Il ricordo di Beppe Merlo: la finale del 1955. Sceneggiate, crampi e match point

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Il ricordo di Beppe Merlo: la finale del 1955. Sceneggiate, crampi e match point

Oggi è venuto a mancare Beppe Merlo, ex tennista e grande amico. Vi farà piacere scoprire la storia della finale del 1955, persa la quale disse al rivale Gardini: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto”

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Per commemorare Beppe Merlo, grande tennista italiano degli anni ’50 e ’60 e scomparso oggi all’età di 91 anni, mi piacerebbe condividere con voi lettori questo articolo che ho scritto anni fa e lo riguarda molto da vicino. Beppe giocò una finale incredibile agli Internazionali d’Italia del 1955, perdendola contro il rivale Fausto Gardini. Ci furono polemiche, grandi colpi, match point falliti e alla fine un clamoroso ritiro per crampi. Che la terra ti sia lieve, Beppino.

Io avevo sei anni e avevo pianto calde lacrime quando al mio amato CT Firenze della Cascine (dove avrei fatto raccattapalle, giudice di linea, segnapunti al tabellone, arbitro, ufficio stampa e direttore di torneo) pochi giorni prima degli Internazionali d’Italia mi era stato detto che ero troppo piccolo per fare il raccattapalle di quella finale fiorentina. La stessa che si sarebbe giocata poi a Roma e che avrebbe avuto analoga conclusione: Merlo si era ritirato per crampi anche a Firenze, ma al quinto set, non al quarto. C’era chi sosteneva che fossero crampi psicosomatici, più che di pura fatica. Beppe Merlo mi aveva insegnato il rovescio a due mani, quando mio padre che era suo amico lo aveva accompagnato al muro del circolo, dove io passavo ore e ore a cercare di far passare la palla sopra la riga bianca segnata sul muro rosa-marrone all’altezza della rete. Merlo venne insieme a un tenniste svedese, Johansson… e vide che giocavo solo di dritto, perchè la Maxima era troppo pesante. Mi spiegò allora come impugnare il rovescio con una presa a due mani e ricordo bene – di quando si è bambini si ricordano le cose più incredibili – che mi disse: “Ubaldino, non fare il mio stesso errore! Metti la mano destra sotto la sinistra, se non vuoi perdere centimetri preziosi nel giocare il dritto…“.

Io non ho mai capito perchè avesse fatto quell’errore fino a che ho visto immagini di John Bromwich , l’australiano dello Stato di Victoria, formidabile soprattutto in doppio (finalista in 39 finali di Slam, fra singolare, doppio maschile quasi sempre con Quist e misto), ma comunque anche capace di vincere 2 Australian Open in singolare nel ’39 e nel ’46 e l’ultimo giocatore ad aver perso una finale di Wimbledon con il matchpoint (3) prima di Roger Federer con Novak Djokovic: ne ebbe tre contro Falkenburg sul 5-3 al quinto nel 1948. Ebbene Bromwich, classe 1918, quindi 9 anni più anziano di Beppe Merlo, era mancino, anche se batteva con la destra. E giocava il rovescio a due mani, il primo fra quelli che abbiano giocato una finale a Wimbledon dal 1877. Per lui, mancino, era normale tenere la mano sinistra sotto. Per Merlo non avrebbe dovuto esserlo. Io sospetto che ne fosse rimasto influenzato.

Un altro tennista australiano ancora più anziano, Vivian McGrath , classe 1916, viene ricordato per il suo rovescio a due mani. Era 11 anni più anziano di Merlo, vinse il campionati d’Australia nel ’37 battendo in finale proprio Bromwich, fu classificato n.8 del mondo da Wallys Myers che in quei tempi senza computer era il più autorevole compilatore di classifiche mondiali. Leggerete da molte parti nei primi resoconti di cronisti, titolisti o agenzie superficiali che Beppe Merlo era stato l’inventore del rovescio a due mani. Non è così. L’ecuadoriano Pancho Segura, che sarebbe diventato il coach e il guru di Jimbo Connors, giocava invece il dritto a due mani. Poi ci sono stati anche giocatori, e non solo Monica Seles o Marion Bartoli _ o la nostra Antonella Rosa, genovese che giocava il misto con Enzo Vattuone, altro genovese DOC (e mi ricordo un tennista romano, Maurizio Aracri che giocando contro la Rosa si lamentò così: “Aho, me pare de gioca’ contro a’dea Kalì con tutte quelle mani!”) – che giocavano dritto e rovescio a due mani. Vediamo chi di voi li ricorda… uno aveva per soprannome “Hollywood” perché pareva un attore.

Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi “Tennis Club”:  “Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio”. Mai visto uno che anticipasse la palla più di lui.

Quando vent’anni dopo vidi Andre Agassi rispondere di rovescio a due mani con quell’anticipo, mi tornò in mente Beppe Merlo. Che con un servizio modesto, ma stranamente difficilissimo da attaccare – era un movimento che lui aveva preso dal ping-pong, la palla schizzava via verso il basso con uno strano effetto e anche grandi campioni non riuscivano a dominarla – un dritto piatto che non era nulla di che, eppure batteva campioni attrezzatissimi.
Saltava sulla racchetta accordata di fresco – le accordava lui stesso – per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. “Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti” scherzava.

Di campioni di Wimbledon ne aveva battuti ben sei: Jaroslav Drobny, Vic Seixas, Budge Patty, Roy Emerson (che di Slam ne ha vinti 12), Neale Fraser e Chuck McKinley. Me lo raccontò lui stesso, con grande orgoglio, perché un po’ c’era rimasto male che la Federtennis non gli avesse mai garantito un lavoro una volta che aveva smesso di giocare da professionista. Quante volte i nostri dirigenti federali, di tutte le epoche, hanno mostrato poca riconoscenza nei confronti dei loro più grandi campioni: in questo va detto che Binaghi almeno con Pietrangeli e Pericoli si è ben comportato, anche se per la sua mancata conoscenza delle lingue era necessario che si dotasse di qualche “ambasciatore” che le parlasse. Peraltro “sposando” Barazzutti a vita, e avendo litigato aspramente con Panatta, ha poi ignorato Bertolucci, Zugarelli e altri . Tornando a Beppe Merlo io credo che se c’era un altro italiano che avrebbe meritato di essere incluso nella Hall of fame, questi era proprio Beppino Merlo. Non aveva vinto due Roland Garros come Pietrangeli, ma aveva vinto pur sempre 22 tornei internazionali. Battendo ovunque supercampioni.

Questa che leggerete ora, però, è la storia di una sua sconfitta.

 

A Gardini il titolo per un nuovo ritiro di Merlo

L’incontro deciso al quarto set dopo quasi tre ore di gioco, con il ‘bolognese’ colto dai crampi. Lo storico match ricostruito attraverso le cronache e le testimonianze dell’epoca

ROMA – Era dal 1934, quando l’ex raccattapalle divenuto ‘maestro’ Giovannino Palmieri aveva sconfitto il nobiluomo dai due dritti, l’ambidestro Giorgio De Stefani, che gli Internazionali non avevano più avuto una finale tutta italiana. Per arrivare a disputarla, certo contro pronostico, il ‘leone’ del Porro Lambertenghi Fausto Gardini aveva battuto l’americano Herbie Flam nei quarti e l’argentino Enrique Morea in semifinale, mentre il ‘virtussino’ di Merano, pupillo prediletto di Giorgio Neri, aveva compiuto exploit ancora più inattesi irretendo nelle sue trame imbastite su un’anticipatissima spazzolata bimane di rovescio – in tempi in cui a giocare con due mani c’erano soltanto lui e Pancho Segura, ma Segura giocava il dritto e non il rovescio con le due mani – e un dritto apparentemente debole, impugnato a metà manico eppur stranamente difficile da ‘contrare’, primo lo svedese Sven Davidson (poi re a Parigi nel ’57) e poi l’americano Budge Patty (campione in carica e vincitore d’un Roland Garros nel 1950).

Si erano incontrati due volte, quell’anno, i due rivali e avevano vinto una volta ciascuno. Del match di Firenze vi ho già accennato .Ma Gardini, n.1 d’Italia, era il favorito. Stavolta i due grandi rivali hanno dato vita ad un incontro memorabile, con un finale drammatico, perfino crudele, dopo una maratona incredibile alla fine della quale si registra perfino l’intervento dei carabinieri. Fausto, appoggiandosi a quel dritto poco elegante ma poderoso ed efficace, tutto di spalla, aveva vinto il primo set spendendo moltissimo e con un punteggio, 6-1, molto più netto di quanto fosse apparso il divario di gioco. Difatti aveva impiegato 25 minuti, un’infinità (nota dell’autore: a quei tempi non ci si fermava ai cambi di campo, non esistevano neppure le sedie. Rod Laver vinse anni più tardi una finale di Wimbledon, 3 set su 5, in 57 minuti).

Aveva speso molto il lungo, allampanato, magrissimo Gardini, e nel secondo set Beppino Merlo gli restituì la pariglia, con lo stesso identico punteggio, ma dopo scambi ancora più lunghi, tant’è che il set richiede mezz’ora. Merlo anticipava (anche se poi a rete seguiva di rado), Gardini preferiva rifugiarsi in una gara di corsa, affidandosi più alle gambe che al dritto e tentando di abbassare il ritmo con palle alte e lunghe, pur di sottrarsi a quei micidiali anticipi del suo avversario. Anche perché quando si avventurava a rete veniva inesorabilmente infilzato. Scambi sempre più interminabili, paziente gioco di scacchi fra due avversari che si conoscono troppo bene per darsi vantaggi, ma anche per dare uno spettacolo che, fra due incontristi naturali come Fausto e Beppe, non può essere all’altezza di quello offerto nei giorni precedenti.

Più passa il tempo e più Gardini si dispera. Merlo, che continua a non sbagliare mai, ed è infallibile soprattutto nel passante, sale sul 3-0. Ma nel quarto game ecco il primo incidente: Gardini protesta vivacemente perché Merlo, aduso a far cadere la palla subito dopo il servizio perché con la presa bimane non potrebbe altrimenti tirare il rovescio, in quell’azione – a suo dire – lo distrae non poco. L’arbitro gli dà ragione, fa ripetere un punto vinto da Merlo e Beppino si innervosisce fino a commettere un doppio fallo. Gardini non riesce però ad approfittare dell’incidente, né della piccola crisi del meranese che, vinto il terzo set (6-3) dalla durata record – un’ora! – mentre cresce spasmodica la tensione sia sul campo sia sugli spalti.

Dopo il terzo set c’è il riposo. Per raggiungere gli spogliatoi Merlo viene portato addirittura a braccia. Gardini, gli occhi spiritati nel volto ancor più ossuto, non pensa minimamente a mollare. Digrignando i denti, anzi, si rivolge ad arbitro e dirigenti FIT: “Guardate l’orologio! Dieci minuti, non di più… attenzione!” ha l’aria di minacciare. Intanto Merlo, su una panca, piange. Ripensa, chissà perché, alla decisione contraria dell’arbitro per quella palla vagante. Quasi non avesse vinto il set. Una reazione quasi isterica da parte di uno che non controlla più i nervi. Invece Gardini, nel cambiarsi i calzini, continua a lamentare: “Questo set non dovevo proprio perderlo“.

Il melodramma continua alla ripresa del gioco. Merlo rientra in campo addirittura sorretto da due infermieri. “Come un’eroina da melodramma dopo che il tenore è stato ucciso” scrive sulla Gazzetta dello Sport Luigino Gianoli. Il marchese Ferrante Cavriani scuote la testa: “Il prossimo weekend c’è il match di Coppa Davis contro la Germania…“. E raccomanda fermezze, energia e risolutezza all’arbitro Carlo Gatti. “Svelti, suvvia, siamo pronti?” incalza Gardini. Subito strappa il servizio a Merlo, che però non è per nulla finito. Controbreak. È soltanto al cambio di campo che Merlo è lentissimo. E Gardini freme. Tutti e due fanno a gara a chi perde più servizi. E nel mezzo qualche errore arbitrale, parecchie contestazioni a rendere sempre più incandescente il clima già torrido. 5-4 per Merlo che piagnucola ma dentro di sé probabilmente vede la vittoria vicina, soprattutto sul 30 pari, quando sbaglia invece una palla facile facile dopo due prodezze. Così è 5 pari e il pubblico è più schierato dalla parte di Gardini, sentendolo più ‘vero’ del suo rivale che accentua forse le sue sofferenze.

C’è un silenzio irreale all’undicesimo game, 6-5 per Merlo, quando Gardini si ritrova, sul 15-40, a fronteggiare due matchpoint. Ma proprio in quel momento il colpo di scena: Merlo cade a terra, rigido, con le gambe di legno, in preda a crampi spaventosi. Sembra proprio paralizzato. I fotografi si precipitano in campo, e così i raccattapalle a tirar su Merlo che non ce la fa. I carabinieri irrompono ad allontanare i fotografi. “Un Merlo di terracotta si avvia con le gambe rigide al posto di combattimento. Sembra un uomo meccanico che abbia perduto i contrappesi per mantenersi in equilibrio” scrive ancora Gianoli. Gardini annulla i matchpoint. Sul secondo Merlo è a rete, gioca una volée smorzata sul dritto di Gardini. Sembra imprendibile, la folla già grida, ma Gardini con un ultimo scatto la prende e passa Merlo che, nell’allungarsi si ‘incrampa’ e resta lungo disteso.

Questo non è giocare!” grida Gardini. Il Foro gli dà ragione, gli spettatori pensano alla commedia, fischiano sonoramente. Terzo matchpoint però per Merlo. Gardini annulla anche quello mentre Merlo cade di nuovo. Gardini è furibondo, la folla è inferocita. Finché il giudice arbitro Onorati decreta la vittoria di Gardini per ritiro di Merlo. L’annuncio si perde nel clamore, i fotografi non sanno se fotografare il viso ancora scuro del vincitore o quello disperato del vinto. Negli spogliatoi l’abbraccio tra i finalisti. Più disteso Gardini concede: “Beppe, sei stato sfortunato“. E Merlo: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto.

Gardini b. Merlo 6-1 1-6 3-6 6-6 rit (dopo 2h e 52m)

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Challenger Manerbio: Paolo Lorenzi fa 402 e rincorre il record di Ramirez Hidalgo

Paolo Lorenzi vince due partite in un giorno e raggiunge Gaio in semifinale. Il senese festeggia nel migliore dei modi il traguardo delle 400 partite vinte nel circuito Challenger. Ora la sfida a Gabashvili

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Paolo Lorenzi 400 - ATP Challenger Manerbio 2019 (foto Carlo Monterenzi)

LORENZI FESTEGGIATO E VINCENTE – Saranno due i semifinalisti azzurri a Manerbio: oltre a Gaio, ha conquistato il pass l’inossidabile Paolo Lorenzi. Per il senese è stata una giornata altrettanto dura, con due match e qualche brivido nel quarto di finale contro Sadio Doumbia. Tra l’altro, dopo la vittoria contro Andrea Collarini (6-4 6-3) è stato festeggiato dallo staff manerbiese per il 400esimo successo in carriera nel circuito Challenger. Un “400” gigante, una torta e una bottiglia di vino pregiato (il Perla del Garda Extra Brut) hanno allietato una giornata che si è complicata nel tardo pomeriggio, contro un avversario che si era presentato a Manerbio senza particolari pretese e – a un certo punto – è rimasto l’unico in gara sia in singolare che in doppio. 

In mattinata, il francese aveva estromesso Andrea Pellegrino: grandi rimpianti per il pugliese, avanti 4-1 nel terzo set prima di spegnere la luce e perdere cinque giochi di fila. Peccato, perché le trame di Doumbia (colpi senza troppa rotazione, rovescio a una mano in slice) sembravano finalmente domate. Contro Lorenzi, il 28enne di Tolosa (n.307 ATP) è partito fortissimo, con tante soluzioni rapide a non dare ritmo al senese. Battaglia infinita nel secondo: Lorenzi prendeva un break di vantaggio (2-0), poi veniva risucchiato e Doumbia si portava addirittura 4-3 e servizio. Nell’ottavo game, sul 30-15, ha tentato un servizio “da sotto”, fuori di pochi centimetri. L’episodio ha dato una scossa a Lorenzi, capace di rimettere in sesto il parziale.

Chi pensava che il terzo fosse una formalità, tuttavia, è rimasto deluso. Doumbia ha preso un break di vantaggio, Lorenzi lo ha riacchiappato ma ha nuovamente rischiato grosso sul 2-2 (rimontando da 15-40). Chiamato a servire per rimanere nel match, il francese ha commesso alcuni gravi errori e ha chiuso con una goffa volée alta, sparata in mezzo alla rete a sigillare il definitivo 1-6 7-5 6-4. Lorenzi ha giocato partite migliori, ma ha confermato di possedere un attaccamento incredibile alla partita, una generosità che dovrebbe essere – davvero – un esempio per tutti. Quella contro Doumbia è stata la 402esima vittoria nel circuito Challenger, ad appena 21 lunghezze del leader all-time Ruben Ramirez Hidalgo. A volte l’età sembra farsi sentire, ma partite come questa sono fondamentali per acquisire fiducia, soprattutto quando si stanno provando nuovi meccanismi.

SEMIFINALE DA 71 ANNI IN DUE Il suo prossimo avversario sarà Teymuraz Gabashvili, che ha bloccato l’avventura di Andrea Arnaboldi. A parte la qualità del russo, si pensava che il suo doppio impegno potesse essere un bel vantaggio per l’azzurro. Invece, a sorpresa, Gabashvili ha mostrato una tenuta atletica notevole, imponendosi in due ore e quaranta col punteggio di 7-6 4-6 6-3. Difficile parlare di rimpianti, perché nel primo set Arnaboldi ha sempre dovuto rincorrere: Gabashvili è andato a servire sul 5-4 prima di chiudere al tie-break, peraltro abbastanza facilmente. Il canturino è stato bravo a trovare (e mantenere) un break nel secondo, ma nel terzo era lui a subire il primo “strappo” nel quarto game. 

Aveva la grande chance di tornare in partita sul 4-2, quando si procurava una palla per il controbreak. La sorte, tuttavia, ha dato una mano a Gabashvili: la combinazione nastro più riga ha dato al russo la spinta decisiva per la semifinale, suo miglior risultato in stagione, almeno nel circuito Challenger. Il match è stato seguito da moltissimo pubblico, assiepato in ogni possibile anfratto del Campo 3 perché il Centrale aveva un buco nel programma dopo il ritiro di Giustino. A proposito di programma: sabato le semifinali si giocheranno a partire dalle 13.30 (Gaio-Coria), poi alle 15.30 sarà il turno di Lorenzi-Gabashvili. L’ultimo quarto di finale e le semifinali di doppio (con in campo Simone Bolelli) si giocheranno a partire dalle 12 sul Campo 3. L’ingresso per l’intera giornata costerà 10 euro. 

Ufficio Stampa Trofeo Dimmidisì

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Italiani

Federico Gaio in semifinale a Manerbio: meglio soli o accompagnati? Pro e contro di avere un coach

Il faentino è a Manerbio in solitudine: “Sarebbe meglio avere il mio coach, ma sto trovando continuità e ordine in quello che faccio”. In semifinale sfiderà Coria

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Federico Gaio - ATP Challenger Manerbio 2019 (foto Carlo Monterenzi)

Nel tennis capitano giornate toste, difficili, impegnative. Succede anche di dover giocare due partite in un solo giorno. È quanto accaduto a diversi giocatori al Trofeo Dimmidisì di Manerbio (46.600€, terra). Con cinque ottavi da completare, in mattinata il traguardo delle semifinali era ancora un miraggio. Il primo a centrarlo è stato Federico Gaio, che ha mixato bravura e fortuna nel doppio impegno contro Nino Serdarusic e Lorenzo Giustino. In mattinata, ha difeso a oltranza contro il tennis aggressivo del croato, riuscendo a emergere dopo un inizio complicato (3-6 6-3 6-4 lo score). Nel pomeriggio è stato fortunato, Giustino si è dovuto ritirare dopo appena sei game per un dolore al gomito, frutto di uno sfortunato incidente in mattinata: nel durissimo match contro Pavel Kotov (vinto 1-6 6-4 7-5 in quasi tre ore), nel rincorrere una smorzata si è impuntato sulla terra battuta e, sullo slancio, ha colpito la rete sia con la spalla che con il gomito. Quest’ultimo si è gonfiato: a caldo è riuscito a concludere l’impegno, ma contro Gaio non era in grado di giocare, alzando bandiera bianca sul 4-2 per il faentino. 

“È stata una giornata lunga e difficile – racconta Gaio, alla quarta semifinale stagionale – all’inizio non puoi pensare alla possibilità di giocare due partite, ma concentrarti solo sulla prima. Per esempio, io sono un po’ lento a carburare, quindi mi sono svegliato molto presto per essere pronto già alle 10. Se la giornata diventa molto lunga, sul tardi si può pagare la levataccia”. Non è stato il suo caso, visto che intorno alle 15.30 era già certo del posto in semifinale. Tra l’altro, dopo i vari impegni agonistici, ha accompagnato l’amico Andrea Collarini (appena sconfitto da Lorenzi) all’aeroporto di Malpensa in vista dei prossimi impegni. “Non è facile gestire il tempo tra un match e l’altro – continua Gaio – a volte devi mangiare per prendere qualche energia. Quando non c’è molto tempo, qualcuno non stacca la spina e rimane su di giri. Può essere una strategia, perché se ti rilassi troppo capita di non essere carico a sufficienza. Ognuno ha le sue caratteristiche: basti pensare che Nadal si scalda a lungo, mentre Kyrgios scende in campo con le scarpe da basket…”.

A MANERBIO IN SOLITUDINE – Dopo aver raggiunto il best ranking due anni e mezzo fa (n.146 ATP), Gaio ha vissuto un momento difficile dopo la conclusione del rapporto con coach Daniele Silvestre. Dopo un periodo nella sua Faenza, ha ritrovato il tecnico latinense e i risultati sono tornati. Oggi è numero 177 ATP, con buone prospettive di crescita. “Sono contento del mio periodo di forma. Sto cercando di dare continuità ai risultati e ci sto riuscendo: ho più punti di riferimento, sto mettendo ordine e i risultati stanno arrivando. Una finale, tre semifinali e due quarti di finali negli ultimi due mesi sono un buon bottino”. Detto che in semifinale se la vedrà conFederico Coria, vincitore con un doppio 6-4 su Zsombor Piros in un match piuttosto divertente. (“È tanto che non lo affronto, anche se siamo coetanei dovrò studiarlo un po’”: i precedenti sono 1-1), sta vivendo una bella settimana in solitudine.

Già, perché Silvestre non lo segue in tutti i tornei e Gaio è a Manerbio da solo. Una differenza impressionante rispetto al giovane Tseng, che si era presentato con uno staff di tre persone (un coach dell’accademia Mouratoglou, oltre a un preparatore atletico e un fisioterapista taiwanesi)“Beh, lui ha economie e sponsor differenti – sospira Gaio – avessi le sue, magari girerei anche con i miei amici! Purtroppo non le ho, ma non mi lamento. Restare da solo è difficile perché da fuori si vede tutto meglio, avere una persona che ti indica un paio di cose nei momenti importanti è un bel vantaggio. A volte può essere uno svantaggio quando le cose vanno male, perché ti piangi addosso e chi è con te diventa una scusa per lamentarsi. Se sei da solo, devi essere propositivo e concentrato. Diciamo che ci sono pro e contro: quasi sempre è meglio avere qualcuno, ma va bene così”.

Comunque finisca la sua avventura a Manerbio, Gaio guarda con fiducia al futuro. “In realtà non ho un vero obiettivo per il resto della stagione. Ho bisogno di trovare continuità, è la mia necessità più imminente. Volendo parlare di numeri, ovviamente mi piacerebbe entrare tra i top-100 ATP. Anche raggiungere il best ranking, tutto sommato, vorrebbe dire avvicinarsi al traguardo. Non è impossibile, ne sono convinto, devo aver continuità e adesso mi piace quello che sto facendo”. Sabato le semifinali si giocheranno a partire dalle 13.30 (Gaio-Coria), poi alle 15.30 sarà il turno di Lorenzi-Gabashvili. L’ultimo quarto di finale e le semifinali di doppio (con in campo Simone Bolelli) si giocheranno a partire dalle 12 sul Campo 3. L’ingresso per l’intera giornata costerà 10 euro.

Ufficio Stampa Trofeo Dimmidisì

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ATP

Montreal: Nadal rimonta e travolge Fognini

Un buon Fabio nel primo set, poi Rafa limita gli errori e scappa via senza lasciargli possibilità

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Fabio Fognini e Rafa Nadal - Montreal 2019 (foto via Twitter, @CoupeRogers)

[1] R. Nadal b. [7] F. Fognini 2-6 6-1 6-2 (da Montreal, il nostro inviato)

La sedicesima sfida tra il nostro Fabio Fognini e Rafa Nadal (11-4 per Rafa i precedenti, delle 4 vittorie di Fabio solo una sul cemento, la gran rimonta a New York 2015) va in scena in una bellissima serata. Temperatura perfetta a Montreal, un po’ di vento ma nulla di troppo fastidioso, pubblico entusiasta.

Entrambi non entrano in campo centrati al massimo, l’inizio vede diversi errori gratuiti: nel secondo game Fognini si salva da due palle break, nel terzo Nadal commette un doppio fallo, spara fuori un dritto, ed è lui a perdere il servizio. Il palleggio dello spagnolo sembra un po’ incerto, molto bravo Fabio ad accelerare con il rovescio e mettere pressione nel momento giusto. L’italiano alterna belle cose a errori banali esattamente come l’avversario (almeno due passanti semplici falliti da Rafa), ma è lui a fare la partita attaccando e rischiando, e la cosa gli permette di allungare fino al 3-1. Il momentaccio di Nadal continua, Fognini giustamente sta lì a incassare, e un orribile game da quattro gratuiti di Rafa gli consegna un secondo break, 4-1, il set rischia già di essere compromesso per il favorito del torneo.

 

Alcuni siluri di dritto lungolinea di Fabio strappano applausi convinti a tutto lo stadio, gli errori a ripetizione di Nadal fanno mormorare perplessi molti spettatori. Sta di fatto che in mezz’oretta siamo 5-1, dal nostro punto di vista bene così. Poco dopo è 6-2 Fognini, ottimo set per lui almeno nella seconda parte, malissimo Rafa. 8 vincenti per entrambi, ma 14 gratuiti dello spagnolo (10 Fabio), e soprattutto un brutto 2 su 11 di punti fatti con la seconda palla.

Arriva subito, e non è una sorpresa, la reazione di Nadal, che nel secondo set inizia a spingere con maggiore continuità e precisione e sale 3-0 con un break, senza particolari demeriti di Fabio onestamente. Due game dopo, un gran scambio chiuso dalla palla corta di Fognini porta a una palla del contro-break, ma Rafa si salva e sale 4-1.

Il cambio di marcia di Nadal si fa travolgente, l’azzurro appare quasi frastornato a momenti, perde ancora la battuta e in un attimo è 6-1 per lo spagnolo. Fognini chiama il fisioterapista, e si fa dare una pastiglia, evidentemente sta sentendo qualche fastidio. Il dato che meglio fotografa questo secondo set sono i soli 3 errori di Rafa. Il livello è salito tanto da parte di Nadal, Fabio cerca di tenere botta, ci sono scambi spettacolari, la palla viaggia forte, ma i punti che contano ora li fa tutti lo spagnolo. Ancora break subito dall’italiano all’inizio del set decisivo, Nadal sale 2-0. Fognini ha l’aria sconfortata, gli riescono solo alcune giocate di classe, ma sta cercando di rimanere in partita e fa bene.

Ancora fisioterapista per Fabio al cambio campo, viene sistemata la fasciatura che ha sempre alla caviglia destra. Rafa non si fa impietosire, né impressionare da alcuni ottimi tocchi di Fognini (che è uno tra i pochi a essere capace di fintare la palla corta tanto bene da lasciare fermo un tipo come Nadal), e grazie a un drittaccio dell’azzurro che vola lungo brekka nuovamente, 4-1 e battuta per lui, siamo ai titoli di coda (e a un parziale di 10 game a 2 in questo momento, poco da dire). Un ultimo sussulto di Fabio lo porta a una palla break, ben cancellata dall’avversario, e poco prima che scocchino le due ore di gioco Rafa chiude 6-2. Settantaduesima semifinale “1000” per il fuoriclasse spagnolo, attende il vincente tra Monfils e Bautista Agut (il match, rinviato per maltempo, si giocherà sabato alle 19 italiane), buon torneo in ogni caso per Fognini.

“Lui è uno dei migliori del mondo, un grande talento, sono felice di avercela fatta. Gli ho chiesto cosa avesse avuto al piede, alla fine, ma non è grave per fortuna. Vedervi tutti qui, questo bel pubblico, è quello che mi sprona, è bellissimo“, racconta Rafa a fine match.

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