Giorno di finali al Foro: l'ennesimo capitolo della sfida Nadal-Djokovic e la sfida Pliskova-Konta (Clerici, Crivelli, Grilli, Azzolini, Cocchi)

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Giorno di finali al Foro: l’ennesimo capitolo della sfida Nadal-Djokovic e la sfida Pliskova-Konta (Clerici, Crivelli, Grilli, Azzolini, Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 19 maggio 2019

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Il ritorno di Nadal. I colpi che azzerano le differenze d’età (Gianni Clerici, La Repubblica)

Mi rivolgo al mio consocio, che era stato domenica scorsa a Madrid, e non so trattenermi da dirgli: “Ma sei sicuro di aver visto questo stesso Nadal? Non sei stato confuso dal quadro di Goya sulla Pelota?“. Mi viene risposto con una gentilezza di certo superiore alla mia: “Ricordati che erano quattro fine settimana che gli succedeva la stessa cosa. Dal match contro Fognini a Montecarlo, interpretato in chiave nazionalistica“. Mentre sto ripensando a quel che ho scritto, appare sullo schermo Filippo Volandri che si rivolge a Nadal mentre sta eseguendo un diritto incrociato. “Come fai con una presa simile, Rafa?“. Rafa sorride e, contraendo la mano mostra una sorta di pugno, sorridendo. Oggi lo aspetta Djokovic in finale. Io penso che bisognerebbe chiedere allo zio di Nadal, Toni. Tanti anni fa ha trasformato il nipote nato destro in un mancino e, di lì, è uscito un diritto che nessuno aveva mai visto, e che oggi ha sommerso il giovane campione greco in molte occasioni. I break sono arrivati nel secondo gioco di entrambi i set e Nadal ha trovato modo con allegro humour di non poter perdere per il quarto sabato successivo. Ha ritrovato non solo il suo diritto, ma ha giocato molto più dentro il campo, mettendo anche quasi una prima su due (46 per cento) ma sopratutto utilizzando la prima che aveva smarrito, anche per l’incerta condizione fisica. “Avevo una mala – cattiva nel suo italo-spagnolo – sensazione. Sentivo il diritto passivo” ha detto a Volandri. E, ad un’altra domanda sugli “ultratrentennis”, e i giovani della Next Generation, ha preferito rispondere: “Non dobbiamo confrontare gli ultratrentenni con i minori di venti. Possiamo confrontare i giocatori di tennis, le loro qualità, ma non l’età dei giovani e dei vecchi. Tsitsipas è già numero otto, e questo è uno straordinario risultato“. E ha così concluso: “La mia energia non era alta, a Montecarlo e a Madrid. Il recupero del mio ginocchio non è stato facile, e mentalmente non è stato facile potersi allenare come riesco quando sono in buona salute. Quando stai male non puoi allenarti nel modo migliore, e quindi non puoi giocare al meglio“. Cosi parlò lo Zarathustra del Tennis.

Furia Nadal, cuore Djokovic. La finale dei soliti noti incanta Roma (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La furia contro il cuore. Rafa e Nole ci sarebbero stati benissimo tra le pagine del duello napoleonico di Conrad che poi diventarono anche un film. Un romanzo sterminato, il loro, una rivalità che non ha eguali nella storia dell’Era Open: il Foro Italico celebrerà così la finale più attesa, che diventa il 54° episodio di un testa a testa monumentale. Il satanasso maiorchino, otto volte re di Roma, doveva percorrere la strada più impervia per tornare a giocarsi il titolo dodici mesi dopo il trionfo bagnato dalla pioggia contro Zverev, perché l’Apollo greco Tsitsipas lo aveva battuto giusto sette giorni fa in semifinale a Madrid. Ma quando ritrova un avversario più giovane e un po’ troppo spavaldo che gli ha appena graffiato l’orgoglio, Rafa moltiplica energie, ferocia, concentrazione. In poche parole: non c’è mai partita se non per quelle due palle del controbreak di Stefanos nel secondo game, annullate di prepotenza dallo spagnolo che non si volterà più indietro, ancorato a un dritto profondissimo e pesante che il biondo ateniese non può contrastare. Lotta comunque, Tsitsi, confermando tempra da campione, ma non esiste scambio in cui il Centrale strapieno possa pensare che il destino della partita muti direzione all’improvviso. Il sapore dolce della rivincita si consuma in un’ora e 42 minuti, mentre nel freddo della sera Djokovic, passate le due ore, si ritroverà a partire da capo contro quel cagnaccio di Schwartzman, ercolino con le batterie sempre cariche e una palla corta che si infila come una pugnalata una, due, dieci volte nel cuore del fenomeno serbo. Venuto a capo di Del Potro la sera prima in tre ore esatte (incontro finito all’una e un quarto) e con due match point avversi annullati, ll Djoker si sciroppa altri 151 minuti contro l’argentino minore. L’elogio della fatica per la nona finale romana (quattro successi). Ma non sarà certo il sudore a decidere, alle quattro di oggi pomeriggio, un epilogo al solito impronosticabile e che segnerà un altro passo nella leggenda di due avversari formidabili. Nadal è il nobile guerriero che ha scardinato le gerarchie fin dal primo apparire, Djokovic il soldato partito da lontano e per troppo tempo considerato l’intruso nella saga mitologica tra il maiorchino e Federer. Li unisce però un’inestinguibile sete di vittoria, il rifiuto della sconfitta, la volontà di lottare su ogni punto. Sono troppo simili per essere amici: se Rafa e Roger, uno contro l’altro, sublimano la differenza di stili, gli incroci tra lo spagnolo e il serbo si trasformano sempre in primordiali battaglie a suon di clava. Che possono durare anche 5 ore e 53 minuti, ovvero la finale di Melbourne vinta dal Djoker nel 2012, la più lunga nella storia degli Slam. [segue]

Nole-Rafa, finale Slam (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Ancora loro due, Nole Djokovic e Rafa Nadal, per l’ottavo duello al sole (speriamo…) di Roma (lo spagnolo è in vantaggio 4-3), il quinto in finale (2-2), un autentico spareggio tra i giocatori che hanno vinto più tornei Master 1000 (33 a testa, terzo è Federer a quota 28). Nadal ha vinto in due set più facili del previsto la sua undicesima semifinale giocata a Roma, e oggi proverà a conquistare il primo torneo del 2019 (l’ultimo, nell’agosto scorso sul cemento di Toronto) e ad allungare a quota 9 il suo record di successi nella Capitale. Djokovic punta alla terza vittoria dell’anno e alla quinta qui, l’ultima nel 2015. Insomma, gli ultimi romantici che speravano di applaudire la prima volta di King Roger al Foro Italico, avranno comunque il modo di consolarsi con le gambe a tiramolla di Djokovic e le chele mortifere di NadaL Roma ha la finale tra il numero 1 e il numero 2 del mondo, quella che ha già assegnato il titolo in Australia, non a caso a una settimana dall’inizio del Roland Garros. Ieri Rafa (60^ vittoria da queste parti, con appena 6 sconfitte) ha tramortito le speranze di Tsitsipas di doppiare la vittoria ottenuta sullo spagnolo giusto una settimana fa a Madrid, con due set quasi simili, neanche tanto combattuti: break al secondo gioco del primo set, al terzo nella seconda frazione. Sulla terra romana, più lenta di quella spagnola, c’è stata troppa differenza tra i colpi a rimbalzo dei due, tutta a favore del numero 2 del mondo. Subito in difficoltà di fronte all’aggressività iniziale di Nadal, il greco ha avuto solo due occasioni di strappare il servizio al rivale, nel gioco più lungo del match (il terzo del primo set) ma non è mai riuscito a sfondare le difese dello spagnolo, inesorabile nei passanti quando il greco ha provato ingenuamente ad avventurarsi a rete. Se la prima palla di servizio lo ha spesso aiutato (7 ace alla fine per lui), sulla seconda è stato troppe volte aggredito dal mancino di Manacor (solo il 42% di punti vinti). Da domani però potrà almeno consolarsi con la sesta posizione in classifica, suo nuovo best ranking. Dopo le tre ore di venerdì sera, nella partita più bella del torneo, il numero uno del mondo ha dovuto sudare ieri altri 151 minuti per avere ragione della grinta e delle gambe di Schwartzman. Dopo un primo set al limite delta sonnolenza, dominato da Djokovic e deciso da un break sul 4-3, la gara è improvvisamente cambiata, quasi che il fantasma di Del Potro avesse ispirato il connazionale, spingendolo a stroncare le gambe affaticate di Nole con una serie di mortifere smorzate (alla fine saranno nove quelle vincenti). Un mese fa Djokovic avrebbe probabilmente ceduto alla distanza, la sua versione romana – che ha già trionfato una settimana fa a Madrid – non prevede invece la parola “arrendersi” nel vocabolario. E mentre si alzavano i cori per Diego, Nole, gli occhi sempre più piccoli, ha ricominciato a remare da fondocampo, mentre anche Schwamman cominciava a piegarsi sempre più spesso sulle gambe. Pur con qualche tentennamento, Djokovic chiudeva regolarmente 6-3, grazie anche al secondo ace di serata. Ma in quali condizioni si presenterà oggi al cospetto di Nadal? Oggi sapremo.

Djoker va al duello con Rafa ritrovato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Mostra i muscoli, Rafa Nadal, con pose da tennisbuilder, fra i pochi trentaduenni a potersi permettere la canotta sbracciata. Perde il pelo, non il vizio. E offre segnali confortanti a chi ritiene che la terra, quella rossa, ancora gli appartenga, malgrado i continui attacchi ai suoi molteplici possedimenti. A Roma è l’undicesima finale, le vittorie sono otto, ma si guarda al Bois de Boulogne, dove il Roland Garros è pronto a mostrarsi nella nuova veste. Lì, a Parigi, i titoli sono già undici, e il dodicesimo apparterrebbe al tennis dei miracoli, ma Nadal ne ha bisogno più che mai. Come del titolo romano. Si sa, l’età conta, le giunture sono quelle che sono. Per questo è tornato ad arrotare i ferri del mestiere con i gesti antichi, fra le mani protettive di zio Toni, che l’ha seguito nei primi due giorni anche a Roma. Lavorando a testa bassa con i cesti di palle, come fanno i ragazzini quando devono prendere confidenza con la palla. Sotto osservazione il diritto, che nell’ultimo periodo appariva ondivago, pressapochistico, inficiato da una sorta di “shank” tennistico, termine che Rafa conosce bene da ottimo golfista qual è: un errore che prende forma quando la pallina viene colpita con il tacco del ferro e parte a novanta gradi rispetto alla linea ideale. Ma lo ha rimesso a posto, il colpo preferito del suo repertorio, con l’umiltà che non ha mai smesso di mostrare, e lo ha riproposto contro Stefano Tsitsipas dilagando negli angoli e colpendo sempre lungo e potente, un tennis che in breve ha disinnescato quello contundente del greco (avanti nel punteggio solo con il primo game del secondo set) e lo ha fatto divenire a più miti consigli. «Segnali importanti, ma rivolti a me stesso», dice Rafa, «perché sto ritrovando la strada giusta e proprio nel momento che serve. La finale è parte di questo processo. Recuperare il mio livello è più importante della finale, comunque». Poi aggiunge con quel pizzico di humor che la sua voce chioccia rende al meglio: «Finalmente ho vinto una semifinale». […] La finale è infatti fra il numero uno e il numero due del torneo, e potrebbe anticipare la finale parigina,. Nole ha dato modo all’argentino pequeno Diego Schwartzman, che gli rende 28 centimetri in altezza, di scorrazzare lungo i tre set dell’incontro, ma alla fine ha trovato il modo per tirarsi fuori dal lungo tira e molla. Già si era sentito fuori dal torneo con l’argentino “palito” Juan Martin Del Potro, che nella sfida di venerdì notte, terminata all’una, ha giocato male solo due colpi, quelli sui due match point che avrebbero messo alla porta il Djoker. Due match da oltre 5 ore di gioco complessive. Potrebbe pagarli cari.

Konta e Pliskova, le redivive. Una chance per tornare nobili (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Karolina Pliskova sta tornando. La ceca che 2 anni fa era numero 1 al mondo ha trovato la ricetta giusta per tornare in alto. Ieri è toccato a lei eliminare la prima greca semifinalista nella storia del torneo; oggi contro Johanna Konta va a caccia del Wta Premier Mandatory che le era sfuggito a Madrid. Orfani di Serena, che resta sempre una star anche quando non gioca, e con la numero 1 Naomi Osaka ritirata dai quarti per un dolore al pollice destro, la lotta per il titolo oggi sarà tra la Pliskova e Johanna Konta, due «nobili decadute», che nel 2017 erano nella top 5 e hanno avuto grossi cali di rendimento. La britannica pupilla di mamma Murray, dopo un 2018 da dimenticare, sta risalendo velocemente e oggi gioca la prima finale importante sulla terra della carriera. Un bel regalo di compleanno per lei che ha festeggiato i 28 anni venerdì battendo la Vondrousova. Ieri Johanna, prima finalista britannica al Foro da Virginia Wade nel 1971, ha eliminato una pericolosa Kiki Bertens in tre set. «Jo», che due anni fa era numero 4 al mondo e ora galleggia intorno al 40, non vuole sentire parlare di ranking: «Non mi sono mai identificata con un numero – ha detto dopo il match contro l’olandese -, e non ho nemmeno un obiettivo in questo senso. Sono sempre andata avanti cercando di vincere tornei ed essere la migliore al mondo. Solo questo ha importanza, ed è per questo che gioco. So bene però che attorno a me un bel po’ di ragazze hanno la mia stessa idea». La finale non sarà cosa facile contro una Pliskova in crescita, anche dal punto di vita mentale: «Una finale non è mai una cosa facile, soprattutto con Karolina, che ha avuto sempre un alto livello di gioco. Tatticamente è molto intelligente e serve fortissimo, quindi credo daremo un bello spettacolo». Karolina Pliskova negli ultimi mesi ha trovato la ricetta vincente: affidarsi solo ed esclusivamente a Conchita Martinez, la spagnola ex numero 2 al mondo che in veste di super coach aveva già portato Garbine Muguruza alla vittoria di Wimbledon nei 2017. Una collaborazione consolidata a febbraio, dopo il torneo di Dubai. La ceca ha fatto un lungo ritiro con la Martinez a Tenerife a fine dell’anno scorso e ha capito che il suo modo di lavorare era perfetto per lei, e si vede: «Mi piace molto il metodo di Conchita e ho deciso di non collaborare con altri coach. Non c’è motivo di essere troppi nel mio angolo. Conchita sa perfettamente che mi piace tanto lavorare con lei, mi diverto e vedo risultati. Sulla terra battuta secondo me è la migliore, data la sua storia personale, e credo che mi possa insegnare un sacco di cose nuove. Conchita era fortissima sulla terra ma anche sull’erba… il meglio deve ancora arrivare».

Johanna ora Konta di più (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

La ragazza dai tre passaporti ha forse ritrovato la strada per la gloria. Non è stata semplice fin qui la carriera di Johanna Konta, 28 anni compiuti venerdì, attuale numero 42 del mondo (ma è stata 4 due anni fa). Nata in Australia da genitori ungheresi, è nipote di Tamas Kertesz, nazionale ungherese di calcio negli anni Cinquanta. Quattordicenne, Johanna è volata in Spagna, nell’accademia di Barcellona dei fratelli Sanchez, ma la vera svolta è arrivata nel 2012, quando ha preso il passaporto britannico (adesso ne ha tre: australiano, ungherese e inglese) perché i genitori si erano trasferiti da tempo a Eastbourne, in tempo per giocare l’Olimpiade di Londra. I giornali l’hanno spesso accusata di non conoscere l’inno inglese, ma Johanna – cresciuta nel mito della Graf, in possesso di due robusti fondamentali e soprattutto di tanta grinta – è riuscita a rinverdire le glorie britanniche, che in campo femminile erano piuttosto polverose. E così nell’ottobre del 2016 è sbarcata tra le prime dieci della classifica, grazie anche alla semifinale raggiunta agli Open d’Australia, piazzamento ripetuto l’anno dopo addirittura a Wimbledon, cosa che non succedeva alle suddite della Regina dai tempi di Virginia Wade, 39 anni prima. La Wade è stata anche l’ultima finalista britannica a Roma nel 1971, il che potrebbe essere di buon auspicio per la Konta, che ieri ha battuto l’olandese Bertens, andata vicino a vincere in due set prima di cedere velocemente al terzo. «E’ un grande risultato, tra i migliori della mia carriera. Non ho mai dubitato della mia abilità sulla terra, da junior era la mia superficie preferita». Dopo un 2018 da dimenticare e un tourbillon di allenatori, si è affidata da poco al francese Dimitri Zavialoff, ex-coach di Wawrinka, che le sta facendo prendere atto delle sue potenzialità sulla terra battuta, dove quest’anno è stata già finalista a Rabat. Rispetto a quello della Konta, più regolare il successo della ventisettenne Karolina Pliskova (n.7 della Wta) sulla rampante greca Sakkari (39), un doppio 6-4 senza tante emozioni dopo che nel primo set aveva dovuto annullare una palla del 2-5. Particolare curioso: chiuso il match-point, non aveva capito di aver vinto e si è rivolta al raccattapalle per farsi dare l’asciugamano. «Sentivo il mio staff urlare, ci ho messo un po’ a capire perché…». Nel 2018 Karolina era stata battuta qui nel secondo turno proprio dalla Sakkari, e a fine partita aveva sfondato la sua racchetta sul seggiolone del giudice di sedia, reo di non aver corretto una chiamata sfavorevole alla ceca. Un anno dopo si è ripresentata con all’angolo Conchita Martinez, la spagnola che al Foro Italico ha vinto quattro volte di fila, tra il 1993 e il 1996. Evidentemente la sua nuova allenatrice – che nel 2017 aveva aiutato la Muguruza a trionfare a Wimbledon – è stata decisiva nei progressi sulla terra della Pliskova, che se oggi dovesse vincere salirebbe al secondo posto della classifica, dietro solo alla Osaka.

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Riecco Sonego! Trionfo a Metz:”Se gioco così lo devo a Roger” (Crivelli). Intervista a Borg. Borg, l’inchino del Re (Cocchi). Fuori dal tunnel. Sonego batte Bublik e le provocazioni (Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 26 settembre 2022

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Riecco Sonego! Trionfo a Metz:”Se gioco così lo devo a Roger” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Un calcio al recente passato. Da attaccante vero, come quando correva e segnava con la maglia delle giovanili dell’amato Torino. Lorenzo Sonego si lascia alle spalle un 2022 di tanti tormenti e poche gioie e torna ad alzare un trofeo, il terzo in carriera, a Metz Come spiegava coach Arbino, Lollo è un giocatore «che ha sempre trasformato la tensione in un’arma, in carica positiva e di adrenalina, evidentemente nel suo percorso di maturazione è giunto a una fase in cui pensa di più e a volte questo sul campo può essere controproducente».

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Il tiebreak del primo parziale è lo spartiacque della sfida, perché il match in pratica finisce lì. Bublik perde la testa dopo una protesta perché Sonego avrebbe impiegato troppo tempo a chiedere il Falco, e da quel momento infila un servizio da sotto dopo l’altro, poi sulla palla del doppio break per l’azzurro impugna la racchetta al contrario e colpisce una volée con il manica l’azzurro ringrazia e sale 4-1. Il pubblico fischia, il kazako ride e si inchina verso i tifosi che non nascondono la loro indignata disapprovazione: «Giocare contro Alexander è sempre divertente, non sai mai cosa aspettarti però è un giocatore forte e imprevedibile, ha cominciato molto carico, poi nel secondo set era stanco e io ne ho approfittato».

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Sonego, intanto, vince il terzo torneo sulla terza superficie diversa (dopo l’erba di Antalya e la terra di Cagliari) e si rilancia: «È stato un anno difficile. Ho lavorato molto, soprattutto fisicamente e sul servizio e nei colpi di inizio gioco, ma non riuscivo a concretizzare. Sono felice perché finalmente sto raccogliendo i frutti del mio lavoro, dovevo avere solo fiducia in quello che stavamo facendo».

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«Sono contento di avere anche ritrovato l’anima da combattente, che in alcuni momenti, forse anche un po’ per stanchezza, mi era mancato. Mi sono sentito libero in campo, con le idee chiare, con la giusta voglia di lottare». Con la vittoria, torna in top 50 (sarà 44): «Alla classifica non guardo in questo momento, forse il fatto di essere sceso nel ranking mi ha fatto provare una situazione diversa che mi ha fatto crescere». Per lui, comunque, un posto nella storia c’era già, perché è stato l’ultimo avversario sconfitto da Federer, negli ottavi di Wimbledon 2021: «Ho visto il suo ritiro, è stato da pelle d’oca. Per me lui rappresenta tutto. Ho iniziato a giocare perché vedevo lui, le sue partite erano le uniche che non potevo mai perdermi». Bentornato, Sonny Boy.

Intervista a Borg. Borg, l’inchino del Re (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Lo svedese che ha illuminato il tennis diventandone leggenda si è ritirato giovanissimo, ma la sua iconica rivalità con John McEnroe continua. Anche con i capelli bianchi Lui sulla panchina dell’Europa, lo statunitense alla guida del Resto del Mondo. E se nella vita con la racchetta i loro confronti sono cristallizzati su un perfetto 7-7, in Laver Cup Bjom Bjorg dopo la sconfitta di ieri, è avanti 4-1.

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Borg, quanta storia del tennis qui a Londra. Lei, McEnroe, Federer, Nadal, Djokovic… «Il tempo e i campioni passano, ma il tennis resta. Va avanti, sopravvive a qualunque giocatore. Il tennis è più grande di tutto». Cos’ha rappresentato, e rappresenta Roger Federer? «Per il giocatore parlano i titoli e quello che ha fatto sul campo. Ma il suo merito più grande è stato portare il tennis a un altro livello. Roger è un’icona globale, è ammirato, amato, applaudito da tutti Ha ispirato altre generazioni. E poi è umanamente una grande persona, gentile, affabile, disponibile». Il momento dei saluti è stato molto commovente. «L’impatto emotivo di quell’immagine, di Roger in lacrime, è stato forte. Per me, essere accanto a lui nel giorno del suo saluto, come amico oltre che “collega” è stato importante».

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C’è qualcosa che ha mai invidiato allo svizzero? «Non sono un tipo invidioso, ma avendone la possibilità penso che gli avrei rubato… lo slice di rovescio». E cosa pensa di questo grande legame con il rivale Nadal? «Sono stati sul circuito insieme per tanti anni. Hanno vissuto le stesse esperienze. Si sono motivati a vicenda e sono migliorati grazie al confronto costante. Che Rafa abbia scelto di lasciare casa sua solo per venire qui ad accompagnare Roger in questo momento è un valore aggiunto della loro amicizia. Il finale perfetto». Matteo Berrettini è entrato in gara per sostituire Federer e il suo contributo alla squadra europea è stato importante… «Matteo è un tennista fantastico, e *** grande potenza, grande forza Ed è un bravissimo ragazzo. Ha giocato già lo scorso anno qui e sta continuando a crescere e migliorare come tennista. Averlo con noi è importante, sia per chi come me stasedutosulla panchina e fa il capitano, sia per la gente seduta in tribuna». ›

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Prima Borg-McEnroe, poi Federer-Nadal, cosa pensa della rivalità Sinner-Alcaraz per il futuro del tennis? «Tutto il bene possibile. Il nostro sport si nutre di rivalità, e quella tra il vostro Jannik e Alcaraz è spettacolare già dai primi confronta Sarà bello vederli crescere, ci aspettano tanti match divertenti come quelli che hanno già giocato. Potete stare tranquilli, il futuro del tennis è in buone mani».

Fuori dal tunnel. Sonego batte Bublik e le provocazioni (Stefano Semeraro, La Stampa)

Lorenzo Sonego esce dal tunnel e si unisce al gruppo. È stato un anno tosto per il quarto uomo del tennis italiano: 10 sconfitte all’esordio, il calo in classifica, il posto da titolare perso in Davis. La vittoria nell’Atp 250 di Metz contro l’imprevedibile kazako Alexander Bublik (7-6 6-2) lo riporta fra i primi 50 del mondo, alle spalle solo di Sinner, Berrettini e Musetti. Cioè gli altri azzurri che nel 2022 hanno vinto un titolo Atp: due Berrettini (Stoccarda e Queen’s), uno a testa Musetti (Amburgo) e Sinner (Umago), oltre a quello Wta portato a casa a Rabat da Martina Trevisan.

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Si riaccende così il radar sul «Polpo», il primo italiano ad autografare l’albo d’oro del Moselle Open, che ha ricominciato a macinare tennis di livello. Il suo infatti non è stato un cammino banale: Karatsev al primo turno, poi Simon, nei quarti l’americano Korda che al turno precedente aveva eliminato Musetti, in semifinale il colpaccio contro il n. 10 del mondo Hubert Hurkacz. Bublik, il Kyrgios asiatico (russo di nascita) che alterna grandi giocate a provocazioni circensi ha sfoggiato le prime a inizio partita, costringendo Lorenzo a salvare 3 palle break consecutive nel quinto game e a un tie-break di grande concentrazione.

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Per «Sonny» è il 3° titolo in camera dopo quelli di Antalya (erba) e Cagliari (terra), il primo sul cemento indoor, una superficie sulla quale era già arrivato in finale nel 2020 a Vienna (quando sconfisse Djokovic).

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Rassegna stampa

Le lacrime di due campioni (Cocchi, Azzolini, Marcotti, Piccardi)

La rassegna stampa di domenica 25 settembre 2022

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Federer, le lacrime e la mano dell’amico Nadal – Rafa prende Roger per mano «Anch’io stavo per smettere» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

E’ stata una notte storica. Di sport e di cuore. Di lacrime e sorrisi. Roger Federer è un ex. L’ultima palla della sua carriera è caduta a mezzanotte e mezza di ieri sul meridiano di Greenwich, dove sorge la 02 Arena, costruita nel 2000 per festeggiare l’entrata nel nuovo millennio. Roger Federer piange, singhiozza, fa estrarre i fazzoletti anche a Bill Gates che sta in tribuna, ospite d’onore di uno spettacolo indimenticabile. Il più bravo che singhiozza, sopraffatto dall’emozione dopo la partita con l’amico Rafa, rivale di una vita, che lo tiene per mano. Questa è stata una delle sue vittorie più importanti: «Siamo sempre stati molto legati, soprattutto negli ultimi dieci anni. Sono felice di poter chiamare Rafa e parlare di qualsiasi cosa, spero che anche lui si senta allo stesso modo, anche se non lo facciamo spesso. Abbiamo apprezzato molto la compagnia l’unoi dell’altro, abbiamo molto da ricordare, ma ci siamo anche divertiti. Ogni serata che trascorriamo insieme troviamo un milione di argomenti da trattare e il tempo non è mai abbastanza». Rafa ha voluto essere vicino a Roger in questo momento: «Il fatto che sentiamo l’appoggio delle nostre famiglie penso dimostri quanto sia forte il nostro legame e poi ora diventerà padre anche lui, potrò dargli qualche consiglio. Intanto lo avviso che non sarà per niente facile!». Coach di pannolini, ma anche progetti in comune, forse una serie di esibizioni, come quella record in Sudafrica per la fondazione dello svizzero. Un modo per tenere uniti i suoi mondi. Dopo la pioggia di lacrime arriva il sereno, alle due di notte quando si presenta per l’ultima volta alla stampa, sempre insieme a Rafa «Non sono triste, le mie erano lacrime di emozione e gratitudine. Per la carriera che ho avuto, per la famiglia che ho, per la vita che continua. Perché sono sano, va tutto bene e questa non è la fine». I progetti per il futuro sono tanti, forse troppi ed è prematuro elencarli, ma già anticipa qualcosa. Sarà un ambasciatore dello sport. «Quello che ho sempre amato della mia professione è stato trasmettere la mia passione per lo sport ai tifosi. Non ho piani di alcun tipo su dove, come o quando. Tutto quello che so è che mi piacerebbe giocare in posti dove non l’ho mai fatto prima, per incontrare le persone che mi hanno supportato per così tanto tempo. In molti avrebbero voluto essere a Londra, ma i biglietti sono finiti in fretta e presto penso avremo un’altra occasione per festeggiare tutti insieme». […] «Avevo bisogno di tutto questo, avevo paura di essere solo in un momento così difficile». Impossibile, c’era Rafa compagno sul campo e c’era Mirka, moglie, madre e consigliera, che lo coccola come un bambino. A lei il pensiero più commosso: «Avrebbe potuto dirmi di smettere tanti anni fa e invece mi ha permesso di continuare. Anche per questo le sarò sempre riconoscente». Anche noi.

Si sono tenuti per mano, hanno pianto insieme. Molto più che amici Federer e Nadal, sono due che hanno attraversato insieme la stessa vita, gli stessi dolori, le stesse fatiche, le stesse delusioni. È stata molto di più che una cerimonia di addio, quella di venerdì notte, è stato un rito di passaggio. Perché stringendosi quelle mani che decine di volte si sono strette sotto rete, hanno stretto un patto silenzioso. Le parole di Rafa Nadal dopo la notte di Londra rendono perfettamente l’idea di ciò che è stata: «Insieme a Roger se ne va anche un pezzo della mia vita». E proprio per questo lo spagnolo ha voluto esserci nonostante le difficoltà e i dolori. Quando ha saputo, con 10 giorni di anticipo rispetto al mondo, che questa sarebbe stata l’ultima partita si è preparato, si è curato con ancora più attenzione per non deludere il compagno di strada. Ed è stato un sacrificio, perché questo 2022 per Nadal è stato di trionfi e dolore. Diviso a metà. Gioie fino a Parigi, dolori e problemi continui per tutta l’estate. Tanto da fargli meditare seriamente l’addio: «In questo momento non sto bene, ecco perché non giocherò – ha spiegato prima di dare forfeit per il resto della Laver Cup e rientrare in Spagna -. Adesso non ci sto pensando, ma confesso di esserci andato vicino in diversi momenti dùrante questa stagione. Addirittura pensavo che il Roland Garros di quest’armo sarebbe stato l’ultimo torneo della mia carriera professionale». Usa un termine forte, “disgrazia”. per spiegare cosa è stata la seconda parte del suo anno. «Dopo la gioia del Roland Garros è andato tutto storto – continua -. È stata una serie di disgrazie importanti a livello fisico, che si sono aggiunte alla mia situazione personale». Rafa si riferisce alla gravidanza difficile di sua moglie Xisca, ricoverata in ospedale prima dello us Open per complicazioni e ovviamente a tutti gli infortuni tra piede e addominali che lo hanno frenato nella seconda parte della stagione. «In ogni caso in questo momento non voglio pensare al ritiro o ad altro, la mia massima priorità è che il mio problema personale venga risolto e poi organizzerò la mia vita nel modo giusto. Ho bisogno di essere tranquillo in tutte le aree della mia vita, quella personale e professionale. Dormo pochissimo da diversi giorni – confessa – è uno stress difficile da gestire Solitamente devo occuparmi di questioni che riguardano me, la mia professione, ma questa volta è diverso. In casa la situazione è più complicata del solito, ma per fortuna ora va tutto meglio e sono riuscito a venire qui, un momento molto importante per me e per Roger». Un sacrificio da vero amico, come sicuramente avrebbe fatto anche lo svizzero in un momento così importante «Abbiamo un ottimo rapporto, lui lo ha già spiegato. So che è stato un momento difficile per lui con l’infortunio al ginocchio e ha fatto un enorme sformo fisico e mentale per poter tomare. È fantastico che sia riuscito a ritirarsi in campo, era quello che più desiderava ed era giusto così. Non potevo mancare a questo appuntamento, indipendentemente dalle mie situazioni personali». […]

 

Fino all’ultima lacrima (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Le lacrime dell’addio sono le più sincere e inconsolabili. Vanno giù da sole, e risalgono, e ricominciano. Sono anche le più contagiose. Sciolgono i pensieri e le parole, e lasciano spazio solo a occhi che luccicano, ovunque. Tra i compagni di cordata, tra gli avversari che per una volta avversari non sono, negli sguardi che si scambiano Borg e McEnroe. Sui volti tesi di chi, tra il pubblico, cerca di resistere alle lacrime e cede di schianto al primo gesto amichevole di chi gli sta accanto. Nadal appare accorato, quasi dolente, la foto della serata lo trova accanto a Roger seduto sulla panca del campo, con tutto il Team Europe che fa da contorno, e i due piangono, ma Rafa è quello che piange di più. C’è nell’addio di Roger anche una parte di Rafa che se ne va. Si chiude ìl portone di un’era lunga venticinque anni, che ha preso forma dal confronto dei loro caratteri opposti, lo Yin e lo Yang del tennis, le due polarità energetiche che nel congiungersi rendono il mondo comprensibile e a suo modo perfetto. L’applauso che giunge continuo, inesauribile, dalle tribune della 02 Arena non è rivolto solo al campione che molto ha vinto ed è entrato nella leggenda. E’ il tributo a un ex ragazzo di 41 anni che abbiamo visto crescere, che non ha mai smesso di migliorare, colpi, carattere, parole, gesti, look, pensieri, comportamenti. Mai presuntuoso, mai fuori posto, mai smodato. Lo abbiamo visto diventare sempre più bravo, così bravo da saziarci, da riempire le nostre attese delle sue magie, da farci sentire felici di poterlo rivedere una volta di più. E’ stato un’ispirazione, Roger Federer, un modo per farci sapere che si può crescere all’infinito, è stato un dispensatore di felicità. Come Maradona nel calcio, Ali nel pugilato, Bolt nella corsa. […] In mezzo al campo, illuminato da un faro viene invitato da Jim Courier a dar corso ai pensieri. «Provaci, non sarà così difficile». Federer dice subito che temeva questo momento, si scusa delle lacrime, ma solo un po’, e con il tono di chi non può farci nulla. «Pensavo di poter gestire questo addio, e credo di esserci riuscito. Piango ma credetemi, sono lacrime di felicità. E’ stata più dura per alcuni membri del mio staff. Sto bene, ho superato le giornate dei pensieri mesti, ho rivissuto i momenti piu belli della carriera, ho provato dolore nel considerare che ormai appartengono al passato, ma è cosl, è giusto così Questa serata l’ho vissuta nella felicità». […] E su Nadal. «Siamo sempre stati molto legati, ma negli ultimi dieci anni ci siamo avvicinati di più. Siamo due grandi appassionati del nostro sport, ci sentiamo connessi anche su molti altri temi, ne parliamo, basta alzare il telefono e chiarnarci. Lo facciamo, non così spesso, ma lo facciamo. C’è un bel rapporto tra le nostre famiglie. Abbiamo apprezzato molto la nostra compagnia, ci siamo divertiti e abbiamo anche molto da ricordare e un milione di argomenti di cui parlare». […]

Federer: «Sono felice. Non è la fine della fine» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Lacrime di commozione, ma anche di felicità. Un’esplosione di emozioni intense, agrodolci. Sugli spalti, come in campo. Tra i suoi tifosi, accorsi in gran numero per l’addio, ma anche sui visi stravolti dei suoi avversari di sempre, con lui nella notte dell’addio. Che lo hanno confortato, accompagnato, accudito. Venerdì sera, a Londra, dove è andata in scena l’ultima danza di Roger Federer. Il suo congedo dal tennis, che suggella 24 anni di vittorie, record e meraviglie con la racchetta. Una notte indimenticabile per gli oltre ventimila spettatori in tribuna. Rimasti ben oltre la mezzanotte per assistere all’epilogo del match di doppio disputato in coppia con l’eterno amico-rivale Rafa Nadal. Altrettanto commosso, in un pianto che non ha saputo controllare durante il discorso post-match di Federer, tra occhi umidi, singhiozzi e applausi. «Sono contento perché sono riuscito a dire tutto quello che volevo dire — ha ricordato il giorno dopo Federer -. Non avevo più quei torcioni in pancia che per giorni mi avevano impedito di mettere in fila due pensieri. Non sapevo cosa sarebbe successo dopo il match, cosa si aspettassero da me o quanto sarebbe durato il tutto. Essermi guardato attorno e aver visto tutti così emozionati è stato meglio o peggio? Non lo so veramente! Ma sono quei volti attraversati dall’emozione che resteranno sempre con me». Da ieri è cominciato un nuovo capitolo per Federer, lontano dai campi di tennis. «Mi sono ripetuto per tutto il tempo che non era la fine della fine. La mia vita va avanti: sono sano, felice, tutto è fantastico. E’ stato uno di quei momenti che accadono nella vita, doveva andare così, ed è andata bene. Me lo sono ridetto anche in campo, perché ero davvero felice». Una lunga commossa standing ovation carica di gratitudine ha salutato l’uscita di scena di Roger Federer. la sua ultima esibizione, seppur terminata con una sconfitta contro la coppia statunitense Sock-Tiafoe, resterà per sempre impressa nella memoria di tutti i presenti alla 02 Arena. Un brivido che ha attraversato le tribune, arrivando fino al campo. Impossibile resistere all’intensità di quel congedo: la commozione di Federer è presto diventata quella di tutti i suoi compagni. Fra i più commossi, Nadal. «E’stata una giornata difficile da gestire, alla fine è stato molto emozionante — il ricordo del maiorchino -. Per me è stato un grande onore aver fatto parte di questo momento storico per il nostro sport. Ma allo stesso tempo, avendo condiviso così tanto così a lungo, il ritiro di Roger significa che anche una parte importante della mia carriera finisce qui». […]

Le lacrime di Federer e Nadal. Il sigillo alla rivalità più bella (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Un maschio che piange, nel tennis, è ammesso: ce l’ha insegnato Sampras. Due, carissimi rivali, non si erano mai visti e non stupisce che a prendere l’iniziativa del gesto sia stato lo svizzero: Roger piangeva per la nostalgia di ciò che non sarà più («Sono lacrime di gioia, bambini, sorridete» ha detto ai figli provando a convincere ad alta voce, innanzitutto, se stesso), Rafa perché insieme a Federer — 40 sfide in 15 anni — se n’è andata una parte di lui, inghiottita dal ritiro del più bravo di tutti, che si è portato in pensione tre lustri di storia comune. Senza Nadal non ci sarebbe stato un Federer così bello; senza Federer, l’evoluzione di Nadal sarebbe rimasta un binario morto. Ieri l’ha detto Berrettini, promosso singolarista in Laver Cup: «Se tu non avessi giocato a tennis, io non esisterei». […] Nadal in lacrime è un inedito che prelude, dopo Serena Williams e Roger Federer, all’addio di un altro immortale del tennis. Lui. «Non sono pronto a pensarci, ho davvero creduto che il Roland Garros fosse il mio ultimo torneo, ora ho cose più importanti a cui dedicarmi» ha detto Rafa alla Laver Cup, disertata subito dopo il doppio per tornare a Manacor, dove a settimane, in fondo alla gravidanza non facile di Xisca, è atteso il primo erede. Federer dall’esame di coscienza del neopapà globetrotter era passato a un’età più verde di Rafa, che ha 36 anni e un motore dal chilometraggio (il)limitato, di certo nei loro colloqui privati hanno parlato del bivio che attende l’ex niño: continuare? Per quanto? E fino a dove, Parigi per la quindicesima volta? Piangeva guardandosi riflesso nello specchio di Federer, Rafa, improvvisamente anziano e rugoso come Dorian Gray uscito di colpo dal dipinto. Quando Nadal debuttava nel circuito (prima vittoria Atp il 29 aprile 2002), Federer — maggiore di quattro anni, nove mesi e 26 giorni — si era già annesso il secondo titolo della carriera. Nessuno dei due è in grado di risalire con precisione al primo incontro. «Io sono arrivato e lui era già lì — ha ricordato Rafa a Londra —, per me Roger è sempre stato l’avversario da battere». Mai con acrimonia, cattivi sentimenti, malanimo. Mai. «Al di là degli stili opposti, siamo simili» ha ammesso Federer centrando il viaggio esistenziale di due anime gemelle inserite in corpi paralleli. […]

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Rassegna stampa

Oggi l’addio al tennis di Federer (Strocchi, Marcotti, Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 23 settembre 2022

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Roger e Rafa all’ultimo ballo (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

I ventimila che affolleranno stasera le tribune della 02 Arena potranno urlare al mondo e raccontare un giorno ai nipoti: «Io c’ero». Gli altri, meno privilegiati, dovranno accontentarsi della diretta televisiva o di qualche altra forma mediatica. Ma c’è da credere che saranno milioni, in tutto il pianeta, gli occhi puntati verso l’impianto di Londra teatro del match di addio di Roger Federer nella giornata di apertura della Laver Cup 2022, l’esibizione che lo stesso fuoriclasse svizzero co-organizza e che vede il Team Europe sfidare il Team World sul modello della Ryder Cup di golf. Il desiderio del diretto interessato non poteva non essere esaudito e quindi il 41enne campione di Basilea giocherà l’ultima partita di una delle carriere più prestigiose di tutti gli sport con l’amico-rivale di sempre Rafael Nadal, non come avversario ma come compagno di squadra in doppio, affrontando dall’altra parte della rete gli statunitensi Jack Sock e Frances Tiafoe. «È speciale poter giocare con Rafa ancora una volta. Questa partita è decisamente diversa dalle altre, sono sicuro che sarà meraviglioso», ha anticipato Federer, vincitore di 20 titoli Slam e che da domani lascerà spazio a Matteo Berrettini, chiamato come riserva da capitan Bjorn Borg. Sensazioni condivise anche dal maiorchino, che per oltre quindici anni ha battagliato con l’elvetico: 40 i testa a testa (24 vittorie a 16 per lo spagnolo), alcuni dei quali leggendari, per la rivalità più emozionante della storia del tennis. «Essere parte di questo momento storico è qualcosa di incredibile e indimenticabile – ha confessato Nadal in conferenza stampa – Sono super impaziente, spero che ci divertiremo. Sarà una pressione diversa, dopo tutte le grandi cose che abbiamo condiviso dentro e fuori dal campo. È il giocatore più importante della mia carriera e sono molto grato di poter giocare con lui. Abbiamo dimostrato che l’amicizia può prevalere sulla rivalità», ha sottolineato, con evidente emozione, il 36enne di Manacor, detentore del record di 22 trofei Slam. Numeri che testimoniano l’unicità di questa generazione di fenomeni. «Quel che mi mancherà sono i piccoli momenti subito dopo i match. Le cene con i compagni di squadra parlando soprattutto di cose che non riguardavano il tennis», ha riconosciuto Federer. Sensazioni assaporate anche ieri, visto che nel pomeriggio per provare l’intesa Roger e Rafa si sono allenati con Djokovic e Murray all’02 Arena, ovvero i Fab Four riuniti dopo tanto tempo, per un allenamento da urlo. «Un’esperienza che capita una volta nella vita: quella di dividere il campo con queste leggende e questi rivali. Grazie alla Laver Cup che la rende possibile. Non vedo l’ora di vivere un grande weekend di tennis, celebrando la carriera di Roger», le parole di Djokovic su Instagram. Autoironico, in stile british, il commento di Murray: «I Big3 insieme e un pagliaccio… Non si vedono spesso sessioni di allenamento così. Che privilegio essere sul campo di allenamento con questi ragazzi ancora un’ultima volta». Insomma, tutto è pronto per lo speciale “The Last Dance” di Federer. […]

Gli altri tre Fab: «Grazie Roger» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

 

«E’ un giorno triste». Un’amarezza mista a gratitudine. Alla vigilia dell’evento che concluderà la carriera di Roger Federer, Novak Djokovic usa parole di riconoscenza per lo svizzero, «il miglior esempio possibile», soprattutto nella prima parte della sua carriera, per crescere e migliorare. «I primi anni che ero nel circuito facevo fatica, soprattutto negli Slam perdevo spesso i match importanti. Poter vedere da vicino come Roger si comportava, fuori e dentro il campo, mi ha dato una grossa mano». Due decenni da avversari, separati da una rete, e una rivalità cresciuta negli anni. Mille i ricordi. «Senza dubbio però i migliori momenti sono stati quelli che abbiamo vissuto qui, alla Laver Cup. Ricordo la prima volta a Chicago, quattro anni fa. Sono stati giorni pieni di risate. Questo è un torneo anomalo, ci permette di trascorrere tanto tempo assieme e in un certo senso possiamo anche conoscerci meglio». E anche prendersi in giro, come quando il serbo sceglie i match più significativi giocati contro Federer. «Sono sicuramente due. Il primo la mia prima finale Slam, a New York nel 2007, che ho perso. E poi la finale di Wimbledon del 2019, mi dispiace Roger». Pronta la risposta dell’interessato: «Nessun problema, l’ho rimossa». […] Ha la consapevolezza che l’eredità di Federer, dentro e fuori dal campo, durerà a lungo. «Non c’è dubbio, ha rappresentato un modello incredibile, la sua eredità resterà per sempre». NADAL: «Un grande amico, un fantastico avversario». Questo è Roger Federer per Rafa Nadal. La loro rivalità ha caratterizzato il tennis mondiale oltre gli ultimi 20 anni. Le loro carriere sono trascorse quasi contemporaneamente, spingendosi l’uno con l’altro sempre più in alto, nel segno di una costanza di risultati che non ha precedenti nel tennis. «Sono molto contento di essere qui, è un’occasione che non avrei voluto perdere per nessuna ragione. Mi sento onorato di aver condiviso così tanti momenti con Roger in campo, e di aver fatto parte della sua carriera. E’ stato un giocatore incredibile, un talento unico». Rafa è arrivato a Londra all’ultimo minuto, trattenuto a Majorca dalle condizioni di sua moglie, Maria Francisca, che attende il loro primogenito. Ora che la situazione appare sotto controllo, Rafa non ha perso tempo a raggiungere il team Europe. «E’ un momento speciale perché si ritira forse il tennista più importante della storia del tennis. Lascia dopo una super carriera, di cui in qualche modo ho fatto parte anche io». Come in occasione della finale degli Australian Open 2017, a prescindere dall’esito finale che aveva regalato a Federer un insperato Slam. «Pochi mesi prima sia io che lui non sapevamo se saremmo riusciti a tornare a giocare a certi livelli. Era venuto a trovarmi a Majorca, in occasione dell’apertura della mia accademia, e zoppicavamo entrambi. Essere arrivati in finale a Melbourne assieme, poche settimane dopo, è stato qualcosa che ci ha unito per sempre». Anche per questo Federer ha chiesto e ottenuto da Bjorn Borg di giocare proprio con Rafa il doppio dell’addio. «Sarà molto emozionante, ma come sempre prevarrà la voglia di vincere», promette Nadal. MURRAY – Per Andy sarà la prima volta alla Laver Cup. Un invito che lo scozzese sperava ardentemente che arrivasse, prima o poi, nonostante i guai fisici che ha dovuto superare negli ultimi anni. «L’ho sempre guardata in televisione e ho sempre sperato di essere convocato per questo torneo. E’ una manifestazione che mi piace molto, soprattutto perché si gioca a squadre. Quest’anno inoltre mi fa piacere doppiamente perché significa partecipare all’addio di Federer. Ci sarà un’atmosfera incredibile alla 02 Arena». Murray scenderà in campo subito prima del doppio di Federer, in coppia contro lo spagnolo Rafa Nadal. «Sarà speciale condividere con loro il campo, non vedo davvero l’ora. Sarà una fantastica esperienza, una di quelle notti che resteranno sempre con me per sempre». Come tutti gli appassionati, anche Andy Murray è rimasto sorpreso dall’annuncio del ritiro. «Sinceramente non me lo aspettavo, all’inizio credevo che fosse una delle tante fake news. Adesso che ho avuto modo di parlare di persona con Federer ho anche capito le sue motivazioni. Ovviamente non posso che fargli gli auguri per il suo futuro. Ma allo stesso tempo lo voglio anche ringraziare, per tutto quanto ci ha dato in questi anni». […]

Lo scudiero del Re (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La prima volta che si sono affrontati, lui gli aveva chiesto quanto avrebbe dovuto pagare per la lezione di tennis. Era il 2019, ottavi di Wimbledon. Un momento e una lezione che Matteo Berrettini non dimenticherà mai. E da cui, davvero, ha imparato tanto. Abbastanza da arrivare fino alla finale sui prati di Church Road due anni dopo e essere invitato a Londra alla festa di Re Roger. Un privilegio, soprattutto perché il romano entrerà in campo come sostituto dello svizzero da domani, dopo il ritiro ufficiale dalla competizione, ma soprattutto dal tennis del Magnifico. Ieri, nella conferenza stampa del Team Europe di cui fa parte, Matteo era seduto accanto a Andy Murray e ascoltava i Big 4 insieme a Borg schierati allo stesso tavolo. Aveva un’espressione tra il curioso e l’incredulo. Stare nella stessa squadra, allenarsi, cenare con Federer, Djokovíc, Nadal e Murray è un’occasione irripetibile. «Matteo, come si sta in compagnia di 77 Slam, 5 ori olimpici, 933 settimane da numero 1? «Si vedeva che avevo l’aria un po’ stranita, vero? È che faccio fatica ancora a realizzare di essere qui tra loro. Devo trovare l’equilibrio. Un momento prima dico “oddio com’è che sono in mezzo a questo fenomeni?”, un minuto dopo mi gaso “Sono uno di loro!”».

Beh, ha fatto una finale a Wimbledon, semifinale negli Usa, top 10 per due anni e mezzo. Perché dovrebbe stupirsi?

Vero. Ma è bello che io mi stia ancora emozionando, e che mi vengano ancora brividi a pensare che tutto quello che ho fatto mi ha portato a meritare di essere qui. In più, oltre a loro c’è anche Borg, un mito. Non ero ancora nato quando giocava ma la sua leggenda va oltre il tempo. È una persona davvero alla mano e simpatica. Il bello e che continuava a ripetere di essere felice di stare in mezzo a giocatori così forti. Al che mi veniva da dirgli “ma scherzi? Tu sei Borg e noi saremmo quelli forti?”

È stato invitato alla festa più ambita, ha avuto modo dl parlare un po’ con Federer?

Per me è pazzesco essere qui. Non solo per Roger, ma anche per tutti gli altri giocatori del team. Ma certamente c’è un’emozione speciale in questo evento. Sì, mi ha raccontato un po’ delle difficoltà che ha affrontato negli ultimi mesi. Il fatto che non è stato facile accettare l’idea di non riuscire a giocare. Poi però si è guardato indietro e ha visto quanto di buono ha fatto e quanto e stato bene in tanti anni di carriera, al di là del trofei. Ha detto che smette senza alcun rimpianto.

Magari se le avesse dato qualche dritta sulla gestione e il rientro dagli infortuni, Roger avrebbe continuano ancora un po’.

Ma infatti, bastava chiedere all’esperto… È che lui ha iniziato a farsi male troppo tardi, a 35 anni, gli mancava l’esperienza. Scherzi a parte, nel suoi occhi ancora si vede quanto ami questo ambiente, quanto è appassionato. E penso sia anche il motivo per cui ha giocato per così tanto tempo, per pura passione e amore per il gioco. Gli sembrerà strano rinunciare a quella che è stata quasi tutta la sua vita, però lo vedo sereno, ha tantissime persone intorno che gli vogliono bene, una bella famiglia. Non si annoierà di sicuro.

Cosa significa Federer per lei e per la sua generazione di tennisti.

Sembra scontato ma ovviamente è l’idolo. II punto di riferimento di tutti noi che siamo cresciuti vedendolo giocare. Molti hanno continuato a lavorare sodo sperando di fare un giorno quello che fatto Roger. Siamo cresciuti nel suo esempio. Che è irripetibile.

Ha detto più volte the Roger Federer è stato un esempio a cui guardare per tutta la carriera. In che modo?

Quando ero piccolo mi fecero vedere un video di Roger che spaccava una racchetta e ci rimasi male. “Come? Anche lui spacca le racchette?”. E poi è diventato un giocatore di straordinaria calma ed eleganza. Questo mi ha fatto capire che lavorando su sé stessi si può cambiare, si può migliorare. All’epoca pensai “beh allora c’è speranza anche per me che non sto zitto un attimo. Posso migliorare la mia indole”. E infatti non ho più smesso di lavorare su me, stesso cercando di crescere. […]

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