Tennis e mental coaching: Roland Garros 2018, appunti da uno Slam

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Tennis e mental coaching: Roland Garros 2018, appunti da uno Slam

Da Serena Williams a Nadal, da Halep a Djokovic. Ma anche Trungelliti. Spunti e ‘tips’ sull’aspetto mentale dalle tribune del Roland Garros 2018

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Rafael Nadal - Roland Garros 2018 (foto Art Seitz)

Fare l’inviato ad un torneo del Grande Slam permette di assistere ad una quantità notevole di partite. Nel caso del sottoscritto – inviato al Roland Garros dello scorso anno – ha significato, tanto per capirci, guardare dalla tribune, tra singolare maschile e femminile, una ventina di partite intere e una mezza dozzina parzialmente. Da inviato, ovviamente, il focus era sull’andamento del match, in funzione della cronaca da scrivere. Ma essendo anche un mental coach, è stata nel contempo una imperdibile occasione di appuntare in un angolo del block notes – tra il numero di palle break annullate e i vincenti di dritto – alcuni spunti in ambito mental coaching, anche con l’obiettivo di condividerli con i lettori di questa rubrica. Spunti che il trovarsi lì, per quindici giorni, a veder giocare da pochi metri di distanza i migliori tennisti e le migliori tenniste del pianeta, ha permesso di cogliere con maggior facilità e accuratezza rispetto a quanto sia possibile fare dal divano di casa. Nel seguito alcuni di questi spunti presi sulle tribune del Roland Garros e i conseguenti tips su come trarne utilità anche se non si è un (o una) top 100.

SERENA WILLIAMS – “The Queen is back” recitavano i cartelloni pubblicitari della Nike lungo Boulevard d’Auteuil, che da Place de la Porte Molitor conduce fino all’ingresso del Roland Garros. Di conseguenza, noblesse oblige, partiamo da lei, Serena Williams. Singolare femminile, secondo turno. Ashleigh Barty ha appena conquistato con il punteggio di 6-3 il primo set del match contro l’ex n. 1 del mondo, palesemente lontana da una forma fisica accettabile. Lenta nei recuperi, poco reattiva con i piedi, sulla superficie che più mette a nudo le carenze a livello di preparazione fisica, la 36enne campionessa statunitense in quel momento pareva veramente destinata ad una precoce eliminazione di due set.

Serena Williams – Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Ma ecco che dopo il primo quindici conquistato nel secondo parziale Serena caccia un urlo, un “c’mon” che rimbomba nello Philippe Chatrier semivuoto. Sembra quasi lo voglia gridare in faccia alla sua 22enne avversaria. Un modo per darsi una scossa e richiamare a sé tutte le sue energie, fisiche e mentali? O solo per intimorire la giovane tennista australiana? Ognuno può interpretarla come vuole. Sta di fatto che, a netta sensazione di chi scrive ritornando con il ricordo a quel pomeriggio nella tribuna stampa del campo centrale parigino, da quel momento il match gira. La 23 volte campionessa Slam si aggrappa al suo incredibile spirito competitivo, alla sua voglia di vincere giocando ogni palla con la massima attenzione, cercando nel suo tennis e nella sua forza mentale quello che il suo fisico in quel momento non poteva darle. Risultato? Serena vince 6-4 al terzo.

 

TIP: può capitare di non essere al 100%. Di giocare un torneo sapendo di non essere in forma o di scendere in campo e sentire che non tutto gira per il verso giusto. Ma invece di entrare nella spirale negativa dei rimpianti per gli allenamenti non fatti, per quell’infortunio che ci ha rallentato, per quel colpo che non si sa perché non sta andando come invece va di solito, cerchiamo di fare come Serena. Invece di focalizzarci su quello che ci manca, impegniamoci nel dare il 100% di quello che possiamo dare in quel momento. Magari scopriremo risorse – tecniche, tattiche, fisiche o mentali – che non sapevamo di avere. O semplicemente che siamo bravi a far di necessità virtù. Vi sembra poco? Già solo esserne consapevoli è un fattore che accresce la fiducia in noi stessi.

I professionisti ripetono spesso che le partite in cui sono al 100% in un anno si possono contare sulle dita della mano e che di conseguenza la differenza la fa la capacità di portare a casa le partite quando invece si è lontani da quel 100%. Scendere in campo sapendo di essere in grado di dare sempre il massimo di quello che possiamo dare in quel momento rappresenta una gran bella scorta di fiducia in noi stessi alla quale possiamo sempre attingere, soprattutto nei momenti di difficoltà.

RAFA NADAL – Dopo la regina WTA, il Re della Terra. Finale singolare maschile, entrano in campo Rafael Nadal e Dominic Thiem. Basta guardarli e si capisce già come andrà a finire. Lo spagnolo entra in campo a testa alta, petto in fuori e spalle larghe. Insomma, come facciamo un po’ tutti noi quando invitiamo qualcuno a casa e, orgogliosi, facciamo vedere quant’è bella. L’austriaco invece, fa l’esatto opposto: il capo un po’ chino, il passo un po’ timoroso. Lui sembra l’ospite timido che entra in casa altrui e non vuole disturbare troppo. Una differenza che viene enfatizza ulteriormente dal consueto comportamento di Rafa al momento del rito della foto pre-partita vicino alla rete, con il campione maiorchino che si mette a saltellare come un campione di boxe, sempre a testa alta e petto in fuori, prima di un match nel quale ha tutta l’intenzione di vincere per KO. Ed in effetti il match finirà con un vero e proprio KO: Nadal vincerà in tre set, lasciando in tutto nove game a Thiem, e porterà a casa l’undicesima Coppa dei Moschettieri.

TIP: la postura influenza lo stato d’animo, ne avevamo parlato in uno degli articoli precedenti di questa rubrica. Allora, se vogliamo entrare nello stato d’animo più funzionale per quello che stiamo facendo, usiamo la postura giusta. Se stiamo per giocare una partita importante (in campo, ma anche nella vita) affrontiamola approcciandola nel modo più adeguato sotto tutti i punti di vista, in primi quello posturale. “Testa alta e petto in fuori” non è solo un modo di dire: Nadal ci dimostra che è anche un modo di essere.

SIMONA HALEP – Finale singolare femminile. Sloane Stephens è in vantaggio 6-3 2-0 su Simona Halep. La tennista rumena sembra destinata alla quarta sconfitta in altrettante finali Slam. Ma, ecco la svolta. “Ho pensato che se lo scorso anno avevo perso, allora quest’anno avevo ancora la possibilità di vincere” racconterà un paio d’ore dopo in sala stampa, sorridente vicino al trofeo della vincitrice, richiamando la sconfitta del 2017, quando si trovò in vantaggio 6-4 3-0 (e tre occasioni per il 4-0) prima di subire la vittoriosa rimonta di Jelena Ostapenko. La tennista di Costanza recupera infatti subito il break, poco dopo ne piazza un altro e non si volta più indietro. Con un parziale di 12 game a tre Simona rovescia le sorti dell’incontro e quarant’anni dopo Virginia Ruzici un’altra tennista rumena trionfa al Roland Garros.

Simona Halep – Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

TIP: impariamo a guardare le cose da più punti di vista. Impariamo a trarre ogni informazione utile da una sconfitta. Non solo perché elaborare quelle informazioni ci permette di crescere, dal punto di vista tecnico, tattico, fisico e/o mentale, ma perché potremo applicare a nostro favore quello che abbiamo visto accadere.Se ha funzionato per lei, può funzionare per me” ha pensato Simona. E invece di vedere lo svantaggio come uno scoglio insuperabile lo ha usato come trampolino per invertire l’inerzia del match e arrivare al suo primo trionfo Slam. Cerchiamo perciò di farlo anche noi quando ci troviamo in una situazione che in passato ha visto qualcuno uscire vincitore nei nostri confronti. Riflettendo sul fatto che stavolta quel qualcuno potremmo essere noi.

NOVAK DJOKOVIC – La conferenza stampa di Novak Djokovic dopo il quarto di finale perso contro Cecchinato è un qualcosa che i giornalisti presenti ricordano bene ancora oggi. Il fuoriclasse serbo entra letteralmente livido di rabbia in sala stampa, fa la sua dichiarazione, risponde a fatica ad un paio di domande, si alza prima che qualcuno possa solo accennarne un’altra ed esce. Chi scrive era vicino alla porta della sala stampa e Djokovic passò vicinissimo uscendo: ebbene, si percepì benissimo la rabbia e la frustrazione interiore del 31enne fuoriclasse serbo.

Un mese dopo, lo stesso giocatore furioso e demoralizzato alzava al cielo il trofeo più prestigioso del tennis, quello di Wimbledon. Ed era solo l’inizio del suo fantastico comeback: che ora conta tre Slam consecutivi e la prima posizione del ranking di nuovo saldamente nelle sue mani. Cos’è successo in quel mese? In realtà Djokovic in parte stava già tornando, l’infortunio era alle spalle e richiamando il vecchio staff stava ritrovando le vecchie sicurezze. Ma, molto probabilmente, la sconfitta contro il tennista azzurro era l’ultimo passaggio che, da un certo punto di vista, gli era necessario fare. Perdere nei quarti di finale di uno Slam contro un giocatore che fino a poco tempo prima chiamava per allenarsi, ha rappresentato quella scossa che mancava per stimolare il suo orgoglio di fuoriclasse.

Novak Djokovic – Roland Garros 2018 (photo Art Seitz c2018). Uno dei momenti di maggior frustrazione per il fuoriclasse serbo

Le strade erano due: mollare – “Non so se giocherò sull’erba” è la frase che si lasciò sfuggire Novak in quella conferenza, tanto per dire che il pensiero lo aveva sfiorato, e non poco  – o guardarsi dentro e vedere cosa c’era. Novak ha deciso di guardarsi dentro. Come ha rivelato lui stesso, parlando della gita in montagna fatta insieme alla moglie Jelena dopo la sconfitta a Parigi per isolarsi dal resto del mondo e cercare la soluzione dentro di sé. E dentro di sé ha ritrovato – ancora lì, immutata – la voglia e la passione di quel ragazzino di Belgrado che sognava di vincere Wimbledon come il suo idolo Pete Sampras. E con quella voglia e quella passione, sette mesi dopo, ha superato il suo idolo nel numero di Slam vinti.

TIP: nei momenti di difficoltà, quando le cose non girano come dovrebbero girare, guardiamoci dentro. Sinceramente e profondamente. Per scoprire cosa vogliamo fare veramente. Per capire se gli obiettivi che ci eravamo posti, i desideri che volevamo realizzare, hanno ancora per noi lo stesso significato e la stessa importanza. Soprattutto, senza peccare di orgoglio. Perciò se è la cosa che sentiamo più giusta per noi, torniamo sui nostri passi e cambiamo direzione. Il che vuol poter significare anche chiedere aiuto – e forse anche scusa – a chi erroneamente credevamo non ci potesse più aiutare. Come ha fatto Djokovic richiamando il suo vecchio staff. Si dice che cambiare idea sia sintomo di saggezza. Quindi nei momenti di difficoltà cerchiamo di essere un po’ più saggi.

MARCO TRUNGELLITI – Dieci ore di viaggio. Per ritornare in tempo a Parigi e giocare il primo turno del main draw come lucky loser. E vincerlo, raggiungendo il secondo turno in un torneo Slam e guadagnando così circa 100.000 euro, praticamente un quinto di quanto guadagnato fino ad allora in dieci anni di carriera. Questo quanto accaduto al Roland Garros a Marco Trungelliti. Fortunato? Certamente. Del resto, li chiamano proprio lucky loser, perdenti fortunati. Ma non si può negare che il tennista argentino abbia fatto tutto il possibile per meritarsi l’aiuto del Fato. Avesse rinunciato, nessuno avrebbe potuto dirgli nulla. Lui invece ci ha provato.

TIP: quando c’è un’occasione, siamo pronti a fare tutto il possibile per coglierla? Siamo disposti a fare l’equivalente del viaggio di dieci ore di Trungelliti per giocarci la nostra chance, per quanto piccola possa essere? Se “Audentis fortuna iuvat”, come diceva Virgilio, allora ricordiamoci che serve anche un po’ di audacia, quando l’occasione che aspettavamo si presenterà alla nostra porta. Potrebbe essere l’ingrediente che ci permetterà di coglierla.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato il Roland Garros 2018, tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach, ed è membro del Comitato Scientifico della ISMCA. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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WTA Tenerife: Giorgi ai quarti in scioltezza

Camila gioca una partita quasi perfetta e vola ai quarti, dove aspetta Minnen o Rus. Zheng e Begu vincono alla distanza contro Tauson e Vekic

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[4] C. Giorgi b. D. Kovinic 6-1 6-2

Dopo la rocambolesca vittoria al primo turno contro Bolsova, Camila Giorgi ha disputato un match pressoché perfetto liquidando Danka Kovinic con un sonoro 6-1 6-2 e guadagnandosi l’accesso ai quarti di finale. L’azzurra è apparsa lontana parente della Camila estremamente nervosa e fallosa vista all’esordio nel torneo ed è riuscita a ridurre ai minimi termini l’avversaria nello scambio con una prova balistica davvero di prim’ordine.

Camila fronteggia e salva una palla break nel primissimo game dell’incontro, poi cambia marcia in maniera repentina. Il ritmo imposto dall’italiana è insostenibile per Kovinic, che molto spesso si ritrova a dover osservare impotente i vincenti che le scorrono accanto. Dopo 19 minuti Camila è già avanti 4-0 e poco dopo sale 5-0. Un moto d’orgoglio evita a Kovinic l’onta del bagel, ma non la perdita del primo set che si chiude 6-1 in mezz’ora circa di gioco. Anche nel secondo set Giorgi parte alla grande e si invola sul 3-0. Qui si registra l’unico momento di incertezza dell’azzurra che commette tre doppi falli nello stesso game e restituisce uno dei due break. Camila ha l’occasione di riprendersi subito il doppio vantaggio, ma non converte una palla break e Kovinic ne approfitta per avvicinarsi sul 3-2. Giorgi però non incappa in nessun cedimento nervoso e si scrolla subito di dosso quanto successo. Un parziale di dodici punti a due le spalanca le porte dei quarti di finale, dove troverà la vincente tra Greet Minnen e Arantxa Rus.

 

GLI ALTRI MATCH – Decisamente più lottati gli altri incontri di giornata. Saisai Zheng ha impiegato quasi tre ore per avere la meglio su Clara Tauson con il punteggio di 7-6(4) 2-6 6-4, in un match nel quale si sono visti ben tredici break. Brutta sconfitta per Donna Vekic contro Irina Camelia Begu. Dopo aver vinto il primo set 6-4, la croata è sparita dal campo nel secondo, perso con un netto 6-2, e finendo sotto 2-0 nel terzo. Vekic è subito rientrata in partita, ma è apparsa in grande difficoltà per tutto il corso del set. Begu infatti ha servito due volte per il match (nel decimo e dodicesimo game) subendo però sempre il controbreak. Nel tiebreak la romena è finalmente riuscita a trovare lo strappo decisivo sul 4-4, chiudendo l’incontro dopo 3 ore e 11 minuti.

Il tabellone completo

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ATP

I prezzi dei biglietti per il torneo di Montecarlo (9-17 aprile 2022): “Meglio 8 giorni che 12”

Il direttore del torneo Zeljko Franulovic ha presentato l’edizione 2022 del Rolex Masters 1000 del Principato

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La data è 9-17 aprile e a 6 mesi dal torneo non si può sapere quale sarà la situazione della pandemia. Ma al momento si prevede la necessità del Green Pass o del test-tampone per tutti gli spettatori e anche per i giocatori che, ove non volessero vaccinarsi, dovranno però sottoporsi ai tamponi secondo le regole che stabilirà il Governo francese, sotto la cui giurisdizione cade il Country Club di Montecarlo che risiede in territorio francese, a Roquebrune.

Sotto il profilo logistico poche saranno le novità, dopo che nel 2020 il torneo fu cancellato e nel 2021 si è giocato senza pubblico ma il torneo (vinto da Tsitsipas su Rublev che battè Nadal) è stato ugualmente coperto televisivamente da 113 Paesi. Ma negli ultimi anni il Country Club ha visto sorgere due nuovi edifici, una players lounge con ristorante per i giocatori, una sala interviste e altro.

Nel 2019, l’edizione vinta da Fabio Fognini, gli spettatori furono 130.000 e Franulovic, che ha spiegato come la ripartizione degli incassi sia collegata per un 30% alla biglietteria, per un altro 30% agli sponsor (e l’anno prossimo ce ne saranno almeno due in più, entrambi italiani, Generali e Maserati), per un altro 30% ai diritti tv e media (“che speriamo di veder crescere…”) e il restante 10% a merchandising, ha raccontato che a seguito del traguardo raggiunto da Fognini (a spese di Nadal e dopo la sconfitta anche di Djokovic e Zverev) nel 2019 “ci furono cancellazioni di biglietti da parte di inglesi, tedeschi e spagnoli, ma arrivarono prenotazioni da parte degli italiani che di solito acquistano fra il 30 e il 40% dei biglietti che si vendono a Montecarlo”.

 

Il buon momento del tennis italiano naturalmente potrebbe giovare in modo consistente al successo del torneo del Principato.

Se le cose andranno bene nel 2022, quando ancora non si può prevedere se la capienza sarà piena al 100% – ma ovviamente tutti ce lo auguriamo – Franulovic ha detto che il Country Club programmerà la copertura del campo 2, che oggi ha un tetto non all’altezza della necessità.

Per acquistare i biglietti del torneo basterà collegarsi al sito del torneo, ma intanto Franulovic ha subito avvertito che “nel caso disposizioni governative  di concerto con le autorità sanitarie al tempo del torneo decidessero di ridurre il numero dei biglietti, i biglietti verrebbero immediatamente rimborsati”.

Questo è un aspetto non secondario, dopo quanto è invece a suo tempo successo agli Internazionali d’Italia. Franulovic non ha menzionato ipotesi di voucher sostitutivo per il mancato utilizzo dei biglietti, ma soltanto di rimborso.

 I prezzi, aumentati soltanto del 2/3% rispetto al 2019, prevedono forbici (a seconda della posizione dei psoti) fra i 30 e i 60 euro per i giorni del weekend delle qualificazioni, i primi turni (dal lunedì)  dai 39 euro ai 90, nei gg più importanti (tipo il venerdì quando si giocano tutti i quattro quarti di finale) da 5 a 155/160la finale da 75 a 180, mentre gli abbonamenti per 9 gg dai 415 euro ai 1465. Franulovic li ha definiti prezzi competitivi rispetto agli altri tornei della stessa categoria.

Franulovic ha espresso soddisfazione anche per la decisione dell’ATP, portata avanti da Andrea Gaudenzi, di stabilire e bloccare i montepremi per i prossimi 10 anni. Sulla partecipazione dei migliori giocatori Franulovic si è detto fiducioso. Le presenze di Djokovic, Medvedev, il campione in carica Tsitsipas e dei migliori italiani che oltretutto risiedono nel Principato (Berrettini, Sinner, Musetti più Sonego)  non si dubita. Ovviamente si spera che Nadal abbia risolto i suoi problemi fisici (il piede) e Franulovic ha  anche buttato lì…il seme della speranza. “Sono certo che Federer farà di tutto per tornare a giocare l’anno prossimo, anche se ancora nessuno può sapere dove. Però forse per lui, piuttosto che cimentarsi sui 3 su 5 del Roland Garros, potrebbe esser meglio giocare qualche torneo sulla terra battuta sui due set su tre, tipo Montecarlo e, perché no?, Roma…”.

Se Madrid e Roma puntano ad ampliare il numero dei giorni di gara, e vorrebbero averne 12 invece degli attuali 8, a Montecarlo invece sono contenti di averne solo 8. E’ anche vero che nel Principato non c’è il torneo femminile…

Altre cose interessanti Franulovic le ha detto nel video esclusivo che abbiamo qui messo su Ubitennis.com in italiano, e altre cose ancora sul video che Ubitennis.net metterà on line fra stasera più tardi e domani

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Chi l’ha visto? Ernests Gulbis, Mr Genio e Sregolatezza

Ripercorriamo la carriera di uno dei tennisti più talentuosi e meno continui dell’ultimo ventennio

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Ernests Gulbis - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Questa rubrica nasce come approfondimento su tennisti che negli ultimi anni sono stati dimenticati a causa della loro clamorosa discesa nel ranking ATP, nonostante qualche stagione prima fossero stati in grado di raggiungere l’elite del tennis mondiale. Cerchiamo di capire le ragioni di questo calo e soprattutto diamo un occhio al futuro, per ipotizzare se un grande ritorno è possibile.

La prima puntata è dedicata a uno dei più grandi talenti degli ultimi anni, Ernests Gulbis. Un giocatore che ha fatto parlare di sé non solo per i suoi risultati sul campo ma anche per alcune vicissitudini nella sfera privata che hanno probabilmente contribuito a una caduta da cui il lettone pare non avere più la forza di rialzarsi. Girovagando tra un challenger e l’altro, negli ultimi anni è quasi caduto nell’anonimato. Uno status quasi assurdo per un tennista che sette stagioni fa, nel 2014, chiudeva da numero tredici del mondo dopo aver raggiunto la sua prima semifinale Slam nel giugno dello stesso anno a Parigi. Dopo quel risultato, si era addirittura issato fino alla decima posizione del ranking ATP.

I PRIMI EXPLOIT

Personaggio per certi versi fuori dagli schemi, Ernests Gulbis si affaccia al grande tennis per la prima volta allo US Open del 2007. Il lettone, senza testa di serie, mette in riga Potito Starace, Michael Berrer e soprattutto Tommy Robredo senza perdere nemmeno un set. Lo spagnolo addirittura si presentava a quell’edizione dello US Open da testa di serie numero otto, ma Ernests gli concederà la miseria di sei game. Agli ottavi la sua corsa s’interrompe contro Carlos Moyà in quattro set in un match condizionato dal vento e dalla scarsa precisione con il dritto, colpo che ha sempre costituito il punto debole di Gulbis.

 

Grazie soprattutto a questo exploit, Gulbis finisce per la prima volta in carriera la stagione dentro la top 100, precisamente al numero 61. Dopo alcuni mesi di up and down il talento di Riga, al Roland Garros del 2008, si presenta definitivamente al mondo del tennis raggiungendo i quarti di finale, favorito anche da un tabellone alla portata. La testa di serie più alta che elimina è James Blake, numero 7 del mondo, al secondo turno. Da buon americano nato negli anni ‘80 James non ha mai amato la terra battuta e ha vinto due partite consecutive al Roland Garros solo una volta in carriera, nel 2006. Successivamente Ernests sconfigge Lapentti nettamente per ripetersi al turno successivo contro Llodra. Si arrenderà a Novak Djokovic, in quel momento numero tre del mondo e all’ombra dei suoi rivali Federer e Nadal, in tre set equilibrati.

La terra battuta sarà la superficie preferita di Gulbis durante tutta la carriera. Dotato di un ottimo servizio e un rovescio a due mani fantastico (potesse prestarlo a Berrettini, vincere uno Slam sarebbe tutt’altro che un miraggio!) il lettone ha sempre avuto nel dritto il colpo chiave del suo tennis. Il movimento (attuale, poi vi spiegheremo il perché di questa puntualizzazione) è molto particolare; la mano sinistra è protesa in avanti con il palmo aperto come a indicare la pallina, mentre il braccio destro porta la testa della racchetta nel punto più lontano raggiungibile. Questa esecuzione, criticata da molti, è sempre stata più efficace sulla terra dal momento che ha più tempo per preparare il movimento.

Ma Ernests, sin da giovane, conferma che non gli si può chiedere di essere continuo per 52 settimane all’anno. Il suo tennis, puramente offensivo, è in grado di produrre fiammate che possono creare molti grattacapi ai migliori. Soprattutto a Federer; lo svizzero ha sempre sofferto il gioco del lettone. Con il rovescio Gulbis ha grande manualità e dunque soffre poco lo slice di Roger che, dovendo tenere la diagonale senza l’aiuto del suo amato back, va spesso in difficoltà. Poi, nelle giornate migliori, Ernests era in grado di dare un buon top spin alla palla anche con il dritto, obbligando Federer a rimanere lontano dalla riga di fondo.

Ernests Gulbis (foto Art Seitz)

Così, nel giro di due settimane, prima a Madrid (siamo nel 2010) Federer si salva vincendo contro il lettone 6-4 al terzo mentre la settimana seguente, sulla terra battuta più lenta di Roma, lo svizzero è costretto alla sconfitta all’esordio (7-5 al terzo set). La corsa di Gulbis però non finisce qui, dal momento che si arrenderà solo in semifinale al futuro campione Rafael Nadal a cui strapperà perfino un set. Così, all’inizio del Roland Garros del 2010, Gulbis sembra pronto a spiccare il volo. Dopo alcune stagioni d’alti e bassi, il lettone ha 24 anni e pare aver trovato la sua dimensione. D’altra parte non gli era mai accaduto di giocare due quarti di finale consecutivi in un 1000.

La fortuna, però, non è dalla sua parte. Un infortunio al bicipite femorale lo costringe a ritirarsi al primo turno del torneo parigino e dovrà aspettare un anno e mezzo per assaporare ancora la vittoria in un torneo dello Slam.

IL PRIMO RITORNO

Dopo una prima discesa fuori dalla top 100 a causa di altri problemi fisici, Gulbis torna nuovamente a prendersi la scena e a dare l’illusione a tutti gli appassionati che il futuro è suo. Il 2014 è l’anno migliore della sua carriera. Vince l’Open 13 a Marsiglia, raggiunge i quarti a Indian Wells e Madrid e si aggiudica il sesto torneo della carriera sulla terra battuta di Nizza. All’inizio del Roland Garros 2014 si trova nella stessa posizione di quattro stagioni prima, quando dopo una grande prima parte di stagione le aspettative su di lui per il secondo Slam dell’anno erano molto alte. Questa volta non delude: gioca il torneo della vita e agli ottavi di finale batte nuovamente Roger Federer, al termine di una battaglia in quattro set in cui il lettone gioca senza alcun timore reverenziale. Si conferma una piccola bestia nera per lo svizzero. Ancora una volta la sua corsa non si ferma dopo la vittoria su Federer: tritura in tre set Tomas Berdych e si arrende solo al quarto set contro Novak Djokovic. Il lunedì che segue la fine del Roland Garros festeggia il best ranking, numero 10 del mondo.

È l’inizio della fine. Non solo dopo la sconfitta con Djokovic perde il prize money di 557.000 dollari in un casinò in Lettonia ma da quel momento la sua discesa sarà inesorabile. Quel 2014 sarà l’ultimo anno concluso nei primi cinquanta giocatori del mondo.

SWEET ILLUSIONS

Dal 2016 a oggi Gulbis ha finito solo un anno, il 2018, tra i primi 100 – precisamente al 95° posto del ranking. Nonostante questi numeri impietosi, Il talento di Riga non era sparito completamente dal tennis di alto livello prima dell’inizio della pandemia. Qualche exploit nel corso degli anni lo aveva piazzato, ma quello che li era mancato era la continuità. Continuità che pareva aver trovato a inizio 2020 quando all’Australian Open si era spinto addirittura al terzo turno dopo aver eliminato al primo turno Felix Auger Aliassime. Qualche settimana dopo avrebbe conquistato anche il challenger di Pau battendo in finale Jerzy Janowicz, un altro grande talento falcidiato dai troppi infortuni. In quel momento si poteva pensare che forse Ernests, dopo anni di limbo, potesse almeno tornare stabilmente in top 100 ma è arrivata la sospensione del tour e da quel momento il suo livello è sceso talmente tanto da non riuscire più a qualificarsi per alcun tabellone principale di Slam.

Allargando il discorso, dalla ripresa del tour all’ultimo US Open, contando anche le qualificazioni, Ernests ha perso ben 27 partite e ne ha vinte solo 16. È bene sottolineare come di queste 16 vittorie solo 6 sono arrivate nel tabellone principale di un torneo, ma tutte a livello challenger; nessuna a livello di circuito maggiore.

Ernsts Gulbis al World Team Tennis

In questo modo la situazione è precipitata e la sua classifica attuale è numero 193 al mondo. E se negli anni scorsi almeno entrava nel tabellone principale di tutti i Challenger, ora deve addirittura passare dalle qualificazioni anche nei tornei minori.

ATTRAVERSO LE FORCHE CAUDINE

Dal 2015, anno in cui è iniziata la sua discesa, Gulbis ha frequentato moltissimi tornei Challenger e, nonostante il grande talento, non ha ottenuto nessun particolare risultato se si eccettua la vittoria a Pau nel 2020. Questo probabilmente per tre ragioni: in primo luogo, rispetto alla stragrande maggioranza di chi frequenta i tornei minori, Gulbis ha giocato sui campi più belli e importanti al mondo, quindi soffre di più probabilmente il fatto di giocare in piccoli campi senza o con poco pubblico. Inoltre la sua famiglia è la terza più ricca di tutta la Lettonia, quindi spesso si trova davanti giocatori che a differenza sua hanno disperatamente bisogno di quella vittoria per continuare a giocare. In più, è importante sottolineare come il livello di questi Challenger non è assolutamente basso. Basti pensare che lo stesso Gulbis nel 2020 ha perso per ben quattro volte in poche settimane contro Aslan Karatsev che qualche mese dopo si sarebbe spinto fino alla semifinale dell’Australian Open.

Da questo punto di vista, è molto interessante un pensiero espresso da Novak Djokovic alcuni anni fa: “A livello di colpi non c’è differenza tra il numero uno e il numero 100. È una questione di chi ci crede di più e chi vuole maggiormente la vittoria. Quale giocatore è mentalmente più forte? Quale giocatore combatterà più duramente nei momenti importanti? Queste sono le cose che fanno la differenza in un campione”. Queste parole si addicono perfettamente al caso di Gulbis. Oggettivamente Karatsev non è così tanto più forte di Ernests da batterlo ben quattro volte consecutive in due mesi. È una questione di testa. Aslan giocava con il coltello tra i denti mentre Gulbis, purtroppo, non riesce a uscire dal pantano dei Challenger in cui i valori tecnici sono più azzerati. Come a dire, se gioca contro il numero 150 sul centrale di Parigi ha più chance di batterlo rispetto allo stesso match giocato su un campo semi-vuoto in un challenger.

RAPPORTI BURRASCOSI

Anche la carta d’identità non sorride di più al lettone. A trentatré anni non è il momento migliore per dover giocare le qualificazioni anche nei Challenger. Infatti un problema durante la sua carriera sono stati anche gli infortuni, che probabilmente si possono collegare a una preparazione spesso superficiale.

Non solo ho preso cattive decisioni, ma più che altro non ho prestato attenzione a quello che facevo, a come trattavo il mio corpo, a come mi allenavo” disse Ernests prima del Roland Garros 2014 che si è rivelato il torneo della vita fino a questo momento. Le cose probabilmente da questo punto di vista non sono migliorate. Per dare una scossa alla sua carriera, nel 2016 si è allenato per qualche mese con Larry Stefanki, ex allenatore tra gli altri di McEnroe, Rios, Gonzalez e Roddick. La loro collaborazione non era intesa per tutti i tornei ma per aiutare Gulbis a migliorare il dritto grazie a un movimento più corto e fluido. “Voglio che il mio dritto sia solido tanto quanto il mio rovescio” aveva affermato Ernests. 

La scelta di affidarsi a Stefanki era stata considerata come un serio tentativo da parte del lettone di tornare al top. D’altronde, l’americano aveva aiutato McEnroe a tornare in semifinale a Wimbledon nel 1992 dopo anni in cui John non otteneva più grandi risultati e, quando seguiva Roddick, era riuscito a insegnare a Andy lo slice di rovescio che lo avrebbe poi aiutato nella sua corsa fino alla finale di Wimbledon 2009. Seppur le premesse sembrassero buone, e nonostante un movimento di dritto rinnovato, Gulbis non è riuscito a tornare ai suoi livelli.

Ernests Gulbis (FOTO DI FABRIZIO MACCANI)

Il coach con cui sicuramente ha avuto il rapporto più lungo e duraturo è Gunter Bresnik: i due hanno lavorato dal 2012 al 2016 e poi dal 2018 fino al 2021. Il coach austriaco sembrava la persona ideale per Ernests, rigido e molto disciplinato, ma probabilmente non se l’è sentita di dedicare tutta la sua attenzione a Gulbis che qualche anno fa era dispiaciuto di essere passato in secondo piano quando Dominic Thiem, anche lui allenato da Bresnik, aveva conquistato la top 10. “Ho deciso di rimanere con il tennista che lavora più duramenteaveva spiegato il coach austriaco molto schiettamente.

FIAMMATE D’AUTORE

Da quella semifinale a Parigi nel 2014, Guibis ha regalato ancora qualche sprazzo del suo talento. Nel 2015 a Montreal, contro Djokovic che stava giocando forse il suo miglior tennis di sempre, ha avuto a disposizione due match point per sconfiggere il serbo in due set ma è poi stato sconfitto al terzo set. Nel 2017 a Wimbledon aveva battuto Del Potro per arrendersi ancora a Djokovic al terzo turno e, sempre ai Championships, ma nel 2018, si era spinto fino a gli ottavi battendo Zverev al terzo turno, allora già numero quattro del mondo. Fino all’Australian Open del 2020, torneo in cui – come abbiamo già detto – era arrivato al terzo turno. “Ogni due anni riesco a fare un bel torneo. Vediamo dove posso arrivare questa volta” aveva detto dopo la vittoria contro Bedene al secondo turno degli Australian Open 2020, “poi mi prendo una pausa per altri due anni” aveva aggiunto sorridendo.

Questi exploit dicono che Gulbis è un giocatore da grandi palcoscenici. Deve provare a tornare a calcare i campi più importanti al mondo perché è lì che trova il suo miglior tennis. E può tornare solo a essere stabilmente un top 50 se si dedica totalmente al tennis. Affidandosi a un coach che creda totalmente in lui. Prendendosi cura dei dettagli. Così, lentamente, può cominciare a vincere Challenger e superare qualche turno nei tornei ATP per riaffacciarsi negli Slam.

Anche dal punto di vista della personalità, con mille contraddizioni, è un personaggio che spiccherebbe in questi tempi in cui vige la diplomazia. “Rispetto Federer, Djokovic, Nadal e Murray, ma tutti e quattro sono noiosi. Le loro interviste sono noiose. È Federer che ha iniziato questa moda con la sua immagine di svizzero gentleman” disse Gulbis nel lontano 2013. Non c’è dubbio che il tennis abbia bisogno di personalità come Ernests; quindi seppur sia molto difficile da immaginare, non abbandoniamo la speranza di rivederlo ad alto livello.

Articolo a cura di Marco Lorenzoni

Le 30 perle di Ernests Gulbis

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