamata a organizzare eventi di respiro internazionale, non ultime le Olimpiadi della neve, mentre il nostro tennis può vantare buone prove organizzative con Roma e le Next Gen Finals a Milano. Londra resta favorita, un po’ perché è sede tradizionale, e un po’ grazie al lavoro svolto, che ha creato rapporti a doppio filo con grandi sponsor e ha rodato l’organizzazione nella stipula di contratti importanti, su tutti quelli dei diritti televisivi validi per tutto il mondo. È una bella sfida, da affrontare però con grande convinzione. Torino ce l’ha (tanto più dopo aver perso i Giochi Olimpici da condividere con Milano e Cortina), Coni e federtennis pure, ma dalle dichiarazioni preoccupate che vengono dalla città, proprio in queste ore (è di ieri quella del presidente della Camera di Commercio torinese, Vincenzo Ilotte), sembra stia venendo meno a livello governativo, che nelle promesse aveva fissato in 78 milioni la cifra da destinare all’evento […]


Il governo Conte frena sull’ATP Finals a Torino (Gaetano Costa, Italia Oggi)

Il M5s ha detto sì. Il Comune di Torino, lo scorso novembre, ha ufficializzato la candidatura del capoluogo piemontese per ospitare cinque edizioni dell’Atp Finals, uno dei tornei di tennis più prestigiosi al mondo. Nella città simbolo dei grandi no dei pentastellati, dalla Torino-Lione al ticket condiviso con Milano e Cortina per le Olimpiadi invernali del 2026, l’amministrazione del sindaco Chiara Appendino è pronta a organizzare un evento «che richiama 250 mila spettatori l’anno». Governo amico permettendo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo Sport, il leghista Giancarlo Giorgetti, vacilla sul via libera ai fondi di garanzia per la manifestazione. Il suo pari ruolo e responsabile dello Sport per il M5s, Simone Valente, insiste invece per superare lo stallo. Il tempo stringe. L’esecutivo di Giuseppe Conte dovrà sciogliere i dubbi entro venerdì. In un senso o nell’altro. Prendere o lasciare la racchetta. Torino, lo scorso dicembre, ha passato la prima selezione. Ed è entrata nella cosiddetta short list delle cinque città candidate per l’Atp Finals dal 2021 al 2025. Insieme col capoluogo piemontese sono in lizza Manchester, Tokyo, Singapore e Londra, l’attuale sede del torneo. In questi mesi la giunta Appendino si è mossa per trovare gli sponsor in grado di coprire i 50 milioni che servono per organizzare l’evento. Anche Roma, però, deve fare la sua parte. Con un investimento di 78 milioni di euro. L’Atp, per la manifestazione, chiede una quota d’ingresso di 18 milioni per il primo anno e 15 milioni per i successivi quattro. Una somma considerevole. Da qui le titubanze di Giorgetti. «Dobbiamo capire se ci sono le condizioni affinché il governo, ma anche il Parlamento, possa in qualche modo supportare uno sforzo di questo tipo», ha spiegato il leghista la scorsa settimana. «L’onere è significativo. Ci vogliono circa 100 milioni di euro». Valente, dalla sponda pentastellata del governo gialloverde, è convinto che il prestigio e l’indotto dell’Atp Finals giustifichino il sacrificio economico. «Si tratta di un evento con un grandissimo impatto su Torino, penso che il governo debba dare le garanzie necessarie», ha sottolineato il sottosegretario del M5s. «Se necessario sarà richiesto un passaggio in Consiglio dei ministri, di sicuro le risorse possono essere tranquillamente destinate, come per tanti altri grandi eventi internazionali». Anche la maggioranza a sostegno di Appendino spinge per organizzare la manifestazione. «L’Atp Finals non può essere merce di scambio per una città che è già stata danneggiata da un governo che prima afferma che non sosterrà economicamente i Giochi del 2026 e poi si fa carico dei costi per la sicurezza dell’evento», ha detto a Repubblica Torino il consigliere comunale del M5s, Marco Chessa. «Quella di Torino è una candidatura forte, credibile e legittima. Ed è una città che merita e pretende rispetto» […]


Pietrangeli: “Il progetto costa molto ma porta grandi affari” (ste.p., Repubblica Torino)

«Se l’Italia otterrà le finali Atp potrà vantare uno degli avvenimenti sportivi più importanti dell’anno», dice Nicola Pietrangeli. L’ex campione, unico sportivo italiano entrato nella Hall of fame del tennis, tifa Torino: «Ho visto il progetto, è molto bello», dice il due volte vincitore del Roland Garros. Il dossier di Torino è pronto, ma mancano i soldi del governo. È preoccupato? «Sono stato qualche tempo fa in città, avete una sindaca brava e competente, con un bel progetto. Le finali costano care, ma sono un evento molto grande. Le ultime, a Londra, sono state disputate in uno stadio enorme e hanno generato un ampio giro d’affari. Certo, il Comune, il Coni e il governo devono valutare bene. II problema più grave dell’Italia è che nessuno ha più il coraggio di fare le cose». In che senso? «Parlo in generale, ma vedo un Paese in cui manca la fiducia nel prossimo, su qualsiasi cosa. Le finali Atp sono un’operazione cara, ma bisogna osare e far vedere che manifestazioni straordinarie come queste possano essere organizzate anche qui». Le candidate a ospitare le “Finals” sono cinque. Qual è la favorita? «Credo le daranno a Singapore, oppure a Tokyo. Quelli dell’Atp, però, mi sembravano molto ben disposti nei confronti di Torino. È un negoziato, se cominciamo a tentennare è finita. Però confido nella sindaca Appendino: mi ha stupito, è molto preparata». Al di là dell’aspetto sportivo, perché varrebbe la pena organizzare le finali in Italia? «All’ultima edizione, a Londra, c’erano spettatori da tutto il globo, parliamo di 15-17 mila persone al giorno. È un avvenimento mondiale e Torino ha le carte in regola per organizzarlo». Eppure la componente leghista del governo non sembra intenzionata a sostenere l’evento, nonostante le pressioni dei 5 Stelle. Che ne pensa? «Per mia fortuna non c’entro nulla con le questioni politiche. Io spero solo che le finali si possano Fare. Sono già saltate le Olimpiadi di Roma, questo mi sembrava un bel modo di recuperare. Speriamo che il governo ci ripensi» […]


“Il governo non ci volti le spalle sulla candidatura alle ATP Finals” (Lidia Catalano, Stampa Torino)

«Il governo non trova le risorse? Allora attinga a quelle – peraltro ben più sostanziose – che vuole mettere in campo per trasformare Torino in area di crisi complessa». Il presidente della Camera di commercio Vincenzo Ilotte non ci sta a vedere sfumare la candidatura di Torino alle Atp Finals di tennis, il torneo che dal 2021 al 2025 potrebbe portare in città per una settimana di fila le stelle del circuito. Con ricadute economiche e di immagine certo non paragonabili a quelle di un’Olimpiade, ma che gioverebbero non poco a un territorio che fatica a trovare una leva per il rilancio. «I calcoli dicono che per ogni euro investito avremmo un ritorno pari a dieci volte tanto – sottolinea Ilotte -. Parliamo di 500 milioni in cinque anni, un’opportunità a cui non possiamo rinunciare». Un’occasione ghiotta, su cui però da giorni pende la frase sibillina di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo sport: «Dobbiamo capire – ha detto il leghista – se ci sono le condizioni affinché il governo, o anche il Parlamento, possa supportare in qualche modo uno sforzo di questo tipo». Una posizione quantomeno attendista, proprio mentre si avvicina inesorabile la scadenza del 15 febbraio, data entro cui è atteso il via libera da Roma allo stanziamento di 78 milioni: 18 per il 2021 e 15 per i quattro anni successivi. «Una cifra irrisoria per le casse dello Stato – attacca flotte -. Se hanno validi motivi per boicottarci ce li spieghino chiaramente». Ieri il numero uno di Unioncamere Piemonte ha inviato una lettera al premier Conte e a Giorgetti per chiedere di portare avanti l’impegno sulle Atp Finals […] E difende l’operato della città: «La sindaca Appendino ha creduto e crede moltissimo in questo evento. Le ho parlato proprio ieri mattina – conferma Ilotte -. Sta lavorando su tutti i fronti per portare a casa il risultato. E io ho ritenuto doveroso fare la mia parte. C’è forse bisogno di far scendere di nuovo in piazza le madamine? La città è allo stremo e l’ha manifestato in ogni modo». PalaAlpitour e Sporting hanno già dato disponibilità per ospitare il torneo. «Abbiamo tutte le infrastrutture – incalza flotte – Servirebbe un fronte compatto per spuntarla sulle candidate avversarie» […]

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La Giorgi è ai quarti: in forma New York. Cecchinato s’illude (La Gazzetta dello Sport). Sinner, un passo avanti (Tuttosport). Duck-hee Lee, il tennista che ha sconfitto il silenzio (Bonso)

La rassegna stampa di mercoledì 21 agosto 2019

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La Giorgi è ai quarti: in forma New York. Cecchinato s’illude (La Gazzetta dello Sport)

Ai quarti. Camila Giorgi avanza nel Bronx Open, il torneo pre Us Open che prende il posto in calendario di New Haven. L’azzurra, n.58 Wta, nel 2° turno trova la tedesca Andrea Petkovic, che aveva eliminato la cinese Zhang, quarta testa di serie, e dopo una partita accesa e lunga 2 ore e 43 minuti, la spunta 3-6 7-5 7-6 (3). Ora la marchigiana affronterà al terzo turno la vincente tra Cornet (Fra) e Zhu (Cina). A Wiston Salem Marco Cecchinato si ferma al secondo turno: Millman cede 7-6 (5) il primo set al siciliano, ma ribalta il match 6-4 6-3. Nel primo turno si fermano invece Andreas Seppi, che cede al ceco Berdych 6-1 3-6 6-3, e Thomas Fabbiano, eliminato dal russo Andrey Rublev 6-4 6-2. Out lo scozzese Andy Murray da Tennys Sandgren 7-6 (10-8) 7-5.[…]

Sinner, un passo avanti (Tuttosport)

 

Il miglior diciottenne al mondo, lo recita la classifica Atp, compie un primo passo verso il tabellone principale dell’Us Open, ultimo Slam dell’anno a Flushing Meadows da lunedì. Avanza Jannick Sinner e porta a sei il numero di azzurri (erano 13 al via) al secondo turno nelle qualificazioni. Dopo Baldi, Napolitano, Caruso, Giannessi e Lorenzi, il neo 18enne e 24a testa di serie, ha lasciato soltanto un game nel derby tricolore a Matteo Viola. In campo femminile avanza soltanto Jasmine Paolini al 2° turno delle qualificazioni battendo 6-1 3-6 6-1 la statunitense Arconada. Nella notte ha affrontato la rumena Elena Gabriela Ruse. Tutte uscite al debutto delle quali invece le altre azzurre, Martina Trevisan, Martina Di Giuseppe e Giulia Gatto-Monticone. In tabellone una sola azzurra ammessa direttamente: Camila Giorgi. Nell’Atp 250 a Winston Salem, invece, escono di scena i due italiani. Marco Cecchinato cede al secondo turno all’australiano John Millman: 6-7 (5), 6-4, 6-3 in quasi due ore e mezza. Niente da fare neppure per Thomas Fabbiano, 6-4, 6-2 dal russo Andrey Rublev. Ma la buona notizia arriva dal tennis femminile e dal Bronx Open a New York. Camila Giorgi si conferma in crescita di condizione ed entra nei quarti battendo in tre set la tedesca Andrea Petkovic 3-6 7-5 7-6(3). Troverà la francese Alize Comet o la cinese Lin Zhu. La bimba prodigio Amanda Anismova rinuncia all’Us Open per la tragedia che l’ha colpita la notte scorsa. Il padre e allenatore, Konstantin Anisimov,è stato trovato morto per cause ancora da chiarire. La quasi 18enne tennista Usa di origini russe, numero 24 del mondo e più giovane tra le prime 100, giustamente non se la sente. Amanda è esplosa al Roland Garros, eliminando Simona Halep nei quarti, poi aveva saltato i recenti appuntamenti di Toronto e Cincinnati per problemi alla schiena.

Duck-hee Lee, il tennista che ha sconfitto il silenzio (Andrea Bonso, Il Giornale)

Giocare a tennis non significa solo buttare la pallina oltre la rete: il più delle volte si tratta di buttare il cuore oltre l’ostacolo. E l’ostacolo può essere mille cose: se stessi, la paura, gli infortuni o una disabilità. Come quella di Duck-hee Lee, sordo fin dalla nascita. A questo sudcoreano di 21 anni non manca di certo il coraggio di affrontare la vita, considerando il proprio problema non un freno, bensì un motivo in più per dare il meglio di sé. E ciò l’ha dimostrato al mondo nel corso del torneo 250 di Winston-Salem, dove è diventato il primo tennista sordo a vincere un match Atp, battendo lo svizzero Laaksonen (7-6, 6-1). Un’enorme soddisfazione per un atleta che si è costruito da solo, superando difficoltà che i “colleghi” possono a fatica immaginare. Lee è nato nel 1998 a Jecheon, una città a due ore da Seul. Quando ha due anni, mamma Park Mi-ja e papà Lee Sang-jin hanno la conferma della sordità ma, dopo un iniziale sconforto, decidono che il figlio poteva e doveva avere una vita assolutamente normale. Così Lee cresce e frequenta non solo istituti per sordi, ma anche una scuola comune, dove può stare insieme a ragazzi normodotati. Lee inoltre non conosce la lingua dei segni, ma sa leggere il labiale alla perfezione, grazie alle esercitazioni con la madre. L’amore per il tennis è merito di papà, grande appassionato di sport. Mostra fin da subito il suo talento, ma gli allenatori sono scettici sulla possibilità di un futuro da pro. Il ragazzo, però, non si arrende: «Venivo preso in giro, mi dicevano che non avrei dovuto giocare e di dedicarmi alla musica» ha confidato. Già da ragazzo, la sua qualità è sotto gli occhi di tutti e a tredici anni diventa famoso, a tal punto che la Hyundai gli offre una sponsorizzazione. Lee continua a migliorare e a stupire: è 212° nel ranking Atp e la vittoria di Winston-Samen rappresenta la prima tappa di un viaggio speciale. Ma qual è la meta? Sono due i suoi grandi obiettivi: diventare numero 1 e migliorare la posizione raggiunta dal tennista coreano più forte di sempre, Lee Hyung-taik, che nel 2007 fu 36° e vinse un torneo Atp. Non sarà per nulla facile, ma Lee ha già dato un grande insegnamento: tutto è possibile, se non hai paura di buttare il cuore oltre all’ostacolo.

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Trionfa Medvedev (Crivelli). Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Mancuso). Crazy tennis (Clerici)

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Trionfa Medvedev. Settimana perfetta dell’Orso di Mosca (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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La settimana perfetta di Medvevev si conclude come era da pronostico dopo che in semifinale aveva ribaltato il match con Djokovic da un set sotto e 0-30 sul 3-3 del secondo set: con un successo combattuto ma sostanzialmente mai in discussione su Goffin, che regala all’Orso russo (medved significa appunto orso nella lingua di Tolstoj) il primo sorriso in un Masters 1000 e soprattutto il numero 5 della classifica. Da oggi, Daniil è il più in alto della tanto celebrata Next Gen, di cui rappresenta l’archetipo contrario rispetto agli strombazzati Tsitsipas e Shapovalov: pochissima vita sui social, una moglie (Daria) già a carico e una straordinaria etica lavorativa, che lo ha portato a migliorare a grandi passi, soprattutto al servizio. Che a Cincinnati è stato l’arma letale, togliendolo sempre dagli impicci. Medvedev è il giocatore più caldo del momento (tre finali in tre settimane, finalmente si è tolto la scimmia dopo i k.o. di Washington e Montreal) e quello con più vittorie in stagione, 44.

 

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Tra le donne, vittoria della Keys, al primo Premier 5 in carriera.

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Avrebbe tutto per rimanere costantemente al top: un servizio che spacca e colpi molto pesanti da fondo, ma non è mai stata una tigre nei momenti caldi di una partita o di una stagione. È vero, ha giocato una finale Slam a New York nel 2017, ma è stata travolta dalla Stephens e comunque ci si immaginava che alla sua età (24 anni) si fosse già costruita un palmarès da star. Ecco dunque che il trionfo in Ohio ci consegna una giocatrice che finalmente è stata aggressiva quando si è scoperta spalle al muro: la Kuznetsova è stata in vantaggio 5-3 in entrambi i set, ma a quel punto Madison ha alzato l’intensità del gioco ed è uscita dal pantano con 13 ace e 45 vincenti. Chapeau.

Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Angelo Mancuso, Il Messaggero)

Attenuanti generiche. Dopo il ko in semifinale al Masters 1000 di Cincinnati, Djokovic si concentra sugli US Open: «Ho perso contro un avversario che ha giocato benissimo, sarò pronto per New York». Manca una settimana esatta all’ultimo Slam della stagione e il n.1 era al rientro dopo il trionfo a Wimbledon e con il riacutizzarsi del dolore al gomito destro: contro Medvedev ha dominato per un set e mezzo, poi la risposta migliore del pianeta si è inceppata e il talentuoso russo classe 1996 ha messo la freccia (3-6 6-3 6-3). Allarmanti le condizioni di Federer: probabilmente avrebbe avuto bisogno di qualche giorno in più per digerire la sbornia dei 2 match point falliti contro Djokovic nella finale dei Championships. King Roger nel caldo umido di Cincinnati è apparso lento e spaesato e ha incassato una brutta sconfitta già al 3° turno contro Rublev.

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Sempre in tema di Fab Three, Nadal si è chiamato fuori dalla mischia in Ohio dopo aver vinto però a Toronto. GOSSIP In attesa di rivederlo sul cemento degli US Open, gli appassionati di gossip conoscono la data delle nozze con Xisca Perello: la cerimonia si terrà sabato 19 ottobre a Pollensa (…).

Crazy tennis (Gianni Clerici, La Repubblica)

A Cincinnati — Ohio — il tennista australiano Nick Kyrgios, durante il suo match contro il russo Karen Khachanov, n. 9 in classifica, è stato multato di ben 113 mila dollari per otto infrazioni antisportive (…).

Non sorprenderà il lettore che abbia ammirato Kyrgios a Roma scagliare sul campo una sedia durante gli ultimi Internazionali, o me stesso, la prima volta che lo vidi in Australia (…). Fu quella volta, in cui trovò modo di prendersela soltanto con una bottiglietta, che il collega australiano che mi accompagnava mi fece notare quanto dovesse essere difficile il ruolo di “new australian”, come vengono definiti i conquistatori della nuova nazionalità. «Kyrgios — disse l’amico — non ha solo un papà greco, ma una mamma malese».

(…) Scrivo queste cose dopo una presentazione di un mio libretto, Il Tennis nell’Arte, del quale avrete letto forse, se abitate in Lombardia, una intervista di un altro innamorato del tennis, Carlo Annovazzi. (…) Parlando di Kyrgios, il collega mi domandò se nella mia lunga vita sui campi fossi stato testimone di qualche altra vicenda sconveniente, e mi venne in mente il nome, oltre che di McEnroe, di Cecchino Romanoni, che durante la guerra si era trasferito in Portogallo per evitare il servizio militare, era cocainomane e trasportava la droga in un foro praticato nel manico delle racchette di legno. Fu forse sotto l’effetto della cocaina che l’esaltazione della vittoria lo portò a un comportamento che non ebbe mai un suo eguale sui court. Romanoni fu considerato “Il più bel rovescio italiano degli Anni Quaranta”, e pure io lo ammirai, ma la storia mi venne raccontata dall’autore cinematografico e teatrale Franco Brusati, che lo battè sorprendentemente ad un torneo milanese del 1942, l’anno della conquista di Romanoni del titolo italiano. Brusati, autore di film quali Pane e Cioccolata e Dimenticare Venezia, avrebbe avuto la benevolenza di giocare con me negli Anni Cinquanta, e mi avrebbe raccontato che Romanoni, ingaggiato nella troupe americana di Bobby Riggs, n. 1 Usa durante la guerra, esaltato dalla sua prima vittoria sullo stesso Riggs, iniziò a masturbarsi a fine match su un Centrale di Buenos Aires. Fu soltanto un accenno, perché qualcuno fortunatamente intervenne, e la vicenda fu lungi dal causare le conseguenze che stanno costando tesori e riprovazione a Kyrgios, al quale farebbe bene essere seguito da un consigliere più che da un allenatore. Così come sarebbe stato utile a McEnroe, per evitare le abituali liti con gli arbitri che racconta nella sua biografia You cannot be serious, una genitrice meno materna di sua mamma Kathy, per non essere giunto all’espulsione da socio di Wimbledon. L’espulsione fu conseguente ad una attesa che si era protratta troppo a lungo della moglie del presidente del Queen’s Club. Dopo aver atteso una ventina di minuti che Mac finisse il suo allenamento, la presidentessa si decise a ricordargli, molto gentilmente, di aver prenotato il campo, e quel gentiluomo le mostrò il manico della racchetta, e le suggerì, con un sorriso ironico, di farne un uso davvero intimo

(…)

Un analogo fenomeno di cattiva educazione accadde anche a me, giocatore certo immeritevole di rimanere nella storia del tennis. Nella finale del torneo di Nizza, negli anni Cinquanta, il mio avversario di doppio, il numero 1 americano Bartzen, prese a chiamarmi tra un punto e l’altro “piccolo giocatore”, o addirittura “incapace”. Dopo una decina di volte, persi la pazienza, e scavalcai le rete. Avrei tanto desiderato colpirlo con una racchettata, ma mi sentii sollevare dalle manone del mio partner Orlando Sirola, un due metri colossale, che mi riportò al di là della rete, nel nostro campo.

(…)

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Crivelli). Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

La rassegna stampa di domenica 18 agosto 2019

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

A volte ritornano. Nell’invasione russa dei primi anni Duemila, guidata dalla zarina Sharapova, Svetlana Kuznetsova da San Pietroburgo sembrava destinata a un ruolo d’avanguardia, ben oltre il bottino comunque lussuoso di due Slam, a New York nel 2004 (anno in cui, oltre a lei, la Myskina vinse a Parigi e Masha a Wimbledon da diciassettenne) e al Roland Garros nel 2009. Ingiocabile da fondo nelle giornate di grazia, perché dritto e rovescio per lei pari sono, Sveta ha pagato in carriera una certa propensione agli agi extracampo e una cura non proprio maniacale del proprio corpo, che le ha procurato una discreta serie di problemi fisici, ultimo un infortunio a un ginocchio che l’ha tenuta ferma sette mesi e l’ha fatta scivolare oltre il centesimo posto in classifica, lei che vanta un best ranking al n. 2 nel settembre 2007. Avrebbe dovuto debuttare nei tornei statunitensi già a Washington, dove difendeva il titolo 2018, ma la colpevole richiesta tardiva del visto per gli Usa non le ha permesso di iscriversi, facendola crollare ancora di più nel ranking. Da numero 153 mondiale ha avuto una wild card a Cincinnati e fin qui ha messo insieme una settimana dai sapori antichi, perché per arrivare in finale ha battuto tre top ten di fila: Stephens, Pliskova e Barty. Non solo: ha deciso la numero uno della nuova classifica e quindi indirettamente la prima testa di serie agli Us Open, perché i suoi successi sulla ceca nei quarti e sull’australiana in semifinale le hanno private dell’opportunità di prendere la vetta e ci hanno lasciato la Osaka (che intanto si è ritirata contro la Kenin per problemi a un ginocchio). A 34 anni, è cambiato lo spirito, grazie anche al ritorno con il vecchio allenatore, Carlos Martinez: «Ritardare l’arrivo negli Usa alla fine mi ha aiutato, perché ho dormito una settimana in più nel mio letto. Non pensavo di essere già a questo livello, ma adesso mi diverto e non ho pressioni». […]

Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

 

Quattro azzurri al via. A Winston-Salem, in North Carolina, parte questa sera il torneo che vede tra gli altri al via Andy Murray, grazie ad una wild card, che affronterà al primo turno lo statunitense Tennys Sandgren. Il torinese Lorenzo Sonego, n. 47 del mondo, è l’unico ad essere testa di serie, condizione che gli permetterà di partire dal secondo turno. Non si conosce ancora il nome del suo primo avversario. Più difficile il percorso degli altri italiani in gara: Thomas Fabbiano esordirà contro Andrey Rublev, reduce dalla vittoria contro Roger Federer a Cincinnati. Andreas Seppi se la vedrà con il ceco Tomas Berdych, giocatore sempre temibile che però ha giocato molto poco negli ultimi due mesi. L’ultima partita vinta risale a febbraio e la sua condizione di forma rappresenta una vera incognita. Resta Marco Cecchinato, che viene da un lungo digiuno di vittorie. L’ultima volta fu a Roma, a metà maggio, contro De Minaur. Il siciliano sarà opposto ad Alexander Bubilk, giovane kazako. A New York invece sarà impegnata Camila Giorgi contro la russa Margarita Gasparyan. La russa è una giocatrice ostica che fa della potenza la sua arma migliore. Il Bronx Open è una novità nel circuito WTA. Testa di serie n. 1 sarà Qiang Wang, n.17 del mondo. Intanto a Cincinnati, Svetlana Kuznetsova ha ritrovato il suo miglior tennis. La ex numero due del mondo (2007), dopo aver battuto Sloane Stephens e Karolina Pliskova, ha sconfitto anche Ashleigh Barty, conquistando il pass per la finale del “Western e Southern Open. La 34enne russa, attualmente al numero 153 del ranking Wta a causa di alcuni problemi fisici, ha superato l’australiana, numero uno del tabellone e numero due Wta, col punteggio di 6-2 6-4.

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