Foro Italico: il nono successo di Rafa Nadal e la vittoria di Karolina Pliskova (Crivelli, Cocchi, Clerici, Semeraro)

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Foro Italico: il nono successo di Rafa Nadal e la vittoria di Karolina Pliskova (Crivelli, Cocchi, Clerici, Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 20 maggio 2019

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Rafa risorge nel tempio di Roma. Djokovic demolito (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nove sono i gironi dell’inferno. Nove sono i cerchi del paradiso. Il viaggio di Nadal dopo i tormenti marzolini di Indian Wells, con il millesimo ritiro forzato dalle ginocchia martoriate, ha prima conosciuto l’abisso e adesso si sublima nell’ascesa al cielo romano dopo una settimana finalmente perfetta: nono trionfo al Foro Italico e primo torneo vinto da agosto (allora fu a Cincinnati). In vista della messa laica parigina le cui campane suoneranno da domenica, il gran sacerdote della terra è tornato a impartire la sua benedizione trionfale. Un rito celebrato con una prestazione mostruosa: il primo parziale dura appena mezz’ora e per la prima volta nei 54 episodi (e 142 set) della rivalità più sostanziosa della storia del tennis, sul tabellone appare un 6-0. Rafa è troppo, Rafa è tutto: il dritto viaggia a velocità supersoniche, la risposta al servizio tiene Djokovic due metri dietro la riga di fondo, i cambi di ritmo e di angoli sono una sentenza. Nole è reduce da cinque ore e mezza di partita in due turni, e le energie perdute sono tutte in quei rovesci che dovrebbero contrastare il gancio del maiorchino e invece sono mozzarelle senza peso e facili da aggredire.

(…).

 

«Non mi attacco certo alla stanchezza – ammetterà cavallerescamente il Djoker – semplicemente nel primo set mi ha spazzato via, ha giocato un tennis terrificante». Ma quando la generazione irripetibile dei Fab Three lascerà e si analizzeranno le ragioni di un dominio che marcherà in eterno la storia dello sport, non serviranno trattati filosofici: sarà sufficiente ricordare la straordinaria forza mentale di atleti titanici, la loro ribellione all’idea di sconfitta, sempre e comunque. Nole è morto, Nole resuscita perché finalmente si muove meglio, è più incisivo, trova contromisure in risposta mentre Nadal, abbagliato dal traguardo, si scopre troppo frettoloso e non sfrutta le occasioni di break.

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Ma è l’ultimo sussulto, una prodezza figlia di un orgoglio smisurato, che allunga lo show e non cambia il destino di una sfida segnata da quell’inizio sconvolgente: il satanasso di Manacor ottiene il break già nel primo game del terzo set (dal 40-30 per Novak) e si invola intoccabile, completando il cammino di redenzione. Djokovic si arrende tra gli applausi: «Nel secondo set il mio rovescio ha funzionato meglio e io sono stato più dinamico, poi i primi tre-quattro game del terzo set sono stati equilibrati ma sono andati verso di lui solo per dettagli. In generale, però, stavolta è stato più forte di me». E dopo le sanguinose sconfitte a Wimbledon e agli Australian Open, Nadal torna a vincere un confronto diretto contro l’arcirivale, il 26° sorriso di una saga infinita. Con lo zucchero del record nei Masters 1000: adesso per il maiorchino sono 34 vittorie nei tornei di categoria, una in più di Novak. Le parole non bastano più.

(…) Rafa diventa il giocatore con più successi contro un numero uno del mondo, 19, e soprattutto allunga la serie di stagioni con almeno un torneo conquistato, iniziata nel lontanissimo 2004 sulla terra di Sopot. Un’altra resurrezione per un guerriero baciato da un talento atletico mai visto e da un cuore sterminato, eppure spesso martoriato dalla salute. Narrano le cronache che dopo lo stop di Indian Wells, Nadal abbia passato giorni tremendi, con il morale ammaccato e visioni dolorose del futuro. A Montecarlo, dopo la pausa forzata, si è presentato fuori condizione e a Barcellona, dopo il successo in tre set contro Mayer al primo turno, si è sentito perduto. Per sua stessa ammissione, quella è stata la partita peggiore, per energia e convinzione, da tanti anni a questa parte e quando è rientrato in hotel si è isolato, scavando dentro motivazioni che sentiva evaporare. Lì, la forza del gigante ha preso il sopravvento e al mattino è tornato ad allenarsi con furia leonina. (…)

Pliskova: “Non ci credo, ho vinto e ho visto CR7” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Due anni fa Karolina Pliskova era numero 1 del mondo poi, in questo tennis orfano di Serena, dove le protagoniste si alternano senza trovare pace, ha vissuto diversi alti e bassi. La stabilità la sta trovando ora insieme a Conchita Martinez. Ieri la giocatrice della Repubblica Ceca ha battuto in due set Johanna Konta e da oggi è numero 2 al mondo con vista sulla vetta.

Karolina, a Roma arriva la sua vittoria più importante sul rosso. «Mi sembra un miracolo. È fantastico, perché nessuno avrebbe mai immaginato che potessi vincere questo titolo. Nemmeno io ci credevo a dire la verità. Prima di arrivare non ero molto fiduciosa, pensavo che avrei fatto al massimo due partite».

La sua coach è Conchita Martinez che al Foro ha trionfato quattro volte. migliore consigliera non poteva avere. «Sì, anche se non è facile dire a qualcuno come si vince un torneo. Abbiamo lavorato su alcuni aspetti del mio gioco che posso riportare sulla terra. Mi ha consigliato di iniziare un po’ a usare la palla corta, alternare i servizi. Piccole cose ma fondamentali. A questo torneo lei è molto affezionata, credo che abbia anche pregato purché vincessi».

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Dopo la vittoria, prima della premiazione l’abbiamo vista col telefono in mano. Di chi è il primo messaggio? «Della mia gemella Krystina. Ancora adesso la gente fa fatica a distinguerci, siamo molto unite. Credo sia un rapporto completamente diverso da quello che c’è normalmente tra sorelle di età diverse. Siamo entrambe tenniste, cerchiamo di darci supporto a vicenda. (…)

Qual è il ricordo più bello che si porterà via da Roma? «11 match point, il trofeo… Ronaldo». In che senso? «Mio marito è un super appassionato di calcio e mi ha portata a vedere Roma-Juventus. Vedere giocare Ronaldo è una grande emozione, un atleta incredibile. (…)

Per celebrare il successo potrebbe farsi un altro tatuaggio oltre ai quattro che ha già. «Amo moltissimo i tatuaggi, i miei sono tutti polinesiani. Ognuno di noi in famiglia ne ha uno, ma nessuno di questi ha a che fare col tennis». Il Foro resterà tatuato sul cuore.

Nadal eterno ritorno, piega Djokovic e si riprende Roma (Stefano Semeraro, La Stampa)

Chiamatelo l’eterno ritorno del tennis, oppure chiamatelo Rafa Nadal, più o meno è la stessa cosa. Il Cannibale si è preso per la nona volta il Foro Italico, battendo in tre set (6-0, 4-6, 6-1) un’edizione un filo scarica di Novak Djokovic – le due maratone notturne nei quarti e in semifinale contro Del Potro e Schwartzman hanno lasciato il segno – e fra un paio di settimane non ci sarebbe nulla di strano nel vedergli in mano la dodicesima coppa dei Moschettieri. (…). Nel 2019 non aveva ancora stretto nulla, il numero 2 del mondo, sconfitto in Australia sempre da Djokovic, poi a secco in tutti i suoi feudi rossi, da Montecarlo a Barcellona e Madrid. Ma Rafa è una salamandra, una fenice, il mentalist di se stesso. Un moto discontinuo ma perpetuo (…). «Qual è il segreto? Andare in campo ogni giorno, senza lamentarsi se ti senti male, se non giochi bene, le cose non vanno come vorresti o magari devi stare fuori per infortunio».

(…)

Qui è andata meglio giorno dopo giorno. E in finale ho giocato un grande match». Anche statisticamente: nei 140 set precedenti fra i due fenomeni mai c’era stato un 6-0. Il Rafa romano però è tornato da 9 anche in pagella, con il dirittone finalmente a regime, micidiale in lungolinea (l’arma in più contro Djokovic) spietato nel dettare il tempo in cross, nel chiudere con il rovescio. Primo 6-0 contro il serbo «Contro Rafa devi sempre giocare un colpo in più, anche se tiri un vincente», sorride Nole, che resta in testa nel conto della rivalità più ricca dell’era Open (28-26) ma deve cedere al rivale il primato nei Masters 1000 in carriera (34 a 33) e nelle finali degli Internazionali (3-2).

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Rafa del futuro prossimo non vuole parlare («mi godo la coppa di Roma, uno dei tornei che fanno la storia del tennis, prima di Parigi mi rilasserò un po’ andando a pescare»), per Djokovic il Roland Garros, dove spera di continuare il suo sogno di Grande Slam, «sarà un torneo interessante: Thiem può battere chiunque, Fognini ha dimostrato di cosa è capace a Montecarlo. Vedrete, ci divertiremo». Con il permesso del padrone di casa, naturalmente.

Nella città eterna risorge il re Nadal (Gianni Clerici, La Repubblica)

Chi legga il risultato 6-0, 4-6.6-1 in favore di Nadal non avrà dubbi. Nadal è stato, per un pomeriggio importantissimo, più forte del numero uno del mondo. Intorno a me, i rispettivi tifosi avevano però opinioni dissimili. Per cominciare, la stanchezza di Djokovic, che l’aveva mandato in campo vistosamente impallidito, dopo le due partite di tre set contro Del Potro venerdì sera, e quella di sabato contro uno Schwartzman ispirato, tanto da sembrare una controfigura di Ferrer, David.

(…)

Il risultato, tuttavia, mi sembra troppo netto perché considerazioni simili abbiano un valore dialettico. Rafa si è attribuito un primo set (…) in solo trentotto minuti, con trentuno punti a quattordici, dei quali sette conquistati nel quinto game, una sorta di score da primo turno. Nel secondo set quasi tutti abbiamo ricordato i ventotto match a venticinque a vantaggio di Nole.

(…) Ma, da qui in avanti, la vittoria di Nadal avrebbe preso corpo, frustrando anche i tifosi più testardi di Djokovic, costretti a vedere il loro eroe a terra, in un istante simbolico di tutta la vicenda, nel sesto game. Lo sconfitto ha reso onore al rivale: «Rafa era troppo forte oggi. Posso dire che non ero al massimo, che non ho giocato il mio miglior tennis ma sono sono riuscito a gestire la battaglia. Mi prendo questo di buono da questa finale». Invece Nadal ha voluto godersi il primo trionfo della stagione: «Ho recuperato la mia salute, il mio livello, l’energia di cui ho bisogno». Lo spagnolo ha ricordato ancora (anche un po’ seccato) il periodo buio dal quale è uscito e ora si presenterà a Parigi secondo gli onori dovuti: «Dopo Indian Wells è stata dura: sono tomato a Maiorca per curarmi, ho dovuto ancora fermarmi e accettarlo. Tutto qua, ma non voglio parlarne più». Insomma, per concludere, Nadal con il suo spaventoso diritto si è imposto più che nettamente su un Nole Djokovic certo troppo stanco per una gara di corsa (…).

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Semeraro). Kyrgios croce e delizia. Rischia una lunga squalifica (Crivelli, Piccardi). Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon (Annovazzi)

La rassegna stampa del 17 agosto

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Stefano Semeraro, La Stampa)

Sessantadue minuti. Roger Federer non perdeva così in fretta da sedici anni, dal primo turno di Sydney contro Franco Squillari nel 2003, 6-2 6-3 in cinquantaquattro minuti: un infortunio di gioventù, anche se il gaucho Squillari è uno dei non moltissimi che il Genio possono dire di averlo sempre battuto (2 volte su 2, la prima ad Amburgo nel 2001). Aveva 21 anni, Roger, e non aveva ancora vinto (quasi) niente. La lezioncina (6-3 6-4) rimediata giovedì a Cincinnati dal 21enne Andrey Rublev solleva problemi diversi, considerato che oggi di anni Ruggero ne ha 38, che il Masters 1000 dell’Ohio negli ultimi tre lustri lo ha vinto sette volte, e che appena un mesetto fa nella finale di Wimbledon più lunga della storia si era mangiato due matchpoint contro il numero 1 del mondo fallendo di un amen, anzi due, il 21esimo Slam. Che succede, campione? Ci dobbiamo preoccupare? «Io ho avuto problemi fin dall’inizio, Andrey ha giocato benissimo», ha spiegato il numero 1 emerito (e 3 reale) del mondo». Non ha sbagliato niente ed era dappertutto. Mi ha impressionato». Verissimo. […] «Non ha ancora smaltito la delusione di Wimbledon», sostengono i Federeriani Affranti. «Le giornate passate in camper a giocare con i gemelli e a mangiare le torte di Mirka non aiutano la preparazione», ribattono i Federeriani Speranzosi. A Cincy però Roger un turno lo aveva comunque giocato, e sbrigato anche abbastanza brillantemente, contro Londero. Un Federeriano Equilibrato concluderebbe che a 38 anni le giornate storte, inevitabilmente, sono più frequenti che a 21. Che bisogna farci l’abitudine. E sperare che agli Us Open, dove arriverà con appena due partite di rodaggio sul cemento, il Patriarca riesca a produrre altri miracoli. Senza mettere il timer alla Provvidenza

Kyrgios, non c’è limite al peggio. Ora anche l’Australia lo scarica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Prigioniero del suo personaggio, dei suoi fantasmi, della sua nomea di cattivo ragazzo irrecuperabile. Nick Kyrgios ci ha anche giocato, in carriera, quasi che gli show circensi in campo servissero a mantenere desta la fiamma di una passione per il tennis mai veramente coltivata nonostante un talento fuori dall’ordinario. Ma ciò che è accaduto mercoledì a Cincinnati segna probabilmente il superamento definitivo dei confini della decenza. E anche i tanti ammiratori del Kid di Canberra stavolta non hanno potuto derubricare l’evento alla solita mattana. Multa record. La cronaca è presto fatta: sul 4-4 del match di secondo turno contro Khachanov, Kyrgios prende un warning dall’arbitro irlandese Fergus per time violation (25″) sul servizio. Il momento è delicato e il richiamo diventa la scintilla che manda l’australiano ai matti: «Trovami un video in cui Nadal serve così velocemente e io mi tappo la bocca per sempre», dirà d’acchito al giudice di sedia. Cominciando una battaglia personale con Murphy, più volte definito «stupido» e «il peggiore del mondo». Perso il secondo set al tie break, Nick a un certo punto lascerà il campo senza permesso per spaccare due racchette nel tunnel degli spogliatoi, rifiuterà di rispondere a un servizio e sputerà in direzione dell’arbitro alla fine della partita (persa), senza dargli la mano. Alla fine, collezionerà otto violazioni (quattro condotte non sportive, uscita dal campo non permessa, oscenità udibile e abuso verbale) per un totale di 113.000 dollari di multa (102.000 euro), ben superiori ai 39.200 dollari (35.300 euro) del montepremi per l’eliminazione al secondo turno. […] Australia in guerra. Kyrgios venne già sospeso otto settimane nei 2016, dopo le accuse di scarso impegno al torneo di Shanghai, fino a oggi lo zenit delle sue follie, cui si aggiungono molteplici episodi, dagli insulti a Wawrinka sull’onorabilità della fidanzata alla sedia lanciata in campo (con relativa squalifica) agli Internazionali d’Italia a maggio. Ma la notte dell’Ohio colma la misura e i più arrabbiati sono proprio i connazionali australiani. Tony Jones, veterano dei giornalisti tv di Nine (che trasmette gli Australian Open) non ha usato mezze misure: «Nick è un imbarazzo per il nostro sport e credo anche per lo sport mondiale. L’Atp dovrebbe finalmente mostrare la spina dorsale e usare la mano pesante, impedendogli di partecipare ai prossimi Us Open». Parole di fuoco anche da Richard Ings, ex capo dell’antidoping aussie e soprattutto già giudice di sedia nel tennis: «Un atteggiamento spregevole, da idiota. Nessun arbitro si merita di essere trattato come ha fatto Kyrgios». Anche i giornali hanno abbandonato ogni cautela e The Australian ha definito la scenata di Cincinnati «la più vigliacca mai vista, un bambino che perde il controllo e ha un attacco d’ira». Il Sydney Daily Telegraph, invece, ha parlato di «show che ha toccato un nuovo punto più basso». Soprattutto, Kyrgios sembra aver perso la stima anche di chi lo ha sempre difeso, come Andy Murray, uno dei pochi amici del circuito: «Quello che ha fatto Washington due settimane (vittoria nel torneo con partite spettacolari, ndr) è stato sublime, ciò che ha fatto a Cincinnati è da dimenticare in fretta». Ma il tempo della comprensione è finito.

Kyrgios più croce che delizia. Rischia una lunga squalifica (Gaia Picardi, Corriere della Sera)

Lancio della palla: warning. Uscita dal campo non autorizzata: 3 mila dollari. Oscenità udibile: 5 mila. Abuso verbale: 20 mila. Più cinque ammonizioni per condotta antisportiva: 85 mila. Totale: 113 mila dollari di multa. È costato caro a Nicholas Hilmy Kyrgios detto Nick, 24 anni, talento australiano di padre greco e madre malese, irascibile n.27 della classifica mondiale, il secondo turno del torneo di Cincinnati (dove ahinoi ha perso anche Federer con Rublev). E quel che è peggio — ammesso che al reprobo freghi qualcosa — è che l’Atp ha aperto un’indagine (come fece con Fognini dopo gli insulti sessisti alla giudice all’Open Usa 2017) per verificare se il comportamento di Kyrgios dopo la sconfitta con Khachanov (incluso lo sputo al giudice di sedia Fergus Murphy) configuri una «major offense» che giustifichi una squalifica. Siamo punto a capo. Il tennis si spacca di nuovo davanti al comportamento bipolare del più selvaggio dei giovani aspiranti campioni, nell’arco di pochi giorni capace di conquistare il torneo di Washington (sesto titolo Atp) deliziando il pubblico con colpi impossibili e addirittura coinvolgendolo («Devo servire al centro o a uscire?» la sua gag sul match point con uno spettatore delle prime file) e poi di uscire da quello di Cincinnati tra fischi di sdegno e le critiche di mezzo mondo. […] «A volte perde la testa per la frustrazione di non riuscire ad esprimere il suo enorme potenziale — spiega l’amico Andy Murray —, ma fuori dal campo è un bravo ragazzo con un grande cuore. Spero che riesca a risolvere i suoi problemi». Anche gli specialisti si erano arresi: già nell’ottobre 2016, dopo un’orribile sceneggiata a Shanghai (match platealmente buttato via con Zverev: «Mi stavo annoiando»), Kyrgios aveva patteggiato una squalifica con tre settimane di stop per andare in cura da uno psicologo. Tutto inutile. La lista dei misfatti, con le racchette rotte (un classico) e lo sputo di Cincinnati, si allunga. Se giocare con sufficienza e svogliatezza è ormai un cliché (in carriera ha accumulato multe su multe), celebri rimangono la frase sibilata a Wawrinka a Montreal 2015 («Kokkinakis si è portato a letto la tua fidanzata!» alludendo alla tennista croata Donna Vekic), il gesto osceno durante la semifinale 2018 al Queen’s, le pallate al corpo degli avversari (contro Nadal a Wimbledon lo scorso luglio, dopo essersi vantato di aver passato la vigilia al pub: «Se mi scuso con Rafa? No, con i soldi che guadagna può prendere una palla sul petto…») e mille altre mattane che hanno fatto inorridire, tra gli altri, John Newcombe, grande vecchio del tennis aussie: «Kyrgios? Pessimo esempio per i bambini, non rappresenta i nostri valori sportivi». Il più gentile, su twitter, lo chiama «stupido bambino irritante». Alla prossima puntata.

Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon” (Carlo Annovazzi, La Repubblica)

Il signore del tennis continua ad amare la sua passione come la prima volta. Gianni Clerici è un instancabile osservatore e cantore del gioco della racchetta, la sua ultima battaglia è la creazione di un circolo della pallacorda con l’istituzione del club delle Balette, ovvero le palline con le quali si giocava al tennis prima che la gomma fosse scoperta in Sudamerica. […] Che lui ha cercato e, quando possibile, acquistato in giro per il mondo e che ha raccolto in un libro “Il tennis nell’arte — Racconti di quadri e sculture dall’antichità ad oggi”, uscito per Mondadori nella metà bassa dello scorso anno. Stasera Clerici, firma di Repubblica, ne parlerà a Zelbio nel festival curato da Armando Besio, con lui la storica di arte antica Milena Naldi. Premessa. Nelle interviste si dà rigorosamente del lei. Ma stavolta dobbiamo andare oltre le regole, giusto? «Dobbiamo darci del tu, siamo sulla stessa barca». Bene, via allora. Qual è, Gianni, il pezzo artistico di cui vai più fiero? «Il primo è un quadro che purtroppo non mi appartiene. È di un pittore fiammingo, Lucas Gassel, del 1540. Ce ne sono nove copie in giro per il mondo, una è al Louvre, tre a Londra. In primo piano ci sono le figure di Davide e Uria, il marito di Betsabea. Sullo sfondo, come in secondo piano, si vede una sorta di campo di tennis. È il protoquadro del tennis. Ma io non lo possiedo, ahimè. Pensa che una copia l’aveva una famiglia di Como, la corteggiai ma mi chiesero 70 milioni negli anni Sessanta e non li avevo. La prima vera opera d’arte che ritrae il tennis, però, è in Spagna». Dove? «Nella cattedrale di Barcellona. Un bassorilievo ligneo firmato Pere Salgada, in una sedia del coro si riconoscono due monaci con due simil racchette. Me lo ha fatto scoprire una bambina figlia di un collega che segue il tennis. Non lo aveva mai notato nessuno perché quando la cattedrale è aperta li si siede il coro. Il periodo è tra il 1394 e il 1399». Ma il tennis è ancora arte? «Probabilmente lo è ancora. Anche se non ne sono sicurissimo». E perché? «Perché non è più stato rappresentato nell’arte. Non ci sono quadri che ritraggono un contemporaneo, che so, Venus e Serena Williams, Rod Laver. Ormai solo fotografie. È questo mi fa dubitare che il tennis possa essere ancora percepito come arte». Chi è stato il più artista degli infiniti giocatori che hai visto? «È una bellissima domanda a cui però non so rispondere, citandone uno farei torto a un altro». Don Budge? «Mah, lui è stato uno dei più grandi ma aveva mutuato il gesto dal baseball e non so se possiamo definire arte un colpo di baseball, forse si». Qual è invece il luogo di tennis più artistico? «Wimbledon. Perché lì c’è tutto, la storia visto che è nato nel 1874, io non mi ricordo quasi il mio anno di nascita invece quello di Wimbledon mi viene di getto e questo significa quanto io vi sia legato. C’è il museo, ci sono i campi in erba, c’è sempre un torneo dello Slam. Dopo Wimbledon, direi Newport». Dove tu sei protagonista. «Protagonista è eccessivo ma sì, sono nella Hall of Fame in quel bellissimo museo del tennis grazie ai 500 anni di tennis che è, dei ventotto, il mio scritto più famoso al mondo. Il presidente Todd Martin, ex giocatore, è un amico, è stato a casa mia a vedere la collezione e vorrebbe portarla proprio nel museo di Newport, visto che in Italia nessuno ha mostrato interesse. E poi come terzo luogo c’è Forest Hills, raffinatissimo». Gianni, dopo così tanti anni che cosa è ancora per te il tennis? «Un vizio, un’abitudine. Le ore che ho trascorso in o presso un campo sono la mia vita». A Zelbio Alle ore 21 Gianni Clerici parlerà di tennis, di arte e del suo libro edito da Mondadori a Zelbio Cult, giunto alla dodicesima edizione

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Perdente e felice. Provaci ancora Andy (Grilli). L’Italia in America è davvero little (Pasini). Camper e grigliate, le vacanze di Federer per dimenticare quei maledetti matchpoint (Crivelli). Djokovic a Cincinnati tra agopuntura e la conferma di coach Ivanisevic (Crivelli)

La rassegna stampa di mercoledì 14 agosto 2019

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Perdente e felice. Provaci ancora Andy (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Rusty, arrugginito, lo hanno definito i giornali anglosassoni. D’altra parte non era possibile pensare che Andy Murray, a distanza di 210 giorni dalla sua ultima gara di singolare (primo turno agli Open d’Australia, il 14 gennaio scorso, sconfitta in cinque set da Bautista Agut) potesse giocare tanto meglio di come ha fatto lunedì contro Gasquet (6-4 6-4 per il francese) a Cincinnati, dove aveva ricevuto un invito degli organizzatori (lo scozzese al momento è numero 324 della classifica). Tutti ricordiamo le sue parole dopo il ko di Melbourne a gennaio, quel suo annunciare tra le lacrime un probabile ritiro, per i persistenti problemi all’anca destra che lo perseguitano da un paio di anni. E invece, a 32 anni, il tre volte vincitore di Slam (due trionfi a Wimbledon e uno a Flushing Meadows, più due medaglie d’oro alle Olimpiadi) non si è voluto arrendere e dopo un secondo intervento chirurgico all’anca a fine gennaio ha ripreso poco per volta confidenza con il tennis tornando in campo a giugno, nel torneo di doppio del Queen’s Club, dove ha vinto in coppia con Feliciano Lopez (e ieri i due hanno battuto in primo turno Rojer e Tecau, teste di serie numero 4). Poi i doppi a Wimbledon (il misto con Serena Williams) e a Washington e la richiesta di una wild card a Cincinnati, per “testarsi in singolare”. Contro Gasquet si sono visti alcuni sprazzi del Murray che conosciamo, ma lui si è mostrato giustamente soddisfatto. «Penso di essermi comportato bene – ha detto dopo la partita – naturalmente ci sono state tante cose che avrei dovuto fare meglio, ma bisogna essere realistici. Arrivare qui è stato un percorso lungo e sapevo che non tornerà tutto magicamente come prima in una partita o in una settimana. Gasquet mi ha fatto muovere molto, cercando gli angoli, facendo smorzate, e correre non è una cosa che sappia fare molto bene in questo periodo. Nel secondo set, però, mi sembra di essere migliorato» . Murray dovrebbe scendere in campo la prossima settimana nel torneo di Winston-Salem; non giocherà invece il singolare agli US Open, avendo rinunciato alla wild card: «Speravo di potere avere un po’ di tempo in più per decidere se tornare a giocare tre set su cinque set, capire meglio come avrebbe reagito il mio fisico, e invece gli organizzatori volevano annunciare subito le wild card. Avrei dovuto dare una risposta prima di scendere in campo contro Gasquet, e non me la sono sentita. Poi, se avessi accettato ma non fossi stato in grado di giocare? Non sarebbe stato giusto» . A New York, quindi, sarà impegnato solo in doppio. […]

L’Italia in America è davvero little (Giorgio Pasini, Tuttosport)

 

L’Italia che s’è riscoperta potenza del tennis (un azzurro in Top10, sette nei primi 100, undici nei 150) a Cincinnati torna più che little, piccola. Sparisce. E subito. Nel Masters 1000 che porta agli Us Open, in poche ore si consuma tutto, perché dopo le sconfitte di una Camila Giorgi da poco rientrata in gioco, di un Marco Cecchinato ormai in caduta libera e di un Matteo Berrettini che non riparte dopo la delusione Wimbledon, pagando probabilmente la disabitudine alle partite, nella notte americana sono arrivati anche il forfeit di Fabio Fognini e il ko di Lorenzo Sonego. Il torinese però non passa inosservato. Nel match contro Nick Kyrgios, regge alla terrificante onda d’urto dello showman australiano (85% di prime palle, 95% di punti con esse, appena 8 “quindici” concessi in 11 turni di battuta) fino al 5-5 del primo set, poi incassa il primo break e va subito sotto anche nel secondo parziale. Risultato 7-5 6-4 in un’ora e 21 minuti, ma con la conferma che Sonego ha «qualcosa di speciale», come certificato da Roger Federer dopo il confronto diretto al Roland Garros. Discorso diverso per Fognini, che non ha recuperato il problema che si trascina da tempo ai tendini e che la scorsa settimana è riemerso a Montreal durante il match con Rafa Nadal, che per altro ha vinto il torneo e a sua volta rinunciato a Cincinnati. Il forfeit del ligure, probabilmente per non compromettere lo Slam newyorkese, certifica ulteriormente che il tennis di oggi, specie sul cemento, è troppo esigente e stressante per il fisico. […]

Camper e grigliate, le vacanze di Federer per dimenticare quei maledetti matchpoint (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il mondo non è un posto molto comodo se si ha un incubo da affrontare. Davanti agli occhi il dritto lungo sulla risposta di Djokovic e il passante del serbo sulla riga dopo un suo attacco tremebondo. I due match point sprecati nella finale di Wimbledon che hanno sottratto Federer al paradiso di una leggenda senza fine per consegnarlo all’inferno dei rimpianti che ti tormentano. Il Divino è tornato in campo nella notte a Cincinnati per la prima volta da quel pomeriggio londinese da tregenda, e il contatto con le fragranze della gara gli servirà forse per cancellare definitivamente i ricordi della sconfitta più amara. Come ha confessato lui stesso, non ha toccato racchetta per dieci giorni dopo l’ultimo punto della partita maledetta, e ha subito cercato in famiglia il conforto per dimenticare. Una lunga gita sulle amate montagne di casa con il caravan: così ha cominciato a esorcizzare l’incubo del nono Championship svanito quando ormai lo teneva tra le mani. Il racconto si snoda proprio dal ritorno a casa: «Già il lunedì ho noleggiato il camper, e i miei figli erano talmente eccitati che mi hanno chiesto di dormire li quella notte. Li abbiamo accontentati, anche se è stato difficile salire la scaletta per raggiungere il mio posto letto. Il martedì mattina mi sono svegliato e mi sono ritrovato mezzo rotto: un po’ perché ho dormito piuttosto male, e un po’ perché era ancora troppo fresca la delusione di Wimbledon, ma dopo qualche ora ho avvertito che la tensione negativa se ne stava andando». A scacciarla del tutto ci ha pensato la tranquillità del comprensorio dell’Alpstein, una meta apprezzata da sempre dal Maestro, che in quelle vallate aveva già trascorso le vacanze nel 2016: «Abbiamo fatto escursioni, abbiamo preparato le grigliate: ci siamo presi del tempo per noi ed è stato fantastico». Dopo l’avventura alpestre, si è spostato a Nyon per riprendere la preparazione: «Prima solo training fisico, poi qualche ora di tennis ma senza forzare, perché volevo presentarmi fresco ai tornei americani». Ed è stato in quegli istanti, quando ha ritrovato gli attrezzi del mestiere, che i rimpianti della finale persa sono tornati a farsi brucianti: «Ti volti indietro per qualche giorno mentre provi ad allontanare la pressione di ciò che è successo. Certamente quando sono tornato ad allenarmi, sul campo ho avuto dei flashback della partita, sia dei momenti belli sia di quelli brutti, ma dopo un paio di sessioni tutto è tornato alla normalità e adesso mi sento pronto per Cincinnati e per gli Us Open». Nel mezzo, è capitato anche il 38° compleanno (1’8 agosto), un’altra occasione per farsi avvolgere dal calore degli affetti più cari: «Mirka mi ha preparato la torta, i miei figli hanno voluto spegnere le candeline insieme a me e ho passato la serata con gli amici: una festa molto tranquilla e molto gradevole». Il Masters 1000 dell’Ohio è quello che in carriera ha dato più soddisfazioni a Federer: sette successi, il primo addirittura nei 2005. «Mi piace sempre venire qui, ci sono pace e tranquillità, abbiamo già tanti altri tornei in grandi città, perciò questo è un bel modo per me di ricominciare l’estate. E poi il pubblico è meraviglioso, viene qui per apprezzare il gioco e per nient’altro. Mi ricorda un po’ Indian Wells». Il ritorno alla realtà non si sostanzierà solo nel match appena giocato contro Londero e in tutti gli altri che eventualmente verranno, ma anche in un ritrovato impegno politico: lui e Nadal, infatti, sono appena stati eletti nel consiglio Atp. Roger conferma che lui e Rafa si sono sentiti prima della scelta: «Gli ho detto che avrei accettato se ci fosse stato anche lui, credo sia il momento di ritrovare equilibrio».

Djokovic a Cincinnati tra agopuntura e la conferma di coach Ivanisevic (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Com’è stretto il crinale che divide la gloria dallo sconforto più nero. Se Federer ha metabolizzato a fatica i due punti che gli sono costati Wimbledon e il 21° Slam, Djokovic arriva a Cincinnati sulle ali di un trionfo che ha confermato il ritrovato status di più forte al mondo dell’ultimo anno, con quattro major su cinque vinti e la convinzione che una volta terminate le meravigliose carriere dei Fab Three, sulla questione di chi sarà stato il più grande si dovrà aprire un dibattito che sicuramente lo coinvolgerà. Anche Novak non ha più giocato una partita da quella finale, ma dopo le vacanze e la ripresa degli allenamenti ha deciso di ripresentarsi a modo suo, postando sui social una seduta di agopuntura per l’applicazione di piccole dosi di erbe medicinali cinesi: «Non sempre piacevole, ma efficace», il suo commento. Del resto il Djoker da qualche anno è particolarmente attento alle discipline orientali, anche se la scelta di Marbella per la preparazione post-Wimbledon ha rinfocolato addirittura le voci di un riavvicinamento al guru Pepe Ymaz, che gestisce la struttura dove il numero uno si è allenato e che dopo il successo londinese gli ha dedicato un lungo post di congratulazioni. In realtà i due sono sempre rimasti amici, anche se il ritorno dello storico coach Vajda era stato subordinato alla condizione che l’ex giocatore spagnolo diventato trainer motivazionale non avesse più voce nelle scelte tecniche. Vajda peraltro a Marbella non c’era, come non ci sarà a Cincinnati per stare con la famiglia. Così all’angolo di Nole siederà Goran Ivanisevic, confermato almeno fino al termine degli Us Open dopo la settimana di collaborazione a Wimbledon. Un altro supercoach dopo i grandi successi con Becker e il fallimento con Agassi, con l’ex campione eccitatissimo dalla nuova avventura: «Quando ti chiama uno come Djokovic, è una grande scommessa e soprattutto il riconoscimento del tuo lavoro. È bastata un’altra telefonata perché mi confermasse nel team». La decisione di ingaggiare un allenatore croato aveva suscitato polemiche in Serbia, dove i ricordi e le divisioni della guerra che ha sconvolto la Jugoslavia sono ancora una ferita aperta, ma Djokovic è voluto tornare una volta di più sull’argomento: «Io cerco sempre di essere aperto ed educato, so che le conseguenze del conflitto sono ancora fresche e capisco la gente che non la pensa come me. Ma se non possiamo dimenticare, possiamo sicuramente perdonare e io voglio trasmettere energie positive con il mio esempio. Considero i Croati molto cari, e chiedo che si rispettino i miei pensieri».

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Rassegna stampa

Serena e la maledizione (Crivelli). Montreal è casa Nadal (Nazione-Carlino-Giorno Sport)

La rassegna stampa di lunedì 12 agosto 2019

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Serena e la maledizione, si ritira in finale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello sport)

Niente da fare: Alexis Olympia continua a non avere una coppa con cui trastullare la sua esuberanza di bambina di due anni. La maledizione di mamma, infatti, non s’arresta: da quando la piccola è nata, Serena Williams non ha più vinto un torneo, perdendo quattro finali. Dopo le due sconfitte a Wimbledon (2018 e 2019) e gli Us Open di un anno fa, stavolta l’ex numero uno rimane in campo appena 16 minuti nell’epilogo della Rogers Cup (2.530.000 €) a Toronto (quest’anno le donne giocano in Ontario) per dolori alla parte bassa del dorso, aprendo la strada al trionfo dell’eroina di casa, la teenager Bianca Andreesscu. Sotto 3-1 e già sofferente, Serena si è avvicinata all’avversaria e le ha annunciato con la voce rotta dall’emozione che la partita sarebbe finita lì: «Mi spiace, ma oggi non posso giocare. Ho provato, ma non ci riesco. Bianca, tu sei una grande persona. Ringrazio il mio team, è un anno veramente duro ma la vita e il mio tennis continuano». La Williams resta così ferma agli Australian Open 2017, l’ultimo sorriso, tra l’altro da incinta senza saperlo: poi solo delusioni, guai fisici, sprazzi di talento ma anche la pervicace volontà di non arrendersi comunque, con il miraggio del benedetto 24° Slam con cui eguaglierebbe finalmente Margaret Court. In Canada, tra l’altro, Serena aveva avuto un cammino tutto sommato agevole, con l’eccezione della semifinale contro la Bouzkova, e si era presa anche la rivincita contro la Osaka dopo lo psicodramma di New York di un anno fa.

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La conclusione poco ortodossa della finale non deve peraltro oscurare l’ascesa imperiosa della Andreescu, al terzo successo su tre finali giocate nel 2019, iniziato da numero 152 Wta e che oggi la porterà al numero 14, la migliore delle nate dal 2000 in poi. Nel torneo, la canadese di radici romene ha battuto tre top ten (Bertens, Pliskova e appunto la Williams), portando il record contro avversarie tra le prime dieci a 7-0. Numeri da predestinata.

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Montreal, è casa Nadal. Demolito Medvedev (Nazione – Carlino – Giorno Sport)

Rafa Nadal ha vinto la Rogers Cup. Un successo fulmineo per lo spagnolo, impostosi nettamente sul russo Medvedev in due set con il punteggio di 6-3 6-0. Per il maiorchino, qualificatosi senza disputare la semifinale a causa del ritiro di Monfils, si tratta della quinta affermazione in carriera nel Masters 1000 sul cemento di Montreal. Nadal non ha lasciato scampo all’avversario, numero 9 del ranking Atp, prendendo il largo sin dalle prime battute e concedendo pochissimo a un Medvedev mai in grado di impensierirlo con soli 3 game portati a casa in tutto il match. Con quest’ultimo successo, il numero 2 del mondo ha ritoccato il primato assoluto di Masters 1000 vinti portandolo a 35, due in più di Djokovic, secondo in questa classifica. (…)

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