Federer e Nadal agli ottavi (Nigro, Crivelli, Semeraro, Calabresi). Ora tocca a Caruso e Fognini (Crivelli, Azzolini, Semeraro)

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Federer e Nadal agli ottavi (Nigro, Crivelli, Semeraro, Calabresi). Ora tocca a Caruso e Fognini (Crivelli, Azzolini, Semeraro)

La rassegna stampa del 1 giugno 2019

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Federer batte Ruud jr, vent’anni fa era rivale del padre (Agostino Nigro, Il Resto del Carlino)

AL ROLAND GARROS gli sconquassi al tabellone per ora accadono solo nel torneo femminile. Le pochissime tenniste che potevano scalzare la giapponese d’Haiti Naomi Osaka dal trono del pianeta donne sono uscite di scena, Petra Kvitova testa di serie n.6 e Kiki Bertens n.4 si sono ritirate (la ceca per un problema al braccio sinistro, l’olandese per un virus), la n.5 Kerber è “saltata” subito mentre Karolina Pliskova, n.2 Wta ha preso ieri un inequivocabile 63 63 dalla croata Petra Martic. Di questo passo Serena Williams n.10 potrebbe anche vincere il suo quarto Roland Garros, ma non scalzerebbe la Osaka, campionessa degli ultimi due Slam. Fra gli uomini niente di tutto ciò, anche se Nadal (61 63 46 63) ha lasciato un set al belga Goffin. Rafa nel 2008-2010 e 2017 vinse questo torneo senza perderne uno. Roger Federer (foto Dell’Olivo), che dopo quattro anni senza Roland Garros, temeva un tantino l’impatto con la terra rossa, è in ottavi senza aver ceduto un set, sebbene al tiebreak del terzo contro il ventenne norvegese Ruud (il giustiziere di Berrettini) abbia dovuto annullare un setpoint per cogliere la vittoria 63 61 76 (10-8) nella sua quattrocentesima partita in uno Slam. […]. «Sono contentissimo. Qualche mese fa non sapevo cosa aspettarmi. Ora so qual è il mio livello. Non so dove sia il mio meglio assoluto, ma sento che potrei esserci… o forse no». Il programma odierno, ore 11 sul Lenglen, si apre con Fabio Fognini che affronta lo spagnolo Bautista Agut, 31 anni e n.21, battuto 6 volte su 8. Inedito invece il confronto del secondo match sul centrale Philippe Chatrier, fra Salvatore Caruso che tenta il “miracolo Cecchinato” contro Novak Djokovic. Su www ubitennis.com le interviste complete di Federer, Nadal, aneddoti e curiosità

Nadal e Federer, 400 volte insieme agli ottavi (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Record e ricordi, ma sempre a braccetto. Dieci anni fa, il 31 maggio 2009, Nadal perdeva negli ottavi con Soderling la prima partita della carriera al Roland Garros,
lasciando così la strada libera dell’amato arcinemico Federer. Rafa battezza la giornata a modo suo, piegando Goffin e vincendo l’89° match nello Slam
del rosso, mentre Federer festeggia il decennale di gloria con scarpette speciali che portano stampigliati l’anno di grazia e la Tour Eiffel, prima di rimettere a posto il norvegese Ruud e i suoi ambiziosi vent’anni. Con questa, sono 400 partite giocate negli Slam: «Una bella cifra — sorride Roger – e mi fa piacere averla raggiunta a Pari-
gi, anche se magari non è lo Slam dove mi sono tolto le soddisfazioni maggiori. Certo se devo essere sincero mi ero emozionato di più quando avevo vinto la millesima in carriera». Ottavi da primato. Numeri iperbolici, che nella loro titanica grandezza i due più fenomenali rivali della storia del tennis e forse dello sport rendono clamorosamente normali. Intanto, ovviamente insieme, lo svizzero e lo spagnolo approdano agli ottavi parigini per la 14′ volta, un altro primato, sottratto dalla coabitazione con Budge Patty, che riuscì nell’impresa in 13 occasioni tra il 1946 e il1958. Ere geologiche, mentre il presente appartiene ancora ancora a questa coppia meravigliosa e al terzo Fab, Djokovic. Certo, Nadal nella corsa al 12° trionfo cede il primo set del suo torneo, eppure si fa i complimenti: «Credo di aver giocato un primo set al limite della perfezione, mi entrava tutto. Poi lo sport è bello perché esistono anche gli avversari, e Goffin nel terzo set è stato migliore di me. Perciò ho ottenuto una vittoria di valore». Nel quarto turno, il maiorchino incrocerà l’argentino Londero che a febbraio ha – conquistato il primo torneo della vita a casa sua, a Cordoba: fino ad allora, non aveva mai vinto una partita sul circuito. E gaucho sarà pure l’avversario di Federer, quel Leo Mayer che interrompe la favola del trentasettenne Mahut, giustiziere di Cecchinato. Il Divino si sente come un giovane esploratore: «Sono molto felice, fino a pochi mesi fa questo torneo per me rappresentava un’incognita. Non so se sono al mio livello più alto, ma credo che il top non sia lontano. Intanto ho raggiunto gli ottavi, e dopo quattro anni è un eccellente risultato: adesso voglio continuare a giocare libero da ogni pressione». Loro vincono, gli altri guardano: è l’eterna storia di Roger e Rafa.

Federer, 400 partite e non sentirle. Batte Ruud e avanza a braccetto con Nadal (Marco Calabresi, Il Corriere della Sera)

Roger Federer (foto) ha fatto cifra tonda. Il 6- 3, 6-1, 7-6 sul norvegese Casper Ruud (che nel secondo turno aveva eliminato l’azzurro Matteo Berrettini) è arrivato nella partita numero 400 in uno slam per lo svizzero. Un dato che fa spavento. A 37 anni Federer, che nel prossimo turno affronterà l’argentino Leonardo Mayer che ha sconfitto il francese Nicolas Mahut, raggiunge nuovamente gli ottavi di finale del Roland Garros (il più anziano dai tempi di Nicola Pietrangeli), torneo a cui mancava da quattro anni. Dopo i primi due set chiusi in scioltezza, ha dovuto soffrire nel terzo: Ruud (dopo essersi visto annullare un set point) lo ha portato al tie-break, vinto 10-8 dal campione svizzero, che la prima partita in uno Slam la giocò proprio sulla terra di Parigi, 23 anni fa. […]. E quattro set ci sono voluti anche a Rafa Nadal (che il Roland Garros lo ha vinto ben 11 volte) per sbarazzarsi del belga David Goffin: sembrava tutto in discesa per Io spagnolo, avanti di due set (6-1, 6-3), ha subito il break di Goffin nel nono game del terzo set, che lo ha costretto a uno sforzo ulteriore. Oggi tocca agli italiani: Salvatore Caruso sul Centrale contro Novak Djokovic, Fabio Fognini sul Suzanne Lenglen contro lo spagnolo Roberto Bautista Agut. Tra le donne, eliminata Karolina Pliskova, vincitrice degli Internazionali, battuta con un doppio 6-3 dalla croata Petra Martic.

Roger se la prende anche con i bambini (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Roger Federer si starà chiedendo se non ha sbagliato, e parecchio, a non giocare a Parigi negli ultimi due anni (nel 2016 era infortunato). Ieri ha vinto il suo terzo match di fila in tre set, 6-1 6-4 7-6 al ventenne norvegese Casper Ruud, figlio d’arte che potrebbe essere anche figlio suo. […]. La vittoria lo trasloca negli ottavi di finale, per la 14° volta a Parigi proprio come Rafa Nadal il padrone della terra, che però ieri un set contro David Goffin lo ha lasciato per strada. Roger è il più anziano dai tempi del 38enne Nicola Pietrangeli nel 1972, a fare tanta strada al Roland Gans, il grande torneo che ha vinto solo una volta, giusto dieci anni fa in finale su Soderling. Nello Slam il precedente da citare è quello di Jimmy Connors, semifinalista a 39 anni appena compiuti nel 1991 agli Us Open, ma insomma di tutti questi record ci si può anche stancare (ah: Federer da ieri è anche l’unico ad aver vinto 400 match nei major…), piuttosto vale la pena di iniziare a chiedersi dove può arrivare, lo splendido vecchietto svizzero, che i 38 li festeggerà l’8 di agosto. Sul rosso in fondo è cresciuto, e negli ultimi 20 è stato anche il secondo miglior giocatore da terra dopo NadaL Al prossimo turno lo attende Leo Mayer; brasiliano, 32 anni, numero 68 Atp, che ha messo fine alla Favola tenera di un altro papà coetaneo di Federer, Nicholas Mahut, alla sua ultima recitia parigina. Non un impegno impossibile MARATONE. Fra i piccoli brividi di Nadal e molti match molto lunghi – dopo le quattro ore e 33 minuti del derby Paire-Herbert ieri sono arrivate anche le quattro ore di Klizan-Pouille e le 4 e 29 di Nishikori-Djere, nel femminile le 3 e 21 di Sevastova-Mertens -, il torneo continua a vivere di molta Francia. Usciti di scena Mahut e íl giovane Moutet, sconfitto dall’argentino Londero, nel torneo restano il veterano Gael Monfils e la novità Frederick Hoang, 23 anni, di origini vietnamite, ambidestro e con una laurea in sport che oggi si trovano uno contro l’altro. E poi la scheggia incontrollabile Paire, il Kyrgios di Avignone, n.38 Atp, garanzia nel bene o nel male di spettacolo. Quando non ne ha voglia butta le partite, quando è in vena gioca un tennis alieno, intagliando smorzate imprendibili. Quando si stanca del tennis va in vacanza, e pazienza se nel bel mezzo della stagione. «Sono dieci anni che faccio questo mestiere. Il problema è trovare le motivazioni. Dopo la sconfitta al primo turno ad Indian Wells ero a Los Angeles senza nessuna voglia di giocare a tennis, e mi sono detto che per svuotarti la testa dovevo prendermi uno stop. Così sono partito per le Bahamas. “Ma cosa fai, non è professionale!”, mi ripete la gente. Ma bisogna capire che non per tutti il tennis è tutto. Anche per Fabio (Fognini, ndr) è così, o per Nick (Kyrgios, ridr). Ogni tanto è bello uscire e farsi una bevuta in compagnia. Qualcuno potrà pensare “Benoit è un talento sprecato, non è mai entrato nei primi dieci…” Ma a me la mia carriera piace un sacco così come è

“Sono goloso e testardo. Ora il mio posto è qui” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ti ringrazia prima di concedersi all’intervista. Solo da questo particolare si comprende lo spessore umano di Salvatore Caruso. Oggi, sul Centrale del più importante torneo al mondo sulla terra, affronterà Djokovic. Comunque vada, sarà un successo. Salvatore, come si batte Djokovic? «Giocando meglio di lui a tennis». Sembra facile, in effetti. «L’anno scorso sarei morto di paura, ma adesso sono molto più maturo. Il tennis è il mio lavoro e la cosa che so fare meglio, quindi ce la giochiamo sullo stesso terreno, anche se lui è il numero uno del mondo». Come si vive uno Slam da protagonista inatteso? «In Australia, nel 2018, fu tutto troppo veloce: giocai l’ultimo match delle qualificazioni la domenica e il primo turno il lunedi. Qui invece ho avuto tre giorni e devo dire che mi sono reso conto che in questo ambiente ci posso stare pure io». […]. Nell’ipotesi più plausibile, lei perde con Djokovic. Poi? «Che la fame viene mangiando. Questa settimana sarà stata inutile se dovessi sentirmi arrivato». Ora è attorno al numero 120 del mondo, il sogno prima di Parigi era di entrare nei 100. Per come stanno andando le cose, non le sembra un obiettivo al ribasso «Se vinco il torneo arrivo al 15 e quindi il problema non si porrebbe più… Scherzi a parte, la top 100 resta il primo traguardo: ti consente di cambiare scelte e prospettive». Lei iniziò a giocare a sei anni. Quando si rese conto di poter diventare qualcuno? «Non c’è stato un momento specifico, so solo che il tennis è sempre stato un chiodo fisso, ho trasformato la passione in lavoro». E se non avesse funzionato, c’erano sempre i pizzi e i merletti del negozio di papà Enzo. «Non è mai stata un’opzione e i miei genitori non me l’hanno mai prospettata. Anzi papà in fondo era orgoglioso di un figlio sportivo. Comunque nel caso mi ero già iscritto a Scienze Motorie a Roma, pagando pure le tasse». Quando non è in giro per il mondo, vive a Avola? «Si, a Avola antica, quella che noi chiamiamo la Montagna. Sono molto legato alla mia città, all’inizio viaggiare era un peso. Però la carriera da tennista non è eterna, quello che perdi mentre giochi lo recupererai quando smetti». È vero che ogni giorno chiama sua sorella Rossella, che lavora a Milano? «Ci sentiamo spesso. Soprattutto bombardiamo di messaggi papà, che risponde sempre: “Quando mi scrivete, è perché ci sono dei casini”». Un pregio di Caruso? «Amo tutti i dolci siciliani, in particolare le cassatine. il secondo è che sono caparbio». E il difetto? «La caparbietà a volte diventa testardaggine. E con la mia testa dura ci metto più tempo a imparare le cose che servono». Ora che ha guadagnato almeno 143.000 euro, coach Cannova vorrà l’aumento? «Per quello che sta facendo per me, dovrei regalargli almeno due palazzi in centro». Davvero non si toglierà nessuno sfizio? «La cosa di cui vado più orgoglioso è l’indipendenza economica: i soldi devono servire a rispettare se stessi. Forse potrei prendere la patente per la moto, mio padre ha una Suzuki 1250 che mi piacerebbe guidare. Ma il coach non me lo permetterà, da 5 anni non posso neanche giocare a calcetto con gli amici». E quando non vedremo più la barba? «Dopo il torneo. Per adesso, barba e capelli non si toccano. Una volta, in un Futures, andai dal parrucchiere prima di un match e persi di brutto. Da allora, si arriva alla fine senza metterci mano». Con quale colpo le piacerebbe chiudere il match della vita? «Un rovescio lungolinea sulla riga con l’avversario che chiama l’arbitro per controllare, ma la palla è buona». E per quanti anni si vede ancora nel tennis? «Almeno dieci. Ho del tempo da recuperare»

Salvo è la tua ora (Daniele Azzolini, Tuttosport)

La questione, secondo Mats Wilander, è tipicamente floreale. C’è chi ha giocato con i cactus, e chi con i lillà. […]. Ne consegue, secondo lo svedese un tempo stakanovista oggi opinionista, che se il primato del tennis è composto di sudore e fatica, abnegazione e sacrifici, e non soltanto di talento, predisposizione, alti pensieri e glutei immensi, allora è giusto che Novak Djokovic raggiunga Federer nel numero degli Slam incassati e lo superi nell’iconica classifica dei candidati Goat, dove la capra sta per Greatest Off All Time, il più grande di sempre. «Perché Nole ha giocato con i tre cactus più pungenti, e Federer solo con gli arrendevoli lillà». Così parlò Wilander, chiudendo a suo modo la discussione. Game set and Mats, appunto. Libero di pensarla come vuole, ovviamente, meno invece di dimenticare che Federer, vincitore di Slam dal 2003, ha avuto dal 2004 la spina Nadal, dal 2006 l’aculeo Djokovic, dal 2007 il pruno Murray, e prima di loro ha dovuto maneggiare con cura i triboli di Roddick e Hewitt, Agassi e persino Sampras. Eppure, di questo si discute, nel giorno in cui Roger ritrova un posto negli ottavi dello Slam dimenticato (da lui), e Rafa lascia il primo set alla concorrenza (Goffin), dimenticandosi di mostrare i muscoli com’è tornato a fare da Roma, con tutte le conseguenze psicologiche del caso fra i suoi avversari meno avveduti. Ma lo sapete, si tratta di una discussione ormai infinita, che tutti affrontano convinti che nessuno riuscirà a fargli cambiare parere. Mai! E dire che noi italiani, nel nostro piccolo, ci accontenteremmo di meno, alla vigilia di un nuovo match che vedrà in campo uno del gruppo tricolore con il Goat votato da Wilander. Ci piacerebbe, per esempio, che questa sensazione di ineluttabilità, che ci coglie di fronte a questo tipo di sfide, si anestetizzasse fra argomenti ottimistici e più rosei pensieri. Purtroppo non ci aiutano le “stat” a corredo dell’evento. Da quando soldatino Nole è nel circuito, dai Future in su, a salire fino ai tornei dello Slam, solo tre dei nostri sono riusciti a piegarlo, Marco Cecchinato l’anno scorso proprio su questi campi rossi, Filippo Volandri in tempi ancora recenti, e per primo Manuel Jorquera, che lo colse bambino alla seconda esperienza in un Future. Djokovic non è tipo da concedere granché alla concorrenza, e questo va detto, anche per non sentirci troppo soli nel settore dei condannati a prescindere, certo è che con gli italiani si è permesso di dilagare fino al punto di cancellare per intero una generazione di tennisti, quella dei Seppi e dei Fognini, dei Bolelli e dei Lorenzi. Una lunga striscia di confronti, 27 addirittura, senza l’ombra di un tentennamento da parte del serbo, e senza che in soccorso dei nostri sia mai venuto il Divo Gluteo, che come abbiamo visto fa parte del paniere degli elementi valutativi di un qualsivoglia Goat. Otto a zero con Fognini, 12-0 con Seppi, 4-0 con Bolelli e 3-0 con Lorenzi. Djokovic batte da solo la Davis azzurra in tutte le sue possibili combinazioni. Con questi presupposti dovrà misurarsi oggi Salvatore Caruso, anche se la scelta giusta potrebbe rivelarsi quella di non tenerne conto, anzi, di non pensarci proprio. Sabbo si sente pronto e su Djokovic è disposto a misurare i progressi fin qui compiuti. Un buon viatico gli giunge da Gilles Simon, il francese battuto in secondo turno. «Però, che tipo il Caruso», ha detto agli amici, «anche quando ho provato a fargli lo sguardo cattivo, mi ha sorriso e ha continuato a massacrarmi»

Fognini sfida Bautista Agut con vista sui Top Ten (Stefano Semeraro, La Stampa)

«Al Roland Garros può succedere di tutto», dice Fabio Fognini. Anche rivedere un italiano nella top-10 del tennis, quarant’anni dopo Corrado Barazzutti. Il candidato è proprio il Fogna, se batterà oggi lo spagnolo Roberto Bautista Agut, guadagnandosi un posto negli ottavi, avrà letteralmente i piedi sulla soglia del Paradiso (del tennis). […]. Vincere un turno in più del russo Karen Khachanov lo farebbe approdare addirittura al numero 9, il successo su Bautista gli garantirebbe l’accesso a meno di congiunture fra l’improbabile e l’impossibile – esempio: Monfils finalista, – la cui più verosimile è l’approdo ai quarti di Juan Martin Del Potro e Borna Coric (che sulla strada ha Djokovic). Caruso contro Djokovic. Per ora nel recinto dei migliori di azzurri nell’era Open ne sono entrati solo due: Adriano Panatta, n.4 nel 1976, e Barazzutti, n.7 nel ’78, Fognini dopo la vittoria a Monte-Carlo se lo meriterebbe e Parigi, dove ha raggiunto il suo unico quarto nello Slam (2011), peraltro senza riuscire a giocarselo per un infortunio, è il luogo ideale. «Sto attraversando il miglior momento della mia carriera», ammette. «So che non tutto dipende da me, ci sono tanti fattori, anche la tensione che a questo livello è inevitabile». Contro Bautista, 31 anni, numero 21 Atp, ha vinto 7 volte su 10, «ma mi aspetto un’altra battaglia». A Salvatore Caruso, n.147 Atp, siciliano di Avola l’altro italiano al 3° turno, tocca invece Novak Djokovic, il n.1 del mondo. Una condanna, se non fosse per l’allergia di Nole ai siciliani (vedi Cecchinato 2018 edition). A Parigi, in fondo, può succedere (quasi) di tutto

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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