Numeri: Rafa, poco cemento ma buono, ricambio al vertice tra le donne

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Numeri: Rafa, poco cemento ma buono, ricambio al vertice tra le donne

I numeri della settimana: Dimitrov fuori dai primi 70 dopo 7 anni, Tsitsipas perde il ritmo, Medvedev invece non l’ha mai perso

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Rafa Nadal - Montreal 2019 (foto via Twitter, @CoupeRogers)

2- le tenniste nella top 25 WTA – entrambe pluri campionesse Slam e ex numeri uno del mondo, Angelique Kerber e Serena Williams- ad aver superato i 30 anni. Il ricambio generazionale ai vertici del tennis femminile è testimoniato dalla circostanza che, nella stessa fascia di classifica, più della metà delle giocatrici (tredici) non hanno compiuto 26 anni, dieci non sono ancora ventiquattrenni e ben sette, tra le quali le teen-ager Andreescu e Anisimova, sono nate dal 1997 in poi. Una netta differenza con quanto avviene nel settore maschile, dove dieci dei primi diciotto della classifica di questa settimana sono over 30 e solo tre (Zverev, Coric e Tsitsipas) tra i primi venti non hanno ancora compiuto 23 anni. Il continuo venir fuori ad alto livello di giovani tenniste fa il paio a un equilibrio estremo, confermato dall’alternanza al numero 1 (da gennaio sono già avvenuti quattro cambi al vertice tra Halep, Osaka, Barty e, questa settimana, nuovamente Osaka). Nel 2019 nessuna tennista ha ancora conquistato almeno tre titoli di categoria International o di livello superiore. Barty, Karolina Pliskova, Kvitova, Yastremska, Teichmann, Kenin e, con il trionfo a Toronto tra il pubblico di casa della scorsa settimana, Andreescu sono al vertice di questa speciale graduatoria. Anche in questo caso, balza all’occhio la differenza col settore maschile, dominato dai tre grandi campioni dominatori da quindici anni e passa, capaci di vincere sinora tutti i Major sin qui giocati nel 2019, monopolizzare due finali Slam su tre, vincere quattro dei sei Masters 1000 sin qui disputati e portare a casa due ATP 500.

4- le vittorie nel circuito maggiore ottenute prima di Toronto da Marie Bouzkova, a sorpresa semifinalista nel Premier 5 nordamericano . E dire che la ventunenne ceca prima dei Canadian Open non aveva ancora mai sconfitto una tennista nella top 80 WTA, giocando in appena tredici tabelloni principali 5. Maria, cresciuta ammirando come tennista Azarenka, da giovanissima si era già fatta notare: era stata la campionessa dell’edizione del singolare femminile juniores degli US Open 2014. Trasferitasi quando aveva solo dieci anni da Praga-dove è nata anche tennisticamente- all’ tttttt di Bollettieri in Florida, Bouzkova ha pagato lo scotto dell’evoluzione del suo gioco per il circuito professionistico: solo questo mese, grazie alla vittoria dell’undicesimo ITF (nove dei quali giocati sul cemento) era entrata nella top 100. A Toronto, partendo dalle quali, è arrivata in semifinale senza perdere un set: e se le prime tre partite sono state giocate contro avversarie peggio classificate (Jaksic e  Vickery nelle quali, la wc locale Fernandez nel tabellone principale) è dai sedicesimi che è cambiata la carriera di Bouzkova. Di seguito ha infatti sconfitto una top ten come Stephens (6-2 7-5), una ex campionessa Roland Garros come Ostapenko (duplice 6-2) e approfittato del ritiro di Halep, dopo averle strappato il primo set(6-4 0-0). In semifinale non ha sofferto di nessun timore reverenziale contro una leggenda come Serena Williams, portata al terzo (1-6 6-3 6-3). La nuova classifica, che la posiziona al 53 WTA, è il giusto premio di una settimana che non dimenticherà mai.

7- gli anni trascorsi dall’ultima volta nella quale Grigor Dimitrov non era presente nella top 70 del ranking ATP. Vi entrò, per la seconda volta in carriera, nel giugno 2012, dopo la semifinale persa al Queen’s contro Nalbandian, e non ne era più uscito sino alla scorsa settimana, quando ha perso i punti conquistati con i quarti di Toronto nel 2018. Del resto il 28enne bulgaro paga un anno e mezzo disastroso nei risultati (nelle ultime cinquantadue settimane è arrivato tra gli ultimi otto di un torneo solo a Brisbane e vinto tre partite di fila in un’unica circostanza, a Melbourne). A nulla gli è servita la coraggiosa svolta di maggio, con la separazione dopo quasi tre anni dal coach Daniel Vallverdu: si assiste in questi mesi a una versione irriconoscibile del tennista capace di vincere appena due anni fa ATP Finals, Masters 1000 di Cincinnati e di raggiungere il numero 3 del mondo. Dimitrov da agosto 2018 ha perso ben dieci partite contro tennisti non presenti nella top 50, sconfiggendo un top 20 in appena un’occasione delle cinque in cui li ha affrontati: una crisi piuttosto inspiegabile e, soprattutto, all’apparenza lontana dal concludersi.

8- le vittorie di Stefanos Tsitsipas negli ultimi sei tornei giocati. Un rendimento in netta controtendenza con quello avuto nei primi cinque mesi dell’anno dal neo ventunenne greco, che continua a essere il tennista più giovane nella top 20 del ranking ATP. Sino agli Internazionali d’Italia,Stefanos era al terzo posto della Race e sembrava in crescita inarrestabile. La vittoria su Federer e la successiva semifinale agli Australian Open, i due titoli a Marsiglia e Estoril, la finale a Dubai e l’ingresso nella top 10 avevano aperto in maniera brillante il suo 2019. Madrid lo aveva poi sdoganato come protagonista di primissimo livello anche sulla terra rossa: superando Nadal in semifinale non solo aveva raggiunto la seconda finale in carriera in un Masters 1000, ma -ad appena venti anni e mezzo- era anche riuscito ad aver sconfitto almeno una volta i tre tennisti che hanno maggiormente dominato il nuovo millennio (e attualmente ancora ai primi tre posti del ranking). Senza dimenticare che la vittoria madrilena su Rafa lo aveva fatto divenire appena il terzo giocatore dal 2017 in poi ad aver sconfitto il maiorchino sulla terra rossa (assieme a Thiem e lFognini). Dopo quegli ottimi risultati è arrivato un calo fisiologico: la sola semifinale raggiunta a Washington non nasconde la flessione (questa settimana è sceso di due posizioni dal quinto posto del ranking, suo best career ranking) di rendimento di Stefanos. Negli ultimi mesi ben tre sconfitte sono arrivate contro tennisti non nella top 50 e una quarta, la settimana scorsa a Montreal, contro Hurkacz, 48 ATP. Avvicinamento preoccupante in vista dell’imminente ultimo Major stagionale.

12- i tennisti francesi presenti nella top 100 della ATP Race di questa settimana. Continua anche in questo 2019 la capacità della scuola francese di produrre un elevatissimo numero di buoni giocatori: sebbene nessun atleta transalpino abbia vinto o sia stato protagonista assoluto nei tornei che contano, a tre mesi dalla conclusione della stagione, il movimento d’Oltalpe ha portato a casa ben cinque tornei, sebbene di minore importanza (Monfils ha conquistato l’ATP 500 di Rotterdam, Paire è stato vincitore a Lione e Marrakech, Mannarino a S’Hertogenbosh, Tsonga a  Montepellier). Continua in tal senso a ben figurare anche la scuola italiana, in un 2019 molto positivo per il settore maschile: ben otto azzurri – tra cui due nella top 20 e un terzo, Sonego, tra i primi 50- figurano nella top 100 della classifica che considera i risultati da gennaio in poi (e Yannick Sinner, attualmente 106°, promette di aggiungersi prestissimo). Solo la Francia e la Spagna (seconda, con dieci rappresentati) tra gli uomini fanno quantitativamente meglio dell’Italia: gli Usa ci eguagliano con otto tennisti, mentre seguono Argentina con 6, Serbia con 5, Australia con 4, Germania, Regno Unito, Russia e Svizzera con tre. Statistiche piuttosto fini a se stesse, ma che senz’altro rinfrancano dopo decenni che nemmeno a livello quantitativo ci vedevano abili a produrre un sufficiente numero di tennisti capace di accedere ai tabelloni dei grandi tornei.

38- le partite vinte nel 2019 da Daniil Medvedev. Solo Rafael Nadal, con quarantuno vittorie, ha fatto meglio quest’anno, e il tennista moscovita (appaiato in tal senso da Federer), sebbene le vittorie nel tennis abbiano un peso specifico derivante dall’importanza dei tornei dove sono ottenute (e negli Slam sinora ha raggiunto un solo ottavo), sopravanza tutti gli altri del circuito. Nella Race che pesa le vittorie, Daniil è “solo” sesto, ma è comunque curioso notare come abbia fatto meglio di Tsitispas (37), Djokovic (35), Auger Auliassime (33), Bautista e Zverev (32), Thiem e Pella (31). Una quantità di successi tale da consentire a Daniil non solo di conquistare a febbraio il quarto titolo della carriera a Sofia, ma anche di raggiungere in questi ultimi otto mesi e mezzo ben quattro finali e due semi. Una serie di piazzamenti che ben spiega l’ottavo posto nel ranking ATP, sinora suo miglior piazzamento della sua giovane carriera di tennista ventitreenne. La pecca che aveva sinora contraddistinto Danill era l’incapacità di giocare il suo miglior tennis nei tornei che fanno la storia di questo sport: oltre all’unico ottavo conquistato a Melbourne, prima dei Canadian Open nei Masters 1000 il russo aveva raggiunto i quarti solo a Monte Carlo, dove lo scorso aprile aveva agguantato la semifinale. A Montreal, invece, prima di sciogliersi in finale davanti a Nadal, ha raggiunto la finale senza perdere un set e concesso la miseria di venti giochi per sconfiggere prima due ottimi tennisti e poi due top ten come, nell’ordine, Edmund (6-3 6-0), Garin (6-3 6-3), Thiem (6-3 6-1) e Khachanov (6-1 7-6).

86- la percentuale di partite vinte/giocate sul cemento all’aperto di Rafa Nadal dagli Autralian Open 2017 in poi. Il campione maiorchino negli ultimi due anni e mezzo, pur centellinando la sua programmazione su questa superficie capace di logorare il suo fisico (anche questa settimana, in vista degli Us Open ha evitato di affaticarsi saltando Cincinnati), è tornato a fare benissimo anche su campi differenti dall’amata terra rossa. Dopo circa tre anni di netto calo di rendimento sul duro – ultimo titolo importante, Us Open 2013, le ultime finali prestigiose erano quella di Miami 2014 e quella dei giochi olimpici di Rio 2016- il maiorchino dal 2017 è tornato molto competitivo sul cemento all’aperto, vincendo 65 match su 75. Vittorie che gli hanno fruttato uno Slam (Us Open 2017), due Masters 1000 (Canadian Open 2018 e 2019) e il titolo di Pechino, vinto due anni fa. Un ritorno ad alti livelli sulla superficie dove si gioca la maggioranza dei tornei della stagione che gli ha permesso anche di tornare nelle zone di vertice della classifica e riconquistare momentaneamente il numero 1 (posizione con cui ha chiuso il 2017), dopo un 2015 e un 2016 nei quali era stato al massimo il terzo giocatore al mondo. Dal 2017 gli unici a sconfiggerlo sull’hard outdoor sono stati Federer (quattro volte), Kyrgios (due), Djokovic e Querrey (una), oltre ai ritiri a partita, in verità piuttosto compromessa, avvenuti contro Del Potro e Cilic (rispettivamente agli Us Open e Australian Open 2018). A Montreal, anche aiutato da un pizzico di fortuna (vedasi il ritiro di Monfils prima di scendere in campo in semifinale), solo Fognini è riuscito a impensierirlo strappandogli un set (2-6 6-1 6-2). Rafa ha avuto molti meno problemi per confermare il titolo dello scorso anno sconfiggendo ai sedicesimi Evans (7-6 6-4), in ottavi Pella (6-3 6-4) e in finale Medvedev (6-3 6-0).

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Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

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Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


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Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
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Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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Focus

1×04: Ubi Radio vi parla di Ubitennis ai tempi del coronavirus

Cosa è cambiato nella routine redazionale da quando non si gioca più? La quarta puntata di Ubi Radio (inizio ore 19) conclude il breve viaggio dietro le quinte di Ubitennis

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La quarta puntata di Ubi Radio, il nuovo podcast in diretta di Ubitennis, conclude il breve viaggio dietro le quinte del nostro portale iniziato nella scorsa puntata. Se giovedì scorso ci eravamo soffermati su come si muovono normalmente le rotative e come si sono mosse fino a inizio marzo, evidenziando le differenze tra la copertura di un grande torneo e quella di una settimana in cui i big riposano, oggi vi parliamo di come abbiamo cambiato la nostra routine lavorativa da quando la pandemia di coronavirus ha interrotto l’attività dei circuiti.

Come si ‘sopravvive’ a un periodo senza uno straccio di quindici ufficiale? C’è anche qualche aspetto positivo? Accedere alle notizie è più semplice o più difficile? Quanto è forte la tentazione di mettersi a pubblicare video di gattini? Ne parlano Vanni Gibertini e Alessandro Stella.

UBI RADIO – IL TENNIS IN DIRETTA: EPISODIO 4

 

Ascolta anche su Spotify.

Sintonizzatevi sulla pagina Spreaker di Ubitennis, che consentirà anche di mandare commenti e domande in diretta durante la trasmissione. Si potrà accedere alla trasmissione live del podcast da questo articolo (alle 19 inseriremo il link in cima), dalla pagina Facebook di Ubitennis e, una volta terminata la diretta, si potrà riascoltare l’episodio anche sulle principali piattaforme di podcast come Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

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