Giorno di finali al Foro: l'ennesimo capitolo della sfida Nadal-Djokovic e la sfida Pliskova-Konta (Clerici, Crivelli, Grilli, Azzolini, Cocchi)

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Giorno di finali al Foro: l’ennesimo capitolo della sfida Nadal-Djokovic e la sfida Pliskova-Konta (Clerici, Crivelli, Grilli, Azzolini, Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 19 maggio 2019

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Il ritorno di Nadal. I colpi che azzerano le differenze d’età (Gianni Clerici, La Repubblica)

Mi rivolgo al mio consocio, che era stato domenica scorsa a Madrid, e non so trattenermi da dirgli: “Ma sei sicuro di aver visto questo stesso Nadal? Non sei stato confuso dal quadro di Goya sulla Pelota?“. Mi viene risposto con una gentilezza di certo superiore alla mia: “Ricordati che erano quattro fine settimana che gli succedeva la stessa cosa. Dal match contro Fognini a Montecarlo, interpretato in chiave nazionalistica“. Mentre sto ripensando a quel che ho scritto, appare sullo schermo Filippo Volandri che si rivolge a Nadal mentre sta eseguendo un diritto incrociato. “Come fai con una presa simile, Rafa?“. Rafa sorride e, contraendo la mano mostra una sorta di pugno, sorridendo. Oggi lo aspetta Djokovic in finale. Io penso che bisognerebbe chiedere allo zio di Nadal, Toni. Tanti anni fa ha trasformato il nipote nato destro in un mancino e, di lì, è uscito un diritto che nessuno aveva mai visto, e che oggi ha sommerso il giovane campione greco in molte occasioni. I break sono arrivati nel secondo gioco di entrambi i set e Nadal ha trovato modo con allegro humour di non poter perdere per il quarto sabato successivo. Ha ritrovato non solo il suo diritto, ma ha giocato molto più dentro il campo, mettendo anche quasi una prima su due (46 per cento) ma sopratutto utilizzando la prima che aveva smarrito, anche per l’incerta condizione fisica. “Avevo una mala – cattiva nel suo italo-spagnolo – sensazione. Sentivo il diritto passivo” ha detto a Volandri. E, ad un’altra domanda sugli “ultratrentennis”, e i giovani della Next Generation, ha preferito rispondere: “Non dobbiamo confrontare gli ultratrentenni con i minori di venti. Possiamo confrontare i giocatori di tennis, le loro qualità, ma non l’età dei giovani e dei vecchi. Tsitsipas è già numero otto, e questo è uno straordinario risultato“. E ha così concluso: “La mia energia non era alta, a Montecarlo e a Madrid. Il recupero del mio ginocchio non è stato facile, e mentalmente non è stato facile potersi allenare come riesco quando sono in buona salute. Quando stai male non puoi allenarti nel modo migliore, e quindi non puoi giocare al meglio“. Cosi parlò lo Zarathustra del Tennis.

Furia Nadal, cuore Djokovic. La finale dei soliti noti incanta Roma (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La furia contro il cuore. Rafa e Nole ci sarebbero stati benissimo tra le pagine del duello napoleonico di Conrad che poi diventarono anche un film. Un romanzo sterminato, il loro, una rivalità che non ha eguali nella storia dell’Era Open: il Foro Italico celebrerà così la finale più attesa, che diventa il 54° episodio di un testa a testa monumentale. Il satanasso maiorchino, otto volte re di Roma, doveva percorrere la strada più impervia per tornare a giocarsi il titolo dodici mesi dopo il trionfo bagnato dalla pioggia contro Zverev, perché l’Apollo greco Tsitsipas lo aveva battuto giusto sette giorni fa in semifinale a Madrid. Ma quando ritrova un avversario più giovane e un po’ troppo spavaldo che gli ha appena graffiato l’orgoglio, Rafa moltiplica energie, ferocia, concentrazione. In poche parole: non c’è mai partita se non per quelle due palle del controbreak di Stefanos nel secondo game, annullate di prepotenza dallo spagnolo che non si volterà più indietro, ancorato a un dritto profondissimo e pesante che il biondo ateniese non può contrastare. Lotta comunque, Tsitsi, confermando tempra da campione, ma non esiste scambio in cui il Centrale strapieno possa pensare che il destino della partita muti direzione all’improvviso. Il sapore dolce della rivincita si consuma in un’ora e 42 minuti, mentre nel freddo della sera Djokovic, passate le due ore, si ritroverà a partire da capo contro quel cagnaccio di Schwartzman, ercolino con le batterie sempre cariche e una palla corta che si infila come una pugnalata una, due, dieci volte nel cuore del fenomeno serbo. Venuto a capo di Del Potro la sera prima in tre ore esatte (incontro finito all’una e un quarto) e con due match point avversi annullati, ll Djoker si sciroppa altri 151 minuti contro l’argentino minore. L’elogio della fatica per la nona finale romana (quattro successi). Ma non sarà certo il sudore a decidere, alle quattro di oggi pomeriggio, un epilogo al solito impronosticabile e che segnerà un altro passo nella leggenda di due avversari formidabili. Nadal è il nobile guerriero che ha scardinato le gerarchie fin dal primo apparire, Djokovic il soldato partito da lontano e per troppo tempo considerato l’intruso nella saga mitologica tra il maiorchino e Federer. Li unisce però un’inestinguibile sete di vittoria, il rifiuto della sconfitta, la volontà di lottare su ogni punto. Sono troppo simili per essere amici: se Rafa e Roger, uno contro l’altro, sublimano la differenza di stili, gli incroci tra lo spagnolo e il serbo si trasformano sempre in primordiali battaglie a suon di clava. Che possono durare anche 5 ore e 53 minuti, ovvero la finale di Melbourne vinta dal Djoker nel 2012, la più lunga nella storia degli Slam. [segue]

Nole-Rafa, finale Slam (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Ancora loro due, Nole Djokovic e Rafa Nadal, per l’ottavo duello al sole (speriamo…) di Roma (lo spagnolo è in vantaggio 4-3), il quinto in finale (2-2), un autentico spareggio tra i giocatori che hanno vinto più tornei Master 1000 (33 a testa, terzo è Federer a quota 28). Nadal ha vinto in due set più facili del previsto la sua undicesima semifinale giocata a Roma, e oggi proverà a conquistare il primo torneo del 2019 (l’ultimo, nell’agosto scorso sul cemento di Toronto) e ad allungare a quota 9 il suo record di successi nella Capitale. Djokovic punta alla terza vittoria dell’anno e alla quinta qui, l’ultima nel 2015. Insomma, gli ultimi romantici che speravano di applaudire la prima volta di King Roger al Foro Italico, avranno comunque il modo di consolarsi con le gambe a tiramolla di Djokovic e le chele mortifere di NadaL Roma ha la finale tra il numero 1 e il numero 2 del mondo, quella che ha già assegnato il titolo in Australia, non a caso a una settimana dall’inizio del Roland Garros. Ieri Rafa (60^ vittoria da queste parti, con appena 6 sconfitte) ha tramortito le speranze di Tsitsipas di doppiare la vittoria ottenuta sullo spagnolo giusto una settimana fa a Madrid, con due set quasi simili, neanche tanto combattuti: break al secondo gioco del primo set, al terzo nella seconda frazione. Sulla terra romana, più lenta di quella spagnola, c’è stata troppa differenza tra i colpi a rimbalzo dei due, tutta a favore del numero 2 del mondo. Subito in difficoltà di fronte all’aggressività iniziale di Nadal, il greco ha avuto solo due occasioni di strappare il servizio al rivale, nel gioco più lungo del match (il terzo del primo set) ma non è mai riuscito a sfondare le difese dello spagnolo, inesorabile nei passanti quando il greco ha provato ingenuamente ad avventurarsi a rete. Se la prima palla di servizio lo ha spesso aiutato (7 ace alla fine per lui), sulla seconda è stato troppe volte aggredito dal mancino di Manacor (solo il 42% di punti vinti). Da domani però potrà almeno consolarsi con la sesta posizione in classifica, suo nuovo best ranking. Dopo le tre ore di venerdì sera, nella partita più bella del torneo, il numero uno del mondo ha dovuto sudare ieri altri 151 minuti per avere ragione della grinta e delle gambe di Schwartzman. Dopo un primo set al limite delta sonnolenza, dominato da Djokovic e deciso da un break sul 4-3, la gara è improvvisamente cambiata, quasi che il fantasma di Del Potro avesse ispirato il connazionale, spingendolo a stroncare le gambe affaticate di Nole con una serie di mortifere smorzate (alla fine saranno nove quelle vincenti). Un mese fa Djokovic avrebbe probabilmente ceduto alla distanza, la sua versione romana – che ha già trionfato una settimana fa a Madrid – non prevede invece la parola “arrendersi” nel vocabolario. E mentre si alzavano i cori per Diego, Nole, gli occhi sempre più piccoli, ha ricominciato a remare da fondocampo, mentre anche Schwamman cominciava a piegarsi sempre più spesso sulle gambe. Pur con qualche tentennamento, Djokovic chiudeva regolarmente 6-3, grazie anche al secondo ace di serata. Ma in quali condizioni si presenterà oggi al cospetto di Nadal? Oggi sapremo.

Djoker va al duello con Rafa ritrovato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Mostra i muscoli, Rafa Nadal, con pose da tennisbuilder, fra i pochi trentaduenni a potersi permettere la canotta sbracciata. Perde il pelo, non il vizio. E offre segnali confortanti a chi ritiene che la terra, quella rossa, ancora gli appartenga, malgrado i continui attacchi ai suoi molteplici possedimenti. A Roma è l’undicesima finale, le vittorie sono otto, ma si guarda al Bois de Boulogne, dove il Roland Garros è pronto a mostrarsi nella nuova veste. Lì, a Parigi, i titoli sono già undici, e il dodicesimo apparterrebbe al tennis dei miracoli, ma Nadal ne ha bisogno più che mai. Come del titolo romano. Si sa, l’età conta, le giunture sono quelle che sono. Per questo è tornato ad arrotare i ferri del mestiere con i gesti antichi, fra le mani protettive di zio Toni, che l’ha seguito nei primi due giorni anche a Roma. Lavorando a testa bassa con i cesti di palle, come fanno i ragazzini quando devono prendere confidenza con la palla. Sotto osservazione il diritto, che nell’ultimo periodo appariva ondivago, pressapochistico, inficiato da una sorta di “shank” tennistico, termine che Rafa conosce bene da ottimo golfista qual è: un errore che prende forma quando la pallina viene colpita con il tacco del ferro e parte a novanta gradi rispetto alla linea ideale. Ma lo ha rimesso a posto, il colpo preferito del suo repertorio, con l’umiltà che non ha mai smesso di mostrare, e lo ha riproposto contro Stefano Tsitsipas dilagando negli angoli e colpendo sempre lungo e potente, un tennis che in breve ha disinnescato quello contundente del greco (avanti nel punteggio solo con il primo game del secondo set) e lo ha fatto divenire a più miti consigli. «Segnali importanti, ma rivolti a me stesso», dice Rafa, «perché sto ritrovando la strada giusta e proprio nel momento che serve. La finale è parte di questo processo. Recuperare il mio livello è più importante della finale, comunque». Poi aggiunge con quel pizzico di humor che la sua voce chioccia rende al meglio: «Finalmente ho vinto una semifinale». […] La finale è infatti fra il numero uno e il numero due del torneo, e potrebbe anticipare la finale parigina,. Nole ha dato modo all’argentino pequeno Diego Schwartzman, che gli rende 28 centimetri in altezza, di scorrazzare lungo i tre set dell’incontro, ma alla fine ha trovato il modo per tirarsi fuori dal lungo tira e molla. Già si era sentito fuori dal torneo con l’argentino “palito” Juan Martin Del Potro, che nella sfida di venerdì notte, terminata all’una, ha giocato male solo due colpi, quelli sui due match point che avrebbero messo alla porta il Djoker. Due match da oltre 5 ore di gioco complessive. Potrebbe pagarli cari.

Konta e Pliskova, le redivive. Una chance per tornare nobili (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Karolina Pliskova sta tornando. La ceca che 2 anni fa era numero 1 al mondo ha trovato la ricetta giusta per tornare in alto. Ieri è toccato a lei eliminare la prima greca semifinalista nella storia del torneo; oggi contro Johanna Konta va a caccia del Wta Premier Mandatory che le era sfuggito a Madrid. Orfani di Serena, che resta sempre una star anche quando non gioca, e con la numero 1 Naomi Osaka ritirata dai quarti per un dolore al pollice destro, la lotta per il titolo oggi sarà tra la Pliskova e Johanna Konta, due «nobili decadute», che nel 2017 erano nella top 5 e hanno avuto grossi cali di rendimento. La britannica pupilla di mamma Murray, dopo un 2018 da dimenticare, sta risalendo velocemente e oggi gioca la prima finale importante sulla terra della carriera. Un bel regalo di compleanno per lei che ha festeggiato i 28 anni venerdì battendo la Vondrousova. Ieri Johanna, prima finalista britannica al Foro da Virginia Wade nel 1971, ha eliminato una pericolosa Kiki Bertens in tre set. «Jo», che due anni fa era numero 4 al mondo e ora galleggia intorno al 40, non vuole sentire parlare di ranking: «Non mi sono mai identificata con un numero – ha detto dopo il match contro l’olandese -, e non ho nemmeno un obiettivo in questo senso. Sono sempre andata avanti cercando di vincere tornei ed essere la migliore al mondo. Solo questo ha importanza, ed è per questo che gioco. So bene però che attorno a me un bel po’ di ragazze hanno la mia stessa idea». La finale non sarà cosa facile contro una Pliskova in crescita, anche dal punto di vita mentale: «Una finale non è mai una cosa facile, soprattutto con Karolina, che ha avuto sempre un alto livello di gioco. Tatticamente è molto intelligente e serve fortissimo, quindi credo daremo un bello spettacolo». Karolina Pliskova negli ultimi mesi ha trovato la ricetta vincente: affidarsi solo ed esclusivamente a Conchita Martinez, la spagnola ex numero 2 al mondo che in veste di super coach aveva già portato Garbine Muguruza alla vittoria di Wimbledon nei 2017. Una collaborazione consolidata a febbraio, dopo il torneo di Dubai. La ceca ha fatto un lungo ritiro con la Martinez a Tenerife a fine dell’anno scorso e ha capito che il suo modo di lavorare era perfetto per lei, e si vede: «Mi piace molto il metodo di Conchita e ho deciso di non collaborare con altri coach. Non c’è motivo di essere troppi nel mio angolo. Conchita sa perfettamente che mi piace tanto lavorare con lei, mi diverto e vedo risultati. Sulla terra battuta secondo me è la migliore, data la sua storia personale, e credo che mi possa insegnare un sacco di cose nuove. Conchita era fortissima sulla terra ma anche sull’erba… il meglio deve ancora arrivare».

Johanna ora Konta di più (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

La ragazza dai tre passaporti ha forse ritrovato la strada per la gloria. Non è stata semplice fin qui la carriera di Johanna Konta, 28 anni compiuti venerdì, attuale numero 42 del mondo (ma è stata 4 due anni fa). Nata in Australia da genitori ungheresi, è nipote di Tamas Kertesz, nazionale ungherese di calcio negli anni Cinquanta. Quattordicenne, Johanna è volata in Spagna, nell’accademia di Barcellona dei fratelli Sanchez, ma la vera svolta è arrivata nel 2012, quando ha preso il passaporto britannico (adesso ne ha tre: australiano, ungherese e inglese) perché i genitori si erano trasferiti da tempo a Eastbourne, in tempo per giocare l’Olimpiade di Londra. I giornali l’hanno spesso accusata di non conoscere l’inno inglese, ma Johanna – cresciuta nel mito della Graf, in possesso di due robusti fondamentali e soprattutto di tanta grinta – è riuscita a rinverdire le glorie britanniche, che in campo femminile erano piuttosto polverose. E così nell’ottobre del 2016 è sbarcata tra le prime dieci della classifica, grazie anche alla semifinale raggiunta agli Open d’Australia, piazzamento ripetuto l’anno dopo addirittura a Wimbledon, cosa che non succedeva alle suddite della Regina dai tempi di Virginia Wade, 39 anni prima. La Wade è stata anche l’ultima finalista britannica a Roma nel 1971, il che potrebbe essere di buon auspicio per la Konta, che ieri ha battuto l’olandese Bertens, andata vicino a vincere in due set prima di cedere velocemente al terzo. «E’ un grande risultato, tra i migliori della mia carriera. Non ho mai dubitato della mia abilità sulla terra, da junior era la mia superficie preferita». Dopo un 2018 da dimenticare e un tourbillon di allenatori, si è affidata da poco al francese Dimitri Zavialoff, ex-coach di Wawrinka, che le sta facendo prendere atto delle sue potenzialità sulla terra battuta, dove quest’anno è stata già finalista a Rabat. Rispetto a quello della Konta, più regolare il successo della ventisettenne Karolina Pliskova (n.7 della Wta) sulla rampante greca Sakkari (39), un doppio 6-4 senza tante emozioni dopo che nel primo set aveva dovuto annullare una palla del 2-5. Particolare curioso: chiuso il match-point, non aveva capito di aver vinto e si è rivolta al raccattapalle per farsi dare l’asciugamano. «Sentivo il mio staff urlare, ci ho messo un po’ a capire perché…». Nel 2018 Karolina era stata battuta qui nel secondo turno proprio dalla Sakkari, e a fine partita aveva sfondato la sua racchetta sul seggiolone del giudice di sedia, reo di non aver corretto una chiamata sfavorevole alla ceca. Un anno dopo si è ripresentata con all’angolo Conchita Martinez, la spagnola che al Foro Italico ha vinto quattro volte di fila, tra il 1993 e il 1996. Evidentemente la sua nuova allenatrice – che nel 2017 aveva aiutato la Muguruza a trionfare a Wimbledon – è stata decisiva nei progressi sulla terra della Pliskova, che se oggi dovesse vincere salirebbe al secondo posto della classifica, dietro solo alla Osaka.

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Berrettini avanza. Derby con Seppi con vista top-20 (Marianantoni). Berrettini non si ferma (Guerrini). Federer da padrone di casa. Sharapova, rientro ok (Semeraro)

La rassegna stampa di mercoledì 19 giugno 2019

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Berrettini avanza. Derby con Seppi con vista top-20 (Luca Marianantoni, La Gazzetta dello Sport)

Chi non prova invidia per l’erba del vicino è Matteo Berrettini che, dopo la cavalcata vittoriosa di Stoccarda, continua la striscia battendo, al debutto di Halle, il georgiano Nikoloz Basilashvili con un doppio 6-4 maturato in 70′ e per la sesta partita di fila senza perdere la battuta. Una prova ulteriore dell’eccellente stato di forma del romano, che ora si trova virtualmente a soli 25 punti dal 20° posto del ranking mondiale, traguardo che Matteo si era prefissato di raggiungere non prima del 2020. Anche la prova di ieri di Berrettini è stata perfetta: ingiocabile al servizio, Matteo ha concesso al rivale appena 6 punti nei 5 turni di battuta del 1° set e 7 nel 2°. A questo ritmo, e spazzolando dal fondo con dritto e rovescio. per Berrettini è stato semplice prendere il largo e cancellare, nel secondo gioco del 2° set, le uniche 2 palle break concesse. Per Matteo c’è ora il derby con Andreas Seppi che con tanto mestiere e pazienza ha superato il tedesco Mats Moraing, anche lui qualificato, come l’altoastesino, ma numero 223 del ranking Atp. Un solo precedente tra Metteo e Andreas, giocato proprio ad Halle nel 2018 quando la vittoria premiò Seppi. «C’è un po’ di stanchezza – racconta Berrettini – ma sto bene. Le palle qui rimbalzano più alte rispetto a Stoccarda che aveva campi nettamente più veloci. Non è stato facile contro Basilashvili perchè lui risponde bene e tira forte, ma sono stato concentrato dall’inizio alla fine. Arrivare nei top 20 è un sogno, come lo sarebbe giocare da protagonista Wimbledon. Sono felice, sto facendo tutto al meglio con un team perfetto». E’ iniziata bene anche l’avventura di Roger Federer che cerca ad Halle il 10° trionfo. Primo turno superato contro quel John Millman che l’aveva eliminato all’ultimo US Open. Primo set equilibrato, ma tie-break dominato da Federer 7-1. E 2° set deciso dall’unico break del match che lo svizzero ha fatto nel 6° game per 7-6, 6-3 finale. Domani agli ottavi Federer è atteso da Tsonga. E l’erba sorride anche a Maria Sharapova che, dopo 4 mesi e mezzo torna al successo superando a Palma di Maiorca la slovacca Viktoria Kuzmova. Non si è giocato neppure un quindici invece al Queen’s, il classico appuntamento londinese in preparazione a Wimbledon.

Berrettini non si ferma (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

Forse il motivo è che Matteo Berrettini si trasforma come un supereroe quando vede verde. Adesso Matteo è un cobra, che appena mostri un angolo di pelle ti morde veloce. Come veloce è il suo braccio. Siamo a sei partite tra Stoccarda e Halle, cioè 12 set annessi e zero persi, senza cedere nemmeno una volta la battuta. Al cospetto di Nitroloz Basilashvili – che sarebbe numero 17 del mondo – il romano ha concesso sì due palle break nel secondo gioco del secondo set, ma soltanto per aver cambiato idea su un colpo a rete. Stava per picchiare, ha deciso per una maldestra carezza. Ma con quel servizio ha subito recuperato. E con la risposta ha conquistato il break al nono gioco, imponendo poi la battuta con due ace e due prime palle tonanti: 6-4 6-4 in un’ora e dieci minuti e appuntamento sulla strada che porta ai quarti con Andreas Seppi, unico altro italiano ad aver vinto un torneo sui prati, nel lontano 2011 a Eastbourne. Matteo è un cobra. Perché in fondo Basilashvili gli ha concesso due opportunità e due volte è stato morso, diciamolo, dalla solidità e tenuta mentale del ragazzone allenato da Vincenzo Santopadre. Certo, sui campi veloci il suo servizio è un’arma impropria. Anche ieri almeno 10 ace, il 71% di prime palle. E con la prima in campo oltre otto volte su dieci ha fatto punto. Adesso Andres Seppi. Sarà una rivincita perché Matteo un anno fa aveva perso il derby di primo turno proprio ad Halle 6-3 7-5. Ma è chiaro, era un altro Matteo, un embrione di cobra. Quello attuale contro Basilashvili che batteva bene e picchiava con il dritto, ha mostrato tutte le soluzioni possibili sul verde, variazioni di ritmo, rotazioni e tagli, recuperi sorprendenti. Mancava soltanto il pubblico (fiondatosi da Federer) per rendere ancora più grande la vittoria. La certezza è che anche questa settimana ci sarà un italiano nei quarti di finale Atp Tour. Buona notizia verso Wimbledon, cui Matteo arriverà molto rodato perché non si fermerà nemmeno la prossima settimana, quando giocherà ad Eastbourne, dove ci sarà anche Marco Cecchinato che ieri non è riuscito a giocare al Queen’s di Londra, come nessun altro, causa pioggia. […]

Federer da padrone di casa. Sharapova, rientro ok (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Ieri, contro John Millman, ha giocato da sette, alla fine forse sette più. Ma il suo obiettivo è arrivare a 10. Non solo in pagella – cosa che sull’erba negli ultimi anni gli è riuscito abbastanza spesso – ma come cifra tonda di successi tondi ad Halle, il torneo tedesco dove Roger Federer ha alzato più coppe in tutta la sua carriera: 9, come a Basilea, una in più che a Wimbledon. In ballo c’è la testa di serie numero 2 a Wimbledon (in caso di decimo trionfo) e la (solita) rivalità con Nadal, che a Parigi è ormai a quota 12, ma che ha vinto 11 volte anche a Barcellona e Montecarlo. «E’ vero, sono qui solo per vincere», ha confessato il numero tre del mondo alla vigilia di un torneo a cui lo legano un ricco contratto e un affetto quasi familiare, e che gioca per la 17esima volta in carriera (lo ha saltato solo nel 2007, 2009 e 2011). Se Wimbledon è il suo giardino, Halle è il suo tinello. «Non ho mai conquistato un torneo dieci volte, sono pieno di energia e mi sento bene» , spiega, «Ma la pressione la sento anch’io: sull’erba basta un attimo di distrazione e puoi perdere un set» . Ad Halle l’anno scorso perse in finale da Coric, che fermò a 20 una delle tante strisce vincenti del Genio. «Dopo tanti anni il rapporto con il pubblico qui è speciale, e quando inizia la stagione sull’erba sono sempre molto felice. Questa volta ho avuto meno tempo di prepararla rispetto agli ultimi due anni nei quali avevo saltato la terra battuta. A Parigi ho perso contro Nadal, che è il più forte di tutti su quella superficie, e comunque il mio rendimento sul rosso non condiziona quello sull’erba. Qui ho più opzioni, più tattiche da usare a seconda dell’avversario. E questo mi comete di stare più facilmente lontano dai guai e vincere più partite». Contro Millman, n.57 Atp, con il quale aveva il dente avvelenato dallo scorso Us Open, visto che fu proprio l’australiano a sorprenderlo al quarto turno, non ha rischiato molto, guadagnandosi in due set (7-6 6-3) la 64^ vittoria ad Halle e una vendetta tutto sommato low cost. Al prossimo turno gli tocca una vecchia conoscenza, Jo-Wilfred Tsonga, che era stato runico a rimontargli due set sull’erba (nel 2011) prima di Kevin Anderson l’anno scorso a Wimbledon, e probabilmente stavolta gli toccherà giocare almeno da 8. Ieri è rientrata con successo anche un’altra vecchia conoscenza dei prati, Maria Sharapova, che a Maiorca si è sbarazzata in 89 minuti e due set (7-6 6-0) della ceca Viktoria Kuzmova. La ex numero 1 del mondo, campionessa a Wumbledon giusto 15 anni fa, non giocava da gennaio, quando si era dovuta ritirare dal torneo di San Pietroburgo per colpa della solita spalla, ed è entrata in tabellone sul verde spagnolo grazie ad una wild card. «E’ la prima vittoria in parecchi mesi, quindi molto importante per me». A che punto sono la sua stagione e la sua carriera, lo capiremo meglio al prossimo turno, quando dovrà vedersela con Angelique Kerber.

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La vittoria di Berrettini a Stoccarda sulla stampa italiana (Crivelli, Semeraro, Azzolini)

La rassegna stampa di lunedì 17 giugno 2019

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Magico Berrettini. Il secondo italiano verde di gioia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

U n grande prato verde dove nascono speranze. Di un futuro da superstar, di una carriera di fuochi artificiali qualunque superficie si ritroverà a calpestare. Non che il presente, peraltro, gli riservi carbone: da ieri Berrettini è il secondo italiano dell’Era Open a aver vinto un torneo sull’erba dopo il Seppi di Eastbourne 2011 e il più giovane azzurro di sempre con almeno tre titoli già nella vetrina nobile del salotto di casa. Applausi, ancor più fragorosi per quel numerino che da stamattina accompagnerà il suo nome nel ranking: 22. Più che speranze, sono certezze.

(…). tanto per cominciare non perde mai il servizio in 50 game. Per non scomodare paragoni ingombranti, nella stagione 2018 gli unici immacolati alla battuta in un torneo poi conquistato sono stati Zverev a Madrid e Djokovic a Shanghai. Le cifre di Matteo a Stoccarda impressionano: anche nell’epilogo contro il baby prodigio Auger-Aliassime concede appena 3 punti con la prima (41 su 44) e la percentuale nelle cinque partite è superiore all’89% complessivo.

 

(…). Ancora una volta, il rovescio di Berretto è un’arma e non una debolezza, con lo slice usato intelligentemente per non dare campo al diciottenne di Montreal e passanti lungolinea brucianti. Poi, nel tie break allo spasimo del secondo set, ci aggiunge anche cuore e coraggio: cinque set point per l’altro annullati (sull’ultimo, una chiamata corretta dall’arbitro oggettivamente svantaggia Felix) e due match point favorevoli svaniti, prima della risposta di dritto vincente dell’apoteosi, al 24′ punto. Parole e musica da campione: «Un torneo fantastico, dove ho giocato sempre bene e contro avversari forti. Ancora non riesco a credere a quello che ho fatto. Faccio i complimenti al mio avversario, perché so esattamente cosa prova in questo momento e bisogna ricordarsi di quanto sia giovane. Sono davvero contento, non ho mai perso il servizio, ma sono stati match tutti molto combattuti: sono davvero orgoglioso della forza mentale che ho dimostrato». È lì che coach Santopadre ha sempre lavorato in profondità fin da quando lo prese tredicenne, obbligandolo a giocare due tornei su tre sul veloce da junior per farlo uscire dalla comfort zone della terra rossa e poi iscrivendolo un anno fa ai tornei sull’erba, certamente non amata, anziché rifugiarsi in Challenger dai punti facili. Dodici mesi dopo, l’allievo doma i prati sconfiggendo tra gli altri l’erbivoro Kyrgios, il numero 9 del mondo Khachanov e il predestinato Aliassime.

(…) «Finalmente affronto le partite con leggerezza, seguendo l’esempio di mio fratello Jacopo, che è bravissimo a lasciarsi scivolare addosso le avversità, e i suggerimenti di Flavio Cipolla (già 70 del mondo e suo compagno di allenamenti all’Aniene, n.d.r.): lamentarsi di un colpo sbagliato in campo è inutile, tanto il punto indietro non ti torna». Da adolescente lo chiamavano Radio perché parlava e parlava tra uno scambio e l’altro: avanti di questo passo diventerà Cinema. Solo prestazioni da Oscar.

Berrettini, spaventoso e senza confini (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Adesso che Matteo Benettini si è preso il suo terzo torneo in undici mesi – neanche Adriano Panatta ci era riuscito alla sua età, 23 anni compiuti ad aprile – adesso che abbiamo un vice-Fognini; da oggi numero 22 del mondo, capace di vincere non solo sulla terra (Gstaad 2018 e Budapest 2019) e sul cemento (il super Challenger di Phoenix nello scorso febbraio) ma anche – udite, udite – sull’erba, beh, ragazzi, adesso possiamo pensare a divertirci sul serio. Era dal 2011 che un italiano non alzava una coppa sul verde, Andreas Seppi, primo e unico nell’era Open, ci era riuscito a Eastbourne. In tutto il torneo non ha ceduto un set, nè un turno alla battuta (…).

Nell’Atp 250 di Stoccarda, dove un anno fa aveva vinto Federer, Matteo ha messo in fila Nick Kyrgios, Karen Khachanov, Jan Lennard Struff e ieri, in finale (6-4 7-6) anche Felix Auger-Aliassime, 18enne-meraviglia canadese destinato a grandi cose, forse al numero 1, che oggi lo precede di un posto in classifica ma che ieri si è dovuto arrendere alle botte di servizio di Matteo. Alle sue risposte aggressive, alle martellate di diritto, alle rasoiate di rovescio, alle volée accarezzate e ai passanti millimetrici. E soprattutto alla personalità, alla serenità, alla determinazione del “Beretta”. Il primo set il romano lo ha chiuso con il solito break chirurgico; il secondo se l’è dovuto sudare al tie-break, annullando cinque setpoint (anche con fortuna: vedi l’overrule di Carlos Bemardes che sul 7-6 per Felix ha smentito una chiamata che avrebbe mandato la partita al terzo set), e chiudendo 13-11 al terzo match-point.

(…) I numeri al servizio della sua settimana nel Baden Wurttenberg fanno paura: 0 set ceduti in tutta la settimana, 0 game persi su 50 turni alla battuta, appena 2 palle break concesse, in semifinale a Struff. L’89% di punti portati a casa con la prima. Non è un erbivoro classico, tutto serve&volley, ma ha imparato a leggere gli schemi vegetali.

(…) La chiave della trasformazione di Matteo da terraiolo a campione universale – quest’anno è arrivato fra i primi quattro anche indoor a Sofia, ed è l’unico nel 2019 ad aver raggiunto tre semifinali su tre superfici diverse – sta soprattutto li, nella “capoccia”. Il Berrettini ante-2018 si “tafazzava” spesso e volentieri, sprecando energie preziose; quello di oggi sa essere concentrato, ma anche “leggero” quando serve. «Soprattutto sull’erba, dove non si può pensare troppo, ma bisogna seguire un istinto tattico particolare», aggiunge il tecnico Santopadre (…). “II segreto della crescita di Matteo sta nella sua umiltà, nella disposizione a imparare. E’ una spugna, e si è fidato di me quando gli ho chiesto di seguire un progetto di crescita. A 19 anni impostare la programmazione per due terzi sul veloce poteva sembrare follia, ma il risultato è che Matteo oggi è un giocatore moderno e universale, che sa adattarsi a tutte le superfici. Sull’erba è cresciuto alla risposta, certo; ma la vera differenza adesso la fa il modo in cui sa stare in campo». Aliassime, con cui si era allenato a Stoccarda nei giorni scorsi, gli ha fatto i complimenti (sentiti) anche per la simpatia e l’umanità, e il dettaglio non guasta. Dopo Halle potrebbe giocare a Eastbourne, con la Top 20 nel mirino, poi c’è Wimbledon. Piedi per terra – anzi, sul prato – ma da questo Berrettini ci si può aspettare ancora molto.

Dopo Federer? Matteo. Berrettini vince sull’erba di Stoccarda  (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Dopo Federer, c’è Berrettini. Tranquilli, non è un annuncio, e nemmeno una profezia da spalmare sul futuro prossimo del tennis. Però, chissà… L’albo d’oro del torneo di Stoccarda dice questo, e noi chi siamo per contraddirlo? Il successo sul diciottenne canadese di origini africane, Felix Auger-Aliassime, è il terzo su quattro finali per Matteo, il secondo quest’anno (…).

Da oggi, Matteo sarà al numero 22, a un passo dall’ingresso nella Top Twenty, dove solo i migliori trovano posto. Una settimana da percorso netto. A più riprese l’erba tedesca ha sottolineato i molti meriti del giocatore italiano, che sta guidando ad alta velocità lungo le strade che portano al tennis, quello che conta, quello d’alto bordo.

(…) Non ha mai perso il proprio servizio, ha concesso solo due palle break (a Struff), ha sempre vinto in due set, e ha preferito procedere per le vie spicce concedendosi a due-tre scambi al massimo su ogni “quindici” giocato. Il tennis dei pochi scambi era antico, tutto impostato sulle discese a rete, come vi giungono oggi è invece il frutto delle convinzioni più moderne. Fra i registri dello stesso Matteo non c’è ancora l’attacco spregiudicato in funzione serve and volley… Sono il servizio, il dritto e la smorzata a regolare POSIZIONE che oggi Berrettini avrà nel ranking mondiale, diventando il secondo italiano la lunghezza degli scambi. E sono i suoi colpi migliori, come ha dimostrato anche ieri, nel corso di una finale che ha dominato per un set e mezzo e ha rischiato di farla scivolare, senza colpe, in una pericolosa terza frazione. Perso il primo per via di un break al terzo gioco, Felix Auger-Aliassime è uscito indenne per miracolo dai suoi primi tre servizi iniziali del secondo set, dove ha concesso cinque palle break e ha rimontato in un’occasione da uno scomodo 15-30.

(…). Ha un servizio violento ed efficace, si muove benissimo su tutte le superfici (era la prima volta che giocava sull’erba), sa difendersi e non si perde d’animo, e nelle gambe ha la stessa potenza del giovane Nadal. Se commette qualche imprudenza, è perché l’insieme delle esperienze che sta conducendo va ancora dipanato e immagazzinato negli schemi di gioco che gli sono propri. Ma è facile prevedere che sarà presto fra i primi cinque del mondo, a battersi per il comando, non appena i favolosi tre concederanno uno zinzino di spazio. Felix al fianco di Tsitsipas, di Zverev, forse di Shapovalov, certo di Thiem. E chissà se in questo quadro non ci sarà un posto anche per Berrettini. Nel concitato finale del tie break, quando lo scontro si è fatto duro, Matteo ha avuto in sorte una chiamata sfortunata per Aliassime, sul terzo dei quattro set point avuti a disposizione dal canadese, ma ha reagito sempre con grande veemenza a tutti i momenti più negativi, ribaltando il tie break e concedendosi tre matchpoint. Felix ha risposto di ace sui primi due, ma nel terzo si è fatto cogliere a mezza via su una rispostona vergata con il dritto da Berrettini.

(…). «Sei davvero un giocatore di grandi qualità» è stato il saluto di Felix, ripresosi dopo un lungo momento di sconforto (sono tre le finali che ha smarrito nel corso di questi mesi: Rio, Lione, Stoccarda). «Un onore giocare con un tennista che, ne sono certo, arriverà molto in alto» la replica di Matteo, che poi ha ringraziato in italiano coach Santopadre e quelli del suo team. «Mi state aiutando a diventare uomo e giocatore. Vi debbo moltissimo».

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Rassegna stampa

Berrettini stupisce ancora. Prima finale sull’erba (Scanagatta). Berrettini-show. Adesso la sfida alla stella baby (Crivelli). Sembra l’epoca di Panatta (Semeraro). Matteo sempre più verde (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 16 giugno 2019

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Berrettini stupisce ancora. Prima finale sull’erba (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

E se finalmente il tennis italiano avesse trovato un tennista capace di imporsi sull’erba? E proprio a due settimane da Wimbledon? Nessun italiano, salvo Andreas Seppi a Eastbourne otto anni fa, ha mai vinto un torneo sull’erba. Oggi Matteo Berrettini, vittorioso un anno fa nel primo torneo sulla terra rossa di Gstaad e quest’anno a Budapest prima di una finale a Monaco di Baviera, prova a emulare Seppi anche se avrà un avversario assai tosto. Matteo è giunto in finale a Stoccarda dopo aver battuto 4 duri rivali senza perdere né un set né un game di servizio: l’australiano Kyrgios n.36 Atp (63 64), il russo Khachanov, n. 9 (64 62), l’americano Kudla n.84 (63 63) e ieri il tedesco Struff n.38 (64 75). Oggi Berrettini n.30 Atp – e già virtualmente n.24 – potrebbe salire a n.22 se batterà il promettentissimo canadesino di origini togolesi Felix Auger-Aliassime, n.21 Atp a soli 18 anni. McEnroe e Wilander lo pronosticano sicuro top-ten. I migliori risultati italiani sull’erba li aveva ottenuti Adriano Panatta raggiungendo i quarti a Wimbledon nel ’79 (che occasione perduta con DuPre!) e Davide Sanguinetti nel ’98 (k.o. con Krajicek). Non era facile, oltretutto, ieri per Berrettini battere un tedesco in Germania. E’ stata, fra i due giovanotti alti entrambi un metro e 95 una prevedibile battaglia di servizi. Sono bastati a Matteo due break, uno per set sul 3-3 nel primo e sul 5 pari nel secondo, per vincere. Berrettini ha messo in mostra nell’occasione non solo il noto servizio da 220 km orari, e un dritto altrettanto efficace, ma anche un rovescio assai migliorato, sia piatto sia tagliato e d’attacco, davvero insidioso sull’erba dove la palla resta radente. E’ stato bravo anche a reagire alle prime palle break affrontate nel torneo, nei primi game del match: «La chiave è stata strappargli il servizio per primo» ha detto. Mentre nell’ultimo game, quando si sono giocati i primi scambi oltre al quarto palleggio, Matteo li ha controllati con grande equilibrio e saggezza. Il suo odierno avversario Aliassime è arrivato in finale approfittando in semi dell’ennesimo ritiro del connazionale Raonic. Non ci sono precedenti con Berrettini.

Berrettini-show. Adesso la sfida alla stella baby (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Con quel cognome un po’ così, che sa di cose minime, Berrettini è più ispirato a parlare con i risultati. E in questi giorni la sua voce è squillante, squillantissima: a Stoccarda arriva la terza finale stagionale dopo Budapest (vinta) e Monaco (persa), ma la prima in carriera sull’erba, una superficie storicamente mai troppo amica dei nostri. Eppure, quasi sempre è solo una questione mentale: nati sulla terra, gli italiani non amano i prati e gli adattamenti che richiedono, anche adesso che la velocità dei campi si è ridotta e uniformata. Matteo stesso ne dà conferma: «Fino all’anno scorso non mi piaceva a pelle, la chiave di questa settimana credo risieda in questo cambio di mentalità». Stimolato a febbraio dal successo in Davis a Calcutta e ora consolidato dalla quarta vittoria di fila in Germania senza concedere set. D’altronde, se ti ritrovi con un servizio che non lascia margini di replica agli avversari, parti già con un atout fondamentale: anche contro Struff, Berrettini concede appena quattro punti con la prima. È vero, deve fronteggiare le prime due palle break del suo cammino (nel quarto game del primo set), ma dopo averle annullate diventerà intoccabile. Però non di sola battuta vive il campione: Berrettini ora ha reso più ergonomico il dritto, che ha un movimento molto ampio e quindi complicato per i prati, ha reso solido il rovescio, slice o piatto, e poi ha alzato íl livello di aggressività della risposta, che gli è servito per prendersi il break decisivo alla fine del secondo set. Insomma, una completezza da top player, e da lunedì lo confermerà anche la classifica (ora è numero 24, salirà a 22 in caso di successo): «Non è stata una partita semplice, sono stato molto concentrato sul servizio. La svolta è stata il break del primo set, essere riuscito a strappargli il servizio per primo mi ha reso ancora più fiducioso e convinto». Per coach Santopadre «non c’è da meravigliarsi, Matteo ha investito tanto per migliorarsi e ora gioca sull’erba con una maggiore sicurezza. Ma il nostro non è un progetto che si limita alla singola partita o al singolo torneo». Anche i traguardi parziali, però, aiutano a crescere più in fretta, soprattutto se la finale ti regala come contendente il vaticinato, futuro dominatore, il canadese del 2000 Auger-Aliassime, il ragazzo nato lo stesso giorno di Federer (8 agosto). Felix arriva subito in fondo nel primo torneo sull’erba giocato in carriera, senza toccare il campo nel derby di semifinale per il ritiro del connazionale Raonic (schiena): intanto è il più giovane dal 1999 (Hewitt) a raggiungere almeno le semifinali su tre o più superfici nella stessa stagione. Occorrerà rispetto: «E’ già un grande giocatore — conferma Matteo — non l’ho mai affrontato, però mi sono allenato con lui proprio qui. Mi aspetto un bel match».

Sembra l’epoca di Panatta (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Matteo Berrettini ha battuto – sempre in due set, sempre senza perdere il servizio – anche Jan Lennard Struff ed è in finale a Stoccarda, sull’erba. Oggi se la giocherà contro il fenomeno canadese Felix Auger Aliassime, che in semifinale ha approfittato del forfait di Milos Raonic. E questa è la prima notizia; l’altra non riguarda solo Matteo, che a 23 anni da lunedì sarà comunque n. 24 del mondo, 22 in caso di vittoria, ma tutto il tennis italiano, che pare sulla soglia di una nuova epoca virtuosa. Era dai tempi di Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli che le prospettive non erano così interessanti. Troppo ottimismo? I risultati non sono ancora così caldi come ai tempi di Panatta, che ha vinto Roma, Parigi (uno slam in cui, se andava male, arrivava nei quarti) e assieme agli altri tre moschettieri anche una Coppa Davis, arrivando altre tre volte in finale. E che a 23 anni, l’età di Matteo, si era già issato al numero 8 del mondo. Dall’inizio di quest’anno però la percezione che abbiamo delle possibilità dei nostri tennisti – solo maschi, al momento – è cambiata. Erano decenni che non capitava di potersi aspettare un successo ogni settimana, e a diversi livelli. Diamo un’occhiata al calendario di questi primi sei mesi. A gennaio Lorenzo Musetti, anni 17, ha vinto gli Australian Open u. 18 a Melbourne (dove Giulio Zeppieri è arrivato in semifinale), e Andreas Seppi, anni 34, si è guadagnato la finale a Sydney. A febbraio il 26enne Marco Cecchinato ha vinto l’Atp 250 di Buenos Aires, il 23enne Berrettini è arrivato in semifinale nel 250 di Sofia ed è innato il piccolo grande boom dell’altro 17enne Jannik Sinner (un Challenger e due tornei Itf). A mazzo Berrettini ha firmato il Challenger di lusso di Phoenix; ad aprile trionfo di Fabio Fognini nel Masters 1000 di Monte-Carlo (con Lorenzo Sonego nei quarti), vittoria e finale ‘back-to-back’, una settimana dopo l’altra, di Berrettini a Budapest e Monaco. A Roma siamo sbarcati con aspettative altissime, come non succedeva da tempo. Sono andate deluse, è vero ma il Roland Garros ci ha portato lo storico numero 10 di Fognini. Tempo dieci giorni, ed ecco che arriva il torneone di Matteo a Stoccarda su una superficie, l’erba, che storicamente ci ha riservato magre soddisfazioni. […]

Matteo sempre più verde (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Erbivori, senza saperlo. Matteo Berrettini da una parte, due vittorie in tre match giocati sull’erba prima di Stoccarda (uno in Davis, a punteggio acquisito); Felix Auger-Aliassime dall’altra, lui addirittura alla prima competizione sui prati dall’ingresso nel Tour. Erbivori senza saperlo, ma finalisti, oggi alle 15. La terza finale per entrambi quest’anno, la seconda per Matteo in Germania: ha vinto a Budapest, ha perso a Monaco. «Mi avete applaudito, grazie, siete simpatici», si rivolge cosi al pubblico di Stoccarda, che ha sostenuto Jan-Lennard Struff per tutta la semifinale, ma non ha fatto mancare il suo apprezzamento al giovane italiano. Ci sa fare, Matteo. E ha giocato sin qui un torneo impeccabile. Non ha ceduto un set e non ha mai perso il servizio nei 39 turni di battuta sostenuti nei primi quattro match. Ieri ha fatto persino di più: ha sfidato Struff per vie dirette, servizio contro servizio, con la fiducia di chi sa che può prevalere anche contro un battitore feroce come il tedesco, e se ha concesso a Struff due palle break nel quarto game del primo set (le prime del torneo), le ha subito sfilate con destrezza e nel game successivo è stato lui a prendere il largo. «Ottenere per primo il break mi ha dato la fiducia che cercavo. Struff è in gran forma, l’avevo visto anche a Parigi, ed è pericoloso perché carica la palla di estrema violenza. Ma ho gestito bene i vari momenti del match». Non solo: in apertura di secondo set, Berrettini si è concesso un passante “no look” che ha fatto sussultare i tedeschi sugli spalti. Lì si è guadagnato il rispetto di tutti. «Matteo è giocatore da queste superfici», dice Vincenzo Santopadre, il coach, «non mi stupisce vederlo in finale al secondo torneo che gioca sull’erba. So che si sente ancora sui banchi di scuola, e mi piace questo suo atteggiamento, la voglia di imparare che ci mette in ogni cosa che fa. I match giocati qui a Stoccarda sono stati tutti molto buoni, e i nomi dei giocatori battuti tutti di primo piano a cominciare da Kyrgios per proseguire con Khachanov. Lo vedo scendere in campo con leggerezza, senza cattivi pensieri. Vedo che si diverte giocando a tennis». Anche Felix Auger-Aliassime è alla terza finale. A Rio la prima, poi Lione. Perse, d’accordo, ma come pretendere di più da un ragazzino di appena 18 anni, al primo anno nel Tour? Canadese di famiglia originaria del Togo, una sorella tennista non meno forte di lui, uno che ha colpi e sa adattarli a qualsiasi superficie, duro dentro (ha avuto problemi cardiaci, in passato, li ha risolti con un piccolo intervento) e sospinto da motivazioni fortissime. «Gran giocatore», dice di lui Matteo, «ci siamo allenati insieme in questi giorni, ci siamo conosciuti. Sarà una finale tutta da scoprire, la prima volta che giochiamo contro». Felix vi è giunto per le vie spicce, grazie al ritiro di Raonic, bloccato dai soliti problemi alla schiena. Anche lui invia i complimenti a Berrettini: «Si trova a proprio agio su questa superficie, è sicuro, e ha un servizio che fa male». […]

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