Podcast Off-Court: The Day(s) After... Wimbledon, pensieri e parole

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Podcast Off-Court: The Day(s) After… Wimbledon, pensieri e parole

Dopo Wimbledon ritorna l’appuntamento con il podcast “a distanza” dei nostri Vanni Gibertini e Luca Baldissera

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Vanni Gibertini (a sinistra) e Luca Baldissera (a destra) se ne vanno da Indian Wells alla fine del torneo

Di ritorno dai Championships, i nostri inviati Vanni Gibertini e Luca Baldissera ragionano sul quello che è successo nel weekend finale, e anche su come ha reagito la comunità degli appassionati alle emozioni della finale maschile. Il tennis italiano comincia il tour estivo da Umago, dove Fognini non sta bene e si ritira e Sinner fa sentire un altro vagito che fa presagire una luminosa carriera.
Il tour femminile annuncia il ‘name sponsor’ per le WTA Finals e si assicura un prize money molto più alto di quello dei colleghi uomini. In conclusione, Vanni e Luca rispondono alle domande degli spettatori.

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Uno contro tutti: il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. L’undicesimo nome è quello di Pete Sampras, che inizierà una lunga monarchia

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Peter Sampras allo US Open 1988

Terminato il 1992 in testa alla classifica mondiale, Jim Courier sceglie di non giocare alcun torneo prima degli Australian Open. A Melbourne difende il titolo conquistato l’anno precedente battendo in finale Stefan Edberg e il risultato si ripete pressoché identico dodici mesi più tardi. Il n.1 arriva in finale senza aver perso alcun set e domina lo svedese per metà partita; poi Edberg si riprende, fa suo il terzo e nel quarto spreca diverse occasioni per trascinare il rivale al tie-break prima di arrendersi per 7-5. Due settimane dopo, a Memphis, Jim allunga la sua striscia ma stavolta è chiamato a risolvere diverse situazioni complicate e in finale il connazionale Todd Martin sfiora il colpaccio. Neanche il tempo di gioire che dal Tennessee è già ora di spostarsi a Philadelphia e lì Courier perde al primo turno con Derrick Rostagno.

Il ragazzo, di origini italiane ma nato a Hollywood, è famoso soprattutto per essersi trovato avanti di due set a zero contro Boris Becker al secondo turno degli US Open 1989 e di aver avuto due match-point a favore nel tie-break del quarto set, il secondo dei quali annullato dal tedesco – che poi avrebbe vinto il titolo – con l’ausilio del nastro. In Pennsylvania però Rostagno non trema e porta a casa la sua unica vittoria in carriera contro un numero 1 del mondo, carriera che si chiuderà con un solo titolo all’attivo (New Haven 1990) ma diverse vittorie contro tennisti di primissimo livello.

Il ko di Philadelphia ha dato modo a Courier di rifiatare e gli effetti si vedono subito a Indian Wells, dove arriva il terzo titolo stagionale battendo Ferreira in finale ma la sensazione è che la programmazione del numero 1 sia troppo intensa, tanto che a metà aprile sono già otto i tornei disputati. Il settimo, di questi tornei, gli è però fatale. Dopo aver perso con Woodforde a Miami e con Mansdorf a Osaka, è Tokyo la città del sorpasso. Nella capitale del Giappone Courier si fa sorprendere al terzo turno da Jonathan Stark mentre Pete Sampras mette le mani sulla coppa e gli soffia la prima posizione nel ranking ATP. Il cambio della guardia avviene il 12 aprile ma Courier, che da numero 2 otterrà ottimi risultati (le finali al Roland Garros e Wimbledon e i titoli di Roma e Indianapolis), avrà l’opportunità di aggiungere le ultime tre settimane al suo regno in prossimità e durante gli US Open. A New York, Jim perde negli ottavi con Pioline e il francese lo sostituisce in finale dove però rimedia solo undici giochi con Pete Sampras. In totale il regno di Courier è durato 58 settimane, durante le quali ha giocato 100 incontri (79 vinti) e 25 tornei (6 vinti).

Per chiudere il discorso relativo a Jim Courier, abbiamo cronologicamente trascurato i primi giorni della lunga monarchia di Pete Sampras. Ancora una volta, lo scettro mette pressione al detentore e nemmeno Sampras si sottrae alla regola. Vero è che, dopo il debutto vittorioso a Hong Kong (battendo proprio Courier in finale), Sampras si sposta sulla superficie meno amata (la terra) ma il ko di Atlanta con l’olandese Jacco Eltingh, n.87 del mondo, è duro da digerire mentre è più comprensibile la sconfitta in semifinale a Roma con Ivanisevic. Alla vigilia del Roland Garros il nuovo n°1 decide di continuare il rodaggio partecipando con gli USA alla World Team Cup di Dusseldorf e aggiunge un trofeo alla sua lista battendo Stich nella vittoriosa finale con la Germania. L’unica nota negativa della settimana è stata la pesante sconfitta con Bruguera (6-3 6-1), antipasto del replay che avviene a Parigi nei quarti di finale, dove Sampras lotta un po’ di più ma perde in quattro set dal futuro vincitore del torneo.

 

L’impatto con l’erba, ovvero il terreno che gli darà le maggiori soddisfazioni negli anni a venire, è a dir poco traumatico. Al Queen’s, Pete esce subito per mano di Grant Stafford; il sudafricano è appena il settimo tennista classificato oltre la centesima posizione del ranking ad aver battuto il re in quasi vent’anni di classifiche stilate dal computer. Peraltro, dopo tante settimane passate a “pedalare” sul rosso, un ingresso zoppicante sull’erba ci può anche stare; l’importante è non perseverare e infatti Sampras fuga subito ogni dubbio alzando la coppa di Wimbledon dopo aver eliminato nei quarti il campione uscente Agassi e in finale di nuovo Jim Courier in quattro set.

Forse appagato, Sampras rimedia quattro sconfitte in preparazione agli US Open ma se a Montreal, con Brett Steven, si arrende in due partite, nelle altre tre occasioni gli è fatale il tie-break del terzo set: con Krajicek a Los Angeles, con Edberg a Cincinnati e infine con Patrick Rafter (altro over-100) a Indianapolis. Ma, come abbiamo ricordato in precedenza, quando arriva lo Slam Pete cambia marcia e a New York gli unici a strappargli un set sono Daniel Vacek e Michael Chang; troppo poco per impedirgli di tornare sul trono degli US Open (tre anni dopo la prima volta) e su quello mondiale. Il settennato di Pete non sarà esente da minacce e in questo lungo periodo Sampras si vedrà usurpare il trono ben 11 volte e conoscerà sette nuovi re ma non perderà mai di vista quello a cui tiene maggiormente, ovvero essere in testa alla fine della stagione.

La prima delle sei consecutive (1993-1998) che chiude al comando è dunque quella in corso, la cui coda sul sintetico lo vede protagonista in Europa. I titoli di Lione a Anversa mitigano la prematura eliminazione a Stoccolma (battuto da Carlos Costa) e il ko rimediato nei quarti a Bercy per mano di Ivanisevic. I due Masters in terra tedesca lo vedono favorito ma sia a Francoforte che a Monaco il trofeo lo alzano altri; nell’ATP World Tour Championship conquista la finale imbattuto ma due tie-break lo condannano alla sconfitta con Michael Stich (7-6 2-6 7-6 6-2) e ancora peggio va nella semifinale della Grand Slam Cup in cui Korda si impone 3-6 7-6 3-6 7-6 13-11 dopo aver salvato ben cinque match-point.

L’inizio del 1994 fa ben sperare gli avversari del n.1 del mondo. A Doha, Sampras diventa il secondo leader ATP a perdere da un tennista classificato oltre la duecentesima posizione mondiale: a eliminarlo al debutto è infatti il marocchino Karim Alami (205), qualificato e già in procinto di partire per Jakarta, dove avrebbe dovuto disputare le qualificazioni. Sampras inizia bene ma, come ammetterà lui stesso, “ad un certo punto ho perso il servizio e non l’ho più ritrovato”. C’è anche chi sostiene che Pete, incassato l’ingaggio, non si sia impegnato più di tanto per rimanere a lungo nel caldo umido del Qatar e quanto succede in Australia parrebbe corroborare questa tesi. Tra Sydney e Melbourne, infatti, lo statunitense torna padrone del vapore e solo un giovane russo, al secondo turno dello slam di Flinders Park, lo fa tremare tenendolo in campo fino al 9-7 del quinto set: Yevgeny Kafelnikov. Per il resto, battendo Todd Martin in finale Sampras entra nei libri di storia quale secondo tennista nell’Era Open capace di aggiudicarsi tre Slam consecutivi e questo gli darà ulteriore motivazione per ben figurare al Roland Garros.

Anche se Parigi è lontana quasi cinque mesi, Sampras sembra intenzionato a tenere un ritmo elevatissimo e, dopo aver perso di nuovo con Eltingh a Philadelphia (peraltro con lo stesso score di Atlanta 1993, ovvero 7-6 6-4), il n.1 spazza via la concorrenza per cinque tornei consecutivi: Indian Wells, Miami, Osaka, Tokyo e Roma. Il Sampras che travolge Becker 6-1 6-2 6-2 nella finale degli Internazionali d’Italia può legittimamente aspirare a far centro anche al Roland Garros e non è certo la sconfitta subita a Dusseldorf in World Team Cup contro Stich ad abbassarne la fiducia. In Francia, i primi quattro turni non presentano grosse difficoltà ma nei quarti è l’orgoglio di Jim Courier a interrompere il sogno del “Sampras-Slam” alimentando l’idiosincrasia di Pete nei confronti del major parigino.

Nonostante la sconfitta in finale al Queen’s per mano del connazionale Todd Martin, l’erba ridona il sorriso a Sampras che si conferma campione a Wimbledon perdendo appena un set – proprio contro Martin in semifinale – nell’intero torneo. Dopo una complicata sfida di Davis a Rotterdam, in cui gli Stati Uniti battono l’Olanda 3-2 ma è Jim Courier a rimediare alla sconfitta di Pete con Krajicek nella terza giornata, il n.1 salta l’intera stagione americana a causa di una tendinite e si presenta agli US Open a corto di condizione. Sperando di trovare la forma nel corso del torneo, Sampras supera i primi tre turni senza eccessive difficoltà ma in un caldo e afoso pomeriggio di ottavi di finale si fa trascinare al quinto set dal peruviano Jaime Yzaga, tennista in cui il talento e la rapidità hanno sopperito a un deficit di potenza. La sfida resterà negli annali del torneo e Sampras, pur dando fondo a tutte le sue energie, deve cedere con lo score di 3-6 6-3 4-6 7-6 7-5. Negli spogliatoi, Pete trova l’amico Gerulaitis a dargli conforto senza sapere che sarà il loro ultimo incontro; Vitas morirà tragicamente un paio di settimane più tardi, avvelenato dal monossido di carbonio di una stufa difettosa.

Nel rush finale del 1994, Sampras deve vedersela quattro volte con Magnus Larsson. Riesce a batterlo in Davis Cup (dove però gli USA cedono in trasferta alla Svezia), a Stoccolma e nella finale di Anversa ma nell’ultimo torneo stagionale, la Grand Slam Cup, lo scandinavo gli nega l’impresa di aggiudicarsi entrambi i Masters battendolo in finale 7-6 4-6 7-6 6-4. Certo, la vittoria nell’ATP World Tour Championship ha maggiore rilievo (anche perché ottenuta battendo Becker in finale dopo essere stato sconfitto dal tedesco nel round-robin) ma la doppietta sarebbe stato un risultato di grande spessore. L’appuntamento però è solo rimandato di qualche anno; ne riparleremo nella prossima puntata.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – TREDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1993COURIER, JIMROSTAGNO, DERRICK67 16FILADELFIAH
1993COURIER, JIMWOODFORDE, MARK36 62 26MIAMIH
1993COURIER, JIMMANSDORF, AMOS57 67OSAKAH
1993COURIER, JIMSTARK, JONATHAN46 26TOKYOH
1993SAMPRAS, PETEELTINGH, JACCO67 46ATLANTA  C
1993SAMPRAS, PETEIVANISEVIC, GORAN67 26ROMAC
1993SAMPRAS, PETEBRUGUERA, SERGI36 16WORLD TEAM CUPC
1993SAMPRAS, PETEBRUGUERA, SERGI36 64 16 46ROLAND GARROSC
1993SAMPRAS, PETESTAFFORD, GRANT75 57 46QUEEN’SG
1993SAMPRAS, PETESTEVEN, BRETT67 36CANADA OPENH
1993SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD46 63 67LOS ANGELESH
1993SAMPRAS, PETEEDBERG, STEFAN76 57 67CINCINNATIH
1993SAMPRAS, PETERAFTER, PATRICK67 76 67INDIANAPOLISH
1993COURIER, JIMPIOLINE, CEDRIC57 76 46 46US OPENH
1993SAMPRAS, PETECOSTA, CARLOS67 62 16STOCCOLMAS
1993SAMPRAS, PETEIVANISEVIC, GORAN67 57PARIGI BERCYS
1993SAMPRAS, PETESTICH, MICHAEL67 62 67 26MASTERS S
1993SAMPRAS, PETEKORDA, PETR63 67 63 67 1113GRAND SLAM CUPS
1994SAMPRAS, PETEALAMI, KARIM63 26 46DOHAH
1994SAMPRAS, PETEELTINGH, JACCO67 46FILADELFIAS
1994SAMPRAS, PETESTICH, MICHAEL63 67 26WORLD TEAM CUPC
1994SAMPRAS, PETECOURIER, JIM46 75 46 46ROLAND GARROSC
1994SAMPRAS, PETEMARTIN, TODD67 67QUEEN’SG
1994SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD62 57 67 57DAVIS CUPH
1994SAMPRAS, PETEYZAGA, JAIME63 36 64 67 57US OPENH
1994SAMPRAS, PETEEDBERG, STEFAN36 RIT.DAVIS CUPS
1994SAMPRAS, PETEBECKER, BORIS46 46STOCCOLMAS
1994SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE67 57PARIGI BERCYS
1994SAMPRAS, PETEBECKER, BORIS57 57MASTERS S
1994SAMPRAS, PETELARSSON, MAGNUS67 64 67 46GRAND SLAM CUPS


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Niente finale a Wimbledon, ma l’erba del tennis cresce anche in Friuli

Voglia di tennis in stile Wimbledon? In Friuli-Venezia Giulia, a Gradisca d’Isonzo, c’è un campo in erba, verissima, grazie alla passione della famiglia Rizzotti

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Il campo di Gradisca d'Isonzo (dal profilo Facebook del ristorante 'Al Ponte')

Nostalgia di Wimbledon? Oggi, 12 luglio, avrebbe dovuto esserci la finale… Ebbene, alle porte di una ridente cittadina del Friuli-Venezia Giulia possiamo ritrovare le sensazioni del tennis su erba naturale. Non avrà l’aura sacra e centenaria del manto erboso di Church Road ma il campo in erba, verissima, di Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia, rappresenta una vera chicca per gli appassionati del tennis d’antan. Noi siamo andati a vederlo e abbiamo incontrato gli artefici di questa tanto apprezzata quanto originale iniziativa.

È una bella storia quella che c’è dietro a questo meraviglioso campo, quella della grande passione per il tennis di Fabiano Rizzotti e di suo figlio Marco. La famiglia Rizzotti è nota da decenni in regione, per il grande savoir faire in campo enogastronomico, e da diversi anni ha ampliato la propria attività di ristorazione con una struttura alberghiera, sorta nell’area retrostante il loro storico ristorante “Al Ponte” di Gradisca d’Isonzo. Nel cuore di un’ampia zona verde intorno all’hotel, dal 2014 è stato allestito anche un campo da tennis, l’unico in erba vera, ad oggi, in Friuli-Venezia Giulia e uno dei pochi presenti in Italia (ne troviamo anche in provincia di Rovigo, Brescia e Cagliari).

Foto di Laura Guidobaldi

Si tratta di un campo dalle misure regolamentari: l’area complessiva misura 800 metri quadrati (40×20) compresi gli spazi per il bordocampo in cui sono state posizionate panchine, sedie e l’impianto di irrigazione.

 

L’erba è la stessa dell’All England Club? “Purtroppo il tipo di erba di Wimbledon non resisterebbe al clima di questa zona, in agosto fa troppo caldo” ci ha spiegato Marco Rizzotti che, peraltro, nel 2010, ha avuto modo di visitare l’impianto di Wimbledon.

Abbiamo optato per un’erba che si adatti bene al clima locale, quella utilizzata anche per i campi da golf in regione“. Infatti, pur essendo una regione settentrionale, la zona sud del Friuli-Venezia Giulia, grazie alla costa, presenta un microclima quasi mediterraneo, con estati molto calde e, a volte afose. “Ma è comunque un’ottima erba per giocarci” continua Marco, “e la palla schizza via veloce, non è sempre facile averne il controllo, ci vuole una certa abilità. Il periodo ideale per questi campi va dalla primavera fino a settembre, in questi mesi a volte organizziamo dei tornei interni e amatoriali, di singolare e doppio, con tanto di trofeo. Per la realizzazione delle righe, ci siamo dotati di una vera e propria macchina traccialinee, proprio come quella utilizzata a Wimbledon!“.

Il campo è stato realizzato con uno scavo iniziale profondo 50 centimetri, con uno strato di sassi grossi e via via con ciottoli più piccoli per il drenaggio dell’acqua. L’ultimo strato è costituito da terriccio e sabbia.

Il campo di Gradisca d’Isonzo (dal profilo Facebook del ristorante ‘Al Ponte’)

Dopodiché, sono stati posizionati dei lunghi rotoli d’erba naturale. “Il giardiniere tratta il manto erboso ogni due-tre settimane con dei prodotti antinfestanti per limitare la crescita delle erbacce. La manutenzione è alquanto complicata” conferma Marco, “le erbacce invadono facilmente il prato. L’erba viene tosata con una macchina tagliaerba elicoidale, anche due volte alla settimana“.

Il campo infatti appare perfettamente rasato. “L’irrigazione, automatica, viene effettuata due volte al giorno, mattina e sera e, nei giorni i più caldi, anche verso mezzogorno” ci spiega Rizzotti. “Il campo non è dotato di luci artificiali. In estate, c’è buona visibilità fino alle 20 circa ma, soprattutto, con il calar della sera si forma la rugiada e il terreno diventa molto scivoloso. Durante l’inverno il campo non è coperto e l’erba non viene tagliata. Lo lasciamo così. Tuttavia, il manutentore ci mette un prodotto antigelo tra novembre e dicembre. Poi, tra marzo e aprile, lo “arieggia” carotando il prato con uno strumento apposito“.

Insomma, un gran lavoro, sorretto da una grande passione, soprattutto considerando il fatto che non si tratta di una struttura sportiva e di un circolo tennis in particolare, bensì di un campo privato, per la gioia della famiglia Rizzotti, degli appassionati locali del tennis su erba e, naturalmente, dei clienti dell’albergo.

Così, da qualche anno, il tennis in Friuli si tinge anche di un bel verde naturale. E, soprattutto, in questa stagione 2020 sinistrata dal coronavirus, il tennis green di Gradisca lenisce un po’ della forte nostalgia dell’amato Wimbledon.

Foto di Laura Guidobaldi

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Lettere al direttore: lo US Open salterà? E il Roland Garros? I furti cechi. Troppo buoni con Djokovic?

Ma Federer e Nadal che hanno detto e fatto? La WTA arriva sempre dopo l’ATP ma non sul campo. COVID-19: l’irrisolto problema della quarantena. Gli Internazionali d’Italia tifano per il calcio. Il doping spagnolo

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I trofei dello US Open (foto via Twitter, @usopen)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Ho molto apprezzato lo sforzo di Ubitennis per reagire al COVID 19 con i suoi vari podcast, gli interventi domenicali su Facebook del duo cult Gibertini&Baldissera (che però non scrive più i suoi spunti tecnici…è pigrizia o ha troppo da fare?), l’UBIRadio, le videointerviste di lei direttore con i grandi del passato e non solo (Wilander un grande!) che ora ci arrivano anche via Facebook, il nuovo look&feel di Instagram…bravi, anzi bravissimi a inventarvi sempre qualcosa di nuovo, ma quanto vi manca il vero tennis? O considerate tale anche quello dello sfortunato AdriaTour, l’Ultimate Tennis Show, le esibizioni di Kitzbuhel e le varie americanate? Ritiene che l’US OPEN si giocherà? E Il Roland Garros?Giulio (Bitonto)

Grazie dei complimenti che naturalmente estendo a tutta la redazione. Certo che ci manca il vero tennis, ma mentre l’ATP prende le sue decisioni anticipando quelle della WTA che li copia, poi curiosamente il primo torneo vero che vedremo sarà un torneo femminile, quello di Palermo con una partecipazione che abbiamo definito da ‘Premierino’ e che ora si è arricchita della certa presenza di Simona Halep, n.2 del mondo dopo essere stata n.1 dal 26 febbraio 2018 al 28 gennaio 2019. Con altre due campionesse del Roland Garros, Kuznetsova e Ostapenko, e altre cinque tenniste comprese fra le top 20 (Sabalenka, Martic, Rybakina, Vondrousova e Sakkari), il torneo di Palermo vede premiato il coraggio dei responsabili del Country Club.

Riguardo alla sua domanda, direi che dopo che sia ATP sia WTA hanno deciso di non considerare più obbligatoria la partecipazione dei giocatori a qualunque torneo, proteggendo comunque i punti conquistati nella finestra di 22 mesi, penso che i giocatori europei tenderanno a giocare in Europa, oggi più apparentemente “safe”, e gli americani in America anche per via dell’irrisolto problema delle quarantene. Per andare e per tornare. Continuo a osservare la decisa volontà dell’US Open ad andare avanti ma… spero proprio non a tutti i costi. Come mi ha detto nella sua intervista esclusiva Matteo Berrettini, “in America non si può andare a cuor leggero”. Mi pare abbia ragione sacrosanta. E quando ha aggiunto, “non mi stupirei troppo se alla fine l’US Open venisse cancellato”, beh, anch’io non mi stupirei, anche se l’ottimismo americano (non quello di Trump eh) mi pare quasi encomiabile.

Sono un popolo di guerrieri, in fondo, gli americani. Hanno combattuto sempre da tutte le parti, anche quando non era necessario. Una volta che si mettono in testa di lottare, non si arrendono facilmente. Ma ogni tanto (Vietnam e non solo) finiscono però per soccombere. Sono più ottimista sul conto del Roland Garros. Che ha già annunciato una presenza del pubblico al 50/60 per cento, anche se non ho capito con assoluta certezza se quando il Governo ha proibito eventi sportivi e musicali con più di 5.000 spettatori si poteva riferire – nel caso specifico – all’affluenza totale del Roland Garros o a quella, eventuale, di un singolo stadio, tipo il nuovo Philippe Chatrier… con magari tanti altri spettatori liberi di frequentare anche il Suzanne Lenglen. In fondo potrebbero, opportunamente separati e chiusi l’uno all’altro reciprocamente, essere considerati due stadi diversi.

Per gli Internazionali d’Italia invece si aspetta che il Governo… ceda alla pressioni delle società di calcio. Che secondo me la spunteranno, perché di tribune vuote e mancati guadagni non ne possono più. Anche le audience tv ne stanno risentendo. Sono in calo progressivo, dopo la prima riapertura. Anche ai…telesportivi seduti un calcio senza rumori, applausi, urla, esultanze, non piace proprio. Quando le società di calcio avranno vinto la loro battaglia, le pressioni sul Governo e il ministro Spadafora sono tante, anche la FIT e gli Internazionali d’Italia brinderanno. Per ora non possono vendere un biglietto (oltre a quelli già venduti e non rimborsati).

 

Direttore buonasera volevo chiederle una curiosità o meglio avere lumi su un mio ricordo. Io sono un grande appassionato di tennis e un incontro che ancora ora non sono riuscito a digerire è la famosa finale di coppa Davis 1980 tra l’Italia e la Cecoslovacchia nella quale penso che in quei due giorni il tennis non sia esistito. Le partite di tennis più scandalose più assurde e più rubate del tennis mondiale. Le volevo chiedere è vero o mi ricordo male io che ai tempi ero giovanissimo durante uno scambio la pallina rimbalzo addirittura tre volte e il punto venne dato lo stesso alla Cecoslovacchia… Una vergogna inaudita… In attesa di una sua cortese risposta porgo distinti salutiMassimo Maggiani

Ricordo bene anch’io quella finale a Praga di Coppa Davis. Talmente bene che mentre non ricordo il nome della stragrande maggioranza degli arbitri di Coppa Davis per gli incontri dell’Italia, ricordo bene quello dell’ineffabile Antonin Bubenik. Un ingegnere informatico – ricordo perfino la professione! – trasformatosi in ladro patentato, pace all’anima sua.

Fu la quarta finale in cinque anni giocata da Panatta, Barazzutti e Bertolucci. L’ultima di quello squadrone che in Cile 1976 aveva vinto quella che è rimasta la nostra unica Davis conquistata. Quel che non ricordo è se c’era anche Zugarelli o meno. Ma nella terza giornata giocò Gianni Ocleppo e non so se il tennista di Alba era stato portato come riserva aggiunta, come quinto giocatore oppure quarto. Se il risultato ufficiale fu 4-1, in realtà dopo la seconda giornata eravamo già sotto 3-0 e gli ultimi due singolari, Barazzutti b. Smid 3-6 6-3 6-2 e Lendl b. Ocleppo 6-3 6-3 furono giocati a risultato acquisito e sui due set su tre. Se gli incontri senza significato si trasformarono da tre su cinque in due su tre, il merito fu di Nicola Pietrangeli che sollecitò l’ITF a modificare il regolamento.

Era inverno pesante, c’era neve e ghiaccio dappertutto nel weekend 5-7 dicembre, ma Praga era bella come sempre. Lo Sportvotni Hala un po’ meno. Un palazzo dello sport quasi lugubre. Avevo fatto a mia madre, rimasta vedova di mio padre nell’agosto ’78, il regalo di riportarla dove era stata con papà, insieme a un gruppo di soci del CT Firenze, incluso il presidente federale Paolo Galgani che era mio ottimo amico – avevamo giocato insieme a tennis mille volte alle Cascine, e anche alla Peppa – anche se lo criticavo più di quanto critichi Binaghi per la sua gestione federale assai poco manageriale. Ma Galgani ha subito le mie critiche – che gli pesavano assai uscendo su La Nazione, il giornale di Firenze dove lui esercitava la sua professione – con altro stile rispetto al presidente sardo. D’altra parte “Paolone” come lo chiamavano tutti, faceva l’avvocato penalista, non il manager.

È vero, l’arbitraggio ceco fu scandaloso, ma Panatta non avrebbe dovuto comunque perdere da Smid nel primo singolare, soprattutto dopo aver vinto 6-3 6-3 i primi due set. La superficie era rapidissima, il pubblico… pessimo. Ogni punto degli italiani veniva fischiato in maniera assordante, quelli dei cechi sollevavano boati. Un gruppo di tifosi italiani non riuscì a subire a lungo, cercò di rendere pan per focaccia. Un furto più clamoroso degli altri scatenò una bolgia. Intervenne la polizia ceca che sequestrò bandiere tricolori e portò via di peso un tifoso italiano che era il fratello di un senatore del PCI, Amilcare Barca. Galgani fece interrompere il match e disse che se non avessero liberato e rimandato in tribuna quel nostro tifoso, gli azzurri non avrebbero ripreso a giocare. Gli fu data vinta, ma la concentrazione dei nostri andò a farsi benedire. Adriano perse tre set di fila, 6-3 6-4 6-4. E nessuno si illuse quando Barazzutti vinse il primo set contro il ventenne Lendl. Il ceco su quella superficie era troppo più forte e gli lasciò solo quattro game, 6-1 6-1 6-2 nei successivi tre set.

Non a caso i cechi, che non avevano mai vinto la Coppa Davis nonostante le grandi tennistiche, i Drobny, i Kodes, rimisero con grandissima faccia tosta il signor Bubenik sul seggio arbitrale. Panatta e Bertolucci contro Smid e Lendl vinsero primo e terzo set, ma sempre in quell’atmosfera incandescente, finirono per perdere al quinto: 3-6 6-3 3-6 6-3 6-4. Addio sogni di gloria e tanti rimpianti per aver dovuto disputare sei finali di Davis sempre all’estero, sempre in trasferta, in tempi in cui di Bubenik ne potevano capitare… ma non accadde mai per la verità in Australia dove l’Italia aveva perso le altre sue finali, né l’anno prima a San Francisco dove nel 5-0 inflittoci da McEnroe, Gerulaitis, Smith e Lutz gli azzurri non vinsero neppure un set. I furti cechi furono comunque così vergognosi che dall’anno successivo l’ITF impose terne arbitrali neutre almeno nelle finali di Davis, e piano piano anche negli altri scontri precedenti.


Gentile direttore Scanagatta, grazie per aver risposto sul sito alla mia lettera riguardo al suo prezioso archivio di VHS con le storiche telecronache. Neanche a farlo apposta, sulla rivista “Eurosat” di questo mese c’è un servizio intitolato “Salviamo i video analogici convertendoli in digitale”: a questa mail allego gli screenshot delle pagine della rivista, se ha tempo di dare un’occhiata per curiosità. Se riesce a trovare qualche volontario per questa operazione, secondo la rivista lo strumento che serve per convertire si chiama “video grabber” e in vendita si trova anche a 26 euro… Grazie ancora e cordiali salutiAlberto (Milano)

Caro Ubaldo, sono un appassionato di tennis, soprattutto in TV dato che con la racchetta sono davvero scarso, ed io letto che le farebbe piacere se un volontario trasferisse in digitale i suoi archivi vhs e cartacei. Se vuole sarei disponibile a tentare l’impresa… Mi faccia sapere. PS sono stato grande tifoso di supermac. Saluti – Paolo

Ringrazio sia Alberto sia Paolo. E ringrazierò chiunque altro sia interessato a darmi mano per cercare di sistemare digitalizzandolo il mio enorme archivio. Paolo non potrebbe farcela da solo. Ci sono videocassette con interviste “amarcord” dell’epoca Tele+, anni 90 fino ai primi anni 2000, ma soprattutto ci sono tanti faldoni quante le lettere dell’alfabeto con lì raccolti articoli in italiano e altre lingue su tutti i giocatori dal ’70 in poi. E in un armadio a quattro ante raccolte che riguardano i quattro Slam, senza contare i 700 libri cui ogni settimana se ne aggiungono di nuovi… Uno di Luca Appino, “Viaggio alla scoperta del talento” mi è arrivato ieri, un altro di Steve Flink su Pete Sampras e scritto con l’aiuto di Pete, mi dovrebbe arrivare a giorni. Mi piange il cuore a veder finire tutto al macero quando non ci sarò più. È un piccolo tesoro.


Salve Direttore, in questi giorni siamo bombardati di “idee rivoluzionare” per cambiare il nostro amato gioco. E’ chiaro, da quanto sopra affermato, che io mi schiero contro questo cambiamento radicale a mio avviso dettato da interessi economici e di potere. Io invece ritengo che uno delle caratteristiche principali e più affascinanti di una partita di tennis è il fatto che sai a che ora inizia ma non sai quando finisce. Non mi dilungo ma vorrei conoscere il suo parere al riguardoSalvatore Perna

Noi siamo d’accordo, ma siamo anche old generation. I produttori televisivi non la pensano come noi. I giovani… non so, ma vanno sempre più di fretta. Non guardano nemmeno più la tv. Però se vanno a vedere uno Slam – anche a New York dove tutti sembrano avere più fretta che altrove – restano a vedere il quinto set anche alle due di notte. Il tennis tradizionale non ha stancato. Ma se Mouratoglou sostiene che il tennis tradizionale non affascina i giovanissimi forse avrà fatto i suoi studi. Anche se non credo che l’età media degli appassionati sia 61 anni come dice lui.

Ultimate Tennis Showdown 2020

Argomento scomodo e che mi pare poco trattato è la questione doping. Come possiamo accettare da sportivi che in Italia venga squalificato con irregolarità marchiane un marciatore, addirittura la fidanzata pattinatrice ed invece in Spagna al giudice che indaga sul doping vengano tolte e distrutte le prove? Non mi piace fare dietrologia, ma non è accettabile che si venga a conoscere un dopato tra i primi 10 del mondo (Agassi) solo perchè lo dichiara lui (a fini giornalistico-letterari…). Voi mettereste una mano sul fuoco per gli spagnoli? Eppure, sono sotto gli occhi di tutti infortuni e riprese con masse muscolari che cambiano…Mi scuso per la lunghezza, grazie comunque per l’attenzioneAntonio (Moisè)

La sua non è dietrologia, ma non è nemmeno oro colato. La vicenda Agassi ha dimostrato la scarsa credibilità di un sistema che sotto un’unica sigla – l’ATP di allora prima dell’ingresso WADA – riuniva controllanti e controllati. Prestandosi a pateracchi evidenti, neppur tutti emersi. Le illazioni sulle situazioni spagnole cui lei fa riferimento restano, appunto, illazioni, fino a che non verranno provate. La mano sul fuoco non la metterei su nessuna situazione, spagnola come extra spagnola. Ma non la metterei neppure su quanti danno per scontate – magari perché tifosi antagonisti di questo o quello spagnolo – quelle illazioni, ad oggi destituite di fondamento probatorio. Io, che pure sono tifoso viola e come tale non simpatizzante della Juventus – seppure mio padre, piemontese, fosse proprio tifoso della Juve, così come i miei più adorati cugini – ho letto in passato tante volte pesanti illazioni (non solo da parte di Zeman) sui giocatori della Juventus di una certa epoca, ma finché non verrà fuori una prova sicura e una sentenza di colpevolezza, per me restano pure illazioni e non mi fiderò di una muscolatura più o meno cresciuta in tempi che alcuni considerano sospetti. Se si dà dietro ai sospetti si vive male. Nello sport soprattutto bisognerebbe starne lontani. Salvo, per chi di dovere, espletare tutte le investigazioni del caso con scrupolosa serietà e autonomia di giudizio.


Gentile Direttore, da quando ero piccolo mio papà mi ha impartito – con voce stentorea – un insegnamento che diceva così: “la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”. Per cui quando leggo che Djokovic si difende affermando che “le sue intenzioni erano sincere”, non posso che riandare con la mente a lui e ritenere che, come giustificazione, sia poca cosa. Ma poi, erano così sincere le intenzioni di Nole? Non stava forse cercando di usare politicamente l’Adria Tour per suggerire all’ATP di rendere le restrizioni previste per la ripartenza più blande, visto che lui pare essere abbastanza avverso ai protocolli attualmente previsti? Grazie per l’attenzioneFederico Pavan (Chioggia)

P.S. ho avuto la fortuna di partecipare all’ubiraduno del 2014; poi la mia vita ha preso direzioni impreviste, ancorchè soddisfacenti, ma conserverò sempre un piacevole ricordo dell’incontro con lei e con Rino Tommasi.

Novak Djokovic ha peccato in leggerezza credendo in buona fede che l’incidenza del Covid-19 fosse assolutamente scemata, ma dopo che nel suo Paese si era dato via libera a incontri di calcio, di basket con decine di migliaia di spettatori. Ha esagerato con la discoteca, le feste etcetera. Siccome è tutt’altro che stupido credo che se ne sia reso conto lui per primo. Però condivido quel che ha dichiarato Gilles Simon, un tennista dei più intelligenti e il cui pensiero abbiamo riportato. Può essere che Djokovic abbia forzato la mano con l’idea di dar forza alle sue tesi che, in quel momento, gli facevano ritenere troppo restrittivi i progetti americani relativi alla “bolla”, al ridimensionamento dei team al seguito dei tennisti.

Però è anche vero che Djokovic è un campione che potrebbe tranquillamente disinteressarsi dei problemi dei giocatori che guadagnano meno, delle situazioni di politica gestionale all’interno dell’ATP (Coppa Davis, ATP Cup, premi, costruzione di un sindacato giocatori a tutela dei più deboli, classifiche, magari pure di come debba essere organizzato uno Slam in tempi di Covid-19, se debba essere accettato che uno Slam come il Roland Garros monti sopra a tutto un calendario senza preavvertire nessuno… e via dicendo). Tanti giocatori che sono stati n.1 del mondo, o anche solo top-ten, hanno badato solo a se stessi, se ne sono fregati di occuparsi di tutto il resto. Federer si è subito operato e ha detto arrivederci all’anno prossimo e chi s’è visto s’è visto, Nadal non ha mosso un minimo accenno critico alla mossa del Roland Garros di irrompere nel calendario di fine settembre, Wawrinka chi l’ha sentito, Zverev ha fatto un po’ la figura del pisquanello, Tsitsipas si è rifugiato dal quasi connazionale Mouratoglou, Fognini ha giocato a tennis con Flavia, Monfils non ha detto nulla, Stakhanov Thiem ha cercato soltanto di giocare ovunque glielo hanno proposto.

Insomma, in tempi di Covid-19 molti non hanno aperto bocca, o l’hanno fatto soltanto con uscite banali, populiste, demagogiche. Senza prender posizioni più chiare su troppe situazioni nelle quali si potevano o ledere certi interessi o ritrovarsi al centro di probabili polemiche. Djokovic – e non solo per essersi generosamente impegnato ad affrontare problemi delle vittime del Covid-19 nel suo e nel nostro Paese – la faccia ce la mette sempre. Anche su questioni scomode. Come – giusto per dirne una, anche se non mi era piaciuto il suo sostegno a un soggetto discutibile come Gimelstob – quella del defenestramento di Chris Kermode, bravo per molti versi ma anche troppo morbido con gli Slam che hanno continuato a lasciare briciole dei loro guadagni mostruosi ai giocatori e sempre eccessivamente prono ai desiderata dei big, nei cui confronti invece è stato iperprotettivo: quel che è stato concesso alla Laver Cup, sia in termini di credibilità statistica sia in termini della data concessa (e sottratta alla Coppa Davis dell’ITF) è al di fuori del bene e del male. In troppe vicende lui si è esposto e gli altri top-players no. Chiaro che chi fa ha anche molte più possibilità di sbagliare. Mentre chi se ne sta zitto e coperto non sbaglia mai. Ma, per me, non ha più ragione.


P.S. Gran bel gesto quello di Wimbledon di riversare 10 milioni di sterline a 620 giocatori che non hanno potuto partecipare ai Championships, tabelloni principali e qualificazioni, pur avendone il diritto. È più facile essere signori quando si è ricchi, ma tanti ricchi non sono signori. Da Wimbledon un altro segnale di gran classe. E non stupisce. Wimbledon è Wimbledon.


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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