Giorno di finali al Foro: l'ennesimo capitolo della sfida Nadal-Djokovic e la sfida Pliskova-Konta (Clerici, Crivelli, Grilli, Azzolini, Cocchi)

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Giorno di finali al Foro: l’ennesimo capitolo della sfida Nadal-Djokovic e la sfida Pliskova-Konta (Clerici, Crivelli, Grilli, Azzolini, Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 19 maggio 2019

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Il ritorno di Nadal. I colpi che azzerano le differenze d’età (Gianni Clerici, La Repubblica)

Mi rivolgo al mio consocio, che era stato domenica scorsa a Madrid, e non so trattenermi da dirgli: “Ma sei sicuro di aver visto questo stesso Nadal? Non sei stato confuso dal quadro di Goya sulla Pelota?“. Mi viene risposto con una gentilezza di certo superiore alla mia: “Ricordati che erano quattro fine settimana che gli succedeva la stessa cosa. Dal match contro Fognini a Montecarlo, interpretato in chiave nazionalistica“. Mentre sto ripensando a quel che ho scritto, appare sullo schermo Filippo Volandri che si rivolge a Nadal mentre sta eseguendo un diritto incrociato. “Come fai con una presa simile, Rafa?“. Rafa sorride e, contraendo la mano mostra una sorta di pugno, sorridendo. Oggi lo aspetta Djokovic in finale. Io penso che bisognerebbe chiedere allo zio di Nadal, Toni. Tanti anni fa ha trasformato il nipote nato destro in un mancino e, di lì, è uscito un diritto che nessuno aveva mai visto, e che oggi ha sommerso il giovane campione greco in molte occasioni. I break sono arrivati nel secondo gioco di entrambi i set e Nadal ha trovato modo con allegro humour di non poter perdere per il quarto sabato successivo. Ha ritrovato non solo il suo diritto, ma ha giocato molto più dentro il campo, mettendo anche quasi una prima su due (46 per cento) ma sopratutto utilizzando la prima che aveva smarrito, anche per l’incerta condizione fisica. “Avevo una mala – cattiva nel suo italo-spagnolo – sensazione. Sentivo il diritto passivo” ha detto a Volandri. E, ad un’altra domanda sugli “ultratrentennis”, e i giovani della Next Generation, ha preferito rispondere: “Non dobbiamo confrontare gli ultratrentenni con i minori di venti. Possiamo confrontare i giocatori di tennis, le loro qualità, ma non l’età dei giovani e dei vecchi. Tsitsipas è già numero otto, e questo è uno straordinario risultato“. E ha così concluso: “La mia energia non era alta, a Montecarlo e a Madrid. Il recupero del mio ginocchio non è stato facile, e mentalmente non è stato facile potersi allenare come riesco quando sono in buona salute. Quando stai male non puoi allenarti nel modo migliore, e quindi non puoi giocare al meglio“. Cosi parlò lo Zarathustra del Tennis.

Furia Nadal, cuore Djokovic. La finale dei soliti noti incanta Roma (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La furia contro il cuore. Rafa e Nole ci sarebbero stati benissimo tra le pagine del duello napoleonico di Conrad che poi diventarono anche un film. Un romanzo sterminato, il loro, una rivalità che non ha eguali nella storia dell’Era Open: il Foro Italico celebrerà così la finale più attesa, che diventa il 54° episodio di un testa a testa monumentale. Il satanasso maiorchino, otto volte re di Roma, doveva percorrere la strada più impervia per tornare a giocarsi il titolo dodici mesi dopo il trionfo bagnato dalla pioggia contro Zverev, perché l’Apollo greco Tsitsipas lo aveva battuto giusto sette giorni fa in semifinale a Madrid. Ma quando ritrova un avversario più giovane e un po’ troppo spavaldo che gli ha appena graffiato l’orgoglio, Rafa moltiplica energie, ferocia, concentrazione. In poche parole: non c’è mai partita se non per quelle due palle del controbreak di Stefanos nel secondo game, annullate di prepotenza dallo spagnolo che non si volterà più indietro, ancorato a un dritto profondissimo e pesante che il biondo ateniese non può contrastare. Lotta comunque, Tsitsi, confermando tempra da campione, ma non esiste scambio in cui il Centrale strapieno possa pensare che il destino della partita muti direzione all’improvviso. Il sapore dolce della rivincita si consuma in un’ora e 42 minuti, mentre nel freddo della sera Djokovic, passate le due ore, si ritroverà a partire da capo contro quel cagnaccio di Schwartzman, ercolino con le batterie sempre cariche e una palla corta che si infila come una pugnalata una, due, dieci volte nel cuore del fenomeno serbo. Venuto a capo di Del Potro la sera prima in tre ore esatte (incontro finito all’una e un quarto) e con due match point avversi annullati, ll Djoker si sciroppa altri 151 minuti contro l’argentino minore. L’elogio della fatica per la nona finale romana (quattro successi). Ma non sarà certo il sudore a decidere, alle quattro di oggi pomeriggio, un epilogo al solito impronosticabile e che segnerà un altro passo nella leggenda di due avversari formidabili. Nadal è il nobile guerriero che ha scardinato le gerarchie fin dal primo apparire, Djokovic il soldato partito da lontano e per troppo tempo considerato l’intruso nella saga mitologica tra il maiorchino e Federer. Li unisce però un’inestinguibile sete di vittoria, il rifiuto della sconfitta, la volontà di lottare su ogni punto. Sono troppo simili per essere amici: se Rafa e Roger, uno contro l’altro, sublimano la differenza di stili, gli incroci tra lo spagnolo e il serbo si trasformano sempre in primordiali battaglie a suon di clava. Che possono durare anche 5 ore e 53 minuti, ovvero la finale di Melbourne vinta dal Djoker nel 2012, la più lunga nella storia degli Slam. [segue]

Nole-Rafa, finale Slam (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Ancora loro due, Nole Djokovic e Rafa Nadal, per l’ottavo duello al sole (speriamo…) di Roma (lo spagnolo è in vantaggio 4-3), il quinto in finale (2-2), un autentico spareggio tra i giocatori che hanno vinto più tornei Master 1000 (33 a testa, terzo è Federer a quota 28). Nadal ha vinto in due set più facili del previsto la sua undicesima semifinale giocata a Roma, e oggi proverà a conquistare il primo torneo del 2019 (l’ultimo, nell’agosto scorso sul cemento di Toronto) e ad allungare a quota 9 il suo record di successi nella Capitale. Djokovic punta alla terza vittoria dell’anno e alla quinta qui, l’ultima nel 2015. Insomma, gli ultimi romantici che speravano di applaudire la prima volta di King Roger al Foro Italico, avranno comunque il modo di consolarsi con le gambe a tiramolla di Djokovic e le chele mortifere di NadaL Roma ha la finale tra il numero 1 e il numero 2 del mondo, quella che ha già assegnato il titolo in Australia, non a caso a una settimana dall’inizio del Roland Garros. Ieri Rafa (60^ vittoria da queste parti, con appena 6 sconfitte) ha tramortito le speranze di Tsitsipas di doppiare la vittoria ottenuta sullo spagnolo giusto una settimana fa a Madrid, con due set quasi simili, neanche tanto combattuti: break al secondo gioco del primo set, al terzo nella seconda frazione. Sulla terra romana, più lenta di quella spagnola, c’è stata troppa differenza tra i colpi a rimbalzo dei due, tutta a favore del numero 2 del mondo. Subito in difficoltà di fronte all’aggressività iniziale di Nadal, il greco ha avuto solo due occasioni di strappare il servizio al rivale, nel gioco più lungo del match (il terzo del primo set) ma non è mai riuscito a sfondare le difese dello spagnolo, inesorabile nei passanti quando il greco ha provato ingenuamente ad avventurarsi a rete. Se la prima palla di servizio lo ha spesso aiutato (7 ace alla fine per lui), sulla seconda è stato troppe volte aggredito dal mancino di Manacor (solo il 42% di punti vinti). Da domani però potrà almeno consolarsi con la sesta posizione in classifica, suo nuovo best ranking. Dopo le tre ore di venerdì sera, nella partita più bella del torneo, il numero uno del mondo ha dovuto sudare ieri altri 151 minuti per avere ragione della grinta e delle gambe di Schwartzman. Dopo un primo set al limite delta sonnolenza, dominato da Djokovic e deciso da un break sul 4-3, la gara è improvvisamente cambiata, quasi che il fantasma di Del Potro avesse ispirato il connazionale, spingendolo a stroncare le gambe affaticate di Nole con una serie di mortifere smorzate (alla fine saranno nove quelle vincenti). Un mese fa Djokovic avrebbe probabilmente ceduto alla distanza, la sua versione romana – che ha già trionfato una settimana fa a Madrid – non prevede invece la parola “arrendersi” nel vocabolario. E mentre si alzavano i cori per Diego, Nole, gli occhi sempre più piccoli, ha ricominciato a remare da fondocampo, mentre anche Schwamman cominciava a piegarsi sempre più spesso sulle gambe. Pur con qualche tentennamento, Djokovic chiudeva regolarmente 6-3, grazie anche al secondo ace di serata. Ma in quali condizioni si presenterà oggi al cospetto di Nadal? Oggi sapremo.

Djoker va al duello con Rafa ritrovato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Mostra i muscoli, Rafa Nadal, con pose da tennisbuilder, fra i pochi trentaduenni a potersi permettere la canotta sbracciata. Perde il pelo, non il vizio. E offre segnali confortanti a chi ritiene che la terra, quella rossa, ancora gli appartenga, malgrado i continui attacchi ai suoi molteplici possedimenti. A Roma è l’undicesima finale, le vittorie sono otto, ma si guarda al Bois de Boulogne, dove il Roland Garros è pronto a mostrarsi nella nuova veste. Lì, a Parigi, i titoli sono già undici, e il dodicesimo apparterrebbe al tennis dei miracoli, ma Nadal ne ha bisogno più che mai. Come del titolo romano. Si sa, l’età conta, le giunture sono quelle che sono. Per questo è tornato ad arrotare i ferri del mestiere con i gesti antichi, fra le mani protettive di zio Toni, che l’ha seguito nei primi due giorni anche a Roma. Lavorando a testa bassa con i cesti di palle, come fanno i ragazzini quando devono prendere confidenza con la palla. Sotto osservazione il diritto, che nell’ultimo periodo appariva ondivago, pressapochistico, inficiato da una sorta di “shank” tennistico, termine che Rafa conosce bene da ottimo golfista qual è: un errore che prende forma quando la pallina viene colpita con il tacco del ferro e parte a novanta gradi rispetto alla linea ideale. Ma lo ha rimesso a posto, il colpo preferito del suo repertorio, con l’umiltà che non ha mai smesso di mostrare, e lo ha riproposto contro Stefano Tsitsipas dilagando negli angoli e colpendo sempre lungo e potente, un tennis che in breve ha disinnescato quello contundente del greco (avanti nel punteggio solo con il primo game del secondo set) e lo ha fatto divenire a più miti consigli. «Segnali importanti, ma rivolti a me stesso», dice Rafa, «perché sto ritrovando la strada giusta e proprio nel momento che serve. La finale è parte di questo processo. Recuperare il mio livello è più importante della finale, comunque». Poi aggiunge con quel pizzico di humor che la sua voce chioccia rende al meglio: «Finalmente ho vinto una semifinale». […] La finale è infatti fra il numero uno e il numero due del torneo, e potrebbe anticipare la finale parigina,. Nole ha dato modo all’argentino pequeno Diego Schwartzman, che gli rende 28 centimetri in altezza, di scorrazzare lungo i tre set dell’incontro, ma alla fine ha trovato il modo per tirarsi fuori dal lungo tira e molla. Già si era sentito fuori dal torneo con l’argentino “palito” Juan Martin Del Potro, che nella sfida di venerdì notte, terminata all’una, ha giocato male solo due colpi, quelli sui due match point che avrebbero messo alla porta il Djoker. Due match da oltre 5 ore di gioco complessive. Potrebbe pagarli cari.

Konta e Pliskova, le redivive. Una chance per tornare nobili (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Karolina Pliskova sta tornando. La ceca che 2 anni fa era numero 1 al mondo ha trovato la ricetta giusta per tornare in alto. Ieri è toccato a lei eliminare la prima greca semifinalista nella storia del torneo; oggi contro Johanna Konta va a caccia del Wta Premier Mandatory che le era sfuggito a Madrid. Orfani di Serena, che resta sempre una star anche quando non gioca, e con la numero 1 Naomi Osaka ritirata dai quarti per un dolore al pollice destro, la lotta per il titolo oggi sarà tra la Pliskova e Johanna Konta, due «nobili decadute», che nel 2017 erano nella top 5 e hanno avuto grossi cali di rendimento. La britannica pupilla di mamma Murray, dopo un 2018 da dimenticare, sta risalendo velocemente e oggi gioca la prima finale importante sulla terra della carriera. Un bel regalo di compleanno per lei che ha festeggiato i 28 anni venerdì battendo la Vondrousova. Ieri Johanna, prima finalista britannica al Foro da Virginia Wade nel 1971, ha eliminato una pericolosa Kiki Bertens in tre set. «Jo», che due anni fa era numero 4 al mondo e ora galleggia intorno al 40, non vuole sentire parlare di ranking: «Non mi sono mai identificata con un numero – ha detto dopo il match contro l’olandese -, e non ho nemmeno un obiettivo in questo senso. Sono sempre andata avanti cercando di vincere tornei ed essere la migliore al mondo. Solo questo ha importanza, ed è per questo che gioco. So bene però che attorno a me un bel po’ di ragazze hanno la mia stessa idea». La finale non sarà cosa facile contro una Pliskova in crescita, anche dal punto di vita mentale: «Una finale non è mai una cosa facile, soprattutto con Karolina, che ha avuto sempre un alto livello di gioco. Tatticamente è molto intelligente e serve fortissimo, quindi credo daremo un bello spettacolo». Karolina Pliskova negli ultimi mesi ha trovato la ricetta vincente: affidarsi solo ed esclusivamente a Conchita Martinez, la spagnola ex numero 2 al mondo che in veste di super coach aveva già portato Garbine Muguruza alla vittoria di Wimbledon nei 2017. Una collaborazione consolidata a febbraio, dopo il torneo di Dubai. La ceca ha fatto un lungo ritiro con la Martinez a Tenerife a fine dell’anno scorso e ha capito che il suo modo di lavorare era perfetto per lei, e si vede: «Mi piace molto il metodo di Conchita e ho deciso di non collaborare con altri coach. Non c’è motivo di essere troppi nel mio angolo. Conchita sa perfettamente che mi piace tanto lavorare con lei, mi diverto e vedo risultati. Sulla terra battuta secondo me è la migliore, data la sua storia personale, e credo che mi possa insegnare un sacco di cose nuove. Conchita era fortissima sulla terra ma anche sull’erba… il meglio deve ancora arrivare».

Johanna ora Konta di più (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

La ragazza dai tre passaporti ha forse ritrovato la strada per la gloria. Non è stata semplice fin qui la carriera di Johanna Konta, 28 anni compiuti venerdì, attuale numero 42 del mondo (ma è stata 4 due anni fa). Nata in Australia da genitori ungheresi, è nipote di Tamas Kertesz, nazionale ungherese di calcio negli anni Cinquanta. Quattordicenne, Johanna è volata in Spagna, nell’accademia di Barcellona dei fratelli Sanchez, ma la vera svolta è arrivata nel 2012, quando ha preso il passaporto britannico (adesso ne ha tre: australiano, ungherese e inglese) perché i genitori si erano trasferiti da tempo a Eastbourne, in tempo per giocare l’Olimpiade di Londra. I giornali l’hanno spesso accusata di non conoscere l’inno inglese, ma Johanna – cresciuta nel mito della Graf, in possesso di due robusti fondamentali e soprattutto di tanta grinta – è riuscita a rinverdire le glorie britanniche, che in campo femminile erano piuttosto polverose. E così nell’ottobre del 2016 è sbarcata tra le prime dieci della classifica, grazie anche alla semifinale raggiunta agli Open d’Australia, piazzamento ripetuto l’anno dopo addirittura a Wimbledon, cosa che non succedeva alle suddite della Regina dai tempi di Virginia Wade, 39 anni prima. La Wade è stata anche l’ultima finalista britannica a Roma nel 1971, il che potrebbe essere di buon auspicio per la Konta, che ieri ha battuto l’olandese Bertens, andata vicino a vincere in due set prima di cedere velocemente al terzo. «E’ un grande risultato, tra i migliori della mia carriera. Non ho mai dubitato della mia abilità sulla terra, da junior era la mia superficie preferita». Dopo un 2018 da dimenticare e un tourbillon di allenatori, si è affidata da poco al francese Dimitri Zavialoff, ex-coach di Wawrinka, che le sta facendo prendere atto delle sue potenzialità sulla terra battuta, dove quest’anno è stata già finalista a Rabat. Rispetto a quello della Konta, più regolare il successo della ventisettenne Karolina Pliskova (n.7 della Wta) sulla rampante greca Sakkari (39), un doppio 6-4 senza tante emozioni dopo che nel primo set aveva dovuto annullare una palla del 2-5. Particolare curioso: chiuso il match-point, non aveva capito di aver vinto e si è rivolta al raccattapalle per farsi dare l’asciugamano. «Sentivo il mio staff urlare, ci ho messo un po’ a capire perché…». Nel 2018 Karolina era stata battuta qui nel secondo turno proprio dalla Sakkari, e a fine partita aveva sfondato la sua racchetta sul seggiolone del giudice di sedia, reo di non aver corretto una chiamata sfavorevole alla ceca. Un anno dopo si è ripresentata con all’angolo Conchita Martinez, la spagnola che al Foro Italico ha vinto quattro volte di fila, tra il 1993 e il 1996. Evidentemente la sua nuova allenatrice – che nel 2017 aveva aiutato la Muguruza a trionfare a Wimbledon – è stata decisiva nei progressi sulla terra della Pliskova, che se oggi dovesse vincere salirebbe al secondo posto della classifica, dietro solo alla Osaka.

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Fortezze, elicotteri e un re. Rafa e Mary (alla fine) sposi (Piccardi). Seppi conquista un challenger dopo 20 mesi (Corriere dello Sport)

La rassegna stampa di lunedì 16 settembre 2019

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Fortezze, elicotteri e un re. Rafa e Mary (alla fine) sposi (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

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Il 19 ottobre, infatti, con dieci anni di ritardo su Roger Federer e cinque su Novak Djokovic, i rivali di una vita, l’ultimo hidalgo ammainerà la bandiera di scapolo per dire sì alla storica fidanzata, Maria Francisca Perello, 31 anni contro i 33 di Nadal. Per la Spagna, che considera il re dei 19 titoli Slam la testa coronata dello sport più vicina a Filippo VI, sarà l’evento sociale dell’anno. Di fronte alla reticenza di Rafa a parlarne («Si sta occupando di tutto Xisca, io sono stato messo al corrente solo delle cose più importanti»), El Pais ha sguinzagliato i suoi segugi sull’isola di Maiorca, dove Nadal è nato figlio della borghesia locale, tiene il suo buen retiro, un’accademia e una fondazione, tutto gestito in famiglia. È il clan, dallo zio Toni gestore delle cose tennistiche a Maria Francisca che sovrintende le iniziative benefiche che portano la firma di Rafa, il baricentro del delicato equilibrio nadaliano. E allora si apprende che il matrimonio si terrà nella blindatissima tenuta Sa Fortalesa, nel comune di Pollença, a nord dell’isola, 87 mila mq con un castello del XVII secolo affacciato su Punta Avançada, inaccessibile da terra (i 500 invitati saranno muniti di lasciapassare) e non fotografabile dal mare. Privacy e sicurezza dovranno essere assicurate perché tra gli ospiti, tra cui non mancheranno i calciatori dell’amato Real Madrid (Iker Casillas) e le stelle del basket (Pau Gasol), ci sarà anche l’ex re Juan Carlos di Borbone, che con doña Sofia si era già recato in visita privata a Maiorca per battezzare la fondazione Nadal. Testimoni Fernando Verdasco e Feliciano Lopez, gli amici che con Rafa hanno condiviso gavetta e trionfi, inclusa la vittoria della Coppa Davis 2011, l’ultima conquistata dalla Spagna. Nessuna conferma sulla presenza alle nozze di Federer, farci-nemico che intrattiene con Nadal una rivalità piena di confidenziale rispetto (ma Rafa al matrimonio di Roger non c’era). Sa Fortalesa, già set della serie tv «The Night manager» e delle cerimonie del fuoriclasse del Real Gareth Bale e del cestista Rudy Fernandez, non è una location scelta da Maria Francisca a caso: l’eliporto e la caletta privata garantiranno un viavai discreto a famigliari e ospiti.

 

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Amici dai tempi della scuola, insieme dal 2005 benché la relazione sia diventata di pubblico dominio solo nel 2008, Rafa e Mary (come è chiamata dalla famiglia Nadal, che la considera una terza figlia) costituiscono una delle coppie più discrete del circuito.

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E, forse, nemmeno una luna di miele. Le finali di Coppa Davis a Madrid incombono sulle nozze. E per l’hombre vertical il tennis è sempre stato il primo amore.

Seppi conquista un challenger dopo 20 mesi (Corriere dello Sport)

Dopo venti mesi (…) l’azzurro Andreas Seppi, 35 anni, n.77 mondiale, è tornato a vincere un challenger Atp; (…) c’è riuscito a Cary, nella North Carolina, piegando in tre set lo statunitense Michael Mmoh, 21 anni, n.186 del mondo. Oggi sul cemento Indoor di San Pietroburgo toma in campo il baby altoatesino Jannik Sinner, opposto al kazako Kukushkin. In programma pure Travaglia col francese Mannarino. (…)

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Clijsters: “Torno senza paure e sogno un duello con la Andreescu” (Cocchi). Berrettini: “Io, un giovane vecchio” (Caputi)

La rassegna stampa del 14 settembre

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Clijsters: “Torno senza paure e sogno un duello con la Andreescu (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Essere mamma a tempo pieno, soprattutto di tre bambini, può essere faticoso. Molto faticoso. Tanto faticoso da considerare l’ipotesi di tornare a fare la tennista professionista e distruggersi di allenamenti. Kim Clijsters ha deciso così: dopo 7 anni di totale dedizione alla famiglia, la belga ex numero 1 al mondo, campionessa di quattro Slam, ha sentito forte la nostalgia del campo, dell’adrenalina della battaglia, e cosa si è rimessa sotto. L’annuncio via Twitter, con un video: «Posso essere una mamma amorevole per i miei tre figli e dare il meglio sul campo da tennis? Voglio provarci, tornerò a giocare ancora una volta. Ci vediamo nel 2020».
[…] La raggiungiamo al telefono, per farci raccontare le tappe di avvicinamento a questo attesissimo rientro. ? Kim, ha già fissato la data del primo torneo? «Non ancora, ho ripreso ad allenarmi da poche settimane e la strada davanti a me è molto lunga. Per questo preferisco andare ancora un po’ avanti con il lavoro e poi decidere in quale torneo scendere in campo. A dicembre farò il punto col mio allenatore e decideremo. Se non mi sentirò in condizione, potrei anche posticipare». Che cosa le ha fatto scattare questa voglia? Insomma, con tre figli non sarà facile gestirsi. «Ho visto la forza di Serena (Williams, ndr). Ma non solo la sua. Ci sono tante madri vincenti nello sport. Mi piace la loro voglia di tornare ad alti livelli, di mettersi in gioco. E voglio riprovarci, anche se ho 36 anni e sono un po’ “arrugginita”». Come mai non l’ha fatto prima? «Con i due fratellini di Jada così piccoli (Jack ha 5 anni e Blake 2, ndr) non avevo il tempo e la forza. Ma alla mia età sento che ho ancora qualcosa da dare. Quando ho avuto la mia prima figlia, ero molto giovane e sono tornata subito, poi gli infortuni mi hanno costretto a fermarmi di nuovo. Ma ho sempre seguito l’istinto e stavolta mi dice di provare. È una sfida, e io ho sempre amato le sfide, non ho paura». ? Che cosa ha detto la sua primogenita Jada, che ora ha 11 anni, quando le ha annunciato che avrebbe voluto tornare sul circuito? «E stata entusiasta, mi ha detto che dovevo assolutamente provarci. Lei ama molto lo sport, gioca a basket. In questi ultimi tempi ci siamo anche allenate insieme. Mia figlia sa che cosa vuol dire essere un’atleta e apprezza tutti gli sforzi che faccio. I suoi fratelli sono ancora troppo piccoli per dire la loro. Lei è venuta con me a Wimbledon, ed era gasatissima quando le ho spiegato che mi sarebbe piaciuto tornarci da giocatrice». E dal punto dl vista puramente pratico? Serena si porta sempre dietro la bambina, Vika Azarenka anche. Ma tre figli non sono facili da gestire in giro per il mondo… «È un problema che affronterò di volta in volta. Innanzitutto non avrò una stagione piena come chi sta regolarmente sul tour. Jada va a scuola, quindi non potrò portarla molto spesso con me, mentre con gli altri due sarà più semplice. Cercherò di portarli a turno e magari negli Slam e nei tornei più vicini. Insomma, ci vorrà una bella riorganizzazione, ma fa parte del gioco». Negli ultimi anni sono cresciuti molti nuovi talenti tennistici: Osaka, ora l’exploit della Andreescu… Come pensa di confrontarsi con atlete che hanno una quindicina d’anni meno di lei? «Bianca è fortissima e mi ha fatto tanto piacere sentirle dire che ero una delle giocatrici a cui si è ispirata di più da bambina. Non vedo l’ora di guadagnarmi un duello con le nuove generazioni, è la mia motivazione più grande».

Berrettini: “Io, un giovane vecchio” (Massimo Caputi, Il Messaggero)

 

[…] «Roma per me vuol dire famiglia, amici, Foro Italico, i circoli in cui sono stato (Corte dei Conti e Aniene ndr) e il caos. Di sicuro mi manca, da alcuni mesi vivo a Montecarlo, appena posso faccio di tutto per tornarci» All’Aniene in tanti hanno seguito i tuoi allenamenti. «Mancavo da parecchio e dopo gli ultimi risultati il Circolo ci teneva a farmi sentire il suo affetto. Il presidente Massimo Fabbricini è stato fantastico, mi ha fatto due sorprese. La prima inaspettata e pazzesca: mi ha portato Carlo Verdone, uno dei miei idoli dal punto di vista cinematografico. Conosco tutti i suoi film a memoria. Quando l’ho visto, stavo giocando, mi sono emozionato e ho steccato due palle» E la seconda sorpresa? «Ha organizzato un piatto di carbonara, il piatto che preferisco, con tutta la mia famiglia, il team e i soci. Avere vicino persone speciali fa la differenza» Pesa la vita lontano da casa? «E’ dai 17 anni che è così, ci sono abituato. Stare fermo troppo in un posto mi annoia, mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare e conoscere posti nuovi. Mi pesa cambiare ogni due tre giorni posti e fuso orario. Mi ritengo comunque fortunato: la mia famiglia mi è sempre vicina, con videochiamate e messaggi siamo sempre in contatto. Poi mi trovo benissimo con il team, lavorare con dei professonisti che sono anche amici, rende più semplice stare fuori 10 mesi all’anno» Torniamo indietro di 15 anni, cosa pensava Matteo a 8 anni? «Facevo judo e nuoto, il tennis era l’ultimo dei miei sogni. Giocavo con mio fratello Jacopo e imitavamo i ragazzi che partecipavano alla coppa a squadre nel mio circolo, la Corte dei Conti. Mai pensato di trovarmi a certi livelli, è pazzesco» Quando è scoccata la scintilla? «Una delle prime volte che sono andato al Foro italico. Volandri giocava contro Federer e cercavo di entrare al Centrale senza biglietto. In quel momento ho sognato di esserci io un giorno» E’ vero che devi molto a tuo fratello Jacopo? «Quando avevo 3/4 anni iniziai a giocare con le palline di spugna, ma non mi piacque molto. Jacopo, che è più piccolo di medi due anni, mi ha spinto a riprovare e da li non ho più smesso. Il nostro è un rapporto molto forte, ci siamo sempre aiutati l’uno l’altro, è stato un percorso fatto insieme anche oggi(ieri) ci siamo allenati insieme. A lui tengo tantissimo» Chi è Matteo Berrettini? «Un ragazzo molto sensibile. Mi piace entrare nelle cose, voglio capire prima di fare. Da quando ho 14 anni e lavoro con Santopadre ho sempre voluto comprendere il fine di quanto mi è chiesto. Forse dovrei essere un po’ più rilassato, a volte rischio di incastrarmi. Riesco però a scavarmi dentro, trovando energie interiori che mi danno la forza di superare momenti difficili» Come vivi questo momento? «Con tanta gioia e orgoglio. Al di là della semifinale agli Us Open è un periodo in cui mi sento bene con me stesso. Ora sarà più difficile, sono in tanti a conoscermi, sento l’affetto delle persone. Devo essere bravo a gestire la pressione, proseguire per la mia strada e lavorare» Come gestisci la popolarità? «Quando arrivi a certi livelli devi conviverci. Sono circondato da persone che mi sanno consigliare, mi fido di loro al cento per cento» Ora per i tuoi colleghi sei un avversario da temere? «Prima ero il giovane emergente, ora che ho raggiunto certi risultati mi guardano differentemente. Questo rende tutto più complicato, ma al tempo stesso ne sono fiero. Il pensiero che prima di affrontarmi Federer o Nadal possano studiarmi mi emoziona» Come è stato dopo Federer l’impatto con Nadal? «La sconfitta con Federer, come tutte, mi è bruciata parecchio. Ho cercato di capire cosa avessi sbagliato e come migliorare. Contro Rafa sono entrato in campo più determinato, concentrato su cosa volessi fare, convinto dei miei mezzi» Dritto e servizio sono le tue armi vincenti. «E’ il piano tecnico e tattico da quando mi sono affacciato al professionismo. Vincenzo Santopadre, vedendomi crescere in altezza e che la mano andava veloce con il dritto, ha pensato che dovessimo investire su questo». E sei diventato un giocatore per tutte le superfici. «Sono nato sulla terra rossa, ma madre natura mi ha dato qualità che posso sfruttare sulle superfici veloci. Nulla nasce per caso, al mio primo anno da professionista Vincenzo ha voluto che giocassi il 70% delle partite sul cemento per abituarmi ed ha avuto ragione” Ventitrè anni, numero 13 al mondo: sfatato il mito che i nostri tennisti maturino più tardi. «Forse noi italiani facciamo più fatica di altri, ma una volta che arriviamo a mio parere abbiamo qualcosa in più dentro. Da piccolo non ero tra i primi d’Italia, ho avuto modo e tempo per lavorare senza fretta e soprattutto senza quella pressione, che da giovani pesa molto. Fondamentale è la maturazione mentale, solo dopo puoi pensare a risultati importanti» Cosa hai pensato dopo il doppio fallo con Monfils? «Ho riso dentro di me, un risata nervosa naturalmente. La mano mi tremava ed è cambiata l’impugnatura, non mi era mai accaduto. La svolta è stata riconoscere che era normale provare quelle sensazioni in un tale contesto. Mi sono perdonato, dovevo continuare con il mio tennis, le chance sarebbero arrivate» Le Atp Finals, un obiettivo? «Solo parlarne mi fa sorridere. Posso riuscirci, ma non giocherò per quello, ne per i punti o per il ranking. Vado avanti per la mia strada, lavorando e spingendo forte. Se le conquisterò sarà bellissimo, altrimenti ci saranno altre possibilità, magari in casa a Torino» Qual è il tuo idolo sportivo? «LeBron James seguo lui e l’ Nba dal 2011. Il calcio mi appassionava da bambino» Ora potrai diventare tu un idolo per i bambini «E’ uno dei miei obiettivi»

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La terza vita di Kim, un’altra mamma sfiderà le teenager (Clerici). Copertura del Foro. Tra Binaghi e Malagò scambio di accuse (Canfora). Billie Jean King: “Pensa alla tua battaglia, dando tutto” (Piccardi)

La rassegna stampa di venerdì 13 settembre 2019

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La terza vita di Kim, un’altra mamma sfiderà le teenager (Gianni Clerici, Repubblica)

Chissà se quella che — con le intenzioni più gentili — avevo ribattezzato “la pastorotta”, per il suo aspetto tanto diverso da una normale tennista soprattutto per la sua muscolatura, che la faceva somigliare a una donna dei campi, è ritornata dopo aver preso visione del triumvirato Federer, Nadal e Djokovic, o dopo essersi ispirata alla finale maschile dello Us Open, e a Rafa Nadal che, di muscoli, non ne ha certo meno di lei. Kim Clijsters potrebbe anche essere l’iniziatrice, figlia di un famoso calciatore e di una ginnasta, di una prassi divenuta abituale poi nell’Est, di tenniste predestinate, nate per diventare campionesse. Le notizie che vengono dal suo Paese, il Belgio, ci dicono che la fiducia in sé stessa tennista le è ritornata ma non ne approfondiscono le cause umane o sentimentali. Kim era stata la terza donna a vincere uno Slam da mamma, dopo simili avventure di Goolagong e di Court Smith, quest’ultima ricordata in questi ultimi giorni per la possibilità — poi svanita — di essere raggiunta da Serena al suo ventiquattresimo Slam. La pastora ritornò anche numero uno il 14 febbraio del 2011, dopo che aveva lasciato nel 2007 per poi ripresentarsi nel 2009. Il presidente e ceo della Women’s Tennis Association, Steve Simon, ha già fatto sapere che «spinta dal suo amore per il tennis, questa amabile campionessa continuerà a ispirare donne e uomini in ogni strada — avrei detto campo — del mondo. Auguro a Kim i migliori successi nel nuovo capitolo della sua carriera di giocatrice». Terminate simili informazioni diplomatiche veniamo informati che la Clijsters lavorerà nuovamente con il suo ex coach Carl Maes, e la sua osteopata […]

Copertura del Foro. Tra Binaghi e Malagò scambio di accuse (Mario Canfora, Gazzetta dello Sport)

 

Binaghi-Malagò: ormai è rissa verbale, con spettatore coinvolto il presidente e a.d. di Sport e Salute Rocco Sabelli […] Binaghi il primo attacco al presidente del Coni lo porta sui contributi: «Sabelli ci ha ribadito che ci sarà oggettività, è finita la bancarella e verranno premiati i migliori. Si passa dal medioevo al futuro». Poi tocca il tema della copertura del Foro Italico: «Abbiamo scoperto che il Coni si è opposto, non vuole portare avanti la procedura finché non viene firmato il contratto di servizio con Sport e Salute». Durissima la replica di Malagò: «Binaghi delirante, non si permetta più di mistificare la realtà dei fatti. Non so cosa voglia dal Coni e cosa il Coni debba fare con questo progetto. C’è la Sport e Salute, facessero quello che lui dice che questi fenomeni che sono arrivati sono in grado di fare». Controreplica di Binaghi: «Non sono io a delirare, chiedete a chi ha partecipato alla riunione che cosa ha detto il segretario del Coni, Mornati, sulla copertura del centrale» […]

Billie Jean King: “Pensa alla tua battaglia, dando tutto” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera 7)

Le dimensioni non contano. Sennò non si spiegherebbe come questo donnino di 164 centimetri, piedi da geisha e mani da bimba, la montatura rossa degli occhiali balsamo dell’austero marchio di fabbrica di un’infanzia da figlia primogenita di una famiglia conservatrice metodista di Long Beach (California), papà pompiere e mamma casalinga, abbia avuto la forza di prendersi sulle spalle il tennis femminile quando le ragazze con la racchetta non se le filava nessuno, altro che Serena Williams sulla cover di Vogue. È a Billie Jean King, 75 anni (quasi 76) portati in giro per il mondo con l’energia di un’adolescente, che Serena deve dire grazie se oggi, giocando a tennis come una donna, guadagna come un uomo. È sempre a lei che dobbiamo le prime undici sportive milionarie nella classifica 2019 dei guadagni di Forbes: tutte e undici tenniste […] Più che per i tornei che ha vinto (12 titoli Slam su ogni superficie, oltre a tutto il resto), Billie Jean è ricordata per un unico indimenticabile match, giocato in un’era geologica precedente ma tuttora attualissimo. Era il 20 settembre 1973 e davanti ai 30 mila spettatori (90 milioni come audience globale) dell’Astrodome di Houston Billie Jean rifilava 6-4, 6-3, 6-3 a quel “porco sciovinista” (cit.) di Bobby Riggs: più che una partita di tennis, un autodafé che 46 anni dopo continua a indicare un clamoroso momento di rottura. Da lì in poi, le ragazze dello sport avrebbero cominciato ad alzare la voce per chiedere — e ottenere — parità di diritti […] La lotta delle donne per la parità dei diritti beneficia ancora oggi della sua vittoria sul collega Bobby Riggs, Billie Jean. Aveva avuto la percezione, all’epoca, della portata di ciò che stava facendo? «Sapevo che il match aveva molto più a che fare con i cambiamenti della società che con il tennis. C’erano troppe cose in palio: il futuro della legge federale sui diritti civili, approvata dal congresso degli Stati Uniti nel 1972, che ci tutela dalla discriminazione sessuale, e le sue implicazioni. Il movimento femminista in quegli anni era all’apice della sua forza: temevo che, se non avessi vinto, la mia sconfitta sarebbe stata interpretata come un passo indietro rispetto ai progressi che avevamo fatto». Su quel match pesarono anche sospetti di combine. Come è possibile che un uomo (sia pur 55enne) perda da una donna, in effetti? «Bobby era stato campione di Wimbledon e dell’Us Open, e numero uno del mondo. Tutto, tranne che un tennista scarso. Però, come dice lei, aveva 55 anni e io, con le motivazioni che avevo in corpo, 29. Uno dei grandi insegnamenti di mio padre Bill è stato: mai sottovalutare l’avversario. Presi quel consiglio alla lettera e scesi in campo contro Bobby, che aveva battuto facilmente Margaret Court pochi mesi prima in una battaglia dei sessi in forma embrionale, armata di un rispetto totale per il suo tennis e il suo talento. Ecco perché, alla fine, vinsi io» […] Oggi una battaglia dei sessi, ad esempio Serena Williams contro Nick Kyrgios, avrebbe senso secondo lei? «Se sei la prima nella storia a fare qualcosa, quel momento sopravviverà negli anni. Quindi no, donna contro uomo nel 2019 non avrebbe senso. E men che meno l’appeal che ebbe nel ’73» […] Ai tempi della battaglia per l’eguaglianza delle donne, chi fu la sua principale fonte d’ispirazione? Insomma, come ci si inventa pasionaria? «Tutto cominciò con un’intuizione. Avevo 13 anni ed ero al Los Angeles Tennis Club. Guardandomi intorno, notai che chiunque giocasse a tennis era bianco. Chiesi a me stessa: dove sono tutti gli altri? In quel momento decisi di convogliare tutte le mie forze nella lotta per l’eguaglianza dei diritti». Quale era la sua paura più grande? Fallire, rendersi ridicola? «Sapevo di dover attirare l’attenzione per farmi sentire. Pensai che un buon modo sarebbe stato diventare numero uno del mondo: il tennis fu la piattaforma globale da cui parlare per lanciare i miei messaggi». Come si sente, Billie Jean, quando la parità di montepremi tra maschi e femmine viene tutt’oggi contestata (spesso dagli uomini)? «Le discussioni su questo argomento non si spegneranno mai, nemmeno quando avremo raggiunto la parità anche negli altri sport. Ma l’evoluzione non può che passare da qui: pari guadagni per pari lavoro. Le future generazioni di leader non potranno prescindere da questo punto». Considera Megan Rapinoe la sua erede? Si rivede in lei? «Collaboro con le calciatrici dal Mondiale ’99, vinto dagli Stati Uniti, e con la Federcalcio mondiale. Per la popolarità del loro sport, le calciatrici sono le portavoce di questa generazione di donne. Megan si batte per ciò in cui mi battevo io, pari trattamento con gli uomini sotto ogni punto di vista: premi, visibilità, allenamento, trasferte. Se le giocatrici americane ci riusciranno, saranno d’ispirazione per tutte le altre calciatrici del pianeta. Il ruolo di Rapinoe è fondamentale». Ci crede Billie Jean che le calciatrici italiane che sono arrivate nei quarti del Mondiale per la legge italiana sono dilettanti? «Non è normale, non può esserlo nel 2019! Loro fanno al meglio il loro lavoro, ma a trarne vantaggio sono altri… Serve il professionismo con le sue tutele anche in Italia, subito!». Le è piaciuta Emma Stone nei suoi panni nel film «La battaglia dei sessi»? «Il film ha colto l’essenza della storia e Emma è stata assolutamente fantastica. Mi ha studiata bene: camminava persino come me! Sono onorata di essere stata interpretata da un’attrice così talentuosa». A quasi 38 anni Serena Williams sembra distratta da troppi ruoli: mamma, attivista, celebrity, socialite… Continuerà a vincere titoli Slam secondo lei? «Dipende dalle sue priorità. Vincerà ancora molto solo se metterà da parte tutto il resto e si dedicherà anima e corpo al tennis. Lo sport professionistico richiede dedizione totale. Il tennis con Serena è migliore: è una campionessa strepitosa e un’attivista preziosa. Della sua forza trainante non possiamo fare a meno» […] La prossima battaglia, Billie Jean? «La parità dei diritti mi starà a cuore finché avrò respiro. Per le donne, la comunità Lgtb, gli afroamericani, le minoranze. E non mi darò pace finché non l’avrò raggiunta».

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