Il rischio è che ci si sia illusi

Editoriali del Direttore

Il rischio è che ci si sia illusi

EDITORIALE – La sconfitta di Cecchinato è una brutta battuta d’arresto per le nostre (e le sue) speranze. Ci restano Fognini (con l’incubo Farina) e Berrettini, ma forma e tabelloni non aiutano. Eppure il 2019 sembrava promettente. Gli Slam non sono ATP 250

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Marco Cecchinato - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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Che bello ritrovarsi al Roland Garros dopo la triste (per me) e imbarazzante (non per me, ma per la dirigenza FIT) ultima esperienza del Foro Italico. Sarà il mio Roland Garros n.44. Il primo fu nel 1976: vincitore Adriano Panatta. Indimenticabile. Se ci ripenso provo ancora una fortissima emozione. A proposito di Panatta… lo ringrazio di cuore. Nei giorni scorsi mi ha scritto un messaggio di solidarietà per quanto accadutomi a Roma.Evito di dire che cosa ha scritto per rispetto della sua privacy perché mi ha scritto un messaggio privato e sono anni che lui della FIT e dell’Innominato non parla più. Forse potete immaginarvelo.

Magari di quello straordinario trionfo, seguito a un match point cancellato al primo round al ceco Hutka, ne riparliamo. Nella prima giornata del Roland Garros 2019 – l’ultimo senza tetto, non mi fate pensare a un altro torneo con la sessione notturna, proprio non lo reggerei! – c’erano 36 incontri in programma, divisi in 6 campi (4 per campo)  e 4 partite vedevano coinvolti tennisti italiani. Tre hanno perso, e accanto alle prevedibili sconfitte di Sonego con Federer e di Fabbiano con Cilic, è arrivata la grande delusione da parte dell’eroe di un anno fa, Marco Cecchinato, battuto da un doppista di 37 anni che solo grazie alla nona wild card attribuitagli dai francesi (e alla dodicesima in uno Slam) è entrato in tabellone. Sconfitta patita, oltretutto al quinto set e dopo aver vinto i primi due, quando cioè semmai avrebbe dovuto essere il francese il giocatore più provato.

 

Un brutto colpo anche per il morale del siciliano che ha concluso la sua conferenza stampa dicendo: Finalmente non ho più punti da difendere!”. Deve essere stato un incubo per lui. Per tutto l’anno tutti non si è fatto che ricordargli quanto fosse pesante la cambiale in scadenza del Roland Garros. Da n.19 scenderà intorno a n.40. Certo quella febbre che lo colse a Montecarlo e lo costrinse a giocare in cattive condizioni a Monaco di Baviera non ha aiutato. Anche a Madrid e Roma non si è visto il miglior Cecchinato. Purtroppo neppure a Parigi.

Meno male allora che almeno Matteo Berrettini, partito maluccio è riuscito a rimontare Andujar, lo spagnolo che avevo visto vincere a Firenze lo scorso autunno il torneo challenger Aeroporti Toscana. Ha vinto in quattro set dopo aver perso il primo. Al terzo turno, se lui batterà il giovane norvegese Ruud e Federer sconfiggerà il tedesco Otte, Matteo incontrerà lo svizzero.

Matteo Berrettini – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Credo proprio che, se in questa fase di ricostruzione del Roland Garros e del Philippe Chatrier e della nuova installazione del magnifico campo interrato fra le serre di Porte d’Auteuil e intitolato a Simonne Mathieu (la tennista francese che vinse il Roland Garros nel ’38 ‘ e nel ’39, la transalpina più vincente dai tempi della Divina Lenglen tanto cara a Gianni Clerici), mi trovassi a muovere eventualmente qualche critica all’organizzazione francese… non mi verrà tolto l’accredito stampa con qualche pretesto ridicolo. Certo che qui agli Internazionali di Francia c’è il campo intitolato alla Lenglen e un campo intitolato alla Mathieu, più quello all’ex grande presidente della federazione francese (e internazionale) Philippe Chatrier. In Italia abbiamo il magnifico campo Pietrangeli, non avremo mai finché ci sarà questo presidente un campo Panatta – e ditemi voi se vi sembra giusto e normale  – ma è quasi più facile che venga battezzato un campo… Binaghi!

Qualche tempo fa è passato a miglior vita – nell’indifferenza di gran parte del mondo tennistico federale e nazionale Cino Marchese, un grande manager senza il quale gli Internazionali d’Italia non sarebbero quello che sono oggi. Fu lui, negli anni di crisi del torneo, quand’era dominato da tennisti sudamericani di scarso appeal a inventarsi il Villaggio Vip, a risvegliare l’attenzione della Roma mondana prima e poi quella degli sponsor poi. A me è dispiaciuto che non sia stato minimamente ricordato durante il torneo. Non mi stupisce che non ci abbiano pensato Sergio Palmieri, che era sempre stato suo antagonista, e Binaghi, però qualcun altro avrebbe potuto e dovuto farlo. Lo faccio io, nel mio piccolo.

Con Vanni Gibertini qui si notava – mini esempio di critica nelle prime 24 ore qui al Roland Garros – come nella enorme sala stampa provvisoria allestita nella zone del TennisMuseum in attesa della completa ricostruzione dell’area del Philippe Chatrier abbattuto un anno fa ci siano troppi pochi cestini.  C’è ancora una grande confusione, va detto, fra i vari inservienti, hostess, reception. Tutto è talmente cambiato, che pochi sanno darti le istruzioni che servono per le entrate, i diversi ingressi alla tribuna stampa, le toilette sono pulitissime (ed è già una bella differenza) ma ci sono anche qui discrete code, e per il resto sembra un po’ di essere alle Olimpiadi: c’è un sacco di gente dappertutto e quando migliaia di volontari si sbizzarriscono nelle indicazioni più cervellotiche e sbagliate.

L’accesso al Roland Garros è tutt’altro che agevole perfino per la stampa: tanti controlli, borse aperte e riaperte, misure di sicurezza impressionanti, alle borse, ai corpi, perquisizioni con ispettrici donne per le spettatrici, ispettori per gli uomini. Un gran fastidio ma d’altra parte la Francia ha molte ragioni per usare la massima prudenza.

Per chi fosse interessato a saperlo voglio segnalare che qui a Parigi naturalmente non c’è nessuna stupida, assurda, anacronistica regoletta che impedisca ad alcun giornalista di scrivere per più testate (è stata la scusa per ritirarmi l’accredito a Roma, per chi non lo ricordasse). Anzi viene proprio specificato che chi ottiene l’accredito può contribuire a più testate. Che è quello che fanno tutti i giornalisti anche in Italia. Nessuno o quasi lavora per una sola testata. Di certo non io come in FIT sapevano benissimo.

Eh sì, più penso a quanto è successo lo scorso weekend al Foro e più mi chiedo perché Baccini, Valesio e soci non si siano resi conto di essersi tirati addosso un boomerang assolutamente evitabile che certo non accrescerà la già discussa popolarità del presidente Binaghi. Quest’ultimo continua imperterrito a ripresentarsi quadriennio dopo quadriennio dal 2000 – dopo aver allora presentato come cavallo di battaglia elettorale il proclama “Nessuno dovrà restare sulla poltrona di presidente federale, di tutte le federazioni, per più di 8 anni!” – semplicemente perché nessuno ha altrettanta voglia di sbattersi per scalzarlo da quello scranno, soprattutto dopo le modifiche statutarie del 2009. Quelle modifiche furono appositamente scientemente studiate da Binaghi stesso e approvate in mia imbarazzata presenza per alzata di mano da un’assemblea stanca, disattenta e provata da tre ore di interventi su altre modifiche di poco conto.

Modifiche colpevolmente trascurate da un CONI dormiente che mai avrebbe dovuto consentirne l’entrata in vigore, per la Federtennis come per le altre federazioni che ne imitarono l’esempio rendendo di fatto impossibile ogni avvicendamento. Binaghi infatti, purtroppo, non è il solo presidente federale abbarbicato tenacemente alla propria poltrona da anni. Ce ne sono altri. E anche la nuova legge che ci ha messo anni per uscire e che ne limita il numero dei mandati, non si sottrae all’esempio Putin-Medvedev. Quando scattò lo stop per il prosieguo del mandato a Putin, questi trovò in Medvedev un presidente fantoccio che scaduto il suo periodo di reggenza restituì la poltrona a Putin i cui mandati erano tornati… vergini. Vedrete che succederà qualcosa di simile anche in FIT.

Tornando a ricordi molto più piacevoli al mio primo Roland Garros come dimenticare che quello che coincise con il trionfo di Adriano Panatta? Mi sarei atteso chissà quanti altri exploit italiani, ma – salvo che per le ragazze – non ci sono più stati. Anche questo Roland Garros è cominciato come la gran parte di quelli che ho vissuti dopo in campo maschile, fatta eccezione per l’edizione di un anno fa grazie all’exploit di Cecchinato. Infatti se non ci si poteva aspettare nulla di più da Fabbiano e in buona parte anche da Sonego, francamente che Marco potesse perdere da un doppista pensionato in singolare – anche se va detto che Mahut ha giocato benissimo, con la grinta inesauribile che manifestò nel 2010 a Wimbledon quando perse soltanto 70-68 al quinto – dopo aver vinto i primi due set era fuori da ogni pronostico.

E mi chiedo a questo punto: non sarà che i buoni risultati del tennis italiano di questo inizio d’anno abbiano creato aspettative un po’ troppo pesanti sulle spalle (forse ancora fragili) dei giocatori? Un conto è ottenere buoni risultati nei tornei 250, un altro negli Slam, che sono le prove che davvero contano ai più alti livelli.

Fabio Fognini – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A Fognini si chiede di confermarsi sui livelli di Montecarlo – che è un 1000 e quindi viene subito dopo gli Slam, anche se il ricordo di quel primo match contro Rublev acciuffato in modo quasi incredibile non può tranquillizzare – è n.11 del mondo e tutti vorrebbero che ce la facesse a entrare nei primi 10, e io non vorrei davvero che gli toccasse lo scherzo del destino patito da Silvia Farina che è stata n.11 e mille volte a un passo da entrare fra le prime 10 senza poi riuscirci. A Berrettini si chiede di dimostrarsi all’altezza dei due tornei vinti …ma già Ruud è un brutto pesce, per non parlare poi di Federer. A Cecchinato si chiedeva di far bene quasi come un anno fa…A Sinner si chiede di fare miracoli al di là della sua giovane età. Idem magari a Musetti. Insomma, anche se io ho pazienza da 40 anni è anche vero che il lungo, lunghissimo digiuno ha fatto crescere una grande fame in tutti noi. Ci sono tanti ragazzi italiani fra i primi 200 del mondo, una ventina. Ma ancora, sebbene questo sembrasse l’anno buono, forse non lo è ancora. Consentitemi di augurarmi di viverlo, prima o poi, anche se gli anni passano…e Binaghi, Baccini, Valesio sono sempre là!

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Editoriali del Direttore

Non credo che Serena Williams possa vincere il suo quarto Roland Garros, ma…

La caccia al 24° Slam di Court nella sua testa continua. Anche se fa freddo “e io lo odio! Mai vista la neve per metà della mia vita” e le palle sono pesanti. Ma se il maltempo l’aiutasse facendole disputare le sue partite sotto il tetto?

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Serena Williams - Roland Garros 2020 (da Twitter, @rolandgarros)

Tanti auguri Serena, buon compleanno davvero alla giocatrice più forte del terzo millennio e forse di sempre (anche se Gianni Clerici direbbe che lo è stata invece Suzanne Lenglen, La Divina).

Ieri Serena Williams ha compiuto 39 anni e ha detto, non per la prima volta: “Non avrei mai creduto di ritrovarmi a giocare ancora a 39 anni. E ora non so quando mi fermerò. Mi diverto ancora e finché mi diverto…”. Pareva di sentire riecheggiare le parole tante volte pronunciate da un suo coetaneo, tal Roger Federer.

Di certo, è la prima volta che Serena li festeggia a Parigi. E di certo è anche la prima volta dopo tantissimi anni che all’avvio di uno Slam non viene considerata fra le primissime favorite, nonostante all’appello manchi la campionessa in carica Barty, e le ultime due vincitrici dell’US Open Osaka e Andreescu (peraltro non fortissime sulla terra rossa).

 

Vero che la terra battuta non è mai stata la superficie prediletta – le spunta in buona parte l’altrimenti micidiale arma del servizio – tuttavia il suo non è un caso… Sampras! Sweet Pete non è mai andato oltre una semifinale a Parigi (1996). Serena ha vinto il Roland Garros tre volte (2002-2013-2015) ed è stata finalista nel 2016, semifinalista nel 2003, nei quarti altre cinque volte. Ai tre trionfi nel torneo di Port Auteuil si devono aggiungere altri 10 titoli conquistati sui campi rossi. Non sono così pochi.

Ma, oltre a dover sottolineare che sono comunque cinque anni che Serena non vince più al Roland Garros – nel 2015 è diventata la più anziana vincitrice del torneo con i suoi 33 anni e mezzo – quest’anno sembra esserci una favorita che sembra stagliarsi su tutte, Simona Halep, e varie altre, come Svitolina e Azarenka nel suo quarto (Vika l’ha battuta a New York), Muguruza e Kenin nell’altra metà, che sembrano avere le stesse chance di Serena se non di più, dopo aver visto che Serena si è fatta trascinare al terzo set da tutte le sue avversarie nel Kentucky e all’US Open prima di soccombere.

Potete, se ne avete voglia, ascoltare i motivi per cui Steve Flink e il sottoscritto ci siamo sbilanciati in sede di presentazione video del sorteggio a sostenere che ci sembra fortemente improbabile che Serena, certo appesantita dagli anni con l’handicap di una superficie ultra-pesante per via dell’umidità incalzante e di palle Wilson che perfino Nadal fa fatica a spingere, riesca a conquistare il suo quarto Roland Garros e il famoso 24° Slam. Cioè quello che le consentirebbe di eguagliare il record di Margaret Court e cancellare l’incubo che la perseguita ormai da nove tentativi falliti, incluse le quattro finali Slam perdute dopo la nascita della sua bambina e tutte perdute senza aver vinto un set.

Serena si è allenata in Francia da lunedì, alla tennis Academy del suo coach Patrick Mouratoglou nei pressi di Nizza, ma sulla terra rossa non gioca da un anno e mezzo, dal terzo turno del Roland Garros del maggio 2019, quando perse da Sofia Kenin (la sconfitta per lei più… prematura in uno Slam dal 2014).

Serena Williams – Roland Garros 2020 (da Twitter, @rolandgarros)

Per una qualsiasi altra giocatrice l’aver centrato quattro finali di Slam e perso soltanto in semifinale all’ultimo US Open avrebbe rappresentato un sogno. Per lei no. Ha vinto 23 Slam su 75 ai quali era iscritta, mica uno solo.

Una semifinale dovrebbe essere un buon risultato per me? Assolutamente no! Mi ritrovo in una posizione nella mia carriera nella quale non posso essere soddisfatta! Non voglio star seduta qui e dire: “Oh, sono felice! No, perché non lo sono!”.

Serena dovrà affrontare al primo turno Kristie Ahn, l’americana che si è distinta particolarmente in questo 2020 per la sua abilità nel movimentare i social, soprattutto Tik Tok, durante i mesi difficili del lockdown. “Non ho giocato alcun torneo di preparazione a questo, il che è inconsueto per me – ha detto ieri Serena a Parigi. Questo è stato un anno davvero inconsueto, raro. Ho cercato di fare tutta la riabilitazione possibile da Patrick, dopo il problema avuto alla caviglia a New York. Sono al 100 per 100 della condizione fisica ora? No, ma abbastanza per provarci. Non giocherei se non pensassi di essere competitiva e non conosco atleti che non competano se non sono al 100%. Se gioco bene posso ancora battere chiunque e più gioco e meglio dovrei riuscire a giocare”.

Insomma la caccia di Serena continua, anche se con questo freddo parigino lei non ha mai giocato. “Fra California e Florida, e nei vari tornei, non mi è mai capitato. Odio il freddo e per metà della mia vita…non ho mai visto la neve!”. Di certo il tempo, che prevede piogge ripetute, non sarà suo alleato… a meno che dovendosi lei esibire quasi sempre sotto il tetto dello Chatrier (sia pure un tetto con delle perdite…), non finisca per avvantaggiarsene.

P.S. A proposito di tetti “bucati”, qualcuno ricorda quello di Napoli per il match di Fed Cup Italia-Spagna?

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
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I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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